La potenza della videoarte, un’intervista con Daniele Costa

Andrea: Daniele Costa, classe 1992, laurea al DAMS e poi ad Arti Visive allo IUAV, videoartista. Nel 2016 vincitore del 1° Premio 100esima collettiva giovani artisti Fondazione Bevilacqua La Masa. Ma chi è Daniele? E da dove è iniziata la tua passione per l’arte?

Daniele: Fin da quando ero bambino, sono sempre rimasto affascinato e rimango tuttora conquistato dai film. Ho una passione spasmodica per tutto ciò che si muove all’interno di uno schermo e il cinema è stato a tutto gli effetti il primo aggancio all’idea di arte e movimento. E soprattutto con l’idea di raccogliere tempo. Utilizzare un dispositivo che raccoglie del tempo che viene poi rielaborato e che a sua volta genera del tempo è un aspetto che continua ad affascinarmi. Accade che all’università seguo il corso di Guido Bartorelli (Storia dell’arte contemporanea ndr) che sin dall’inizio è un colpo al cuore. Da quel primo nostro incontro, il sodalizio con lui continua tuttora e ho anche avuto il piacere di vederlo presentare uno dei miei lavori al cinema Porto Astra. Ricordo che durante il corso, Bartorelli aveva un modo di raccontare l’arte che scardinava i paletti istituzionali, ti faceva entrare in dinamiche di interpretazione estremamente diverse da tutte quelle più convenzionali, così mi si è aperto un mondo.

Daniele Costa

A: Cosa ricerchi in ciò che andrai a filmare? Esiste un filo rosso che lega le tue opere?

D: Parte della mia ricerca verte sulla corrispondenza tra dispositivo video e corpo umano: entrambi accatastano esperienza e quindi tempo, lo rielaborano e lo rigettano fuori in modalità molto simili. All’inizio utilizzavo il video principalmente come mezzo, era pura sperimentazione. Giravo dei video molto corti dove il cuore erano le modalità di ripresa, oppure ciò che il video raccoglieva dentro di sé, o la trasposizione metaforica tra il video e l’esterno. Ho dovuto elaborare un percorso di conoscenza e scoperta graduale del mezzo che avevo in mano. Quando poi sono passato allo IUAV a Venezia, l’impostazione era molto più attiva e votata al produrre. Il corso tenuto da Angela Vettese (Teoria e critica dell’arte contemporanea ndr) richiedeva una modalità processuale dove era necessario capire velocemente dove arrivare e come. Angela è un mostro sacro dell’arte e con lei sono uscito dalla mia fase sperimentale: i lavori hanno così preso corpo in una modalità di racconto secondo la quale narrativa e storytelling sono entrati nella mia pratica. Non direi che il mio percorso di ricerca abbia cambiato metodologia nel tempo: il punto d’inizio è rimasto lo studio del corpo che da raccoglitore misero di tempo è poi diventato un ponte di collegamento con le storie delle persone che incontravo. Queste storie nascono dal fissarsi su un percorso di ricerca ben preciso. 

Uno dei miei primi lavori (Corto “Spazio Morto”, vincitore della 100esima collettiva giovani artisti Fondazione Bevilacqua La Masa, ndr) mi ha permesso poi di fare una serie di giri ad appena 24 anni, sbloccandomi porte che fino ad allora non conoscevo così bene. E poi l’approdo al pianeta Venezia fa sì che si entri in contatto con artisti che masticano un linguaggio diverso. E quindi la crescita, lo scambio e la contaminazione sono stati esponenziali. Per fare un esempio di come nascono le storie di miei corti, Spazio Morto (2016) è un lavoro che raccoglie il tempo di una persona incontrata involontariamente, quasi per caso. Stavo immaginando e facendo un sopralluogo per un altro lavoro, ero insieme a Valentina Furian, artista amica, inizia a piovere e ci rifugiamo nelle casette dei bagnini dove abbiamo incontrato Papis, immigrato senegalese che si Lavorava come bagnino di terra ai bagni alberino, vicino aveva il suo orto e una capanna costruita sul mare, un orto e una capanna. Da lì ho capito che il processo è la parte più importante, soprattutto nell’arte contemporanea: rappresenta la chiave per farti vedere le cose in maniera diversa. L’arte non fa sì che tu compia miracoli ma deve attivare dei processi di visione che nella tua vita non faresti accadere spontaneamente, quindi dev’essere un modo per far saltare in aria qualcosa dentro di te, nella tua testa e nei tuoi occhi. Tutte le altre storie sono state una sorta di succedersi spontaneo e naturale all’interno del mio percorso di ricerca.

A: Iniziamo da una delle tue ultime opere in ordine cronologico ovvero “X – Meet the Unknown”, che si dispiega attorno alla piccola cittadina di Lago, appena 1000 abitanti. Qual è la genesi di questo tuo lavoro?

X è un segno grafico ed è un lavoro che nasce a luglio 2020. Uno dei miei corti era in concorso al Lago Film Festival ed ero stato invitato da Alfredo Agostinelli a seguire un workshop con i curatori del Cruising Pavillion della Biennale 2018. Il workshop prevedeva un confronto tra la piccola cittadina di Lago e il festival di cinema indipendente. Sullo sfondo, la figura del lago, nella sua immagine patinata da cartolina ma anche nella sua realtà più inquietante intrisa di leggende.

Ho una processualità lunga, avendo io bisogno di molto tempo per calarmi e per poter vedere le cose in un determinato modo. Questo perché odio il banale e ciò che non è ragionato o ricercato. Ero quindi immerso in un processo assolutamente osservativo in linea con la mia ricerca e il mio progetto: l’idea di base era installare delle camere di sorveglianza, lungo il perimetro del lago per capire ciò che vi succedeva. Iniziavo così la residenza di un anno. La mia modalità prevede che io divida il tempo in modo da poter entrare e uscire dalla realtà, alternando periodi di immersione a fasi di allontanamento per riequilibrare la mia prospettiva. Ero partito a novembre per 3-4 giorni e così ogni mese sono tornato fino a febbraio per concludere poi il lavoro a maggio.

fotogramma di X

Ad un certo punto, nell’osservare il lago, capisco che vi è anche una sorta di contraltare. Muovendomi in mezzo alla comunità vengo portato verso Doriano, un ragazzo che vive in una dimensione a lui molto stretta. Sembra diverso rispetto al contesto chiuso e diffidente della provincia ma resta a tutti gli effetti un figlio della provincia. È una diversità che si allontana e si attrae, perfettamente calata, come perfettamente avulsa. Mi sono trovato quasi ad aprire una matrioska dopo l’altra: il lago cadeva dentro Doriano che cadeva dentro la realtà che cadeva a sua volta dentro altro. Di questo progetto ho tanto apprezzato il coinvolgimento con Doriano, si è innestata una modalità secondo cui io non stavo più facendo un lavoro su di lui ma stavamo facendo un lavoro insieme

X è il mio primo lavoro in cui c’è molto parlato, avvicinandosi quasi ad un documentario. Allo stesso modo non c’è una definizione di una narrativa precisa che arrivi in un punto calato ma c’è un veicolarsi del tempo all’interno di un racconto che appare sfasato, molto goffo, cucito su misura per Doriano, mentre racconta, per esempio, della sua vita da sarto o del lavoro in un lanificio della zona. X in effetti è stato un percorso abbastanza diverso, un primo step verso una maniera nuova di ragionare sul mio lavoro. 

A: In X abbiamo notato la tua volontà di offrire uno sguardo “altro”, disincantato, più cupo e inquieto, rispetto alla canonica immagine del lago. La provincia, in cui il tempo è scandito da tempi ciclici e ripetitivi, fa da sfondo a molte tue opere? Cosa rappresenta per te la provincia?

Ho sentito dire che “la provincia ci ha mangiato”. Un po’ tutti noi siamo figli della provincia, che non ha per me un’accezione necessariamente negativa. Siamo figli di luoghi che in qualche modo ci respingono e ci trattengono. Io sono convinto che se non fossi nato qui, in un determinato contesto, avrei un’altra modalità di visione delle cose. Per me poi la provincia è essere figli di qualcosa, identificarsi con quel qualcosa. Non per forza ci fa del bene, ma ci custodisce e ci tiene lì. Nei miei lavori la provincia c’è perché io seguo un percorso visivo che non ricami ma osservi la realtà con occhi diversi. Riguardo al ritmo ciclico del tempo della provincia, secondo me questa è la bellezza del poter osservare senza dover comporre qualcosa ogni volta! Ci hanno insegnato che, se vediamo qualcosa, dobbiamo riuscire a partire da un punto A per arrivare ad un punto B ed in mezzo costruirci qualcosa. E questo può essere vero come no, dipende dal registro all’interno di ciascuno di noi cosicché quello che per me è un ciclo finito per te potrebbe essere un ciclo mai iniziato: ecco, la provincia è il collettore di tutto questo. E nei miei lavori lascio che il tempo non abbia mai fine.

A: Un tema chiave dei tuoi video è la marginalità. Basti pensare ad Elisa, ragazza non vedente copilota di rally (Circuito) o all’immigrato senegalese Papis impiegato nei bagni Alberoni di Jesolo (Spazio Morto) o a Renzo, tuo padre, costretto a convivere di notte con la macchina per la dialisi (Harmony) o a Doriano, omosessuale e artista in un paesino di poche anime (X). Quelli citati sono tutti esempi virtuosi di persone che vivono attivamente la propria specifica condizione? 

Non credo che il lavoro su Papis, Elisa e su mio padre siano degli esempi virtuosi, non c’è l’esaltazione di nessuna condizione per dire che qualcuno è migliore di qualcun altro. C’è solo una modalità di affacciarsi sul reale e renderlo visibile. 

Fotogramma di Harmony

A: Abbiamo notato che negli ultimi corti hai privilegiato protagonisti che si raccontano: ne emerge un taglio più personale, intimo e umano. Come mai questa scelta? È una cosa su cui vorrai insistere o consideri questi lavori delle eccezioni?

Posso anticiparvi che c’è un lavoro in corso ma non posso ancora rivelarvi molto. Il progetto prevede un racconto attorno alla tematica del trauma nel campo psichiatrico, e l’idea è di mettere i discorsi al centro senza quasi nessuna immagine. 

Doriano rientra nella mia ricerca in una modalità che non è un dialogo-intervista quanto piuttosto un racconto – flusso di coscienza. In tale situazione non hai margini ben precisi entro cui stare e quindi la realtà ti viene incontro rompendo paletti e aprendo carreggiate sempre più ampie. 

Il lavoro che inizierò a breve a Torino, ad esempio, è un lavoro più installativo, me lo immagino più fermo, cioè fatto di sguardi che vanno su una realtà che è talmente tanto ampia, che riuscire a incanalarla è difficilissimo. Porta Palazzo a Torino è un quartiere bellissimo, ospita uno dei mercati più grandi d’Europa. Io entrerò in quel contesto da completo estraneo e, anche se rimanessi lì 6 anni, non riuscirei a capire totalmente, immaginatevi avere due settimane per estrapolare qualcosa! In questo caso la ricerca si ferma alla modalità con cui io entro in quella realtà, che magari poi potrà aprire delle porte verso una visione più ampia.

Con Doriano è stato tutto molto naturale, non ho pensato “Ora mi siedo davanti ad una persona e faccio delle domande a tavolino”. Ci siamo trovati due volte e abbiamo parlato insieme. In X la camera non ha quasi valore, è secondaria, lui era spesso sfocato perchè a me non interessava mettere a fuoco la sua figura. Il fuoco era un punto quasi casuale. Se avessi cercato la messa a fuoco perfetta in ogni istante, avrei perso Doriano.

A: In Spazio Morto (2016) immortali la routine di un immigrato senegalese, sospeso tra orto, capanna e lavoro in spiaggia. Oggi avresti girato il video nello stesso modo? Gli avresti dato voce, facendogli raccontare la sua realtà a parole?

Fotogramma di Spazio morto

No, non potrei rifarlo. Lì il discorso non c’era, in 8 mesi io e Papis abbiamo costruito un rapporto di un certo tipo in cui lui mi portava a vedere delle cose, facendomi entrare nella sua realtà. Tutti i dati che ho raccolto su di lui non me li ha nemmeno raccontati lui. Papis non aveva la necessità di dire delle cose e io non volevo forzare il racconto.

Harmony descrive la routine di tuo padre Renzo, 70 anni, costretto a convivere la notte con la macchina per la dialisi. Il video offre il fianco a riflessioni circa la precarietà della vita, l’importanza di vivere ogni istante del tempo che si ha a disposizione, e il legame indissolubile tra vita e malattia. Com’è stato girare un corto che ti tocca così da vicino e questo lavoro ti ha portato a guardare tuo padre con occhi diversi?

Il lavoro Harmony, su mio papà, è uno di quelli a cui tengo di più: mai avrei pensato di farlo. Ho un rapporto talvolta conflittuale con i miei genitori che, avendo 45 anni in più di me, sono portatori naturalmente di una visione diversa dalla mia. È successo che, mentre stavamo seduti in auto, lui iniziava a dire delle pillole e io le raccoglievo.  Il lavoro è stato un pugno sullo stomaco.  Con mio padre ho sempre avuto un rapporto unico nel suo genere. La differenza d’età e il vissuto diverso inevitabilmente si fanno sentire. È innegabile che ci siano anche visioni diverse: il percorso che sto facendo, per esempio. Nella provincia veneta, l’idea di fare l’artista non è così scontata e naturale, anche se ora i miei genitori iniziano a capire. 

Quando ho vinto la residenza di GAM e Fondazione Spinola Banna la tematica era perfetta. Parlando con la curatrice, Caterina Benvegnù, ho realizzato che la tematica che stavamo affrontando, il diario e la costruzione di un tempo giornaliero scandito, si sposava perfettamente con la storia di mio padre, costretto a scandire il proprio tempo seguendo il ritmo della macchina della dialisi. Mio padre è la provincia, è quell’idea di restare aggrappati ad un tempo solido, che restituisca i frutti prodotti. Quando la tua immagine viene in qualche modo rotta, interrotta o frammentata da qualcosa che non puoi controllare, tutto viene rimesso in discussione. 

Tra l’altro, per Harmony (2019), sto collaborando con un curatore (Nicolas Ballario, curatore del settore arte di Rolling Stone Magazine, ndr) per portare l’opera nei maggiori musei italiani.

A: A breve partirai per Torino per una nuova residenza, quali progetti hai in serbo per futuro e quali sono i tuoi sogni?

Per quanto riguarda i miei impegni futuri, a Torino andrò a fare una residenza prevista inizialmente a marzo. Sarò nel quartiere multietnico di Porta Palazzo e il progetto originale voleva abbracciare le storie di persone su piani diversi del condominio per poi unirle insieme. Il Covid ha cambiato totalmente l’humus umano, per cui la mia attenzione si è spostata su come il movimento delle persone sia cambiato, su come i flussi di persone siano estremamente rarefatti in un contesto come quello del mercato che è luogo di scambi e incontri per antonomasia. Dal punto di vista tecnico, sto utilizzando la photo trap, un dispositivo utilizzato anche per immortalare gli animali.

E noi facciamo i nostri migliori auguri a Daniele, ringraziandolo di cuore per la disponibilità con cui ha risposto al nostro invito!

La magia del cucito e dell’arte

Oggi conosciamo Elisabetta, una ragazza super simpatica, che grazie alle sue conoscenze e alla sua manualità si è reinventata. Innanzitutto chi è Elisabetta?

di Jessica Caminiti

E: Ciao, sono Elisabetta e come avete visto sono colei che è dietro il profilo instagram di Mnemosyne handmade. Ho 26 anni e ho una formazione prettamente artistica: mi sono laureata prima in Beni Culturali per poi specializzarmi nel corso della magistrale in archeologia a Bologna. Attualmente abito in un piccolo paese della Riviera del Brenta, una bellissima zona tra Padova e Venezia, ma sono originaria di Vicenza. Per curiosità e passione nel tempo libero ho iniziato ad avvicinarmi alle cosiddette fiber arts, ovvero le arti tessili, e tutto ciò che ho imparato l’ho appreso da autodidatta. È iniziato tutto durante la magistrale, quindi non molti anni fa, in un momento in cui mi sentivo totalmente satura di nozioni teoriche e ho sentito un profondo bisogno di mettere “le mani in pasta” per esprimere me stessa.

J: è una scelta molto particolare. Mi aspettavo sinceramente tutt’altra storia! Sai io con il cucito ho un bruttissimo rapporto, dovuto al fatto che cercavano di insegnarcelo alle scuole elementari come “lavoro da femmine” durante l’estate, mentre i miei amici potevano andare a giocare a calcio fuori.

E: No, per me fortunatamente è andata diversamente, non è stata un’imposizione. Penso che attualmente, soprattutto noi giovani, siamo molto ferrati sulle materie prettamente teoriche tanto da dimenticarci l’importanza (e l’utilità) della manualità. La mia relazione con le arti tessili è nata inizialmente facendo dei piccoli lavori con i ferri da maglia e poi, pian piano, ho sperimentato altre cose come il cucito, la tessitura su telaio mobile, la tecnica del punch needle, il ricamo. Proprio con quest’ultimo è nato, poi, un amore vero, e attualmente è la tecnica che uso maggiormente perché sento più mia. Ci sono stati momenti in cui volevo mollare, perché le cose non venivano come volevo o perché semplicemente non venivano velocemente! Ma poi piano piano ho capito: era proprio la lentezza dell’attività in sé a renderla così bella e di valore! La curiosità di vedere i progressi, giorno dopo giorno, la bellezza del veder nascere un disegno pieno di sfumature da semplici fili che entrano ed escono dalla tela. Ora quest’attività mi rilassa, mi rende libera dal tempo, e non lo ritengo più solo un hobby, fortunatamente sta diventando anche un lavoro. Inoltre, durante la quarantena mi sono messa a sperimentare anche altre tecniche, che presto approfondirò.

J: sento aria di novità, cosa ti sei messa a sperimentare?

E: In realtà le idee sono sempre troppe e il tempo è sempre poco! Ma ho iniziato a sperimentare la tecnica dell’infeltrimento ad ago.

J: Se già ero stupita con il ricamo ora mi incuriosisci ancora di più. Che cos’è questa tecnica?

E: È una tecnica antichissima, statuine lavorate con il feltro ad ago si possono a trovare nei mercatini, come per esempio le classiche bamboline sudamericane o le figure dei presepi, inoltre con questa tecnica sono realizzate anche molte installazioni contemporanee, ma io ho scelto di utilizzarla per creare dipinti bidimensionali. In poche parole si utilizza della lana grezza, non ancora filata, e la si fissa su una superficie con l’aiuto di un ago o di un insieme di aghi. Per questi lavori, avendo la possibilità di utilizzare campiture più ampie, ho provato a riprodurre delle opere d’arte espressioniste, come quelle di Munch e Matisse.

J: visto che siamo entrate nell’argomento, come scegli gli artisti?

E: Scelgo ovviamente gli artisti che più mi piacciono ma in realtà dipende anche dalla tecnica che decido di usare: cerco di selezionare quelli che per me rendono meglio. Per esempio per il ricamo gli impressionisti sono perfetti, poiché è possibile riprodurre quasi ogni singola pennellata.

J: è strano, perché io per esempio avrei pensato invece subito a Seurat e il puntinismo

E: Beh sì, anche, ma credo che per lui si potrebbero fare dei lavori utilizzando un’altra tecnica ancora! C’è un punto di ricamo, in particolare, che si chiama punto nodino (french knot) con il quale sarebbe interessante rappresentare ogni singolo punto dei suoi quadri. Sarebbe un lavoro estenuante e lunghissimo ma sicuramente divertente!

Nei ricami che faccio di solito io non utilizzo punti tradizionali, vado molto a sentimento e a occhio, mi sto staccando dell’accademismo che contraddistingue i miei primi lavori perché mi fa sentire più libera durante il processo.

J: Ricollegandomi alla tua risposta. Accademismo, punti base… Hai iniziato sì come hobby, ma anche per necessità?

E: In realtà no, non avevo niente da rammendare o aggiustare, volevo solo trovare qualcosa di diverso e particolare che mi facesse appunto ricollegare alla mia manualità. E penso di aver trovato la cura non solo al bisogno di usare le mani ma anche al bisogno di “staccare” e riprendermi il Mio tempo. Siamo una società frenetica, ormai lo sappiamo, si corre, si sta sempre attaccati al cellulare e senza tecnologia non riusciremmo a sopravvivere. Io in tutto questo ho sentito il bisogno di ritrovare un po’ di tradizione e un po’ di lentezza.

J: effettivamente potremmo dire che siamo già la seconda generazione che non sa cucire, non credo che molti dei nostri genitori sappiamo farlo. Quando hai iniziato invece ad unire arte e cucito?

E: Sicuramente, infatti queste cose vengono sempre viste come “hobby della nonna”, ma io lo considero un peccato. Ho unito arte e ricamo durante l’autunno scorso e questa volta per necessità: avevo bisogno di un fermacapelli ma non trovavo niente che mi piacesse, così ho deciso di farmelo da sola con un bel disegno di Mondrian. Poi ho iniziato a fare sempre più oggetti come spille, segnalibri, ciondoli per collana…


J: tutte cose che le persone usano quotidianamente!

E: Esatto! Sono oggetti quotidiani sì, ma speciali: esprimono noi stessi, la nostra passione per l’arte e le emozioni positive che l’arte ci sa donare. Mi sono data all’artigianato proprio per creare sempre qualcosa di unico ed irripetibile, che sapesse trasmettere emozioni vere, anche se purtroppo in Italia è molto difficile vendere cose fatte a mano. La gente spesso si stupisce per i prezzi e per le ore impiegate per la lavorazione, ma come dico sempre: chi decide di acquistare qualcosa da me non avrà poi in mano un semplice oggetto, avrà molto di più, il mio tempo!

J: quanto ci metti a fare un pezzo e cosa devi fare in particolare?

E: Dunque, ora che ci ho “fatto la mano” per una spilla di 8×6 cm impiego circa 20/25 ore, per un segnalibro invece molto meno, perché la dimensione è minore. Ogni ricamo è così strutturato: inizialmente faccio il disegno del quadro in questione, riprendendo quello che vedo dal libro o dal pc, facendo a occhio le proporzioni (non uso nessuno schema preparatorio). Dopo ovviamente c’è la fase di ricerca dei colori e delle sfumature più simili all’originale e infine c’è il ricamo vero e proprio. Devo dire che sono anche una persona molto precisa, sto attenta ad ogni dettaglio, in modo che l’effetto sia bello nel complesso.

J: Wow, un lavorone! Rivelaci qual è la parte più difficile e magari noiosa

E: La parte più difficile credo sia proprio l’inizio, è il momento in cui devi metterci più testa e più impegno. Poi ovviamente, una cosa ancora più snervante è dover scucire e rifare un pezzo quando magari non ho scelto la tonalità di colore giusta oppure un punto non è venuto bene. La cosa forse più lunga e ripetitiva è sicuramente la cornice finale che metto ad ogni oggetto ricamato. Questa la faccio per unire il pezzo di stoffa ricamato con un altro pezzo, così da nascondere il retro (per quanto io credo sia comunque affascinante).

J: per concludere vuoi raccontarci com’è andato questo periodo e dei progetti per il futuro?

E: Questo periodo a dir la verità non è stato solo proficuo per la sperimentazione, ma ho anche ricevuto molte commissioni! Di conseguenza non ho lavorato molto per me, quanto per loro, ma ciò mi ha reso comunque molto contenta e soddisfatta. Per esempio ho creato di recente un ciondolo per collana con un quadro di Van Gogh, Il ponte di Langlois ad Arles, che mi è dispiaciuto dare via! Comunque il futuro riserverà molte sorprese! Credo ci sarà qualche continuazione con il tema dell’arte, ma ho in mente altri progetti di tutt’altro tema, sento il bisogno di slegarmi…

Poi in realtà vorrei proporre dei laboratori di ricamo e..

J: taglio di conversazione sull’ultimo super progetto top secret di cui abbiamo parlato, anche perché è super interessante e impegnato nei confronti dell’ambiente… Niente rivelazioni per ora, bene, possiamo concludere allora…

E: ma va, credevo mi chiedessi del nome!

J: È vero! Ho pensato per così tanto a te come Elisabetta che non ho pensato al nome del progetto. Mnemosyne handmade, da dove arriva?

E: Beh diciamo che mi hanno sempre detto che sui social è utile avere un nome riconoscibile (e su questo ci siamo) e facile da ricordare (su questo magari meno). Io ho scelto Mnemosyne perché è qualcosa che sento mio, sia per un discorso linguistico sia per un fattore personale. Mnemosyne nell’antica Grecia era la personificazione della Memoria, e io ovviamente voglio ricordare quanto sia importante la memoria rappresentata dalle tradizioni e dal ricamo in particolar modo, e come bisogna cercare di tenerla viva. Personalmente poi, credo molto nel valore profondo della memoria e devo tutto questo a mio padre, che me l’ha trasmesso e insegnato. Era un appassionato di storia e antichità e per quanto lui non avesse studiato conosceva fatti e nozioni anche molto specifici, e non so tuttora come! Per questo credo di essermi poi appassionata anch’io all’archeologia, papà mi ha spinto a credere nella potenza, nella forza e nell’importanza della memoria. Il passato è importante e forse quello che temo di più nella vita è dimenticare. Per quello Mnemosyne, la Memoria, è per me una figura importante.

J: Fantastico, un nome, che riesce ad unire il grande disegno della storia con la tua, grazie Elisabetta è stata veramente una bellissima chiacchierata. Spero di veder presto le tue nuove idee e i tuoi nuovi lavori, sono troppo curiosa 🙂

Un grazie ad Elisabetta, anche per la bellissima chiacchierata tra gatti, università, arte e futuro. Intanto vi invito a visitare il suo profilo instagram e la sua pagina dove vende questi piccoli capolavori: non ve ne pentirete!

L’arte del corpo

Il corpo può essere qualcosa di molto di più del mero contenitore della nostra anima. Può essere il soggetto di opere artistiche, ma anche loro supporto, divenendo a sua volta opera in maniera consapevole e completa. Elena Guidotti, artista e tatuatrice, ce lo spiega in modo eccellette in questa intervista.

di Jessica Colaianni

Elena Guidotti è un’artista italiana laureata all’Accademia di Belle Arti di Carrara con il massimo dei voti. Sin dagli anni della sua formazione si è distinta per le sue partecipazioni ad importanti esposizioni sia in Italia come il progetto internazionale Gemine e muse (La Spezia 2004) e le diverse partecipazioni ad ArteAperta, dove nel 2008 si classifica prima (Sarzana – La Spezia); sia all’estero tra cui una collettiva grafica presso Ateliers des Artistes (Belleville Parigi 2005) e un’esposizione presso Rathause (Bayreuth, Germania 2006). Dopo qualche anno di pausa, torna alla ribalta con l’esposizione Body Patterns, ospitata presso gli spazi del Café de la Paix di Bologna e che vede la realizzazione di una grande installazione composta da singole opere cucite su sostegni di stoffa e appese, tenute da dei fili, al soffitto, creando in questo modo un attraversamento visuale ed emozionale, che immerge lo spettatore in un’esperienza suggestiva e irripetibile. Abbiamo incontrato Elena per farle qualche domanda e per sapere quali frutti ha portato la quarantena forzata…

J: Body Patterns si può considerare una svolta della tua ricerca artistica che, da astratta, si sposta verso un’immagine più figurativa e attaccata alla realtà, cosa ti ha spinto verso questa nuova strada?

E: Body Patterns è stato un progetto un po’ sorprendente anche per me, che per anni mi sono dedicata a rappresentazioni più “astratte”. Le mie opere sono sempre state una necessità: attraverso la loro costruzione riesco a liberarmi, ad esorcizzare sensazioni ed emozioni; imprimendo colori e tracciando linee riesco a gridare o meglio gridarmi certe impellenze. Quindi direi che Body Patterns mi è servito per analizzare il mio fuori come specchio del mio dentro.

J: C’è un gioco sottile, che crei quotidianamente nel tuo studio, ma che in Body Patterns hai voluto sottolineare, ovvero il rapporto che si crea tra contenuto e contenitore, tra trama e superficie da decorare. ce ne vuoi parlare?

E: Contenuto/contenitore è un gioco dialettico che mi ha sempre affascinato, ho lavorato in passato su scatole, cassetti, pacchetti e pacchettini. A volte il contenitore cela il contenuto come se volesse preservarlo e svelarlo solo a pochi, altre volte invece il contenitore è un modo per ribadire il senso del contenuto. In Body Patterns il contenitore, cioè il corpo, diversamente da quanto accade di solito in una immagine realistica di nudo, non è il soggetto principale, ma il supporto della trama decorativa. La forma disegnata vuole prevalere, anche se in maniera sussurrata, sulla concretezza della forma anatomica.

J: Dopo Body Patterns ti sei concentrata su una nuova serie di lavori: delle figure femminili ispirate ai modi di dire della tua terra. Come hai concepito questa idea e qual è il messaggio che vuoi dare attraverso questi disegni?

E: La serie di proverbi in dialetto è una specie di pièce teatrale: la stessa figura femminile, simile ma non identica, mette in scena nei vari disegni la saggezza popolare. I disegni sono completati dalla parte testuale (in dialetto ovviamente). L’uso di testi  è stato spesso presente nei miei lavori,  infatti , essi sono, di solito,  generati da una frase o parola o da un ricordo, come una sorta di illustrazione evocativa del mio vissuto. Questa serie è ovviamente un omaggio alle mie radici, sia nel senso geografico-territoriale, che in senso ambientale-familiare, cui sono molto legata. Credo che le nostre radici stabiliscano gran parte di quello che siamo.

J: Oltre all’arte in senso stretto negli ultimi anni ti sei dedicata all’arte del tatuaggio. La tua professione rispecchia a pieno la tua ricerca artistica, cosa significa per te essere una tatuatrice?

E: Essere una tatuatrice ha significato trasportare la mia arte su un piano diverso: ho cambiato supporto, dalla tela alla pelle di qualcuno. In questo modo so che quel qualcuno porterà la mia opera con sé per sempre. Questa è una bella sensazione. Purtroppo non sempre ho la possibilità di fare sempre tutto ciò che vorrei fare, ma ho imparato ad accettarlo e a mediare con la volontà del cliente. A volte, invece, c’è chi mi lascia completamente libera, allora il mio lavoro di tatuatrice diventa una bellissima sensazione.

J: Ancora oggi i tatuaggi sono visti come inutili o ancora peggio le persone temono chi ce li ha, secondo te la società ha ancora dei pregiudizi nei confronti di queste piccole opere d’arte?

E: Il giudizio sui tatuaggi sta cambiando piuttosto rapidamente, in questi 10 anni di lavoro ho notato che sempre più giovani si avvicinano a questo mondo; credo che tra qualche anno saranno veramente in pochi a restare scandalizzati o a giudicare i tatuati alla stregua di delinquenti e prostitute come accadeva in passato.

J: Quali sono i modelli artistici a cui fai riferimento?


E: Sin da ragazzina quando studiavo la storia dell’arte e iniziavo la mia ricerca artistica, mi sono sempre piaciuti di più i maestri che prediligevano l’uso della linea, e quelli che creavano immagini simboliche, ho avuto molto interesse per i grandi incisori europei e per quelli giapponesi. Con il senno di poi direi che ero già una tatuatrice senza saperlo. Se dovessi sceglierne uno direi che Bosch è uno dei miei preferiti: per la forza delle sue immagini, ricche di simboli, insomma mi piacciono tutti quelli che esprimono con un linguaggio concreto una surrealtà.

J: Come hai passato la fase di lockdown che ha attraversato l’Italia? Ti sei dedicata a nuovi progetti?

E: Ho trascorso la fase di lock down direi piuttosto serenamente; ho cercato di accettarla, dipingendo e costruendo cose, pensando il meno possibile alle pesanti limitazioni cui, siamo stati sottoposti. Spero che queste limitazioni siano servite a contenere il numero di contagi e che questa emergenza possa finire presto. Sarà interessante poi riflettere sulle conseguenze sociali ed individuali che questa pandemia ha portato, adesso è ancora presto per le riflessioni, adesso c’è solo da rimboccarsi le maniche e ripartire.

Durante la quarantena Elena ha realizzato dei bellissimi segnalibri che sono disponibili gratuitamente per amici e clienti presso il suo studio Eva Tattoo in via dell’Orso 10, Bologna!

La tenuta Nittardi: il perfetto incontro tra gusto e Bellezza

In Italia, tra le colline toscane, c’è una tenuta, che ha non solo molta storia alle spalle, ma da sempre l’Arte è stata protagonista in essa: stiamo parlando della Tenuta Nittardi, prima acquistata da Michelangelo Buonarroti, ora tenuta della famiglia Femfert, che tuttora la rende centro propulsore dell’arte contemporanea grazie alle sue iniziative.

di Jessica Caminiti

La famiglia Femfert
Léon Femfert

Jessica: Ho letto sul vostro sito, che questo binomio è nato dalla passione dei suoi genitori, fondatori di questa azienda. L’espressione artistica in questa maniera si duplica, poiché viene espressa esteticamente dall’etichetta, ma la ricercatezza del sapore, la pienezza del vino sono la seconda scoperta non appena dall’apprezzamento visivo, si passa a quello gustativo. Come è nata questa idea?

Léon: Nittardi è una tenuta storica, la casa padronale è del 12esimo secolo e all’epoca si chiamava Villa Nectar Dei. Nel Rinascimento, nel 1549, Michelangelo Buonarroti acquista la fattoria già conosciuta con il nome Nittardi dalla chiesa e incarica il suo nipote Lionardo Buonarroti di gestire la proprietà avviando la produzione vinicola. Nel 1981 sono arrivati i miei genitori, mio padre Peter è un gallerista d’arte tedesco, mia madre Stefania una storica veneziana. Si innamorano subito del luogo e della sua storia. L’idea del binomio vino/arte è nata in modo molto naturale un po’ per passione di famiglia un po’ per rendere omaggio a Michelangelo e per raccontare la storia così speciale dietro a questo luogo e vino. 

Mikis Theodorakis (2017)
Joe Tilson (2015)
Allen Jones (2016)

J: Gli artisti vengono invitati a fare due opere, una che sarà la carta seta che riveste la bottiglia, l’altra che invece sarà l’etichetta stessa del chianti classico. Come scegliete gli artisti?

L: Grazie ai contatti di Peter, che lavora da più di 40 anni come gallerista e mercante in un panorama d’arte internazionale, scegliamo gli artisti tra quelli che sentiamo più nostri. Chiaramente deve piacerci la loro opera ma è anche importante che ci sia un feeling di stima personale e che loro si appassionino al progetto Nittardi. Per fortuna le due cose molto spesso vanno di pari passo: con molti artisti c’è un legame di amicizia forte e una corrispondenza vivace di progetti legati alla nostra terra in varie sfaccettature. Molti artisti, alcuni dei quali ci hanno lasciato hanno lasciato le loro opere e le loro idee sono ancora ben presenti a Nittardi, erano antesignani ecologici, ai tempi in cui nessuno ne parlava, e propulsori di concetti di bellezza inseriti nel territorio agrario. Alcuni degli artisti più interessanti con cui abbiamo collaborato in questi 35 anni ricordo Hundertwasser, Corneille, Igor Mitoraj, Yoko Ono, Mimmo Paladino, Gunter Grass, Pierre Alechinsky, Dario Fo, K.O. Götz, Allen Jones e Mikis Theodorakis, il 95enne musicista e intellettuale greco, autore dell’ultima etichetta annata 2017. 

J: Lasciate piena libertà agli artisti o date delle direttive? In particolare per loro non credo sia possibile assaggiare il vino imbottigliato che andranno a “completare”, avete modo di aiutarli nella loro creazione artistica proponendo altre vostre specialità vinicole? 

L: Gli artisti di regola vengono a Nittardi prima di creare le due opere e trascorrono un po’ di tempo qui, vivono Nittardi, il nostro territorio così speciale, la nostra gente, si immergono nei nostri tempi di vita e di lavoro, assaggiano i vini incluso anche la loro annata ancora in botte, e sicuramente ognuno con la propria identità pittorica trae ispirazione dalla nostra zona – il Chianti – come si può vedere in molte etichette. Però noi non diamo delle direttive concrete. Lasciamo libertà agli artisti, non diciamo all’artista l’annata è stata particolarmente piovosa facci delle opere buie oppure è stata una stagione calda e bella vogliamo delle opere solari. Mi sembrerebbe limitante e non rappresenta lo spirito del nostro progetto. L’artista è sempre libero di esperimersi, con ogni tecnica, con ogni idea, con collage, testi poetici, pentagrammi musicali, l’unica direttiva che diamo è quella delle misure e del formato. 

Alcune delle etichette di Nittardi

J: Sono cresciuta in una regione dove il vino non manca, in Friuli, e ricordo la ricercatezza di alcune etichette in particolare quando si parla di vini della zona, come per esempio il Ramandolo, vino prodotto esclusivamente nel mio paese. Vista e gusto si compensano e compenetrano, sia il palato, che il nostro sguardo hanno soddisfazione osservando e assaggiando le vostre bottiglie. Sono rimasta affascinata dal vostro progetto perché la bellezza sta proprio nella diversità: ogni anno il sapore e l’opera cambiano diventando quasi una nuova storia da raccontare. La bottiglia racchiude non solo la nostra situazione artistica, ma racconta anche il territorio e l’anno stesso, specchio della nostra situazione attuale. È una lettura corretta? 

L: Domanda difficile, provo a riallacciarmi a quello che stavo dicendo prima: l’etichetta dovrebbe essere sempre in sintonia con il contenuto della bottiglia. Ogni annata è peraltro diversa, come sono diverse le condizioni climatiche, gli umori e le persone che hanno lavorato, le situazioni anche sociali e ambientali, e dunque c’è una varietà di aromi, profumi e anche di contributi artistici sempre diversi. La produzione delle nostre bottiglie artistiche è impegnativa, molto limitata ma risponde alla nostra volontà di declinare la triade lavoro, territorio e bellezza in unico messaggio: quello in bottiglia.

Vista della tenuta
La tenuta

J: Oltre a questa iniziativa, avete anche una bellissima tenuta che fu proprietà di Michelangelo e l’avete impreziosita con delle sculture sistemate nel vostro giardino. È visitabile per chi viene nella vostra tenuta? È sempre un’idea iniziata da suo padre?

L: Sia la nostra cantina che il nostro giardino delle sculture con 45 opere sono visitabili su prenotazione. Il bello della nostra zona è anche la natura incontaminata visto che siamo circondati da centinaia di ettari di bosco che permettono anche bellissime passeggiate. 

J: Purtroppo le opere dovevano essere esposte questo mese a Milano alla Galleria Spirale, avete trovato un modo alternativo creando una mostra online oppure verrà tutto rimandato?

L: Si, la mostra con 70 opere è stata rimandata all’autunno, mentre online stiamo caricando sul nostro sito e sui nostri canali social video e live che raccontano la vita che continua a Nittardi, stagione dopo stagione, perché la natura non si ferma mai! 

J: Grazie mille della disponibilità e di averci fatto scoprire la vostra tenuta e questa preziosa realtà. Per i più curiosi, vi lasciamo il link con cui potete accedere alla tenuta e fare un giro inebriante tra vino e natura: http://www.nittardi.com

Perchè Dante è ancora attuale?

Quando pensiamo alla Divina Commedia grandi ricordi e strane memorie affiorano alla mente, il mio? Il mio professore di italiano e storia, che entra in classe, chiude tutte le tapparelle e inizia a decantare, camminando per la classe, ciò che il sommo poeta ci ha lasciato: l’arrivo al cancello, l’incontro con Paolo e Francesca, Lucifero e finalmente le stelle.

di Jessica Caminiti

Dante e la sua Commedia
Ali nella sua rappresentazione

Jessica: Una videochiamata con Ali per farvelo conoscere in questo duro periodo, durante il quale non potrete conoscerlo in giro per le strade di qualche città. Davanti un video vedo il suo giardino da cui fa le live per stare vicino a chi ama la sua arte e chi ovviamente lo vuole seguire.

Ali: sono un figlio del Sessantotto, sono nato dopo che mia mamma italiana conobbe mio papà somalo, quando lui vincendo una borsa di studio si trasferì in Italia e per sottolineare la Lotta di cui erano parte il mio secondo nome è Fridrich, come un certo famoso Engels. Erano anni difficili: lavoravano al totocalcio la domenica, mentre cercavano di portare a termini i loro studi e quando questo successe ci trasferimmo in Somalia, dove vivemmo per parecchi anni. Dopo la loro separazione, il mio ritorno in Italia fu con mia mamma e i miei 3 fratelli e da qui inizia la mia avventura. 

Ho provato a intraprendere la strada della psicologia, ma dopo mi sono “arreso” alla mia passione: il teatro. Ho preso il mio master e ho fondato diverse compagnie tra cui quella con il mio maestro Virgilio Zernis. Purtroppo non è tutto oro quello che luccica e ho avuto una profonda crisi emotiva, che mi ha portato ad abbandonare questa mia passione per parecchi anni, fino al 2011.

J: dove e come hai ritrovato la tua passione?

A: Un giorno nel 2011 appunto sono andato a vedere un mio amico all’Ateneo degli imperfetti, un circolo culturale e ho sentito di nuovo quel fuoco incontenibile.  Ho capito, che il teatro conviviale è la mia via così ho chiesto la possibilità di recitare l’inferno di Dante, così per due anni e mezzo sono stato loro ospite con un paio di canti a serata.

Nel mezzo del cammin di nostra vita/ mi ritrovai per una selva oscura,/ ché la diritta via era smarrita (Ct. I, Inferno)

J: La vera domanda, che dall’inizio frulla nella mia mente, è: perché Dante?

A: L’ho scelto per il suo fascino dettato anche dal gap linguistico, la sua difficoltà di lettura, che obbliga l’attore ad usare tutte le sue capacità per andare oltre la distanza iniziale con il pubblico: l’utilizzo della voce e dei gesti diventano non solo importanti, ma indispensabili. Io cerco di differenziare non solo i diversi personaggi, ma anche Dante da quando è personaggio a quando è narratore. Memorizzare, che è un lavorone, in realtà è la parte minore: il lavoro allegorico per decifrare Dante e condividere con il pubblico questi canti è la parte più complessa.

J: è difficile immagino trovare una connessione con il pubblico. Già in un teatro istituzionale questa empatia è da ricercare in maniera complessa, ma per strada, dove le gente può decidere di non fermarsi, può non ascoltarti, come mai questa scelta?

Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende (CT. V, Inferno) – illustrazione Gustave Dorè

A: Dal 2016 ho deciso di intraprendere questa strada. Ho iniziato dalla Puglia, dove ho girato tutta la regione con il mio spettacolo fino a fermarmi a Lecce, di cui mi sono innamorato. Ho scelto di andare in questa regione, perché insieme al Piemonte, in quel periodo, era l’unica che permetteva la divulgazione teatrale per strada; grazie a questo ho potuto mantenermi ed avere un reale introito dal mio lavoro e la mia passione.

Ovviamente la paura di non farcela c’era. La lontananza con il pubblico viene eliminata, ma può non sentirti, può passare oltre appunto, ma ha qualcosa in più dei luoghi istituzionali: è l’espressione completa di Dante, non parli solo con la gente che lo conosce, che è già appassionata, parli anche con chi non è interessato, con chi non lo sa.

Tutti meritano di conoscere Dante: è il padre della lingua italiana e punto di riferimento sia linguistico, che morale. Conoscere qualcosa di così lontano nel tempo in realtà è utile per andare oltre e conoscere l’evoluzione della cultura e delle persone fino ad oggi. Prendi come esempio la morale: i peccati sono ancora gli stessi. 

J: Quindi hai deciso di prendere come punto di riferimento Dante, anche perché è terribilmente contemporaneo?

A: Certo! L’inferno, non è semplicemente l’inferno, è l’Inferno DI Dante, come stessa cosa si può dire del Purgatorio e del Paradiso. Dante mette i suoi peccatori, i suoi beati, ma ognuno di noi può immaginare quello che vuole e chi vuole al posto di Farinata degli Uberti, di Paolo e Francesca e tutti gli altri, anche di Beatrice stessa. Dante lo scrisse come lavoro di fino sulla sua emotività, per descrivere un periodo difficile in cui si trovò esiliato dalla sua Firenze in cui decise di non fare più ritorno, è un viaggio nei peccati e nella ricerca di redenzione di Dante stesso. Quando dice “Tant’è amara che poco è più morte”, ci vuole raccontare che anche lui è un peccatore, ma di che tipo? Facciamo questo viaggio con lui, ma perché lui ha paura di essere tra i dannati? Perché teme di morire prima della redenzione? Quello che vedo e credo, che Pier dalla Vigna, morto suicida presente nell’Inferno sia un suo alter ego: morto per un brutto gioco della fortuna, del destino.

Ed egli a me: “Se tu segui tua stella, non puoi fallire a glorioso porto, se ben m’accorsi nella vita bella” (Ct. XV, inferno) – illustrazione Gustave Doré

J: Parli della Fortuna intesa come destino? Come era intesa dagli antichi?

A: No, per il semplice fatto, che Dante finché non incontra il suo alter ego Pier Dalla Vigna, non sa cosa sia la Fortuna in senso greco, lo conoscerà solo nel VII canto. Entrambi, secondo Dante, accusati ingiustamente di tradimento (uno nei confronti di Federico II, l’altro di Firenze) non hanno avuto la fortuna dalla loro parte, quindi non è detto che essa si dimostri durante la vita terrena. Quello di cui parlo io è la maieutica, ovvero si può ciò che si vuole, di crescita personale: vuolsi così colà, dove si puote

J: questo è un viaggio di redenzione, ma secondo te può esserlo per tutti?

A: Assolutamente sì, appena si capisce che questo viaggio è nella coscienza umana, ognuno di noi può farlo per sé e può uscire dal suo inferno fino al raggiungimento del proprio paradiso. Proprio questo è rendere Dante contemporaneo, farlo tuo e anche l’attore in questo caso ha una funzione: dare struttura al personaggio, per far capire questo messaggio. Anche a me è stato utile sono passato da un inizio nella selva oscura, fino al viaggio che sto percorrendo per il raggiungimento della comunione con il creato ed è proprio questo che auguro a tutti: trovare la propria strada per arrivare all’assoluta empatia con il mondo.

Quattro chiacchiere con Emanuele Dainotti

Doveva essere una semplice intervista con un artista, invece parlare con Emanuele è stato molto di più: è stato rigenerante e rinfrescante. Abbandonando le sovrastrutture artistiche, ricostruire una realtà e un mondo che sembra così lontano eppure così vicino a noi, il vero mondo della nuova arte. Si è parlato un sacco, la sintesi della sintesi spero possa essere abbastanza per entrare nel VERO mondo delle mostre e della sfavillante arte contemporanea, che si spera riesca a dare nuova vitalità ad un mondo, che sta continuando ad evolversi. Tra parole, spiegazione e parte dell’intervista cercherò di farvi conoscere Emanuele e farvi capire perché sono rimasta stregata dalla sua arte.

di Jessica Caminiti

Per conoscerlo forse la scelta migliore è introdurlo dalle sue parole: sintesi, loop e finitudine. 

Jessica: dai tuoi video si comprende bene perché tu abbia scelto parole come sintesi e loop, molte volte infatti i personaggi entrano in un misterioso ed eterno ritorno nella realtà senza possibilità di redenzione, ma ci puoi spiegare meglio cosa intendi per finitudine? Una parola purtroppo caduta in disuso nell’italiano corrente.

Emanuele: È un tendere all’idea di fine, ma non si esaurisce qui. Non è la fine, ma una possibilità. É la continua ricerca umana di uno stato che trascenda le nostre possibilità, l’incapacità di concepire la mancanza di una soluzione.

Frame di SAN NEPOMUCENO. Video rappresentativo delle parole indicate da Emanuele

J: Se la scelta di abitare ad Anversa è dettata dalla ricerca di terreno fertile, della nuova New York (mi sento dentro futurama) o della Nuova Berlino dell’arte contemporanea, la scelta di scappare dall’Italia è ancora più meditata e ricercata per sfuggire all’agio, che gli scorsi decenni hanno portato all’interno del panorama del Bel Paese

E: Esattamente, ero alla ricerca di un terreno più fertile. Avevo bisogno di trovarmi in una situazione scomoda, che mi permettesse di aprirmi a nuove visioni e soprattutto di confrontarmi con qualcosa che non mi è consono e chiaro. Inoltre il lavoro di un artista ha bisogno di spazio, tempo e attenzione. Questi tre elementi sono molto più reperibili fuori dall’Italia soprattutto quando si parla di under 35. In generale si percepisce la voglia di coltivare più che di celebrare.

J: si nota, che in realtà di artisti italiani famosi nel campo contemporaneo ce ne sono pochi..

E: Le personalità più interessanti degli ultimi trent’anni si sono quasi sempre formate o affermate fuori dai confini italiani, vedi Cattelan e Beecroft, giusto per citare due tra i più conosciuti. Se ne sono andati, magari anche per tornare in seguito.

J: ma ci racconti qualcosa di te, da cosa hai iniziato, chi ti ha ispirato…

E: Mi sono avvicinato all’arte inizialmente tramite una passione per la scultura e questo ha sicuramente influenzato il mio approccio formale al video. Ma più che all’arte visiva, in senso stretto, ho sempre rivolto il mio interesse alla letteratura, la filosofia, il cinema e la musica.

Se dovessi darti dei nomi dovrebbero essere scrittori più che artisti.

J: Ispirazione  concretezza possono essere espresse nelle maniere più imprevedibili e impensabili, i supporti e le modalità possono essere diverse, ma quello che importa molto a volte è il racconto e la nave che continua a navigare tra flutti e frangiflutti della mente: Emanuele molte volte prende come punto di riferimento libri e racconti, che possono interagire con la realtà che lo circonda e la sua arte. Un esempio può essere Onetti: il suo magico e spettrale mondo uruguaiano in cui il nostro artista è stato ha preso forma nei suoi video

frame da SANTA MARÍA

E: Nel 2018 sono stato per cinque settimane in una residenza artistica in Uruguay dove ho sviluppato una serie di lavori ambientati nella città di Santa Marìa. Santa Marìa è la città immaginaria dello scrittore uruguaiano Onetti. Ed è la stessa città, mash-up tra Montevideo e Buenos Aires, che ha preso realmente vita non appena sono arrivato in Uruguay. Quello che ho percepito è proprio l’atmosfera ricreata da Onetti, fatta di marginalità e di loop infiniti, di vita, di morte, di rinascita. Uno dei lavori si intitola proprio SANTA MARÍA (2018), è un’installazione video potenzialmente infinita, un loop continuo, composto da tre differenti loop che si accavallano e si contorcono vicendevolmente. 

J: è un’incertezza, una scoperta continua, non ti spaventa?

E: Più che altro mi eccita. Tendo ad essere parecchio puntuale e perfezionista, sicuramente non uno sperimentatore. Mi piace studiare, riempire quaderni, e solo nel momento in cui visualizzo in maniera efficace il tutto riesco a passare alla formalizzazione. Un’idea può prendermi mesi o anche anni, ma la realizzazione deve essere velocissima. Spesso lavoro con performer o in generale con persone o agenti sui quali non ho mai pieno controllo, per questo ho il bisogno di creare un terreno solido su cui farli muovere. Non do molte indicazioni alle persone con cui lavoro, ma faccio in modo che si scontrino con le idee che ho disseminato nel luogo dove avvengono le riprese.

J: qual è la cosa più importante per te all’interno dei tuoi lavori? Non essendo attori professionisti cosa cerchi in loro e cosa trovi? La difficoltà di creare un momento, di proporre un personaggio, una storia è un grande impegno non solo fisico, ma più che altro mentale.

E: Non chiedo mai di interpretare dei personaggi, l’impegno sta nel fatto che chiedo una cooperazione. Mi interessano le atmosfere e le relazioni che si possono creare tra i vari agenti. Non sono da solo in fase di scrittura e allo stesso modo durante la produzione e la distribuzione del lavoro. Gli elementi che compongono un lavoro non si risolvono esclusivamente attorno a me e il lavoro stesso. 

Frame di Genesi di una luce al buio

J: Ecco cosa è stato parlare con Emanuele, un continuo racconto e un gioioso scambio di opinioni tra due Italiani persi nel mondo. Vorrei raccontarvi ancora mille cose di questa chiamata, ma purtroppo il tempo è nefasto e anche le battute di un articolo non possono essere infinite, quindi come chiudere? Chiedendo come sempre: e adesso Emanuele?

E: Goeie vraag! ti risponderebbero ad Antwerpen. Sto lavorando alla mia prima personale in Belgio, che inaugurerà a giugno a Gent. Oltre a quello sto sviluppando un nuovo progetto legato alla realtà virtuale che continua la mia ricerca sul loop e sulle relazioni tra installazioni video e fruitori.

Possono assicurare che i suoi video sono già avvolgenti: tra i quattro video di Santa Maria la storia sembra la tua, sei a viaggiare disperso nel mare all’interno della villa, sei un detective, una donna, un uomo, un individuo, che in qualche maniera è lì. Le parole rispetto all’arte vissuta sulla propria pelle, lo sappiamo, sono riduttive. Potrei raccontarvi i suoi video, ma non reggerebbero il confronto con la vista di essi: il tempo si dilata e restringe e si è immersi nella bolla dell’arte, che può realmente portare in qualsiasi altra realtà.

Un caffè con GIUSEPPE TRINGALI

Oggi rotoliamo verso sud, attraversiamo il mare e giungiamo in Sicilia, dove conosciamo Giuseppe Tringali, artista classe 1984, laureato presso l’Accademia di Belle Arti di Catania, la cui ricerca artistica si basa su una lettura personale del linguaggio pittorico, attraverso il quale esprimere il proprio vissuto e i propri valori. Andiamo a scoprire qualcosa di più!

di Jessica Colaianni

Dal prifilo ufficiale instagram di Giuseppe

JESSICA: Parlaci un po’ della tua formazione e dei tuoi principali campi di interesse. 

GIUSEPPE: Nel 2002 decido di lasciare Caltagirone e la Sicilia per provare a realizzare un sogno nel cassetto, diventare un disegnatore di film d’animazione, scegliendo l’Accademia di Bologna come punto di partenza per la mia formazione. Frequento l’Accademia di Napoli per un breve periodo e nel 2008 mi diplomo in pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Catania. Volevo diventare il nuovo Hayao Miyazaki, ma strada facendo mi sono ritrovato a curare mostre, organizzare eventi artistici, fare installazioni e persino insegnare arti visive. Per quanto possiamo pianificare non si può mai sapere dove ci porta la strada che ci si para davanti.  

J: Viviamo in un’epoca dove sono ormai pochi gli artisti che si dedicano prettamente alla pittura, in che modo ti approcci a questa tecnica? 

G: Il rapporto con la pittura è sempre molto spontaneo ma allo stesso tempo estremamente conflittuale, sono sempre alla ricerca di un linguaggio e una cifra stilistica che appartenga solo a me ed è per questo che in quasi tutte le mie opere è evidente una certa tensione emotiva. In questo senso non sono molto accademico, piuttosto sono anche violento nei confronti dei supporti e della pittura ma in fin dei conti la cosa che più conta è che il risultato rispecchi parte del mio personale vissuto. 

J: Qual è il messaggio che vuoi dare attraverso i tuoi lavori? 

G: Come chiunque altro con i miei lavori vorrei trasmettere la mia personale visione del mondo in cui vivo, i valori in cui mi rispecchio. Mi piacerebbe che le miei opere potessero far riflettere su come, col nostro fare, possiamo essere d’esempio, in positivo o in negativo, nei confronti degli altri. Con i miei dipinti vorrei poter dire di ricercare la profondità e l’essenzialità delle cose, scomponendone la superficie, grattando via gli strati di colore per non ridursi a mera apparenza. 

J: Come si è evoluta negli anni la tua idea di arte? 

G: Continuo a pensare che l’arte debba servire a smuovere le coscienze ed essere motore di processi riflessivi, ma negli ultimi tempi considero l’arte come quel valore aggiunto alla vita di ogni giorno, quel momento da dedicare a sé stessi, scontornato dalla pomposità degli eventi e delle mostre e dalle sovrastrutture culturali, un semplice momento assolutamente personale dove concedersi del tempo, bene prezioso che ai giorni nostri giorni è sempre più raro.  

J: Oltre alle opere su cavalletto ti occupi anche di realizzare delle opere murali su commissione, come si legano alla tua produzione principale? Si pongono in linea agli altri tuoi lavori nella scelta sia della tecnica che dei temi o ti approcci in un modo completamente differente?  

G: Ci tengo a precisare che non sono uno Street artist, proprio perché l’arte di strada ha un suo codice ben preciso, io sono un pittore che dipinge su qualsiasi superficie gli venga messa a disposizione, quindi anche sui muri. Il processo di creazione di un murale si basa principalmente su un primo studio del contesto dove verrà inserito e ovviamente cambiano anche i medium con cui intervengo sulle superfici, prediligendo spray, quarzo e acrilici. Per quanto riguarda lo stato d’animo con cui affronto un muro invece è totalmente diverso da quello che ho quando sono in studio, sono molto più disteso e rilassato, direi quasi giocoso, sarà per la possibilità di avere spazi più grandi sui quali intervenire e ho la possibilità di estendere al massimo il gesto pittorico. Ciò che scelgo di dipingere sui muri non si discosta molto dalla mia produzione principale, c’è sempre un filo conduttore che lega tutte le mie opere, quasi come se ogni soggetto che scelgo di dipingere automaticamente fa germinare l’idea per il quello successivo, ognuno di questi soggetti rappresenta parte del mio vissuto e si fa portatore di un messaggio positivo da lasciare impresso specialmente in strada. Per quanto riguarda le commissioni invece, beh, quelle sono commissioni. 

J: Raccontaci un po’ della tua ultima mostra, #Storie, personale realizzata per la Galleria L’Altro Artecontemporanea di Palermo. Per quale motivo il formato scelto per i ritratti è rotondo e non il classico quadrato?

G: Il mio lavoro come artista è una ricerca continua, non sono mai soddisfatto, qualcuno dice che questa sia una buona cosa, perciò cerco sempre di rinnovarmi per poi tornare a bozzetti di qualche anno prima, non passa giorno senza che abbia macchie di vernice addosso. L’ultima mia personale #Storie è un progetto semplice, si tratta di 35 Ri_tratti di uomini e donne siciliane vissuti in un arco di tempo che va dal 1984 (anno della mia nascita) al 2019. 35 anni appunto. 35 anni di storie positive, storie che vale la pena raccontare, che possono essere spunto positivo per le generazioni più giovani, in controtendenza con le #stories dei social, che durano appena 24 ore, che raccontano spesso di superficialità ed effimera apparenza e che mirano soltanto ad ottenere consensi ed approvazione meramente virtuale. Ho scelto di ritrarre i volti di personaggi noti ed altri un po’ più di nicchia ma che hanno contribuito alla storia della nostra Isola, hanno permesso di ricostruire se vogliamo un ritratto positivo, non legato necessariamente allo stereotipo di mafia, carretti e fichi d’india. Il formato è un chiaro richiamo all’avatar del mondo social, quasi un tasto retroilluminato che spunta dalla parete e che viene voglia di schiacciare per scoprire quale nuova finestra si può aprire. 

J: Ti va di darci qualche spoiler sui tuoi progetti nell’immediato futuro? 

G: Finora ho raccolto critiche positive nel mio territorio ma non sono riuscito a varcare i confini dell’isola col mio lavoro, probabilmente perché il mio linguaggio è rimasto troppo legato alla mia sicilianità. In questo momento sto lavorando ad un progetto che spero possa rendere la mia pittura e il messaggio che essa porta universalmente valido e quindi più spendibile fuori dalla Sicilia. 

Ringraziamo Giuseppe Tringali per averci concesso questa intervista e gli auguriamo di realizzare tutti i suoi progetti futuri, speriamo che vi abbia fatto piacere conoscere questo nuovo artista e vi consigliamo, se non volete perdervi i suoi lavori, di seguire la sua pagina instagram (https://www.instagram.com/giuseart/?hl=it)!