La potenza della videoarte, un’intervista con Daniele Costa

Andrea: Daniele Costa, classe 1992, laurea al DAMS e poi ad Arti Visive allo IUAV, videoartista. Nel 2016 vincitore del 1° Premio 100esima collettiva giovani artisti Fondazione Bevilacqua La Masa. Ma chi è Daniele? E da dove è iniziata la tua passione per l’arte?

Daniele: Fin da quando ero bambino, sono sempre rimasto affascinato e rimango tuttora conquistato dai film. Ho una passione spasmodica per tutto ciò che si muove all’interno di uno schermo e il cinema è stato a tutto gli effetti il primo aggancio all’idea di arte e movimento. E soprattutto con l’idea di raccogliere tempo. Utilizzare un dispositivo che raccoglie del tempo che viene poi rielaborato e che a sua volta genera del tempo è un aspetto che continua ad affascinarmi. Accade che all’università seguo il corso di Guido Bartorelli (Storia dell’arte contemporanea ndr) che sin dall’inizio è un colpo al cuore. Da quel primo nostro incontro, il sodalizio con lui continua tuttora e ho anche avuto il piacere di vederlo presentare uno dei miei lavori al cinema Porto Astra. Ricordo che durante il corso, Bartorelli aveva un modo di raccontare l’arte che scardinava i paletti istituzionali, ti faceva entrare in dinamiche di interpretazione estremamente diverse da tutte quelle più convenzionali, così mi si è aperto un mondo.

Daniele Costa

A: Cosa ricerchi in ciò che andrai a filmare? Esiste un filo rosso che lega le tue opere?

D: Parte della mia ricerca verte sulla corrispondenza tra dispositivo video e corpo umano: entrambi accatastano esperienza e quindi tempo, lo rielaborano e lo rigettano fuori in modalità molto simili. All’inizio utilizzavo il video principalmente come mezzo, era pura sperimentazione. Giravo dei video molto corti dove il cuore erano le modalità di ripresa, oppure ciò che il video raccoglieva dentro di sé, o la trasposizione metaforica tra il video e l’esterno. Ho dovuto elaborare un percorso di conoscenza e scoperta graduale del mezzo che avevo in mano. Quando poi sono passato allo IUAV a Venezia, l’impostazione era molto più attiva e votata al produrre. Il corso tenuto da Angela Vettese (Teoria e critica dell’arte contemporanea ndr) richiedeva una modalità processuale dove era necessario capire velocemente dove arrivare e come. Angela è un mostro sacro dell’arte e con lei sono uscito dalla mia fase sperimentale: i lavori hanno così preso corpo in una modalità di racconto secondo la quale narrativa e storytelling sono entrati nella mia pratica. Non direi che il mio percorso di ricerca abbia cambiato metodologia nel tempo: il punto d’inizio è rimasto lo studio del corpo che da raccoglitore misero di tempo è poi diventato un ponte di collegamento con le storie delle persone che incontravo. Queste storie nascono dal fissarsi su un percorso di ricerca ben preciso. 

Uno dei miei primi lavori (Corto “Spazio Morto”, vincitore della 100esima collettiva giovani artisti Fondazione Bevilacqua La Masa, ndr) mi ha permesso poi di fare una serie di giri ad appena 24 anni, sbloccandomi porte che fino ad allora non conoscevo così bene. E poi l’approdo al pianeta Venezia fa sì che si entri in contatto con artisti che masticano un linguaggio diverso. E quindi la crescita, lo scambio e la contaminazione sono stati esponenziali. Per fare un esempio di come nascono le storie di miei corti, Spazio Morto (2016) è un lavoro che raccoglie il tempo di una persona incontrata involontariamente, quasi per caso. Stavo immaginando e facendo un sopralluogo per un altro lavoro, ero insieme a Valentina Furian, artista amica, inizia a piovere e ci rifugiamo nelle casette dei bagnini dove abbiamo incontrato Papis, immigrato senegalese che si Lavorava come bagnino di terra ai bagni alberino, vicino aveva il suo orto e una capanna costruita sul mare, un orto e una capanna. Da lì ho capito che il processo è la parte più importante, soprattutto nell’arte contemporanea: rappresenta la chiave per farti vedere le cose in maniera diversa. L’arte non fa sì che tu compia miracoli ma deve attivare dei processi di visione che nella tua vita non faresti accadere spontaneamente, quindi dev’essere un modo per far saltare in aria qualcosa dentro di te, nella tua testa e nei tuoi occhi. Tutte le altre storie sono state una sorta di succedersi spontaneo e naturale all’interno del mio percorso di ricerca.

A: Iniziamo da una delle tue ultime opere in ordine cronologico ovvero “X – Meet the Unknown”, che si dispiega attorno alla piccola cittadina di Lago, appena 1000 abitanti. Qual è la genesi di questo tuo lavoro?

X è un segno grafico ed è un lavoro che nasce a luglio 2020. Uno dei miei corti era in concorso al Lago Film Festival ed ero stato invitato da Alfredo Agostinelli a seguire un workshop con i curatori del Cruising Pavillion della Biennale 2018. Il workshop prevedeva un confronto tra la piccola cittadina di Lago e il festival di cinema indipendente. Sullo sfondo, la figura del lago, nella sua immagine patinata da cartolina ma anche nella sua realtà più inquietante intrisa di leggende.

Ho una processualità lunga, avendo io bisogno di molto tempo per calarmi e per poter vedere le cose in un determinato modo. Questo perché odio il banale e ciò che non è ragionato o ricercato. Ero quindi immerso in un processo assolutamente osservativo in linea con la mia ricerca e il mio progetto: l’idea di base era installare delle camere di sorveglianza, lungo il perimetro del lago per capire ciò che vi succedeva. Iniziavo così la residenza di un anno. La mia modalità prevede che io divida il tempo in modo da poter entrare e uscire dalla realtà, alternando periodi di immersione a fasi di allontanamento per riequilibrare la mia prospettiva. Ero partito a novembre per 3-4 giorni e così ogni mese sono tornato fino a febbraio per concludere poi il lavoro a maggio.

fotogramma di X

Ad un certo punto, nell’osservare il lago, capisco che vi è anche una sorta di contraltare. Muovendomi in mezzo alla comunità vengo portato verso Doriano, un ragazzo che vive in una dimensione a lui molto stretta. Sembra diverso rispetto al contesto chiuso e diffidente della provincia ma resta a tutti gli effetti un figlio della provincia. È una diversità che si allontana e si attrae, perfettamente calata, come perfettamente avulsa. Mi sono trovato quasi ad aprire una matrioska dopo l’altra: il lago cadeva dentro Doriano che cadeva dentro la realtà che cadeva a sua volta dentro altro. Di questo progetto ho tanto apprezzato il coinvolgimento con Doriano, si è innestata una modalità secondo cui io non stavo più facendo un lavoro su di lui ma stavamo facendo un lavoro insieme

X è il mio primo lavoro in cui c’è molto parlato, avvicinandosi quasi ad un documentario. Allo stesso modo non c’è una definizione di una narrativa precisa che arrivi in un punto calato ma c’è un veicolarsi del tempo all’interno di un racconto che appare sfasato, molto goffo, cucito su misura per Doriano, mentre racconta, per esempio, della sua vita da sarto o del lavoro in un lanificio della zona. X in effetti è stato un percorso abbastanza diverso, un primo step verso una maniera nuova di ragionare sul mio lavoro. 

A: In X abbiamo notato la tua volontà di offrire uno sguardo “altro”, disincantato, più cupo e inquieto, rispetto alla canonica immagine del lago. La provincia, in cui il tempo è scandito da tempi ciclici e ripetitivi, fa da sfondo a molte tue opere? Cosa rappresenta per te la provincia?

Ho sentito dire che “la provincia ci ha mangiato”. Un po’ tutti noi siamo figli della provincia, che non ha per me un’accezione necessariamente negativa. Siamo figli di luoghi che in qualche modo ci respingono e ci trattengono. Io sono convinto che se non fossi nato qui, in un determinato contesto, avrei un’altra modalità di visione delle cose. Per me poi la provincia è essere figli di qualcosa, identificarsi con quel qualcosa. Non per forza ci fa del bene, ma ci custodisce e ci tiene lì. Nei miei lavori la provincia c’è perché io seguo un percorso visivo che non ricami ma osservi la realtà con occhi diversi. Riguardo al ritmo ciclico del tempo della provincia, secondo me questa è la bellezza del poter osservare senza dover comporre qualcosa ogni volta! Ci hanno insegnato che, se vediamo qualcosa, dobbiamo riuscire a partire da un punto A per arrivare ad un punto B ed in mezzo costruirci qualcosa. E questo può essere vero come no, dipende dal registro all’interno di ciascuno di noi cosicché quello che per me è un ciclo finito per te potrebbe essere un ciclo mai iniziato: ecco, la provincia è il collettore di tutto questo. E nei miei lavori lascio che il tempo non abbia mai fine.

A: Un tema chiave dei tuoi video è la marginalità. Basti pensare ad Elisa, ragazza non vedente copilota di rally (Circuito) o all’immigrato senegalese Papis impiegato nei bagni Alberoni di Jesolo (Spazio Morto) o a Renzo, tuo padre, costretto a convivere di notte con la macchina per la dialisi (Harmony) o a Doriano, omosessuale e artista in un paesino di poche anime (X). Quelli citati sono tutti esempi virtuosi di persone che vivono attivamente la propria specifica condizione? 

Non credo che il lavoro su Papis, Elisa e su mio padre siano degli esempi virtuosi, non c’è l’esaltazione di nessuna condizione per dire che qualcuno è migliore di qualcun altro. C’è solo una modalità di affacciarsi sul reale e renderlo visibile. 

Fotogramma di Harmony

A: Abbiamo notato che negli ultimi corti hai privilegiato protagonisti che si raccontano: ne emerge un taglio più personale, intimo e umano. Come mai questa scelta? È una cosa su cui vorrai insistere o consideri questi lavori delle eccezioni?

Posso anticiparvi che c’è un lavoro in corso ma non posso ancora rivelarvi molto. Il progetto prevede un racconto attorno alla tematica del trauma nel campo psichiatrico, e l’idea è di mettere i discorsi al centro senza quasi nessuna immagine. 

Doriano rientra nella mia ricerca in una modalità che non è un dialogo-intervista quanto piuttosto un racconto – flusso di coscienza. In tale situazione non hai margini ben precisi entro cui stare e quindi la realtà ti viene incontro rompendo paletti e aprendo carreggiate sempre più ampie. 

Il lavoro che inizierò a breve a Torino, ad esempio, è un lavoro più installativo, me lo immagino più fermo, cioè fatto di sguardi che vanno su una realtà che è talmente tanto ampia, che riuscire a incanalarla è difficilissimo. Porta Palazzo a Torino è un quartiere bellissimo, ospita uno dei mercati più grandi d’Europa. Io entrerò in quel contesto da completo estraneo e, anche se rimanessi lì 6 anni, non riuscirei a capire totalmente, immaginatevi avere due settimane per estrapolare qualcosa! In questo caso la ricerca si ferma alla modalità con cui io entro in quella realtà, che magari poi potrà aprire delle porte verso una visione più ampia.

Con Doriano è stato tutto molto naturale, non ho pensato “Ora mi siedo davanti ad una persona e faccio delle domande a tavolino”. Ci siamo trovati due volte e abbiamo parlato insieme. In X la camera non ha quasi valore, è secondaria, lui era spesso sfocato perchè a me non interessava mettere a fuoco la sua figura. Il fuoco era un punto quasi casuale. Se avessi cercato la messa a fuoco perfetta in ogni istante, avrei perso Doriano.

A: In Spazio Morto (2016) immortali la routine di un immigrato senegalese, sospeso tra orto, capanna e lavoro in spiaggia. Oggi avresti girato il video nello stesso modo? Gli avresti dato voce, facendogli raccontare la sua realtà a parole?

Fotogramma di Spazio morto

No, non potrei rifarlo. Lì il discorso non c’era, in 8 mesi io e Papis abbiamo costruito un rapporto di un certo tipo in cui lui mi portava a vedere delle cose, facendomi entrare nella sua realtà. Tutti i dati che ho raccolto su di lui non me li ha nemmeno raccontati lui. Papis non aveva la necessità di dire delle cose e io non volevo forzare il racconto.

Harmony descrive la routine di tuo padre Renzo, 70 anni, costretto a convivere la notte con la macchina per la dialisi. Il video offre il fianco a riflessioni circa la precarietà della vita, l’importanza di vivere ogni istante del tempo che si ha a disposizione, e il legame indissolubile tra vita e malattia. Com’è stato girare un corto che ti tocca così da vicino e questo lavoro ti ha portato a guardare tuo padre con occhi diversi?

Il lavoro Harmony, su mio papà, è uno di quelli a cui tengo di più: mai avrei pensato di farlo. Ho un rapporto talvolta conflittuale con i miei genitori che, avendo 45 anni in più di me, sono portatori naturalmente di una visione diversa dalla mia. È successo che, mentre stavamo seduti in auto, lui iniziava a dire delle pillole e io le raccoglievo.  Il lavoro è stato un pugno sullo stomaco.  Con mio padre ho sempre avuto un rapporto unico nel suo genere. La differenza d’età e il vissuto diverso inevitabilmente si fanno sentire. È innegabile che ci siano anche visioni diverse: il percorso che sto facendo, per esempio. Nella provincia veneta, l’idea di fare l’artista non è così scontata e naturale, anche se ora i miei genitori iniziano a capire. 

Quando ho vinto la residenza di GAM e Fondazione Spinola Banna la tematica era perfetta. Parlando con la curatrice, Caterina Benvegnù, ho realizzato che la tematica che stavamo affrontando, il diario e la costruzione di un tempo giornaliero scandito, si sposava perfettamente con la storia di mio padre, costretto a scandire il proprio tempo seguendo il ritmo della macchina della dialisi. Mio padre è la provincia, è quell’idea di restare aggrappati ad un tempo solido, che restituisca i frutti prodotti. Quando la tua immagine viene in qualche modo rotta, interrotta o frammentata da qualcosa che non puoi controllare, tutto viene rimesso in discussione. 

Tra l’altro, per Harmony (2019), sto collaborando con un curatore (Nicolas Ballario, curatore del settore arte di Rolling Stone Magazine, ndr) per portare l’opera nei maggiori musei italiani.

A: A breve partirai per Torino per una nuova residenza, quali progetti hai in serbo per futuro e quali sono i tuoi sogni?

Per quanto riguarda i miei impegni futuri, a Torino andrò a fare una residenza prevista inizialmente a marzo. Sarò nel quartiere multietnico di Porta Palazzo e il progetto originale voleva abbracciare le storie di persone su piani diversi del condominio per poi unirle insieme. Il Covid ha cambiato totalmente l’humus umano, per cui la mia attenzione si è spostata su come il movimento delle persone sia cambiato, su come i flussi di persone siano estremamente rarefatti in un contesto come quello del mercato che è luogo di scambi e incontri per antonomasia. Dal punto di vista tecnico, sto utilizzando la photo trap, un dispositivo utilizzato anche per immortalare gli animali.

E noi facciamo i nostri migliori auguri a Daniele, ringraziandolo di cuore per la disponibilità con cui ha risposto al nostro invito!

La Madonnina che tutti abbiamo in casa

Tutti noi la conosciamo, l’abbiamo almeno una volta vista o ammirata a casa della nonna o su qualche santino. Non a caso è una delle Madonne più conosciute e riprodotte al mondo, però la sua storia è piuttosto particolare.

di Silvia Michelotto

Roberto Ferruzzi nacque nel 1853 a Sebenico, in Dalmazia, all’epoca territorio veneziano. Sue padre era un avvocato nonché un amministratore territoriale e questo, all’epoca, significava che anche il figlio avrebbe fatto lo stesso identico mestiere. Raramente, infatti, la progenie poteva discostarsi più di tanto dalla professione dei genitori, erano spinti, al contrario, a continuare la tradizione di famiglia.

Roberto Ferruzzi (1853-1934)
una versione dell’opera

Roberto si trasferì, così, a Padova dove divenne appunto studente di Giurisprudenza, ma la sua passione per il disegno e per la pittura non lo abbandonò, tanto che nel 1870 si spostò a Luvigliano, un quartiere di Torreglia, una città che si espande ai piedi dei Colli Euganei. Qui, immerso in una natura quasi bucolica, si dedica totalmente alla sua passione per la pittura e crea un consorzio per gli artisti, un piccolo gruppo in cui ci si poteva scambiare idee e opinioni. 

Realizzerà moltissime opere in questi anni, ma di sicuro la più famosa è lei: la Maternità. Infatti, fu solo successivamente che il quadro ricevette una valenza religiosa, ma la sua origine era puramente atea. Ma andiamo con ordine!

Ad ispirare l’opera fu una bambina, Angelina Cian, di appena dieci anni, la secondogenita di una covata di quindici figli, la quale  teneva in braccio il più piccolo dei suoi fratelli. Questa scena richiama la dura e triste situazione delle campagne venete di inizio Novecento: i figli erano l’unica ricchezza che i poveri contadini avevano, erano manodopera gratuita che poteva essere usata, sin dalla giovane età, nei campi o che potevano portare dei guadagni extra se riuscivano a trovare lavoro da terzi. Angelina, in quel periodo, era lasciata a casa ad accudire i fratelli minori mentre i genitori erano occupati nel lavoro. Ferruzzi rimase affascinato dalla serietà del suo giovane volto e decise di dipingerla, sublimando le fatiche della sua vita e rendendola quasi l’emblema della condizioni di estrema povertà della sua terra, che basava la sua fortuna proprio sulla capacità delle donne di procreare braccia forti, adatte a lavorare la terra.  Poco importava la loro età.

immagine d’epoca della Biennale di Venezia nei primi del Novecento

Il quadro, di una dolcezza e delicatezza unica, fu portato alla seconda edizione della Biennale di Venezia (1897) e vinse la competizione quasi all’unanimità. Il volto di Angelina aveva rapito i cuori di molti che cominciarono a vedere in quella Maternità non il volto di una contadinella qualsiasi ma quello della Vergine, probabilmente anche grazie alla luminosità, quasi dorata e sacrale, del velo che le copre la testa. Ovviamente il successo fu tale che l’opera ebbe una fila incredibile di acquirenti, pronti a sborsare veri e propri patrimoni per potersela accaparrare. A vincere questa corsa all’offerta migliore furono i fratelli Alinari , due fotografi fiorentini, coloro che permisero che questa immagine entrasse in tutti i modi nelle nostre case. I due, infatti, videro un doppio guadagno nel possedere l’opera: il primo era il possedere i diritti di riproduzione di questa, che fu, appunto, riproposta in ogni modo e con le più numerose variazioni (ponendo la figura contro un muro di diversi colori oppure a sfondi monocromatici, rendere più o meno luminose le vesti o togliere, addirittura, le decorazioni del foulard), il secondo guadagno era rivenderla, tenendosi ben stretti, però, i diritti di cui abbiamo parlato poc’anzi.

I due fotografi trovarono in un ambasciatore americano il giusto acquirente, ma purtroppo, nel momento stesso in cui l’opera salpò per raggiungere il Nuovo Mondo se ne persero le tracce. C’è chi ipotizza sia finita in Pennsylvania, all’interno di una collezione privata, chi, invece, pensa che la nave che la trasportava sia stata affondata, nel corso della Seconda Guerra Mondiale, dai tedeschi. Di certo è strano che un’opera così amata ed entrata nell’immaginario comune si sia volatilizzata e che non esistano notizie certe proprio sull’affondamento di un’imbarcazione con un tale tesoro al suo interno. Ma durante la guerra, si sa, non si hanno le stesse priorità di quando si è in pace.

Luvignano, comunque, tuttora non demorde e spera che un giorno la sua Madonnina ritorni a casa e possa fare bella mostra di sé tra le mura dell’abitazione-museo di Ferruzzi.

un’altra versione della famosa opera

Già così la storia è triste, a livello storico artistico, ma a livello umano le tragedie intorno a questo quadro non sono ancora finite. Spostiamo lo sguardo verso la fanciulla che posò e che divenne il volto della Vergine inaspettatamente: Angelina. La giovane si trasferì poco dopo aver posato per il Ferruzzi a Venezia, dove si sposò con Antonio Bovo. Alla ricerca di maggior fortuna i due, nel 1906, migrarono in America, sperando di vivere il sogno americano che, già in quegli anni, riempiva le fantasie dei più.

Qui Angelina costruisce una nuova e numerosa famiglia, composta da lei, il marito e i dieci figli. Purtroppo la favola finì bruscamente quando, nel 1929, Antonio muore e lei si trova con troppe bocche da sfamare e senza un lavoro. La fragile mente della donna crolla e viene ricoverata in manicomio, mentre i figli vengono affidati a un orfanotrofio dove cresceranno.

La secondogenita, Maria, sceglierà da adulta la via della vocazione, prendendo il nome di suor Angela Maria in onore della madre che morì a inizio degli anni Settanta, senza aver più lasciato l’ospedale. Decisa a ricostruire la storia della sua famiglia di cui conosceva poco, visto il silenzio della madre, la suora si recò a Venezia dove incontrò alcune anziane parenti. Furono loro a raccontarle la storia del quadro e di come questo fosse diventato così famoso, chiudendo, finalmente, il cerchio.

Può sembrare quasi poetico il fatto che la figlia di colei che diede il volto alla più famosa Madonna di tutti i tempi sia diventata suora, quasi a investire la famiglia Cian di un destino quasi miracoloso e dedito alla fede, ma fa un po’ rabbia pensare che, Angelina, quel volto che ammiriamo ovunque, morì povera e sola in un manicomio. I diritti d’immagine all’epoca erano molto blandi e imperfetti, concentrati solo su alcuni aspetti e non certamente sui diritti dei modelli che posavano. Il volto di Angelina è in tutte le case del mondo, eppure lei di questo grande successo non ha guadagnato assolutamente nulla se non il ricordo perpetuato dalla sua famiglia e dal quartiere di Luvigliano.

Fonti:

-A.Socci, Il mistero della Madonna più conosciuta al mondo. Un groviglio di vite che sfiora anche Pablo Neruda, https://www.antoniosocci.com/il-mistero-della-madonnina-piu-conosciuta-del-mondo-un-groviglio-di-vite-che-sfiora-anche-pablo-neruda/

http://www.luvigliano.it/storia/madonnina.htm

https://www.alinari.it/it/news/1012420/il-mistero-della-madonnina-col-bambino

L’arte come specchio di vita

My Bed di Tracey Emin è una di quelle opere che per anni hanno fatto parlare di sé, forse tuttora è centro di discussioni e domande, ma il fulcro rimane uno, forse quello snodo centrale che si supera solo se si va oltre la vista nell’arte contemporanea: ma è solo un letto sfatto? Potevo farlo anch’io!

di Jessica Caminiti

Era il 1999 e My bed, letteralmente il mio letto, è una delle opere finaliste per la vittoria del Turner prize, importante premio per i giovani artisti inglesi, e Tracey si ritrovò non solo a spiegare cosa esso rappresentasse, ma anche a dover rispondere alle mille critiche che ricevette: “perché l’hai fatto?”, “Tutti potrebbero farlo” a cui lei semplicemente diceva:

“Beh, non l’hanno fatto, vero? Nessuno l’ha fatto prima di me”

L’arte non è la prima volta che incontra la vita privata degli artisti, dunque non è la prima opera nata da questo binomio. Il letto diventa specchio della vita dell’artista, diventa quasi la sua anima: come una moderna Dorian Gray affida il suo spirito, distaccato, al letto, che diventa opera e rappresentazione di quei giorni trascorsi.

L’opera nasce in un periodo particolare per l’artista, in cui gioia e dolore, benessere e malessere, si mischiarono e la portarono a sprofondare in delle giornate depressive, in cui il letto fu la sua intera casa e la sua tana protettiva.

Parlo di specchio, uno specchio che a detta sua non vede più come il suo riflesso: vede una ragazza giovane, lontana dalla sua vita, che era dedita a piaceri, che adesso sono distanti da lei e dal suo modo di concepire la Vita. Gli oggetti sono ovviamente i più strani, quelli a cui, in qualche maniera, ci affidiamo quando si parla di breakdown mentale: contraccettivi che ora non usa non avendo rapporti, sigarette che da anni non fuma, alcool che non fa parte più dei suoi vizi (in più lei stessa ammette che non bevesse superalcolici, quindi potrebbero non essere suoi) e oggetti personali come la sua cintura, che ora riesce ad avvolgere solo una sua coscia.

Appena si alzò dal letto e vide quello che c’era si rese conto di cosa esso avesse rappresentato per lei: era stato la sua ancora di salvezza, le ha permesso di perdersi in un posto protetto e in quel momento preciso momento esso stesso divenne un vecchio ricordo. Un ricordo sfuocato, mosso e scomposto come il letto stesso è, come la sua vita stessa era: solo attraverso il distacco e l’esposizione sembrava possibile una catarsi.

My Bed di T. Emin (1997)

Dopo tante opere, dopo la sparizione dell’arte come racconto lineare, questo lavoro della Emin desta ancora sospetto e gioca con l’immaginazione delle persone: cosa avrà fatto? Come mai tutti quegli oggetti sono sparsi tra le lenzuola e per terra?

La curiosità che da sempre ci contraddistingue come essere umano porta a farsi domande sulla nascita dell’opera e di conseguenza pensare ed immaginare la vita stessa dell’artista. Forse ci fa paura questa intimità così spinta e così esplicita: troviamo la cintura sopracitata, che l’artista stessa racconta essere stata la sua preferita, ma che ora è troppo stretta, la usava solo come indumento? Ogni vizio esposto era veramente parte imprescindibile della sua personalità? Sì, questo si può dire essere un giovane autoritratto della Emin fatto attraverso oggetti abbandonati e mai più usati. Tutto appare come qualcosa di visto attraverso una serratura, come i quadri della toilette di Cezanne dove guardare è quasi peccaminoso e rende tutto sporco e troppo privato per poter definire esso arte.

particolare dell’opera

Anche per l’artista My bed non è nato come opera d’arte: se ne accorta solo nel momento in cui ha abbandonato questa postazione con tutti i suoi oggetti sparsi tra le lenzuola e sul pavimento ed è tornata a vivere, il suo letto era perfetto come opera per lo spazio bianco delle nuove gallerie e dei nuovi musei contemporanei. La rappresentazione perfetta della vita e del suo continuo movimento: niente è regolare, fasi emotive e di vita possono sovrapporsi e i nostri tratti caratteriali possono scontrarsi tra loro. L’opera centrale nella stanza si confronta molte volte con altri lavori, come per esempio con Turner o con Francis Bacon. L’artista stessa decide di esporli insieme poiché vede dei collegamenti importanti con questi due grandi artisti. Il primo, del periodo romantico, con i suoi quadri quasi astratti fatti a strisce di colore e macchie ricorda l’arte a lei più contemporanea e i vari strati che il lavoro stesso ha: strati di lenzuola, oggetti buttati, strati di significato. Il secondo, Francis Bacon, visionario artista, si avvicinava alla poetica della Emin per le abitudini e per quello che le opere possono passare agli spettatori: in entrambe si vede smarrimento, ricerca di senso e vuoto, tutto convulso e avvolto in sé, una realtà alternativa a cui si può pienamente partecipare solo se la mente rimane aperta oltre il proprio modo di vedere, oltre l’Io e accoglie la vita, che si cerca di catturare osservando quello che gli altri provano. Guardare eterni pezzi di vita trascorsa per provare a comprendere quel magico ed eterno ritratto, che ci racconta un passato, un sogno, oppure semplicemente una vita lontana, quasi dimenticata.

Tutto iniziò con dei noccioli di pesca…

Una donna si è imposta nel panorama artistico di Bologna nel Cinquecento, giovane, bella, ribelle e talentuosa. Amata da molti e odiata da altre tanti, la sua non è stata una vita facile, ma di sicuro ricca di successo.

di Silvia Michelotto

Numerose sono le donne che hanno avuto un ruolo importante all’interno dei diversi campi del saper, persino Vasari ne riconobbe il loro valore iniziando la biografia dell’artista che sto per narrarvi citando diversi nomi illustri, ma che, purtroppo, non ricevevano la giusta attenzione. E allora lui decide di inserir all’interno delle sue Vite una donna, una sola, e che considerava la migliore scultrice che visse tra il Quattrocento e il Cinquecento: Properzia de’ Rossi.

La scultura non era di sicuro un’arte tipicamente femminile: troppo pesante, polverosa e complessa. Eppure Properzia si impone in questo ambito, considerata la ragazza più bella, virtuosa e talentuosa di Bologna,  si fa spazio in una città che accetta le donne come artiste. Questo centro cittadino si impone sulla Penisola come il più all’avanguardia, in quanto obbliga tutti i cittadini che si dedicano alle arti, anche i nobili e, quindi, anche a coloro che li reputano solo passatempi, a iscriversi alle cooperazioni. Essendo poi una delle capitali del sapere questo viene messo a disposizione di chiunque, compreso il gentil sesso che, fino ad allora, si erano viste negare moltissimi piaceri e diritti.

Ritratto di Properzia de’Rossi sull’edizione delle Vite del 1791
Properzia de Rossi presenta Giuseppe e sua moglie (1822) di Ducis

Ma perché, allora, Properzia è così importante? Solo perché ha fatto sua un’arte totalmente maschile? No, bensì perché lei fu l’apripista di quel gruppo di donne che presto avrebbe lavorato nell’ambiente locale e europeo. Prima di lei solo Caterina de’ Vigri, una monaca pittrice e miniaturista, fu riconosciuta come una vera e propria artista, ricevendo, quindi, anche commissioni; dopo Properzia nel panorama artistico si imposero Lavinia Fontana e Elisabetta Sirani. Entrambe figlie di artisti, firmarono le loro opere (numerosissime) consapevoli del loro valore e con lo scopo di autopromuoversi e richiedere un riconoscimento anche pubblico. Le vite di queste due fanciulle fu molto diverse però: Lavinia ebbe la fortuna di vivere una vita lunga e in perenne viaggio tra le corti europee, con ben 11 figli a cui offrire tanto amore, Elisabetta, invece, morì a soli 27 anni e mai uscì dalla città dalle mura rosse.

Ma torniamo alla nostra Properzia. Lei non era figlia di artisti e, come abbiamo imparato dalla storia dei Carracci, questo era un grossissimo handicap. La sua passione per la scultura iniziò come svago: armata di un coltellino e di noccioli di pesca intagliava meravigliose scene religiose, soprattutto legate alla Passione di Cristo, dettagliate ed emozionati, che colpivano, per la loro bellezza, chiunque le osservasse. Tutti erano meravigliati dalla bravura della ragazza che ben presto ricevette una delle commissioni più importanti per un artista dedito a qualsiasi pratica o di qualsiasi genere sessuale: lavorare all’interno della fabbrica di S.Petronio.

Fu il momento più alto della sua breve vita. Realizzò tre formelle dedicate alle sibille e un bassorilievo dedicato a Giuseppe e sua moglie Putifarre. Vasari, all’interno delle sue Vite, parlerebbe in realtà di una versione pittorica egregia dell’episodio biblico, che le avrebbe permesso di avere anche una committenza da parte del figlio del conte Guido de Pepoli riguardo al ritratto del genitore, ma, a parte essere citata dall’illustre storico, non è presente nessun’altra testimonianza del fantomatico quadro religioso. 

Di certo sono numerosi coloro che videro nell’opera scultorea qualcosa di più di una vicenda dell’Antico Testamento: la moglie di Giuseppe che lo brama mentre il marito vuole mantenersi casto non sarebbe altro che un’allegoria della sua vicenda amorosa. La donna, infatti, risultava fortemente innamorata di Antonio Galeazzo Malvasia, un altro artista, ma senza essere ricambiata e questa passione carnale insoddisfatta per  l’amato l’avrebbe portata a concentrare la sue attenzioni unicamente verso l’arte. Insomma, si era buttata sul lavoro per sfogare la sua frustrazione.

Peccato che alcuni atti processuali mostrano che, invece, fosse piuttosto appagata sessualmente e proprio da Antonio Galeazzo: i due, infatti, erano amanti e sembra che la bella Properzia fosse un tipetto tutto fuorché che remissivo, visto che fu processata per possesso indebito, in quanto decise di abbattere gli alberi facenti parte della proprietà di un’altra famiglia, perché le danneggiavano la vista dalla sua casa.

Giuseppe e sua moglie Putifarre di P. de’ Rossi
Possibile ritratto di Properzia di autore sconosciuto

Il fatto che il suo carattere non fosse esattamente mansueto, che fosse una donna e che, più di ogni altra cosa, non era figlia d’arte le procurò un nemico potete: Amico Aspertini, orefice e pittore . Era una delle personalità più influenti all’interno della fabbrica di S.Petronio e vedeva nella giovane artista una grandissima minaccia, fu così che iniziò a muoversi unicamente ai suoi danni. Prima fu uno dei testimoni di un secondo processo nei confronti della scultrice riguardo ad un’aggressione contro un loro collega artista, perpetuata con la complicità di Domenico Franca (fratello del noto Giuseppe) e arrivando a convincere i committenti della fabbrica di S.Petronio a pagarla meno rispetto ai suoi colleghi. Quest’ultimo atto la portò a licenziarsi, oltraggiata dal trattamento che le era spettato, e per Aspertini fu, probabilmente, il momento migliore della sua vita.

Eppure, nonostante la donna non lavorasse più presso la Basilica da anni la sua fama era diventata internazionale, le sue opere furono immediatamente notate e lodate durante l’incoronazione dell’Imperatore (24 febbraio 1530) proprio dal neo imperatore Carlo V e dal papa Clemente VII, che dispiaciuti di non poterla incontrare, in quanto Properzia era morta pochissimi giorni prima a causa della sifilide, andarono a porle omaggio sulla tomba e commissionarono una lapide commemorativa che è ancora lì a celare la sua sepoltura.

E dire che tutto era partito da dei noccioli di pesca…

Fonti:

– I. Graziani, V. Fortunati, Properzia de’Rossi. Una scultrice a Bologna nell’età di Carlo V, Compositori, 2008;

– G. Vasari, Le Vite de’ più eccellenti architetti, pittori et scultori italiani, Einaundi, 1989

L’arte del corpo

Il corpo può essere qualcosa di molto di più del mero contenitore della nostra anima. Può essere il soggetto di opere artistiche, ma anche loro supporto, divenendo a sua volta opera in maniera consapevole e completa. Elena Guidotti, artista e tatuatrice, ce lo spiega in modo eccellette in questa intervista.

di Jessica Colaianni

Elena Guidotti è un’artista italiana laureata all’Accademia di Belle Arti di Carrara con il massimo dei voti. Sin dagli anni della sua formazione si è distinta per le sue partecipazioni ad importanti esposizioni sia in Italia come il progetto internazionale Gemine e muse (La Spezia 2004) e le diverse partecipazioni ad ArteAperta, dove nel 2008 si classifica prima (Sarzana – La Spezia); sia all’estero tra cui una collettiva grafica presso Ateliers des Artistes (Belleville Parigi 2005) e un’esposizione presso Rathause (Bayreuth, Germania 2006). Dopo qualche anno di pausa, torna alla ribalta con l’esposizione Body Patterns, ospitata presso gli spazi del Café de la Paix di Bologna e che vede la realizzazione di una grande installazione composta da singole opere cucite su sostegni di stoffa e appese, tenute da dei fili, al soffitto, creando in questo modo un attraversamento visuale ed emozionale, che immerge lo spettatore in un’esperienza suggestiva e irripetibile. Abbiamo incontrato Elena per farle qualche domanda e per sapere quali frutti ha portato la quarantena forzata…

J: Body Patterns si può considerare una svolta della tua ricerca artistica che, da astratta, si sposta verso un’immagine più figurativa e attaccata alla realtà, cosa ti ha spinto verso questa nuova strada?

E: Body Patterns è stato un progetto un po’ sorprendente anche per me, che per anni mi sono dedicata a rappresentazioni più “astratte”. Le mie opere sono sempre state una necessità: attraverso la loro costruzione riesco a liberarmi, ad esorcizzare sensazioni ed emozioni; imprimendo colori e tracciando linee riesco a gridare o meglio gridarmi certe impellenze. Quindi direi che Body Patterns mi è servito per analizzare il mio fuori come specchio del mio dentro.

J: C’è un gioco sottile, che crei quotidianamente nel tuo studio, ma che in Body Patterns hai voluto sottolineare, ovvero il rapporto che si crea tra contenuto e contenitore, tra trama e superficie da decorare. ce ne vuoi parlare?

E: Contenuto/contenitore è un gioco dialettico che mi ha sempre affascinato, ho lavorato in passato su scatole, cassetti, pacchetti e pacchettini. A volte il contenitore cela il contenuto come se volesse preservarlo e svelarlo solo a pochi, altre volte invece il contenitore è un modo per ribadire il senso del contenuto. In Body Patterns il contenitore, cioè il corpo, diversamente da quanto accade di solito in una immagine realistica di nudo, non è il soggetto principale, ma il supporto della trama decorativa. La forma disegnata vuole prevalere, anche se in maniera sussurrata, sulla concretezza della forma anatomica.

J: Dopo Body Patterns ti sei concentrata su una nuova serie di lavori: delle figure femminili ispirate ai modi di dire della tua terra. Come hai concepito questa idea e qual è il messaggio che vuoi dare attraverso questi disegni?

E: La serie di proverbi in dialetto è una specie di pièce teatrale: la stessa figura femminile, simile ma non identica, mette in scena nei vari disegni la saggezza popolare. I disegni sono completati dalla parte testuale (in dialetto ovviamente). L’uso di testi  è stato spesso presente nei miei lavori,  infatti , essi sono, di solito,  generati da una frase o parola o da un ricordo, come una sorta di illustrazione evocativa del mio vissuto. Questa serie è ovviamente un omaggio alle mie radici, sia nel senso geografico-territoriale, che in senso ambientale-familiare, cui sono molto legata. Credo che le nostre radici stabiliscano gran parte di quello che siamo.

J: Oltre all’arte in senso stretto negli ultimi anni ti sei dedicata all’arte del tatuaggio. La tua professione rispecchia a pieno la tua ricerca artistica, cosa significa per te essere una tatuatrice?

E: Essere una tatuatrice ha significato trasportare la mia arte su un piano diverso: ho cambiato supporto, dalla tela alla pelle di qualcuno. In questo modo so che quel qualcuno porterà la mia opera con sé per sempre. Questa è una bella sensazione. Purtroppo non sempre ho la possibilità di fare sempre tutto ciò che vorrei fare, ma ho imparato ad accettarlo e a mediare con la volontà del cliente. A volte, invece, c’è chi mi lascia completamente libera, allora il mio lavoro di tatuatrice diventa una bellissima sensazione.

J: Ancora oggi i tatuaggi sono visti come inutili o ancora peggio le persone temono chi ce li ha, secondo te la società ha ancora dei pregiudizi nei confronti di queste piccole opere d’arte?

E: Il giudizio sui tatuaggi sta cambiando piuttosto rapidamente, in questi 10 anni di lavoro ho notato che sempre più giovani si avvicinano a questo mondo; credo che tra qualche anno saranno veramente in pochi a restare scandalizzati o a giudicare i tatuati alla stregua di delinquenti e prostitute come accadeva in passato.

J: Quali sono i modelli artistici a cui fai riferimento?


E: Sin da ragazzina quando studiavo la storia dell’arte e iniziavo la mia ricerca artistica, mi sono sempre piaciuti di più i maestri che prediligevano l’uso della linea, e quelli che creavano immagini simboliche, ho avuto molto interesse per i grandi incisori europei e per quelli giapponesi. Con il senno di poi direi che ero già una tatuatrice senza saperlo. Se dovessi sceglierne uno direi che Bosch è uno dei miei preferiti: per la forza delle sue immagini, ricche di simboli, insomma mi piacciono tutti quelli che esprimono con un linguaggio concreto una surrealtà.

J: Come hai passato la fase di lockdown che ha attraversato l’Italia? Ti sei dedicata a nuovi progetti?

E: Ho trascorso la fase di lock down direi piuttosto serenamente; ho cercato di accettarla, dipingendo e costruendo cose, pensando il meno possibile alle pesanti limitazioni cui, siamo stati sottoposti. Spero che queste limitazioni siano servite a contenere il numero di contagi e che questa emergenza possa finire presto. Sarà interessante poi riflettere sulle conseguenze sociali ed individuali che questa pandemia ha portato, adesso è ancora presto per le riflessioni, adesso c’è solo da rimboccarsi le maniche e ripartire.

Durante la quarantena Elena ha realizzato dei bellissimi segnalibri che sono disponibili gratuitamente per amici e clienti presso il suo studio Eva Tattoo in via dell’Orso 10, Bologna!

Il cinema è magia

Quello che vediamo su uno schermo è un bellissimo trucco di magia. Siamo così impegnati ad osservare lo spettacolo che non ci rendiamo conto che c’è l’inganno, che quello che è davanti a noi è una manipolazione della realtà.

di Lorenzo Carapezzi

Il cinema è un trucco di magia spettacolare. Il regista è l’illusionista che agita le mani, mentre il montaggio sono gli effetti, gli specchi, le distorsioni ottiche che nascondono il meccanismo di tale trucco. L’illusionista mente a noi pubblico in continuazione, ci distacca dalla realtà facendoci credere che i poteri soprannaturali esistono. Il cinema non fa lo stesso? Non è forse vero che la realtà fittizia che viene proiettata è pura costruzione e manipolazione attraverso i set, i giochi di luce, la recitazione e gli stacchi? Il regista ci mente in continuazione. Le storie che racconta sono in realtà fiabe ben congegnate per sembrare vere. E il montaggio è lo strumento, la bacchetta magica, che nasconde tutto quello che è fittizio. Non è altro che la tenda che copre la scena dal dietro le quinte. Non a caso fu proprio un prestigiatore a capire come il cinema fosse l’arte perfetta per far sì che i propri spettacoli diventassero effettivamente “fantastici”.

George Méliès non fu solo illusionista, ma anche uno dei padri del cinema in senso stretto. Grazie a lui molte tecniche vennero sperimentate e migliorate, spettacolo dopo spettacolo. L’uso dello stacco gli permette di far scomparire una donna coperta da un velo, per poi farla riapparire con altrettanto talento. “The Vanishing Lady” è uno dei tanti esempi del regista francese. Ma la donna non era veramente sparita, nemmeno catapultata sotto il pavimento attraverso una botola. Ella osservava la sua sparizione stando in piedi dietro la macchina da presa, quello che oserei definire “il reale che non esiste”. Ma questo reale non esiste perché effettivamente non è vero o perché il nostro occhio non lo vede? La potenza del cinema riesce a destabilizzare le nostre menti. Ci mette il serio dubbio sulla veridicità del nostro sguardo, sulle nostre pure percezioni sensibili. Il pensiero magico di Méliès pone tanti interrogativi ancora prima che lo stesso cinema diventi un’arte: filmiamo il vero o quello che vorremmo fosse vero? Ci possiamo fidare del cinema o dobbiamo vederlo con occhio attento e di diffidenza? Noi persone che formiamo il pubblico dobbiamo sentirci presi in giri o affascinati senza pensare alle immagini che vediamo?

Tutto questo riflettere, però, non esisterebbe senza il montaggio, la parola chiave che apre ad un mondo pieno di problematiche e di paradossi. Il cinema, oltre che essere magia, è anche paradosso. Qualsiasi elemento, forma, linguaggio è una moneta a due facce e il montaggio è il materiale metallico che forma questa moneta. Questa moneta che gira 24 fotogrammi al secondo, quando viene lanciata riflette ai nostri occhi la veridicità di quello che pensiamo sia reale, ma allo stesso tempo elimina, o per meglio dire nasconde, tutto quello che non dobbiamo vedere. Il cinema e in particolar modo il montaggio non sono nient’altro che una bugia beffarda al servizio della verità.

Tutto questo Orson Welles l’aveva ben capito, se non altro perché lui era il “bugiardo tra i bugiardi”. Basta conoscere la sua storia di artista per dire che egli è l’erede di Méliès. Ricordo come gli americani ebbero terrore per una presunta invasione di navicelle aliene atterrate nella località di Grovers Mill, nel New Jersey (“La guerra dei mondi”). Come Welles stesso diceva: “Privare la magia del suo mistero sarebbe assurdo come togliere il suono alla musica”

Dove più si avvicina a questa sua filosofia è senz’altro “F for Fake”, un film che mette la finzione allo stesso livello della realtà. Il found footage su Elmyr de Hory, falsario ungherese, è il riflesso di quello che il cinema fa a tutti noi che lo guardiamo: attraverso una finzione la realtà che crea è più bella di quella realmente esistente, perché nasconde il mistero . Già dalla prima scena il regista mago ci proietta questa idea, attraverso il celebre trucco della chiave che scompare e poi ricompare nella tasca destra del giubbotto di un bambino estasiato. Estasiati lo saremo anche noi alla fine del film, all’ennesima presa in giro del sagace Orson Welles. “L’arte è una menzogna che ci fa capire la verità” questo è quello che dice la sagoma di Picasso presente nel film. L’intero film è un esperimento magico, nel quale tutti quanti abbocchiamo alle parole del regista, al suo modo di parlare così dialettico da fregare persino i sofisti migliori. La bellezza dei tagli e degli stacchi e di come questi vengano fatti ci svela tutto un nuovo mondo, ci leva finalmente quel velo di Maya che abbiamo sempre portato. L’idea che un falsario ungherese possa essere meglio dell’artista stesso dell’opera) estasia il mondo di Welles. Egli sa bene come il suo lavoro e quello di Elmyr de Hory siano simili, anzi uguali, con una sola differenza: uno esalta tutto quanto il suo talento, l’altro è costretto a nascondersi per non distruggere il segreto del talento. I critici saccenti, alla domanda “qual è il peggior film che lei abbia mai visto?”, risponderebbero certamente “tutta la filmografia di Orson Welles…e anche la sua persona!”.

“Sono un ciarlatano. Una volta facevo il mago di
professione e sono ancora nel ramo”(F for Fake, Orson Welles, 1973)
Orson Welles dentro la sua sala di montaggio
(F for Fake, Orson Welles, 1973)

Il suo gioco è complesso e perspicace, ma alla base c’è un’unica regola: mentire per stupire il nostro occhio. Il cinema è l’illusione più bella che possa esistere.

Fonti:

– S. M. Ejzenstein, Teoria generale del montaggio, Marsilio, 1985.

Perchè Dante è ancora attuale?

Quando pensiamo alla Divina Commedia grandi ricordi e strane memorie affiorano alla mente, il mio? Il mio professore di italiano e storia, che entra in classe, chiude tutte le tapparelle e inizia a decantare, camminando per la classe, ciò che il sommo poeta ci ha lasciato: l’arrivo al cancello, l’incontro con Paolo e Francesca, Lucifero e finalmente le stelle.

di Jessica Caminiti

Dante e la sua Commedia
Ali nella sua rappresentazione

Jessica: Una videochiamata con Ali per farvelo conoscere in questo duro periodo, durante il quale non potrete conoscerlo in giro per le strade di qualche città. Davanti un video vedo il suo giardino da cui fa le live per stare vicino a chi ama la sua arte e chi ovviamente lo vuole seguire.

Ali: sono un figlio del Sessantotto, sono nato dopo che mia mamma italiana conobbe mio papà somalo, quando lui vincendo una borsa di studio si trasferì in Italia e per sottolineare la Lotta di cui erano parte il mio secondo nome è Fridrich, come un certo famoso Engels. Erano anni difficili: lavoravano al totocalcio la domenica, mentre cercavano di portare a termini i loro studi e quando questo successe ci trasferimmo in Somalia, dove vivemmo per parecchi anni. Dopo la loro separazione, il mio ritorno in Italia fu con mia mamma e i miei 3 fratelli e da qui inizia la mia avventura. 

Ho provato a intraprendere la strada della psicologia, ma dopo mi sono “arreso” alla mia passione: il teatro. Ho preso il mio master e ho fondato diverse compagnie tra cui quella con il mio maestro Virgilio Zernis. Purtroppo non è tutto oro quello che luccica e ho avuto una profonda crisi emotiva, che mi ha portato ad abbandonare questa mia passione per parecchi anni, fino al 2011.

J: dove e come hai ritrovato la tua passione?

A: Un giorno nel 2011 appunto sono andato a vedere un mio amico all’Ateneo degli imperfetti, un circolo culturale e ho sentito di nuovo quel fuoco incontenibile.  Ho capito, che il teatro conviviale è la mia via così ho chiesto la possibilità di recitare l’inferno di Dante, così per due anni e mezzo sono stato loro ospite con un paio di canti a serata.

Nel mezzo del cammin di nostra vita/ mi ritrovai per una selva oscura,/ ché la diritta via era smarrita (Ct. I, Inferno)

J: La vera domanda, che dall’inizio frulla nella mia mente, è: perché Dante?

A: L’ho scelto per il suo fascino dettato anche dal gap linguistico, la sua difficoltà di lettura, che obbliga l’attore ad usare tutte le sue capacità per andare oltre la distanza iniziale con il pubblico: l’utilizzo della voce e dei gesti diventano non solo importanti, ma indispensabili. Io cerco di differenziare non solo i diversi personaggi, ma anche Dante da quando è personaggio a quando è narratore. Memorizzare, che è un lavorone, in realtà è la parte minore: il lavoro allegorico per decifrare Dante e condividere con il pubblico questi canti è la parte più complessa.

J: è difficile immagino trovare una connessione con il pubblico. Già in un teatro istituzionale questa empatia è da ricercare in maniera complessa, ma per strada, dove le gente può decidere di non fermarsi, può non ascoltarti, come mai questa scelta?

Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende (CT. V, Inferno) – illustrazione Gustave Dorè

A: Dal 2016 ho deciso di intraprendere questa strada. Ho iniziato dalla Puglia, dove ho girato tutta la regione con il mio spettacolo fino a fermarmi a Lecce, di cui mi sono innamorato. Ho scelto di andare in questa regione, perché insieme al Piemonte, in quel periodo, era l’unica che permetteva la divulgazione teatrale per strada; grazie a questo ho potuto mantenermi ed avere un reale introito dal mio lavoro e la mia passione.

Ovviamente la paura di non farcela c’era. La lontananza con il pubblico viene eliminata, ma può non sentirti, può passare oltre appunto, ma ha qualcosa in più dei luoghi istituzionali: è l’espressione completa di Dante, non parli solo con la gente che lo conosce, che è già appassionata, parli anche con chi non è interessato, con chi non lo sa.

Tutti meritano di conoscere Dante: è il padre della lingua italiana e punto di riferimento sia linguistico, che morale. Conoscere qualcosa di così lontano nel tempo in realtà è utile per andare oltre e conoscere l’evoluzione della cultura e delle persone fino ad oggi. Prendi come esempio la morale: i peccati sono ancora gli stessi. 

J: Quindi hai deciso di prendere come punto di riferimento Dante, anche perché è terribilmente contemporaneo?

A: Certo! L’inferno, non è semplicemente l’inferno, è l’Inferno DI Dante, come stessa cosa si può dire del Purgatorio e del Paradiso. Dante mette i suoi peccatori, i suoi beati, ma ognuno di noi può immaginare quello che vuole e chi vuole al posto di Farinata degli Uberti, di Paolo e Francesca e tutti gli altri, anche di Beatrice stessa. Dante lo scrisse come lavoro di fino sulla sua emotività, per descrivere un periodo difficile in cui si trovò esiliato dalla sua Firenze in cui decise di non fare più ritorno, è un viaggio nei peccati e nella ricerca di redenzione di Dante stesso. Quando dice “Tant’è amara che poco è più morte”, ci vuole raccontare che anche lui è un peccatore, ma di che tipo? Facciamo questo viaggio con lui, ma perché lui ha paura di essere tra i dannati? Perché teme di morire prima della redenzione? Quello che vedo e credo, che Pier dalla Vigna, morto suicida presente nell’Inferno sia un suo alter ego: morto per un brutto gioco della fortuna, del destino.

Ed egli a me: “Se tu segui tua stella, non puoi fallire a glorioso porto, se ben m’accorsi nella vita bella” (Ct. XV, inferno) – illustrazione Gustave Doré

J: Parli della Fortuna intesa come destino? Come era intesa dagli antichi?

A: No, per il semplice fatto, che Dante finché non incontra il suo alter ego Pier Dalla Vigna, non sa cosa sia la Fortuna in senso greco, lo conoscerà solo nel VII canto. Entrambi, secondo Dante, accusati ingiustamente di tradimento (uno nei confronti di Federico II, l’altro di Firenze) non hanno avuto la fortuna dalla loro parte, quindi non è detto che essa si dimostri durante la vita terrena. Quello di cui parlo io è la maieutica, ovvero si può ciò che si vuole, di crescita personale: vuolsi così colà, dove si puote

J: questo è un viaggio di redenzione, ma secondo te può esserlo per tutti?

A: Assolutamente sì, appena si capisce che questo viaggio è nella coscienza umana, ognuno di noi può farlo per sé e può uscire dal suo inferno fino al raggiungimento del proprio paradiso. Proprio questo è rendere Dante contemporaneo, farlo tuo e anche l’attore in questo caso ha una funzione: dare struttura al personaggio, per far capire questo messaggio. Anche a me è stato utile sono passato da un inizio nella selva oscura, fino al viaggio che sto percorrendo per il raggiungimento della comunione con il creato ed è proprio questo che auguro a tutti: trovare la propria strada per arrivare all’assoluta empatia con il mondo.

Quattro chiacchiere con Emanuele Dainotti

Doveva essere una semplice intervista con un artista, invece parlare con Emanuele è stato molto di più: è stato rigenerante e rinfrescante. Abbandonando le sovrastrutture artistiche, ricostruire una realtà e un mondo che sembra così lontano eppure così vicino a noi, il vero mondo della nuova arte. Si è parlato un sacco, la sintesi della sintesi spero possa essere abbastanza per entrare nel VERO mondo delle mostre e della sfavillante arte contemporanea, che si spera riesca a dare nuova vitalità ad un mondo, che sta continuando ad evolversi. Tra parole, spiegazione e parte dell’intervista cercherò di farvi conoscere Emanuele e farvi capire perché sono rimasta stregata dalla sua arte.

di Jessica Caminiti

Per conoscerlo forse la scelta migliore è introdurlo dalle sue parole: sintesi, loop e finitudine. 

Jessica: dai tuoi video si comprende bene perché tu abbia scelto parole come sintesi e loop, molte volte infatti i personaggi entrano in un misterioso ed eterno ritorno nella realtà senza possibilità di redenzione, ma ci puoi spiegare meglio cosa intendi per finitudine? Una parola purtroppo caduta in disuso nell’italiano corrente.

Emanuele: È un tendere all’idea di fine, ma non si esaurisce qui. Non è la fine, ma una possibilità. É la continua ricerca umana di uno stato che trascenda le nostre possibilità, l’incapacità di concepire la mancanza di una soluzione.

Frame di SAN NEPOMUCENO. Video rappresentativo delle parole indicate da Emanuele

J: Se la scelta di abitare ad Anversa è dettata dalla ricerca di terreno fertile, della nuova New York (mi sento dentro futurama) o della Nuova Berlino dell’arte contemporanea, la scelta di scappare dall’Italia è ancora più meditata e ricercata per sfuggire all’agio, che gli scorsi decenni hanno portato all’interno del panorama del Bel Paese

E: Esattamente, ero alla ricerca di un terreno più fertile. Avevo bisogno di trovarmi in una situazione scomoda, che mi permettesse di aprirmi a nuove visioni e soprattutto di confrontarmi con qualcosa che non mi è consono e chiaro. Inoltre il lavoro di un artista ha bisogno di spazio, tempo e attenzione. Questi tre elementi sono molto più reperibili fuori dall’Italia soprattutto quando si parla di under 35. In generale si percepisce la voglia di coltivare più che di celebrare.

J: si nota, che in realtà di artisti italiani famosi nel campo contemporaneo ce ne sono pochi..

E: Le personalità più interessanti degli ultimi trent’anni si sono quasi sempre formate o affermate fuori dai confini italiani, vedi Cattelan e Beecroft, giusto per citare due tra i più conosciuti. Se ne sono andati, magari anche per tornare in seguito.

J: ma ci racconti qualcosa di te, da cosa hai iniziato, chi ti ha ispirato…

E: Mi sono avvicinato all’arte inizialmente tramite una passione per la scultura e questo ha sicuramente influenzato il mio approccio formale al video. Ma più che all’arte visiva, in senso stretto, ho sempre rivolto il mio interesse alla letteratura, la filosofia, il cinema e la musica.

Se dovessi darti dei nomi dovrebbero essere scrittori più che artisti.

J: Ispirazione  concretezza possono essere espresse nelle maniere più imprevedibili e impensabili, i supporti e le modalità possono essere diverse, ma quello che importa molto a volte è il racconto e la nave che continua a navigare tra flutti e frangiflutti della mente: Emanuele molte volte prende come punto di riferimento libri e racconti, che possono interagire con la realtà che lo circonda e la sua arte. Un esempio può essere Onetti: il suo magico e spettrale mondo uruguaiano in cui il nostro artista è stato ha preso forma nei suoi video

frame da SANTA MARÍA

E: Nel 2018 sono stato per cinque settimane in una residenza artistica in Uruguay dove ho sviluppato una serie di lavori ambientati nella città di Santa Marìa. Santa Marìa è la città immaginaria dello scrittore uruguaiano Onetti. Ed è la stessa città, mash-up tra Montevideo e Buenos Aires, che ha preso realmente vita non appena sono arrivato in Uruguay. Quello che ho percepito è proprio l’atmosfera ricreata da Onetti, fatta di marginalità e di loop infiniti, di vita, di morte, di rinascita. Uno dei lavori si intitola proprio SANTA MARÍA (2018), è un’installazione video potenzialmente infinita, un loop continuo, composto da tre differenti loop che si accavallano e si contorcono vicendevolmente. 

J: è un’incertezza, una scoperta continua, non ti spaventa?

E: Più che altro mi eccita. Tendo ad essere parecchio puntuale e perfezionista, sicuramente non uno sperimentatore. Mi piace studiare, riempire quaderni, e solo nel momento in cui visualizzo in maniera efficace il tutto riesco a passare alla formalizzazione. Un’idea può prendermi mesi o anche anni, ma la realizzazione deve essere velocissima. Spesso lavoro con performer o in generale con persone o agenti sui quali non ho mai pieno controllo, per questo ho il bisogno di creare un terreno solido su cui farli muovere. Non do molte indicazioni alle persone con cui lavoro, ma faccio in modo che si scontrino con le idee che ho disseminato nel luogo dove avvengono le riprese.

J: qual è la cosa più importante per te all’interno dei tuoi lavori? Non essendo attori professionisti cosa cerchi in loro e cosa trovi? La difficoltà di creare un momento, di proporre un personaggio, una storia è un grande impegno non solo fisico, ma più che altro mentale.

E: Non chiedo mai di interpretare dei personaggi, l’impegno sta nel fatto che chiedo una cooperazione. Mi interessano le atmosfere e le relazioni che si possono creare tra i vari agenti. Non sono da solo in fase di scrittura e allo stesso modo durante la produzione e la distribuzione del lavoro. Gli elementi che compongono un lavoro non si risolvono esclusivamente attorno a me e il lavoro stesso. 

Frame di Genesi di una luce al buio

J: Ecco cosa è stato parlare con Emanuele, un continuo racconto e un gioioso scambio di opinioni tra due Italiani persi nel mondo. Vorrei raccontarvi ancora mille cose di questa chiamata, ma purtroppo il tempo è nefasto e anche le battute di un articolo non possono essere infinite, quindi come chiudere? Chiedendo come sempre: e adesso Emanuele?

E: Goeie vraag! ti risponderebbero ad Antwerpen. Sto lavorando alla mia prima personale in Belgio, che inaugurerà a giugno a Gent. Oltre a quello sto sviluppando un nuovo progetto legato alla realtà virtuale che continua la mia ricerca sul loop e sulle relazioni tra installazioni video e fruitori.

Possono assicurare che i suoi video sono già avvolgenti: tra i quattro video di Santa Maria la storia sembra la tua, sei a viaggiare disperso nel mare all’interno della villa, sei un detective, una donna, un uomo, un individuo, che in qualche maniera è lì. Le parole rispetto all’arte vissuta sulla propria pelle, lo sappiamo, sono riduttive. Potrei raccontarvi i suoi video, ma non reggerebbero il confronto con la vista di essi: il tempo si dilata e restringe e si è immersi nella bolla dell’arte, che può realmente portare in qualsiasi altra realtà.

Botero non dipinge persone grasse!

“Non ho mai dipinto persone grasse” questa è una delle citazioni di Fernando Botero che potete trovare in una delle sale della mostra dedicata all’artista colombiano a Palazzo Pallavicini in quel di Bologna. Aperta fino al 26 gennaio (muovetevi se non ve la volete perdere!!), questa è una mostra unica che non si vedrà da nessun’altra parte.

di Jessica Colaianni

Ogni opera, infatti, proviene direttamente dall’archivio di Botero, il quale ha scelto personalmente quali opere inviare e che ha partecipato anche nell’ideazione del progetto espositivo collaborando a stretto contatto con la curatrice.

La mostra espone la produzione più recente dell’artista, tutte le opere, infatti, sono datate oltre il 2000 e sono suddivise per sezioni tematiche. Ma torniamo al punto di partenza. Quando si entra nella sala dedicata ai nudi troviamo sul pannello posto come spiegazione questa citazione: “Non ho mai dipinto persone grasse”, com’è possibile? Chiunque di noi almeno una volta nella vita avrà detto: “conosci quell’artista che dipinge persone grasse?” E sì, ci riferiamo proprio a te Fernando! Per fortuna ci viene in soccorso la guida che subito ci scioglie ogni dubbio e ci apre a una completa nuova visione su questo artista.

I modelli usati, prima di tutto, è bene chiarirlo, sono persone magre! Ebbene sì, tutto nasce negli anni cinquanta, durante i suoi primi lavori di natura morta, l’artista dipinge un mandolino dove la cassa risulta essere particolarmente voluminosa. Proprio da lì nasce la cifra stilistica che tutti noi conosciamo, le figure che noi vediamo non sono altro che una rielaborazione in un linguaggio personale del pittore che rende ogni forma volutamente in una dimensione volumetrica dilatata. Vi starete chiedendo da dove ha origine tutto questo? Ci sono varie spiegazioni a riguardo. La prima è che Botero nelle sue opere pone continuamente dei riferimenti alla storia dell’arte e basta tornare indietro giusto qualche millennio di secolo per condurci alle antiche statuette neolitiche, raffiguranti figure morbide e volumetriche (la Venere di Willendorf e simili, per intenderci). Un’altra spiegazione sta invece nell’intento che vuole darci l’artista. Attraverso i suoi dipinti egli vuole trasmetterci la gioia di vivere, quel senso di pace e serenità cui geometricamente parlando, le forme rotonde rimandano. Per quanto a livello accademico Botero sia abbastanza snobbato (nei miei 5 anni di Università non ho mai sentito uscire dalla bocca di nessun insegnante questo nome), ottiene dal “pubblico comune” vasti consensi, lo possiamo classificare quindi come un artista popolare, che piace alla gente. Un’altra caratteristica che vira a favore di quanto detto, è che il pittore dipinge immagini e figure quotidiane in cui chiunque ci si può riconoscere e nelle sue opere non si trovano mai delle iconografie misteriose, dei simboli che nascondono significati nascosti, ma anzi, sono di immediata e semplice fruizione ed è proprio per questo che piace alla gente, adulti e bambini che siano. Sono sincera, Botero non è tra i miei artisti preferiti (non è tra le mie corde forse proprio a causa della sua “semplicità”) e non lo conoscevo molto, ho apprezzato quindi aver visitato la mostra e soprattutto l’aver partecipato a una visita guidata. Il tutto mi ha permesso di andare oltre lo stereotipo delle “persone grasse” e mi ha permesso di approfondire e imparare qualcosa di nuovo. Del resto, tra gli scopi primari delle mostre (e su questo, piccolo spoiler, ci torneremo in futuro, quindi stay tuned!), è proprio quello di istruire.

La dimensione didattica è una componente molto importante da tenere in considerazione e per una persona che ambisce un giorno di poter curare degli allestimenti espositivi, beh, diciamo che è tra le cose su cui sono più pignola quando vado a visitare una mostra!

Un caffè con GIUSEPPE TRINGALI

Oggi rotoliamo verso sud, attraversiamo il mare e giungiamo in Sicilia, dove conosciamo Giuseppe Tringali, artista classe 1984, laureato presso l’Accademia di Belle Arti di Catania, la cui ricerca artistica si basa su una lettura personale del linguaggio pittorico, attraverso il quale esprimere il proprio vissuto e i propri valori. Andiamo a scoprire qualcosa di più!

di Jessica Colaianni

Dal prifilo ufficiale instagram di Giuseppe

JESSICA: Parlaci un po’ della tua formazione e dei tuoi principali campi di interesse. 

GIUSEPPE: Nel 2002 decido di lasciare Caltagirone e la Sicilia per provare a realizzare un sogno nel cassetto, diventare un disegnatore di film d’animazione, scegliendo l’Accademia di Bologna come punto di partenza per la mia formazione. Frequento l’Accademia di Napoli per un breve periodo e nel 2008 mi diplomo in pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Catania. Volevo diventare il nuovo Hayao Miyazaki, ma strada facendo mi sono ritrovato a curare mostre, organizzare eventi artistici, fare installazioni e persino insegnare arti visive. Per quanto possiamo pianificare non si può mai sapere dove ci porta la strada che ci si para davanti.  

J: Viviamo in un’epoca dove sono ormai pochi gli artisti che si dedicano prettamente alla pittura, in che modo ti approcci a questa tecnica? 

G: Il rapporto con la pittura è sempre molto spontaneo ma allo stesso tempo estremamente conflittuale, sono sempre alla ricerca di un linguaggio e una cifra stilistica che appartenga solo a me ed è per questo che in quasi tutte le mie opere è evidente una certa tensione emotiva. In questo senso non sono molto accademico, piuttosto sono anche violento nei confronti dei supporti e della pittura ma in fin dei conti la cosa che più conta è che il risultato rispecchi parte del mio personale vissuto. 

J: Qual è il messaggio che vuoi dare attraverso i tuoi lavori? 

G: Come chiunque altro con i miei lavori vorrei trasmettere la mia personale visione del mondo in cui vivo, i valori in cui mi rispecchio. Mi piacerebbe che le miei opere potessero far riflettere su come, col nostro fare, possiamo essere d’esempio, in positivo o in negativo, nei confronti degli altri. Con i miei dipinti vorrei poter dire di ricercare la profondità e l’essenzialità delle cose, scomponendone la superficie, grattando via gli strati di colore per non ridursi a mera apparenza. 

J: Come si è evoluta negli anni la tua idea di arte? 

G: Continuo a pensare che l’arte debba servire a smuovere le coscienze ed essere motore di processi riflessivi, ma negli ultimi tempi considero l’arte come quel valore aggiunto alla vita di ogni giorno, quel momento da dedicare a sé stessi, scontornato dalla pomposità degli eventi e delle mostre e dalle sovrastrutture culturali, un semplice momento assolutamente personale dove concedersi del tempo, bene prezioso che ai giorni nostri giorni è sempre più raro.  

J: Oltre alle opere su cavalletto ti occupi anche di realizzare delle opere murali su commissione, come si legano alla tua produzione principale? Si pongono in linea agli altri tuoi lavori nella scelta sia della tecnica che dei temi o ti approcci in un modo completamente differente?  

G: Ci tengo a precisare che non sono uno Street artist, proprio perché l’arte di strada ha un suo codice ben preciso, io sono un pittore che dipinge su qualsiasi superficie gli venga messa a disposizione, quindi anche sui muri. Il processo di creazione di un murale si basa principalmente su un primo studio del contesto dove verrà inserito e ovviamente cambiano anche i medium con cui intervengo sulle superfici, prediligendo spray, quarzo e acrilici. Per quanto riguarda lo stato d’animo con cui affronto un muro invece è totalmente diverso da quello che ho quando sono in studio, sono molto più disteso e rilassato, direi quasi giocoso, sarà per la possibilità di avere spazi più grandi sui quali intervenire e ho la possibilità di estendere al massimo il gesto pittorico. Ciò che scelgo di dipingere sui muri non si discosta molto dalla mia produzione principale, c’è sempre un filo conduttore che lega tutte le mie opere, quasi come se ogni soggetto che scelgo di dipingere automaticamente fa germinare l’idea per il quello successivo, ognuno di questi soggetti rappresenta parte del mio vissuto e si fa portatore di un messaggio positivo da lasciare impresso specialmente in strada. Per quanto riguarda le commissioni invece, beh, quelle sono commissioni. 

J: Raccontaci un po’ della tua ultima mostra, #Storie, personale realizzata per la Galleria L’Altro Artecontemporanea di Palermo. Per quale motivo il formato scelto per i ritratti è rotondo e non il classico quadrato?

G: Il mio lavoro come artista è una ricerca continua, non sono mai soddisfatto, qualcuno dice che questa sia una buona cosa, perciò cerco sempre di rinnovarmi per poi tornare a bozzetti di qualche anno prima, non passa giorno senza che abbia macchie di vernice addosso. L’ultima mia personale #Storie è un progetto semplice, si tratta di 35 Ri_tratti di uomini e donne siciliane vissuti in un arco di tempo che va dal 1984 (anno della mia nascita) al 2019. 35 anni appunto. 35 anni di storie positive, storie che vale la pena raccontare, che possono essere spunto positivo per le generazioni più giovani, in controtendenza con le #stories dei social, che durano appena 24 ore, che raccontano spesso di superficialità ed effimera apparenza e che mirano soltanto ad ottenere consensi ed approvazione meramente virtuale. Ho scelto di ritrarre i volti di personaggi noti ed altri un po’ più di nicchia ma che hanno contribuito alla storia della nostra Isola, hanno permesso di ricostruire se vogliamo un ritratto positivo, non legato necessariamente allo stereotipo di mafia, carretti e fichi d’india. Il formato è un chiaro richiamo all’avatar del mondo social, quasi un tasto retroilluminato che spunta dalla parete e che viene voglia di schiacciare per scoprire quale nuova finestra si può aprire. 

J: Ti va di darci qualche spoiler sui tuoi progetti nell’immediato futuro? 

G: Finora ho raccolto critiche positive nel mio territorio ma non sono riuscito a varcare i confini dell’isola col mio lavoro, probabilmente perché il mio linguaggio è rimasto troppo legato alla mia sicilianità. In questo momento sto lavorando ad un progetto che spero possa rendere la mia pittura e il messaggio che essa porta universalmente valido e quindi più spendibile fuori dalla Sicilia. 

Ringraziamo Giuseppe Tringali per averci concesso questa intervista e gli auguriamo di realizzare tutti i suoi progetti futuri, speriamo che vi abbia fatto piacere conoscere questo nuovo artista e vi consigliamo, se non volete perdervi i suoi lavori, di seguire la sua pagina instagram (https://www.instagram.com/giuseart/?hl=it)!