Cibo o fede? Fede o cibo?

Mi scuso con eventuali vegani e vegetariani o gente particolarmente sensibile, ma avrete a che fare con parecchi animali morti, scuoiati e tagliuzzati. So sorry!

di Silvia Michelotto

Ogni promessa è obbligo e io vi avevo giurato che vi avrei riportato ad Anversa per analizzare qualche immagine rovesciata? Bene, eccoci di nuovo qui, davanti ad uno dei quadri di Aertens. Come abbiamo già visto nel precedente articolo, è stato un grandissimo artista e innovatore della pittura fiamminga, in particolare legata a temi quotidiani e a importanti valori morali, quindi non c’è da stupirsi che sia proprio lui il campione di tali scene.

Il banco della macelleria, P. Aertens

Di sicuro una delle migliori è Il banco di macelleria realizzato nel 1551 per la Gilda dei Macellai d’Anversa, celebrante i 50 anni dalla sua fondazione,  e conservato attualmente all’Universitatgemalde Sammlung a Uppsala, che dalla regia mi dicono, essere un bel posto. Comunque, come ci suggerisce il titolo, siamo di fronte ad un banco che ci mostra pezzi più o meno invitanti di carni, salumi, pollame e formaggi. Tutto ci viene servito in primo piano ed è realizzato con una verosimiglianza quasi sbalorditiva: il rosso vivo della carne che contrasta con il bianco del grasso, gli occhi vitrei della testa del bovino, perfettamente al centro del bancone, le piume delle galline…tutto è vivido davanti a noi. Sono così tanti i dettagli da cogliere che si fa fatica ad abbandonare il primo piano e andare oltre le travi che sorreggono la tettoia, ma è lì che sta il vero tema dell’opera!

Andiamo alla nostra destra. Sul palo che sostiene la tettoia c’è un cartiglio dove viene annunciato il sequestro di alcuni terreni di un monastero in quanto le gentili suore frodavano gli acquirenti giurando che i soldi guadagnati sarebbero serviti per un ospedale, ma in realtà se li intascavano. Bene ma non benissimo!

Poco più avanti, su uno spiazzo, c’è un giovane, probabilmente il macellaio stesso che sta versando dell’acqua in una brocca. Il terreno intorno a lui è cosparso di gusci d’uovo e di ostriche. Se siete stati attenti durante il nostro ultimo viaggio sapete che cosa richiamano le uova…Il ballo dell’uovo…la facilità con cui si perde la verginità…i mascalzoni che vogliono corrompere le pie ragazze… Benissimo! Aggiungete le valve di uno degli alimenti considerati più afrodisiaci e capirete che quelli lì in fondo, dentro a quella stanza che vediamo in terzo piano non sono cordiali amiconi, bensì prostitute e clienti. E sì, quello lì è un bordello! Andiamo proprio alla grande!

dettaglio con cartiglio della truffa delle suore, del macellaio che versa l’acqua e del bordello

Con un bel saltello andiamo alla finestra di sinistra e vediamo se ci va meglio. 

L’avete notato che manca qualcosa, vero?

Siamo in un bel sentiero, all’aria aperta, con un boschetto che emerge su un cielo praticamente bianco…ma dov’è il resto del bordello, della struttura ampia che vedevano dall’altra parte? Sparita, puff! Gioco di magia! Basta l’angolo della macelleria per passare dalla città all’elegante natura d’oltralpe. 

Lì in terzo piano c’è una donna in groppa ad un asinello, che tiene in braccio un bambino, e porge qualcosa a un mendicante che ringrazia. Già così, con questa descrizione scarnissima, dovuta anche al fatto che è un particolare piccolissimo, vi dovrebbe suggerire qualcosa: si tratta della raffigurazione delle Elemosina della Vergine. Esatto: un passo biblico, poco conosciuto per di più, nascosto tra una brocca, dei pesci, delle salsicce e una testa di maiale. Non c’è il volto misericordioso della Madonna, non ci sono aureole così luminose da squarciare il buio o suggerirci che lì sta accadendo qualcosa di particolare, nulla del genere! È un’immagine normalissima, che passa quasi inosservata.

Lì dietro c’è una processione, gente vestita come dettava la moda nelle Fiandre del Cinquecento. Si tratta della gens bona, dei fedeli, che ordinatamente si muovono verso la cattedrale di Anversa la quale si intravede dalla finestra successiva. Si nota appena, i suoi colori sono così tenui che si mischiano con quelli del cielo, ma ad aiutarci viene proprio il banco del macellaio. Dopo esserci allontanati con lo sguardo dobbiamo ritornare all’origine di tutto, il primo piano, che ci appare, adesso, nuovo e completamente diverso.

dettaglio della processione di Anversa e delle Elemosina della Vergine. Si possono notare anche i simboli di Cristo sul legno della bottega

Sulla sinistra, in alto, sopra la finestrella dove scorgiamo la cattedrale c’è una targhetta, con due mani che ci rivolgono i palmi e una scritta, che sta proprio ad indicare il luogo di culto di Anversa. Sul pilone rosso, dove è appeso metà di un costato c’è non solo il simbolo della Gilda dei Macellai, ma anche la X che solitamente è collegata a Cristo nelle immagini religiosa. In questo modo anche i pesci incrociati, su un piatto di stagno (che brilla come argento), hanno una nuova connotazione.

Anche la disposizione delle carni non è più casuale: il lato sinistro e la diagonale che ci porta verso la cattedrale mostra i cibi della Quaresima, le carni magre e i  tagli che gli infermi o le donne incinte possono  consumare per evitare problemi di salute, mentre a destra, sul quel palo che guida lo sguardo al bordello, sono appesi tutti i cibi proibiti.

Siamo passati in brevissimo tempo da una semplice macelleria a un avvertimento morale e religioso, da un’ode al buon cibo all’incoraggiamento a una vita pia e da bravi cattolici.

Mica male questi olandesi!

Spoerri: il cibo può diventare arte

Ciò che viene avanzato e lasciato sul piatto per Spoerri diviene il materiale perfetto per le sue opere. Le rimanenze e i rifiuti ottengono così una nuova vita, un nuovo ruolo in una società che prima li vedeva solo come mera spazzatura.

di Jessica Colaianni

Daniel Spoerri nasce in Romania nel 1930. Durante il periodo della seconda guerra mondiale, più precisamente nel 1942, il padre viene trucidato dai nazisti e Daniel, insieme al resto della famiglia, è costretta a fuggire e trovare rifugio in Svizzera, presso uno zio. A Zurigo inizia a studiare danza e conosce il primo artista di rilievo, Jean Tinguely, con cui instaura un rapporto di amicizia. Negli anni Cinquanta frequenta dei corsi di danza a Parigi e si avvicina al campo della poesia. Decide di trasferirsi definitivamente nella città francese nel 1959 ed è qui che entra in contatto con i più importanti nomi della scena artistica europea del momento, iniziando così a realizzare i suoi primi lavori artistici.

Il manifesto del Nouveau Réalism (1960)
Tableau-piége n.27 (1962)

Nel 1960 è firmatario del manifesto del Nouveau Réalisme, uno degli ultimi movimenti artistici che si dichiarano sotto un unico nome e che esprimono i caratteri della loro poetica attraverso un documento scritto e firmato dai suoi esponenti, pratica che si era diffusa nei primi anni del Novecento con le avanguardie storiche (Futurismo, Dadaismo, Surrealismo) e poi caduto in disuso negli anni ad avvenire. Sotto la guida del critico Pierre Restany, il movimento raccoglie a sé, oltre a Spoerri, altri nomi importanti come Arman, Yves Klein, Christo, César, Tinguely, e può in qualche modo essere considerato il corrispettivo francese del New Dada, cui i massimi esponenti erano Jasper Johns e Robert Rauschenberg, attivi negli stessi anni. Nonostante le varie differenze di stili tra i vari artisti, essi vengono accomunati da alcune caratteristiche che possiamo sintetizzare nella poetica dell’oggetto. Ispirati dal padre di tale ricerca artistica, Marcel Duchamp e i suoi ready-made (non a caso il movimento americano si chiama New Dada, proprio a richiamare il movimento avanguardistico associato a Duchamp), gli artisti di tale periodo operano in maniera differente ma tutti prevalentemente su oggetti d’uso comune. I nuovi realisti vanno, infatti, alla ricerca di prodotti industriali, di rifiuti che sono stati scartati dalla società di consumo di massa per ridare nuova vita a tali oggetti attraverso un riutilizzo e la trasformazione di essi in opera d’arte, non rappresentando la realtà attraverso altre forme ma presentandola semplicemente per quella che è. Vediamo dunque ad esempio le compressioni di César, gli accumuli di Arman, i packages di Christo.

Kichka’s Breakfast I (1960)
esposizione delle opere

Daniel Spoerri in tal senso inizia a creare degli assemblages che hanno come protagonisti principalmente gli scarti del cibo. Le sue opere possono essere considerate come dei veri e propri tableaux vivants che l’artista racchiude nello specifico sotto il nome di tableaux-pièges (Quadri-trappola) dove, su delle tavole di legno, vengono incollati vari oggetti quali ad esempio rimanenze di cibo, fazzoletti sporchi e mozziconi di sigaretta. A tal proposito l’artista dichiara: “Io non faccio che mettere un po’ di colla su degli oggetti; non mi permetto alcuna creatività” rimarcando la volontà poetica di prendere oggetti d’uso quotidiano e di presentarli così come sono senza apporre nessuna particolare modifica. Le opere legate al cibo possono essere inoltre racchiuse in una sorta di movimento a sé, denominato Eat Art.

Nel 1968 Spoerri apre a Dusseldorf un suo ristorante nel quale serve cibo preparato da lui stesso. Nel 1970 apre nei locali sovrastanti la Eat Art Gallery dove espone i suoi lavori realizzati attraverso gli oggetti e gli scarti lasciati dai clienti. Nello stesso anno si svolge l’anniversario del Nouveau Réalisme e per l’occasione, primo caso nella storia dei movimenti artistici, viene celebrato anche il suo funerale ufficiale. Nonostante i caratteri che legavano i vari artisti, ben presto ognuno si dedica al prosieguo della propria carriera individuale, staccandosi poco alla volta da quelli che erano i caratteri fondanti del movimento. Sarà Daniel Spoerri ovviamente a organizzare una grande Ultima Cena o Banchetto funebre dei Nouveaux Réalistes, offrendo a ciascuno dei membri del gruppo una specialità culinaria ispirata alle proprie opere.

Fonti:

– P. Restany, Manifeste des Nouveaux Réalistes, Éd. Dilecta, Parigi, 2007;

– F.  Alfano Miglietti, Per-corsi di arte contemporanea, Skira, Milano, 2011;

– R. Barilli, L’arte contemporanea. Da Cézanne alle ultime tendenze, Feltrinelli, Milano, 2005.

Non sono tutti peccatori

Abbiamo già visto come i Carracci si allontanino dalla Pittura di Genere tipica dell’epoca per raccontare il mondo popolare in modo più dignitoso. Oggi vi vogliamo raccontare un altro esempio della loro sensibilità nei confronti di quella classe povera da cui provenivano.

di Silvia Michelotto

Il rapporto tra i Carracci e gli altri pittori bolognesi fu sempre molto burrascoso e arduo. A ridosso della nascita della Accademia degli Incamminati, ovvero la loro bottega, e delle loro prime opere, i simpaticissimi bolognesi regalarono loro un sacco di carbone, ammonendoli per le loro opere tendenzialmente scure. In tutta risposta i tre consegnarono ad ogni bottega della biacca, un materiale utilizzato ampiamente dai manieristi per creare dei contrasti tra luce -ombra piuttosto forti.

Questi dispetti da bambini fanno sicuramente sorridere e rendono la storia dell’arte un po’ meno pesante: alla fine stiamo parlando di uomini che cercano di esprimere loro stessi, i loro sentimenti e pensieri, ma anche le lotte interne sono importanti per comprendere il loro linguaggio (visivo e non). E questa lotta, ovviamente, trovava il suo campo di battaglia sulle tele e sulle tavole, le armi erano disegni e colpi di pennello.

Questa volta lo scontro non è diretto, l’avversario non è bolognese e nemmeno emiliano o romagnolo, bensì è lombardo. Nuovamente a rappresentare il trio è Annibale che si scontra con un altro esponente del manierismo: Vicenzo Campi, di origine cremonese. Il tema, però, non sarà il lavoro, argomento di cui abbiamo già parlato, ma bensì il cibo o meglio i commensali.

Mangiatori di ricotta di V.Campi (1580)

I Manieristi amavano dare ai membri del popolo fattezze orride e terribili, maschere vergognose che, secondo l’antica legge della Kalokagathia, rendevano loro automaticamente peccatori e esseri ignobili e ignoranti, inconsapevoli di un’esistenza giusta e corretta. Al contempo elogiavano i loro committenti, colti e ricchi signori che facilmente avrebbero colto i riferimenti ai grandi geni (del loro recente passato): Michelangelo e Raffaello, con qualche occhiolino anche a Leonardo.

Campi fa parte della cerchia di manieristi che si dedicò a graziose opere religiose (come il San Matteo conservato alla chiesa di S.Antonio di Pavia) e a grottesche scene di genere, una tipologia di raffigurazioni provenienti dai Paesi del Nord e che, in Italia, avevano trovato nel rimpugnate la loro nuova forma. Infatti, se in Olanda queste erano un modo per esplorare la vita, peccaminosa o no, del popolo, nella nostra Penisola avevano preso la forma di piccole scene facenti il verso alla commedia dell’arte.

Tra le opere di Vicenzo di sicuro risalta I mangiatori di ricotta del 1580. Quattro figuri, tre uomini e una donna, circondano una ricotta bianchissima che due di loro stanno già assaggiando; ci osservano, per nulla intimoriti nell’essere colti in questo momento di golosità, anzi sembrano quasi invitarci a partecipare a questo festino peccaminoso. E non solo a quello…

La donna e l’uomo sulla sinistra della tela ci sorridono e ammiccano suggerendo che al termine della consumazione del povero alimento si potrà soddisfare un altro piacere, anche quello primordiale, anche quello peccaminoso, ma molto più carnale.  Lo rammentano l’abito scollato e provocante della dama, dalle guance fin troppo rosse (probabilmente vi è stato un amplesso anche primo della pausa ristoratrice) e dalle sembianze fin troppo simili a quelle di un fauno dell’uomo. 

A destra, invece, troviamo l’esemplificazione della gola. L’uomo in secondo piano ha la testa semirovesciata all’indietro, la bocca aperta in modo esagerato e si sta facendo scivolare dal cucchiaio la bianca materia, guardandoci in modo provocante (state pensando male, lo vedo!). Il suo compare, invece, rispetto ai suoi amici, si sta servendo da un enorme cucchiaio di legno, che ha già provveduto a riempire, nonostante la bocca sia ancora piena della bianca sostanza (suvvia, non siate così perversi!), che non si preoccupa di nascondere ai nostri occhi.

Questi figuri ci invogliano a provare disgusto di fronte alla loro sfrontatezza peccaminosa, a quel gioco tra lussuria e gola, sottolineato da quell’alimento troppo bianco, che sembra risaltare in modo troppo vivido.

Mangiafagioli di A.Carracci (1584-85)

Di tutt’altro genere e stile, ma soprattutto dignità, è invece il Mangiafagioli di Annibale Carracci. Anche lui è stato colto di sorpresa mentre sta consumando il suo povero pasto su una tavola coperta da una tovaglia bianca, su cui sono presenti altri alimenti: il pane, la caraffa e il bicchiere di vino, un cipollotto e un piatto di aringhe. Guarda il nuovo giunto, ovvero noi osservatori, attonito, dispiaciuto di essere colto in un momento così naturale, quotidiano, ma anche intimo. È interdetto su che cosa fare, rimane, allora, immobile, con la bocca socchiusa e il cucchiaio sollevato, da cui sta scivolando il condimento.

In realtà il disegno preparatorio non doveva rappresentare questa sospensione temporale volontaria del soggetto: l’idea originale era di mostrare un giovane intento a infilarsi il cucchiaio tra le labbra, mentre reggeva in mano la ciotola che conteneva la pietanza. Nonostante i lineamenti non mostrassero nessun elemento caricaturale, si sarebbe persa quella dignità che, invece, trasuda l’opera che oggi possiamo ammirare alla Galleria Colonna (Roma).

Carracci vuole mostrarci un semplice lavoratore che sta consumando il suo pranzo, godendosi l’attesa pausa e la bontà del suo convivio. Non ci sono doppi fini, non c’è volgarità o mal intenzione, è un uomo comune che dignitosamente sta trovando ristoro con i frutti del suo lavoro. Un grandissimo cambiamento all’interno di un’arte che, invece, voleva nella popolazione meno abbiente un nido di peccatori.

L’opera non fu eseguita molto tempo dopo quella di Campi, ci troviamo, infatti, tra il 1584-85. Non possiamo sapere se Carracci conoscesse l’opera del suo collega cremonese, ma di certo sappiamo che cercò, con il suo lavoro, di allontanare quella visione negativa del ceto più basso della società che gli artisti di quegli anni cercavano continuamente di  proporre.

Fonti:

– D.Benati, Carracci e il vero, Mondadori Electa, 2007;

– E.Negro, M.Pirondini, La scuola dei Carracci. I seguaci di Annibale e Agostino, Artioli, 1995;

– F.Paliaga, Vicenzo Campi. Scene del quotidiano, Skira, 2001 .

Il cibo non è arte

Gli chef sono i nuovi artisti e i loro piatti le nuove opere d’arte. Ma è giusto considerarli tali?

di Lorenzo Carapezzi

Il cibo non è arte. Mi è sempre stato difficile riuscire ad inserire nel mondo artistico l’elemento culinario. Non riesco a non vedere le persone stimate in quell’ambito, che sorridono con la promessa di un’esperienza sensoriale, come ingannatori morali nel tentativo di giustificare l’alto prezzo di qualcosa che è vitale all’uomo per la sua sopravvivenza fisica. Molti a questa accusa risponderebbero che non è per forza obbligatorio scegliere di pagare quel pranzo o quella cena in un mondo fatto di libera scelta individuale. A loro volta mi accuserebbero di non portare insieme alla mia lamentela alcuna critica che possa favorire un miglioramento. Ma se nel mio lamentare desiderassi la morte di quest’idea, quale miglioramento potrei portare? L’unico consiglio che darei sarebbe l’antidemocratica oppressione di un pensiero e ciò non è né saggio né giusto. Eppure non mi ritengo una di quelle persone critiche che per giustificare l’idiozia di un’opera urlerebbe a tutto il mondo “saprei farlo anche io!”, queste sono le parole più stupide che un uomo potrebbe fare parlando di arte, anche nel cercare di negarla. La mia è quindi una semplice lamentela, uno sfogo per così dire, con un fondo di logica.
Definire esattamente cosa l’arte sia è impresa eroica. Chi un giorno riuscirà a comprendere il suo vero significato e a trascriverlo avrà composto la più bella frase che l’uomo abbia mai concepito. La domanda giusta da porre quando cerchiamo di definire l’arte non è “che cos’è?”, ma “che cosa produce?“, creando immediatamente una cascata di parole, le prime che pensiamo: emozioni, sentimenti, ricordi, azioni incontrollate e molto altro. Una melodia ci provoca la pelle d’oca, una scena ci fa piangere, una foto ci fa innamorare. Se ci fermassimo a questa semplice spiegazione allora la gastronomia sarebbe l’Arte delle arti, attraverso la ricezione della papilla, l’elemento più sensibile del nostro corpo. Addirittura una mandorla diventerebbe una macchina del tempo capace di stimolare, attraverso l’odore e il sapore, la memoria di un anziano signore. Marcel Proust, però, nel suo romanzo Dalla parte di Swann, non individua nelle madeleines  alla mandorla l’oggetto artistico propenso a creare emozioni. Quel che manca a tutta questa storia perché giustifichi la madeleine come opera d’arte, e quindi il cibo come prodotto artistico, è una parola fondamentale dell’Arte:  intenzione. Dietro questa parola potente c’è un pensiero, un atto logico trasformato in materia attraverso l’arte. Le parole che Proust utilizza non sono mai casuali, non a caso egli definisce questo effetto della mandorla “memoria involontaria”. Lo stesso Proust non mangia le madeleine nel tentativo di ricordare, bensì il suo ricordo d’infanzia arriva senza avvisare, in un istante. Il cibo in quanto tale, dunque, non può essere arte: dietro l’atto quotidiano di mangiare non c’è pensiero, non c’è potenza creativa, non vi è nemmeno l’atto sacrale. Al posto di tutto questo c’è solamente il bisogno vitale di sopravvivere, niente di più.
Ora mi si potrebbe contestare, invece, che lo chef sia un artista, in quanto ricercatore del piacere della gola.Nondimeno trovo in questo gesto una violazione del sacro. Come detto sopra, il cibo e l’acqua sono elementi vitali per la nostra carne e per il nostro benessere mentale, essi dunque diventano sacri non solo ai nostri occhi, ma a quelli di tutti gli esseri viventi. Come può non essere blasfemo sfruttare queste materie per uno scopo artistico? Immaginiamoci un attimo se non fosse il cibo, bensì l’acqua lo strumento artistico di questi chef. Entriamo in un ristorante e ordiniamo l’acqua più buona e più salutare di questa Terra. Per quanto possa essere buona e possa presentare l’equilibrio perfetto tra i vari sali minerali, l’uomo, nel cento per cento dei casi, si ritroverà inorridito ed indignato a vedere un prezzo di due cifre per questa “esperienza sensoriale”. Con il cibo dovrebbe essere lo stesso. Gli elementi vitali sono troppo importanti per la nostra vita per essere utilizzati come strumento artistico. Per quanto io possa vedere l’arte come unico scopo della mia vita, non posso negare che cibo e acqua siano elementi sovra-artistici, ovvero quelli che sovrastano l’arte. Se mi trovassi da solo e dovessi scegliere tra cibo ed una fotografia sceglierei la prima, anche se fosse la fotografia più bella del mondo, quella che mi provocherebbe istantaneamente la sindrome di Stendhal, perché l’istinto di sopravvivenza prevale e schiaccia l’amore vitale per l’arte.
Diffidate dunque degli chef quando parlano di arte, elogiateli quando parlano di vita. C’è un tempo e un luogo per ogni azione. Nei cinema guardo un film, nei musei ammiro le bellezze pittoriche, nei teatri mi immedesimo negli attori…nei ristoranti si mangia e si parla tra la gente che si ama e quella sì che è un’arte, non fatta però dallo chef, ma da noi stessi.

La tenuta Nittardi: il perfetto incontro tra gusto e Bellezza

In Italia, tra le colline toscane, c’è una tenuta, che ha non solo molta storia alle spalle, ma da sempre l’Arte è stata protagonista in essa: stiamo parlando della Tenuta Nittardi, prima acquistata da Michelangelo Buonarroti, ora tenuta della famiglia Femfert, che tuttora la rende centro propulsore dell’arte contemporanea grazie alle sue iniziative.

di Jessica Caminiti

La famiglia Femfert
Léon Femfert

Jessica: Ho letto sul vostro sito, che questo binomio è nato dalla passione dei suoi genitori, fondatori di questa azienda. L’espressione artistica in questa maniera si duplica, poiché viene espressa esteticamente dall’etichetta, ma la ricercatezza del sapore, la pienezza del vino sono la seconda scoperta non appena dall’apprezzamento visivo, si passa a quello gustativo. Come è nata questa idea?

Léon: Nittardi è una tenuta storica, la casa padronale è del 12esimo secolo e all’epoca si chiamava Villa Nectar Dei. Nel Rinascimento, nel 1549, Michelangelo Buonarroti acquista la fattoria già conosciuta con il nome Nittardi dalla chiesa e incarica il suo nipote Lionardo Buonarroti di gestire la proprietà avviando la produzione vinicola. Nel 1981 sono arrivati i miei genitori, mio padre Peter è un gallerista d’arte tedesco, mia madre Stefania una storica veneziana. Si innamorano subito del luogo e della sua storia. L’idea del binomio vino/arte è nata in modo molto naturale un po’ per passione di famiglia un po’ per rendere omaggio a Michelangelo e per raccontare la storia così speciale dietro a questo luogo e vino. 

Mikis Theodorakis (2017)
Joe Tilson (2015)
Allen Jones (2016)

J: Gli artisti vengono invitati a fare due opere, una che sarà la carta seta che riveste la bottiglia, l’altra che invece sarà l’etichetta stessa del chianti classico. Come scegliete gli artisti?

L: Grazie ai contatti di Peter, che lavora da più di 40 anni come gallerista e mercante in un panorama d’arte internazionale, scegliamo gli artisti tra quelli che sentiamo più nostri. Chiaramente deve piacerci la loro opera ma è anche importante che ci sia un feeling di stima personale e che loro si appassionino al progetto Nittardi. Per fortuna le due cose molto spesso vanno di pari passo: con molti artisti c’è un legame di amicizia forte e una corrispondenza vivace di progetti legati alla nostra terra in varie sfaccettature. Molti artisti, alcuni dei quali ci hanno lasciato hanno lasciato le loro opere e le loro idee sono ancora ben presenti a Nittardi, erano antesignani ecologici, ai tempi in cui nessuno ne parlava, e propulsori di concetti di bellezza inseriti nel territorio agrario. Alcuni degli artisti più interessanti con cui abbiamo collaborato in questi 35 anni ricordo Hundertwasser, Corneille, Igor Mitoraj, Yoko Ono, Mimmo Paladino, Gunter Grass, Pierre Alechinsky, Dario Fo, K.O. Götz, Allen Jones e Mikis Theodorakis, il 95enne musicista e intellettuale greco, autore dell’ultima etichetta annata 2017. 

J: Lasciate piena libertà agli artisti o date delle direttive? In particolare per loro non credo sia possibile assaggiare il vino imbottigliato che andranno a “completare”, avete modo di aiutarli nella loro creazione artistica proponendo altre vostre specialità vinicole? 

L: Gli artisti di regola vengono a Nittardi prima di creare le due opere e trascorrono un po’ di tempo qui, vivono Nittardi, il nostro territorio così speciale, la nostra gente, si immergono nei nostri tempi di vita e di lavoro, assaggiano i vini incluso anche la loro annata ancora in botte, e sicuramente ognuno con la propria identità pittorica trae ispirazione dalla nostra zona – il Chianti – come si può vedere in molte etichette. Però noi non diamo delle direttive concrete. Lasciamo libertà agli artisti, non diciamo all’artista l’annata è stata particolarmente piovosa facci delle opere buie oppure è stata una stagione calda e bella vogliamo delle opere solari. Mi sembrerebbe limitante e non rappresenta lo spirito del nostro progetto. L’artista è sempre libero di esperimersi, con ogni tecnica, con ogni idea, con collage, testi poetici, pentagrammi musicali, l’unica direttiva che diamo è quella delle misure e del formato. 

Alcune delle etichette di Nittardi

J: Sono cresciuta in una regione dove il vino non manca, in Friuli, e ricordo la ricercatezza di alcune etichette in particolare quando si parla di vini della zona, come per esempio il Ramandolo, vino prodotto esclusivamente nel mio paese. Vista e gusto si compensano e compenetrano, sia il palato, che il nostro sguardo hanno soddisfazione osservando e assaggiando le vostre bottiglie. Sono rimasta affascinata dal vostro progetto perché la bellezza sta proprio nella diversità: ogni anno il sapore e l’opera cambiano diventando quasi una nuova storia da raccontare. La bottiglia racchiude non solo la nostra situazione artistica, ma racconta anche il territorio e l’anno stesso, specchio della nostra situazione attuale. È una lettura corretta? 

L: Domanda difficile, provo a riallacciarmi a quello che stavo dicendo prima: l’etichetta dovrebbe essere sempre in sintonia con il contenuto della bottiglia. Ogni annata è peraltro diversa, come sono diverse le condizioni climatiche, gli umori e le persone che hanno lavorato, le situazioni anche sociali e ambientali, e dunque c’è una varietà di aromi, profumi e anche di contributi artistici sempre diversi. La produzione delle nostre bottiglie artistiche è impegnativa, molto limitata ma risponde alla nostra volontà di declinare la triade lavoro, territorio e bellezza in unico messaggio: quello in bottiglia.

Vista della tenuta
La tenuta

J: Oltre a questa iniziativa, avete anche una bellissima tenuta che fu proprietà di Michelangelo e l’avete impreziosita con delle sculture sistemate nel vostro giardino. È visitabile per chi viene nella vostra tenuta? È sempre un’idea iniziata da suo padre?

L: Sia la nostra cantina che il nostro giardino delle sculture con 45 opere sono visitabili su prenotazione. Il bello della nostra zona è anche la natura incontaminata visto che siamo circondati da centinaia di ettari di bosco che permettono anche bellissime passeggiate. 

J: Purtroppo le opere dovevano essere esposte questo mese a Milano alla Galleria Spirale, avete trovato un modo alternativo creando una mostra online oppure verrà tutto rimandato?

L: Si, la mostra con 70 opere è stata rimandata all’autunno, mentre online stiamo caricando sul nostro sito e sui nostri canali social video e live che raccontano la vita che continua a Nittardi, stagione dopo stagione, perché la natura non si ferma mai! 

J: Grazie mille della disponibilità e di averci fatto scoprire la vostra tenuta e questa preziosa realtà. Per i più curiosi, vi lasciamo il link con cui potete accedere alla tenuta e fare un giro inebriante tra vino e natura: http://www.nittardi.com