Aspettiamo un bambino!

Nell’ultimo quinquennio le sale cinematografiche italiane hanno proiettato numerosi film biografici (detti anche biopic). Ormai cresce sempre di più in noi spettatori la curiosità nei segreti, nell’oscurità e nei misteri di personaggi che hanno abitato nella nostra stessa realtà, rendendola più poetica.

di Lorenzo Carapezzi

Divi rockstar, pittori maledetti, santi della matematica e persino politici antieroi sono diventati il nostro pane quotidiano. Non ci interessa più sapere quando e cosa hanno fatto in passato per diventarefamosi, ci intriga sempre maggiormente il loro lato sentimentale, le più piccole curiosità che alimentano la nostra voglia di scoprire. Siamo costantemente affamati dei dettagli oramai, non ci accontentiamo delle storie ideate e scritte di sana pianta. Pretendiamo dagli sceneggiatori e dagli scrittori più vita vissuta che vita immaginata, senza però dimenticare l’aspetto romanzesco delle storie. Il film biografico condito con tocchi di fantastico potrebbe sembrare la metafora perfetta di quello che è il cinema: un connubio tra realtà e finzione. La fusione è quella, ma stranamente avviene attraverso il processo contrario: non è più la fantasia che deve sembrare credibile, bensì l’opposto, la realtà vissuta tempo addietro deve essere colorata di spettacolarità. Ogni singolo secondo vissuto dal vero personaggio deve apparirci come un’epopea. E così il vecchio Craxi rimane segregato in Tunisia in “Hammamet” come Robinson Crusoe rimane bloccato in quella sperduta isola; grazie a “Volevo nascondermi” Ligabue diventa il nuovo artista incompreso di questo 2020, come lo era Van Gogh a fine Ottocento; persino il mitico Alberto Sordi si veste di una maschera più ansiosa, più speranzosa all’interno di “Permette? Alberto Sordi”  dove vediamo la grande star romana non più nei panni di personaggi pieni di cattiveria perfida e sottile, ma come un pacioccone piena di voglia di recitare e di vivere assieme agli altri.
Il cinema di oggi riprende dal passato i ricordi e le memorie dei grandi uomini e delle grandi donne trasponendole sullo schermo, modificando il giusto necessario per rendere queste vite più epiche di quelle che effettivamente sono state, le pittura con colori più accesi, le maschera con volti più freschi, le decora con oggetti più moderni.

Un’ora sola ti vorrei (Alina Marazzi, 2002)


Eppure, a mio parere, manca qualcosa, un dettaglio piccolo ma così potente che rende veramente onore a chi il film è stato dedicato: manca quell’affetto personale e diretto tra chi riadatta e chi è riadattato. Non dico che dietro a questi e ad altri film manchi la ricerca e lo studio del personaggio. Di sicuro il lavoro degli adattatori e/o sceneggiatori è stato in tutti questi casi eccellente. Me li immagino seduti la sera tardi a scrivere circondati da pile di fotografie, testimonianze registrate e diari segreti ritrovati in vecchi cassetti. Eppure, tutti questi sceneggiatori (diciamo anche registi, per dare merito anche a questo lavoro in rovina) non conoscevano direttamente questi grandi idoli. Tra loro e le grandi star c’è sempre di mezzo un ponte e questo ponte si chiama “congiunto”: tutte le informazioni derivano semplicemente dai famigliari, dai compagni di vita, dagli amici di chi viene studiato. E’ facile però cadere in tentazione e in provocazione, pensando che il risultato esatto di quello che io auspico come vero film biografico sia la storia direttamente raccontata dalla persona interessata e questo pensiero non può che non essere errato. In quel caso si sfocerebbe nell’autobiografico ed esso è un privilegio che solamente pochi possono permettersi di esercitare. Solamente un Chaplin, parlando di cinema, o una Abramoviç, parlando di performance, possono raccontare le proprie vite, poiché non un secondo è stato noioso (si noti che sto parlando di romanzi in questo caso).
Non c’è migliore esempio di film biografico come deve essere fatto come il capolavoro di Alina Marazzi “Un’ora sola ti vorrei” (2002). La regista italo-svizzera ricostruisce il volto e la storia della propria madre morta suicida attraverso filmati reali, home movie e diari personali. È il perfetto esempio di quello che viene chiamato found footage, ovvero l’utilizzo di materiale d’archivio nel tentativo di una nuova costruzione di senso. Il senso che cerca la Marazzi è quello di accompagnarci con la sua suadente voce in un viaggio che lei stessa ha compiuto, trasmettendoci le stesse sensazioni di stupore e di tragiche scoperte di quando lei incominciò a leggere e a scoprire gli oscuri demoni che la madre provava e sentiva quando la regista aveva solamente sette anni. La regista tenta di mostrarci ed insegnarci un difficile rapporto tra una madre che non riesce a trovare il proprio posto e spazio nel mondo e una spensierata figlia che diventa immediatamente adulta dopo l’imminente tragedia.

Liseli, la madre di Alina Marazzi

Qui riusciamo a trovare il contatto diretto tra il narratore e il narrato. Il ponte di prima non solo non esiste, ma non è nemmeno concepibile, poiché non c’è più un fiume a dividere il cantastorie e il mito dell’eroe. Esso è la perfetta simbiosi del film biografico. Non vi è spettacolarizzazione ma pura esperienza sensibile che ci avvolge per tutta la durata del film. Questo contatto risulta talmente puro da essere unico nel suo genere. Lo ritroviamo soprattutto in una scena che non nego a definire una delle più belle che io abbia mai visto: la madre Liseli, filmata dal padre mentre passeggia con il proprio compagno, guarda direttamente in macchina annunciandoci la sua gravidanza. “Aspettiamo un bambino”: è la frase che sentiamo attraverso la voce della stessa regista. Marazzi, in questo modo, crea un certo effetto di myse en abyme, auto-annunciandoci la propria nascita, non fisica ma nella mente dei futuri genitori.
Alina Marazzi ha ben capito cosa esattamente il film biografico sia. Un racconto che parla delle sofferenze di qualcun altro, ma chi meglio può raccontare qualcosa se non chi è riuscito non solo a sentire ma a stare accanto a quel qualcosa? 

La magia del cucito e dell’arte

Oggi conosciamo Elisabetta, una ragazza super simpatica, che grazie alle sue conoscenze e alla sua manualità si è reinventata. Innanzitutto chi è Elisabetta?

di Jessica Caminiti

E: Ciao, sono Elisabetta e come avete visto sono colei che è dietro il profilo instagram di Mnemosyne handmade. Ho 26 anni e ho una formazione prettamente artistica: mi sono laureata prima in Beni Culturali per poi specializzarmi nel corso della magistrale in archeologia a Bologna. Attualmente abito in un piccolo paese della Riviera del Brenta, una bellissima zona tra Padova e Venezia, ma sono originaria di Vicenza. Per curiosità e passione nel tempo libero ho iniziato ad avvicinarmi alle cosiddette fiber arts, ovvero le arti tessili, e tutto ciò che ho imparato l’ho appreso da autodidatta. È iniziato tutto durante la magistrale, quindi non molti anni fa, in un momento in cui mi sentivo totalmente satura di nozioni teoriche e ho sentito un profondo bisogno di mettere “le mani in pasta” per esprimere me stessa.

J: è una scelta molto particolare. Mi aspettavo sinceramente tutt’altra storia! Sai io con il cucito ho un bruttissimo rapporto, dovuto al fatto che cercavano di insegnarcelo alle scuole elementari come “lavoro da femmine” durante l’estate, mentre i miei amici potevano andare a giocare a calcio fuori.

E: No, per me fortunatamente è andata diversamente, non è stata un’imposizione. Penso che attualmente, soprattutto noi giovani, siamo molto ferrati sulle materie prettamente teoriche tanto da dimenticarci l’importanza (e l’utilità) della manualità. La mia relazione con le arti tessili è nata inizialmente facendo dei piccoli lavori con i ferri da maglia e poi, pian piano, ho sperimentato altre cose come il cucito, la tessitura su telaio mobile, la tecnica del punch needle, il ricamo. Proprio con quest’ultimo è nato, poi, un amore vero, e attualmente è la tecnica che uso maggiormente perché sento più mia. Ci sono stati momenti in cui volevo mollare, perché le cose non venivano come volevo o perché semplicemente non venivano velocemente! Ma poi piano piano ho capito: era proprio la lentezza dell’attività in sé a renderla così bella e di valore! La curiosità di vedere i progressi, giorno dopo giorno, la bellezza del veder nascere un disegno pieno di sfumature da semplici fili che entrano ed escono dalla tela. Ora quest’attività mi rilassa, mi rende libera dal tempo, e non lo ritengo più solo un hobby, fortunatamente sta diventando anche un lavoro. Inoltre, durante la quarantena mi sono messa a sperimentare anche altre tecniche, che presto approfondirò.

J: sento aria di novità, cosa ti sei messa a sperimentare?

E: In realtà le idee sono sempre troppe e il tempo è sempre poco! Ma ho iniziato a sperimentare la tecnica dell’infeltrimento ad ago.

J: Se già ero stupita con il ricamo ora mi incuriosisci ancora di più. Che cos’è questa tecnica?

E: È una tecnica antichissima, statuine lavorate con il feltro ad ago si possono a trovare nei mercatini, come per esempio le classiche bamboline sudamericane o le figure dei presepi, inoltre con questa tecnica sono realizzate anche molte installazioni contemporanee, ma io ho scelto di utilizzarla per creare dipinti bidimensionali. In poche parole si utilizza della lana grezza, non ancora filata, e la si fissa su una superficie con l’aiuto di un ago o di un insieme di aghi. Per questi lavori, avendo la possibilità di utilizzare campiture più ampie, ho provato a riprodurre delle opere d’arte espressioniste, come quelle di Munch e Matisse.

J: visto che siamo entrate nell’argomento, come scegli gli artisti?

E: Scelgo ovviamente gli artisti che più mi piacciono ma in realtà dipende anche dalla tecnica che decido di usare: cerco di selezionare quelli che per me rendono meglio. Per esempio per il ricamo gli impressionisti sono perfetti, poiché è possibile riprodurre quasi ogni singola pennellata.

J: è strano, perché io per esempio avrei pensato invece subito a Seurat e il puntinismo

E: Beh sì, anche, ma credo che per lui si potrebbero fare dei lavori utilizzando un’altra tecnica ancora! C’è un punto di ricamo, in particolare, che si chiama punto nodino (french knot) con il quale sarebbe interessante rappresentare ogni singolo punto dei suoi quadri. Sarebbe un lavoro estenuante e lunghissimo ma sicuramente divertente!

Nei ricami che faccio di solito io non utilizzo punti tradizionali, vado molto a sentimento e a occhio, mi sto staccando dell’accademismo che contraddistingue i miei primi lavori perché mi fa sentire più libera durante il processo.

J: Ricollegandomi alla tua risposta. Accademismo, punti base… Hai iniziato sì come hobby, ma anche per necessità?

E: In realtà no, non avevo niente da rammendare o aggiustare, volevo solo trovare qualcosa di diverso e particolare che mi facesse appunto ricollegare alla mia manualità. E penso di aver trovato la cura non solo al bisogno di usare le mani ma anche al bisogno di “staccare” e riprendermi il Mio tempo. Siamo una società frenetica, ormai lo sappiamo, si corre, si sta sempre attaccati al cellulare e senza tecnologia non riusciremmo a sopravvivere. Io in tutto questo ho sentito il bisogno di ritrovare un po’ di tradizione e un po’ di lentezza.

J: effettivamente potremmo dire che siamo già la seconda generazione che non sa cucire, non credo che molti dei nostri genitori sappiamo farlo. Quando hai iniziato invece ad unire arte e cucito?

E: Sicuramente, infatti queste cose vengono sempre viste come “hobby della nonna”, ma io lo considero un peccato. Ho unito arte e ricamo durante l’autunno scorso e questa volta per necessità: avevo bisogno di un fermacapelli ma non trovavo niente che mi piacesse, così ho deciso di farmelo da sola con un bel disegno di Mondrian. Poi ho iniziato a fare sempre più oggetti come spille, segnalibri, ciondoli per collana…


J: tutte cose che le persone usano quotidianamente!

E: Esatto! Sono oggetti quotidiani sì, ma speciali: esprimono noi stessi, la nostra passione per l’arte e le emozioni positive che l’arte ci sa donare. Mi sono data all’artigianato proprio per creare sempre qualcosa di unico ed irripetibile, che sapesse trasmettere emozioni vere, anche se purtroppo in Italia è molto difficile vendere cose fatte a mano. La gente spesso si stupisce per i prezzi e per le ore impiegate per la lavorazione, ma come dico sempre: chi decide di acquistare qualcosa da me non avrà poi in mano un semplice oggetto, avrà molto di più, il mio tempo!

J: quanto ci metti a fare un pezzo e cosa devi fare in particolare?

E: Dunque, ora che ci ho “fatto la mano” per una spilla di 8×6 cm impiego circa 20/25 ore, per un segnalibro invece molto meno, perché la dimensione è minore. Ogni ricamo è così strutturato: inizialmente faccio il disegno del quadro in questione, riprendendo quello che vedo dal libro o dal pc, facendo a occhio le proporzioni (non uso nessuno schema preparatorio). Dopo ovviamente c’è la fase di ricerca dei colori e delle sfumature più simili all’originale e infine c’è il ricamo vero e proprio. Devo dire che sono anche una persona molto precisa, sto attenta ad ogni dettaglio, in modo che l’effetto sia bello nel complesso.

J: Wow, un lavorone! Rivelaci qual è la parte più difficile e magari noiosa

E: La parte più difficile credo sia proprio l’inizio, è il momento in cui devi metterci più testa e più impegno. Poi ovviamente, una cosa ancora più snervante è dover scucire e rifare un pezzo quando magari non ho scelto la tonalità di colore giusta oppure un punto non è venuto bene. La cosa forse più lunga e ripetitiva è sicuramente la cornice finale che metto ad ogni oggetto ricamato. Questa la faccio per unire il pezzo di stoffa ricamato con un altro pezzo, così da nascondere il retro (per quanto io credo sia comunque affascinante).

J: per concludere vuoi raccontarci com’è andato questo periodo e dei progetti per il futuro?

E: Questo periodo a dir la verità non è stato solo proficuo per la sperimentazione, ma ho anche ricevuto molte commissioni! Di conseguenza non ho lavorato molto per me, quanto per loro, ma ciò mi ha reso comunque molto contenta e soddisfatta. Per esempio ho creato di recente un ciondolo per collana con un quadro di Van Gogh, Il ponte di Langlois ad Arles, che mi è dispiaciuto dare via! Comunque il futuro riserverà molte sorprese! Credo ci sarà qualche continuazione con il tema dell’arte, ma ho in mente altri progetti di tutt’altro tema, sento il bisogno di slegarmi…

Poi in realtà vorrei proporre dei laboratori di ricamo e..

J: taglio di conversazione sull’ultimo super progetto top secret di cui abbiamo parlato, anche perché è super interessante e impegnato nei confronti dell’ambiente… Niente rivelazioni per ora, bene, possiamo concludere allora…

E: ma va, credevo mi chiedessi del nome!

J: È vero! Ho pensato per così tanto a te come Elisabetta che non ho pensato al nome del progetto. Mnemosyne handmade, da dove arriva?

E: Beh diciamo che mi hanno sempre detto che sui social è utile avere un nome riconoscibile (e su questo ci siamo) e facile da ricordare (su questo magari meno). Io ho scelto Mnemosyne perché è qualcosa che sento mio, sia per un discorso linguistico sia per un fattore personale. Mnemosyne nell’antica Grecia era la personificazione della Memoria, e io ovviamente voglio ricordare quanto sia importante la memoria rappresentata dalle tradizioni e dal ricamo in particolar modo, e come bisogna cercare di tenerla viva. Personalmente poi, credo molto nel valore profondo della memoria e devo tutto questo a mio padre, che me l’ha trasmesso e insegnato. Era un appassionato di storia e antichità e per quanto lui non avesse studiato conosceva fatti e nozioni anche molto specifici, e non so tuttora come! Per questo credo di essermi poi appassionata anch’io all’archeologia, papà mi ha spinto a credere nella potenza, nella forza e nell’importanza della memoria. Il passato è importante e forse quello che temo di più nella vita è dimenticare. Per quello Mnemosyne, la Memoria, è per me una figura importante.

J: Fantastico, un nome, che riesce ad unire il grande disegno della storia con la tua, grazie Elisabetta è stata veramente una bellissima chiacchierata. Spero di veder presto le tue nuove idee e i tuoi nuovi lavori, sono troppo curiosa 🙂

Un grazie ad Elisabetta, anche per la bellissima chiacchierata tra gatti, università, arte e futuro. Intanto vi invito a visitare il suo profilo instagram e la sua pagina dove vende questi piccoli capolavori: non ve ne pentirete!