Gli dèi siamo noi

Gli Stati Uniti sono il Paese delle grandi invenzioni e delle innovazioni, di coloro che hanno sfidato i grandi dèi del passato, vincendo, tanto da sedersi al loro fianco. Una vittoria che hanno voluto celebrare nella cupola centrale del Palazzo più importante del potere americano: il Campidoglio.

di Silvia Michelotto

Ormai lo sapete: i miei articoli, che molto spesso hanno toni vaneggianti, nascono nei modi più bizzarri.

Questa volta il concepimento di questa malsana trovata è avvenuto più o meno così. Me ne stavo seduta in giardino, in piena quarantena da Covid-19 (maledetto te!), con una tazza di tea fumante in mano (perché fa fin troppo freddo per essere fine marzo) e un mattone da 1479 pagine nell’altra. Quando all’improvviso mi trovo a leggere dell’Apoteosi di George Washigton. Toh, un’opera che non conosco! Leggo ancora e…perché Cerere è su una mietitrice?
Non ci serve un mago per capire che ho passato il resto del pomeriggio chiusa in casa a cercare foto, notizie, saggi, libri al riguardo. Perché una dea su un mietitrice non si era mai vista! O meglio non qui in Europa, ma in America, dove ormai può letteralmente succedere di tutto, l’hanno vista per ben 155 anni!

Il Capidoglio di Washington
Costantino Brumidi

E a pensarci fu un italiano! Un certo Costantino Brumidi, artista nato nel 1805 a Roma e che lavorò per tre anni nello Stato Pontificio, rimanendo affascinato da un certo Michelangelo Buonarroti. Purtroppo la conquista francese di Roma e il periodo in carcere lo portarono a fare le valigie e andarsene in America, dove fece parecchio successo. Così tanto da essere chiamato a lavorare al Campidoglio di Washigton, la sede del potere temporale degli Stati Uniti d’America.

La sua bravura gli permise di avanzare la pretesa di decorare la cupola centrale del palazzo, cosa che accadde. Si trattava di una struttura maestosa che ricorda in modo evidente quelle delle nostre basiliche religiose: un elemento religioso che si va ad inserire all’interno del tempio politico per eccellenza del mondo. Gli Stati Uniti sono Paese dell’eterno paradosso: da un parte si crede fermamente al volere divino che ha concesso ai Padri Pellegrini di giungere in una terra così ricca e che si sarebbe imposta sul Vecchio Mondo, ma allo stesso tempo hanno la consapevolezza della forza dell’uomo, della sua capacità di farsi da solo ed emergere con le proprie qualità.

Su uno sfondo dorato, la composizione della cupola si sviluppa su due piani orizzontali. Quello più vicino al centro rappresenta George Washigton che, con la sua inconfondibile giacca blu e gialla e un manto sulle ginocchia, viene innalzato alla gloria, diventando, quindi, una divinità politica e storica degli Stati Uniti. E’ circondato da tredici fanciulle che, con lui, siedono su un anello di nuvole: lo stanno accompagnando nell’Olimpo della Storia.

Apologia di George Washigton
Nettuno (dettaglio dell’Apologia di Washigton)

 È la parte sottostante a interessarci di più: sulla base della cupola, su un terreno brullo, gli antichi dèi si muovono tra invenzioni di un futuro così lontano da loro. Il loro dominio è finito, però, essi sono coloro che, divinamente, hanno ispirato gli uomini a raggiungere queste meravigliosi scoperte scientifiche.

Nettuno, seduto sul suo carro di conchiglia, trainato dai possenti e irrequieti cavalli bianchi, trattenuti da tritoni, ninfee e putti, si staglia su una porzione di mare da cui sbuca la prua di un battello a vapore. La dotta Minerva guida le menti di Morse, di Fulton e Franklin verso le deduzioni che li condurranno alle loro invenzioni (rispettivamente: il noto codice Morse; la nave a vapore; il parafulmine, oltre ai grandi contributi nel campo dell’elettricità, della meteorologia e dell’anatomia). Vulcano, invece, presiede i lavori di una fucina che non crea più spade e scudi, bensì cannoni e fucili, che sembra ammirare soddisfatto; lavori che verranno utilizzati da Ares/America. La dea della guerra, vestita in maniera classicheggiante, sembra trasformarsi in un’antenata di Capitan America con l’elmo e lo scudo con i colori della bandiera americana e l’aquila reale che l’accompagna e ghermisce i nemici. Arriviamo a Cerere su quella famosa mietitrice McCormick che ha fatto iniziare questo viaggio.

Minerva (dettaglio dell’Apoteosi di George Washington)
Vulcano (dettaglio dell’Apoteosi di George Washigton)

Si tratta di una lode non solo all’uomo che ha creato quello che ad oggi sembra il Paese più forte del mondo, che ammiriamo e che, sotto sotto, desideriamo, ma anche all’avanzamento tecnologico di cui è stato protagonista. Oggi sorridiamo all’idea che l’elettricità sia questa grande scoperta o che una mietitrice trainata da cavalli sia rivoluzionaria, ma all’epoca erano delle cose pioneristiche.

Trovo, però, affascinante una cosa. Noi europei siamo portati a guardare in alto e vedere il mondo celeste come il mondo perfetto, ideale, in cui tutto risulta compiuto (sia che crediamo al Regno dei Cieli, al Valhalla o al dio spaghetto). E’ il luogo delle divinità e degli dei, è lì che vogliamo sederci.

Cerere (dettaglio dell’Apologia di George Washigton)
Ares (dettaglio dell’Apologia di George Washigton)

A Washigton, per la prima volta, non è così! I padri fondatori ci osservano dall’alto, invidiandoci quello che per noi è normalità (cellulari, computer, acqua corrente, elettricità ovunque, anche in tasca). Si sono seduti di fianco alle divinità del passato, sapendo che ogni piccolo passo creerà un nuovo dio che prenderà posto nel nuovo Olimpo. Sotto quella cupola che inneggiava all’avanguardia della tecnica e della scienza ci sono esempi di come l’intelligenza umana abbia preso e modificato quelle che sembravano le invenzioni ultime, impossibili da eguagliare, creando qualcosa di nuovo, di ancora più magnifico.

Gli dèi non sono più tra le nuvole, ma vivono la terra. Le nuove divinità siamo noi!

Documenta e l’ambiente: il progetto di Lacaton&Vassal

Mostre, biennali, fiere, eventi e chi più ne ha, più ne metta. Ogni anno chi è appassionato d’arte si trova l’agenda piena di manifestazioni a cui è impossibile non partecipare se ci si vuole tenere aggiornati su questo ambiente frenetico.

di Silvia Michelotto e Jessica Colaianni

Anche i luoghi più remoti ospitano ormai manifestazioni artistiche, con l’obiettivo di richiamare amanti della materia ma anche turisti interessati ad ammirare qualcosa di nuovo. Il primo grande evento di questo tipo è la Biennale di Venezia,  la cui prima edizione risale al 1895. Nel corso del Novecento però, sono tante altre le manifestazioni che nascono e che fanno grande concorrenza all’evento italiano. Tra queste abbiamo Documenta, la quale si tiene nella cittadina tedesca di Kassel ogni cinque anni e che ha una durata di 100 giorni. La prima edizione si è svolta nel 1955, in una fase delicata per il paese il quale, ancora scosso e gravemente ferito per la sconfitta in guerra e dalla dittatura hitleriana, cerca di risollevarsi, ritrovare una propria identità e di riconciliarsi con l’arte del primo Novecento, ripudiata dal regime nazista. Lo fa allora scegliendo una delle città più bombardate, individuando come sede della manifestazione il Museum Fridericianum di cui era rimasta intatta solamente la facciata. Ideatori del progetto furono Arnold Bode, artista, architetto, designer e curatore nato a Kassel, il quale diresse le prime quattro edizioni e Werner Haftmann, storico dell’arte facente parte del comitato scientifico. Per quanto riguarda le prime edizioni, esse ebbero lo scopo di riscattare la Germania insieme all’arte tedesca e quella delle avanguardie, concentrando l’attenzione in particolar modo sull’arte astratta. Con Documenta IV, nel 1968, si abbandona invece lo sguardo retrospettivo per concentrarsi su tematiche più attuali ed è con la direzione di Catherine David (in Documenta X, 1997) che essa assume quella caratteristica che rende l’evento unico e rilevante. Da questa edizione, infatti, la mostra tedesca si configura attorno a tematiche di carattere politico e sociale, mettendo in particolare il tema della globalizzazione al centro della ricerca. Oltre all’esposizione di opere d’arte, peculiarità è l’organizzazione di incontri e dibattiti con filosofi, sociologi, economisti ma anche artisti e teorici dell’arte, chiamati a discutere sulle tematiche che fungono da fil rouge in ogni singola edizione. 

Il Documenta si è impegnato per anni anche nella difesa dell’ambiente, tanto da diventare teatro della performance Le 7000 querce di Beuys. Proprio per questo motivo, l’aver contattato lo studio Lacaton&Vassal (di cui vi abbiamo parlato qui) per la realizzazione di un padiglione esterno della dodicesima edizione sembrava seguire l’ideale della manifestazione. 

Il progetto della studio

Lo studio architettonico cercò di realizzare con materiali semplici, come il policarbonato e l’acciaio, una struttura completamente autosufficiente. Attraverso delle intercapedini la struttura sarebbe dovuta servire a raccogliere il calore da poi distribuire nello spazio espositivo, che avrebbe dovuto essere illuminato attraverso dei pannelli che potevano ruotare in base alla luce solare, evitando, di conseguenza, di utilizzare la luce elettrica se non in casi estremi. Inoltre, essendo il parco in cui si svolge il Documenta una piccola depressione, sotto il livello del fiume vicino, e quindi a rischio di alluvione, il duo francese aveva pensato a strutture facilmente rimovibili e di facile riparazione.

Una volta finita la manifestazione prevedeva che la struttura fosse smantellata e il materiale riutilizzato per la costruzione di alcune abitazioni popolari, riprendendo alcuni loro progetti precedenti. 

Quando Lacaton e Vassal lasciarono la città tedesca erano convinti che il loro progetto rispettasse i desideri della committenza, che attivamente aveva partecipato alla realizzazione di esso, la cui realizzazione fu affidata a un’azienda esterna. Quando, però, ritornarono per l’inaugurazione scoprirono che le cose erano cambiate: l’impatto zero sull’ambiente, tanto ricercato dallo studio, era stato abbandonato a favore di un più semplice e inquinante sistema di riscaldamento. Un impianto piuttosto grande che non sarebbe potuto scampare ai danni dovuti a un’eventuale esondazione.

I due architetti, non informati delle modifiche, se ne andarono rinunciando alla paternità del padiglione.

E’ strano vedere come una rinomata manifestazione che ha sempre trovato nell’amore per l’ambiente una vera e propria linea guida abbia rinunciato a questo spirito a favore della semplicità e della rapidità di realizzazione. Il padiglione dedicato al Documenta poteva essere un manifesto del nuovo modo di costruire, dimostrare che, soprattutto, le strutture temporanee potevano essere alla base di un nuovo modo di vedere e pensare l’architettura. La scelta del curatore è stata piuttosto infelice e ha segnato l’inizio di una crisi sempre più evidente del Documenta: perdite economiche enormi, manifestazioni sempre meno coinvolgente e sempre meno interesse verso un evento che sta iniziando a perdere di vista la sua storia.

Fonti:

– R. Pinto, Nuove geografie artistiche, le mostre al tempo della globalizzazione, Milano, Postmedia, 2012.

– Lacaton&Vassal, https://www.lacatonvassal.com/index.php?idp=63

– M. De Propis, documenta 12, http://www.vg-hortus.it/index.php?option=com_content&view=article&id=65:documenta-12-a-kassel&catid=11:eventi&Itemid=13

La fontana dei miti e degli scherzi

Bernini realizzò numerose opere a Roma, ma di sicura una delle più suggestive è la Fontana dei Fiumi, una struttura scultorea complessa che permette a chi la osserva di scoprire il mondo.

di Silvia Michelotto

Penso che Giovan Lorenzo Bernini sia una di quelle persone con cui avrei volentieri fatto due chiacchiere, condite con delle grosse risate. Mi sono sempre immaginata un uomo serio e dallo sguardo leggermente folle, idea che mi era stata offerta dagli autoritratti che avevo avuto il piacere di ammirare, ma poi, leggendo di lui, mi sono resa conto che nulla è più distante dalla realtà. Bernini era un uomo dedito agli scherzi e che amava la vita e il suo lavoro, accettandone gli alti e i bassi che questi gli offrivano. A circa 92 anni, ad esempio, la sua salute peggiorò a causa di una paralisi che lo colpì al braccio destro, affrontò il problema con il sorriso e affermando che alla fine, dopo tutto quegli anni di duro lavoro, il suo amato arto doveva pur riposare!

Bernini era un artista a tutto tondo e che abbellì la Città Eterna con opere meravigliose, che, insieme a quelle di Michelangelo (morto solo 34 anni prima della nascita dello scultore napoletano), ne sono diventate il simbolo. Tra queste c’è, senza ombra di dubbio, la meravigliosa e imponente Fontana dei Quattro Fiumi.

La fontana dei Fiumi progettata da Bernini (1651)
Dettaglio di un mostro marino sullo scoglio di Fraschi

L’artista stava affrontando un periodo piuttosto complesso della sua vita a causa della morte del suo più importante mecenate, Urbano VIII, sostituito dall suo grande nemico: Innocenzo X Pamphili. Alla stregua dello scontro Borgia-Rovere, il nuovo papa cercò di superare le grandi commissioni del suo predecessore, rivolgendosi a quegli artisti che erano rimasti nell’ombra. La Fontana, quindi, con grande probabilità si pensava sarebbe stata realizzata da Borromini, rivale di Bernini e leggermente snobbato dal defunto Urbano VIII, eppure l’artista napoletano decise di giocare le sue carte e di regalare un modellino in argento del progetto della Fontana all’avida cognata del papa. La donna, ammaliata e molto influente, convinse Innocenzo X a cambiare l’autore del progetto. Ovviamente Borromini non ne fu contento. 

L’odio tra i due è così noto che ancora oggi viene diffusa quella falsa leggenda che vorrebbe che la personificazione del Rio della Plata della Fontana si stia nascondendo alla vista dell’ “abominevole” S.Agnese Agone del collega e avversario Borromini, che, fatalità, è proprio di fianco al complesso scultoreo. In realtà ciò risulterebbe leggermente impossibile, proprio perché i lavori alla chiesa iniziarono nel 1652, un anno dopo il completamento del monumento berniniano. Insomma, è solo una brutta serie di sfortunati eventi!

L’imponente apparato in travertino doveva essere una lode al potere del Pontificato: la religione cristiana era arrivata in ogni angolo del mondo fino a quel momento conosciuto. Bernini, però, decise di rappresentare i Continenti non con le solite personificazioni, bensì con le incarnazioni dell’Acqua. La scelta dell’elemento  non è da circoscrivere unicamente alla funzione che doveva avere, quello di Fontana appunto, ma anche come elemento vitale e purificatore del credo cristiano. Fu così che le bellissime e tradizionali fanciulle furono sostituite da uomini possenti e muscolosi, ognuno a rappresentare uno dei fiumi più importanti della propria terra. A realizzarle, però, non fu lo stesso Bernini, bensì alcuni degli artisti che lavoravano nella sua bottega.

Gange di Poussin
Danubio di Raggi

Abbiamo così l’irrequieto Danubio per l’Europa, realizzato da Antonio Raggi, che si contorce per indicare lo stemma della famiglia papale; c’è poi il Gange (India) che regge in mano un remo, per la sua navigabilità, scolpito da Claude Poussin; il Nilo (Africa) ha il capo coperto in quanto ancora non si conosceva la posizione delle sue sorgenti e fu realizzato da Giacomo Antonio Facelli; finiamo poi con il Rio della Plata: quello che sembra un atto di disgusto è in realtà di sottomissione: l’America era appena stata convertita dal Vecchio Mondo, e sulle spalle ha una borsa piena di monete, probabilmente in argento, che dovrebbero richiamare il colore delle sue acque. A scolpirlo fu Francesco Baratta.

Le sculture sono state sistemate su uno scoglio, realizzato da Giovan Maria Fraschi, e che ha, al centro, uno scavo in cui è stato sistemato l’obelisco, in modo da renderlo più stabile: idea che sperimentò con successo  Bernini in occasione della progettazione della Fontana del Tritone (1643). Questo monolite è una copia romana di un obelisco egizio che fu ritrovata nel 1647 nei pressi della Via Appia; esso doveva rappresentare come i quattro continenti fossero protetti dall’ombra della Santa Sede.

Nilo di Facelli
Rio della Plata di Baratta

A rendere ancora più stupefacente l’opera è la grande varietà di elementi vegetali e animali che si possono notare tra le crepe e le sporgenze della base. Numerosi animali marini e creature fantastiche si offrono all’osservatore più curioso e attento, piccolo esploratore di un’opera che gli permette di visitare il mondo. Ogni singolo pertugio offre qualcosa di meraviglioso e anche gli elementi vegetali non sono da meno: piccoli ecosistemi si muovono sotto un vento immaginario, impercettibile, ma in grado di muovere il freddo e tenace marmo.

Un piccolo spaccato di Natura si staglia in una delle piazze più importanti di quella che, già all’epoca era una metropoli. Immediatamente la città comprese come quella Fontana, sorta su un semplice abbeveratoio, non era una semplice opera pubblica, ma un vero e proprio capolavoro, tanto che nessuno ebbe il coraggio di ricordare al Bernini, durante l’inaugurazione, che c’era bisogno di acqua perché quella fosse una fontana a tutti gli effetti. Infatti, al momento in cui l’imponente complesso fu scoperto, la vasca era completamente vuota, un dettaglio importante e che all’artista, scenografo anche di teatro e amante delle trovate in grande stile tipicamente barocche, non poteva di certo essere sfuggito. Solo a fine della cerimonia, quando il papa se ne stava andando, ammaliato anche lui dalla meravigliosa creazione che aveva commissionato, Bernini diede il segnale e l’acqua iniziò a zampillare. Non dalle bocche delle creature marine o da piccoli tubi impiantati sullo scoglio, ma da sotto l’obelisco: l’acqua scendeva sul marmo come piccoli rigagnoli, bagnando la fredda terra e donandole nuova vita.

La palma mossa dal vento realizzata da Fraschi
Serpente di terra, dettaglio dello scoglio realizzato da Fraschi

Il successo fu ancora più grande e strabiliante.

Borromini non fu, di nuovo, felice! Fu così che, insieme ad altri artisti che non stimavano in particolar modo Bernini, memori delle battute che questo aveva fatto sulla complessità di rendere stabile l’enorme obelisco, sparsero la voce che presto tutta la struttura sarebbe caduta. Il nostro scultore napoletano si presentò, così, la mattina seguente con dei chiodi e delle corde sottilissime, le avvolse intorno all’obelisco e le attaccò alle case vicine, dicendo che così avrebbe retto più a lungo.

Ovviamente non furono realmente necessarie, anche perché erano terribilmente inutili, difatti l’obelisco con i suoi Quattro Fiumi si staglia ancora su Piazza Navona, in tutta la sua magnificenza.

Fonti:

– D. Pinton, Bernini. I percorsi dell’arte, ATS Italia Editore, 2009

MAY YOU LIVE IN INTERESTING TIMES…

In questi giorni abbiamo deciso di parlare di censura, un tema caldissimo, soprattutto in questi ultimi giorni. Di atti di censura ne è piena la storia, soprattutto nei momenti in cui si sono vissuti cambi di governo e di religione, oppure durante i totalitarismi (di cui vi abbiamo parlato in questo articolo). Quando le cose cambiano sembra necessario cancellare qualcosa per andare avanti, ma è veramente così? E’ veramente necessario fare tabula rasa di quello che è successo prima, come si sta chiedendo ora  a grande voce?Ma soprattutto è giusto dimenticare?

Di Silvia Michelotto

Non vi voglio parlare dell’equilibrio tra giustizia storica e vera e propria caccia alle streghe, ma raccontarvi di dati allarmanti e vicini a noi che dimostrano come mai il mondo abbia bisogno di ricordare. Per farlo voglio partire da un’opera letteraria, un grande classico della letteratura distopica: Fahrenheit 451 di Ray Bradbury.

In questo mondo angosciante, sono stati distrutti tutti i libri, il motivo sembra assurdo ma allo stesso tempo sensato: togliere dalla circolazione tutte quelle idee che possono causare discordia e discriminazione. Ovviamente, cancellando qualsiasi libro con idee moralmente e socialmente pericolose si è innescato un processo che ha portato al rogo di anche quelle opere che, invece, parlano di amore e uguaglianza. Come puoi conoscere il nero senza il bianco? La luce senza il buio? Tutto, così, è stato cancellato. 

Quello che si viene a creare è effettivamente una società che vive in un’apparente armonia, spaventata unicamente dalla possibilità che il malessere dei pochi libri sopravvissuti possa arrivare a toccarli, ma le giornate sono vuote, riempite dagli auricolari, dagli schermi sulle pareti, dalle pillole e dalla velocità. Tutti elementi che portano alla lenta e inesorabile decadenza dell’essere umano, che tenta, senza rendersene conto, di trovare la morte. 

In qualche modo ci tranquillizziamo dicendo che è qualcosa di impossibile, un’esagerazione per farci apprezzare di più il mondo dei libri e la cultura. Ci vogliamo nascondere dietro alla scusa che quello è un romanzo e la realtà è un’altra cosa, ma quello che è raccontato in un libro del 1953 esiste già, quella vita vuota è un male che si è già insinuato tra di noi e ha un nome che mette un po’ di ansia: trasmissione intergenerazionale del trauma.

È una condizione genetica che è stata studiata  grazie alla collaborazione di psichiatrici ed epigenetici, ovvero scienziati che si occupano dello studio della mutazione di geni avvenute senza una trasmissione da parte dei genitori. 

Come è possibile? Ci hanno sempre spiegato che il nostro DNA è composto da metà del corredo genetico del padre e metà della madre e che le mutazioni che possiamo presentare sono già presenti e individuabili all’interno della loro struttura genetica, come è possibile, quindi, che il nostro patrimonio muti  senza un motivo? Gli studi che hanno riconosciuto questa patologia, invece, hanno dimostrato che il DNA registra nel caso in cui un individuo viva all’interno di un ambiente ostile, stressante e pericoloso e trasmetterà queste informazioni attraverso delle mutazioni, appunto, agli eredi, che saranno più sensibili ad attacchi di panico, stress e, nei casi più gravi, presenteranno i sintomi da stress post traumatico. Come per il protagonista del romanzo di Bradbury, sarà la memoria ad aiutarli, quella tramandata dai genitori e/o dalla stessa società. Verrà dato loro tutto ciò che permetterà di spiegare e comprendere il proprio malessere, riuscendo a descriverlo, ma soprattutto arriveranno a rendersi conto di non essere i soli a portare il fardello pesante della storia.

monumento di Stalin abbattuto in Ucraina, atto che si inserisce all’interno di una politica di decomunismo
abbattimento della statua di Cristofero Colombo durante le proteste in America

Se, invece, ciò non succede sono poche le possibilità che quelle persone, quei bambini, riescano a vivere una vita serena e completa. Quel continuo disagio li porterà ad isolarsi, a comportamenti pericolosi, fino a tentare il suicidio, magari riuscendoci. E’ quello che i report dello studio hanno dimostrato accadere nelle cosiddette Terre di Sangue, ovvero i territori dell’Est Europa che furono il teatro di numerosi stragi naziste, in cui vige il totale silenzio sull’ultimo conflitto mondiale o nelle comunità afro-americane che non accettano e tacciono il loro passato di schiavi. Quell’ostinato silenzio ha portato i ragazzi che hanno ereditato gli effetti della vita difficile dei loro avi, fatta di campi di cotone, di abusi, di centri di morte nazisti e di violenza, a non capire perché loro si sentissero diversi, più pensanti, più sensibili a una società in cui ancora vige la legge del più forte. Ragazzi e giovani uomini che hanno aumentato le percentuali di suicidio di quelle zone, rendendole ancora portatrici di morte.

Non si sa ancora quando questa mutazione scomparirà, gli effetti dei soprusi del passato sembrano trascinarsi per lungo tempo, quindi è impossibile calcolare quante saranno ancora le loro vittime, ma di certo abbattere la statua di Colombo, di Jefferson o di chiunque altro accusandolo di schiavismo, di razzismo o di altre bellissime parole che finiscono in ismo e chiedendo che la storia sia riscritta non è una buona cosa. Se finiamo a nascondere lo schifo del passato a favore di una narrazione totally friendly per chiunque, a parte perdere tutto il nostro bagaglio culturale, in quanto, raramente, la storia non ha avuto spargimenti di sangue, schiavi, nemici e conquistatori, non ci sarà più nessun modo per dare a quei ragazzi la possibilità di sentirsi meglio. Daremmo ai nostri figli il peso di un passato che non sanno esistere, ma soprattutto non avranno più le loro radici, perché cancellando il male, come già detto, bisognerebbe cancellare il bene.

una scena di ‘Via col vento’, accusato di essere razzista per il modo in Rossella/Scarlett tratta Mamy
Hattie McDaniel, l’attrice che interpretò Mamy, vinse l’Oscar nel 1940

Mettere in un cassetto Via col vento per razzismo vuol dire dimenticare che fu grazie a quel film che la prima donna di colore, Hattie McDaniel, vinse l’Oscar. Ne vale la pena, quindi? Certo, aggiungere una sottospecie di breve premessa prima della pellicola, che raggiungerebbe, così, la durata pari all’eternità, potrebbe essere una soluzione, in modo che tutti, anche chi non conosce la storia Americana o del film stesso possa comprenderlo a pieno e con l’ottica del passato. Ma cosa bisogna dire per non offendere o creare altri problemi di comprensione? 

Perché è questo che molto spesso facciamo: condanniamo il passato guardandolo con gli occhi del presente. Consideriamo i vichinghi un popolo barbaro, gli egiziani, come i romani, dei depravati, le tribù africane prive di una cultura, quando in realtà il saccheggio e la conquista erano un’attività normale, l’incesto era una pratica comune per le famiglie reali per evitare che il trono fosse instabile e che la pedofilia era una naturale conseguenza di un’aspettativa di vita bassissima, soprattutto per le donne, e che la civilizzazione, come la intendiamo noi, tendente alla globalizzazione, non poteva avvenire in territori dove le popolazioni vivevano tendenzialmente isolate a causa della scarsità delle risorse. È difficile entrare nella mentalità dei popoli del passato, ma renderci conto che non sono come noi è fondamentale, che la cultura e la società è cambiata e che dal passato bisogna solo prendere degli insegnamenti.

Penso che noi italiani questo lo abbiamo imparato molto bene: nella docuserie americana I gerarchi di Hitler vi è una puntata dedicata a Mussolini e al suo ruolo nella salita al potere di Hitler, il presentatore e i tre esperti presenti nel programma continuarono a chiedersi come fosse possibile che noi italiani continuassimo a girare per le nostre città senza rimanere sconvolti alla vista dei fasci, dei monumenti inneggianti al nostro dittatore, a vivere sapendo che le nostre stazioni e le nostre università fossero elogi di colui che ha ispirato i più grandi mostri della storia. La risposta è arrivata dall’ex sindaco di Predappio, Giorgio Frassinetti, che vinse nel 2016 il premio per la Memoria dell’Olocausto: la sedia e il tavolo con i fasci dove lui si sedeva ogni giorno per lavorare avevano assaggiato il peso dello stesso Mussolini, buttare tutto sarebbe stato facile, ma avrebbe significato anche dimenticare, fingere, che non fosse successo nulla, invece averli lì sotto gli occhi lo spinsero a fare meglio, a lavorare pensando a come rendere quella città un luogo migliore e di lotta al fascismo.

Palazzo della Civiltà Italiana realizzato durante il ventennio fascista e che doveva essere il centro di un nuovo quartiere romano

È vero i nostalgici ci sono, ma quell’obelisco e quel teatro a Roma, quella tomba in un piccolo paesino romagnolo, quei palazzi pesanti, squadrati e bianchi sparsi per la nostra Penisola ricordano a noi e alle generazioni future che l’Italia ha avuto un periodo nero, nerissimo, si è macchiata di crimini orrendi, ma ne siamo usciti con dolore, onore, coraggio e lacerati, seguendo i nostri ideali e l’amore per la Patria e per la famiglia. La nostra è una memoria viva, noi, con il nostro passato, non abbiamo fatto a botte ma abbiamo stretto un patto: ci prendiamo dei cialtroni, dei voltafaccia, degli eterni indecisi, ma la nostra storia la portiamo con sulle nostre spalle con dignità, perché quanto è bello sentire “Sì, l’Università di Padova era considerata il baluardo fascista nel Nord, ma è la stessa che ha avuto la Medaglia all’Onor Militare in quanto principale centro della Resistenza” oppure “Mia madre ospitava i Nazisti in casa, ma sotto, in cantina, nascondeva degli ebrei”.

Noi lo sappiamo che la storia è fatta di infinite sfumature di grigio, se noi ci fermiamo al nero allora è la fine. Guardiamo quelle gradazioni, impariamo da loro e raccontiamole ai nostri figli, noi che sappiamo gli errori, ma anche le vittorie, del nostro passato. Invogliamo i nostri nonni e genitori a raccontare la loro, la nostra, storia, ascoltiamoli e impariamo. Giriamo per le nostre strade guardando i monumenti e raccontiamo che quelli sono uomini che hanno fatto grandi cose, ma anche terribili, che noi non possiamo giudicare ma dobbiamo capire e comprendere che erano momenti diversi. Non giustificarli, ma chiederci cosa avremmo fatto al loro posto, cosa possiamo fare ora.

Cancellare, censurare, mutilare non è mai la soluzione giusta!

Fonti:

– T. Snyder, Terre di sangue. L’Europa nella morta di Hitler e Stalin, Rizzoli, 2011https://lamenteemeravigliosa.it/trauma-transgenerazionale-cose/

– R. Avico, Gli effetti di un trauma si possono ereditare con la genetica?, https://psiche.cmsantagostino.it/2019/10/08/ereditarieta-trauma-epigenetica/

Il principe delle favole

Abbiamo parlato un po’ di tempo fa dell’imperatrice Sissi e della sua triste storia, ma ci fu un altro membro della sua famiglia che si trovò a vivere in una terribile gabbia dorata, più stretta di quella della sua congiunta.

di Silvia Michelotto

Ludwig II di Wittelsbach era un uomo bellissimo, divenne re di Baviera giovanissimo (18 anni) e aveva ricevuto un’educazione che gli avrebbe permesso di essere un grandissimo sovrano, ma ciò non gli impedì di vivere una vita oscura e solitaria. La sua infanzia era stata segnata profondamente dalle malattie mentali dei suoi familiari, dovute ai continui matrimoni tra consanguinei: una delle sue zie era ossessionata dall’igiene, tanto da vestirsi perennemente di bianco per poter scoprire ogni singola macchia e potersi lavare e cambiare immediatamente, mentre un’altra era convinta di aver ingoiato un pianoforte, rendendola terribilmente isterica, mentre il fratello minore di Ludwig, fin da piccolissimo, era soggetto ad allucinazioni di carattere religioso.

Foto d’archivio di Ludwig II a circa 18 anni
Il castello di Neuschwanstein (1869) progettato da Jank

Tutto ciò aveva reso il ragazzo paranoico e preoccupato per il suo benessere mentale. Di sicuro la scoperta e la consapevolezza del suo orientamento sessuale non lo aiutarono: attratto da uomini bellissimi e affascinanti, aveva intrapreso numerose relazioni con altri giovani della classe aristocratica e nobile, cosa che lo portò a perenni espiazioni. Una volta salito al trono, cercò di porre fine alla sua ‘tendenza’ e combinò il matrimonio con la principessa Sofia, la sorella più piccola di Sissi, ma, dopo numerosi rinvii, lo annullò. Ludwig non si fidanzò più e continuò a frequentare altri uomini, di ceti sociali più bassi e quindi più facilmente corruttibili.

Infatti, i suoi gusti nella sessualità non si limitavano alla compagnia maschile ma avevano a che fare anche con numerose perversioni: secondo gli studi recenti dello psicologo Häfner, Ludwig, era attratto da particolari pratiche sessuali vicine al sadomasochismo (i cosiddetti Kink) che lo avrebbero portato non solo a autopunirsi e ad autoisolarsi, ma anche ad essere considerato da Leopold Von Sacher-Masoch (da cui è tratto il nome sadomasochismo, appunto) sua anima gemella.

La sua formazione cattolica lo portava, quindi, a sopprimere la sua omosessualità, arrivando ad estraniarsi completamente dal mondo e trovando nell’arte quella libertà che tanto sognava. Fra i primi ordini che diede da regnante vi fu, infatti, quello di prendere sotto l’ala reale il compositore Wagner, che dedicò al giovane re molte opere meravigliose; in seguito il suo regno fu traboccante di commissioni, in particolare architettoniche, ma che svuotarono le casse dello Stato. Gli edifici che il re faceva realizzare erano tutti di uso privato e, quindi, infruttuosi, lasciando i conti perennemente in rosso, proprio per questo, verso la fine del suo regno, gli architetti iniziarono a realizzarne di sempre più arditi e impossibili: sapevano che i loro progetti non sarebbero mai stati realizzati e quindi potevano lasciar viaggiare la fantasia. 

Eppure, oggi, proprio quei castelli così costosi sono ciò che crea maggior reddito in Baviera. Situati in luoghi sperduti e difficili da raggiungere, se non seguendo veri e propri sentieri di espiazione, la loro atmosfera fiabesca non ha smesso di incantare la gente. Il più famoso è sicuramente quello di Neuschwanstein, realizzato nel 1869 realizzato seguendo il progetto di C.Jank.

A parte essere meraviglioso e suggestivo, di sicuro la sua notorietà la deve a Walt Disney che lo prese a riferimento per ben due dei castelli delle sue principesse: La Bella Addormentata nel Bosco e Cenerentola.

La camera da letto del castello di Neuschwastein in stile neogotico
La sala del trono del castelo di Neuschwastein in stile bizantino

Il suo esterno richiama l’antico stile feudale tedesco, in particolar modo il castello di Wartburg, in Turingia. Sono, però, presenti numerosi problemi strutturali sia a causa della collocazione, così elevata e instabile, ma anche ai materiali inadatti a sopportare le temperature rigide, infatti, la facciata in pietra calcarea è in perenne manutenzione.

Lo stile al suo interno è eclettico e particolare come il suo proprietario. Troviamo grotte artificiali, giardini d’inverno, una sala del trono in stile bizantino e una camera neogotica. Bellissimi cigni, simbolo della sua casata, fanno bello sfoggio su uno sfondo blu, colore preferito del principe, mentre la musica di Wagner ha ispirato affreschi e decorazioni. Per realizzare questo mondo d’incanto ha usato materiali raffinati e costosi e tecnologie innovative all’epoca. 

La prima apertura al pubblico del castello avvenne sette settimane dopo la morte del re, era il 1886. Il re morì a solo 41 anni. 

Il suo bellissimo aspetto era sfumato a causa della sua golosità e del sempre più prolungato isolamento; il suo disinteresse per la politica e per le finanze del regno gli tolsero anche gli ultimi sostenitori, venendo, così, deposto. Sul trono salì in fratello minore, quello stesso fratello completamente distaccato dalla realtà a causa di continue visioni, ovviamente era il burattino del più ambizioso zio Luitpold. Ludwig, invece, fu arrestato il 12 giugno e il giorno successivo fu condotto a Berg, dove si è suicidato. Annegandosi in un lago…Quando Ludwig era un bravissimo nuotatore.

Secondo alcune voci in realtà fu un assassinio, dei testimoni avrebbero, infatti, visto dei fori di proiettili nel mantello del re, altri pensano che sia stato un omicidio/suicidio, visto che scomparve con il suo medico, ritrovato poco dopo, anche lui annegato. Probabilmente un atto disperato dettato dall’amore che provava per quel uomo. Non si sa nulla di certo sulla sua morte, anche se una risposta ci sarebbe: l’autopsia fatta prima della cerimonia di imbalsamazione, che, però, non è stata resa pubblica. Nemmeno oggi si sa cosa l’esame abbia rivelato,  le numerose richieste degli storici sono state ignorate e hanno portato al divieto di riesumare il corpo.

Ludwing II con uno dei suoi amanti più famosi, l’attore Josef Kainz
La salma di Ludwig esposta per il saluto dei sudditi

Una cosa, però, è certa: la vita di Ludwig è stata difficile, anche se era un re! Gli occhi di una corte, di un popolo, di uno Stato, d’Europa e del mondo puntati perennemente su di lui, gli hanno reso difficile vivere con serenità la sua essenza. Allo stesso tempo non si è voluto nascondere, non si è sposato per convenienza, celandosi dietro a una moglie e dei figli di comodo, una scelta coraggiosa per l’epoca. Molti fuggono dalla loro vera identità, cercando nella ‘normalità’ (che cos’è poi ‘normale’?) la tranquillità.

Ludwig l’ha trovava, invece, nei suoi palazzi, lontani e isolati, dove poteva vivere veramente una vita da sogno e fiabesca, ma soprattutto dove poteva essere sé stesso.

Fonti:

– J. Des Cars, Luigi II di Baviera, il prigioniero di un sogno, Ugo Marsia Editore, 1987;

– G. King, Ludwig: genio e follia di un re, Oscar Mondadori, 2016.

Tutto iniziò con dei noccioli di pesca…

Una donna si è imposta nel panorama artistico di Bologna nel Cinquecento, giovane, bella, ribelle e talentuosa. Amata da molti e odiata da altre tanti, la sua non è stata una vita facile, ma di sicuro ricca di successo.

di Silvia Michelotto

Numerose sono le donne che hanno avuto un ruolo importante all’interno dei diversi campi del saper, persino Vasari ne riconobbe il loro valore iniziando la biografia dell’artista che sto per narrarvi citando diversi nomi illustri, ma che, purtroppo, non ricevevano la giusta attenzione. E allora lui decide di inserir all’interno delle sue Vite una donna, una sola, e che considerava la migliore scultrice che visse tra il Quattrocento e il Cinquecento: Properzia de’ Rossi.

La scultura non era di sicuro un’arte tipicamente femminile: troppo pesante, polverosa e complessa. Eppure Properzia si impone in questo ambito, considerata la ragazza più bella, virtuosa e talentuosa di Bologna,  si fa spazio in una città che accetta le donne come artiste. Questo centro cittadino si impone sulla Penisola come il più all’avanguardia, in quanto obbliga tutti i cittadini che si dedicano alle arti, anche i nobili e, quindi, anche a coloro che li reputano solo passatempi, a iscriversi alle cooperazioni. Essendo poi una delle capitali del sapere questo viene messo a disposizione di chiunque, compreso il gentil sesso che, fino ad allora, si erano viste negare moltissimi piaceri e diritti.

Ritratto di Properzia de’Rossi sull’edizione delle Vite del 1791
Properzia de Rossi presenta Giuseppe e sua moglie (1822) di Ducis

Ma perché, allora, Properzia è così importante? Solo perché ha fatto sua un’arte totalmente maschile? No, bensì perché lei fu l’apripista di quel gruppo di donne che presto avrebbe lavorato nell’ambiente locale e europeo. Prima di lei solo Caterina de’ Vigri, una monaca pittrice e miniaturista, fu riconosciuta come una vera e propria artista, ricevendo, quindi, anche commissioni; dopo Properzia nel panorama artistico si imposero Lavinia Fontana e Elisabetta Sirani. Entrambe figlie di artisti, firmarono le loro opere (numerosissime) consapevoli del loro valore e con lo scopo di autopromuoversi e richiedere un riconoscimento anche pubblico. Le vite di queste due fanciulle fu molto diverse però: Lavinia ebbe la fortuna di vivere una vita lunga e in perenne viaggio tra le corti europee, con ben 11 figli a cui offrire tanto amore, Elisabetta, invece, morì a soli 27 anni e mai uscì dalla città dalle mura rosse.

Ma torniamo alla nostra Properzia. Lei non era figlia di artisti e, come abbiamo imparato dalla storia dei Carracci, questo era un grossissimo handicap. La sua passione per la scultura iniziò come svago: armata di un coltellino e di noccioli di pesca intagliava meravigliose scene religiose, soprattutto legate alla Passione di Cristo, dettagliate ed emozionati, che colpivano, per la loro bellezza, chiunque le osservasse. Tutti erano meravigliati dalla bravura della ragazza che ben presto ricevette una delle commissioni più importanti per un artista dedito a qualsiasi pratica o di qualsiasi genere sessuale: lavorare all’interno della fabbrica di S.Petronio.

Fu il momento più alto della sua breve vita. Realizzò tre formelle dedicate alle sibille e un bassorilievo dedicato a Giuseppe e sua moglie Putifarre. Vasari, all’interno delle sue Vite, parlerebbe in realtà di una versione pittorica egregia dell’episodio biblico, che le avrebbe permesso di avere anche una committenza da parte del figlio del conte Guido de Pepoli riguardo al ritratto del genitore, ma, a parte essere citata dall’illustre storico, non è presente nessun’altra testimonianza del fantomatico quadro religioso. 

Di certo sono numerosi coloro che videro nell’opera scultorea qualcosa di più di una vicenda dell’Antico Testamento: la moglie di Giuseppe che lo brama mentre il marito vuole mantenersi casto non sarebbe altro che un’allegoria della sua vicenda amorosa. La donna, infatti, risultava fortemente innamorata di Antonio Galeazzo Malvasia, un altro artista, ma senza essere ricambiata e questa passione carnale insoddisfatta per  l’amato l’avrebbe portata a concentrare la sue attenzioni unicamente verso l’arte. Insomma, si era buttata sul lavoro per sfogare la sua frustrazione.

Peccato che alcuni atti processuali mostrano che, invece, fosse piuttosto appagata sessualmente e proprio da Antonio Galeazzo: i due, infatti, erano amanti e sembra che la bella Properzia fosse un tipetto tutto fuorché che remissivo, visto che fu processata per possesso indebito, in quanto decise di abbattere gli alberi facenti parte della proprietà di un’altra famiglia, perché le danneggiavano la vista dalla sua casa.

Giuseppe e sua moglie Putifarre di P. de’ Rossi
Possibile ritratto di Properzia di autore sconosciuto

Il fatto che il suo carattere non fosse esattamente mansueto, che fosse una donna e che, più di ogni altra cosa, non era figlia d’arte le procurò un nemico potete: Amico Aspertini, orefice e pittore . Era una delle personalità più influenti all’interno della fabbrica di S.Petronio e vedeva nella giovane artista una grandissima minaccia, fu così che iniziò a muoversi unicamente ai suoi danni. Prima fu uno dei testimoni di un secondo processo nei confronti della scultrice riguardo ad un’aggressione contro un loro collega artista, perpetuata con la complicità di Domenico Franca (fratello del noto Giuseppe) e arrivando a convincere i committenti della fabbrica di S.Petronio a pagarla meno rispetto ai suoi colleghi. Quest’ultimo atto la portò a licenziarsi, oltraggiata dal trattamento che le era spettato, e per Aspertini fu, probabilmente, il momento migliore della sua vita.

Eppure, nonostante la donna non lavorasse più presso la Basilica da anni la sua fama era diventata internazionale, le sue opere furono immediatamente notate e lodate durante l’incoronazione dell’Imperatore (24 febbraio 1530) proprio dal neo imperatore Carlo V e dal papa Clemente VII, che dispiaciuti di non poterla incontrare, in quanto Properzia era morta pochissimi giorni prima a causa della sifilide, andarono a porle omaggio sulla tomba e commissionarono una lapide commemorativa che è ancora lì a celare la sua sepoltura.

E dire che tutto era partito da dei noccioli di pesca…

Fonti:

– I. Graziani, V. Fortunati, Properzia de’Rossi. Una scultrice a Bologna nell’età di Carlo V, Compositori, 2008;

– G. Vasari, Le Vite de’ più eccellenti architetti, pittori et scultori italiani, Einaundi, 1989

Anarchitecture: l’arte della distruzione

Anarchia e architettura: questo è quello che Matta-Clack cerca nelle sue opere. Qualcosa che vada oltre il banale accademismo che gli è stato insegnato.

di Silvia Michelotto

Progettare, dare forma e vita a un edificio è qualcosa di estremamente idilliaco, oserei dire quasi divino. A differenza delle altre arti, o almeno delle altre due che compongono la santa e antica trinità artistica, ovvero Pittura e Scultura, l’Architettura, per esistere come tale, ha bisogno che il pubblico la viva e la modifichi in base ai suoi bisogni.

Un progetto rimane un’opera grafica, un modellino rimane una scultura, ma l’Architettura è composta da gente che si affolla sotto soffitti dai pattern sofisticati, di uomini e donne che vivono la loro vita, privata o lavorativa, tra le stanze sapientemente pensate per i più svariati usi. Architettura vuol dire pensare e immaginare la vita che deve scorrere tra quelle mura e aiutarla a trovare un habitat confortevole per potersi insediare e prosperare. 

La costruzione, quindi, di un edificio diviene la sublime arte della vita, l’architetto, come un demiurgo generoso, dona all’infertile pietra una nuova forma che ben presto inizierà a invecchiare e ad evolversi al passo con i tempi; i geometri, i muratori, gli impiantisti e quel complesso organismo che si nasconde tra la progettazione e l’inaugurazione della struttura sono silenziosi angeli che creano fisicamente la magia.

Ma se erigere un edificio è arte, lo può essere anche la sua distruzione? Polvere, calcinacci e travi che saltano possono essere qualcosa di così bello e affascinante da trovare un nuova casa in un museo? A quanto pare sì, e lo fece il MoMA nel 1974, quando acquistò Bingo di Gordon Matta-Clark o almeno una parte dell’opera.

Bingo di Matta-Clark (1974) lato interno
Bingo di Matta-Clark (1974) lato esterno

Matta-Clark era un architetto, aveva completato tutti gli studi necessari per poter iniziare la sua florida carriera quando decise di abbandonare quel destino roseo per fare l’artista a New York. Fu tra le luci della Grande Mela che, insieme a Pozzi, Anderson e Nonas, diede vita all’Anarchitecture, un nome coniato da lui stesso e che univa le parole anarchia e architettura, vocaboli che apparentemente non hanno nulla a che fare tra di loro, incompatibili, ma che nel mondo dell’arte – dove praticamente tutto è possibile – diedero vita a creazioni meravigliose.

Le loro opere erano realizzate attraverso l’uso di diversi media e andavano dalla performance alla fotografia, dalla scultura al fotomontaggio…Tutto si muoveva liberamente, seguendo il flusso anarchico degli scoppiettanti anni Settanta. Le forme seguivano l’ispirazione degli artisti e del materiale che trovavano, molto spesso erano le stesse gallerie, interessate al movimento, che offrivano gli elementi tridimensionali da forare, spezzare e distruggere.

Ma il mondo delle gallerie d’arte, come già visto in un altro articolo, è pregno di regole, giochi di potere e di vendibilità dell’opera. Gordon, invece, voleva sperimentare quella anarchia che tanto ricercava con quel nome che aveva creato. Fu così che nel 1974  andò alle Cascate del Niagara.  Nell’immediato dopoguerra quella era stata una delle zone più turistiche dello Stato di New York, perfetto per lune di miele e gite scolastiche, ma ci fu, negli anni a seguire, un vero e proprio esodo delle fabbriche che portò a un progressivo abbandono dell’area. Abitazioni, strutture scolastiche e sedi aziendali furono completamente svuotate ed è in questo stato che Matta Clark trovò Niagara Falls, la città che sarebbe diventata per 10 giorni il suo laboratorio artistico.

Aveva preso accordi con la commissione cittadina: avrebbe avuto 10 giorni per completare il progetto che aveva in mente, presso il 349 di Erie Avenue, poi la casa sarebbe stata distrutta come già pattuito con l’azienda demolitrice. Fu così che si mise al lavoro.

Divise la facciata principale della casa in una griglia perfetta di nove quadrati, tre in lunghezza e in tre in altezza, riproducendo una schedina del Bingo, da qui il nome, appunto. Con estrema attenzione, senza danneggiare l’intonaco esterno o le tracce lasciate sulla superficie interna, furono asportate otto sezioni: cinque di queste furono trasportate in un parco con la speranza che il materiale edilizio potesse tornare alla terra, mentre tre furono consegnate al MoMA. Un solo quadrato rimase al suo posto, quello centrale, che fu distrutto, come il resto della struttura, pochi minuti dopo che Matta-Clark affermò di aver completato la sua opera.

È normale chiedersi quale fosse lo scopo di quest’impresa, alla fine di tutto, a parte un filmato che racconta la vicenda e tre pezzi di parete ( di colore abbastanza discutibile) tutto è andato perduto, diventando nuovamente polvere. Cosa voleva dimostrare l’artista?

Proprio quel legame che l’architettura ha con la vita: lo scopo di Matta-Clark è quello di ostentare il rapporto edificio-uomo, una relazione di amore e odio l’uno nei confronti dell’altro. Quelle mura devono adattarsi alla vita dell’uomo, che lascia dei segni su di esso, ma allo stesso tempo è necessario che i suoi abitanti si adeguino a quello che gli viene offerto. Allo stesso tempo, nel momento in cui questa relazione finisce, avviene una distruzione mentale del luogo: non esiste più per i vecchi inquilini, non è più casa, non è più il porto sicuro in cui tornare. Quel luogo che raccoglie dentro di sé numerosi ricordi diviene qualcosa da abbandonare al momento della necessità, togliendo a esso quel respiro che prima lo rendeva Architettura viva, ma le tracce di quei coinquilini che hanno permesso questa vitalità rimarranno per sempre come ombre su quelle pareti.

Bingo di Matta-Clark (1974) quello che è rimasto della casa al 349 di Erin Avenue prima della sua distruzione

Un rapporto indelebile e che è possibile solo analizzare al momento dell’autopsia di quel corpo fatto di mattoni e calce, un’autopsia che però, irrimediabilmente, vuol dire anche distruzione.

Fonti:

Gordon Matta-Clark, Bingo https://www.davidzwirner.com/exhibitions/bingo;

Gordon Matta-Clark, Bingo, https://www.moma.org/collection/works/91762

Una riflessione sulla settimana appena passata

La fotografia non è nata immediatamente come uno strumento artistico, infatti la sua entrata in scena fu fatta davanti a grandi scienziati e dottori, all’interno di grandi centri scientifici. Questa riproduzione meccanica del mondo, perfetta sotto ogni punto di vista, senza nessuna selezione e omissione, doveva permettere di conservare il ricordo di quello che è stato nella sua interezza e di tramandarlo ai posteri.

di Jessica Caminiti e Silvia Michelotto

Sappiamo, sbirciando rapidamente nella linea di eventi della storia dell’arte, che le cose non sono andate proprio così e che le nuove tecnologie, non solo hanno permesso di avere immagini sempre più definite, ma anche più artistiche grazie a manipolazioni in post produzione. Eppure, almeno che la modifica non sia così palese, tendiamo a vedere nella fotografia una traccia del vero e non solo. È una traccia della memoria.

Viviamo in una società dove ormai c’è la compulsione allo scatto: tutti si possono improvvisare fotografi grazie a macchine fotografiche più o meno costose ma soprattutto a cellulari con obiettivi sempre più potenti e che permettono immediatamente, non solo di modificare la fotografia, ma anche di condividerla ai nostri amici grazie ai social. Siamo in un momento della storia dove, stranamente, non ci interessa vivere l’attimo bensì condividerlo con gente che non conosciamo grazie a immagini sempre più belle e instagrammabili.

Facilmente critichiamo queste scelte, ma allo stesso tempo non possiamo farne a meno perché è alla base del nostro bisogno di apparire in questa nuova società, così veloce e attenta agli aspetti più superficiali. Sarebbe da aprire un discorso immenso a livello psicologico e sociologico, ma non è questo il luogo. Non è questo il momento.

Quella stessa scelta di condividere ogni cosa che vediamo su un social network, su internet, magico e oscuro mondo dove ogni cosa rimarrà sempre indelebile, ha portato allo scoperchiamento del vaso di Pandora. Nonostante sia il 2020, nonostante siamo in una società evoluta tecnologicamente, umanamente abbiamo ancora molta strada da fare

Frame del video diventato virale della morte di George Floyd
Copertina del Time riportante i problemi razziali dell’America

Qualcuno ha deciso di mettere in rete un video in cui si vede una persona uccisa brutalmente da un rappresentate dell’ordine, qualcuno che doveva proteggere la comunità e quello stesso malcapitato che si trovava a implorare di respirare sotto di lui e la sua uniforme. La morte di George Floyd è finita su ogni dispositivo connesso ad una rete internet e il mondo ha urlato e si è ribellato.

In questa settimana abbiamo parlato della nascita della Repubblica, della vittoria della democrazia. La voce di un popolo che ha deciso di farsi sentire,  e che in questi ultimi giorni ha deciso di farsi udire nuovamente e a livello mondiale. Si sono alzate urla e parole forti e di cordoglio, ma anche silenzio. Un silenzio che è rimbombato sui social proprio nel giorno dell’anniversario in cui il nostro Paese ha deciso che sarebbe stato il Governo ad avere paura del popolo e non viceversa.

Sembrerebbe esserci un lieto fine in questa storia, forse la nascita di un mondo migliore, ma non è così.

Siamo assuefatti di immagini strazianti e di tragedie, dalle fosse comuni frutto della follia dei Nazisti alla strage della Stazione di Bologna. Dalle nuvole di fumo dalle Torri Gemelle a quel poco che rimane della strage di Capaci. Dal corpo distrutto di Igrid Escamilla al corpicino del bambino annegato che sperava di raggiungere finalmente un luogo di pace. Dalla morte di Stefano, massacrato a quella di George fino al vecchietto con il bastone buttato a terra da un poliziotto in tenuta antisommossa con l’unica colpa di chiedere rispetto della vita di tutti, e per finire con un’elefantessa che muore in piedi con il cucciolo che aveva in grembo per la crudeltà umana. E di queste immagini ce ne saranno ancora e ancora in futuro e queste devono essere le nostre pietre d’inciampo. Dobbiamo cadere, farci male, piangere ma rialzarci con la voglia di fare meglio dei nostri predecessori

bambino annegato morto sulla spiaggia di Lesbo. Foto da https://www.lastampa.it
foto del corpo esanime di Stefano Cucchi. Foto da https://www.articolo21.org

Sono fotografie che meritano di incastonarsi nella nostra anima per sempre come ricordi, perchè devono tappezzare la nostra mente, le nostre strade per dimostrare che possiamo essere migliori di così, che non dobbiamo per forza sottostare alle ingiustizie.

E sì, fa male pensare che la tanto agognata umanità, la vicinanza e la compassione per il prossimo che doveva nascere con la pandemia alla fine sia rimasta un’utopia per molti. Il razzismo, il sessismo, gli abusi di potere e l’odio sono ancora qui, tra di noi. 

immagine dell’elefantessa incinta morta a causa di alcuni petardi nascosti dentro un ananas. Foto da https://www.ilfattoquotidiano.it

La domanda, ormai, sembra ovvia: Che c’entra un blog d’arte con questa faccenda? Perché parlare? Perché schierarsi?

La risposta è semplice! L’arte è tutto, rappresenta il bello e il brutto della vita, ma è soprattutto memoria, in particolar modo l’arte contemporanea. Numerosi sono gli artisti che hanno parlato di stragi e di dolore utilizzando la fotografia o immagini e sculture simboliche, ma sono tanti quelli che hanno sottolineato l’importanza della Memoria, quella che rimane indelebile proprio grazie a quelle immagini di cronaca che si trovano sui giornali, sui libri di storia, in internet e, ora come ora, sui social . Cariche di una loro bellezza sublime, fatta di stupore, dolore e di orrore, che si conficcano nella nostra mente e non ci abbandonano. Sono altre immagini su cui dobbiamo che dobbiamo portarci sulla coscienza e su cui dobbiamo riflettere continuamente chiedendoci: è solo questo il ricordo che vogliamo lasciare ai posteri?.

Un soldato senza nome

Il Presidente della Repubblica e le più importanti cariche dello Stato si recano ogni 25 aprile (Festa della liberazione dell’Italia), 2 giugno (Festa della Repubblica), e il 4 novembre (Festa delle Forze Armate) a rendere onore al Milite Ignoto. Ma chi è? Qual è la sua storia?

di Silvia Michelotto

Alla fine della Prima Guerra Mondiale molti Paesi cominciarono a seppellire i cosiddetti Militi Ignoti, soldati morti in battaglia ma che a causa delle ferite era impossibile da riconoscere e, quindi, non potevano essere riconciliati alle famiglie nemmeno nel momento della morte.In Italia, il colonnello Giulio Douchet lanciò la medesima proposta con un articolo pubblicato ne’ Il Dovere il 2 agosto del 1920, riportando l’esempio della Francia e dell’Inghilterra. L’idea fu accettata positivamente da molti, tanto che fu portata in Parlamento pochi giorni dopo dall’onorevole Cesare Maria de Vecchi, divenendo poi legge il 4 agosto del 1921. Fu così che l’allora Ministro della Guerra, Luigi Gasparotto, si occupò dell’organizzazione del processo di scelta, della modalità e del luogo di sepoltura. Venne creata una commissione composta da sei soldati, che dovevano rappresentare ogni gruppo e carica militare, coloro che ebbero delle onorificenze e/o furono mutilati. Questi avrebbero dovuto recarsi nei luoghi in cui si erano svolte le più cruente e importanti battaglie e nei cimiteri militari, realizzati durante o subito dopo la fine della guerra, e riesumare undici corpi.

L’altare della patria

La scelta doveva essere il più casuale possibile, nonostante ciò, però, le salme dovevano rispettare alcuni criteri: essere irriconoscibili, sia a livello fisico sia a livello militare, quindi niente tatuaggi, particolarità fisiche, ma anche la divisa, le medaglie, le mostrine o l’elmetto con cui erano stati seppelliti dovevano essere non identificabili, e avere la quasi certezza che fossero italiani. Ovviamente tra le salme scelte vi erano esponenti di diversi gruppi militari e di diversi ranghi gerarchici, per evitare, quindi, che ci fossero delle distinzioni tra questi e rendere ancora più imparziale la scelta finale tutti i corpi furono adagiati in semplici e comuni bare di legno.

I primi sei soldati ignoti, furono sistemati a Udine, successivamente, con l’arrivo della settima salma, le bare trovarono  una nuova collocazione a Gorizia. Furono spostate nuovamente, questa volta nella Chiesa di S.Ignazio, dove si aggiunse l’ottava salma, per poi finire alla Basilica di Aquileia, dove furono sistemati tutti i feretri per la funzione.

Il 28 ottobre 1921, nella commozione generale, furono celebrati i funerali solenni di quegli undici uomini che avevano perso la vita, ma anche la loro identità, per la loro Patria; al termine della cerimonia i feretri furono scambiati di posto fra loro e la signora Maria Bergamas fu chiamata a compiere la sua scelta. Una donna minuta e anziana che aveva perso il figlio in quella stessa guerra la quale aveva strappato alla vita anche quegli uomini. 

La storia militare di Antonio, il figlio di Maria, è piena di amarezza e sfortuna: Trieste, città in cui viveva con la madre, era, all’epoca, sotto il dominio dell’Impero austro-ungarico e, allo scoppio della guerra, fu chiamato a servire la sua Nazione. Il ragazzo, però, disertò per entrare a far parte, volontariamente, del 387°  reggimento italiano di fanteria della Brigata Barletta, di cui divenne sottotenente. Per poter accogliere lui e altri disertori dell’esercito nemico, gli fu assegnata una nuova identità, in questo caso quella di Antonio Bontempelli.

Il ragazzo, però, morì pochi mesi dopo, durante una battaglia a Cimone di Tonezza. Grazie ad un biglietto che aveva in tasca la notizia della sua dipartita raggiunse la sua vera città di origine e, quindi, anche i suoi cari. Se la perdita di un figlio è già tremenda, il fatto di non avere nemmeno un luogo in cui andare a rendergli omaggio può essere un altro durissimo colpo. Infatti Antonio fu seppellito sull’Altopiano d’Asiago, precisamente al cimitero di guerra di Marcesina, insieme ai suoi commilitoni, ma un bombardamento lo distrusse in modo piuttosto vistoso e i corpi di numerosi caduti, tra cui quello di Antonio, furono dispersi per sempre.

Maria, madre-simbolo della tragedia della guerra, ebbe l’onore e l’onere di essere colei che avrebbe scelto il corpo su cui numerose mamme, come lei, avrebbero potuto piangere quei figli per sempre perduti. La donna camminò di fronte alle bare, per accasciarsi in ginocchio davanti alla decima, urlando il nome del suo bambino. 

Il sarcofago del Milite Ignoto

Ci sono controversie riguardo alla scelta della donna: la figlia Anna ha testimoniato che la madre, prima di assolvere il suo compito, era decisa a scegliere o l’ottava o la nona bara, numeri rincorrenti all’interno della data di nascita di Antonio, giunta davanti a queste, però, si sentì in colpa e optò per la successiva, in modo che quello fosse veramente il corpo di un ignoto.  Secondo altre testimonianze, la donna scelse quello che per lei era il corpo del figlio.

Una delle  ipotesi è di sicuro più romantica e spiega come mai, simbolicamente, il Milite ignoto venga identificato come un membro della Fanteria. Come già spiegato, Bergamas ne faceva parte, ma oltre a questo fu il corpo militare che subì il maggior numero di perdita: dei 600 mila soldati italiani morti durante la Prima Grande Guerra, 400 erano proprio fanti.

Alla fine della scelta gli altri dieci corpi furono sistemati all’interno del cimitero nei pressi della Basilica di Aquileia, dove troverà pace anche la signora Maria Bergamas nel 1954. In realtà la donna, inizialmente, fu seppellita a Trieste, ma l’anno successivo, proprio per il suo valore di simbolo delle madri italiane che avevano sacrificato tutto, anche la cosa più preziosa per la Patria, trovò l’eterno riposo vicino a quei dieci figli di nessuno.

ll feretro dell’ufficiale Milite Ignoto partì da Udine il 29 ottobre 1921, attraversò Trieste, Venezia, Padova, Rovigo, Ferrara, Bologna, Pistoia, Prato, Firenze, Arezzo, Chiusi e Orvieto, arrivando il 2 novembre 1921 a Roma.

Il treno che portò la salma del milite ignoto a Roma

Il viaggio fu molto lento, per permettere a tutte le città e ai paesi, che avrebbero visto scorrere davanti a loro quel treno pieno di fiori,  di onorare il simbolo del sacrificio dei loro figli, padri e fratelli. Tutto questo amore verso i caduti fu raccolto all’interno di Gloria: apoteosi del Milite Ignoto realizzato dalla Federazione Cinematografica Italiana e dall’Unione Fototecnici Cinematografici, un film documentario che racconta ogni passaggio di questa vicenda e che riesce, con immagini forti e delicate, a rappresentare quel momento di comunità che ha vissuto la Nostra Penisola.

Quando il feretro giunse a Roma rimase esposto per due giorni, all’interno della Basilica di Santa Maria degli Angeli, per poi essere insignito della medaglia d’oro e collocato, il 4 novembre, nell’Altare della Patria, allontanandosi dalla proposta di Douchet, che, all’epoca del suo articolo, aveva proposto il Pantheon, dove si trovano ancora i corpi di grandissimi artisti, come Sanzio e Carracci, e dei Savoia. 

Fu, però, optato, a buon ragione, un monumento che rappresentasse la Patria e la sua Unione, e di cui  vi racconterò in un altro articolo, in modo da celebrare degnamente questa creazione Risorgimentale e che racchiude dentro di sé un gioiello di storia romana. Per il momento sappiate che per celebrare in modo ancora più degno ed esaustivo, per così dire, tutti i martiri della Guerra per il sarcofago, furono utilizzate le pietre provenienti da ogni campo di battaglia su cui è stato versato sangue italiano, come le rocce di origine marina del Monte Grappa.

Nonostante in tutta Italia vi siano numerosi monumenti al Milite Ignoto nessuno di questi conserva dentro di sé una salma, lasciando a Roma questo onore, come è avvenuto in numerosi Paesi; inoltre la sua identità rimane avvolta nel mistero, anche se le tecnologie forensi hanno fatto passi da gigante. Questo per rispetto delle famiglie oltre al valore simbolico del fatto di ignorare realmente chi si nasconde sotto la targa che ne celebra la memoria. 

La celebrazione per la tumulazione del Milite Ignoto

Negli Stati Uniti d’America le cose, invece, sono leggermente diverse: in Virginia ci sono quattro monumenti dedicati ai caduti in guerra e mai identificati, uno per celebrare quelli deceduti durante la Grande Guerra, quello per la Seconda Guerra Mondiale, quello per il conflitto in Corea e, in fine, per il Vietnam. Quest’ultimo fu identificato nel 1998, quando un veterano riuscì a identificare il luogo di ritrovamento del corpo come quello in cui si era andato a schiantare l’aereo del pilota Michael Blassie. La tomba, quindi, è stata svuotata, per permettere ai suoi cari di seppellirlo nella sua città e al posto della targa in onore dei militari ignoti ve n’è una che celebra tutti coloro che hanno servito la loro Nazione con onore e gloria.

Fonti:

http://www.esercito.difesa.it/storia/pagine/il-milite-ignoto.aspx

http://www.rainews.it/dl/rainews/media/La-storia-del-Milite-ignoto-eroe-di-Guerra-la-cui-salma-riposa-altare-della-Patria-a-Roma-a4b3a5f1-76aa-4218-867c-be42075060e1.html#foto-1

E se non fosse come sembra?

Klimt è il re dell’oro: ha descritto una Vienna in espansione, capitale del sapere, dell’arte e della bellezza. E’ stato l’autore di un famosissimo Bacio che forse nasconde un mondo un po’ diverso e meno dorato di quanto ci immaginiamo.

di Silvia Michelotto

Ci muoviamo lentamente tra le sale del Belvedere di Vienna fino ad arrivare davanti a una tela quadrata con due figure al centro, in ginocchio su una lingua di fiori viola, verdi e azzurro, che si abbracciano. Lui tiene il volto della sua donna, mentre si china per darle un bacio sulla guancia.

I capelli di lei sono intrecciati con dei bellissimi fiori, gli stessi del piccolo tappeto erboso su cui si sono sistemati per consumare il loro amore, mentre le tempie dell’amante sono circondate da una corona di edera. La simbologia di questa pianta rampicante e infestante, però, ci porta a una lettura un po’ particolare: nei tempi antichi, rappresentava il genere femminile in quanto incapace di essere indipendente e quindi bisognosa di avere un supporto, solitamente maschile, per poter sopravvivere (purtroppo un pensiero che in alcune zone del mondo e in alcune persone vive ancora oggi!).

I loro corpi sono avvolti in tuniche informi, il medesimo oro che fa da base ai loro abiti li porta a fondersi, in un ballo sensuale. Sono le decorazioni (geometriche per lui, floreali per lei) che ci permettono di comprendere dove iniziano i loro corpi. Quell’aura dorata in cui sono avvolti si staglia su un fondale d’oro puro, che sembra riportarci indietro, a secoli lontani, a quelle pale medievali e gotiche con statuarie e austere Madonne con Bambino o Crocefissioni. Qui Klimt, però, riesce a far percepire lo spazio che c’è tra i suoi amanti e lo sfondo: l’aria circola, viva, vorticando intorno alla coppia, racchiudendola in un ulteriore bozzolo di protezione contro le angosce del mondo.

Bacio di G. Klimt (1907-08)
particolare del quadro

L’utilizzo delle foglie d’oro per la realizzazione delle ampie campiture ci fa voltare lo sguardo verso la tradizione bizantina e a quella del mosaico. Tecnica molto cara a Klimt che cerca di realizzarne una versione pittorica, ricreando con i tocchi del suo pennello lo stesso effetto di queste meravigliose opere del passato. La sua arte sembra voler richiamare quella sacra, elevando i suoi soggetti a santi, madonne, martiri e angeli di una religiosità pagana.

In questo caso ci troviamo di fronte a un elogio mistico dell’eros, della sensualità e della sessualità, che permettono la compenetrazione e la coesistenza dei due generi, opposti, spesso in conflitto, ma che nell’amore trovano armonia e benessere. Un messaggio che l’artista cercò di rappresentare anche all’interno del Fregio di Beethoven e nell’Abbraccio, ma senza realmente riuscirci. In entrambe, la figura femminile sembra essere soffocata, emergendo con difficoltà da dietro un corpo muscoloso e pesante nel primo o dall’immensa veste dell’uomo nel secondo.

Dettaglio del Fregio di Beethoven di G. Klimt (1902)
Abbraccio di G. Klimt (1910-11)

Ma siamo sicuri che Klimt sia riuscito a rappresentare la purezza del momento che questa coppia sta vivendo?

Fermiamoci un secondo e concentriamoci sui volti del Bacio, dettaglio famosissimo e che troviamo riproposto in ogni modo, in ogni luogo e in ogni lago. Siamo sicuri che lei si stia abbandonando al contatto del vero amore?

Lui le sta dando un bacio, tenendole la testa fermamente; la ragazza non gli offre le labbra, bensì la guancia, mentre sembra indietreggiare e incassare la testa tra le spalle, quasi a volersi proteggere. La mano diafana su quella scura di lui potrebbe non essere una carezza, ma il tentativo delicato di liberarsi, come quella semi chiusa sulla nuca.  Una costrizione dettata proprio dal significato dell’edera: una donna non può esistere come essere a sé stante, ha bisogno dell’altro, del maschio, che ne può fare quello che vuole. Lei non può rifiutare, deve cedere a quelle avance. 

Una piccola rilettura che porta a vedere una certa e nuova inquietudine. Quell’oro non è più così brillante, ma una prigione in cui la ragazza è intrappolata, come il piccolo giardino in cui è, che per molti sembra fare il verso all’hortus conclusus: il giardino recintato medioevale tipicamente collegato alla vita dei monasteri, per molte donne una prigione scelta dai genitori o dalla società per bloccare quelle fervide e rivoluzionarie menti.

Potrebbe essere così? Be’, purtroppo non ho avuto modo di prendere un caffè e parlare con l’autore in questione, ma questa lettura, sentita casualmente in un documentario, mi ha portato a riflettere su quanto possa essere sottile la linea tra amore e violenza per chi vive un rapporto osservandolo dall’esterno.

Quante volte durante uno scherzo o in un momento in cui il nostro lato romantico era andato in vacanza, invece di un sonoro bacio sulle labbra, abbiamo deciso che la guancia andava più che bene? Penso, parecchie (o almeno è così per me, romantica sì, ma alcune volte vince il mio lato asociale).  Ritrarsi dal contatto del proprio amato è un gioco che almeno una volta nella vita si fa. Ma se non fosse un semplice scherzo? Da distante, senza sapere o sentire che si dicono i due protagonisti, è difficile capire se siamo di fronte al più nobile dei sentimenti o al più ignobile dei gesti. Siamo portati, quando vediamo due persone abbracciate e baciarsi, a pensare positivo, a vedere il bicchiere mezzo pieno, perché l’amore porta solo zucchero, cannella e ogni cosa bella, ma alcune volte c’è di più. C’è violenza e abuso, nascosti dietro a un sorriso.Non è tutto oro quello che luccica… La violenza sulle donne, nella maggior parte delle volte, avviene all’interno dell’ambiente domestico e viene perpetuata dagli uomini di cui la vittima si fida. E forse, alcune volte, osservare, tenere gli occhi aperti, offrire una spalla o semplicemente 5 minuti del proprio tempo a chi si ha il dubbio sia in pericolo bastano per evitare che ci sia da aggiungere un nome ad un già lunghissimo elenco di vittime. Mal che vada, quello che abbiamo visto e osservato, era veramente solo un Bacio!

Fonti:

– T. G. Natter, Klimt, tutti i dipinti, Taschen, 2020;

– E. Di Stefano, Klimt. Il modernismo, Giunti Editori, 2017.