Documenta e l’ambiente: il progetto di Lacaton&Vassal

Mostre, biennali, fiere, eventi e chi più ne ha, più ne metta. Ogni anno chi è appassionato d’arte si trova l’agenda piena di manifestazioni a cui è impossibile non partecipare se ci si vuole tenere aggiornati su questo ambiente frenetico.

di Silvia Michelotto e Jessica Colaianni

Anche i luoghi più remoti ospitano ormai manifestazioni artistiche, con l’obiettivo di richiamare amanti della materia ma anche turisti interessati ad ammirare qualcosa di nuovo. Il primo grande evento di questo tipo è la Biennale di Venezia,  la cui prima edizione risale al 1895. Nel corso del Novecento però, sono tante altre le manifestazioni che nascono e che fanno grande concorrenza all’evento italiano. Tra queste abbiamo Documenta, la quale si tiene nella cittadina tedesca di Kassel ogni cinque anni e che ha una durata di 100 giorni. La prima edizione si è svolta nel 1955, in una fase delicata per il paese il quale, ancora scosso e gravemente ferito per la sconfitta in guerra e dalla dittatura hitleriana, cerca di risollevarsi, ritrovare una propria identità e di riconciliarsi con l’arte del primo Novecento, ripudiata dal regime nazista. Lo fa allora scegliendo una delle città più bombardate, individuando come sede della manifestazione il Museum Fridericianum di cui era rimasta intatta solamente la facciata. Ideatori del progetto furono Arnold Bode, artista, architetto, designer e curatore nato a Kassel, il quale diresse le prime quattro edizioni e Werner Haftmann, storico dell’arte facente parte del comitato scientifico. Per quanto riguarda le prime edizioni, esse ebbero lo scopo di riscattare la Germania insieme all’arte tedesca e quella delle avanguardie, concentrando l’attenzione in particolar modo sull’arte astratta. Con Documenta IV, nel 1968, si abbandona invece lo sguardo retrospettivo per concentrarsi su tematiche più attuali ed è con la direzione di Catherine David (in Documenta X, 1997) che essa assume quella caratteristica che rende l’evento unico e rilevante. Da questa edizione, infatti, la mostra tedesca si configura attorno a tematiche di carattere politico e sociale, mettendo in particolare il tema della globalizzazione al centro della ricerca. Oltre all’esposizione di opere d’arte, peculiarità è l’organizzazione di incontri e dibattiti con filosofi, sociologi, economisti ma anche artisti e teorici dell’arte, chiamati a discutere sulle tematiche che fungono da fil rouge in ogni singola edizione. 

Il Documenta si è impegnato per anni anche nella difesa dell’ambiente, tanto da diventare teatro della performance Le 7000 querce di Beuys. Proprio per questo motivo, l’aver contattato lo studio Lacaton&Vassal (di cui vi abbiamo parlato qui) per la realizzazione di un padiglione esterno della dodicesima edizione sembrava seguire l’ideale della manifestazione. 

Il progetto della studio

Lo studio architettonico cercò di realizzare con materiali semplici, come il policarbonato e l’acciaio, una struttura completamente autosufficiente. Attraverso delle intercapedini la struttura sarebbe dovuta servire a raccogliere il calore da poi distribuire nello spazio espositivo, che avrebbe dovuto essere illuminato attraverso dei pannelli che potevano ruotare in base alla luce solare, evitando, di conseguenza, di utilizzare la luce elettrica se non in casi estremi. Inoltre, essendo il parco in cui si svolge il Documenta una piccola depressione, sotto il livello del fiume vicino, e quindi a rischio di alluvione, il duo francese aveva pensato a strutture facilmente rimovibili e di facile riparazione.

Una volta finita la manifestazione prevedeva che la struttura fosse smantellata e il materiale riutilizzato per la costruzione di alcune abitazioni popolari, riprendendo alcuni loro progetti precedenti. 

Quando Lacaton e Vassal lasciarono la città tedesca erano convinti che il loro progetto rispettasse i desideri della committenza, che attivamente aveva partecipato alla realizzazione di esso, la cui realizzazione fu affidata a un’azienda esterna. Quando, però, ritornarono per l’inaugurazione scoprirono che le cose erano cambiate: l’impatto zero sull’ambiente, tanto ricercato dallo studio, era stato abbandonato a favore di un più semplice e inquinante sistema di riscaldamento. Un impianto piuttosto grande che non sarebbe potuto scampare ai danni dovuti a un’eventuale esondazione.

I due architetti, non informati delle modifiche, se ne andarono rinunciando alla paternità del padiglione.

E’ strano vedere come una rinomata manifestazione che ha sempre trovato nell’amore per l’ambiente una vera e propria linea guida abbia rinunciato a questo spirito a favore della semplicità e della rapidità di realizzazione. Il padiglione dedicato al Documenta poteva essere un manifesto del nuovo modo di costruire, dimostrare che, soprattutto, le strutture temporanee potevano essere alla base di un nuovo modo di vedere e pensare l’architettura. La scelta del curatore è stata piuttosto infelice e ha segnato l’inizio di una crisi sempre più evidente del Documenta: perdite economiche enormi, manifestazioni sempre meno coinvolgente e sempre meno interesse verso un evento che sta iniziando a perdere di vista la sua storia.

Fonti:

– R. Pinto, Nuove geografie artistiche, le mostre al tempo della globalizzazione, Milano, Postmedia, 2012.

– Lacaton&Vassal, https://www.lacatonvassal.com/index.php?idp=63

– M. De Propis, documenta 12, http://www.vg-hortus.it/index.php?option=com_content&view=article&id=65:documenta-12-a-kassel&catid=11:eventi&Itemid=13

L’architettura che conviene

In questi ultimi anni c’è stato un vero e proprio bombardamento mediatico riguardo la necessità di cominciare ad avere uno stile di vita più sostenibile, mirato al risparmio energetico e alla riduzione dell’inquinamento. Tutti noi possiamo impegnarci a salvare il nostro pianeta (anche perché abbiamo solo questo, quindi ci conviene trattarlo piuttosto bene) però l’urbanizzazione è una macchina che fa veramente fatica a rallentare! 

di Silvia Michelotto

Gli edifici sembrano aumentare alla stessa velocità dei funghi e sempre meno terreno riesce a rimanere vergine al tocco dell’uomo, eppure ci sono due architetti che hanno fatto dell’edificio a costo e impatto zero il loro mestiere. Si tratta di Anne Lacaton e Jean-Philippe Vassal che, nel 1987, fondarono l’omonimo studio a Parigi; entrambi diplomati alla scuola d’architettura di Bordeaux hanno seguito due strade completamente diverse per poi riunirsi e confrontarsi su quello che l’esperienza sul campo aveva insegnato loro. Fu l’esperienza di Vassal a vincere a mani basse e che, quindi, contribuì maggiormente allo sviluppo della poetica dello studio: fuggito, letteralmente, in Africa per evitare la leva obbligatorio cominciò a lavorare come urbanista, permettendogli di accrescere le sue esperienze nel mondo architettonico. Ovviamente era un lavoro piuttosto complesso: il clima, il modo di costruire, di percepire l’edificio, le necessità…insomma: tutto era diverso! 

Il nostro amico neo-architetto doveva trovare un modo per superare quei limiti mentali che lo bloccavano, così iniziò a farsi raccontare il territorio dai suoi abitanti, cercando di cogliere quelle particolarità che rendevano quei luoghi speciali, scoprendo lentamente un nuovo e straordinario rapporto tra spazio e uomo, fatto, alcune volte, da soli pochi elementi costruttivi. I suoi lavori cominciarono così ad essere semplici nelle forme ed economici, attenti alla storia e alla cultura della città in cui s’inserivano.

Da questa esperienza svilupparono l’essenza le fondamenta di quel linguaggio che li caratterizza tuttora: libertà, piacere, comfort, flessibilità, economia e originalità. Insomma, qualcosa di molto vicino al cosiddetto mondo naïf!

La maggior parte dei loro progetti cerca di risolvere il progressivo aumento di luoghi abbandonati, dismessi, che degradano la città, regalando loro una nuova identità, attraverso il concetto di riutilizzo. Lo spazio edilizio viene esaltato dal loro intervento, proponendo, molto spesso, interventi minimal, che alcune volte coincidono unicamente con l’abbattimento di alcuni muri interni, riuscendo, con dei costi veramente minimi, a duplicare lo spazio. 

Il loro lavoro si basa su un’idea di sostenibilità estranea al mondo occidentale, bensì si concentra sulla concezione presente nei Paesi in via di sviluppo la quale si fonda sulla semplicità, sull’usare ciò che si trova, ottenendo il massimo, scendendo a patti anche con il clima. 

In questo caso, perché demolire se c’è già qualcosa di costruito? Perché non riciclare quello che già sia ha?

Ed è esattamente quello che i due fanno! Per esempio affiancati da alcuni botanici sono riusciti a creare dei giardini invernali (una specie di intercapedine che può fungere anche da parete in cui vengono inserite delle piante), che vanno a creare un impianto di riscaldamento completamente autonomo e naturale! Logicamente le piante non bastano e in loro aiuto arrivano anche enormi finestre che, strategicamente posizionate, illuminano l’edificio ma riscaldano ulteriormente l’aria. Greta Thunberg sarebbe orgogliosa!

La loro firma, però, è sicuramente il freespace, ovvero uno spazio completamente libero, privo di ogni elemento di separazione (capitan ovvio!): un enorme loft insomma! E come quest’ultimo può essere organizzato come più aggrada a colui che andrà a viverci all’interno, diventando ciò che egli desidera: una casa, una sala conferenza o espositiva, uno spazio per incontri didattici, un luogo dove riposare…non c’è limite alla fantasia! In questo modo la comunità può assorbire totalmente l’edificio dentro di sé, riuscendo ad utilizzarlo nelle sue piene capacità, rispettando anche l’ambiente e risparmiando parecchie scocciature edilizie. Forse gli unici a rimetterci sono gli anziani, che non avranno nessun cantiere da poter osservare nel tempo libero!

Purtroppo, se sulla carta tutto sembra eccezionale, c’è chi questa architettura non la capisce o finge di farlo, arrivando poi a tradirla completamente, ma questo lo vedrete prossimamente, quindi..stay tuned, we’ll back soon!