L’effimera bellezza della natura

Giovanni Anselmo ha creato un’opera controversa e pensata per poter essere posizionata al di fuori del mercato dell’arte con le sue regole e la sua estrema e continua musealizzazione. Ogni opera dell’artista gioca sulla potenza dell’energia e della sua capacità di essere attiva solo nel momento in cui la Vita è presente e palpitante.

di Jessica Caminiti

La definizione di arte povera ce l’ha data Germano Celant, importante curatore e storico dell’arte, che purtroppo poco tempo fa ci ha lasciato. Era il 1967 e il termine da lui coniato nacque a seguito di una mostra avvenuta alla Bertesca di Genova, dove furono esposti gli artisti che poi divennero il primo nucleo di questo grande movimento italiano, ovvero Paolini, Fabro, Boetti, Prini, Kounellis e Pascali. Solo in seguito si uniranno alle fila del movimento anche gli altri nomi che si identificano sotto questa etichetta, come Merz di cui vi abbiamo parlato, Pistoletto, Calzolari, Zorio, Gilardi e Anselmo. 

La loro volontaria regressione e questa ricerca di recupero degli archetipi primari e del reale primitivo avviene grazie alla sapiente ricerca sulla Natura, sulle sue forme e attraverso l’uso di ciò che essa poteva offrire. L’immedesimazione con la natura va di pari passo con la necessità di spogliarsi fisicamente e metaforicamente del troppo che negli anni si era accumulato: l’arte stava diventando ricca, serva del mercato e la società stessa, era manipolata dai mass media e dal boom economico che coinvolgeva l’Italia in quegli anni. Essi ricercavano “una vita, un lavoro, un’arte, una politica, un pensare, un agire poveri” in tutta la sua pienezza, vedendo nel ritorno alla materialità degli elementi, protagonisti indiscussi di questa corrente, l’unica soluzione possibile. L’arte non era solo un intrattenimento, ma un modo per fare la rivoluzione “uscire dal sistema vuol dire rivoluzione” e scardinare alla base il pensiero capitalista occidentale “rifiutando il mondo dei consumi”. Grazie all’uso degli elementi primari e ai messaggi che si volevano passare a chi guardava le opere, molte volte l’arte povera sconfinava nella pura arte concettuale e uno degli esempi può essere Giovanni Anselmo.

Artista nato nel 1934, dopo aver compiuti studi classici, intraprende la sua carriera artistica da autodidatta grazie alle sue doti intrinseche e si presenta per la prima volta alla galleria Sperone di Torino con due opere polimateriche. L’obiettivo principe della sua ricerca si basa sul concetto stesso di energia e sulle forze contrapposte, che si trovano a creare un equilibrio precario e instabile carico di significazione

Celant descrive la sua filosofia come “più sottilmente ‘povera’ (…) gli oggetti vivono nel momento si essere composti e montati, non esistono come oggetti immutabili (…) non sono prodotti autonomi ma instabili, vivi, in rapporto al nostro vivere”. L’obiettivo finale è ragionare su concetti come invisibile, infinito e tutto, molte volte difatti queste parole sono evidenziate e presenti nei suoi lavori, ma essi sono spesso anche sottointesi grazie ad un gioco di azioni e reazioni presente nei lavori.

Respiro, G. Anselmo

Come anche Giuseppe Penone e Mario Merz si trova al limite tra arte e natura e molto spesso gli oggetti da lui utilizzati sono proprio prodotti della Terra oppure collegati ad essa che permettano di cogliere idee primarie ed essenziali, come Respiro dove una piccola spugna tra due sbarre detta il respiro, ovvero la distanza tra esse, ma allo stesso tempo compie l’atto stesso vivendo nel microscopico posto. Il piccolo elemento naturale tra i due artificiali detta la distanza e la sua vita è essenziale per dare significato all’opera e poter parlare di reale respiro, di espirazione ed inspirazione, così con la transizione da fisico a concettuale, si spazia e si comprende perché la spugna deve rimanere viva affinché l’opera abbia senso.

Il concetto di energia è rappresentato nella precarietà del momento. 

Torsione, G. Anselmo

In Torsione per esempio gioca con la forza naturale presente anche nel titolo: un panno attorcigliato fino allo stremo è appoggiato ad una superficie in modo che la tensione non venga sciolta e di conseguenza l’opera d’arte continui ad esistere. Stessa precarietà, ma più effimera ancora è Scultura che mangia, in cui l’elemento naturale presente non può che completare il suo ciclo vitale e far crollare l’opera su sé stessa nel momento in cui esso smette di esistere. L’idea paradossale presente in questa scultura parte da un concetto reale e concreto, ovvero troviamo un’insalata che schiacciata in mezzo a due blocchi in pietra diventa vivo e fisico sostegno, ma che poi andando ad appassire si allontana dal concetto stesso di realtà. Il concettualismo che spunta nonostante la fisicità evidente e possente degli elementi, diventa chiaro messaggio della vita e della natura stessa. La scultura non deve essere qualcosa di osservato nel momento, non deve essere compresa solo con uno sguardo, sennò non ci sarebbe nessun pensiero oltre due semplici massi e un ceppo di insalata. Indagare l’opera significa immaginarla nel tempo e imparare dalla sua precarietà. Sappiamo che la sua esistenza non potrà che esserci per pochi giorni, difatti il cedere continuo della natura, il memento mori dell’appassimento fa andare oltre l’immortale momento della posa. Il nostro sguardo deve andare oltre ciò che vede, deve riconoscere la decadenza, l’impossibilità dell’eterna stasi e dell’infinito silenzio, deve sentire la tensione continua del momento. Dobbiamo vedere lo scorrere inesorabile del tempo, soffermarci a capire che non si può comprendere tutto ad un primo sguardo. 

Scultura che mangia, G. Anselmo

L’ultimo dubbio che sorge spontaneo è qualcosa di più tecnico, più legato alla musealizzazione dell’opera stessa. Come questa e tante altre grandi opere da Marcel Duchamp come iniziatore in poi, l’andare contro un sistema dell’arte visto come corrotto e come pura mercificazione, porta loro a creare delle opere impossibili da vendere. Come puoi vendere qualcosa che non durerà? Il museo deve relegarlo a pura foto, video, oppure deve cambiare sempre l’insalata perché sia possibile la visione anche ai posteri? La risposta chiara è che gli enti continuano a nutrire la scultura cambiando continuamente il ceppo di insalata, ma siamo sicuri sia la cosa giusta da fare? Purtroppo da eterna romantica, vedo l’arte come qualcosa di impossibile da mercificare, come si può quantificare in denaro un’idea, un progetto? Una volta morta l’opera, tale dovrebbe rimanere, ma mi rendo conto che il mercato dell’arte corre più veloce di me e gli introiti molte volte sono più importanti della genialità stessa. Andando contro il volere degli artisti che andavano contro il mercato, sono riusciti a musealizzare e rendere parte del sistema opere che volevano posizionarsi fuori da esso: dai graffiti, alle opere dell’arte povera, fino ad arrivare a tutti i lavori per loro natura effimeri (basti pensare alla banana di Cattelan), eppure sono lì vendute a prezzi esorbitanti. Il sistema nonostante tutto ha vinto, oppure tutte queste grandi beffe hanno raggiunto il loro scopo di contestare questo accanimento nell’esposizione? Ragionando al contrario, l’obbligo al continuo controllo, al continuo ricreare non rende in qualche modo impossibile la musealizzazione eterna?

La cancellatura come rivelazione

Emilio Isgrò è uno dei più importanti esponenti dell’arte italiana contemporanea. Non solo lavora come artista visivo, ma anche poeta e scrittore. Viene ricordato per le sue cancellature, che non vogliono solo eliminare, ma anche mettere in risalto.

di Jessica Caminiti

Emilio Isgrò, classe 1937, viene spesso purtroppo dimenticato sui libri di storia dell’arte e mi sono sempre chiesta il perché. Non è troppo contemporaneo, da non poterlo storicizzare, ma è un personaggio complesso, difficile da collocare all’interno di annate e di specifici movimenti. Credo che la sfumatura artistica che più si associa al suo modo di fare arte sia sicuramente il posizionarlo all’interno delle fila dell’arte concettuale, in quanto la sua arte prima di rispecchiare la sua bravura e le sue doti, mostra le idee e appunto i concetti che egli stesso vuole passare.

La carriera artistica di Isgrò si dipana attraverso un lungo viaggio fatto di lettere e parole. Fin da subito la sua poetica artistica si distingue da ciò che da sempre siamo abituati a vedere, bellissime tele dipinte, che lui non rinnega, ma in qualche modo sente la necessità di superare. Michele Bonuomo nel catalogo della mostra Mediterranee ragiona su come Isgrò sia molto vicino a Fontana e alla sua filosofia artistica. Entrambi attraverso la radicalità delle loro azioni, parlano di pittura e di come essa venga continuata ad usare in arte, ma in senso opposto, con un nuovo linguaggio ed un nuovo codice, cosa che lo stesso artista afferma: “Dai dieci ai ventiquattro anni ho parlato con le parole di Piero della Francesca e di Ludovico Ariosto, di Andrea Mantegna e di Giacomo Leopardi, di Paolo Uccello e di Gabriello Chiabrera. Ma non volevo dire ciò che essi dicevano: volevo dire cose opposte e lontane”. Potrebbe sembrare paradossale come la pittura possa essere la protagonista, ma questo è necessario da comprendere per proseguire il viaggio nella sua poetica. L’artistica cancellatura non avviene solo nera, come depennamento necessario e obbligatorio, ma porta con sé storie e caratteristiche. I colori possono cambiare, molte volte attraverso uso di tinte diverse le cancellature formano disegni, come piccoli tasselli di un grande mosaico, ci raccontano ciò che le parole ormai illeggibili volevano narrare. Ecco quindi le sue cancellature prendere vita: diventano la coda di Moby Dick nel famoso libro di Melville oppure diventano lente di ingrandimento su parole o codici lontani nel tempo e nello spazio.

Perché però proprio la cancellatura, cosa rappresenta per Isgrò?

La cancellatura è come lo zero in matematica, chiamato a formare, da solo, tutti i numeri e tutti i valori”, è tutto e niente, è l’inizio e la fine, che nasconde qualunque cosa dentro di sé. Siamo abituati nell’arte contemporanea a vedere e parlare di nascondere, primo fra tutti l’aveva pensato Man Ray con il suo Enigma di Isidore Ducasse e da lì una lunga catena di artisti si sono buttati a capofitto in questa ricerca. Piero Manzoni, come Man Ray, crea mistero e curiosità: cosa ci sarà veramente dentro i barattoli della Merda d’artista? Cosa si nasconde sotto la pesante coperta dell’Enigma sopracitato? Non sappiamo la verità, ci intriga l’opera, sfiora le nostre corde più interne, eppure la lasciamo lì, per sempre celata, per sempre misteriosa. Altra questione invece sono le impacchettature di Christo da poco scomparso: celare è sinonimo di mostrare, obbliga a guardare qualcosa che diamo per scontato, porta a soffermarsi ad ammirare quel telo che racchiude ciò che crediamo di conoscere, ma in realtà ignoriamo.

Man Ray, L’enigma di Isidore Ducasse
P. Manzoni, Merda d’artista
Christo, impacchettamento del Reichstag

Isgrò possiamo definirlo una via di mezzo: vuole stuzzicare la curiosità, ma allo stesso tempo rivela qualcosa, non lascia che le sue cancellature anneriscano ogni parola, quelle essenziali, quelle importanti rimangono visibile e aiutano nella comprensione. Ovviamente la curiosità umana porta a chiedersi che parole ci siano sotto quel nero, ma rimane appagata nel vedere quello che l’artista vuole mostrarci. 

“Chi non sa leggere le parole è messo nella condizione di non pensare (…) È dalla parola che sgorga il pensiero. Non è la parola che nasce dal pensiero. È il pensiero che nasce da un buon uso, corretto, delle parole”; riportare lo sguardo dello spettatore sull’essenzialità è ritornare a lui anche la capacità di pensare, di ragionare sui significati e sull’importanza dei vocaboli, che solo se utilizzati nei giusti modi possono portare all’elaborazione corretta e reale di un concetto. Come illuminazioni, le sue idee diventano geniali pezzi di storia, poiché nessun testo è cancellato senza un reale studio di esso ed un concreto ragionamento, che viene esemplificato attraverso l’annerimento, che porta alla luce, appunto, l’essenziale

Negli anni Settanta, gli anni del boom economico, in cui la cultura americana e anglosassone si prendeva il suo pezzo di mondo e di influenza globale, Isgrò cancella la Treccani, la più grande enciclopedia italiana. La decisione di cancellare proprio la quest’opera del sapere deriva dalla voglia di preservare il mondo europeo, i suoi valori, le sue conoscenze mettendo in evidenza i grandi colossi del vecchio continente impossibili da dimenticare. Quindi ecco che tra le rosse cancellature leggiamo nomi importanti dell’Europa come Dante Alighieri o Giacomo Leopardi e le virgole, salvate dall’eliminazione. Le virgole riportate anche nell’ultima mostra del 2019 a Venezia, considerate importanti quanto i nomi, servono a conservare, a permettere di fissare nella mente le parole importanti, prendere il respiro tra un vocabolo e l’altro, riflettendo su cosa si è appena letto. Le cancellature, di conseguenza, servono a riflettere sul passato e ciò che il futuro ci riserva: per proseguire nell’innovazione bisogna per forza cancellare qualcosa di precedente, per poter conservare le cose realmente importanti, i fatti militari, le circostanze del nostro passato impossibili da dimenticare bisogna eliminare il superfluo. Solo facendo una cernita della storia, l’evoluzione può continuare. è necessario conservare solo i fatti essenziali e importanti per poter creare la novità.

A tutto questo servono le cancellature, su importanti libri, che tutti noi abbiamo letto: da I promessi sposi manzoniani a Moby dick di Melville, sino alla Divina Commedia. Questi tomi conosciuti da tutti, sono stati cancellati da Isgrò, che salva parole o crea disegni attraverso vari colori, per rendere esplicito tutto ciò che in questi libri a parole, attraverso lunghi concetti, è spiegato. Ricordiamoci infatti, che cancellare, non è solo celare e nascondere, ma è anche rendere visibile: cancellare è un’operazione di sottrazione, non è rendere inesistente, perché il gesto stesso esplicita l’esistenza.

I promessi sposi è stato scelto perché Manzoni è uno degli autori essenziali da leggere per conoscere la cultura italiana, ed è così che solo tre parole significative riassumono il discorso dell’Innominato “dio, io, Dio”, mentre per la monaca di Monza a raccontare la sua doppia natura ci pensano due anime disegnate dall’artista sulle pagine, una bianca e una nera. «Cancellandola – spiega Isgrò – mi sono accorto di come la scrittura manzoniana sia quanto di più potente e sorgivo abbia offerto la nostra letteratura dopo Dante. Giacché in Manzoni anche la cultura si fa natura». 

La Natura, che da sempre si scontra con la cultura, rendono a mio parere Isgrò più vicino all’arte concettuale rispetto ad altri movimenti (come per esempio la poesia visiva a cui molte volte si è affiancato). Oltre alle cancellature difatti in molte opere la Natura prende il sopravvento, e così troviamo api e formiche, che laboriosamente nascondono alcune parole o lettere. Le api, impollinatrici e le formiche, piccole creature facilmente schiacciabili rappresentano la cultura come essere vivente e naturale. Sempre in movimento e in evoluzione, molto semplicemente per sbadataggine o voglia di eliminare, viene schiacciata e dimenticata, come per esempio cercarono di fare i nazisti. Gli insetti così rappresentati mostrano come l’uomo sia piccolo di fronte al tempo, non solo al suo scorrere, ma al suo continuo evolversi, morire, rinascere e quanto dobbiamo in qualche maniera contenere l’Hybris delle tragedie greche, ovvero l’arroganza, la tracotanza con cui ci presentiamo, artista compreso, di fronte all’immensità del tempo e della Terra. Con autoironia addita tutti. Forse non siamo così distanti da quei piccoli insetti, che costantemente creano e vivono cercando di vedere quell’immagine più grande così sfocata e complessa, che tutti noi ricerchiamo.

Fonti:

– Michele Bonuomo, Emilio Isgrò uomo di parola, in “Emilio Isgrò”, catalogo dell’opera Mediterranee. Lettere dal mare, Ed. Editalia, Roma, 2014. 

https://www.emilioisgro.info/it/

– La cancellatura e altre soluzioni Milano, Skira, 2007 a cura di Alberto Fiz

Il tempo è come un mucchio di caramelle..

Ricordo ancora la prima volta, che mi sono scontrata con la poetica di Felix Gonzales-Torres, perché è stata subito magia, domande e curiosità. Non chiamatelo un artista delle minoranze, perché è proprio quello che ha cercato di rifuggire per tutta la sua vita, lui è un artista.

di Jessica Caminiti

Felix Gonzales-Torres nasce a Cuba, ma molto giovane si trasferisce per studi in America, dove conseguirà anche il suo diploma, e non ha avuto una vita difficile, di più. Dopo essere stato un anno in orfanotrofio, prima di approdare nel magnifico Stato dove tutto sembra concesso, ha abitato con gli zii a Porto Rico, ma raccontarvi la sua vita sarebbe riduttivo, quello su cui bisogna concentrarsi sono i suoi aspetti peculiari: essere un cubano in America ed essere omosessuale, per quanto lui non voglia essere ricordato per le sue diversità, ma per l’universalità dei suoi messaggi. La cosa che mi interessa raccontare di lui è fondamentalmente questa sua capacità di passare dal pubblico al privato, di parlare con tutti nonostante ogni sua opera sia pensata per Ross, esclusivamente per il suo Ross ispiratore dei suoi lavori.

Racchiudere in poche parole la filosofia di Torres è difficile, ma se proprio dovessi scegliere parlerei di speranza. A primo impatto forse non lo si direbbe, perchè molte volte le opere parlano di perdita, di dolore e di vuoto, raccontano la vita privata dell’artista, ma se si va ad analizzare più in profondità tutto quello che egli voleva narrarci, di certo, facendo un piccolo passo, scopriremmo quanto la sua filosofia sia infinita e legata a concetti che ogni giorno ci appartengono. La riflessione nasce dal fatto, che per studiare Torres non ci si può fermare ai titoli, mai parlanti, ma bisogna andare sempre oltre, per esempio ai sottotitoli, che molte volte sono racchiusi tra parentesi e si rischiano di perdere se non si presta troppa attenzione. Per quanto le opere siano semplici e immediate, i concetti sono profondi e non mai bisogna fermarsi all’apparenza.

Untitles (bed) di F. Gonzalez Torres

Ogni mostra diventa la sua storia, un viaggio da lui organizzato in base a ciò che voleva raccontare al pubblico, eccolo quindi a parlare dei conflitti culturali a Washington DC, esponendo opere sull’amore omosessuale o a Los Angeles dove il riferimento è alla violenza urbana, ma quello che molte volte sorprendere di lui è la casualità che inserisce in ogni suo lavoro. Essa è parte del suo gioco e solo i curiosi possono attivare le sue opere, prendendo parti di esse, fino all’inevitabile e definitiva scomparsa.

Tutte lasciano pensare o l’amaro in bocca, come per il caso di Portraits of Ross, suo compagno per la vita, stroncato dall’AIDS, malattia che porterà via anche il nostro artista. Ogni visitatore poteva portarsi a casa una caramella, quindi disintegrare l’opera e renderla diversa, in quanto in qualche maniera siamo tutti responsabili di ciò che sta accadendo. La potenza di questo è proprio essere autori realmente e metaforicamente della distruzione dell’opera: prendiamo una caramella, togliamo un pezzo fondamentale del lavoro e allo stesso tempo teoricamente togliamo un pezzettino di Ross. Il peso dei dolciumi corrispondeva al peso iniziale dell’amato e ogni volta questo numero si assottiglia fino all’inevitabile presa dell’ultimo pezzo e la smaterializzazione dell’opera. Possiamo convivere con il pensiero di “aver ammazzato qualcuno”? Queste persone morivano davanti agli occhi di tutti per molto tempo emarginate e lasciate sole davanti ad una malattia, che non si conosceva, ma che faceva anche paura, perché implicava l’orientamento sessuale del colpito.

Untitled (perfect lovers) di F Gonzalez Torres (fonte https://moma.org)

Così Ross si spegneva, come l’ultima lampadina di America, una critica alla democrazia e ogni volta che il buio si faceva più fitto questo poteva solo significare come la fragilità di questa istituzione può essere facilmente minata semplicemente per la sua vulnerabilità intrinseca e inevitabile. O anche le pile di fogli, che per forza finivano e lasciavano qualcuno a mani vuoti, come gli ipotetici passaporti che sarebbero dovuti essere stati esposti a Venezia nel 1995 alla Biennale, chi lo merita? Sappiamo che qualcuno l’ha preso anche se non gli serviva? Sappiamo che non ne ha presi troppi?

Tutto è in bilico, si vive su una linea sottile dove ogni cosa potrebbe finire: una persona proprio ora si sta spegnendo, il passaporto può essere rinnegato, l’istituzione in cui credi potrebbe essere non abbastanza forte e in quel momento la scelta è nostra: temere oppure credere nell’ottimismo e nella speranza, che fanno il loro ingresso.

Portraits of Ross di F. Gonzalez Torres

Credere che nessuno prenderà più di una caramella, nessuno butterà le cartine in giro trasformando tutto in caos, sperare che i fogli verranno presi ordinatamente, solo così l’ultima ideale lampadina non si spegnerà e un’utopica società potrà continuare a splendere. Forse è un po’ giocare con il fuoco, essere degli inguaribili rincorritori dell’armonia, ma vivere non è rischiare per i propri sogni?

Fonti:

– Guggenheim Museum for the United States Pavilion, 2007

– intervista con Tim Rollins in Felix Gonzales-Torres, A.R.T. Press, New York, 1993

L’arte come specchio di vita

My Bed di Tracey Emin è una di quelle opere che per anni hanno fatto parlare di sé, forse tuttora è centro di discussioni e domande, ma il fulcro rimane uno, forse quello snodo centrale che si supera solo se si va oltre la vista nell’arte contemporanea: ma è solo un letto sfatto? Potevo farlo anch’io!

di Jessica Caminiti

Era il 1999 e My bed, letteralmente il mio letto, è una delle opere finaliste per la vittoria del Turner prize, importante premio per i giovani artisti inglesi, e Tracey si ritrovò non solo a spiegare cosa esso rappresentasse, ma anche a dover rispondere alle mille critiche che ricevette: “perché l’hai fatto?”, “Tutti potrebbero farlo” a cui lei semplicemente diceva:

“Beh, non l’hanno fatto, vero? Nessuno l’ha fatto prima di me”

L’arte non è la prima volta che incontra la vita privata degli artisti, dunque non è la prima opera nata da questo binomio. Il letto diventa specchio della vita dell’artista, diventa quasi la sua anima: come una moderna Dorian Gray affida il suo spirito, distaccato, al letto, che diventa opera e rappresentazione di quei giorni trascorsi.

L’opera nasce in un periodo particolare per l’artista, in cui gioia e dolore, benessere e malessere, si mischiarono e la portarono a sprofondare in delle giornate depressive, in cui il letto fu la sua intera casa e la sua tana protettiva.

Parlo di specchio, uno specchio che a detta sua non vede più come il suo riflesso: vede una ragazza giovane, lontana dalla sua vita, che era dedita a piaceri, che adesso sono distanti da lei e dal suo modo di concepire la Vita. Gli oggetti sono ovviamente i più strani, quelli a cui, in qualche maniera, ci affidiamo quando si parla di breakdown mentale: contraccettivi che ora non usa non avendo rapporti, sigarette che da anni non fuma, alcool che non fa parte più dei suoi vizi (in più lei stessa ammette che non bevesse superalcolici, quindi potrebbero non essere suoi) e oggetti personali come la sua cintura, che ora riesce ad avvolgere solo una sua coscia.

Appena si alzò dal letto e vide quello che c’era si rese conto di cosa esso avesse rappresentato per lei: era stato la sua ancora di salvezza, le ha permesso di perdersi in un posto protetto e in quel momento preciso momento esso stesso divenne un vecchio ricordo. Un ricordo sfuocato, mosso e scomposto come il letto stesso è, come la sua vita stessa era: solo attraverso il distacco e l’esposizione sembrava possibile una catarsi.

My Bed di T. Emin (1997)

Dopo tante opere, dopo la sparizione dell’arte come racconto lineare, questo lavoro della Emin desta ancora sospetto e gioca con l’immaginazione delle persone: cosa avrà fatto? Come mai tutti quegli oggetti sono sparsi tra le lenzuola e per terra?

La curiosità che da sempre ci contraddistingue come essere umano porta a farsi domande sulla nascita dell’opera e di conseguenza pensare ed immaginare la vita stessa dell’artista. Forse ci fa paura questa intimità così spinta e così esplicita: troviamo la cintura sopracitata, che l’artista stessa racconta essere stata la sua preferita, ma che ora è troppo stretta, la usava solo come indumento? Ogni vizio esposto era veramente parte imprescindibile della sua personalità? Sì, questo si può dire essere un giovane autoritratto della Emin fatto attraverso oggetti abbandonati e mai più usati. Tutto appare come qualcosa di visto attraverso una serratura, come i quadri della toilette di Cezanne dove guardare è quasi peccaminoso e rende tutto sporco e troppo privato per poter definire esso arte.

particolare dell’opera

Anche per l’artista My bed non è nato come opera d’arte: se ne accorta solo nel momento in cui ha abbandonato questa postazione con tutti i suoi oggetti sparsi tra le lenzuola e sul pavimento ed è tornata a vivere, il suo letto era perfetto come opera per lo spazio bianco delle nuove gallerie e dei nuovi musei contemporanei. La rappresentazione perfetta della vita e del suo continuo movimento: niente è regolare, fasi emotive e di vita possono sovrapporsi e i nostri tratti caratteriali possono scontrarsi tra loro. L’opera centrale nella stanza si confronta molte volte con altri lavori, come per esempio con Turner o con Francis Bacon. L’artista stessa decide di esporli insieme poiché vede dei collegamenti importanti con questi due grandi artisti. Il primo, del periodo romantico, con i suoi quadri quasi astratti fatti a strisce di colore e macchie ricorda l’arte a lei più contemporanea e i vari strati che il lavoro stesso ha: strati di lenzuola, oggetti buttati, strati di significato. Il secondo, Francis Bacon, visionario artista, si avvicinava alla poetica della Emin per le abitudini e per quello che le opere possono passare agli spettatori: in entrambe si vede smarrimento, ricerca di senso e vuoto, tutto convulso e avvolto in sé, una realtà alternativa a cui si può pienamente partecipare solo se la mente rimane aperta oltre il proprio modo di vedere, oltre l’Io e accoglie la vita, che si cerca di catturare osservando quello che gli altri provano. Guardare eterni pezzi di vita trascorsa per provare a comprendere quel magico ed eterno ritratto, che ci racconta un passato, un sogno, oppure semplicemente una vita lontana, quasi dimenticata.

Firenze e la sua cupola, una nuova prospettiva architettonica

«Chi mai sì duro o sì invido non lodasse Pippo architetto vedendo qui struttura sì grande, erta sopra e’ cieli, ampla da coprire con sua ombra tutti e’ popoli toscani, fatta sanza alcuno aiuto di travamenti o di copia di legname, quale artificio certo, se io ben iudico, come a questi tempi era incredibile potersi, così forse appresso gli antichi fu non saputo né conosciuto?» così descrive Leon Battista Alberti nel suo De pictura il grande progetto e la grande genialità di Filippo Brunelleschi, l’architetto che molto ha prodotto, ma che per tutti è sicuramente almeno “L’architetto della cupola di Firenze”.

di Jessica Caminiti

Non si può dire di aver visto Firenze, se non si è saliti sul cupolone di Santa Maria del Fiore, da cui a perdita d’occhio si può vedere tutta la città gigliata, la città di Dante, di Lorenzo il Magnifico e di Brunelleschi. Vederla maestosa in mezzo al traffico cittadino imponente e rappresentativa è solo il primo passo per conoscerla, essa come un bocciolo chiuso su sé stesso racchiude tutta la genialità del genere umano dell’epoca.

Il cantiere che durò dal 1420 al 1436, fino al 1471 rimane incompleto, difatti solo quell’anno venne appoggiata il pezzo finale, la bellissima lanterna. La sua progettazione e la sua costruzione fu complessa e per più di un secolo il Duomo di Firenze, ideato da Arnolfo di Cambio, fu privato della copertura nella zona absidale. Dagli affreschi, che ancora possiamo vedere, sappiamo che avevano immaginato una copertura più tradizionale per la chiesa principe di Firenze, nessuno potè immaginare quello che il buon Filippo ideò per l’enorme tamburo, spropositato per quei tempi. 

Appariva impossibile realizzare una struttura con le tecniche tradizionali, così venne indetto un concorso per trovare una soluzione. I progetti selezionati sono quelli di due architetti, che bene si conoscono per essersi già scontrati proprio nel cantiere per la Porta Nord del Battistero di fronte a S.Maria del Fiore, ovvero Lorenzo Ghiberti e il giá citato Filippo Brunelleschi. Buon sangue di certo non scorreva, in particolare dopo che il primo si aggiudicò le famose formelle della porta del battistero, ma l’idea vincitrice questa volta fu quella del secondo, diversa e moderna. Nel suo progetto Brunelleschi presentò una cupola senza un’armatura fissa e la sua natura doveva in questo modo risultare autoportante in tutta la sua progettazione. Rendendola così il più leggera, i pilastri sottostanti non avrebbero dovuto sostenere il peso immane che una cupola tradizionale come avrebbe dovuto essere, poteva invece raggiungere.

La vista di Firenze dalla Cupola
vista del duomo con il campanile di Giotto e la cupola di Brunelleschi

Ma perché fu tutto così difficile? Cosa aveva escogitato e pensato Filippo per risolvere i continui problemi?

La mente estrosa del Brunelleschi riuscì ad immaginare un tamburo sopraelevato ottagonale sul quale la cupola si erge su otto spicchi, le vele, con due calotte, una interna all’altra separate da un vuoto, un’intercapedine di ben 1,2 metri, in modo che esse siano autonome, ma collegate da un’intelaiatura che le attraversava entrambe. Questo vuoto lo conoscono bene tutti quelli saliti fino alla cima: i gradini e la scalata al punto più bello della città avvengono proprio qua, tra la cupola interna e quella esterna, in questa piccola e stretta intercapedine.

Affreschi di Giorgio Vasari
Ballatoio che permette la visione degli affreschi della cupola

L’armonia della cupola, delle sue proporzioni e il suo equilibrio architettonico sono dettati dalle proporzioni auree utilizzate nella sua composizione. Questa matematica proporzione, conosciuta dall’epoca classica, rende tutto più piacevole per l’occhio umano, che vede ogni cosa correttamente dimensionata e questo succede anche per l’udito. La proporzione aurea difatti venne ripresa anche la sera dell’inaugurazione avvenuta nel 1436. Quella speciale sera, un cantante fiammingo, Guillaume Dufay, compose Nuper rosarum flores, in cui riecheggia, questa attraverso le sue note, il ritmo dettato da questa spettacolare architettura. Brunelleschi in conclusione si può dire aver creato il simbolo d’eccellenza per Firenze, ma anche, grazie al suo essere estroso e completamente fuori dalle regole, può essere considerato il primo architetto-ingegnere della storia. Non si occupò solo del disegno preparatorio, ma anche del cantiere, degli studi matematici, dei metodi costruttivi e dell’organizzazione del lavoro. È l’uomo nuovo, l’uomo di passaggio, che non affida più solo a Dio la sua vita, ma crea il suo destino, “homo faber fortunae suae”, è la rappresentazione della genialità umana non si può fermare.

Fonti:

-C.L.Frommel, Architettura del Rinascimento italiano, Skira, 2007

-C.Bertelli, La storia dell’arte, dal Rinascimento al Manierismo, Pearson, 2012

Una riflessione sulla settimana appena passata

La fotografia non è nata immediatamente come uno strumento artistico, infatti la sua entrata in scena fu fatta davanti a grandi scienziati e dottori, all’interno di grandi centri scientifici. Questa riproduzione meccanica del mondo, perfetta sotto ogni punto di vista, senza nessuna selezione e omissione, doveva permettere di conservare il ricordo di quello che è stato nella sua interezza e di tramandarlo ai posteri.

di Jessica Caminiti e Silvia Michelotto

Sappiamo, sbirciando rapidamente nella linea di eventi della storia dell’arte, che le cose non sono andate proprio così e che le nuove tecnologie, non solo hanno permesso di avere immagini sempre più definite, ma anche più artistiche grazie a manipolazioni in post produzione. Eppure, almeno che la modifica non sia così palese, tendiamo a vedere nella fotografia una traccia del vero e non solo. È una traccia della memoria.

Viviamo in una società dove ormai c’è la compulsione allo scatto: tutti si possono improvvisare fotografi grazie a macchine fotografiche più o meno costose ma soprattutto a cellulari con obiettivi sempre più potenti e che permettono immediatamente, non solo di modificare la fotografia, ma anche di condividerla ai nostri amici grazie ai social. Siamo in un momento della storia dove, stranamente, non ci interessa vivere l’attimo bensì condividerlo con gente che non conosciamo grazie a immagini sempre più belle e instagrammabili.

Facilmente critichiamo queste scelte, ma allo stesso tempo non possiamo farne a meno perché è alla base del nostro bisogno di apparire in questa nuova società, così veloce e attenta agli aspetti più superficiali. Sarebbe da aprire un discorso immenso a livello psicologico e sociologico, ma non è questo il luogo. Non è questo il momento.

Quella stessa scelta di condividere ogni cosa che vediamo su un social network, su internet, magico e oscuro mondo dove ogni cosa rimarrà sempre indelebile, ha portato allo scoperchiamento del vaso di Pandora. Nonostante sia il 2020, nonostante siamo in una società evoluta tecnologicamente, umanamente abbiamo ancora molta strada da fare

Frame del video diventato virale della morte di George Floyd
Copertina del Time riportante i problemi razziali dell’America

Qualcuno ha deciso di mettere in rete un video in cui si vede una persona uccisa brutalmente da un rappresentate dell’ordine, qualcuno che doveva proteggere la comunità e quello stesso malcapitato che si trovava a implorare di respirare sotto di lui e la sua uniforme. La morte di George Floyd è finita su ogni dispositivo connesso ad una rete internet e il mondo ha urlato e si è ribellato.

In questa settimana abbiamo parlato della nascita della Repubblica, della vittoria della democrazia. La voce di un popolo che ha deciso di farsi sentire,  e che in questi ultimi giorni ha deciso di farsi udire nuovamente e a livello mondiale. Si sono alzate urla e parole forti e di cordoglio, ma anche silenzio. Un silenzio che è rimbombato sui social proprio nel giorno dell’anniversario in cui il nostro Paese ha deciso che sarebbe stato il Governo ad avere paura del popolo e non viceversa.

Sembrerebbe esserci un lieto fine in questa storia, forse la nascita di un mondo migliore, ma non è così.

Siamo assuefatti di immagini strazianti e di tragedie, dalle fosse comuni frutto della follia dei Nazisti alla strage della Stazione di Bologna. Dalle nuvole di fumo dalle Torri Gemelle a quel poco che rimane della strage di Capaci. Dal corpo distrutto di Igrid Escamilla al corpicino del bambino annegato che sperava di raggiungere finalmente un luogo di pace. Dalla morte di Stefano, massacrato a quella di George fino al vecchietto con il bastone buttato a terra da un poliziotto in tenuta antisommossa con l’unica colpa di chiedere rispetto della vita di tutti, e per finire con un’elefantessa che muore in piedi con il cucciolo che aveva in grembo per la crudeltà umana. E di queste immagini ce ne saranno ancora e ancora in futuro e queste devono essere le nostre pietre d’inciampo. Dobbiamo cadere, farci male, piangere ma rialzarci con la voglia di fare meglio dei nostri predecessori

bambino annegato morto sulla spiaggia di Lesbo. Foto da https://www.lastampa.it
foto del corpo esanime di Stefano Cucchi. Foto da https://www.articolo21.org

Sono fotografie che meritano di incastonarsi nella nostra anima per sempre come ricordi, perchè devono tappezzare la nostra mente, le nostre strade per dimostrare che possiamo essere migliori di così, che non dobbiamo per forza sottostare alle ingiustizie.

E sì, fa male pensare che la tanto agognata umanità, la vicinanza e la compassione per il prossimo che doveva nascere con la pandemia alla fine sia rimasta un’utopia per molti. Il razzismo, il sessismo, gli abusi di potere e l’odio sono ancora qui, tra di noi. 

immagine dell’elefantessa incinta morta a causa di alcuni petardi nascosti dentro un ananas. Foto da https://www.ilfattoquotidiano.it

La domanda, ormai, sembra ovvia: Che c’entra un blog d’arte con questa faccenda? Perché parlare? Perché schierarsi?

La risposta è semplice! L’arte è tutto, rappresenta il bello e il brutto della vita, ma è soprattutto memoria, in particolar modo l’arte contemporanea. Numerosi sono gli artisti che hanno parlato di stragi e di dolore utilizzando la fotografia o immagini e sculture simboliche, ma sono tanti quelli che hanno sottolineato l’importanza della Memoria, quella che rimane indelebile proprio grazie a quelle immagini di cronaca che si trovano sui giornali, sui libri di storia, in internet e, ora come ora, sui social . Cariche di una loro bellezza sublime, fatta di stupore, dolore e di orrore, che si conficcano nella nostra mente e non ci abbandonano. Sono altre immagini su cui dobbiamo che dobbiamo portarci sulla coscienza e su cui dobbiamo riflettere continuamente chiedendoci: è solo questo il ricordo che vogliamo lasciare ai posteri?.

Perché i quadri sono diventati bianchi?

Diventare una repubblica non è stato l’unico grande cambiamento che ha coinvolto l’Italia. Anche l’arte e il modo di rappresentare il mondo e la realtà è cambiato.

di Jessica Caminiti

Non appena l’Italia divenne una democrazia, qualcosa cambiò e non stiamo solo parlando del cruciale referendum, ma anche di qualcosa di più intrinseco nell’uomo, che lo portò ad avere una nuova visione della vita e del concetto stesso di sé. La nascita di una nuova idea di Nazione portò con sé una nuova visione identitaria dell’italiano, che si trovò a ricercare un senso di appartenenza nella collettività e nella nuova comunità appena nata dopo la sconfitta della tirannia fascista a cui per decenni è dovuta sottostare. La modernizzazione che portò a parlare nel 1959 sul “Daily Mail” di “miracolo italiano” è l’evoluzione che la democrazia ebbe da un punto di vista economico e sociale, così conseguentemente anche artistico.

Mentre nella capitale e in altre città si stava creando un movimento vicino al lavoro e più figurativo, Milano si distinse come centro propulsore del monocromo. 

Ma cosa rappresenta?

Copertine degli unici due numeri di Azimuth

Essa era una ricerca alternativa rispetto al panorama italiano e non porta come alle volte si pensa all’azzeramento concettuale, anzi il contrario: riempie di significazione e crea un nuovo spazio ipoteticamente e concettualmente da riempire. Questa tendenza, si sviluppa nel capoluogo lombardo, snodo centrale della nuova Italia tecnologica ed industriale, dove le arti figurative entrano in contatto con design, moda e addirittura l’editoria. Questa monocromia quasi violenta nei confronti dello sguardo dello spettatore, che si trova spiazzato davanti ad esso, nasce in completa contrapposizione alle convenzioni artistiche dell’immediato dopoguerra e rappresenta uno spazio di libertà diverso: la diminuzione della rappresentazione e l’assenza di soggettività sono i due punti fondamentali su cui questo nuovo concetto fa presa e crea una possibilità di lettura dell’opera stessa.

Questa sensazione di liberazione porta una visione più positiva e serena del futuro: essa è come un foglio bianco su cui poter scrivere ciò che avverrà senza restrizioni o visioni parziali o limitanti.

In questo clima innovativo e con questi presupposti nasce il gruppo Azimut/h fondato da Piero Manzoni ed Enrico Castellani. Nato in associazione con l’omonima rivista Azimuth di cui usciranno solo due numeri, esso è un ambiente senza precedenti, piena di spunti creativi e di novità. Entrambi lavorarono su superfici con un unico colore, in maniere diverse, ma con uno scopo comune: rifiutare una soggettività caratterizzata e determinante, creare uno spazio assoluto che trascenda qualsiasi forma soggettivante.Piero Manzoni, famosissimo per la sua Merda d’artista, prima di questo lavoro ed altri importanti, ragiona su una seria di opere chiamate Achrome: la monocromia è la rappresentazione della purezza, sono la superficie bianca da cui ripartire, da scrivere. Queste superfici letteralmente incolori superano l’individualità dell’arte, la sensibilità puramente soggettiva per raggiungere una reale emersione dell’essere primordiale, della reale essenza dell’uomo:

“La questione per me è dare una superficie integralmente bianca (anzi integralmente incolore, neutra) al di fuori di ogni fenomeno pittorico […] una superficie bianca che è una superficie bianca e basta (una superficie incolore che è una superficie incolore) anzi, meglio ancora, che è e basta: essere (e essere totale è puro divenire)”.

Achrome di P.Manzoni (1962). Foto presa da https://www.christies.com/

Con queste parole ci avvicina alla sua filosofia di vita di riduzione mentale minima, che porterà un’elevazione dell’uomo sempre più mistica e vicina a concetti astratti, come con Linea, ovvero l’idea di poter misurare qualsiasi cosa reale o no: dalla distanza al tempo, dallo spazio ad un concetto. Questa reificazione in seguito porterà alla creazione delle cosiddette sculture pneumatiche come Corpo d’aria, emblema di una generazione sempre in movimento, una società fluida come quella ipotizzata per la prima volta da Zygmunt Bauman.

L’altro fondatore, Enrico Castellani lavora sempre con la monocromia, ma se l’oggetto diventa parte dell’arte di Manzoni, lui non rinuncerà mai alla superficie usandola come uscita dalla bidimensionalità senza avere un vero e proprio oggetto. Il senso plastico che percepiamo guardando i lavori di Castellani vuole, come il collega, parlare e discutere dello scorrere del tempo: queste opere estroflesse e mai lineari ci ricordano l’evoluzione e l’infinità dello scorrere delle ore, dei minuti, dei secondi facendo subentrare una dimensione quasi tattile che controbilancia l’oggettività e la desoggettivazione del monocromo:


“Il bisogno di assoluto che ci anima, nel proporci nuove tematiche, ci vieta i mezzi considerati propri al linguaggio pittorico; non avendo interesse ad esprimere soggettive reazioni a fatti o sentimenti ma volendo il nostro discorso essere continuo e totale […] il solo (elemento) che, attraverso il possesso di un’entità elementare, linea, ritmo infinitamente ripetibile, superficie monocroma, sia necessario per dare alle opere stesse concretezza di infinito”

Superficie in alluminio di E.Castellani (1969). Foto presa da https://www.christies.com/

Egli stesso, come quindi il suo collega, vuole dare un senso oltre la possibile soggettività artistica, oltre l’hic et nunc, ma raggiungere una continuità nel tempo e nello spazio, che rappresenti dialogo e futuro. Questo è quello che cercava l’artista di quegli anni, finalmente libero: un linguaggio comune, che andasse oltre le possibilità dell’io e raggiungesse l’immensità del noi.

Fonti:

– L.M. Barbero (a cura di), Nascita di una nazione, mostra a Palazzo Strozzi, Firenze, 2018

– P. Manzoni, “Libera dimensione”, Azimuth, 1959, n.1

– E castellani, “Continuità e nuovo”, Azimuth, 1960, n.2

– L.M. Barbero (a cura di), Azimut/h, continuità e nuovo, mostra a Collezione Peggy Guggenheim, Venezia, 2014

Zeus, oh Zeus!

Non uno stinco di santo, così lo potremmo definire ai giorni nostri. Zeus, il padre di tutti gli dei, ma di certo nessuno di loro era immune a conflitti, scontri e temperamento fumantino, sempre a correre dietro le passioni e gli errori degli uomini, questi dèi avevano poco di celestiale.

di Jessica Caminiti

L’Olimpo, questo magico mondo portato nella cultura pop in auge da serie tv come Xena o Pollon, era un porcile: tutti gli dei non erano quieti esseri immortali distesi su triclini a bere vino (annacquato), ma terribili esseri soprannaturali, che facevano un po’ il buono e il cattivo tempo come meglio credevano. Ecco quindi Apollo innamorarsi di Dafne, Atena trasformare Aracne per averla sfidata o le tre bellissime dee che mettono in crisi Paride per avere un suo giudizio. Ognuno di essi era un po’ umano: come noi avevano amori, infatuazioni, anche loro organizzavano terribili vendette e partecipavano a guerre. Parlare di perdizione e di violenza è all’ordine del giorno se si legge la “vita” di qualsiasi divinità, ma signore e signori una tra tutte spicca.

Concilio degli dei – Raffaello (Villa Farnesina)

Zeus, amici, Zeus! Il più temibile, il peggiore, colui che assume sembianze per poter entrare nelle grazie di stupende fanciulle o lancia fulmini per dimostrare la sua superiorità. Se si parla di violenza, lui di certo supera tutti come cafoneria e perdita di dignità. Di ratti, rapimenti, rapporti non proprio cristallini lui è l’inventore! Sposato con Era, non si accontenta della gentile e fedele moglie, anzi più riusciva ad essere altrove rispetto al talamo matrimoniale, e più era felice. E dove andava? Sulla Terra! Sceso dal monte bighellonava un po’ come noi in giro per il mondo e perdeva la testa per ogni donna solitaria: una tra queste era Europa, nome poi reso immortalare dai Cretesi per ricordare questa mortale donna. 

Questa bella fanciulla si trovava a cogliere fiori sull’azzurro pianeta, quando Zeus (ahimé) la vide e se ne innamorò, così, come ogni santa volta, decise che doveva farla sua. Questo significò faticare per il padre degli dei, perché ella, nonostante l’importanza del personaggio, lo rifiutò e lui cosa fece? Si trasformò in un imponente toro per poter avere dei rapporti intimi con lei, senza che la sfortunata potesse avere idea di chi si celasse dietro l’immenso animale, che di punto in bianco la rapì senza alcuna motivazione.

Gianbattista Tiepolo
Gustave Moreau

La bellezza e l’armonia, che si percepisce attraverso i quadri di grandi maestri che sono arrivati fino a noi come le tele di Tiepolo e Tiziano, nascondono una storia, che non ha niente di romantico.

La violenza dell’amore (se così vogliamo chiamarlo), ora è rappresentato principalmente da Marina Abramovic e Ulay, senza escludere le coppie maledette come Modigliani e Jeanne, per non parlare di Picasso e delle sue innumerevoli mogli, molte morte suicide, molte l’hanno lasciato senza pietà, ma già nell’antichità queste scene grazie a racconti erano presenti e probabilmente più note rispetto alle vite degli artisti attuali! Quello che rimane da chiedersi è come mai, nonostante la violenza, la predeterminazione degli stupri di Zeus, i vari artisti, che hanno immortalato per sempre questo eterno Dio, si dividano tra chi lo mostra come docile e chi invece come pazzo assalitore di fanciulle. Il toro che tranquillamente culla Europa, viene visto anche come comune essere umano assaltatore della bella Proserpina e questo dovrebbe farci riflettere su cosa sia la violenza e forse su quanto essa non ci stupisca e mai ci ha stupito più di tanto . La giustificavano i grandi del passato? La credevano un male? Non lo sapremo mai, quello che possiamo appurare è appunto come questo senso di superiorità fosse accettato e Zeus molte volte, come nel cartone Pollon sia visto come un allegro vecchietto, che fa qualche scappatella, ma può essere giustificato dal mondo solo dalla sua posizione o da una scusa successiva.

Tiziano
Ludovico Carracci

Oltre alla violenza fisica, che rimane sempre presente in maniera terribile all’interno della storia dell’arte grazie alla rappresentazione di antichi miti, dobbiamo chiederci come mai questi dèi erano così umani? Giustificare, credo sia semplicemente una rappresentazione esasperata della vita stessa. Se Zeus poteva tradire Era, Apollo innamorarsi, perché noi non possiamo vivere il pathos della vita appieno senza alcuna restrizione? Sappiamo che le orge, i combattimenti erano parte importante del mondo antico, lo guardiamo con occhio attento, con occhio critico, nascondendoci dietro uno sguardo moderno e fintamente “superiore”, ma il sesso e la violenza rimangono due costanti della vita dell’uomo: ce lo ricordano quadri, performances, ma anche film e serie tv, allora siamo sicuri, che gli dei non giustifichino un po’ anche noi e i nostri istinti?

Fonti:

– Ovidio, Metamorfosi

La rivoluzione dell’arte: quando le opere diventano parte della cultura pop

Nel corso dei secoli, per diverse vicessitudini, abbiamo avuto la fortuna di vedere e riconoscere come l’arte si sia modificata ed evoluta grazie alla tecnologia, la quale detta le sorti e il ritmo del mondo per come lo conosciamo. Ogni generazione, per concetto barilliano, dura circa vent’anni e noi, generazione nativa digitale, i millennials, ci troviamo a prendere piede nella mondo e chi l’avrebbe mai detto che saremmo stati proprio noi la generazione addicted alle serie tv?

di Jessica Caminiti

Tutti conosciamo la storia delle televisioni, i vari canali tra cui fare zapping, immense soap opera, che non solo duravano una vita, ma anche non avevano e tuttora non hanno una fine (da “ma a quanti figli è già arrivata Brooke?” a “Days of our life è finito?”), ma noi siamo diversi. Siamo la prima generazione, che con tutti i piedi è caduta nel tranello delle serie lunghe, ma che hanno prima o poi una fine: abbiamo visto i sei amici lasciare il Central Perk, Ted finalmente concludere l’odissea della sua vita e siamo abituati a questi addii, siamo abituati a passare da una serie all’altra senza dimenticare niente e possiamo sempre ricominciare tutto da capo, se ci manca troppo… ah, il magico mondo di internet! Ma allora come fa una sitcom a distinguersi da un’altra, cosa la rende importante e piena di carattere? Sicuramente una parte molto importante la gioca non solo la trama, ma anche l’ambientazione e quella serie di particolari che fanno gioire per l’arguzia dei produttori! 

Bojack Horseman- serie targata Netlix

In molti casi, per esempio, per attirare l’attenzione del pubblico, troviamo citazioni ad opere d’arte, ma mai quante in Bojack Horseman. Mi spiego meglio: ci sono serie che sono dettate all’idea di opera d’arte, come per esempio White collar, dove il nostro protagonista è un falsario con i fiocchi, quindi riferimenti all’arte ci sono ogni due per tre, ma nella esilarante e riflessiva serie di cui vi voglio raccontare i richiami sono più sottili e ci vogliono raccontare, a mio avviso qualcosa di più. Difatti, molte volte tra le varie locations troviamo opere con chiari e diretti richiami a quadri del passato, facendoci intuire l’attenzione ai particolari, ma bando alle ciance: iniziamo il viaggio all’interno della serie e proviamo a dare un significato al motivo per cui così tanti capolavori appaiano.

Interno dell’Elefante, ristorante della serie
La nascita di Venere, Sandro Botticelli (1485/6)

Iniziamo dal ristorante italiano per eccellenza: Elefante.

Simpatici e stereotipati camerieri italiani lavorano nell’altrettanto stereotipato ristorante. Alle spalle del tavolo, che molto spesso viene inquadrato, vediamo un magnifico e inconfondibile dipinto: la  Nascita di Venere di Botticelli. Cambiata nelle sembianze, ma uguale nella composizione, una bellissima elefantessa nasce da una conchiglia e nella stessa posa della bella dea si fa accogliere nel mondo degli umani. Essa in questo caso dà risalto al luogo d’origine dei proprietari. Botticelli, mito indiscusso della storia dell’arte nostrana, è stato scelto tra i tanti, perché probabilmente la Nascita di Venere non rimane solo uno dei più importanti quadri della storia dell’arte italiana, ma anche uno dei più riconosciuti e riprodotti nel mondo ed è impossibile non associarlo alla grande arte del Bel Paese.

Quadro della casa di Bojack
Portrait of an Artist (Pool with Two Figures), David Hockney (1972)
Vista della casa di Bojack
Opera di Keith Haring

Seconda location: la casa di Bojack.

Vediamo il nostro protagonista continuamente immerso nell’arte e molte volte lui stesso diventa opera d’arte all’interno dei quadri. Passiamo da Haring a Kandinsky, da Matisse a David Hockney a tanti altri ancora e purtroppo per capire, dovrò fare un piccolo spoiler, ma spero mi perdonerete, anche perché si scopre anche solo guardando il trailer e leggendo la trama: Bojack è una star televisiva caduta in disgrazia e come ben immaginate in un periodo della sua vita i soldi non mancavano, così fece un po’ la vita che Bender di Futurama ha sempre sognato. In tutto questo, però, per delineare il suo status sociale ha anche fatto incetta di quadri, alcuni ereditati, alcuni (si presume di conseguenza) comprati e questo ci racconta già molto del protagonista. Non essendo uno sfegatato e pazzo collezionista, probabilmente come molti committenti prima di lui nel corso dei secoli, ha deciso di comprare capolavori per dimostrare quanto lui sia acculturato e soprattutto ricco, perché, sì, come sappiamo il mercato dell’arte è una giungla e solo i migliori offerenti possono aggiudicarsi i pezzi migliori. Nell’ipotetica idea, che io vi presento difatti, Bojack pur di dimostrare di essere arrivato e di potersi definire crème de la crème della società ha deciso di mettere in bella vista i suoi soldi, nascondendoli dietro pennellate e colori.

Studio
White center, Mark Rothko (1967)

Ultima location è l’ufficio dell’agente e poi manager di Bojack, Princess Carolyn.

Mentre soppesiamo la differenza tra i due lavori (il manager può produrre), possiamo ammirare dei Rothko piazzati lì, proprio alle spalle della nostra amata gatta rosa. Qui la storia, come per il fatto delle committenze, si ripete. L’arte non è solo fattore di distinzione sociale, ma anche rappresentazione del potere. Non solo ogni presidente viene immortalato in quadri o fotografato davanti ad importanti opere, ma fabbriche e aziende per dare lustro al loro prestigio aprono musei o ali di essi a loro nome. L’arte dà importanza e crea distacco e rispetto per chi può avere un’opera a casa o in ufficio, però delinea anche un capitalismo così chiamato illuminato. Questo cosa significa? Significa saper spendere i propri soldi anche in nome della bellezza e saper rallentare per ammirare la gioia che solo l’arte può dare senza dover sempre rincorrere mercati e azioni. 

Questi sono solo alcuni degli esempi, molti se ne possono fare. Era per riflettere e dare una visione diversa a chi dice: è soltanto una serie, è soltanto un film o è soltanto un cartone animato. È molto di più se ben fatto: è pura arguzia e intelligenza nascosto da una buona dose di capacità di comunicazione.

Fonti:

– L’arte contemporanea. Da Cezanne alle ultime tendenze, Barilli Renato (Feltrinelli 2014)

La tenuta Nittardi: il perfetto incontro tra gusto e Bellezza

In Italia, tra le colline toscane, c’è una tenuta, che ha non solo molta storia alle spalle, ma da sempre l’Arte è stata protagonista in essa: stiamo parlando della Tenuta Nittardi, prima acquistata da Michelangelo Buonarroti, ora tenuta della famiglia Femfert, che tuttora la rende centro propulsore dell’arte contemporanea grazie alle sue iniziative.

di Jessica Caminiti

La famiglia Femfert
Léon Femfert

Jessica: Ho letto sul vostro sito, che questo binomio è nato dalla passione dei suoi genitori, fondatori di questa azienda. L’espressione artistica in questa maniera si duplica, poiché viene espressa esteticamente dall’etichetta, ma la ricercatezza del sapore, la pienezza del vino sono la seconda scoperta non appena dall’apprezzamento visivo, si passa a quello gustativo. Come è nata questa idea?

Léon: Nittardi è una tenuta storica, la casa padronale è del 12esimo secolo e all’epoca si chiamava Villa Nectar Dei. Nel Rinascimento, nel 1549, Michelangelo Buonarroti acquista la fattoria già conosciuta con il nome Nittardi dalla chiesa e incarica il suo nipote Lionardo Buonarroti di gestire la proprietà avviando la produzione vinicola. Nel 1981 sono arrivati i miei genitori, mio padre Peter è un gallerista d’arte tedesco, mia madre Stefania una storica veneziana. Si innamorano subito del luogo e della sua storia. L’idea del binomio vino/arte è nata in modo molto naturale un po’ per passione di famiglia un po’ per rendere omaggio a Michelangelo e per raccontare la storia così speciale dietro a questo luogo e vino. 

Mikis Theodorakis (2017)
Joe Tilson (2015)
Allen Jones (2016)

J: Gli artisti vengono invitati a fare due opere, una che sarà la carta seta che riveste la bottiglia, l’altra che invece sarà l’etichetta stessa del chianti classico. Come scegliete gli artisti?

L: Grazie ai contatti di Peter, che lavora da più di 40 anni come gallerista e mercante in un panorama d’arte internazionale, scegliamo gli artisti tra quelli che sentiamo più nostri. Chiaramente deve piacerci la loro opera ma è anche importante che ci sia un feeling di stima personale e che loro si appassionino al progetto Nittardi. Per fortuna le due cose molto spesso vanno di pari passo: con molti artisti c’è un legame di amicizia forte e una corrispondenza vivace di progetti legati alla nostra terra in varie sfaccettature. Molti artisti, alcuni dei quali ci hanno lasciato hanno lasciato le loro opere e le loro idee sono ancora ben presenti a Nittardi, erano antesignani ecologici, ai tempi in cui nessuno ne parlava, e propulsori di concetti di bellezza inseriti nel territorio agrario. Alcuni degli artisti più interessanti con cui abbiamo collaborato in questi 35 anni ricordo Hundertwasser, Corneille, Igor Mitoraj, Yoko Ono, Mimmo Paladino, Gunter Grass, Pierre Alechinsky, Dario Fo, K.O. Götz, Allen Jones e Mikis Theodorakis, il 95enne musicista e intellettuale greco, autore dell’ultima etichetta annata 2017. 

J: Lasciate piena libertà agli artisti o date delle direttive? In particolare per loro non credo sia possibile assaggiare il vino imbottigliato che andranno a “completare”, avete modo di aiutarli nella loro creazione artistica proponendo altre vostre specialità vinicole? 

L: Gli artisti di regola vengono a Nittardi prima di creare le due opere e trascorrono un po’ di tempo qui, vivono Nittardi, il nostro territorio così speciale, la nostra gente, si immergono nei nostri tempi di vita e di lavoro, assaggiano i vini incluso anche la loro annata ancora in botte, e sicuramente ognuno con la propria identità pittorica trae ispirazione dalla nostra zona – il Chianti – come si può vedere in molte etichette. Però noi non diamo delle direttive concrete. Lasciamo libertà agli artisti, non diciamo all’artista l’annata è stata particolarmente piovosa facci delle opere buie oppure è stata una stagione calda e bella vogliamo delle opere solari. Mi sembrerebbe limitante e non rappresenta lo spirito del nostro progetto. L’artista è sempre libero di esperimersi, con ogni tecnica, con ogni idea, con collage, testi poetici, pentagrammi musicali, l’unica direttiva che diamo è quella delle misure e del formato. 

Alcune delle etichette di Nittardi

J: Sono cresciuta in una regione dove il vino non manca, in Friuli, e ricordo la ricercatezza di alcune etichette in particolare quando si parla di vini della zona, come per esempio il Ramandolo, vino prodotto esclusivamente nel mio paese. Vista e gusto si compensano e compenetrano, sia il palato, che il nostro sguardo hanno soddisfazione osservando e assaggiando le vostre bottiglie. Sono rimasta affascinata dal vostro progetto perché la bellezza sta proprio nella diversità: ogni anno il sapore e l’opera cambiano diventando quasi una nuova storia da raccontare. La bottiglia racchiude non solo la nostra situazione artistica, ma racconta anche il territorio e l’anno stesso, specchio della nostra situazione attuale. È una lettura corretta? 

L: Domanda difficile, provo a riallacciarmi a quello che stavo dicendo prima: l’etichetta dovrebbe essere sempre in sintonia con il contenuto della bottiglia. Ogni annata è peraltro diversa, come sono diverse le condizioni climatiche, gli umori e le persone che hanno lavorato, le situazioni anche sociali e ambientali, e dunque c’è una varietà di aromi, profumi e anche di contributi artistici sempre diversi. La produzione delle nostre bottiglie artistiche è impegnativa, molto limitata ma risponde alla nostra volontà di declinare la triade lavoro, territorio e bellezza in unico messaggio: quello in bottiglia.

Vista della tenuta
La tenuta

J: Oltre a questa iniziativa, avete anche una bellissima tenuta che fu proprietà di Michelangelo e l’avete impreziosita con delle sculture sistemate nel vostro giardino. È visitabile per chi viene nella vostra tenuta? È sempre un’idea iniziata da suo padre?

L: Sia la nostra cantina che il nostro giardino delle sculture con 45 opere sono visitabili su prenotazione. Il bello della nostra zona è anche la natura incontaminata visto che siamo circondati da centinaia di ettari di bosco che permettono anche bellissime passeggiate. 

J: Purtroppo le opere dovevano essere esposte questo mese a Milano alla Galleria Spirale, avete trovato un modo alternativo creando una mostra online oppure verrà tutto rimandato?

L: Si, la mostra con 70 opere è stata rimandata all’autunno, mentre online stiamo caricando sul nostro sito e sui nostri canali social video e live che raccontano la vita che continua a Nittardi, stagione dopo stagione, perché la natura non si ferma mai! 

J: Grazie mille della disponibilità e di averci fatto scoprire la vostra tenuta e questa preziosa realtà. Per i più curiosi, vi lasciamo il link con cui potete accedere alla tenuta e fare un giro inebriante tra vino e natura: http://www.nittardi.com