La potenza della videoarte, un’intervista con Daniele Costa

Andrea: Daniele Costa, classe 1992, laurea al DAMS e poi ad Arti Visive allo IUAV, videoartista. Nel 2016 vincitore del 1° Premio 100esima collettiva giovani artisti Fondazione Bevilacqua La Masa. Ma chi è Daniele? E da dove è iniziata la tua passione per l’arte?

Daniele: Fin da quando ero bambino, sono sempre rimasto affascinato e rimango tuttora conquistato dai film. Ho una passione spasmodica per tutto ciò che si muove all’interno di uno schermo e il cinema è stato a tutto gli effetti il primo aggancio all’idea di arte e movimento. E soprattutto con l’idea di raccogliere tempo. Utilizzare un dispositivo che raccoglie del tempo che viene poi rielaborato e che a sua volta genera del tempo è un aspetto che continua ad affascinarmi. Accade che all’università seguo il corso di Guido Bartorelli (Storia dell’arte contemporanea ndr) che sin dall’inizio è un colpo al cuore. Da quel primo nostro incontro, il sodalizio con lui continua tuttora e ho anche avuto il piacere di vederlo presentare uno dei miei lavori al cinema Porto Astra. Ricordo che durante il corso, Bartorelli aveva un modo di raccontare l’arte che scardinava i paletti istituzionali, ti faceva entrare in dinamiche di interpretazione estremamente diverse da tutte quelle più convenzionali, così mi si è aperto un mondo.

Daniele Costa

A: Cosa ricerchi in ciò che andrai a filmare? Esiste un filo rosso che lega le tue opere?

D: Parte della mia ricerca verte sulla corrispondenza tra dispositivo video e corpo umano: entrambi accatastano esperienza e quindi tempo, lo rielaborano e lo rigettano fuori in modalità molto simili. All’inizio utilizzavo il video principalmente come mezzo, era pura sperimentazione. Giravo dei video molto corti dove il cuore erano le modalità di ripresa, oppure ciò che il video raccoglieva dentro di sé, o la trasposizione metaforica tra il video e l’esterno. Ho dovuto elaborare un percorso di conoscenza e scoperta graduale del mezzo che avevo in mano. Quando poi sono passato allo IUAV a Venezia, l’impostazione era molto più attiva e votata al produrre. Il corso tenuto da Angela Vettese (Teoria e critica dell’arte contemporanea ndr) richiedeva una modalità processuale dove era necessario capire velocemente dove arrivare e come. Angela è un mostro sacro dell’arte e con lei sono uscito dalla mia fase sperimentale: i lavori hanno così preso corpo in una modalità di racconto secondo la quale narrativa e storytelling sono entrati nella mia pratica. Non direi che il mio percorso di ricerca abbia cambiato metodologia nel tempo: il punto d’inizio è rimasto lo studio del corpo che da raccoglitore misero di tempo è poi diventato un ponte di collegamento con le storie delle persone che incontravo. Queste storie nascono dal fissarsi su un percorso di ricerca ben preciso. 

Uno dei miei primi lavori (Corto “Spazio Morto”, vincitore della 100esima collettiva giovani artisti Fondazione Bevilacqua La Masa, ndr) mi ha permesso poi di fare una serie di giri ad appena 24 anni, sbloccandomi porte che fino ad allora non conoscevo così bene. E poi l’approdo al pianeta Venezia fa sì che si entri in contatto con artisti che masticano un linguaggio diverso. E quindi la crescita, lo scambio e la contaminazione sono stati esponenziali. Per fare un esempio di come nascono le storie di miei corti, Spazio Morto (2016) è un lavoro che raccoglie il tempo di una persona incontrata involontariamente, quasi per caso. Stavo immaginando e facendo un sopralluogo per un altro lavoro, ero insieme a Valentina Furian, artista amica, inizia a piovere e ci rifugiamo nelle casette dei bagnini dove abbiamo incontrato Papis, immigrato senegalese che si Lavorava come bagnino di terra ai bagni alberino, vicino aveva il suo orto e una capanna costruita sul mare, un orto e una capanna. Da lì ho capito che il processo è la parte più importante, soprattutto nell’arte contemporanea: rappresenta la chiave per farti vedere le cose in maniera diversa. L’arte non fa sì che tu compia miracoli ma deve attivare dei processi di visione che nella tua vita non faresti accadere spontaneamente, quindi dev’essere un modo per far saltare in aria qualcosa dentro di te, nella tua testa e nei tuoi occhi. Tutte le altre storie sono state una sorta di succedersi spontaneo e naturale all’interno del mio percorso di ricerca.

A: Iniziamo da una delle tue ultime opere in ordine cronologico ovvero “X – Meet the Unknown”, che si dispiega attorno alla piccola cittadina di Lago, appena 1000 abitanti. Qual è la genesi di questo tuo lavoro?

X è un segno grafico ed è un lavoro che nasce a luglio 2020. Uno dei miei corti era in concorso al Lago Film Festival ed ero stato invitato da Alfredo Agostinelli a seguire un workshop con i curatori del Cruising Pavillion della Biennale 2018. Il workshop prevedeva un confronto tra la piccola cittadina di Lago e il festival di cinema indipendente. Sullo sfondo, la figura del lago, nella sua immagine patinata da cartolina ma anche nella sua realtà più inquietante intrisa di leggende.

Ho una processualità lunga, avendo io bisogno di molto tempo per calarmi e per poter vedere le cose in un determinato modo. Questo perché odio il banale e ciò che non è ragionato o ricercato. Ero quindi immerso in un processo assolutamente osservativo in linea con la mia ricerca e il mio progetto: l’idea di base era installare delle camere di sorveglianza, lungo il perimetro del lago per capire ciò che vi succedeva. Iniziavo così la residenza di un anno. La mia modalità prevede che io divida il tempo in modo da poter entrare e uscire dalla realtà, alternando periodi di immersione a fasi di allontanamento per riequilibrare la mia prospettiva. Ero partito a novembre per 3-4 giorni e così ogni mese sono tornato fino a febbraio per concludere poi il lavoro a maggio.

fotogramma di X

Ad un certo punto, nell’osservare il lago, capisco che vi è anche una sorta di contraltare. Muovendomi in mezzo alla comunità vengo portato verso Doriano, un ragazzo che vive in una dimensione a lui molto stretta. Sembra diverso rispetto al contesto chiuso e diffidente della provincia ma resta a tutti gli effetti un figlio della provincia. È una diversità che si allontana e si attrae, perfettamente calata, come perfettamente avulsa. Mi sono trovato quasi ad aprire una matrioska dopo l’altra: il lago cadeva dentro Doriano che cadeva dentro la realtà che cadeva a sua volta dentro altro. Di questo progetto ho tanto apprezzato il coinvolgimento con Doriano, si è innestata una modalità secondo cui io non stavo più facendo un lavoro su di lui ma stavamo facendo un lavoro insieme

X è il mio primo lavoro in cui c’è molto parlato, avvicinandosi quasi ad un documentario. Allo stesso modo non c’è una definizione di una narrativa precisa che arrivi in un punto calato ma c’è un veicolarsi del tempo all’interno di un racconto che appare sfasato, molto goffo, cucito su misura per Doriano, mentre racconta, per esempio, della sua vita da sarto o del lavoro in un lanificio della zona. X in effetti è stato un percorso abbastanza diverso, un primo step verso una maniera nuova di ragionare sul mio lavoro. 

A: In X abbiamo notato la tua volontà di offrire uno sguardo “altro”, disincantato, più cupo e inquieto, rispetto alla canonica immagine del lago. La provincia, in cui il tempo è scandito da tempi ciclici e ripetitivi, fa da sfondo a molte tue opere? Cosa rappresenta per te la provincia?

Ho sentito dire che “la provincia ci ha mangiato”. Un po’ tutti noi siamo figli della provincia, che non ha per me un’accezione necessariamente negativa. Siamo figli di luoghi che in qualche modo ci respingono e ci trattengono. Io sono convinto che se non fossi nato qui, in un determinato contesto, avrei un’altra modalità di visione delle cose. Per me poi la provincia è essere figli di qualcosa, identificarsi con quel qualcosa. Non per forza ci fa del bene, ma ci custodisce e ci tiene lì. Nei miei lavori la provincia c’è perché io seguo un percorso visivo che non ricami ma osservi la realtà con occhi diversi. Riguardo al ritmo ciclico del tempo della provincia, secondo me questa è la bellezza del poter osservare senza dover comporre qualcosa ogni volta! Ci hanno insegnato che, se vediamo qualcosa, dobbiamo riuscire a partire da un punto A per arrivare ad un punto B ed in mezzo costruirci qualcosa. E questo può essere vero come no, dipende dal registro all’interno di ciascuno di noi cosicché quello che per me è un ciclo finito per te potrebbe essere un ciclo mai iniziato: ecco, la provincia è il collettore di tutto questo. E nei miei lavori lascio che il tempo non abbia mai fine.

A: Un tema chiave dei tuoi video è la marginalità. Basti pensare ad Elisa, ragazza non vedente copilota di rally (Circuito) o all’immigrato senegalese Papis impiegato nei bagni Alberoni di Jesolo (Spazio Morto) o a Renzo, tuo padre, costretto a convivere di notte con la macchina per la dialisi (Harmony) o a Doriano, omosessuale e artista in un paesino di poche anime (X). Quelli citati sono tutti esempi virtuosi di persone che vivono attivamente la propria specifica condizione? 

Non credo che il lavoro su Papis, Elisa e su mio padre siano degli esempi virtuosi, non c’è l’esaltazione di nessuna condizione per dire che qualcuno è migliore di qualcun altro. C’è solo una modalità di affacciarsi sul reale e renderlo visibile. 

Fotogramma di Harmony

A: Abbiamo notato che negli ultimi corti hai privilegiato protagonisti che si raccontano: ne emerge un taglio più personale, intimo e umano. Come mai questa scelta? È una cosa su cui vorrai insistere o consideri questi lavori delle eccezioni?

Posso anticiparvi che c’è un lavoro in corso ma non posso ancora rivelarvi molto. Il progetto prevede un racconto attorno alla tematica del trauma nel campo psichiatrico, e l’idea è di mettere i discorsi al centro senza quasi nessuna immagine. 

Doriano rientra nella mia ricerca in una modalità che non è un dialogo-intervista quanto piuttosto un racconto – flusso di coscienza. In tale situazione non hai margini ben precisi entro cui stare e quindi la realtà ti viene incontro rompendo paletti e aprendo carreggiate sempre più ampie. 

Il lavoro che inizierò a breve a Torino, ad esempio, è un lavoro più installativo, me lo immagino più fermo, cioè fatto di sguardi che vanno su una realtà che è talmente tanto ampia, che riuscire a incanalarla è difficilissimo. Porta Palazzo a Torino è un quartiere bellissimo, ospita uno dei mercati più grandi d’Europa. Io entrerò in quel contesto da completo estraneo e, anche se rimanessi lì 6 anni, non riuscirei a capire totalmente, immaginatevi avere due settimane per estrapolare qualcosa! In questo caso la ricerca si ferma alla modalità con cui io entro in quella realtà, che magari poi potrà aprire delle porte verso una visione più ampia.

Con Doriano è stato tutto molto naturale, non ho pensato “Ora mi siedo davanti ad una persona e faccio delle domande a tavolino”. Ci siamo trovati due volte e abbiamo parlato insieme. In X la camera non ha quasi valore, è secondaria, lui era spesso sfocato perchè a me non interessava mettere a fuoco la sua figura. Il fuoco era un punto quasi casuale. Se avessi cercato la messa a fuoco perfetta in ogni istante, avrei perso Doriano.

A: In Spazio Morto (2016) immortali la routine di un immigrato senegalese, sospeso tra orto, capanna e lavoro in spiaggia. Oggi avresti girato il video nello stesso modo? Gli avresti dato voce, facendogli raccontare la sua realtà a parole?

Fotogramma di Spazio morto

No, non potrei rifarlo. Lì il discorso non c’era, in 8 mesi io e Papis abbiamo costruito un rapporto di un certo tipo in cui lui mi portava a vedere delle cose, facendomi entrare nella sua realtà. Tutti i dati che ho raccolto su di lui non me li ha nemmeno raccontati lui. Papis non aveva la necessità di dire delle cose e io non volevo forzare il racconto.

Harmony descrive la routine di tuo padre Renzo, 70 anni, costretto a convivere la notte con la macchina per la dialisi. Il video offre il fianco a riflessioni circa la precarietà della vita, l’importanza di vivere ogni istante del tempo che si ha a disposizione, e il legame indissolubile tra vita e malattia. Com’è stato girare un corto che ti tocca così da vicino e questo lavoro ti ha portato a guardare tuo padre con occhi diversi?

Il lavoro Harmony, su mio papà, è uno di quelli a cui tengo di più: mai avrei pensato di farlo. Ho un rapporto talvolta conflittuale con i miei genitori che, avendo 45 anni in più di me, sono portatori naturalmente di una visione diversa dalla mia. È successo che, mentre stavamo seduti in auto, lui iniziava a dire delle pillole e io le raccoglievo.  Il lavoro è stato un pugno sullo stomaco.  Con mio padre ho sempre avuto un rapporto unico nel suo genere. La differenza d’età e il vissuto diverso inevitabilmente si fanno sentire. È innegabile che ci siano anche visioni diverse: il percorso che sto facendo, per esempio. Nella provincia veneta, l’idea di fare l’artista non è così scontata e naturale, anche se ora i miei genitori iniziano a capire. 

Quando ho vinto la residenza di GAM e Fondazione Spinola Banna la tematica era perfetta. Parlando con la curatrice, Caterina Benvegnù, ho realizzato che la tematica che stavamo affrontando, il diario e la costruzione di un tempo giornaliero scandito, si sposava perfettamente con la storia di mio padre, costretto a scandire il proprio tempo seguendo il ritmo della macchina della dialisi. Mio padre è la provincia, è quell’idea di restare aggrappati ad un tempo solido, che restituisca i frutti prodotti. Quando la tua immagine viene in qualche modo rotta, interrotta o frammentata da qualcosa che non puoi controllare, tutto viene rimesso in discussione. 

Tra l’altro, per Harmony (2019), sto collaborando con un curatore (Nicolas Ballario, curatore del settore arte di Rolling Stone Magazine, ndr) per portare l’opera nei maggiori musei italiani.

A: A breve partirai per Torino per una nuova residenza, quali progetti hai in serbo per futuro e quali sono i tuoi sogni?

Per quanto riguarda i miei impegni futuri, a Torino andrò a fare una residenza prevista inizialmente a marzo. Sarò nel quartiere multietnico di Porta Palazzo e il progetto originale voleva abbracciare le storie di persone su piani diversi del condominio per poi unirle insieme. Il Covid ha cambiato totalmente l’humus umano, per cui la mia attenzione si è spostata su come il movimento delle persone sia cambiato, su come i flussi di persone siano estremamente rarefatti in un contesto come quello del mercato che è luogo di scambi e incontri per antonomasia. Dal punto di vista tecnico, sto utilizzando la photo trap, un dispositivo utilizzato anche per immortalare gli animali.

E noi facciamo i nostri migliori auguri a Daniele, ringraziandolo di cuore per la disponibilità con cui ha risposto al nostro invito!

Beirut, la fenice del Medio Oriente (Libano)

“Chiamatemi sognatore”: un quartiere a pezzi di Beirut avvia la ricostruzione. Molti temono che una ripresa completa non sarà possibile, ma i residenti di una delle aree di Beirut più cosmopolite e diverse si stanno già attivando per tornare e cercare di riparare i danni dell’esplosione dello scorso Agosto.

di Andrea Ferro

Il centro città di Beirut in una vista dal quartiere Mar Mikhael

Dopo l’esplosione nel porto dello scorso agosto, che sfigurò gran parte di Beirut, molti hanno paragonato la capitale del Libano alla mitica fenice, che sempre risorge dalle proprie ceneri. “Noi restiamo” recitano alcuni cartelli nel famoso quartiere della movida libanese di Mar Mikhael, uno dei quartieri colpiti più duramente. Poco lontano, lungo l’arteria principale di Gemmayzeh, un’altra area danneggiata pesantemente i cui edifici antichi ospitavano famiglie storiche come anche persone appena arrivate a Beirut, accadeva lo stesso: i residenti imploravano di tornare e gli striscioni sugli edifici promettevano di ricostruire tutto. 

Due mesi più tardi, alcune attività hanno iniziato a riaprire, e squadre di ingegneri e architetti volontari stanno lavorando per salvare gli edifici storici. 

Ma anche il più ottimista ammetterebbe di non credere che una ripresa completa sia possibile, alludendo alla mancanza di leadership del governo e alla penuria di risorse, combinate con un’economia vicina ad implodere, che ha reso anche riparazioni minime ed essenziali talmente costose da essere oltre le disponibilità economiche di molti residenti. Se Beirut è una fenice, è già durata anche troppo tempo, dicono: guerra civile prima, guerra con Israele dopo, governi incompetenti e corrotti, immani proteste, coronavirus e ora questo.

Una sala all’interno di Sursock Palace, un’attrazione del 19° secolo a Beirut

Nonostante fossero quartieri cristiani, Mar Mikhael, Gemmayzeh e le aree circostanti attiravano giovani libanesi di diverse confessioni religiose, così come stranieri e turisti, che facevano capolino tra i vari bar, caffè e gallerie d’arte. Gay, lesbiche e transgender si sentivano al sicuro. Imprenditori e designers vi si trasferivano. Negozi di hardware polverosi si trovavano a poche porte di distanza da negozi di caffè all’ultima moda.

Ecco, l’esplosione di agosto ha messo a rischio tutto questo tessuto sociale così unico, afferma la gente del posto. E non tutti sono davvero pronti a tornare. Sarebbe come cancellare ciò che è accaduto, mormora qualcuno – come passeggiare allegramente sopra una tomba.

Tarek Mourad, proprietario del Demo Bar

All’estremo confine di Gemmayzeh, tra una chiesa e un antico negozio di lampadari, una strada stretta si inerpica sulla collina con strane angolature. I locali la chiamano Thieves’ Lane (“Viottolo dei Ladri”) da molto tempo, quando era utilizzata come via di fuga veloce dalle autorità.

Nell’ultimo anno, i dissidenti antigovernativi che volevano schivare gas lacrimogeni hanno spesso percorso la stessa strada per nascondersi al Demo, un bar con panche di legno elegantemente consumate dal tempo e musica sperimentale che vibra e si propaga dalla console del DJ. Il proprietario, Tarek Mourad, 38 anni, ha aperto il Demo con un socio ormai un decennio fa, e l’ha reso una tappa obbligata di Beirut. La vetrina del bar si è frantumata in mille frammenti nel corso dell’esplosione. 

Tarek Mourad è il proprietario del Demo, un bar nel quartiere di Gemmayzeh, che è stato
pesantemente danneggiato nell’esplosione.

“Quando trascorri anni piantando qualcosa,” dice, “e all’improvviso arriva qualcos’altro che taglia la pianta e l’abbatte, tu speri che le radici siano ancora là.”

Non era però sicuro che tutto ciò che aveva reso il Demo ciò che era sarebbe tornato – i piccoli negozi e i panifici nelle vicinanze che riempivano la strada di vita o i vicini che si fermavano all’interno del locale per un sorso di caffè o un boccale di birra.

“Chiunque lavori al Demo, o ci abiti nei dintorni, ha bisogno di tornare e riavere la propria vita indietro” afferma. “Ma non si tratta solo del Demo, è un intero quartiere da ricostruire. Per anni, ho passeggiato quotidianamente a Gemmayzeh ma ora non c’è più. Quale forma prenderà, non lo so proprio.”

Fadlo Dagher, architetto

La famiglia di Fadlo Dagher iniziò a costruire la villa di famiglia di colore blu pallido sulla strada principale di Gemmayzeh nel 1820. Secondo Fadlo, le abitazioni nel vicinato – e un po’ in tutta Beirut – rappresentano il Paese tollerante, diverso e sofisticato che il Libano era destinato ad essere. “Questa è l’immagine dell’apertura,” dice con orgoglio “l’immagine di una cultura cosmopolita”.

Le case – in genere edifici ampi e alti pochi piani, con tetti dalle tegole rosse e alte finestre a tre arcate che si affacciano sulla strada e che si aprono in una sala centrale, iniziarono ad apparire a Beirut a metà del 1800, dopo che la città crebbe fino a diventare un crocevia commerciale tra Damasco (Siria) e il Mediterraneo.

Lo stile mescolava idee architettoniche provenienti dall’Iran, da Venezia e Istanbul. Mentre i muri delle case erano di arenaria libanese, i loro pavimenti e le colonne marmoree venivano importate dall’Italia, le tegole da Marsiglia e le travi di cedro dalla Turchia.

Fadlo Dagher, architetto, nella villa novecentesca della sua famiglia, che ha in programma di ristrutturare

Nonostante la guerra, l’incuria e la passione del XX secolo per i grattacieli e i palazzoni alti, molte abitazioni antiche a Gemmayzeh e Mar Mikhael non vennero toccate fino all’esplosione, che ha danneggiato in maniera importante circa 360 strutture edificate tra il 1860 e il 1930.

Abbandonarli, dice Dagher, vorrebbe dire gettare a mare una delle poche eredità condivise di un Paese perpetuamente fratturato. “Vorrei immaginare che ciò che sta accadendo qui, questa diversità, questa città mista, che ancora esiste, possa rifiorire un domani” dice “E’ una missione impossibile? Non lo so. Ma, OK, chiamatemi sognatore. Questo è ciò che voglio.”

Habib Abdel Massih, proprietario di un negozio

Habib Abdel Massih, sua moglie e suo figlio si trovavano nel piccolo negozio convenienza all’angolo di Gemmayzeh di sua proprietà, quando il quartiere scoppiò in mille brandelli, ferendo tutti e tre. Aveva trascorso la sua intera vita in quel quartiere, vedendolo mutare da tranquilla area residenziale a destinazione culturale.

Habib Abdel Massih è il proprietario di un negozio a Gemmayzeh

“Improvvisamente, tutto quanto è cambiato”, dice. “La maggior parte delle persone che conoscevo se ne sono andate.”

Si mostra preoccupato che la ricostruzione possa rivelarsi onerosa a tal punto che né i residenti locali né gli ultimi arrivati potrebbero tornare. Poche settimane dopo la bomba, Abdel Massih, 55 anni, si stava apprestando a riaprire il negozio. Un gesso rivestiva il suo piede. Stava vendendo acqua e caffè, non molto altro.

Roderick e Mary Cochrane, proprietari del Sursock Palace

Sursock è il nome del quartiere sopra la collina vicino a Gemmayzeh. È anche il nome della strada principale dell’area, del museo in quella strada, del palazzo poche porte più in là e della famiglia che abita in quel palazzo. Sono tutti danneggiati ora. 

Lady Yvonne Sursock Cochrane è cresciuta nel palazzo, che fu costruito dai suoi antenati a metà Ottocento. Trascorse decenni proteggendolo – prima dalla guerra civile in Libano durata 15 anni (restando ferma), ed in seguito dallo sovrasviluppo (acquistando le proprietà confinanti). Ad agosto venne ferita durante l’esplosione mentre stava seduta nella sua terrazza e le macerie iniziarono a cadere attorno alla sua sedia. Morì il 31 agosto, all’età di 98 anni. Il suo ultimo sguardo alla casa mostrava questo: il tetto parzialmente ceduto, i soffitti affrescati con più buchi che intonaco, statue di marmo in frantumi, arredi di era ottomana a pezzi, arazzi antichi consumati, finestre mosaicate esplose.

Mary Cochrane al Sursock Palace. “Tu restauri le cose perché sono parte della storia” dice Cochrane, la cui famiglia possiede il palazzo.

Suo figlio e la nuora, Roderick and Mary Cochrane, lo stanno ricostruendo. Non conoscono ancora il prezzo, sanno solo che sarà astronomico. Tu restauri le cose perché sono parte della storia”, dice la signora Cochrane, americana. Venne ricoverata in ospedale dopo l’esplosione ma si è ripresa “Ce ne prendiamo cura per le generazioni future.”

Il signor Cochrane aggiunge: “Mar Mikhael e Gemmayzeh dovrebbero restare un posto per i libanesi, per piccoli designers, piccoli commercianti. Senza di loro, non ci sarebbe Beirut, saremmo una città come Dubai.”

Bashir Wardini, proprietario di Tenno e del BBQ Butcher’s 

Appena sotto la via principale di Mar Mikhael – laddove il suono di risate, tintinnii di bicchieri e autoradio martellanti di pub veniva trasportato verso l’alto delle terrazze quasi ogni notte – si trova il BBQ Butcher’s e, subito lì vicino, un bar di cocktail, il Tenno. La strada principale ora appare scura e silenziosa; molti edifici restano ancora inabitabili.

Ma il Tenno è aperto.

Bashir Wardini e i suoi soci a metà settembre hanno accantonato i loro dubbi e hanno riaperto per festeggiare il compleanno di un loro amico. Non erano affatto sicuri che i clienti fossero pronti a tornare. E non erano sicuri di essere pronti nemmeno loro. 

Bashir Wardini mentre supervisiona la ricostruzione del suo pub

“Molti di noi, e i nostri clienti, dicono, ‘No, devi riaprire, devi andare avanti, perchè la strada ha bisogno di sentire di nuovo un qualche tipo di vita’” dice Bashir Wardini.

Il Tenno sembra sé stesso di nuovo, ma il resto del quartiere è tutt’altra cosa. Wardini confessa di evitare ancora di andare là, a meno che non sia proprio costretto.

“Servono troppi drink per scordare i dintorni” afferma.

In Iraq, dove la bellezza è stata a lungo soppressa, l’arte fiorisce in mezzo alle proteste (Iraq)

Mentre pittori, scultori e musicisti si radunano nelle proteste di Baghdad, la capitale straripa di arte politica.

di Andrea Ferro

Abdullah, dalle guance incavate e dall’aspetto tremante nei jeans troppo grandi per la sua taglia, se ne sta in piedi in un parcheggio incompleto, mentre guarda folgorato un murale che è ben contento di decifrare per un visitatore. 

“Guarda l’uomo posto al centro, sta chiedendo alle forze di sicurezza: ‘Per favore, non sparateci, noi non abbiamo nulla, nulla’”. Abdullah pronuncia l’ultima parola due volte per enfatizzare la drammaticità della scena, impossibile non percepire come abbia studiato con passione l’immagine bianca e nera sul muro.

Disegnato col carbone in stile realista socialista, il murale, lungo più di 3 metri e mezzo, mostrava un gruppo di uomini camminare verso i loro amici caduti e trasportarli nelle loro braccia. Gli uomini dipinti erano senza alcun dubbio lavoratori comuni e uomini qualunque, con abiti semplici e volti tesi. 

La struttura incompleta, nota a t utti come l’edificio del Ristorante Turco è diventato una tela gig ante per gli artisti iracheni

Abdullah, 18 anni, che prima lavorava facendo le pulizie in un ospedale e che ora chiede di non essere citato con il cognome perché teme ripercussioni per il proprio coinvolgimento nelle proteste antigovernative, fa ora la guida d’arte (non ufficiale) in una delle gallerie più difficilmente immaginabili: un guscio di 15 piani di una struttura conosciuta localmente da tutti come l’edificio del Ristorante Turco, che si affaccia sul fiume Tigri. Quella è l’auto proclamata roccaforte degli iracheni che si oppongono all’attuale leadership del Paese.

Ricoperto su ogni lato da poster con messaggi indirizzati al governo, alle forze di sicurezza e al mondo, l’edificio appare come un’imbarcazione in procinto di salpare, con gli slogan scritti su tessuti bianchi che ondeggiano al vento. I primi 5 piani sono diventati uno della mezza dozzina di luoghi d’arte che sono spuntati come funghi a Baghdad in seguito alle proteste dal momento che i pittori, esperti o meno, hanno trasformato i muri, le scale e i parcheggi disseminati ovunque in enormi canovacci e tele.

Rosie the Riveter ha una bandiera irachena sulla propria guancia. Sulla sinistra, un tuk tuk dipinto nello stile Pop Art

Ma da dove viene tutta quest’arte? Come è potuto accadere che una città dove la bellezza e il colore sono stati largamente soppressi per decenni dalla povertà e dall’oppressione o dall’indifferenza dei governi che si succedevano l’un l’altro, all’improvviso sia diventata così viva?

“Sai, abbiamo molte idee sull’Iraq, ma nessuno del governo ci ha mai chiesto nulla” dice Riad Rahim, 45 anni, insegnante di arte. Il polo creativo della città è Piazza Tahrir: le opere ricoprono i sottopassaggi che corrono al di sotto della piazza, lo spazio verde dietro e le strade che là vi conducono. 

Un manifestante antigovernativo dipinge un murales a Sadoun Street nel centro città

I dipinti, le sculture, le fotografie e i santuari per i dimostranti uccisi sono un’arte politica di un tipo raramente visto prima in Iraq, laddove si fa arte da almeno 10.000 anni. È come se un’intera società si stesse svegliando al suono della sua voce, assecondando la forma, la dimensione e l’influenza della sua forza creativa. “All’inizio era solo una protesta, ma ora si tratta di una vera e propria rivoluzione” ha dichiarato Bassim al-Shadhir, un tedesco-iracheno che va avanti e indietro tra i due paesi e che ha partecipato alle proteste. “C’è arte, c’è teatro, le persone tengono lezioni e distribuiscono libri – dandoli via gratis”.

Al-Shadhir, un artista astratto con laurea in biologia, ha dipinto la propria opera su un muro di Sadoun Street, una delle più vaste arterie stradali della capitale. La scena mostra un uomo a cui le forze di sicurezza hanno appena sparato, il suo sangue sgorga dal cuore per formare una grande pozza, troppo larga per essere nascosta o ripulita dal militare mascherato in piedi dietro a lui.  

Nelle vicinanze, un murale supplica le Nazioni Unite di salvare gli iracheni. Un altro mostra la mappa dell’Iraq all’interno di un cuore e dice, “Oh paese mio, non sentire il dolore”. Ci sono due o tre murales che raffigurano leoni, un simbolo dello Stato dai tempi degli Assiri e simbolo che i manifestanti hanno adottato e fatto proprio. Non figurano invece, o solo in misura piuttosto limitata, nuovi murales che rappresentano messaggi antiamericani, nonostante vi sia un sentimento ostile agli USA sempre più crescente a Baghdad da quando gli Stati Uniti hanno assassinato il Generale Qassim Suleimani, capo della forza Quds dell’Iran che stava visitando l’Iraq. Una prima ragione potrebbe essere che ci sono già parecchi murales che contengono messaggi antiamericani o antiisraeliani. Una seconda ragione è che adesso ci sono così tanti muri ricoperti da opere artistiche che è diventato difficile trovare uno spazio vuoto per aggiungerci qualcosa di nuovo.

I soggetti artistici e gli stili in vista mostrano quanto una generazione più giovane di iracheni sia stata influenzata da internet, scoprendoci là immagini che risuonano in loro e poi disegnandole con tocchi iracheni. La celebre Rosie the Riveter, per esempio, ha una bandiera irachena sulla propria guancia; “La Notte Stellata” di Vincent Van Gogh ha l’edificio del Ristorante Turco al posto di un albero di cipresso. Alcuni dipinti rappresentano personaggi di libri di fumetti, ma avvolti dalla bandiera irachena, l’uniforme dei manifestanti. In un dipinto dell’edificio del Ristorante Turco riecheggia la Pop Art anni Sessanta con la raffigurazione di un tuk tuk rosso che vola fuori dal tetto. Il tuk tuk è la mascotte dei manifestanti, un veicolo a diesel, a tre ruote, che non richiede una patente di guida e che è diventata l’ambulanza non ufficiale di prima linea, trasportando i manifestanti feriti alle tende di primo soccorso. Prima di 500 dimostranti sono stati uccisi e altri migliaia sono stati feriti.

artisti che lavorano ad una nuova opera di street art

Gli alberi sono un altro soggetto comune, con pittori che hanno disegnato foglie cadenti in diversi posti del Ristorante Turco. “Quest’albero rappresenta l’Iraq e sto per scrivere in ogni foglia il nome di uno di quelle persone divenute martiri della rivoluzione perché massacrate dalle forze di sicurezza” afferma Diana al-Qaisi, 32 anni, che si è formata come ingegnere di sistemi informatici ma ora lavora nelle pubbliche relazioni. “Le sue foglie stanno cadendo perché è autunno e chi sta cercando di uccidere l’albero, sta cercando di ammazzare la rivoluzione. Anche se ci provano, alcune foglie rimangono sull’albero aspettando di nascere”.

Zainab Abdul Karim, 22 anni, e sua sorella Zahra, 15 anni, hanno una visione più nera: il loro albero è una sagoma scura che si erge su un cimitero, con ogni tomba a rappresentare uno dei tanti manifestanti uccisi dalle forze di sicurezza. Nonostante questa preferenza di rappresentare senza denotazioni fisiche riconoscibili, talvolta anche ritratti più individualizzati delle persone ammazzate sono un altro soggetto comune. 

Il piccolo parco dietro Piazza Tahrir è diviso da alcune tende, una delle quali è diventata una galleria di ritratti in continua espansione con le fotografie di quelli che sono stati trucidati nel corso delle proteste. Le persone passeggiano silenziosamente attraverso il memoriale, guardando ciascun volto, di tanto in tanto scendono delle lacrime quando vedono qualcuno che riconoscono. 

Murales che costeggia Sadoun Street, che porta a Piazza Tahrir

Il paese sta assistendo ad una fioritura espressiva non solo nelle arti visive. Più di una dozzina di canzoni sono state scritte per le proteste, continuando a circolare senza sosta sui social media. Le stelle dell’arte irachena, attori e attrici, come anche musicisti, pittori e scultori, si sono riuniti insieme per registrare un tributo ai manifestanti caduti. “Vogliamo esprimere ciò che la civiltà irachena significa, vogliamo inviare un messaggio al mondo che questa è la nostra cultura, noi siamo istruiti, siamo pittori e poeti, musicisti e scultori, questo è ciò che significa essere iracheni. Ognuno invece crede che l’Iraq sia tutta guerra e scontri”, hanno dichiarato. 

Il murales tentacolare che omaggia i netturbini del Cairo (Egitto)

Un murales, realizzato in un quartiere del Cairo abitato prevalentemente dai netturbini della capitale, cita un vescovo copto del III secolo che una volta disse: “Se si vuole vedere la luce del sole, prima occorre strofinarsi gli occhi”.

di Andrea Ferro

L’intricato murales ha preso forma nel giro di poche settimane un paio di anni fa e fu poco notato all’inizio, estendendosi lungo un quartiere del Cairo piuttosto tormentato, dove oggi abitano i netturbini egiziani, circondati da cumuli straripanti di spazzatura prodotta da questa capitale sovraffollata.

Ultimata nel giro di due settimane, l’opera ha finito per estendersi lungo più di 50 edifici, cosa che la rende il lavoro pubblico artistico più grande che si possa ricordare. Il murales, un cerchio di arancione, bianco e blu, cita, con calligrafia araba, un vescovo cristiano copto del III secolo che disse: “Se qualcuno desidera vedere la luce del sole, egli deve prima stropicciarsi gli occhi”, un rimando all’azione dei netturbini, grazie ai quali Il Cairo può mostrare al mondo i propri tesori.

Quando le prime fotografie dell’opera hanno iniziato a circolare, le reazioni andavano dal piacere stupefatto all’incredulità. Alcune persone, notevolmente colpite dalla sua dimensione impossibile all’apparenza, erano convinte che le immagini fossero state alterate digitalmente, racconta l’uomo dietro il progetto, un artista tunisino-francese conosciuto come eL Seed.

Ma l’aspetto più sorprendente era che eL Seed e i parecchi amici che lavorarono con lui fossero stati in grado di completare il progetto senza subire intimidazioni o essere arrestati.

Il governo egiziano, piuttosto arbitrario, ha mostrato in generale poca tolleranza nei confronti degli artisti, inviando spesso propri agenti a fare irruzione nei centri culturali e perseguitando recentemente uno scrittore accusato di attentare alla moralità pubblica. “Gli artisti di strada che hanno reso la città la loro tavolozza a cielo aperto durante i giorni esaltanti che seguirono le sommosse egiziane nel 2011 ultimamente sono stati costretti a lavorare in tutta fretta o in segreto, portando a termine i propri progetti come stessero facendo una rapina” afferma Soraya Morayef, che ha documentato la street art degli ultimi cinque anni nel suo blog.

Ma eL Seed ha scelto proprio l’angolo dimenticato della città per antonomasia, chiamato Manshiyat Naser, ben lontano dallo sguardo delle autorità: la tipologia di posto dove gli artisti potevano godere di maggiore spazio (e margine di manovra) per lavorare.

L’artista ha dichiarato che il suo intento era quello di provare a cambiare le percezioni popolari del distretto, troppo spesso associato all’idea di squallore e sporcizia, e celebrare i decenni dell’umile lavoro svolto in silenzio dai suoi residenti, occupati a smistare e riciclare tonnellate di spazzatura cittadina.

EL Seed vanta nella propria carriera l’aver già dipinto grandi opere artistiche, contrassegnate da una calligrafia distintiva, anche in altri Paesi: nel corso degli ultimi anni, ha viaggiato soprattutto tra Francia e Tunisia, ma l’esperienza in Egitto, e la reazione che l’ha seguita, sono state incontenibili sfociando in qualcosa che era totalmente imprevedibile.

Intervistato più volte in questi ultimi anni, l’artista attribuisce il successo del suo progetto, che è stato interamente autofinanziato, in primis alla sua decisione di lavorare in maniera discreta e silenziosa, con la cooperazione dei residenti, ma anche all’ingenuità dei visitatori.

Questo ha significato ignorare completamente o perlomeno tenersi alla larga da discussioni e polemiche che si sono abbattute su numerose opere d’arte, manifestazioni artistiche o, più in generale, espressioni pubbliche verificatesi in un Egitto facilmente suscettibile come quello odierno. “A volte quando vieni da fuori, non vedi tutti i problemi che potrebbero accadere”, ha dichiarato l’artista, “Io stavo provando a non guardare alla situazione politica, alle lotte e alle rivendicazioni economiche, per focalizzarmi soltanto sul progetto artistico”.

L’apprezzamento è giunto unanime dall’intero quartiere: dai giovani attivisti antigovernativi ad altri artisti. Uno street artist egiziano molto conosciuto per i propri graffiti, Ammar Abo Bakr, scrivendo su Facebook, ha definito il murales “il primo del suo genere in Egitto”. “Proviamo soltanto ad immaginare se i nostri artisti, che vendono la loro arte per migliaia di sterline, avessero deciso di contribuire in questo modo e avessero suggerito alcune soluzioni per abbellire o arricchire le facciate dell’Egitto”, ha scritto. Oltre a lui, più di 5.000 persone hanno condiviso il post su Facebook della dichiarazione d’intenti di eL Seed: inutile dire che c’erano centinaia di commenti soprattutto positivi che gli davano atto di aver raggiunto gli obiettivi che si era prefissato. “Parole belle e oneste”, scrive in egiziano una donna. “I netturbini – ha aggiunto – meritano la nostra gratitudine”. 

In tutto ciò, le autorità sono sembrate colte di sorpresa. L’Ambasciata egiziana a Washington ha pubblicizzato il progetto sul suo profilo Twitter, dicendosi “totalmente affascinato”. Mentre eL Seed pianificava il murales, è stato affiancato da un prete locale, il reverendo Samaan Ibrahim, considerato un leader dei netturbini (soprattutto copti) nel quartiere. L’approvazione del sacerdote e la sua partecipazione al progetto hanno così portato i residenti a bordo, dando vita ad una vera e propria opera condivisa.

Il quartiere venne stabilito più di quattro decenni fa, con la sua suggestiva collocazione all’ombra delle falesie da una parte e le strade maleodoranti dall’altra: oggi è il più riconoscibile di tutta una serie di insediamenti dove abitano i netturbini.

Il quartiere ha ricevuto frequenti attenzioni nel corso degli anni da parte di organizzazioni di aiuto internazionale e giornalisti, che l’hanno reso uno degli insediamenti più prosperi e promettenti, ha dichiarato Gaetan du Roy, un ricercatore belga che studia le vite religiose dei netturbini. Ma molti dei suoi residenti si sono impoveriti continuando ad essere guardati come cittadini di seconda classe visto il loro contatto costante con la spazzatura. Anche le relazioni degli abitanti con il governo sono divenute sempre più tese. Le autorità hanno provato, perlopiù senza successo, a rimpiazzare i netturbini e le loro estesissime reti familiari con moderne compagnie private. Durante uno degli shock più traumatici verificatosi nell’area, il governo del Presidente Hosni Mubarak, reagendo alla paura dell’epidemia di influenza suina nel 2009, ha deciso di uccidere tutti i maiali in Egitto, inclusi migliaia di suini tenuti dai netturbini, che li utilizzavano per consumare i rifiuti organici o ne vendevano la carne.

Dalle strade del quartiere l’opera appare divisa in frammenti: come un caleidoscopio che comprare sopra il cortile in cui i membri di una famiglia cercano con attenzione di riciclare borse di spazzatura, o un mosaico che si staglia su un terrazzo occupato da una manciata di pecore. La dimensione del murales sembra avvolgerti da ogni dove ed è interamente visibile da Mokattam Hill, ai margini del distretto, vicino ad una famosa cattedrale scolpita all’interno di una gotta.

Visti da qui, i colori interrompono la monotonia delle facciate tutte color rosso mattone, distinguendo questi edifici dai migliaia sorti nella città durante gli ultimi decenni, con controlli pressoché assenti, in un goffo tentativo di contenere la popolazione del Cairo in continua espansione.

Nei giorni successivi al completamento del murales, gli abitanti di Manshiyat Naser sembravano non aver fatto troppo caso al messaggio: soltanto in pochi, infatti, si erano inerpicati sulla collina per godere della vista completa e appena una manciata avevano idea di cosa dicesse la calligrafia.

Al contrario, la gente era profondamente colpita dal fatto che eL Seed e i suoi amici si fossero degnati di viaggiare fino al Cairo e che si fossero immersi nel quartiere, sfidando pregiudizi e preconcetti che nel corso del tempo hanno portato l’area a veder scomparire i propri turisti. Semmai l’unica lamentela è stata che l’artista avrebbe potuto dipingere ancora più case.

“I turisti erano soliti giocare con i figli qui e parlare con le persone” dice Boutros Ghali, un negoziante di 24 anni, mentre piazza una sua foto assieme a dei visitatori, tra i quali un giovane algerino, nella parete del suo negozio. “Noi, le persone del posto, li amavamo e col tempo ci eravamo abituati alla loro presenza e a trattarli da ospiti. E quando i turisti se ne sono andati, la gente divenne molto triste”.

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I maestri di tatuaggi (Cina)

Le braccia sono quelle di un giovane alto, dai muscoli tonici e la pelle compatta. Un braccio è ricoperto dalle righe ben marcate di caratteri cinesi tinti di nero che dalla spalla scendono fino al polso. Non si tratta dell’unico arto: in tutto se ne contano almeno 10, e sono tutti ammassati in un cumulo senza corpo sopra la scrivania di Wu Shang.

di Andrea Ferro

Queste braccia non sono altro che modelli commissionati dall’artista, un tatuatore della città costiera di Wenling e sono realizzati con gomma di silicone che non solo sembra esteticamente vera pelle ma, cosa cruciale per Wu Shang, dà proprio la sensazione di vera pelle al tatto. Avendo visto centinaia delle sue opere d’arte attentamente decorate uscire dallo studio per poi iniziare a girare tra le vie della città, Wu Shang ha voluto tenersene alcune per decorare le pareti “Altrimenti, qualche foto imperfetta è tutto quel che mi rimane”.

A prima vista, questi potrebbero sembrare i tatuaggi più strani e particolari della Cina, ma a dir la verità fanno parte di un trend molto più esteso. Braccia, schiene e gambe tatuate stanno velocemente diventando sempre più comuni nelle città più popolose del Paese. La delicata flora e la fauna dell’arte tradizionale cinese sono migrate dalla carta di riso ai corpi, sospinte da una rivoluzione delle tecniche. E le innovazioni di cui i tatuatori cinesi sono pionieri per il loro mercato in espansione stanno trasformando l’arte della pelle tatuata ovunque.

Il Partito Comunista Cinese non è annoverato tra i sostenitori dell’arte dei tattoo. Al contrario, il PCC vede i tatuaggi come avatar indesiderati della cultura hip-hop, cavalli di Troia che potrebbero aprire la strada ad ulteriore depravazione. In un goffo tentativo di controllare questa moda sempre più diffusa, il più grande regolatore dei media cinesi ha decretato che gli attori non potessero esibire i propri tatuaggi in televisione. Ai giocatori è stato inoltre imposto di coprirli prima di scendere in campo.

Bisogna aggiungere che il Partito ha saputo mostrare all’occorrenza anche una certa dose di flessibilità, cedendo alla realtà dei fatti. L’Esercito di Liberazione Popolare ora permette alle proprie reclute di avere piccoli tatuaggi, per esempio. Storicamente, la pratica dei tatuaggi non è una novità in Cina. La letteratura dalla dinastia Tang (618-907 a.C.) descrive a più riprese persone tatuate con scene di bellezze naturali e versi di poesie. Senza dubbio, il tatuaggio più famoso nella storia cinese appartiene a Yue Fei, un generale del 12° secolo (dinastia Song), venerato ancora oggi in Cina: quattro semplici caratteri incisi sulla schiena, “jing zhong bao guo”, ovvero “servire il reame con totale lealtà”.

Questi episodi, in ogni caso, restano eccezioni positive. Per la maggior parte della storia cinese, i tatuaggi sono stati visti come segni che indicavano problemi e pericoli. Essi erano il tratto distintivo dei barbari delle terre di frontiera, dei ladri, banditi e criminali, i cui volti venivano talvolta marchiati con tatuaggi come punizione. Alcuni ritengono che il Confucianesimo stesso tenda a disapprovare la pratica dei tatuaggi, visti come segni di empietà filiale che danneggiano il tuo corpo, concepito soltanto come un’estensione dei tuoi genitori.

La moderna infatuazione della Cina per i tattoo iniziò negli anni Ottanta, quando le tendenze di moda straniere entrarono nel Paese, che a poco a poco iniziava ad aprire i propri confini al mondo esterno. I saloni dei tatuaggi iniziarono poi a spuntare nelle città maggiori, soprattutto a Shanghai e Pechino. Gli artisti imitavano e riproducevano i motivi artistici già popolari altrove. Ma, a partire dalla fine degli anni Novanta, uno stile cinese unico ha iniziato ad emergere, come ben testimoniato dai lavori di Shen Weiguo, un affabile signore il cui studio a Shanghai resta tuttora un’istituzione nella scena cinese odierna.

Ispirato dalla passione giapponese per le immagini dense, impregnate di leggende storiche che coprivano l’intera schiena, il signor Shen è anche un ammiratore della pittura ad olio occidentale e del patrimonio culturale cinese. Queste influenze si sono fuse tra le sue mani dando vita a ciò che divenne noto come “la scuola neo-tradizionale cinese”, simile ai tatuaggi associati ai gangsters della Yakuza giapponese ma con contenuti cinesi e colori più sgargianti (pensate a più draghi, meno onde e meno regole rigide). Non che a Shen piaccia essere definito neotradizionalista “Ci sono girato attorno per molto tempo. Appena ti definisci come questo o questa cosa, smetti di evolvere” ha affermato in una recente intervista.

Altri due stili distintamente cinesi stanno sempre più superando la scuola neo-tradizionale in popolarità. Uno è la calligrafia classica, aggiornata con una sensibilità moderna. I caratteri cinesi spesso appaiono pure nei tatuaggi occidentali, ma in questi ultimi il più delle volte si presentano come scritture semplici e basilari. Al contrario, Wu Shang e gli altri tatuatori in Cina applicano tratti audaci e ricchi d’inventiva (vedi sotto). 

L’altro stile è un’approssimazione della pittura ad inchiostro lavabile, ciò che contraddistingue da sempre i paesaggi tradizionali cinesi rappresentati sullo sfondo. Tra gli esponenti più fini ci sono Joey Pang (vedi sotto) e Chen Jie (vedi l’immagine principale), due donne che hanno iniziato nei primi anni 2000, la prima ad Hong Kong, la seconda a Pechino. 

Orchidee che sbocciano sopra le basi del collo; un trespolo di usignoli in fila che si rincorrono tra le spalle e sotto le braccia, una montagna nascosta dalla nebbia che si sviluppa lungo le clavicole. I loro tatuaggi hanno una qualità quasi eterea, come se fossero sospesi e galleggiassero sopra la pelle. E, cosa altrettanto importante, sono perfetti per l’epoca dei social media. Chen ha più di 420,000 followers su Instagram.

Come accade sempre più al mondo d’oggi, alcuni tra i migliori tatuatori cinesi hanno preso parte a trainings di arte formale prima di scegliere inchiostro e pelle come loro veicolo prediletto. Wu Shang, per esempio, ha frequentato la prestigiosa China Academy of Art a Hangzhou, dove ebbe la possibilità di studiare la pittura degli Impressionisti. Tra le altre cose, afferma di aver scelto Wu Shang come proprio nome d’arte come un tributo all’artista francese Paul Cézanne, volendo significare “Io non sono Cézanne”. Per pura coincidenza, o forse no, l’espressione può anche significare “Nessuno è migliore di me”. 

Per i laureati delle scuole dell’arte, il potenziale lucrativo dei tatuaggi esercita un grosso fascino. Un famoso tatuatore può arrivare a costare 3,000 yuan (435 dollari) all’ora. I puristi temono che compensi di tale portata abbiano creato pressioni inattese. Considerate il fatto che Pang, la pioniera della pittura ad inchiostro lavabile di Hong Kong, ha trascorso un decennio studiando sotto la guida di un maestro calligrafo. Appena la sua fama si sparse, la gente arrivava al suo studio da ogni dove. Nel 2017 la sua lista d’attesa era già piena per i successivi tre anni: “Ho bisogno di tempo per riflettere e disegnare prima di lavorare sulla pelle e non ne avevo” afferma lei. Suo marito era anche suo socio d’affari. Quando la loro relazione finì, lei lo lasciò e se andò a Dali, una cittadina incastonata tra le montagne nella provincia sud-occidentale dello Yunnan, suo paese natale.

Dopo un paio di anni trascorsi a combattere una profonda depressione, Pang sta tornando all’arte dei tattoo con uno studio nuovo. E vi assicuro che non sembra minimamente uno di quei covi squallidi dell’immaginazione popolare. Sembra piuttosto la stanza di una residenza di campagna con enormi vetrate che danno su un cortile addobbato per il servizio del thè. “Qui posso riconnettermi alla mia arte”, ha dichiarato nella prima intervista dalla sua scomparsa. E aggiunge una promessa per i clienti precedenti: completerà i loro tatuaggi lasciati a metà gratis, se verranno a Dali.

L’abilità di Pang nel creare opere d’arte sulla pelle che sembrano fatte ad acquerello è il risultato di impressionanti miglioramenti nell’attrezzattura per fare i tatuaggi, ciò si collega alla crescita della Cina come potenza manifatturiera. I tatuatori erano soliti fare affidamento su macchine basate su delle bobine che producevano un tremolio costante man mano che l’ago rimbalzava su e giù. Negli ultimi due decenni, molti artisti hanno optato per nuove alternative, più leggere e meno rumorose, con motori più efficienti. Ciò ha permesso ai tatuatori di poter sviluppare ancora maggiore precisione potendo maneggiare due diverse combinazioni di aghi: uno dà l’effetto del segno di una penna e viene utilizzato per i contorni e le linee, l’altro più pennello piatto per la colorazione. La loro tecnica rievoca la pittura, si tratta di mescolare assieme i diversi cromatismi per generare la giusta combinazione per poi distribuirla nella pelle. 

Ma la crescita manifatturiera cinese ha partorito anche un problema: la proliferazione di macchine per tatuaggi molto economiche. Un tempo era molto complesso potersi procurare l’attrezzatura per fare i tattoo, oggi tutti gli strumenti sono facilmente acquistabili online. 

In Cina molto tatuatori preminenti stanno adottando un approccio differente, hanno fondato vere e proprie scuole. Nello studio di Wu Shang quattro studenti sono curvi sopra i pezzi di gomma di silicone, mentre tentano di ricreare le immagini che inizialmente hanno dipinto su carta. Ciò potrebbe sembrare innocuo, ma in realtà va contro un codice non scritto molto diffuso. I maestri possono prendere sotto la propria ala protettrice uno o due apprendisti, ma solo se questi si dimostrano davvero volenterosi e appassionati dell’arte. L’idea che chiunque possa farsi avanti, paghi una tassa di iscrizione e dopo un paio di mesi applichi inchiostro sulla pelle lascia i puristi inorriditi. Anche in Cina alcuni sono piuttosto critici: Shen, il neotradizionalista, afferma di aver affinato la propria tecnica lungo gli anni brandendo in mano gli aghi. “Devi capire e imparare a conoscere la relazione tra l’ago e la pelle, e questo non lo si può apprendere a scuola dall’oggi al domani”, dice lui. 

C’è, comunque, una controargomentazione: le persone negli affari stimano che la Cina ora vanti decine di migliaia di studi di tatuatori, quando dieci anni fa se ne contavano appena poche centinaia. Lo scorso anno almeno 16 fiere si sono tenute nel Paese, radunando insieme tatuatori e aspiranti tatuati. Vista la crescente domanda, la necessità di avere artisti ben preparati è evidente. Wu Shang ne è ben consapevole. Un pesce di un arancione e un giallo sgargianti dietro il suo l’avambraccio sinistro testimonia gli esperimenti su sé stesso che gli hanno permesso di affinare la sua tecnica. Chi può biasimare i suoi studenti che preferiscono iniziare su braccia finte?

Le donne dalla faccia tatuata, Chin State (Myanmar)

Periodo di Carnevale, tempo di maschere. Eppure, c’è chi è costretto ad indossare una maschera molto speciale sul proprio volto per tutta la vita! Tra le remote e quasi inaccessibili montagne dello Stato di Chin, in un’area del Myanmar al confine con Bangladesh e India, le donne di alcune tribù etniche sono rinomate in tutto il Paese per i tatuaggi che ospitano sul proprio viso.

di Andrea Ferro

La leggenda locale narra di un sovrano birmano che nella notte dei tempi viaggiò nella regione e fu talmente colpito dalla bellezza delle donne locali da decidere di rapirne una per prenderla in moglie. In seguito a ciò, le famiglie Chin iniziarono a tatuare le loro figlie in modo da coprirne la bellezza per assicurarsi che non fossero portate via. Il tatuaggio veniva disegnato sul volto delle ragazze tra gli 11 e i 15 anni e richiedeva almeno un giorno. Col tempo questa tradizione che doveva rendere le donne indesiderabili ha iniziato ad avere l’effetto opposto. I tatuaggi facciali completi sono diventati segni distintivi di bellezza per ogni donna Chin della vecchia generazione. 

Altre favole Chin raccontano invece di quando la pratica iniziò a diffondersi per differenziare le diverse tribù nel caso di rapimenti. 

Un’ultima spiegazione collega i tatuaggi alla religione. A partire dal periodo della colonizzazione inglese, molte minoranze Chin si convertirono al Cristianesimo o lo accettarono accanto alle credenze animiste. Alcuni esponenti Chin ricordano che i pastori locali insegnavano loro che solo chi avesse avuto il volto tatuato sarebbe stato considerato degno di entrare nell’aldilà.

Negli anni Sessanta, il governo Birmano bandì la pratica dei tatuaggi sul volto, come parte di un programma politico che la considerava retaggio del passato. Molti missionari iniziarono anche a denunciarla come atto barbarico

Ci sono sei modelli di tatuaggi facciali nella regione Chin e ognuno differisce dall’altro a seconda della tribù. Ad esempio, le donne di M’uun sono riconoscibili per i tatuaggi dalle loro grandi forme a D, mentre le tribù Yin Du hanno lunghe linee verticali distinte che attraversano tutto il loro viso. Generalmente la tecnica più comune consisteva nell’utilizzare una spina di canna per applicare sul viso una miscela di corteccia di pini verdi, fuliggine e foglie di fagioli. Dopo aver applicato il liquido, il viso doveva essere lavato per due giorni e se i segni non erano abbastanza chiari, allora il processo doveva essere ripetuto di nuovo. Il processo risultava estremamente doloroso, anche perché spesso doveva essere ripetuto diverse volte prima di essere completato.

Col tempo, questa regione che per secoli era rimasta isolata iniziò ad aprirsi al mondo. Le giovani generazioni iniziarono a trovare quasi imbarazzanti quei segni distintivi sul volto delle madri. Ad oggi, le donne anziane sopra i 60 anni sono le uniche che portano ancora la tradizione del tatuaggio del viso, e sono considerate come le ultime del loro genere. Una volta che se ne saranno andate, un capitolo della storia Chin sarà relegata per sempre nei libri di storia.