Perché la cultura è importante

L’Italia, più precisamente la sua Costituzione, annovera tra i suoi principi fondamentali (art. 9) la cultura e le sue attività come parte integrante dello Stato, il quale ha il compito di tutelare e valorizzare ogni suo aspetto.

di Jessica Colaianni

La pandemia scatenata dal Covid-19 che da mesi sta tormentando il mondo intero, ha messo a dura prova questo principio, trasportando in una profonda crisi un intero settore, già messo in difficoltà da anni. Già durante la prima fase del virus, a marzo, le attività culturali, come quelle di molti altri settori, sono state sospese per tutelare prima di tutto la salute di ogni cittadino. Durante l’estate abbiamo assistito a una lenta ripresa, dovuta anche all’attività di promozione di alcuni luoghi che si sono avvalsi di famosi influencer (prima fra tutti Chiara Ferragni di cui vi abbiamo parlato qui) per spingere gli italiani a scoprire e a visitare le proprie bellezze.

Gli Uffizi

Con l’aumento dei contagi a settembre, però, si è tornato a parlare di restrizioni, ma cosa ancora più spinosa, di cosa è essenziale e cosa no. Tra i primi interventi inerenti al mondo della cultura, rientra l’ordinanza del Ministero della Salute del 25 settembre, che sospende fino a data da destinarsi le domeniche gratuite ai musei. Il provvedimento blocca così una delle iniziative riguardanti i beni culturali che più di tutte ha avuto successo. Lanciata dal MiBACT nel 2014, essa ha registrato sin da subito un aumento importante di introiti e visitatori. La causa della sospensione è dovuta all’ingente flusso di persone che si riversa durante queste giornate, quindi è comprensibile la motivazione che sta dietro l’emissione di questa ordinanza. Ma piuttosto che intervenire con una cancellazione temporanea non bastava trovare una soluzione diversa, magari un accesso tramite prenotazione, come avviene ad esempio per tutte le mostre, per dare così comunque la possibilità di fruire di un po’ di bellezza, così necessaria in questo periodo buio, anche a coloro che, soprattutto di questi tempi, non avrebbe la possibilità economica per pagare un biglietto? Ma passiamo al prossimo provvedimento, che ha scatenato non poche polemiche e proteste. Il 25 ottobre il governo emana un nuovo DPCM che regola la chiusura di attività non definite essenziali, al fine di limitare quanto di più la socialità e di conseguenza il contagio, che si fa sempre maggiore. Tra queste attività obbligate alla chiusura rientrano i cinema e i teatri.

Le chiusure di marzo avevano già inflitto negativamente sulle attività non essenziali quali cinema, teatri e luoghi dediti alla cultura

Le polemiche e le petizioni che si sono susseguite sono tante, se da una parte abbiamo la salute, priorità assoluta da tutelare, in particolare in questo momento, non possiamo non ascoltare il dolore di chi con queste attività non essenziali ci campa, o quantomeno prova a farlo. Attori, registi, assessori alla cultura si sono opposti al provvedimento, facendo appello al Premier Conte e Dario Franceschini, Ministro del MiBACT, per spingere sulla riapertura di questi luoghi che, dopo aver faticato e speso soldi per adeguarsi alle norme di sicurezza, si vedono costretti a dover richiudere le loro porte. La motivazione maggiore che chiede che le porte dei luoghi culturali rimangano aperte è dimostrata anche dall’evidenza dei fatti: da marzo sino ad oggi è risultato solo un caso di positività tra gli spettatori, quindi l’incidenza sui numeri dell’epidemia è talmente bassa che forse viene da pensare che siano altri i settori a cui rivolgersi se si vogliono davvero ridurre i contagi.

Il nuovo DPCM prevede di nuovo la chiusura totale dei luoghi di cultura

Una scelta inoltre che, secondo alcune indiscrezioni uscite qualche giorno dopo la firma del decreto, più che scientifica appare politica, scaturita infatti da uno scontro tra Franceschini e Spadafora, Ministro dello Sport, il quale anche lui si è battuto contro la chiusura di piscine e palestre. Infine il 6 novembre è entrato in vigore un nuovo dpcm che suddivide le regioni italiane in tre aree di rischio. In ogni caso, la decisione di chiudere le mostre e i musei ricade comunque su tutto il territorio nazionale. Viviamo in tempi difficili dove complesse sono le scelte che si compiono per proteggere la salute. Non sono qui per giudicare l’operato e le scelte del Governo, lo Stato ha il compito di occuparsi di diverse materie: istruzione, cultura, salute, economia ecc. ed è normale che talvolta per far fronte a un problema se ne debba favorire una ad un’altra, ma è anche vero che come ha spiegato Cultura Italiae che “chi opera nel settore della cultura è consapevole dell’importanza che essa ricopre soprattutto in momenti difficili come quello che ci troviamo ad affrontare. Sarebbe un grave danno per i cittadini privarli della possibilità di sognare e di farsi trasportare lontano oltre i confini della propria quotidianità”. La nostra salute, quella mentale, viene messa a dura prova, altri dati parlano chiaro: depressione, cattivo umore, suicidi sono solo alcuni, ma significativi, problemi che la pandemia sta provocando, e se non abbiamo la possibilità di sognare, guardando un film, uno spettacolo o un’opera d’arte, non si sa come ne usciremo. 

Fonti:

New York e il suo orologio naturale

Mentre la natura ci avverte che il nostro pianeta ha le ore contate, anche l’arte cerca di fare la sua parte rendendosi pedina fondamentale per parlare di cambiamento climatico e necessità di ridimensionamento.

di Jessica Caminiti

Sono passati ormai decenni da quando Joseph Beuys faceva parlare di sé grazie alle sue performances a sfondo sociale e politico. Da ciò possiamo dedurre che la sensibilizzazione delle persone sul tema ambientale non è un argomento nuovo per l’arte contemporanea, eppure sembra che la musica si debba ripetere: nonostante passino gli anni e le decadi, la nostra natura è sempre più in difficoltà per quanto si cerchi di apportare dei cambiamenti nel nostro stile di vita. Macchine elettriche, giardini verticali e quant’altro non bastano, ci si presenta di fronte un mondo sofferente dove smog e consumo di risorse naturali diventano sempre più un problema insostenibile. 

Joseph Beuys in “7000 oaks”

L’emergenza climatica è ormai argomento quotidiano e Climate clock, la nuova opera di Gan Golan e Andrew Boyd ci dà un ultimatum. Quanto tempo ci rimane? A detta degli scienziati poco ed è questo che ci vogliono ricordare i due artisti con il loro countdown, il quale inesorabilmente segna lo scorrere del tempo. Per la settimana della lotta al cambiamento climatico a New York, il monumentale orologio è stato visibile nella Grande Mela, dove ha preso temporaneamente il posto dell’opera di Kristin Jones e Andrew Ginzel Metronome (un’opera d’arte che segna l’inesorabile passare delle ore durante le giornate segnalato in secondi), tra i grattacieli di Union Square. Questo è servito a rendere consapevoli le persone, che alzando lo sguardo tra gli imponenti edifici, potevano rendersi conto del fatto che il tempo sta per scadere, difatti gli anni che mancano al cosiddetto punto di non ritorno sono meno di 8. Il primo gennaio 2028 è considerato, dagli esperti, il giorno in cui non si potrà più tornare indietro, se le emissioni di monossido di carbonio continuassero a rimanere tali. L’inesorabile conteggio è basato su una serie di calcoli recentemente condotti dall’ONU, i quali cercano di rispondere e fare chiarezza su una domanda: quanto tempo ci rimane? Secondo questi studi, nel caso in cui le emissioni di C02 rimarranno invariate, il già citato capodanno del 2028 segnerà il momento in cui le temperature subiranno un innalzamento di 1,5°, che corrisponde alla condanna per il nostro pianeta.

Il Climate clock a New York. Alla sua sinistra potete osservare parte di Metronome

L’umanità ha il potere di aggiungere tempo all’orologio, ma solo se lavoriamo collettivamente e misuriamo i nostri progressi rispetto a obiettivi definiti”, questo si legge sul sito ufficiale del Climate clock, che rimarrà in funzione fino al fatidico giorno; sulla pagina si possono vedere non solo il conto alla rovescia e la percentuale con cui le fonti rinnovabili si stanno sostituendo a quelle inquinanti, ma offre anche la possibilità di portare nelle proprie case e nelle proprie città questa condivisa opera. Non ci deve stupire che essa sia così pubblicamente fruibile, poiché lo scopo è quello di raggiungere più persone possibili attraverso tutti i mezzi che si possono sfruttare in quanto tutti noi siamo coinvolti sia come causa, ma possiamo essere parte della soluzione. Come ben sappiamo infatti l’arte pubblica non ha solo lo scopo di abbellire e rendere più piacevoli le città, ma anche quello di rendere più virale e mondiale possibile un messaggio, che esso sia sociale, politico, economico o ecologico, come in questo specifico caso. L’orologio molto chiaramente urla al mondo l’emergenza in cui siamo coinvolti e in cui tutti dobbiamo fare la nostra parte. “The Earth Has a Deadline”, la Terra ha una scadenza, si legge sotto l’opera ed è chiaramente un tipo di arte poco confortevole quella che si presenta ai nostri occhi, una tipologia di arte reale, senza fronzoli o vana speranza. Un semplice messaggio chiaro che non punta a passare astrusi e astratti concetti filosofici, ma bensì fatti e dati che dovrebbero preoccuparci e dovrebbero farci riflettere su ciò che ogni giorno facciamo e come agiamo in questo nostro breve lasso di esistenza, il quale lascia l’impronta per ciò che verrà. L’arte, che per molti è semplice diletto oppure ancora peggio sovrastruttura inutile, ancora una volta si schiera in prima linea per comunicare, per essere parte del mondo, reale e tangibile.

Il climate clock, l’anno scorso a Berlino, in Germania

Qualche domanda ce la dobbiamo porre. Qualche risposta la dobbiamo assolutamente cercare. Mentre state leggendo questo articolo i secondi e i minuti continuano inesorabilmente a calare, lasciando che il tempo ci sfugga dalle mani non riusciremo mai a salvare non solo la Natura, ma anche noi stessi.

Vi lasciamo il link del sito, dove potete conoscere meglio18 il progetto e fare pubblicità ad una buona causa: https://climateclock.world

Tutto ha un inizio e una fine

Francesco Bonami, è sicuramente uno dei più importanti curatori italiani attivi ai nostri giorni, ma forse quello che non tutti sanno è che è anche uno scrittore e oggi vi parleremo di L’arte del cesso . Avete proprio capito bene, non stiamo scherzando, il titolo è proprio questo: ironico ed irriverente, attraverso uno degli emblemi dell’arte contemporanea racconta perché essa, come ogni cosa, ha un inizio e ha una fine passando per tutti i momenti salienti di questo periodo.

di Jessica Caminiti

Per iniziare, devo essere sincera, non l’ho trovato un libro da osannare, certo sicuramente da consigliare a chi vuole avvicinarsi con ironia all’arte contemporanea, ma non proprio una pietra miliare della storia. Il principio del libro è raccontare questo secolo di arte come un ciclo, un perfetto cerchio che si è da poco chiuso attraverso oggetti, tele, happenings, fino a raggiungere gli anni 2000 con l’arte digitale. Una caratteristica, che lui prende come fondamentale, anzi per meglio dire, un oggetto, che, secondo lui, è il Big Bang e allo stesso tempo implosione della galassia è il cesso. Non ha scelto il migliore degli oggetti per rappresentare questa epoca storica, eppure non poteva fare altrimenti, perché esso come l’ha anche inaugurata, a suo avviso, l’ha anche conclusa. Diviene così punto fisso, poiché il ready-made duchampiano, viene rirovesciato dal nostrano Maurizio Cattelan nel 2018, che ne fa una vera e propria utile opera d’arte. Tra Fontana ed America sono passati 101 anni e l’orinatoio rovesciato diventa un reale gabinetto dorato, utilizzabile da tutti, tanto da esserci code infinite al MoMA per provare l’ebbrezza di espletare i propri bisogni nell’aureo vespasiano! Il cerchio si chiude, ma quale è la differenza? Duchamp nel 1917 lo fa diventare una fontana, il significato del cesso si perde nel suo complesso, invece Maurizio lascia intatta la sua funzionalità, non rinuncia al suo significato, al suo reale utilizzo. Di conseguenza, riposizionando al suo posto la prima opera contemporanea, questo periodo si può dichiarare concluso.

Per quanto questa teoria sia interessante, a mio avviso il libro non regge le aspettative, che riponiamo in una copertina se leggiamo il nome di Bonami stampato sopra. Del curatore che ha paragonato il cavallo di Cattelan ad una moderna Primavera botticelliana e dell’arguzia dei suoi testi c’è poco, se non qualche spunto interessante seminato tra un capitolo e l’altro. Uno degli articoli che possiamo considerare più scottanti per questo momento storico e per una situazione abbastanza particolare successa poco fa è sicuramente quello dedicato a Richard Serra. Dopo aver introdotto le sue famose spirali, Bonami racconta di un video visto al MoMA dove l’artista spiega la nascita della sua opera. Ciò che stupisce il curatore (e ha lasciato basita anche me) è come Serra non racconti la sua geniale idea, ma la costruzione tecnica di esse, affiancato da un ingegnere. Tutto ciò si conclude con lui che si reca all’ufficio brevetti per avere il copyright sulla spirale, ma non essendo una sua forma da poter considerare esclusivamente sua non lo avrà ami. 

Le spirali di Richard Serra

Ma non fu l’unico a voler mettere un punto a situazioni di paternità basti ricordare quella che mi piace chiamare la “sfida dei colori” tra il blue Klein, che l’artista cercò di brevettare, e Anish Kapoor, che preso da manie di grandezza e insicurezze varie cercò di far suo il nero più nero del mondo, ovvero il Vantablack. Perché sembra che tutto debba essere sottoposto a copyright? Perché le certezze diventano così sfumate da richiedere un certificato scritto che quello che si vede è stato progettato da un artista preciso? Come dice anche Bonami, se mai qualcun altro farà le spirali metalliche di Serra egli verrà ritenuto un impostore e al massimo la sua opera una copia, eppure la ricerca di certezze legali affolla le pagine e le notizie di giornali e riviste artistiche. Ma perché vi raccontiamo di questo preciso capitolo? Ancora una volta la nostra attenzione si focalizza su Banksy e su una sua opera. Ultima delusione per l’artista britannico più famoso al mondo è arrivata quando il suo Flower Thrower  non gli è stato riconosciuto come copyright. È ormai lontano il periodo in cui Banksy dichiarava il copyright come qualcosa da “sfigati”, ora è andato a reclamare i diritti sulla sua opera per evitare il merchandising non solo non autorizzato, ma possiamo definire spropositato. Questa è solo l’ultima polemica nata sotto i riflettori che riguarda l’artista e il commercio delle sue opera, difatti già l’anno scorso si parlò di come ogni scopo commerciale dovesse essere vietato a Milano, alla mostra del Mudec. Ogni sua opera è un marchio di successo internazionale, ma anche il suo nome d’arte stesso lo è, tanto che durante la mostra sopracitata The art of Banksy. A visual protest ha fatto causa agli organizzatori dell’esposizione non autorizzata e inoltre ha fatto svuotare il bookshop di tutti gli oggetti riportanti il  suo nome. A questa si uniscono altre vicende tra legge e riproduzione tra cui quella appena conclusa contro una piccola azienda inglese.

La vicenda è più ingarbugliata di come si crede, solo il 14 settembre si è raggiunto finalmente un verdetto riguardo a marchi, copyright e Banksy stesso e aver fatto causa per l’artista non è stato di certo un successo, poiché l’ha persa malamente. Per comprendere perché egli non possa rivendicare i diritti sulla sua opera dobbiamo fare un passo indietro e cominciare dal principio. Nel 2018 il writer britannico fece causa alla Full Colour Black per aver utilizzato Flower Thrower per una cartolina da mettere in vendita (essendo questo il lavoro dell’azienda non deve stupirci). Cosa è successo? L’Ufficio dell’Unione Europea per la Proprietà Intellettuale (EUIPO) ha stabilito con un verdetto, per molti inaspettato, che l’artista non può vantare diritti sull’immagine, poiché ha sempre scelto di rimanere anonimo, e di conseguenza non può essere riconosciuto come il legittimo proprietario dell’opera. Questo accade perché egli ha deciso di non rivelare, dunque, la sua identità. Eppure prima abbiamo discusso sul fatto che egli ha depositato il marchio e quindi questo potrebbe un po’ confondere. Si tratta di una sottile differenza, quasi impercettibile, ma colossale, presente tra marchio e diritto d’autore: il marchio può essere registrato da chiunque, mentre invece, per poter esercitare il proprio copyright, è necessario che l’autore si dichiari in prima persona proprietario dell’opera. Questo come avrete capito porta al rigetto dell’accusa in quanto Banksy ha deciso di non rivelare la sua reale identità.

Flower thrower di Banksy

Banksy, per aggirare le leggi sul diritto d’autore che gli avrebbero imposto di uscire dall’anonimato, pensava di aver trovato una “furba soluzione”. Ha deciso di far registrare alla società Pest Control Office (l’azienda che cura le sue relazioni) il marchio della sua opera per proteggerne l’immagine, ma non ha mai sfruttato il marchio per farne uso commerciale (a questo infatti servirebbe la registrazione). Il marchio Flower thrower è stato registrato nel 2014, ma l’artista non ne fece un utilizzo commerciale se non nel 2019, ovvero cinque anni dopo e questo ha aggravato la posizione del writer. Considerando che egli ha aperto il suo negozio, dopo che la piccola azienda di cartoline ha chiesto l’eliminazione del marchio, esso venne visto come non uno sfruttamento di esso a livello commerciale, bensì come un modo utilizzato da Banksy per aggirare la legge fingendo di utilizzarlo con questo scopo. In conclusione se Banksy non vorrà uscire dall’anonimato, come è presumibile che non faccia, non può rivendicare nessun diritto d’autore in quanto non si sa chi sia veramente l’autore. La Full Black color proprio per questo motivo ha deciso di far causa per altre 6 opere per cui nessuno rivendicherà la paternità.

La questione è complessa, la ricerca di manifestazione e di in qualche modo possedere ciò che si è inventato è una lotta contro il tempo e molte volte l’opera diventa anche più importante dell’autore stesso, per non parlare di determinate tipologie stesse di lavori. Cosa sarebbe successo se colui che per la prima volta ha dipinto una Madonna in trono avesse rivendicato i diritti? Se ogni colore diventasse di proprietà di qualcuno? Tutto questo esteso al mondo esterno diventa legale e quindi importante sotto certi aspetti, e allo stesso tempo ridicolo perché si va a scavare non nelle conoscenze del diritto, ma nella coscienza delle persone. Abbiamo così tanto bisogno di autoriconoscimento? Abbiamo così tanta paura di rimanere dimenticati?

Fonti

– https://www.ilgiorno.it/milano/cronaca/bansky-1.4455040

-https://www.nytimes.com/2020/09/17/arts/design/banksy-trademark-lawsuit.html

– https://www.theguardian.com/artanddesign/2020/sep/17/banksy-trademark-risk-street-artist-loses-legal-battle-flower-thrower-graffiti

Forse dobbiamo rivedere le nostre priorità

L’Italia è il Paese delle perenni lamentele, delle stupide polemiche e dell’incapacità di connettere il cervello alla bocca. La Ferragni colpisce ancora e di nuovo fa scandalo, ma mentre il mondo del web guarda a lei con indignazione non si accorge che, forse, sta succedendo molto di peggio. Perché? Scopriamolo insieme.

di Silvia Michelotto

Dopo gli Uffizi, il Salento e la Sardegna, Chiara Ferragni conquista di nuovo Venezia. 

Un anno fa camminava sul red carpet del Festival del cinema  – che si svolge nella città lagunare per sponsorizzare il suo docu-film, Chiara Ferragni-Unposted, quest’anno, invece,  ha ricevuto il Leone d’oro per l’impegno che ha dimostrato durante l’emergenza COVID e nella ricerca di far riprendere l’economia del Paese puntando sulla cultura. Ovviamente questa premiazione non è andata giù ai più che hanno visto solo l’ennesima trovata pubblicitaria di una manifestazione che, privato dalla copertura mediatica di un tempo a causa della pandemia, aveva bisogno di far parlare di sé. Ma è indubbio che l’impegno dell’imprenditrice digitale sia stato importante, come quello di tanti altri, per raccogliere fondi necessari alle strutture mediche pubbliche, per sensibilizzare le persone sull’importanza dei dispositivi di protezione e a spingerle a spostare il proprio sguardo su attività più culturali e meno mondaiole.

La polemica, però, non si è fermata dopo uno dei suoi post.

Gli organizzatori del Festival, come quelli di tanti altri eventi di questa portata, offrono ai proprio ospiti una gita per la città in cui si svolge, appunto, l’evento (se ve lo siete perso su Instagram i Pinguini Tattici Nucleari, Shade, Elettra Lamborghini e tanti altri hanno condiviso nelle stories le gite che hanno fatto nel Salento grazie alla partecipazione al Vodafone Battiti Live). In questo caso Chiara ha avuto il piacere di salire su Scala Contarini del Bovolo, un piccolo gioiello tra le calle di Venezia, dove ha posato per una foto in cui, ahimè, metteva un piede sullo zoccolo dove poggiano le colonne del parapetto. I veneziani, e non solo, si sono lanciati contro di lei all’urlo di Hai rovinato Venezia !. Seriamente? Un piede su un parapetto ha rovinato la città? E le lavatrici, le vespe e le macchine (sì, perché hanno tirato fuori anche quelle!) che vengono portate alla luce ogni volta che si draga un canale non rovinano Venezia? I turisti che si tuffano in Laguna (e li ammiro per il loro coraggio visto lo schifo che c’è nell’acqua) e che lanciano oggetti dai ponti o che scambiano la Galleria Marciana per un WC? I turisti e non, che fanno fare ai bambini le foto sui leoni di San Marco rischiando di romperli o rovinarli? Loro non rovinano la città, ma un piede su un parapetto sì? 

 la foto incriminata tratta dal profilo di Chiara Ferragni sopra la torre dei Bovoli
un carrello della lavanderia trovato durante la pulizia di un canale a Venezia

Complimenti per le vostre priorità! E sì, sono cattiva sul discorso perché mi sembra assurdo che le persone non riescano ad andare oltre, a vedere dove stanno i veri problemi del mondo dell’arte. E non parlo del piede della Ferragni, ma dell’ipocrisia che ormai si sta impadronendo anche delle alte sfere, degli organi competenti alla tutela del nostro Patrimonio

E, tranquilli, vi porto degli esempi illustri. Il primo è datato 23 luglio 2020: a Lecce, nella piazza principale, si svolge la sfilata in cui viene presentata la nuova collezione di Dior, ispirata alla bellissima Puglia. La scelta non è assolutamente casuale: la famiglia di Maria Grazia Chiuri, la prima donna a dirigere la famosa casa di moda francese, è originaria della città e l’ha voluta omaggiare presentando proprio qui la nuova linea Cruise che richiama la tradizione della sua Terra. 

l’allestimento per la sfilata a Dior nella piazza di Lecce, realizzato da Marinella Senatore
 gli abiti della collezione Cruise 2020 ispirati alla tradizione pugliese

Con l’aiuto dell’artista Marinella Senatore la piazza è stata riempita da più di 3.000 led, sistemati su strutture autoportanti, simili a quelle utilizzate per le feste di paese. Ad allietare la serata e accompagnare la sfilata vi era la pizzica, la musica tradizionale, canti e balli popolari. A completare il tutto, Giuliano Sangallo, voce dei Negramaro, al termine della serata ha eseguito Meraviglioso

L’evento ha avuto un grande successo ed è stato accolto positivamente dalla critica e dall’ambiente storico-artistico, come un modo per riportare alla luce la tradizione di un luogo così ricco di storia e il rispetto per i beni che si affacciano sulla piazza. Ovviamente c’è chi si è lamentato in quanto, in un periodo come questo, non si deve guardare a sciocchezze come la moda, perchè sono stati probabilmente danneggiati degli elementi architettonici a causa di strutture che di sicuro non erano autoportanti e anche chi ha inneggiato allo scandalo dell’appropriazione culturale e così via… 

Tutte osservazioni inutili e fatte unicamente per criticare. Sarà stato un evento superficiale e inappropriato per il periodo che stiamo vivendo, ma ha portato lavoro ad albergatori e ristoratori che fino a quel momento erano in crisi nera, inoltre nessuno di questi leoni da tastiera era  presente e quindi non hanno potuto controllare in che modo si sorreggessero le strutture. Non possiamo che fidarci dell’artista che ha pensato all’installazione, ma, soprattutto, se non fossero state autoportanti, come li avrebbero sistemate in poco meno di tre giorni? I danni per un’installazione e disallestimento così rapidi sarebbero stati evidentissimi. E poi appropriazione culturale di cosa? Lei è pugliese, quindi ha solo elogiato la sua cultura natia.

Tante lamentele su tutto questo e non sul fatto che la Sovraintendenza dei Beni Culturali non ne sapesse nulla! Infatti, un paio di giorni dopo la sfilata esce la notizia riguardo al fatto che coloro che devono tutelare e controllare i Beni Culturali della zona non si erano accorti che lì ci sarebbe stata una sfilata. Dicendo prima che la richiesta non era mai arrivata e successivamente che era arrivata il 14 luglio, quindi meno dei 30 giorni previsti per legge. La domanda sorge, quindi, spontanea: perché, sapendolo, non si è fermata la manifestazione? Perché si è preferito parlare dopo, quando il danno era già fatto, piuttosto di fermare i lavori? Sarebbe stata una cosa sensata se il vero scopo era salvare il Patrimonio artistico, culturale e paesaggistico. Invece si è preferito correre il rischio e mandare poi una multa.

In sordina, invece, è passata la sfilata di Dolce&Gabbana del 2 settembre a Palazzo Vecchio. La nota casa di moda milanese ha presentato in questi giorni una nuova collezione ispirata al Rinascimento (il Rinascimento non c’è stato pure a Milano?) e che propone stampe e ricami che hanno come soggetto il giglio fiorentino (non è appropriazione culturale?). La sfilata, a differenza di quella di Dior, ha bloccato il Palazzo, che ricordo essere la sede di un museo ed essere di fronte a Piazza della Signoria, che, quindi, ha subito dei blocchi lei stessa, per ben 13 giorni. Tempo che è servito per allestire la sala con la passerella e per organizzare la cena di gala nella Sala dei Cinquecento. Giorni in cui i visitatori non hanno potuto ammirare le opere o passeggiare per una delle piazze più belle di Italia. 

 L’allestimento della Piazza della Signoria per la sfilata di Dolce&Gabbana
 l’allestimento all’interno della Sala dei Cinquecento della sfilata di Dolce&Gabbana

E se Dior ha cannato con le tempistiche, ma ha pagato la salata multa, e la Ferragni ha pagato, come hanno più volte spiegato Schmidt e gli addetti alle entrate economiche degli Uffizi, la somma dei biglietti rimasti invenduti durante la sua visita, D&G hanno ricevuto un trattamento alquanto…economico. I tredici giorni di occupazioni gli sono costati solo il 50% della normale quota di affitto del suolo pubblico, l’accesso e lo scarico in ZTL sono stati gratuiti, l’esenzione dal pagamento del lavoro straordinario della Polizia Municipale, che doveva organizzare la viabilità della zona, e la partecipazione gratuita del Corteo Storico della Repubblica Fiorentina che ha allietato gli ospiti all’inizio della serata.

E la domanda che vi pongo è: veramente ci indigniamo per un piede su un parapetto, che forse ha visto ben di peggio, quando chi deve proteggere il nostro Patrimonio preferisce intascare una multa piuttosto di bloccare un evento per verificare le norme di sicurezza o piegarsi al volere di una maison, invece, di pensare ai turisti che vogliono accrescere il proprio bagaglio culturale o ai cittadini? Seriamente, la Ferragni è la nostra priorità e non un museo chiuso per due settimane? Veramente ci indigniamo di più per il fatto che i musei siano chiusi a causa del COVID e di mancanza di personale, invece di pensare che sia una vergogna che venga chiuso per un evento riservato a pochi?

Forse è il caso di rivedere le nostre priorità..

Fonti:

https://www.elle.com/it/showbiz/gossip/a34022660/chiara-ferragni-news-leone-doro-venezia/

-A. de’Navasques, Dior sfila a Lecco con la collezione Cruise 2020. Con un intervento di Marinella Senatore, https://www.artribune.com/progettazione/moda/2020/07/dior-cruise-2021-lecce/

https://www.finestresullarte.info/attualita/christian-dior-sfilata-non-autorizzata-dalla-soprintendenza

https://www.quotidianodipuglia.it/lecce/incompatibile_con_la_tutela_del_luogo_e_parte_un_interrogazione_al_ministro-5367109.html

-F.Giannini, Firenze, Palazzo Vecchio regalato a D&G,  https://www.finestresullarte.info/opinioni/firenze-palazzo-vecchio-regalato-a-dolce-e-gabbana

Il murales tentacolare che omaggia i netturbini del Cairo (Egitto)

Un murales, realizzato in un quartiere del Cairo abitato prevalentemente dai netturbini della capitale, cita un vescovo copto del III secolo che una volta disse: “Se si vuole vedere la luce del sole, prima occorre strofinarsi gli occhi”.

di Andrea Ferro

L’intricato murales ha preso forma nel giro di poche settimane un paio di anni fa e fu poco notato all’inizio, estendendosi lungo un quartiere del Cairo piuttosto tormentato, dove oggi abitano i netturbini egiziani, circondati da cumuli straripanti di spazzatura prodotta da questa capitale sovraffollata.

Ultimata nel giro di due settimane, l’opera ha finito per estendersi lungo più di 50 edifici, cosa che la rende il lavoro pubblico artistico più grande che si possa ricordare. Il murales, un cerchio di arancione, bianco e blu, cita, con calligrafia araba, un vescovo cristiano copto del III secolo che disse: “Se qualcuno desidera vedere la luce del sole, egli deve prima stropicciarsi gli occhi”, un rimando all’azione dei netturbini, grazie ai quali Il Cairo può mostrare al mondo i propri tesori.

Quando le prime fotografie dell’opera hanno iniziato a circolare, le reazioni andavano dal piacere stupefatto all’incredulità. Alcune persone, notevolmente colpite dalla sua dimensione impossibile all’apparenza, erano convinte che le immagini fossero state alterate digitalmente, racconta l’uomo dietro il progetto, un artista tunisino-francese conosciuto come eL Seed.

Ma l’aspetto più sorprendente era che eL Seed e i parecchi amici che lavorarono con lui fossero stati in grado di completare il progetto senza subire intimidazioni o essere arrestati.

Il governo egiziano, piuttosto arbitrario, ha mostrato in generale poca tolleranza nei confronti degli artisti, inviando spesso propri agenti a fare irruzione nei centri culturali e perseguitando recentemente uno scrittore accusato di attentare alla moralità pubblica. “Gli artisti di strada che hanno reso la città la loro tavolozza a cielo aperto durante i giorni esaltanti che seguirono le sommosse egiziane nel 2011 ultimamente sono stati costretti a lavorare in tutta fretta o in segreto, portando a termine i propri progetti come stessero facendo una rapina” afferma Soraya Morayef, che ha documentato la street art degli ultimi cinque anni nel suo blog.

Ma eL Seed ha scelto proprio l’angolo dimenticato della città per antonomasia, chiamato Manshiyat Naser, ben lontano dallo sguardo delle autorità: la tipologia di posto dove gli artisti potevano godere di maggiore spazio (e margine di manovra) per lavorare.

L’artista ha dichiarato che il suo intento era quello di provare a cambiare le percezioni popolari del distretto, troppo spesso associato all’idea di squallore e sporcizia, e celebrare i decenni dell’umile lavoro svolto in silenzio dai suoi residenti, occupati a smistare e riciclare tonnellate di spazzatura cittadina.

EL Seed vanta nella propria carriera l’aver già dipinto grandi opere artistiche, contrassegnate da una calligrafia distintiva, anche in altri Paesi: nel corso degli ultimi anni, ha viaggiato soprattutto tra Francia e Tunisia, ma l’esperienza in Egitto, e la reazione che l’ha seguita, sono state incontenibili sfociando in qualcosa che era totalmente imprevedibile.

Intervistato più volte in questi ultimi anni, l’artista attribuisce il successo del suo progetto, che è stato interamente autofinanziato, in primis alla sua decisione di lavorare in maniera discreta e silenziosa, con la cooperazione dei residenti, ma anche all’ingenuità dei visitatori.

Questo ha significato ignorare completamente o perlomeno tenersi alla larga da discussioni e polemiche che si sono abbattute su numerose opere d’arte, manifestazioni artistiche o, più in generale, espressioni pubbliche verificatesi in un Egitto facilmente suscettibile come quello odierno. “A volte quando vieni da fuori, non vedi tutti i problemi che potrebbero accadere”, ha dichiarato l’artista, “Io stavo provando a non guardare alla situazione politica, alle lotte e alle rivendicazioni economiche, per focalizzarmi soltanto sul progetto artistico”.

L’apprezzamento è giunto unanime dall’intero quartiere: dai giovani attivisti antigovernativi ad altri artisti. Uno street artist egiziano molto conosciuto per i propri graffiti, Ammar Abo Bakr, scrivendo su Facebook, ha definito il murales “il primo del suo genere in Egitto”. “Proviamo soltanto ad immaginare se i nostri artisti, che vendono la loro arte per migliaia di sterline, avessero deciso di contribuire in questo modo e avessero suggerito alcune soluzioni per abbellire o arricchire le facciate dell’Egitto”, ha scritto. Oltre a lui, più di 5.000 persone hanno condiviso il post su Facebook della dichiarazione d’intenti di eL Seed: inutile dire che c’erano centinaia di commenti soprattutto positivi che gli davano atto di aver raggiunto gli obiettivi che si era prefissato. “Parole belle e oneste”, scrive in egiziano una donna. “I netturbini – ha aggiunto – meritano la nostra gratitudine”. 

In tutto ciò, le autorità sono sembrate colte di sorpresa. L’Ambasciata egiziana a Washington ha pubblicizzato il progetto sul suo profilo Twitter, dicendosi “totalmente affascinato”. Mentre eL Seed pianificava il murales, è stato affiancato da un prete locale, il reverendo Samaan Ibrahim, considerato un leader dei netturbini (soprattutto copti) nel quartiere. L’approvazione del sacerdote e la sua partecipazione al progetto hanno così portato i residenti a bordo, dando vita ad una vera e propria opera condivisa.

Il quartiere venne stabilito più di quattro decenni fa, con la sua suggestiva collocazione all’ombra delle falesie da una parte e le strade maleodoranti dall’altra: oggi è il più riconoscibile di tutta una serie di insediamenti dove abitano i netturbini.

Il quartiere ha ricevuto frequenti attenzioni nel corso degli anni da parte di organizzazioni di aiuto internazionale e giornalisti, che l’hanno reso uno degli insediamenti più prosperi e promettenti, ha dichiarato Gaetan du Roy, un ricercatore belga che studia le vite religiose dei netturbini. Ma molti dei suoi residenti si sono impoveriti continuando ad essere guardati come cittadini di seconda classe visto il loro contatto costante con la spazzatura. Anche le relazioni degli abitanti con il governo sono divenute sempre più tese. Le autorità hanno provato, perlopiù senza successo, a rimpiazzare i netturbini e le loro estesissime reti familiari con moderne compagnie private. Durante uno degli shock più traumatici verificatosi nell’area, il governo del Presidente Hosni Mubarak, reagendo alla paura dell’epidemia di influenza suina nel 2009, ha deciso di uccidere tutti i maiali in Egitto, inclusi migliaia di suini tenuti dai netturbini, che li utilizzavano per consumare i rifiuti organici o ne vendevano la carne.

Dalle strade del quartiere l’opera appare divisa in frammenti: come un caleidoscopio che comprare sopra il cortile in cui i membri di una famiglia cercano con attenzione di riciclare borse di spazzatura, o un mosaico che si staglia su un terrazzo occupato da una manciata di pecore. La dimensione del murales sembra avvolgerti da ogni dove ed è interamente visibile da Mokattam Hill, ai margini del distretto, vicino ad una famosa cattedrale scolpita all’interno di una gotta.

Visti da qui, i colori interrompono la monotonia delle facciate tutte color rosso mattone, distinguendo questi edifici dai migliaia sorti nella città durante gli ultimi decenni, con controlli pressoché assenti, in un goffo tentativo di contenere la popolazione del Cairo in continua espansione.

Nei giorni successivi al completamento del murales, gli abitanti di Manshiyat Naser sembravano non aver fatto troppo caso al messaggio: soltanto in pochi, infatti, si erano inerpicati sulla collina per godere della vista completa e appena una manciata avevano idea di cosa dicesse la calligrafia.

Al contrario, la gente era profondamente colpita dal fatto che eL Seed e i suoi amici si fossero degnati di viaggiare fino al Cairo e che si fossero immersi nel quartiere, sfidando pregiudizi e preconcetti che nel corso del tempo hanno portato l’area a veder scomparire i propri turisti. Semmai l’unica lamentela è stata che l’artista avrebbe potuto dipingere ancora più case.

“I turisti erano soliti giocare con i figli qui e parlare con le persone” dice Boutros Ghali, un negoziante di 24 anni, mentre piazza una sua foto assieme a dei visitatori, tra i quali un giovane algerino, nella parete del suo negozio. “Noi, le persone del posto, li amavamo e col tempo ci eravamo abituati alla loro presenza e a trattarli da ospiti. E quando i turisti se ne sono andati, la gente divenne molto triste”.

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Vogliamo veramente sapere chi è Banksy?

Con questa domanda, mi sono messa da sola in difficoltà. Di natura curiosa, voglio sempre sapere tutto, anche quei misteri inspiegabili che da sempre affollano la mia mente. A livello artistico ce ne sono sono tanti: voglio sapere se dentro il barattolo della merda d’artista, c’è veramente quello che l’etichetta prevede, voglio conoscere il famoso film di Malkovich che uscirà 100 anni dopo, voglio sapere chi è Banksy.

di Jessica Caminiti

O almeno dovrei dire vorrei, perché la bellezza dell’arte è proprio nella capacità di lasciare questi misteri intatti, senza fretta far credere un po’ nella magia che molte volte è il messaggio più dell’esecuzione stessa. Vorrei, ma so che non voglio realmente. La volontà del mistero, deve rimanere tale purché esso mantenga il suo messaggio iniziale e così deve rimanere l’identità di Banksy.

Il famoso writer ha colpito ancora, facendo parlare di sé, di questa figura ignota che utilizza l’arte non solo per la sua intrinseca bellezza estetica, ma anche come mezzo di comunicazione con le masse, non a caso – a mio parere – la sua arte musealizzata non può essere compresa al 100%. Vi abbiamo già parlato di quando a Venezia fece spuntare una bambina migrante contro l’abbandono delle navi in mare (di cui vi abbiamo parlato qui), contro le morti nel Mediterraneo e da lì molte altre campagne di sensibilizzazione sono state le sue campagne politiche. 

Forse non sapremo mai chi si cela dietro questo nome, ma di certo non possiamo dubitare sulle sue intenzioni artistiche e politiche: richiede l’indipendenza palestinese, ostacola la costruzione di muri fisici e mentali tra popoli e attraverso sferzanti e diretti graffiti racconta la realtà e i soprusi che ci circondano. Una madre addolorata piange sulla porta del Bataclan, una bambina disillusa dalla vita distrugge il palloncino a forma di cuore che da sempre rincorreva e per non parlare di Dismaland, la sua più grande installazione a cielo aperto. Il parco pensato come risposta a Disneyland, che rappresenta la realtà dei fatti, l’anarchia che dobbiamo ricercare per non essere inghiottiti dal potere e dalla falsità con cui esso si presenta a noi. 

Tutte cose molto belle, come sempre l’arte parla, ma se rimane fine a sé stessa cosa riesce a dare se non la sua visione del mondo? Così Banksy decide di fare il passo successivo, creare qualcosa di artistico, sovversivo e utile allo stesso tempo. Non è la prima volta che qualche artista parla della questione migranti oltre al writer britannico, per citarne uno tra i tanti, c’è il nostrano Federico Clapis.

video di Welcome (?) di Federico Clapis

Una bambola di colore rappresentante un neonato appoggiato ad uno zerbino con scritto “welcome” viene calata dalla Mare Jonio in pieno Mediterraneo per alcune ore. Welcome(?) nel video viene accompagnata dalla canzone Il cerchio della vita del colosso Disney, che tutti conosciamo, ovvero il Re leone. La cosa che fa pensare è proprio il contrasto non solo tra innocenza, che la Disney propone e la tragedia in mare, ma anche tra la nascita della vita che questo inizio film propone e la fine di essa, che invece la bambola implica nel suo essere immobile in mezzo al mare. Trasportata dalle onde, lo scandalo è stato subito alle porte, non solo per il messaggio dell’artista, ovvero il peso sulla coscienza che dovremmo sentire tutti noi per queste morti indegne ed evitabili in mare, ma anche perché il progetto più grande prevedeva che i soldi ricavati con la battuta all’asta dell’opera sarebbero serviti a finanziare la Mediterranea saving humans

È passato un anno da quest’opera, per non considerare quanti ne sono passati dalla prima volta che abbiamo sentito della prima morte nel Mediterraneo, eppure dobbiamo ancora parlarne, perché le posizioni diventano sempre più chiuse in sé stesse portando a continuare a mietere vittime innocenti, che hanno solo commesso l’errore di cercare qualcosa di più oltre la guerra e la distruzione, vittime che stanno cercando una vita migliore, lontana dalle guerre iniziate dagli Occidentali.

Ciao Pia, ho letto di te sui giornali. Sembri una tipa tosta. Sono un artista britannico e ho fatto alcuni lavori sulla crisi dei migranti, ovviamente non posso tenere per me i soldi che ho guadagnato. Puoi usarli per comprare una barca o qualcosa del genere? Per piacere, fammi sapere. Complimenti! Banksy

con queste parole l’artista britannico avvicina l’attivista Pia Klemp e proprio da questa mail che nasce il progetto Louise Michel, una barca per salvare vite nel Mediterraneo. Possiamo solo immaginare la faccia sconvolta e felice della Klemp alla notizia che un nuovo yacht avrebbe solcato quelle onde. Lo yacht lungo 31 metri  e battente bandiera tedesca, precedentemente era appartenuto allo Stato francese, e a fine agosto ha fatto il suo primo salvataggio in solitaria. Il nome della barca già denota uno smacco alle autorità, difatti Louise Michel era un’anarchica femminista francese conosciuta come “the grande damme of anarchy”, poiché combatteva per i diritti di equità, tanto tuttora ancora ricercati, non solo tra sessi, ma anche tra tutti gli esseri umani. Il primo a diffondere la notizia della barca è stato il The guardian, che ha fatto sapere, che è partita in tutto segreto il 18 agosto dal porto spagnolo di Burriana, vicino Valencia e il primo salvataggio con 89 persone, fa sapere sempre la testata britannica, avrebbe a bordo 14 donne e 4 bambini.

Lo yacht finanziato da Banksy, la Louise Michel
La bambina di molte opere di Banksy, che cerca di raggiungere la sua salvezza

La Louise Michel si fa notare in mezzo al mare grazie al suo colorato scafo bianco e rosa, ma soprattutto per la famosa bambina con il palloncino di Banksy modificata e carica di un nuovo significato. L’innocenza è persa del tutto, la bambina non guarda più sorpresa e smarrita il palloncino che le vola via dalle mani, ma cerca di raggiungere un salvagente rosa a forma di cuore, che potrebbe rappresentare la sua unica possibilità di sopravvivenza. Ovviamente la notizia ha fatto il giro del mondo, tra chi lo reputa l’ennesimo artista comunista e sinistroide e chi invece per l’ennesima volta ammira le sue scelte. 

Ve lo devo dire, sono stata turbata, ne ho parlato e riparlato di questo atto così sovversivo e lo posso dire? Mi sono incazzata come sempre. Mi sono chiesta, perché esistano ancora persone che non vedono l’ora che queste persone soccombano in mare, perché di fronte all’ennesima tragedia molta gente si giri dall’altra parte, perché decisioni politiche veramente non avvicinano alla ricerca di una soluzione. Perché? Poi è nato un barlume di speranza, in questo caso non è l’arte che salva il mondo, sono queste persone che usano l’arte come grancassa sociale e politica, che riescono a concentrare l’attenzione, riescono a focalizzare. “Non vedo i salvataggi in mare come un’operazione umanitaria, ma come parte di una lotta antifascista”, queste sono le parole della Klemp e sono applicabili a molte altre questioni aperte con cui il mondo si sta scontrando. L’arte può solo aiutare a non solo vedere, ma far guardare cosa sta succedendo a chi non vuole realmente focalizzare il suo sguardo e solitamente si gira dall’altra parte). 

La Louise Michel durante le sue operazioni di salvataggio

Per chiudere vorrei veramente incontrare Banksy? La parte più romantica di me dice no; la parte attivista sì. Anche soltanto per ringraziarlo per le mille opere che parlano da sé. Esse combattono per il clima, come il graffito con il bambino che confonde i residui dell’inquinamento per neve, per la democrazia, come l’opera in cui una candela brucia la bandiera americana dopo l’ennesimo sopruso e l’ennesimo morto, per la giustizia, come la Louise Michel, che non solo parla, ma anche agisce.

Opera ritrovata sulla parete di un garage in Scozia, dove un bambino confonde i residui del fuoco per docile neve
Opera spuntata sui social durante il periodo delle manifestazioni contro la morte di George Floyd. L’opera esplicita tramite immagini la fragilità della democrazia americana

Fonti

https://www.lbbonline.com/news/federico-clapiss-haunting-migrant-tragedy-art-for-mediterraneansaving-humans

https://www.theguardian.com/world/2020/aug/27/banksy-funds-refugee-rescue-boat-operating-in-mediterranean