New York e il suo orologio naturale

Mentre la natura ci avverte che il nostro pianeta ha le ore contate, anche l’arte cerca di fare la sua parte rendendosi pedina fondamentale per parlare di cambiamento climatico e necessità di ridimensionamento.

di Jessica Caminiti

Sono passati ormai decenni da quando Joseph Beuys faceva parlare di sé grazie alle sue performances a sfondo sociale e politico. Da ciò possiamo dedurre che la sensibilizzazione delle persone sul tema ambientale non è un argomento nuovo per l’arte contemporanea, eppure sembra che la musica si debba ripetere: nonostante passino gli anni e le decadi, la nostra natura è sempre più in difficoltà per quanto si cerchi di apportare dei cambiamenti nel nostro stile di vita. Macchine elettriche, giardini verticali e quant’altro non bastano, ci si presenta di fronte un mondo sofferente dove smog e consumo di risorse naturali diventano sempre più un problema insostenibile. 

Joseph Beuys in “7000 oaks”

L’emergenza climatica è ormai argomento quotidiano e Climate clock, la nuova opera di Gan Golan e Andrew Boyd ci dà un ultimatum. Quanto tempo ci rimane? A detta degli scienziati poco ed è questo che ci vogliono ricordare i due artisti con il loro countdown, il quale inesorabilmente segna lo scorrere del tempo. Per la settimana della lotta al cambiamento climatico a New York, il monumentale orologio è stato visibile nella Grande Mela, dove ha preso temporaneamente il posto dell’opera di Kristin Jones e Andrew Ginzel Metronome (un’opera d’arte che segna l’inesorabile passare delle ore durante le giornate segnalato in secondi), tra i grattacieli di Union Square. Questo è servito a rendere consapevoli le persone, che alzando lo sguardo tra gli imponenti edifici, potevano rendersi conto del fatto che il tempo sta per scadere, difatti gli anni che mancano al cosiddetto punto di non ritorno sono meno di 8. Il primo gennaio 2028 è considerato, dagli esperti, il giorno in cui non si potrà più tornare indietro, se le emissioni di monossido di carbonio continuassero a rimanere tali. L’inesorabile conteggio è basato su una serie di calcoli recentemente condotti dall’ONU, i quali cercano di rispondere e fare chiarezza su una domanda: quanto tempo ci rimane? Secondo questi studi, nel caso in cui le emissioni di C02 rimarranno invariate, il già citato capodanno del 2028 segnerà il momento in cui le temperature subiranno un innalzamento di 1,5°, che corrisponde alla condanna per il nostro pianeta.

Il Climate clock a New York. Alla sua sinistra potete osservare parte di Metronome

L’umanità ha il potere di aggiungere tempo all’orologio, ma solo se lavoriamo collettivamente e misuriamo i nostri progressi rispetto a obiettivi definiti”, questo si legge sul sito ufficiale del Climate clock, che rimarrà in funzione fino al fatidico giorno; sulla pagina si possono vedere non solo il conto alla rovescia e la percentuale con cui le fonti rinnovabili si stanno sostituendo a quelle inquinanti, ma offre anche la possibilità di portare nelle proprie case e nelle proprie città questa condivisa opera. Non ci deve stupire che essa sia così pubblicamente fruibile, poiché lo scopo è quello di raggiungere più persone possibili attraverso tutti i mezzi che si possono sfruttare in quanto tutti noi siamo coinvolti sia come causa, ma possiamo essere parte della soluzione. Come ben sappiamo infatti l’arte pubblica non ha solo lo scopo di abbellire e rendere più piacevoli le città, ma anche quello di rendere più virale e mondiale possibile un messaggio, che esso sia sociale, politico, economico o ecologico, come in questo specifico caso. L’orologio molto chiaramente urla al mondo l’emergenza in cui siamo coinvolti e in cui tutti dobbiamo fare la nostra parte. “The Earth Has a Deadline”, la Terra ha una scadenza, si legge sotto l’opera ed è chiaramente un tipo di arte poco confortevole quella che si presenta ai nostri occhi, una tipologia di arte reale, senza fronzoli o vana speranza. Un semplice messaggio chiaro che non punta a passare astrusi e astratti concetti filosofici, ma bensì fatti e dati che dovrebbero preoccuparci e dovrebbero farci riflettere su ciò che ogni giorno facciamo e come agiamo in questo nostro breve lasso di esistenza, il quale lascia l’impronta per ciò che verrà. L’arte, che per molti è semplice diletto oppure ancora peggio sovrastruttura inutile, ancora una volta si schiera in prima linea per comunicare, per essere parte del mondo, reale e tangibile.

Il climate clock, l’anno scorso a Berlino, in Germania

Qualche domanda ce la dobbiamo porre. Qualche risposta la dobbiamo assolutamente cercare. Mentre state leggendo questo articolo i secondi e i minuti continuano inesorabilmente a calare, lasciando che il tempo ci sfugga dalle mani non riusciremo mai a salvare non solo la Natura, ma anche noi stessi.

Vi lasciamo il link del sito, dove potete conoscere meglio18 il progetto e fare pubblicità ad una buona causa: https://climateclock.world

Documenta e l’ambiente: il progetto di Lacaton&Vassal

Mostre, biennali, fiere, eventi e chi più ne ha, più ne metta. Ogni anno chi è appassionato d’arte si trova l’agenda piena di manifestazioni a cui è impossibile non partecipare se ci si vuole tenere aggiornati su questo ambiente frenetico.

di Silvia Michelotto e Jessica Colaianni

Anche i luoghi più remoti ospitano ormai manifestazioni artistiche, con l’obiettivo di richiamare amanti della materia ma anche turisti interessati ad ammirare qualcosa di nuovo. Il primo grande evento di questo tipo è la Biennale di Venezia,  la cui prima edizione risale al 1895. Nel corso del Novecento però, sono tante altre le manifestazioni che nascono e che fanno grande concorrenza all’evento italiano. Tra queste abbiamo Documenta, la quale si tiene nella cittadina tedesca di Kassel ogni cinque anni e che ha una durata di 100 giorni. La prima edizione si è svolta nel 1955, in una fase delicata per il paese il quale, ancora scosso e gravemente ferito per la sconfitta in guerra e dalla dittatura hitleriana, cerca di risollevarsi, ritrovare una propria identità e di riconciliarsi con l’arte del primo Novecento, ripudiata dal regime nazista. Lo fa allora scegliendo una delle città più bombardate, individuando come sede della manifestazione il Museum Fridericianum di cui era rimasta intatta solamente la facciata. Ideatori del progetto furono Arnold Bode, artista, architetto, designer e curatore nato a Kassel, il quale diresse le prime quattro edizioni e Werner Haftmann, storico dell’arte facente parte del comitato scientifico. Per quanto riguarda le prime edizioni, esse ebbero lo scopo di riscattare la Germania insieme all’arte tedesca e quella delle avanguardie, concentrando l’attenzione in particolar modo sull’arte astratta. Con Documenta IV, nel 1968, si abbandona invece lo sguardo retrospettivo per concentrarsi su tematiche più attuali ed è con la direzione di Catherine David (in Documenta X, 1997) che essa assume quella caratteristica che rende l’evento unico e rilevante. Da questa edizione, infatti, la mostra tedesca si configura attorno a tematiche di carattere politico e sociale, mettendo in particolare il tema della globalizzazione al centro della ricerca. Oltre all’esposizione di opere d’arte, peculiarità è l’organizzazione di incontri e dibattiti con filosofi, sociologi, economisti ma anche artisti e teorici dell’arte, chiamati a discutere sulle tematiche che fungono da fil rouge in ogni singola edizione. 

Il Documenta si è impegnato per anni anche nella difesa dell’ambiente, tanto da diventare teatro della performance Le 7000 querce di Beuys. Proprio per questo motivo, l’aver contattato lo studio Lacaton&Vassal (di cui vi abbiamo parlato qui) per la realizzazione di un padiglione esterno della dodicesima edizione sembrava seguire l’ideale della manifestazione. 

Il progetto della studio

Lo studio architettonico cercò di realizzare con materiali semplici, come il policarbonato e l’acciaio, una struttura completamente autosufficiente. Attraverso delle intercapedini la struttura sarebbe dovuta servire a raccogliere il calore da poi distribuire nello spazio espositivo, che avrebbe dovuto essere illuminato attraverso dei pannelli che potevano ruotare in base alla luce solare, evitando, di conseguenza, di utilizzare la luce elettrica se non in casi estremi. Inoltre, essendo il parco in cui si svolge il Documenta una piccola depressione, sotto il livello del fiume vicino, e quindi a rischio di alluvione, il duo francese aveva pensato a strutture facilmente rimovibili e di facile riparazione.

Una volta finita la manifestazione prevedeva che la struttura fosse smantellata e il materiale riutilizzato per la costruzione di alcune abitazioni popolari, riprendendo alcuni loro progetti precedenti. 

Quando Lacaton e Vassal lasciarono la città tedesca erano convinti che il loro progetto rispettasse i desideri della committenza, che attivamente aveva partecipato alla realizzazione di esso, la cui realizzazione fu affidata a un’azienda esterna. Quando, però, ritornarono per l’inaugurazione scoprirono che le cose erano cambiate: l’impatto zero sull’ambiente, tanto ricercato dallo studio, era stato abbandonato a favore di un più semplice e inquinante sistema di riscaldamento. Un impianto piuttosto grande che non sarebbe potuto scampare ai danni dovuti a un’eventuale esondazione.

I due architetti, non informati delle modifiche, se ne andarono rinunciando alla paternità del padiglione.

E’ strano vedere come una rinomata manifestazione che ha sempre trovato nell’amore per l’ambiente una vera e propria linea guida abbia rinunciato a questo spirito a favore della semplicità e della rapidità di realizzazione. Il padiglione dedicato al Documenta poteva essere un manifesto del nuovo modo di costruire, dimostrare che, soprattutto, le strutture temporanee potevano essere alla base di un nuovo modo di vedere e pensare l’architettura. La scelta del curatore è stata piuttosto infelice e ha segnato l’inizio di una crisi sempre più evidente del Documenta: perdite economiche enormi, manifestazioni sempre meno coinvolgente e sempre meno interesse verso un evento che sta iniziando a perdere di vista la sua storia.

Fonti:

– R. Pinto, Nuove geografie artistiche, le mostre al tempo della globalizzazione, Milano, Postmedia, 2012.

– Lacaton&Vassal, https://www.lacatonvassal.com/index.php?idp=63

– M. De Propis, documenta 12, http://www.vg-hortus.it/index.php?option=com_content&view=article&id=65:documenta-12-a-kassel&catid=11:eventi&Itemid=13

L’architettura ambientale di Wright

Abbiamo già parlato dell’architettura che cerca di rispettare l’ambiente, ma Wright è andato oltre, pensando a edifici che entrano in contatto intimo con la Natura che li circonda.

di Jessica Colaianni

Quando si parla dell’architettura è innegabile pensare che sia determinante per la nostra vita, è l’asse e pilastro della nostra casa, del nostro ufficio, del nostro museo preferito. Allo stesso tempo, tuttavia, se si pensa ad essa, se associata al concetto di urbanizzazione, può talvolta essere vista in una visione negativa, come qualcosa che modifica e distrugge l’ambiente circostante. Può l’architettura coesistere con la natura per trarre uno vantaggio dall’altra? Questa domanda non me la sto ponendo io per la prima volta ma anzi, già nel Novecento, secolo dove l’urbanizzazione inizia a crescere esponenzialmente, sono tanti gli architetti che ragionano su questa tematica.

Casa sulla cascata (Kaufmann House) (1964), progetto di Wright

Il primo tra tutti è Frank Lloyd Wright, conosciuto dai più per aver realizzato il museo a spirale del Guggenheim di New York. Oltre alle importanti commissioni pubbliche, Wright ha dedicato gran parte della sua vita anche alla progettazione di case private. L’esempio più noto è quella della Casa sulla Cascata, o casa Kaufmann, dal nome del suo proprietario e committente. La villa si trova lungo il ruscello Bear Run in Pennsylvania e rappresenta un capolavoro della cosiddetta architettura organica, di cui l’ideatore è proprio Wright, corrente che concepisce la volontà di ricercare un profondo equilibrio tra la natura e l’uomo tramite l’integrazione di elementi artificiali immersi intorno a un ambiente naturale. “Così ambiente ed edificio sono una cosa sola; piantare gli alberi nel terreno che circonda l’edificio, quanto arredare l’edificio stesso, acquistano un’importanza nuova, poiché divengono elementi in armonia con lo spazio interno nel quale si vive. Il luogo (la costruzione, l’arredamento) – ed anche la decorazione, e anche gli alberi – tutto diviene una cosa sola nell’architettura organica … sintesi nella quale confluiscono tutti gli aspetti dell’abitare, e si pongono in armonia con l’ambiente” con queste parole l’architetto esprime in modo chiaro ed esplicito l’intento nel realizzare questi edifici, delle oasi completamente immerse nella natura dove l’uomo può immergersi completamente.

Nonostante il cemento, materiale architettonico del nuovo secolo, è considerato un composto artificiale che va in contrasto con ciò che si trova in natura, nella Casa sulla Cascata esso è sapientemente usato per legarsi ad altri materiali quali la pietra e il legno. L’architettura organica è concepita per creare degli spazi dove aria e luce si diffondono insieme per creare un’unità architettonica, l’abitazione deve essere libera negli spazi, eliminando la concezione delle stanze come luogo chiuso e l’arredamente diventa parte integrante dell’edificio. Oltre a Wright sono altri gli architetti che hanno realizzato strutture riprendendo il concetto di architettura organica, tra questi abbiamo Bruce Goff, considerato quasi il diretto successore del padre teorico e il finlandese Alvar Aalto, nonché lo svedese Erik Gunnar Asplund. Questi due sono coloro che hanno posto i canoni specifici del progetto organico, volto appunto alla realizzazione di un’architettura creativa e interpretativa dei bisogni dell’uomo e in simbiosi con la natura. Tra gli esponenti italiani abbiamo invece Bruno Zevi, fondatore dell’Associazione per l’Architettura Organica, nonché autore di un saggio teorico e Giovanni Michelucci.

Goetheanum (1908-13 e 1924-28), progetto di Steiner

Questo modo di concepire la costruzione degli edifici ha influenzato molto l’architettura, in particolare quella più contemporanea, portando alla nascita di nuovi settori come l’architettura bioclimatica, l’architettura sostenibile e la bioarchitettura che, soprattutto al giorno d’oggi dove l’uomo sembra sempre di più allontanarsi dalla natura, pone come necessaria l’esigenza di ritrovare un equilibrio e un dialogo con essa.

Fonti:

– E. Frank, Pensiero organico e architettura wrightiana, Dedalo, Bari, 1993;

– F. L. Wright, Una autobiografia, Jaca book, Milano, 2016