La potenza della videoarte, un’intervista con Daniele Costa

Andrea: Daniele Costa, classe 1992, laurea al DAMS e poi ad Arti Visive allo IUAV, videoartista. Nel 2016 vincitore del 1° Premio 100esima collettiva giovani artisti Fondazione Bevilacqua La Masa. Ma chi è Daniele? E da dove è iniziata la tua passione per l’arte?

Daniele: Fin da quando ero bambino, sono sempre rimasto affascinato e rimango tuttora conquistato dai film. Ho una passione spasmodica per tutto ciò che si muove all’interno di uno schermo e il cinema è stato a tutto gli effetti il primo aggancio all’idea di arte e movimento. E soprattutto con l’idea di raccogliere tempo. Utilizzare un dispositivo che raccoglie del tempo che viene poi rielaborato e che a sua volta genera del tempo è un aspetto che continua ad affascinarmi. Accade che all’università seguo il corso di Guido Bartorelli (Storia dell’arte contemporanea ndr) che sin dall’inizio è un colpo al cuore. Da quel primo nostro incontro, il sodalizio con lui continua tuttora e ho anche avuto il piacere di vederlo presentare uno dei miei lavori al cinema Porto Astra. Ricordo che durante il corso, Bartorelli aveva un modo di raccontare l’arte che scardinava i paletti istituzionali, ti faceva entrare in dinamiche di interpretazione estremamente diverse da tutte quelle più convenzionali, così mi si è aperto un mondo.

Daniele Costa

A: Cosa ricerchi in ciò che andrai a filmare? Esiste un filo rosso che lega le tue opere?

D: Parte della mia ricerca verte sulla corrispondenza tra dispositivo video e corpo umano: entrambi accatastano esperienza e quindi tempo, lo rielaborano e lo rigettano fuori in modalità molto simili. All’inizio utilizzavo il video principalmente come mezzo, era pura sperimentazione. Giravo dei video molto corti dove il cuore erano le modalità di ripresa, oppure ciò che il video raccoglieva dentro di sé, o la trasposizione metaforica tra il video e l’esterno. Ho dovuto elaborare un percorso di conoscenza e scoperta graduale del mezzo che avevo in mano. Quando poi sono passato allo IUAV a Venezia, l’impostazione era molto più attiva e votata al produrre. Il corso tenuto da Angela Vettese (Teoria e critica dell’arte contemporanea ndr) richiedeva una modalità processuale dove era necessario capire velocemente dove arrivare e come. Angela è un mostro sacro dell’arte e con lei sono uscito dalla mia fase sperimentale: i lavori hanno così preso corpo in una modalità di racconto secondo la quale narrativa e storytelling sono entrati nella mia pratica. Non direi che il mio percorso di ricerca abbia cambiato metodologia nel tempo: il punto d’inizio è rimasto lo studio del corpo che da raccoglitore misero di tempo è poi diventato un ponte di collegamento con le storie delle persone che incontravo. Queste storie nascono dal fissarsi su un percorso di ricerca ben preciso. 

Uno dei miei primi lavori (Corto “Spazio Morto”, vincitore della 100esima collettiva giovani artisti Fondazione Bevilacqua La Masa, ndr) mi ha permesso poi di fare una serie di giri ad appena 24 anni, sbloccandomi porte che fino ad allora non conoscevo così bene. E poi l’approdo al pianeta Venezia fa sì che si entri in contatto con artisti che masticano un linguaggio diverso. E quindi la crescita, lo scambio e la contaminazione sono stati esponenziali. Per fare un esempio di come nascono le storie di miei corti, Spazio Morto (2016) è un lavoro che raccoglie il tempo di una persona incontrata involontariamente, quasi per caso. Stavo immaginando e facendo un sopralluogo per un altro lavoro, ero insieme a Valentina Furian, artista amica, inizia a piovere e ci rifugiamo nelle casette dei bagnini dove abbiamo incontrato Papis, immigrato senegalese che si Lavorava come bagnino di terra ai bagni alberino, vicino aveva il suo orto e una capanna costruita sul mare, un orto e una capanna. Da lì ho capito che il processo è la parte più importante, soprattutto nell’arte contemporanea: rappresenta la chiave per farti vedere le cose in maniera diversa. L’arte non fa sì che tu compia miracoli ma deve attivare dei processi di visione che nella tua vita non faresti accadere spontaneamente, quindi dev’essere un modo per far saltare in aria qualcosa dentro di te, nella tua testa e nei tuoi occhi. Tutte le altre storie sono state una sorta di succedersi spontaneo e naturale all’interno del mio percorso di ricerca.

A: Iniziamo da una delle tue ultime opere in ordine cronologico ovvero “X – Meet the Unknown”, che si dispiega attorno alla piccola cittadina di Lago, appena 1000 abitanti. Qual è la genesi di questo tuo lavoro?

X è un segno grafico ed è un lavoro che nasce a luglio 2020. Uno dei miei corti era in concorso al Lago Film Festival ed ero stato invitato da Alfredo Agostinelli a seguire un workshop con i curatori del Cruising Pavillion della Biennale 2018. Il workshop prevedeva un confronto tra la piccola cittadina di Lago e il festival di cinema indipendente. Sullo sfondo, la figura del lago, nella sua immagine patinata da cartolina ma anche nella sua realtà più inquietante intrisa di leggende.

Ho una processualità lunga, avendo io bisogno di molto tempo per calarmi e per poter vedere le cose in un determinato modo. Questo perché odio il banale e ciò che non è ragionato o ricercato. Ero quindi immerso in un processo assolutamente osservativo in linea con la mia ricerca e il mio progetto: l’idea di base era installare delle camere di sorveglianza, lungo il perimetro del lago per capire ciò che vi succedeva. Iniziavo così la residenza di un anno. La mia modalità prevede che io divida il tempo in modo da poter entrare e uscire dalla realtà, alternando periodi di immersione a fasi di allontanamento per riequilibrare la mia prospettiva. Ero partito a novembre per 3-4 giorni e così ogni mese sono tornato fino a febbraio per concludere poi il lavoro a maggio.

fotogramma di X

Ad un certo punto, nell’osservare il lago, capisco che vi è anche una sorta di contraltare. Muovendomi in mezzo alla comunità vengo portato verso Doriano, un ragazzo che vive in una dimensione a lui molto stretta. Sembra diverso rispetto al contesto chiuso e diffidente della provincia ma resta a tutti gli effetti un figlio della provincia. È una diversità che si allontana e si attrae, perfettamente calata, come perfettamente avulsa. Mi sono trovato quasi ad aprire una matrioska dopo l’altra: il lago cadeva dentro Doriano che cadeva dentro la realtà che cadeva a sua volta dentro altro. Di questo progetto ho tanto apprezzato il coinvolgimento con Doriano, si è innestata una modalità secondo cui io non stavo più facendo un lavoro su di lui ma stavamo facendo un lavoro insieme

X è il mio primo lavoro in cui c’è molto parlato, avvicinandosi quasi ad un documentario. Allo stesso modo non c’è una definizione di una narrativa precisa che arrivi in un punto calato ma c’è un veicolarsi del tempo all’interno di un racconto che appare sfasato, molto goffo, cucito su misura per Doriano, mentre racconta, per esempio, della sua vita da sarto o del lavoro in un lanificio della zona. X in effetti è stato un percorso abbastanza diverso, un primo step verso una maniera nuova di ragionare sul mio lavoro. 

A: In X abbiamo notato la tua volontà di offrire uno sguardo “altro”, disincantato, più cupo e inquieto, rispetto alla canonica immagine del lago. La provincia, in cui il tempo è scandito da tempi ciclici e ripetitivi, fa da sfondo a molte tue opere? Cosa rappresenta per te la provincia?

Ho sentito dire che “la provincia ci ha mangiato”. Un po’ tutti noi siamo figli della provincia, che non ha per me un’accezione necessariamente negativa. Siamo figli di luoghi che in qualche modo ci respingono e ci trattengono. Io sono convinto che se non fossi nato qui, in un determinato contesto, avrei un’altra modalità di visione delle cose. Per me poi la provincia è essere figli di qualcosa, identificarsi con quel qualcosa. Non per forza ci fa del bene, ma ci custodisce e ci tiene lì. Nei miei lavori la provincia c’è perché io seguo un percorso visivo che non ricami ma osservi la realtà con occhi diversi. Riguardo al ritmo ciclico del tempo della provincia, secondo me questa è la bellezza del poter osservare senza dover comporre qualcosa ogni volta! Ci hanno insegnato che, se vediamo qualcosa, dobbiamo riuscire a partire da un punto A per arrivare ad un punto B ed in mezzo costruirci qualcosa. E questo può essere vero come no, dipende dal registro all’interno di ciascuno di noi cosicché quello che per me è un ciclo finito per te potrebbe essere un ciclo mai iniziato: ecco, la provincia è il collettore di tutto questo. E nei miei lavori lascio che il tempo non abbia mai fine.

A: Un tema chiave dei tuoi video è la marginalità. Basti pensare ad Elisa, ragazza non vedente copilota di rally (Circuito) o all’immigrato senegalese Papis impiegato nei bagni Alberoni di Jesolo (Spazio Morto) o a Renzo, tuo padre, costretto a convivere di notte con la macchina per la dialisi (Harmony) o a Doriano, omosessuale e artista in un paesino di poche anime (X). Quelli citati sono tutti esempi virtuosi di persone che vivono attivamente la propria specifica condizione? 

Non credo che il lavoro su Papis, Elisa e su mio padre siano degli esempi virtuosi, non c’è l’esaltazione di nessuna condizione per dire che qualcuno è migliore di qualcun altro. C’è solo una modalità di affacciarsi sul reale e renderlo visibile. 

Fotogramma di Harmony

A: Abbiamo notato che negli ultimi corti hai privilegiato protagonisti che si raccontano: ne emerge un taglio più personale, intimo e umano. Come mai questa scelta? È una cosa su cui vorrai insistere o consideri questi lavori delle eccezioni?

Posso anticiparvi che c’è un lavoro in corso ma non posso ancora rivelarvi molto. Il progetto prevede un racconto attorno alla tematica del trauma nel campo psichiatrico, e l’idea è di mettere i discorsi al centro senza quasi nessuna immagine. 

Doriano rientra nella mia ricerca in una modalità che non è un dialogo-intervista quanto piuttosto un racconto – flusso di coscienza. In tale situazione non hai margini ben precisi entro cui stare e quindi la realtà ti viene incontro rompendo paletti e aprendo carreggiate sempre più ampie. 

Il lavoro che inizierò a breve a Torino, ad esempio, è un lavoro più installativo, me lo immagino più fermo, cioè fatto di sguardi che vanno su una realtà che è talmente tanto ampia, che riuscire a incanalarla è difficilissimo. Porta Palazzo a Torino è un quartiere bellissimo, ospita uno dei mercati più grandi d’Europa. Io entrerò in quel contesto da completo estraneo e, anche se rimanessi lì 6 anni, non riuscirei a capire totalmente, immaginatevi avere due settimane per estrapolare qualcosa! In questo caso la ricerca si ferma alla modalità con cui io entro in quella realtà, che magari poi potrà aprire delle porte verso una visione più ampia.

Con Doriano è stato tutto molto naturale, non ho pensato “Ora mi siedo davanti ad una persona e faccio delle domande a tavolino”. Ci siamo trovati due volte e abbiamo parlato insieme. In X la camera non ha quasi valore, è secondaria, lui era spesso sfocato perchè a me non interessava mettere a fuoco la sua figura. Il fuoco era un punto quasi casuale. Se avessi cercato la messa a fuoco perfetta in ogni istante, avrei perso Doriano.

A: In Spazio Morto (2016) immortali la routine di un immigrato senegalese, sospeso tra orto, capanna e lavoro in spiaggia. Oggi avresti girato il video nello stesso modo? Gli avresti dato voce, facendogli raccontare la sua realtà a parole?

Fotogramma di Spazio morto

No, non potrei rifarlo. Lì il discorso non c’era, in 8 mesi io e Papis abbiamo costruito un rapporto di un certo tipo in cui lui mi portava a vedere delle cose, facendomi entrare nella sua realtà. Tutti i dati che ho raccolto su di lui non me li ha nemmeno raccontati lui. Papis non aveva la necessità di dire delle cose e io non volevo forzare il racconto.

Harmony descrive la routine di tuo padre Renzo, 70 anni, costretto a convivere la notte con la macchina per la dialisi. Il video offre il fianco a riflessioni circa la precarietà della vita, l’importanza di vivere ogni istante del tempo che si ha a disposizione, e il legame indissolubile tra vita e malattia. Com’è stato girare un corto che ti tocca così da vicino e questo lavoro ti ha portato a guardare tuo padre con occhi diversi?

Il lavoro Harmony, su mio papà, è uno di quelli a cui tengo di più: mai avrei pensato di farlo. Ho un rapporto talvolta conflittuale con i miei genitori che, avendo 45 anni in più di me, sono portatori naturalmente di una visione diversa dalla mia. È successo che, mentre stavamo seduti in auto, lui iniziava a dire delle pillole e io le raccoglievo.  Il lavoro è stato un pugno sullo stomaco.  Con mio padre ho sempre avuto un rapporto unico nel suo genere. La differenza d’età e il vissuto diverso inevitabilmente si fanno sentire. È innegabile che ci siano anche visioni diverse: il percorso che sto facendo, per esempio. Nella provincia veneta, l’idea di fare l’artista non è così scontata e naturale, anche se ora i miei genitori iniziano a capire. 

Quando ho vinto la residenza di GAM e Fondazione Spinola Banna la tematica era perfetta. Parlando con la curatrice, Caterina Benvegnù, ho realizzato che la tematica che stavamo affrontando, il diario e la costruzione di un tempo giornaliero scandito, si sposava perfettamente con la storia di mio padre, costretto a scandire il proprio tempo seguendo il ritmo della macchina della dialisi. Mio padre è la provincia, è quell’idea di restare aggrappati ad un tempo solido, che restituisca i frutti prodotti. Quando la tua immagine viene in qualche modo rotta, interrotta o frammentata da qualcosa che non puoi controllare, tutto viene rimesso in discussione. 

Tra l’altro, per Harmony (2019), sto collaborando con un curatore (Nicolas Ballario, curatore del settore arte di Rolling Stone Magazine, ndr) per portare l’opera nei maggiori musei italiani.

A: A breve partirai per Torino per una nuova residenza, quali progetti hai in serbo per futuro e quali sono i tuoi sogni?

Per quanto riguarda i miei impegni futuri, a Torino andrò a fare una residenza prevista inizialmente a marzo. Sarò nel quartiere multietnico di Porta Palazzo e il progetto originale voleva abbracciare le storie di persone su piani diversi del condominio per poi unirle insieme. Il Covid ha cambiato totalmente l’humus umano, per cui la mia attenzione si è spostata su come il movimento delle persone sia cambiato, su come i flussi di persone siano estremamente rarefatti in un contesto come quello del mercato che è luogo di scambi e incontri per antonomasia. Dal punto di vista tecnico, sto utilizzando la photo trap, un dispositivo utilizzato anche per immortalare gli animali.

E noi facciamo i nostri migliori auguri a Daniele, ringraziandolo di cuore per la disponibilità con cui ha risposto al nostro invito!

Beirut, la fenice del Medio Oriente (Libano)

“Chiamatemi sognatore”: un quartiere a pezzi di Beirut avvia la ricostruzione. Molti temono che una ripresa completa non sarà possibile, ma i residenti di una delle aree di Beirut più cosmopolite e diverse si stanno già attivando per tornare e cercare di riparare i danni dell’esplosione dello scorso Agosto.

di Andrea Ferro

Il centro città di Beirut in una vista dal quartiere Mar Mikhael

Dopo l’esplosione nel porto dello scorso agosto, che sfigurò gran parte di Beirut, molti hanno paragonato la capitale del Libano alla mitica fenice, che sempre risorge dalle proprie ceneri. “Noi restiamo” recitano alcuni cartelli nel famoso quartiere della movida libanese di Mar Mikhael, uno dei quartieri colpiti più duramente. Poco lontano, lungo l’arteria principale di Gemmayzeh, un’altra area danneggiata pesantemente i cui edifici antichi ospitavano famiglie storiche come anche persone appena arrivate a Beirut, accadeva lo stesso: i residenti imploravano di tornare e gli striscioni sugli edifici promettevano di ricostruire tutto. 

Due mesi più tardi, alcune attività hanno iniziato a riaprire, e squadre di ingegneri e architetti volontari stanno lavorando per salvare gli edifici storici. 

Ma anche il più ottimista ammetterebbe di non credere che una ripresa completa sia possibile, alludendo alla mancanza di leadership del governo e alla penuria di risorse, combinate con un’economia vicina ad implodere, che ha reso anche riparazioni minime ed essenziali talmente costose da essere oltre le disponibilità economiche di molti residenti. Se Beirut è una fenice, è già durata anche troppo tempo, dicono: guerra civile prima, guerra con Israele dopo, governi incompetenti e corrotti, immani proteste, coronavirus e ora questo.

Una sala all’interno di Sursock Palace, un’attrazione del 19° secolo a Beirut

Nonostante fossero quartieri cristiani, Mar Mikhael, Gemmayzeh e le aree circostanti attiravano giovani libanesi di diverse confessioni religiose, così come stranieri e turisti, che facevano capolino tra i vari bar, caffè e gallerie d’arte. Gay, lesbiche e transgender si sentivano al sicuro. Imprenditori e designers vi si trasferivano. Negozi di hardware polverosi si trovavano a poche porte di distanza da negozi di caffè all’ultima moda.

Ecco, l’esplosione di agosto ha messo a rischio tutto questo tessuto sociale così unico, afferma la gente del posto. E non tutti sono davvero pronti a tornare. Sarebbe come cancellare ciò che è accaduto, mormora qualcuno – come passeggiare allegramente sopra una tomba.

Tarek Mourad, proprietario del Demo Bar

All’estremo confine di Gemmayzeh, tra una chiesa e un antico negozio di lampadari, una strada stretta si inerpica sulla collina con strane angolature. I locali la chiamano Thieves’ Lane (“Viottolo dei Ladri”) da molto tempo, quando era utilizzata come via di fuga veloce dalle autorità.

Nell’ultimo anno, i dissidenti antigovernativi che volevano schivare gas lacrimogeni hanno spesso percorso la stessa strada per nascondersi al Demo, un bar con panche di legno elegantemente consumate dal tempo e musica sperimentale che vibra e si propaga dalla console del DJ. Il proprietario, Tarek Mourad, 38 anni, ha aperto il Demo con un socio ormai un decennio fa, e l’ha reso una tappa obbligata di Beirut. La vetrina del bar si è frantumata in mille frammenti nel corso dell’esplosione. 

Tarek Mourad è il proprietario del Demo, un bar nel quartiere di Gemmayzeh, che è stato
pesantemente danneggiato nell’esplosione.

“Quando trascorri anni piantando qualcosa,” dice, “e all’improvviso arriva qualcos’altro che taglia la pianta e l’abbatte, tu speri che le radici siano ancora là.”

Non era però sicuro che tutto ciò che aveva reso il Demo ciò che era sarebbe tornato – i piccoli negozi e i panifici nelle vicinanze che riempivano la strada di vita o i vicini che si fermavano all’interno del locale per un sorso di caffè o un boccale di birra.

“Chiunque lavori al Demo, o ci abiti nei dintorni, ha bisogno di tornare e riavere la propria vita indietro” afferma. “Ma non si tratta solo del Demo, è un intero quartiere da ricostruire. Per anni, ho passeggiato quotidianamente a Gemmayzeh ma ora non c’è più. Quale forma prenderà, non lo so proprio.”

Fadlo Dagher, architetto

La famiglia di Fadlo Dagher iniziò a costruire la villa di famiglia di colore blu pallido sulla strada principale di Gemmayzeh nel 1820. Secondo Fadlo, le abitazioni nel vicinato – e un po’ in tutta Beirut – rappresentano il Paese tollerante, diverso e sofisticato che il Libano era destinato ad essere. “Questa è l’immagine dell’apertura,” dice con orgoglio “l’immagine di una cultura cosmopolita”.

Le case – in genere edifici ampi e alti pochi piani, con tetti dalle tegole rosse e alte finestre a tre arcate che si affacciano sulla strada e che si aprono in una sala centrale, iniziarono ad apparire a Beirut a metà del 1800, dopo che la città crebbe fino a diventare un crocevia commerciale tra Damasco (Siria) e il Mediterraneo.

Lo stile mescolava idee architettoniche provenienti dall’Iran, da Venezia e Istanbul. Mentre i muri delle case erano di arenaria libanese, i loro pavimenti e le colonne marmoree venivano importate dall’Italia, le tegole da Marsiglia e le travi di cedro dalla Turchia.

Fadlo Dagher, architetto, nella villa novecentesca della sua famiglia, che ha in programma di ristrutturare

Nonostante la guerra, l’incuria e la passione del XX secolo per i grattacieli e i palazzoni alti, molte abitazioni antiche a Gemmayzeh e Mar Mikhael non vennero toccate fino all’esplosione, che ha danneggiato in maniera importante circa 360 strutture edificate tra il 1860 e il 1930.

Abbandonarli, dice Dagher, vorrebbe dire gettare a mare una delle poche eredità condivise di un Paese perpetuamente fratturato. “Vorrei immaginare che ciò che sta accadendo qui, questa diversità, questa città mista, che ancora esiste, possa rifiorire un domani” dice “E’ una missione impossibile? Non lo so. Ma, OK, chiamatemi sognatore. Questo è ciò che voglio.”

Habib Abdel Massih, proprietario di un negozio

Habib Abdel Massih, sua moglie e suo figlio si trovavano nel piccolo negozio convenienza all’angolo di Gemmayzeh di sua proprietà, quando il quartiere scoppiò in mille brandelli, ferendo tutti e tre. Aveva trascorso la sua intera vita in quel quartiere, vedendolo mutare da tranquilla area residenziale a destinazione culturale.

Habib Abdel Massih è il proprietario di un negozio a Gemmayzeh

“Improvvisamente, tutto quanto è cambiato”, dice. “La maggior parte delle persone che conoscevo se ne sono andate.”

Si mostra preoccupato che la ricostruzione possa rivelarsi onerosa a tal punto che né i residenti locali né gli ultimi arrivati potrebbero tornare. Poche settimane dopo la bomba, Abdel Massih, 55 anni, si stava apprestando a riaprire il negozio. Un gesso rivestiva il suo piede. Stava vendendo acqua e caffè, non molto altro.

Roderick e Mary Cochrane, proprietari del Sursock Palace

Sursock è il nome del quartiere sopra la collina vicino a Gemmayzeh. È anche il nome della strada principale dell’area, del museo in quella strada, del palazzo poche porte più in là e della famiglia che abita in quel palazzo. Sono tutti danneggiati ora. 

Lady Yvonne Sursock Cochrane è cresciuta nel palazzo, che fu costruito dai suoi antenati a metà Ottocento. Trascorse decenni proteggendolo – prima dalla guerra civile in Libano durata 15 anni (restando ferma), ed in seguito dallo sovrasviluppo (acquistando le proprietà confinanti). Ad agosto venne ferita durante l’esplosione mentre stava seduta nella sua terrazza e le macerie iniziarono a cadere attorno alla sua sedia. Morì il 31 agosto, all’età di 98 anni. Il suo ultimo sguardo alla casa mostrava questo: il tetto parzialmente ceduto, i soffitti affrescati con più buchi che intonaco, statue di marmo in frantumi, arredi di era ottomana a pezzi, arazzi antichi consumati, finestre mosaicate esplose.

Mary Cochrane al Sursock Palace. “Tu restauri le cose perché sono parte della storia” dice Cochrane, la cui famiglia possiede il palazzo.

Suo figlio e la nuora, Roderick and Mary Cochrane, lo stanno ricostruendo. Non conoscono ancora il prezzo, sanno solo che sarà astronomico. Tu restauri le cose perché sono parte della storia”, dice la signora Cochrane, americana. Venne ricoverata in ospedale dopo l’esplosione ma si è ripresa “Ce ne prendiamo cura per le generazioni future.”

Il signor Cochrane aggiunge: “Mar Mikhael e Gemmayzeh dovrebbero restare un posto per i libanesi, per piccoli designers, piccoli commercianti. Senza di loro, non ci sarebbe Beirut, saremmo una città come Dubai.”

Bashir Wardini, proprietario di Tenno e del BBQ Butcher’s 

Appena sotto la via principale di Mar Mikhael – laddove il suono di risate, tintinnii di bicchieri e autoradio martellanti di pub veniva trasportato verso l’alto delle terrazze quasi ogni notte – si trova il BBQ Butcher’s e, subito lì vicino, un bar di cocktail, il Tenno. La strada principale ora appare scura e silenziosa; molti edifici restano ancora inabitabili.

Ma il Tenno è aperto.

Bashir Wardini e i suoi soci a metà settembre hanno accantonato i loro dubbi e hanno riaperto per festeggiare il compleanno di un loro amico. Non erano affatto sicuri che i clienti fossero pronti a tornare. E non erano sicuri di essere pronti nemmeno loro. 

Bashir Wardini mentre supervisiona la ricostruzione del suo pub

“Molti di noi, e i nostri clienti, dicono, ‘No, devi riaprire, devi andare avanti, perchè la strada ha bisogno di sentire di nuovo un qualche tipo di vita’” dice Bashir Wardini.

Il Tenno sembra sé stesso di nuovo, ma il resto del quartiere è tutt’altra cosa. Wardini confessa di evitare ancora di andare là, a meno che non sia proprio costretto.

“Servono troppi drink per scordare i dintorni” afferma.

La torre di Pisa non è la più pendente, ma di certo la più famosa (Toscana)

Tutti la conoscono, è uno dei monumenti più famosi e visitati d’Italia, ogni giorno è assediata da ondate di turisti che ironicamente si fanno ritrarre mentre la sorreggono: oggi vi porto alla scoperta della celebre Torre di Pisa.

di Jessica Colaianni

Il campanile della Cattedrale di Santa Maria Assunta, questo il suo vero nome, è un edificio a sé stante alto circa 57 metri e costruito nell’arco di due secoli, tra il Dodicesimo e il Quattordicesimo. 

La cattedrale di Santa Maria Assunta
La torre di Pisa, ovvero il campanile della cattedrale

I lavori di costruzione cominciarono nel 1173 e si pensa che il progetto sia dell’architetto pisano Diotisalvi, il quale nello stesso periodo stava realizzando il battistero che si trova nei pressi dello stesso spiazzo denominato Campo dei Miracoli. Un indizio che avvalora tale tesi è la presenza di diverse analogie tra le due strutture, a partire dal tipo di fondazioni.

vista sulla cattedrale dall’alto con il battistero di Campo dei Miracoli sullo sfondo

Altri studiosi invece danno la paternità a Gherardi, mentre secondo Vasari i lavori iniziali sono da attribuire a Bonanno Pisano, notizia ritenuta infondata ma che poi ha riaperto la questione a seguito del ritrovamento di una pietra tombale col nome dell’architetto, murata nell’edificio. La torre presenta una pendenza che l’ha resa nota al mondo intero. Tale inclinazione è dovuta a un cedimento del terreno su cui sorge la base del campanile, presentatosi già durante le prime fasi di costruzione causandone una temporanea interruzione a metà del terzo piano. Gli altri tre piani vennero aggiunti successivamente, con la ripresa dei lavori nel 1275 sotto la guida di Giovanni di Simone e Giovanni Pisano. I due tentarono di raddrizzare la torre, ed è per questo motivo che gli ultimi piani aggiunti tendono a incurvarsi in senso opposto alla pendenza. Alla metà del secolo successivo, la costruzione venne completata, con l’aggiunta in fine della cella campanaria. Il campanile è composto esternamente da giri di arcate cieche e sei piani di loggette. L’interno presenta due stanze, una alla base della torre, nota come sala del Pesce, per via di un bassorilievo raffigurante tale animale, mentre l’altra, invece, è la cella campanaria, al settimo anello. Sono inoltre presenti tre rampe di scale, la prima che parte dalla base e si interrompe al sesto anello, la seconda a chiocciola, più piccola, che porta dal sesto anello al settimo e infine la terza, ancora più piccola e sempre a chiocciola, che porta dal settimo anello alla sommità. Nel corso dei secoli la torre è stata interessata da diversi interventi di restauro volti soprattutto a stabilizzare  e talvolta a ridurre persino la pendenza, che si attesta attualmente su 3,97°. Sebbene sia la più famosa, Pisa presenta una serie di altre torri anche queste pendenti a causa del suolo costituito per lo più da sabbia e argilla.

la torre vista dal basso

Nonostante sia la caratteristica inclinazione che ha dato celebrità alla Torre di Pisa, concludo con una piccola curiosità: recentemente essa ha perso il primato come torre più pendente, è stata battuta infatti, dalla Torre Garisenda di Bologna. Costruita agli inizi del XII secolo, quest’ultima pare pendesse già dalla nascita, ce lo riferisce lo stesso Dante Alighieri nel XXXI della Divina Commedia. Originariamente alta circa 60 metri, si pensò di abbatterla ma nel 1293 il Comune decise invece di mozzarla di 12 metri. Con i suoi 4° di inclinazione, è la prima torre pendente di Italia, ma tuttavia non così famosa quanto Pisa. 

Volete conoscere più sull’Italia e le sue meraviglie? Potete trovare altri articoli cliccando su questo link –> http://art-du-monde.com/litalia-da-nord-a-sud-da-est-a-ovest/

Quant’è importante l’inquadratura all’interno del corpo filmico?

Per quanto possa sembrare surreale questa domanda, individuare l’identità dell’inquadratura è sfida ardua, così tanto da aver fatto persino discutere, a livello intellettuale, due dei più grandi maestri dell’avanguardia russa e dell’intera teoria cinematografica.

di Lorenzo Carapezzi

Per un documentarista visivo come Vertov, il montaggio, spartitura dell’arte cinematografica, non è che il collegamento tra le varie inquadrature, riconoscendo in esse un’identità di elemento. Fautore di un cinema visivo e poco pensato, il cosiddetto “cine-occhio” non fornisce peso sufficiente all’inquadratura. Ciò che deve fare la realtà filmata, tagliata e cucita nel montaggio, è dare vita ad un processo collettivo ed univoco, volto all’osservazione e, di conseguenza, alla riflessione del mondo che ci circonda, nel caso di questo specifico regista, all’analisi della vita proletaria della Russia di inizio secolo. 

Per Vertov l’inquadratura è un semplice elemento e solo sommandoli si forma un montaggio, la vera e propria scrittura del movimento. Ciò che per Vertov è essenziale è lo spazio che collega un’inquadratura ad un’altra, il luogo dell’intervallo. C’è uno spazio-tempo che esiste tra i luoghi rappresentati nelle inquadrature. Il cinema della realtà, non di messa in scena, mira all’esplorarazione dello spazio. C’è l’idea di pianeta. 

Frammento tratto dal film “L’uomo con la macchina da presa”(Dziga Vertov, 1929)

L’occhio di Vertov non è miope, ma bensì documentarista. Non a caso il “jump cut” è l’unica forma di stacco nella continuità della visione, come il battito delle ciglia. Questo battito è possibile solo quando l’inquadratura è leggera o, per esagerare, non possiede peso. Potenza dell’occhio comune, dove il montaggio riesce a legare assieme le tante percezioni della collettività.

Ma come ogni scuola di pensiero, ogni simpatizzante (potremmo dire in questo caso “compagno”), oltre a possedere l’idea comune su cui tutta l’avanguardia gira, nelle periferie della mente sono presenti pensieri proprio, molto spesso contrastanti tra di loro. Questo lo troviamo persino nella scuola cinematografica russa rivoluzionaria.

Frammento tratto dal film “La corazzata Potemkin”(Sergej Ejenstein, 1926)

Ed è proprio in quest’ultima parola che possiamo riassumere tutta la vita di Ėjzenštejn, la nemesi (sempre e solo a livello intellettuale) di Vertov. Al posto del cine-occhio e di una filosofia prettamente realistica troviamo la pesantezza fatta di pensiero e di complessità, di rapporti duri e difficili da collegare, tutto ciò all’interno del cine-pugno eisenastiano. Se Vertov dà poco o niente peso all’inquadratura, trovando il concetto chiave del cinema nell’intervallo tra le varie inquadrature, ecco che Ėjzenštejn ribalta tutto, rendendo le inquadrature pesanti come macigni. Sembra quasi che l’inquadratura prenda caratteristiche fisiche, diventando non più semplice elemento effimero, ma pura cellula che contiene il DNA del movimento. Concezione organica del film. Ma qual è la differenza tra elemento e cellula? Nella cellula c’è il DNA, quindi il montaggio è già nell’inquadratura. L’inquadratura diventa cruciale visto che contiene il montaggio come suo DNA. Ogni inquadratura deve contenere conflitto, uno scontro, in modo che il montaggio diventi processo di produzione di senso, moltiplicatore del senso e non solo la sua somma. 

Evocare pensieri astratti nel pubblico significa far suscitare delle idee, far pensare lo spettatore, diverso l’uno dall’altro. Non esiste più un unico punto di vista collettivo, ma vari pensieri, nati dallo scontro di due inquadrature diverse, ma complementari. Il cinema di Ėjzenštejn è un cinema intellettuale, cioè che presenta intelletto, che fa pensare. E trovare tutta questa complessità solo nell’inquadratura equivale a dare un peso e un’importanza tale da diventare cellula embrionale di una vita, la vita del film. 

I tre grandi registi dell’avanguardia russa

Riflettere sul peso dell’inquadratura significa dare più o meno importanza al montaggio, linguaggio puramente cinematografico. Parlare di peso, dunque, significa discutere sulla tipologia di comunicazione che il cinema dà a noi spettatori. Parlare di peso equivale a discutere sulla dialettica. Non è un caso se il filosofo principale e più riconosciuto, sia di Vertov che di Ėjzenštejn, sia il buon vecchio Marx, che a sua volta, trasferendo questa filosofia nell’ambito politico-economico, riprende la tanta amata e rispettata dialettica hegeliana, pensata come evoluzione storica, umana e del suo progresso. 

Parlare di cinema significa parlare di psicologia, studiando il cinema studiamo noi stessi e la nostra storia.

A colpi d’arte

Il corpo umano diventa il soggetto principale dell’opera d’arte anzi il corpo umano è essa stessa opera d’arte, così lo intendevano gli artisti della Body Art, termine coniato negli anni  sessanta del novecento negli Stati Uniti ed in Europa per identificare quelle forme artistiche  che trasformarono il corpo in un mezzo di linguaggio. Correnti artistiche quali, Dadaismo e  Surrealismo, influenzarono la Body Art, lo stesso Marcel Duchamp, “padre del Readymade”, si immedesima in un corpo di donna con il nome di Rrose Sélavy. 

di Elena Melloni Gandolfi

Prima ancora, Fabian Avenarius Lloyd definito “poeta pugile”, meglio conosciuto come Arthur Cravan (22 maggio 1887), una singolare figura che fece della sua fisicità uno strumento d’espressione artistico, allineando la sua pratica sportiva, la boxe, all’arte.

Arthur Cravan

Una personalità particolare, un mix di stati d’animo, allo stesso tempo un angelo ed un elefante o come lui stesso afferma “un eroe e un vigliacco”, non vuole essere uguale agli altri che seguono per filo e per segno le norme sociali, anzi vuole essere tutto il contrario e lo fa avvicinandosi a personaggi della narrativa considerati “antieroi” per questo preferisce definirsi “un perdente” perché il suo essere improduttivo deriva dalla bizzarria del carattere ma diventerà un perdente di successo. Pur essendo nipote del famoso scrittore Oscar Wilde, si professa nemico delle arti letterarie e della pittura prediligendo la boxe.

È sul ring che Cravan trova il suo luogo ideale, dove eliminare il confine tra disciplina e disobbedienza. Nonostante questa sua avversione dal 1911 al 1915 divenne redattore della sua rivista di critica intitolata “Ora” ma ne uscirono solo pochissimi numeri. La sua poesia considerata troppo polemica e trasgressiva esprimeva una grande intensità e forza e gli valse l’ammirazione dello stesso Duchamp. A Barcellona sfida il campione dei pesi massimi Jack Johnson con l’obiettivo di resistere sul ring per sei riprese. Questa performance lo rese famoso e lo inserì nel clima dadaista insieme allo spogliarello che organizzò nella città di New York davanti ad un pubblico femminile inorridito che prese ad insultarlo. Poco diplomatico critica l’Esposizione degli Indipendenti di Parigi del 1914, per il pugile non c’è niente di meglio della vita come fonte di ispirazione per l’artista, anzi citando le sue parole “il genio non è altro che una manifestazione stravagante del corpo”. Con Cravan il corpo diventa protagonista, lo cambia e lo modifica in un “manifesto  dell’estetica”. Anticonformista nella vita anche la sua morte si ammanta di stravaganza e rimane ancora oggi un interrogativo. Cravan è la testimonianza della celebrazione del corpo come entità fisica portata al limite ma più che mai mostra come esso non è solamente una struttura fisica, esso è anche anima,  l’anima dello sconfitto. La sua è una vita di istinti e sicuramente non di pensiero, Cravan,  attraverso la nobile arte della boxe studia il corpo umano e si pone come precursore della  Body Art. 

Fonti : 

Fabriano Fabbri, Sessoarterock’n’roll Tra readymade e performance, Atlante S.r.l., Monteveglio (Bologna), 2006. 

Lettera contro i cinefili

Per innovazione si intende una modificazione di qualcosa attraverso l’introduzione di elementi di novità. Si tratta dunque di dare nuova vitalità a qualcosa che sta morendo. Essa è senza dubbio la chiave di volta della modernizzazione, ovvero il tentativo di far sopravvivere quel qualcosa alla nuova epoca che incombe.

di Lorenzo Carapezzi

Più andiamo avanti e più ci risulta complicato e arduo rinnovare, dare nuova vitalità alle cose morenti diventa sempre di più faticoso. Il tempo si restringe e aumentano i casi di resa di persone incapaci di stare a ritmo con il passo sempre più veloce della modernizzazione. La resa consiste nell’abbandono della sfida e immediatamente segue quello che è una totale incapacità di rialzarsi dalla caduta. L’infortunio ha come conseguenza un lungo periodo di nullafacenza e iniziamo ad abituarci, anche molto velocemente, a trovare comodo il nostro culo appoggiato per terra. Si entra inconsapevolmente nella casa della pigrizia, un luogo dove non c’è bisogno dell’invito ed entrarci è molto facile, totalmente l’opposto è, invece, uscirne. E che cosa comporta la pigrizia se non la totale indifferenza nelle cose che ci circondano?Iniziamo a non guardarci più attorno e più non utilizziamo i sensi per vivere e più la “vera realtà”(e non quella che ci siamo costruiti, quella che noi chiamiamo “quotidianità”) ci sembra sconosciuta. E come reagisce l’animale a qualcosa che non conosce? Indietreggia spaventato. Noi pigri indietreggiamo di fronte alla fatica. Così facciamo per ogni sfida che incontriamo sul nostro cammino: nello studio, nelle relazioni sentimentali, nelle promesse e anche, ahimè, nell’arte. Trattiamo tutto con superficialità, con banalità…con stupidità. Le avanguardie, le sfide che gli artisti si ponevano un tempo sono crollate, morte e sepolte nei libri di storia dell’arte. Oggi noi trattiamo l’arte non come fonte di vita, come atto sacrale della nostra esistenza. Questo perché anche nel mondo, anzi nell’universo dell’arte, soprattutto in questo luogo, c’è bisogno di impegno, di devozione ai limiti del religioso. La vita si basava sulla propria arte. In una piramide di importanza, la punta era l’ascesa artistica, la base invece la vita. I mattoni messi nel mezzo erano le opere artistiche. Oggi, invece, l’arte è diventata un hobby per chi saccentemente si definisce “appassionato” di quella o di quell’altra arte. Nel campo mio esistono i cinefili…che parola disgustosa. C’è molta più eleganza nella cinofilia che nella cinefilia. La gente che vive nella passione non si rende conto che essa è solamente la devozione dei pigri. E così, grazie soprattutto a internet, ci ritroviamo pagine e pagine di gente che recensisce film, che fa liste del cazzo e che vive solamente del gossip che sta dietro un’opera cinematografica. Parlo esclusivamente di cinema in questo articolo soprattutto per la mia delusione immensa nel vedere come quest’arte sia la più giovane tra le altre, ma sia anche quella che meno ha resistito a questo impulso di pigrizia. Nata nel finire dell’Ottocento, già a metà degli anni ’50 era diventata un passatempo per tappare i buchi vuoti della giornata. Amare il Cinema significa andare oltre alla semplice visione di un film. Andare a vedere un film, bello o brutto che sia, non basta. Bisogna vivere “sentendo” il cinema in continuazione. Che cosa si intende per “sentire”? Significa percepire costantemente il dolore dell’arte cinematografica in un’attualità così degradata a livello sensitivo. Ci vuole sensibilità, non solamente passione. E nel dire che bisogna trovare e avere sensibilità non intendo mica affermare che bisogna fare cinema. Per carità, altri registi inutili non ci servono…Per trovare questa benedetta sensibilità (risulterò ripetitivo nel dire di continuo “sensibilità”, ma è una parola talmente sconosciuta ai cinefili che bisogna martellargliela di continuo fino allo svenimento) bisogna scavare a fondo, capire che il cinema è dentro e fuori dalle sale cinematografiche. Bisogna vivere con essa a trecentosessanta gradi, tutti i giorni, fino alla morte. Anche qui, non intendo dire che bisogna vedere ogni singolo giorno quattro o cinque film, anche la mente ha bisogno di riposare a volte e il cinema è faticoso. Bisogna pensare e riflettere su quello che il cinema è, sul suo rapporto così intimo con la realtà. Bisogna capire la potenza che essa ci dona ogni volta che vediamo o pensiamo ad essa.
Questa lettera la dedico a tutti voi cinefili. Non voglio fare di tutta l’erba un fascio, non tutti sono così. Chi è cinefilo, però, sa bene che sto parlando di lui. A te, cinefilo che mi stai leggendo, non sentirti offeso e non pensare nemmeno che io mi ritenga superiore a te, perché anche io ho peccato, l’unica differenza tra me e te è l’ammissione delle proprie colpe e della propria stupidità. Io oggi sono come chi aiuta i tossicodipendenti: anche io sono stato un tossicodipendente e tutt’ora lo sono, ma ne sono consapevole.

Pittura di Genere: dalle Fiandre con Furore!

Al tempo di guerre di religioni, della divisioni di territori e delle grandi committenze, il mondo degli artisti invocavano una mente geniale per poter continuare a realizzare i propri lavori. Finalmente arrivò la città di Anversa, forgiata da mille culture, colei che poteva salvare il mondo dell’arte.

di Silvia Michelotto

Oggi faremmo un bel viaggio in T.A.R.D.I.S. (o sulla Delorean se preferite) per visitare le Fiandre del Cinquecento, alla scoperta della pittura di genere, aka composizioni d’allegrezza, aka pittura d’umiltà, alias pitture ridicole. Mille termini per indicare unicamente una pittura popolare, non alla Andy Warhol, ma bensì dove a farla da padrone sono le persone povere e umili, impegnate nei loro lavori.

Ma non è l’Italia la capitale cinquecentesca dell’arte mondiale? Ehm…Snì, all’epoca tutta l’Europa era paese e, in effetti, di pittura di genere ne abbiamo parecchia anche qui, nella nostra bella penisola, ma la sua nascita arriva proprio dal Belgio e non per hobby, ma per necessità. Il territorio era percorso da due movimenti religiosi, quello cattolico (il classico) e quello protestante (o eretico che dir si voglia), che avevano una percezione completamente diversa del mondo  e dell’arte. Se i primi si crogiolavano fra i ricchi Santi e meravigliose Madonne (sto parlando di quadri! Non siamo mica blasfemi!), gli altri non vedevano di buon occhio quelle raffigurazione, accennando a un peccatuccio da niente come l’idolatria. Tale dibattito, insieme ad altri piccoli problemucci di comprensione, portarono alla Guerra delle Fiandre che sconvolse il territorio dal 1566 al 1579 e alla conseguente divisione in due distretti, uno per i cattolici e uno per i protestanti, appunto.

Ovviamente gli artisti non potevano perdere clienti e dovevano trovare un modo per accontentare sia coloro che volevano immagini sacre esplicite e chi, invece, preferiva qualcosa di più ‘simbolico’, ma soprattutto dovevano riuscire a far viaggiar le opere da una regione all’altra senza incappare in sovvenzioni o essere accusati di eresia (finire flambato su un palo non era di certo il sogno di tutti!). E da qui che nasce la ‘pittura di genere’: utilizzare i poveri e la loro  vita per nascondervi un significato più alto e importante. 

E mentre ciarlavamo siamo finalmente atterrati! E allora eccoci ad Anversa e, no, non l’ho scelta perché voglio assaggiare la Carbonade o le Moules et frites (giuro!), ma perché questa bellissima città, divisa tra i possenti castelli medioevali e le leggere cattedrali gotiche, fu il centro artistico del Belgio. Ciò fu possibile in quanto era prima di tutto un grande snodo commerciale che permetteva, quindi, a numerose culture di incrociarsi e conoscersi, aiutando di conseguenza lo sviluppo di numerose scuole artistiche, tra cui quella del Danubio, dove gli artisti si dedicavano alla rappresentazione dei paesaggi del loro territorio. Con un così grosso numero di artisti tra le vie della città non ci si deve stupire che  qui siano nate tre delle iconologie fondanti di questo genere, che vi voglio presentare mentre sorseggiamo un po’ di birra (per me anche delle patatine fritte, grazie!).

Il ballo dell’uovo di P.Aertsen (1551)
La cuoca di P.Aertsen (1558)

La più antica iconologia è quella del Ballo dell’uovo, realizzato per la prima volta da Aertsen, e che rappresentava un antico danza in cui con estrema maestria e delicatezza il ballerino doveva rimanere all’interno di un cerchio di gesso mentre cercava di far uscire un uovo dalla ciotola per poi rovesciarla, senza, ovviamente, uscire  dal cerchio o rompere l’uovo. Questa complessa coreografia e la fragilità dell’oggetto protagonista diventarono il perfetto modo per alludere all’Innocenza e quanto sia facile perderla, soprattutto a causa di mascalzoni (non a caso molto spesso queste scene sono ambientate in qualche bordello o durante rumorose e rocambolesche feste).

Allusiva e monumentale diviene l’iconologia della Cuoca, a cui non può mai mancare lo spiedo in mano, con il quale fa molto spesso gesti alquanto…ehm…diciamo poco consoni. Questa donna divenne l’archetipo della vita pratica, richiamando la figura di Marta, criticata ampiamente all’interno dell’episodio evangelico in cui la vede protagonista insieme alla sorella Maria, alla quale, invece, vengono tessute lodi in quanto incarna la tanto amata, dai cattolici, vita contemplativa. 

Passiamo all’iconografia un po’ meno spassosa: l’Animale macellato. Nato dal pennello di Beuckelaer, nel 1563, essa rappresenta un bel pezzo di animale, solitamente un bue, ma non mancano i maiali, sistemato in una stanza vuota mentre viene frollato. Si tratta di un bel memento mori, un modo carino e coccoloso per ricordarci che dobbiamo morire (mo, mo! Me lo segno, guarda!).

La macelleria di H. Beuckelaer (1568)

Ma cosa c’entrano queste opere con la religione? Ovviamente con la cuoca abbiamo già citato l’episodio biblico a cui spesso si collega, ma, come già detto, non doveva essere palese, quindi come facevano? Con la scena rovesciata, un bellissimo e simpatico stratagemma! Non vuol dire assolutamente mettere a gambe all’aria i suoi personaggi, ma significa sistemare in primo piano una scena innocua (la carne, una scena di una festa o di cucina) mentre nel secondo o terzo, se non addirittura quarto piano si nasconde la vera scena principale, il vero significato, ben nascosto da occhi indiscreti.

Ma ho parlato anche troppo e c’è ancora molto da dire su questo argomento, quindi beviamoci qualcosa e ci si vede la prossima volta con il resto!

Cheers babies!     

Fonti:

– A. Ghirardi, Pittura e vita popolare: un sentiero tra Anversa e l’Italia nel secondo Cinquecento, Tre Lune, 2016

Firenze e la sua cupola, una nuova prospettiva architettonica

«Chi mai sì duro o sì invido non lodasse Pippo architetto vedendo qui struttura sì grande, erta sopra e’ cieli, ampla da coprire con sua ombra tutti e’ popoli toscani, fatta sanza alcuno aiuto di travamenti o di copia di legname, quale artificio certo, se io ben iudico, come a questi tempi era incredibile potersi, così forse appresso gli antichi fu non saputo né conosciuto?» così descrive Leon Battista Alberti nel suo De pictura il grande progetto e la grande genialità di Filippo Brunelleschi, l’architetto che molto ha prodotto, ma che per tutti è sicuramente almeno “L’architetto della cupola di Firenze”.

di Jessica Caminiti

Non si può dire di aver visto Firenze, se non si è saliti sul cupolone di Santa Maria del Fiore, da cui a perdita d’occhio si può vedere tutta la città gigliata, la città di Dante, di Lorenzo il Magnifico e di Brunelleschi. Vederla maestosa in mezzo al traffico cittadino imponente e rappresentativa è solo il primo passo per conoscerla, essa come un bocciolo chiuso su sé stesso racchiude tutta la genialità del genere umano dell’epoca.

Il cantiere che durò dal 1420 al 1436, fino al 1471 rimane incompleto, difatti solo quell’anno venne appoggiata il pezzo finale, la bellissima lanterna. La sua progettazione e la sua costruzione fu complessa e per più di un secolo il Duomo di Firenze, ideato da Arnolfo di Cambio, fu privato della copertura nella zona absidale. Dagli affreschi, che ancora possiamo vedere, sappiamo che avevano immaginato una copertura più tradizionale per la chiesa principe di Firenze, nessuno potè immaginare quello che il buon Filippo ideò per l’enorme tamburo, spropositato per quei tempi. 

Appariva impossibile realizzare una struttura con le tecniche tradizionali, così venne indetto un concorso per trovare una soluzione. I progetti selezionati sono quelli di due architetti, che bene si conoscono per essersi già scontrati proprio nel cantiere per la Porta Nord del Battistero di fronte a S.Maria del Fiore, ovvero Lorenzo Ghiberti e il giá citato Filippo Brunelleschi. Buon sangue di certo non scorreva, in particolare dopo che il primo si aggiudicò le famose formelle della porta del battistero, ma l’idea vincitrice questa volta fu quella del secondo, diversa e moderna. Nel suo progetto Brunelleschi presentò una cupola senza un’armatura fissa e la sua natura doveva in questo modo risultare autoportante in tutta la sua progettazione. Rendendola così il più leggera, i pilastri sottostanti non avrebbero dovuto sostenere il peso immane che una cupola tradizionale come avrebbe dovuto essere, poteva invece raggiungere.

La vista di Firenze dalla Cupola
vista del duomo con il campanile di Giotto e la cupola di Brunelleschi

Ma perché fu tutto così difficile? Cosa aveva escogitato e pensato Filippo per risolvere i continui problemi?

La mente estrosa del Brunelleschi riuscì ad immaginare un tamburo sopraelevato ottagonale sul quale la cupola si erge su otto spicchi, le vele, con due calotte, una interna all’altra separate da un vuoto, un’intercapedine di ben 1,2 metri, in modo che esse siano autonome, ma collegate da un’intelaiatura che le attraversava entrambe. Questo vuoto lo conoscono bene tutti quelli saliti fino alla cima: i gradini e la scalata al punto più bello della città avvengono proprio qua, tra la cupola interna e quella esterna, in questa piccola e stretta intercapedine.

Affreschi di Giorgio Vasari
Ballatoio che permette la visione degli affreschi della cupola

L’armonia della cupola, delle sue proporzioni e il suo equilibrio architettonico sono dettati dalle proporzioni auree utilizzate nella sua composizione. Questa matematica proporzione, conosciuta dall’epoca classica, rende tutto più piacevole per l’occhio umano, che vede ogni cosa correttamente dimensionata e questo succede anche per l’udito. La proporzione aurea difatti venne ripresa anche la sera dell’inaugurazione avvenuta nel 1436. Quella speciale sera, un cantante fiammingo, Guillaume Dufay, compose Nuper rosarum flores, in cui riecheggia, questa attraverso le sue note, il ritmo dettato da questa spettacolare architettura. Brunelleschi in conclusione si può dire aver creato il simbolo d’eccellenza per Firenze, ma anche, grazie al suo essere estroso e completamente fuori dalle regole, può essere considerato il primo architetto-ingegnere della storia. Non si occupò solo del disegno preparatorio, ma anche del cantiere, degli studi matematici, dei metodi costruttivi e dell’organizzazione del lavoro. È l’uomo nuovo, l’uomo di passaggio, che non affida più solo a Dio la sua vita, ma crea il suo destino, “homo faber fortunae suae”, è la rappresentazione della genialità umana non si può fermare.

Fonti:

-C.L.Frommel, Architettura del Rinascimento italiano, Skira, 2007

-C.Bertelli, La storia dell’arte, dal Rinascimento al Manierismo, Pearson, 2012

Una riflessione sulla settimana appena passata

La fotografia non è nata immediatamente come uno strumento artistico, infatti la sua entrata in scena fu fatta davanti a grandi scienziati e dottori, all’interno di grandi centri scientifici. Questa riproduzione meccanica del mondo, perfetta sotto ogni punto di vista, senza nessuna selezione e omissione, doveva permettere di conservare il ricordo di quello che è stato nella sua interezza e di tramandarlo ai posteri.

di Jessica Caminiti e Silvia Michelotto

Sappiamo, sbirciando rapidamente nella linea di eventi della storia dell’arte, che le cose non sono andate proprio così e che le nuove tecnologie, non solo hanno permesso di avere immagini sempre più definite, ma anche più artistiche grazie a manipolazioni in post produzione. Eppure, almeno che la modifica non sia così palese, tendiamo a vedere nella fotografia una traccia del vero e non solo. È una traccia della memoria.

Viviamo in una società dove ormai c’è la compulsione allo scatto: tutti si possono improvvisare fotografi grazie a macchine fotografiche più o meno costose ma soprattutto a cellulari con obiettivi sempre più potenti e che permettono immediatamente, non solo di modificare la fotografia, ma anche di condividerla ai nostri amici grazie ai social. Siamo in un momento della storia dove, stranamente, non ci interessa vivere l’attimo bensì condividerlo con gente che non conosciamo grazie a immagini sempre più belle e instagrammabili.

Facilmente critichiamo queste scelte, ma allo stesso tempo non possiamo farne a meno perché è alla base del nostro bisogno di apparire in questa nuova società, così veloce e attenta agli aspetti più superficiali. Sarebbe da aprire un discorso immenso a livello psicologico e sociologico, ma non è questo il luogo. Non è questo il momento.

Quella stessa scelta di condividere ogni cosa che vediamo su un social network, su internet, magico e oscuro mondo dove ogni cosa rimarrà sempre indelebile, ha portato allo scoperchiamento del vaso di Pandora. Nonostante sia il 2020, nonostante siamo in una società evoluta tecnologicamente, umanamente abbiamo ancora molta strada da fare

Frame del video diventato virale della morte di George Floyd
Copertina del Time riportante i problemi razziali dell’America

Qualcuno ha deciso di mettere in rete un video in cui si vede una persona uccisa brutalmente da un rappresentate dell’ordine, qualcuno che doveva proteggere la comunità e quello stesso malcapitato che si trovava a implorare di respirare sotto di lui e la sua uniforme. La morte di George Floyd è finita su ogni dispositivo connesso ad una rete internet e il mondo ha urlato e si è ribellato.

In questa settimana abbiamo parlato della nascita della Repubblica, della vittoria della democrazia. La voce di un popolo che ha deciso di farsi sentire,  e che in questi ultimi giorni ha deciso di farsi udire nuovamente e a livello mondiale. Si sono alzate urla e parole forti e di cordoglio, ma anche silenzio. Un silenzio che è rimbombato sui social proprio nel giorno dell’anniversario in cui il nostro Paese ha deciso che sarebbe stato il Governo ad avere paura del popolo e non viceversa.

Sembrerebbe esserci un lieto fine in questa storia, forse la nascita di un mondo migliore, ma non è così.

Siamo assuefatti di immagini strazianti e di tragedie, dalle fosse comuni frutto della follia dei Nazisti alla strage della Stazione di Bologna. Dalle nuvole di fumo dalle Torri Gemelle a quel poco che rimane della strage di Capaci. Dal corpo distrutto di Igrid Escamilla al corpicino del bambino annegato che sperava di raggiungere finalmente un luogo di pace. Dalla morte di Stefano, massacrato a quella di George fino al vecchietto con il bastone buttato a terra da un poliziotto in tenuta antisommossa con l’unica colpa di chiedere rispetto della vita di tutti, e per finire con un’elefantessa che muore in piedi con il cucciolo che aveva in grembo per la crudeltà umana. E di queste immagini ce ne saranno ancora e ancora in futuro e queste devono essere le nostre pietre d’inciampo. Dobbiamo cadere, farci male, piangere ma rialzarci con la voglia di fare meglio dei nostri predecessori

bambino annegato morto sulla spiaggia di Lesbo. Foto da https://www.lastampa.it
foto del corpo esanime di Stefano Cucchi. Foto da https://www.articolo21.org

Sono fotografie che meritano di incastonarsi nella nostra anima per sempre come ricordi, perchè devono tappezzare la nostra mente, le nostre strade per dimostrare che possiamo essere migliori di così, che non dobbiamo per forza sottostare alle ingiustizie.

E sì, fa male pensare che la tanto agognata umanità, la vicinanza e la compassione per il prossimo che doveva nascere con la pandemia alla fine sia rimasta un’utopia per molti. Il razzismo, il sessismo, gli abusi di potere e l’odio sono ancora qui, tra di noi. 

immagine dell’elefantessa incinta morta a causa di alcuni petardi nascosti dentro un ananas. Foto da https://www.ilfattoquotidiano.it

La domanda, ormai, sembra ovvia: Che c’entra un blog d’arte con questa faccenda? Perché parlare? Perché schierarsi?

La risposta è semplice! L’arte è tutto, rappresenta il bello e il brutto della vita, ma è soprattutto memoria, in particolar modo l’arte contemporanea. Numerosi sono gli artisti che hanno parlato di stragi e di dolore utilizzando la fotografia o immagini e sculture simboliche, ma sono tanti quelli che hanno sottolineato l’importanza della Memoria, quella che rimane indelebile proprio grazie a quelle immagini di cronaca che si trovano sui giornali, sui libri di storia, in internet e, ora come ora, sui social . Cariche di una loro bellezza sublime, fatta di stupore, dolore e di orrore, che si conficcano nella nostra mente e non ci abbandonano. Sono altre immagini su cui dobbiamo che dobbiamo portarci sulla coscienza e su cui dobbiamo riflettere continuamente chiedendoci: è solo questo il ricordo che vogliamo lasciare ai posteri?.

Role Exchange: la promiscuità del ruolo e la dignità del lavoro

“La nonna della performance”, ovvero Marina Abramovic, nelle sue azioni molto spesso si è trovata ad interpretare i ruoli più disparati e il più delle volte la conosciamo per l’immediatezza con cui ci arriva il suo messaggio. La nudità che molte volte caratterizza le sue performances è uno dei medium che utilizza per mettere a disagio il pubblico, per avere uno scontro/incontro con esso eppure ci fu una volta che si espose in una vetrina e da vestita divenne icona di promiscuità.

di Jessica Caminiti

Per la prima volta nel 1975 Marina arrivò ad Amsterdam per un progetto chiamato Body Art, che si sarebbe inaugurato alla de Appel Gallery della capitale dei Paesi Bassi ed è qui che mise in scena una delle azioni più particolari, che l’artista potesse pensare, ovvero  Role exchange. Il titolo parla già da solo, difatti si trattò di uno scambio di ruoli, una modifica del suo status sociale e lavorativo, perché decise di fare cambio di vita per alcune ore con una prostituta delle vetrine del quartiere a luci rosse della città. Ella si sedette davanti a clienti volenterosi, mentre la ragazza che prese il suo posto si presentò all’inaugurazione della sua mostra tra sguardi perplessi e incertezze sulla sua identità.

Amsterdam e il suo quartiere a luci rosse

La prima cosa che dobbiamo immaginare è come per la nostra artista jugoslava (all’epoca in cui questo Stato era ancora esistente, ora diremmo serba) queste libertà fossero molto lontane dalla sua visione della vita e, influenzata dal luogo in cui era cresciuta dove il comunismo faceva da padrone, si scontrò  per la prima volta con il modello più libertino e capitalista proposto nella parte occidentale del mondo dal colosso statunitense. Lei stessa racconta questo momento nel suo libro Quando Marina Abramovic morirà, che

“lo trovai scioccante. Specialmente, venendo da un Paese socialista/comunista come il mio e avendo il passato, che io ho. (…) mia madre dovette crescere da sola i bambini (Marina e suo fratello). Era veramente severa su cosa fosse giusto e cosa fosse sbagliato.”

Marina fu impressionata e probabilmente entusiasta di scoprire questo mondo con così pochi tabù e senza le restrizioni rigide e autoritarie a cui era abituata e sicuramente per questo motivo si ritrovò interessata e attratta da questo quartiere così estremo. Quello che viene ricordato è come lo scambio abbia dato dignità e riconoscimento al ruolo della prostituta, che non ebbe contatti con le persone presenti nella galleria per l’inaugurazione, non parlò con nessuno di loro, come l’artista stessa aveva richiesto si aggirò solo per l’edificio, ma permise a Marina di comprendere l’onestà di questo lavoro. Si trovò sola, seduta in questa vetrina e tutto ciò che rimane sono delle foto in bianco e nero e le sue testimonianze, dove ricorda la difficoltà ad approcciarsi con i visitatori. Ne arrivarono tre e uno si rifiutò di pagare, un secondo richiese la ragazza presente di solito in quella vetrina e uno ubriaco se ne andò quasi subito. Si percepisce, dalle immagini immortalate dal suo compagno Ulay e dalle parole dell’artista stessa, come sia stato difficile e complesso immedesimarsi in un ruolo così lontano dalle sue corde: ogni movimento deve essere sensuale, ogni parola e ogni sguardo ti porta a guadagnare solo se fatto nella maniera giusta. La sua inadeguatezza dovuta ad un po’ di pudore e un po’ di non conoscenza, la rispedì a  casa senza un centesimo e con la consapevolezza della difficoltà intrinseca del lavoro stesso.

La prostituta al posto di Marina
Marina fotografata da Ulay dentro la vetrina (foto da http://deappel.nl)

Ancora oggi fingiamo non esistano questi luoghi, in Italia ci ostiniamo a non credere nella dignità di questo lavoro, ci stupiamo dell’apertura di altri Stati, basti pensare alla vicina Austria con le case chiuse o appunto alla nordica Amsterdam, che vediamo come un luogo lontano dalla nostra concezione di casa. Queste conquiste sembrano errate in qualche maniera, o per meglio dire giuste solo se si parla di distacco dalla realtà: una vacanza, uno sgarro, una visita ad un luogo, che sappiamo rimarrà nella mente come quel ricordo indelebile di cui però difficilmente si parlerà apertamente. Dovremmo prendere ad esempio Marina invece: andare oltre le proprie sovrastrutture, i propri blocchi mentali per scoprire qualcosa, che non ci appartiene da sempre ma non è inferiore, solo diverso. Non solo andò contro la sua cultura più stringente e conservativa dell’epoca, ma diede valore e dignità a questo lavoro, che non è puro intrattenimento: è sacrificio. È soddisfare indiscriminatamente chiunque e allo stesso tempo è essere giudicate e additate, è il più vecchio mestiere della Terra si dice, eppure non lo accettiamo alla luce del sole, è paura perché non sai chi ti puoi trovare di fronte e non sempre può finire nel migliore dei modi. Non è semplice, è dignitoso e l’Abramovic grazie alla sua inesperienza e alle difficoltà che ha incontrato ha dato dignità e valore a ciò che di solito passa inosservato o per meglio dire è sotto gli occhi di tutti, ma non vogliamo soffermarci.

Fonti:

Quando Marina Abramovic morirà, J Westcott, Johan & Levi 2011

Role Exchange: Desire, Beauty and the Public in Veiled Histories: The Body, Place and Public Art, A. Novakov, New York: Critical Press 1997