Lettera contro i cinefili

Per innovazione si intende una modificazione di qualcosa attraverso l’introduzione di elementi di novità. Si tratta dunque di dare nuova vitalità a qualcosa che sta morendo. Essa è senza dubbio la chiave di volta della modernizzazione, ovvero il tentativo di far sopravvivere quel qualcosa alla nuova epoca che incombe.

di Lorenzo Carapezzi

Più andiamo avanti e più ci risulta complicato e arduo rinnovare, dare nuova vitalità alle cose morenti diventa sempre di più faticoso. Il tempo si restringe e aumentano i casi di resa di persone incapaci di stare a ritmo con il passo sempre più veloce della modernizzazione. La resa consiste nell’abbandono della sfida e immediatamente segue quello che è una totale incapacità di rialzarsi dalla caduta. L’infortunio ha come conseguenza un lungo periodo di nullafacenza e iniziamo ad abituarci, anche molto velocemente, a trovare comodo il nostro culo appoggiato per terra. Si entra inconsapevolmente nella casa della pigrizia, un luogo dove non c’è bisogno dell’invito ed entrarci è molto facile, totalmente l’opposto è, invece, uscirne. E che cosa comporta la pigrizia se non la totale indifferenza nelle cose che ci circondano?Iniziamo a non guardarci più attorno e più non utilizziamo i sensi per vivere e più la “vera realtà”(e non quella che ci siamo costruiti, quella che noi chiamiamo “quotidianità”) ci sembra sconosciuta. E come reagisce l’animale a qualcosa che non conosce? Indietreggia spaventato. Noi pigri indietreggiamo di fronte alla fatica. Così facciamo per ogni sfida che incontriamo sul nostro cammino: nello studio, nelle relazioni sentimentali, nelle promesse e anche, ahimè, nell’arte. Trattiamo tutto con superficialità, con banalità…con stupidità. Le avanguardie, le sfide che gli artisti si ponevano un tempo sono crollate, morte e sepolte nei libri di storia dell’arte. Oggi noi trattiamo l’arte non come fonte di vita, come atto sacrale della nostra esistenza. Questo perché anche nel mondo, anzi nell’universo dell’arte, soprattutto in questo luogo, c’è bisogno di impegno, di devozione ai limiti del religioso. La vita si basava sulla propria arte. In una piramide di importanza, la punta era l’ascesa artistica, la base invece la vita. I mattoni messi nel mezzo erano le opere artistiche. Oggi, invece, l’arte è diventata un hobby per chi saccentemente si definisce “appassionato” di quella o di quell’altra arte. Nel campo mio esistono i cinefili…che parola disgustosa. C’è molta più eleganza nella cinofilia che nella cinefilia. La gente che vive nella passione non si rende conto che essa è solamente la devozione dei pigri. E così, grazie soprattutto a internet, ci ritroviamo pagine e pagine di gente che recensisce film, che fa liste del cazzo e che vive solamente del gossip che sta dietro un’opera cinematografica. Parlo esclusivamente di cinema in questo articolo soprattutto per la mia delusione immensa nel vedere come quest’arte sia la più giovane tra le altre, ma sia anche quella che meno ha resistito a questo impulso di pigrizia. Nata nel finire dell’Ottocento, già a metà degli anni ’50 era diventata un passatempo per tappare i buchi vuoti della giornata. Amare il Cinema significa andare oltre alla semplice visione di un film. Andare a vedere un film, bello o brutto che sia, non basta. Bisogna vivere “sentendo” il cinema in continuazione. Che cosa si intende per “sentire”? Significa percepire costantemente il dolore dell’arte cinematografica in un’attualità così degradata a livello sensitivo. Ci vuole sensibilità, non solamente passione. E nel dire che bisogna trovare e avere sensibilità non intendo mica affermare che bisogna fare cinema. Per carità, altri registi inutili non ci servono…Per trovare questa benedetta sensibilità (risulterò ripetitivo nel dire di continuo “sensibilità”, ma è una parola talmente sconosciuta ai cinefili che bisogna martellargliela di continuo fino allo svenimento) bisogna scavare a fondo, capire che il cinema è dentro e fuori dalle sale cinematografiche. Bisogna vivere con essa a trecentosessanta gradi, tutti i giorni, fino alla morte. Anche qui, non intendo dire che bisogna vedere ogni singolo giorno quattro o cinque film, anche la mente ha bisogno di riposare a volte e il cinema è faticoso. Bisogna pensare e riflettere su quello che il cinema è, sul suo rapporto così intimo con la realtà. Bisogna capire la potenza che essa ci dona ogni volta che vediamo o pensiamo ad essa.
Questa lettera la dedico a tutti voi cinefili. Non voglio fare di tutta l’erba un fascio, non tutti sono così. Chi è cinefilo, però, sa bene che sto parlando di lui. A te, cinefilo che mi stai leggendo, non sentirti offeso e non pensare nemmeno che io mi ritenga superiore a te, perché anche io ho peccato, l’unica differenza tra me e te è l’ammissione delle proprie colpe e della propria stupidità. Io oggi sono come chi aiuta i tossicodipendenti: anche io sono stato un tossicodipendente e tutt’ora lo sono, ma ne sono consapevole.

D’Annunzio e Dell’Arca: un incontro nella catarsi

Molte volte le opere d’arte prendono spunto da opere letterarie, che grazie ai loro personaggi, alle loro ambientazioni e le loro storie portano artisti ad immaginare tele, sculture, performances e via dicendo. Questa volta i ruoli si invertono ed è uno scrittore a rimanere abbagliato da un’opera e raccontarlo.

di Jessica Caminiti

L’opera presa in causa è Il compianto di Niccolò Dell’Arca, opera scultorea in terracotta del 1463 conservata a Bologna, nella chiesa di Santa Maria della Vita. Colpisce l’esagerazione dei gesti e delle espressioni mimiche e facciali che dell’Arca è riuscito a trasmettere attraverso la sua arte.

Compianto su Cristo morto, N. Dell’arca
Cristo morto

Il pathos e il dolore lancinante che trasmettono sono uno studio accurato e molto differente rispetto ad altri compianti, che di solito siamo abituati a vedere. Cristo disteso al centro della composizione si trova circondato da sette figure maschili e femminili, che non rinnegano il dolore che provano di fronte alla Morte. Descriverlo come un complesso figurativo diverso si basa su ciò che conosciamo della storia dell’arte e della cultura in cui siamo immersi. L’eccesso di passionalità di cui si macchia ha reso difficile la comprensione in diverse epoche, in quanto la religione cristiana non contempla la Morte come qualcosa a cui reagire con grida e urla, bensì come passaggio naturale che “non deve far disperare in modo irrazionale chi resta sulla terra”, poiché l’ammissione ai cieli è un premio e una gioia nella speranza della vita eterna. Proprio a causa di questa emotività inusuale, i devoti vedevano in esso qualcosa di pagano, di lontano da loro, molto più vicino a culture distanti nel tempo e nello spazio. Il controllo razionale del buon cristiano di fronte alla Morte è quindi necessario ed è proprio per questo che lo stesso D’Annunzio si trova spiazzato di fronte a ciò che vede: una iperrealistica teatralizzazione del dolore, che esce dalla nostra sfera culturale, va oltre l’orizzonte d’attesa cristiano e fa riemergere delle forme espressive inattese e primordiali. Questo è quello di cui ci racconta in Il secondo amante di Lucrezia Buti del 1924, un romanzo autobiografico. Nel libro racconta nella globalità l’esperienza che ci avvicina all’opera con umiltà e ci fa uscire da essa diversi, come ne riesce D’Annunzio: bianco e assorto, turbato profondamente nell’animo.

Non ci racconta solo l’opera di per sé, ma l’intera evoluzione del percorso che lo porta a lei, d’altronde se compianto significa letteralmente “piangere insieme”, il minimo che possiamo attendere è il muoversi della “macchina della passione” che il poeta ci suggerisce tra le sue righe. La cornice emotiva, che porta all’inquadramento del compianto crea l’ambiente ideale affinchè le emozioni si sedimentino e portino a diverse sensazioni, siamo quasi catapultati in un ambiente di attesa, fino alla comparsa del Cristo stesso. D’Annunzio nella sua visione parte dalla figura distesa del Salvatore rigida e calma nella pace della Morte. Esso è la centralità che propaga con forza centrifuga l’energia a tutte gli altri personaggi presenti, i quali invece della potenza emotiva fanno punto focale del loro esistere. 

Giuseppe D’arimatrea
Giovanni

Tre donne e due uomini assistono alla scena. Gli uomini più contenuti sono Giovanni e Giuseppe di Arimatea, più composti e meno passionali delle donne, vengono descritti accuratamente dal poeta, ma sono le figure femminili a scuotere maggiormente il suo, e il nostro, animo. Maria, la madre, Maria di Cleofa, Maria Salomé e Maria Maddalena, sferzate dal dolore, sono senza veli emotivi: come se nessuno fosse lì con loro, piangono e soffrono, come figure di scritti epici, portatrici di un pianto antico, intrinseco e potente.

Maria Maddalena in primo piano con accanto Maria di Cleofa
Maria Salomé e Maria, la Madre di Cristo

La Maddalena sicuramente cattura lo sguardo di D’Annunzio, come prima statua: “puoi tu immaginare cosa sia l’urlo pietrificato? (…) il suo amore e il suo dolore sembravano smaniosi di divorare” e continua “era una specie di Nike mostruosa, alata di lini” . Questa dea mostruosa e deformata dal dolore è vicina alle altre tre Marie che, altrettanto contrite, sembrano incanalare a loro modo il dolore della Maddalena stessa oltre il loro, in particolare due di esse: “il suo lutto ripercoteva tra la Madre e la Maria di Cleofa, si ripercoteva e quasi direi s’imbestiava”. Esse come forze motrici emotive di ciò che Cristo ormai esanime non poteva più provare si fanno carico delle sensazioni che ogni essere umano potrebbe provare di fronte alla Morte, non solo del Figlio di Dio, ma di chiunque: compassione, rabbia, stupore, sgomento, emozioni non cristianamente accettabili di fronte alla nera Signora, ma umane,

Troviamo tra le righe d’annunziane, in conclusione, non solo una lettura dell’opera e la registrazione delle emozioni che le statue rappresentano, bensì una rilettura, difatti non si limita a fotografare a parole le figure, ma riporta anche le sue emozioni e le sue stesse passioni. Le due arti che si incontrano portarono ad un percorso passionale, che non prevede una sterile visione del compianto, ma l’aggiunta dell’idea di D’Annunzio. I brividi, che ha provato scendendo si ripercuotono nella risalita che lo vede pallido e anelante, quasi privato dell’energia vitale da quante emozioni nella visione ha provato. Il dolore, penetrato così in profondità, non viene rarefatto dalla musica che suona nella Chiesa, anzi diventa grancassa delle sensazioni dettate dall’immagine dell’opera ancora vivida nella mente. È stata una trasformazione emotiva, potente e diretta, una catarsi e una rinascita al cospetto del dolore.