Come Chiara Ferragni ha ucciso gli Uffizi

20, 6 milioni di follower, aziende che fatturano miliardi e un impero nell’ambito della moda: Chiara Ferragni non si ferma e sbarca agli Uffizi per insegnarci qualcosa di più sulla comunicazione e sulla mediazione museale.

di Silvia Michelotto

Aneddoto inutile: nella mia tesi magistrale ho parlato dell’importanza degli archivi e delle biblioteche e della Memoria, ma soprattutto perché questa è praticamente invincibile. Non riuscivo a trovare un modo per collegare il corpus principale alla mia conclusione, al mio filosofeggiare della domenica, o meglio…ce l’avevo ma mi imbarazzava da morire. Così, un giorno, presi coraggio e andai dalla mia relatrice e tutto d’un fiato le dissi “Posso citare gli Avengers?”. Lei ha alzato un sopracciglio, ha sospirato, si è tolta gli occhiali e si è massaggiata la radice del naso, mentre nel frattempo ricapitolavo quanti oggetti contundenti avesse a portata di mano. “Cara” -calcolo di quanto ci avrei messo a nascondermi dietro la porta-“Non hai ancora capito niente?” -conto di quanti gradini avrei fatto di sedere cercando di fare le scale di corsa- “Mediazione è tutto, anche gli Avengers” – momento di confusione – “Eco ha utilizzato Mike Bongiorno per parlare dell’impatto dei nuovi media, figurati se tu non puoi citare Thanos”.

Solo dopo ho connesso che non potevo aspettarmi niente di meno da una professoressa che non solo aveva accettato una tesi (la mia) che partiva da una frase di Doctor Who,  ma che per spiegarci  come si sta evolvendo l’immagine del museo ci ha mostrato Una notte al museo e il video di Beyonce e Jay-Z. Perché sì, un film comico e Apes***t è mediazione culturale, è il modo in cui il mondo dell’arte comunica con il suo pubblico e con chi, anche, si deve avvicinare ad esso. 

Ecco perché di fronte a una Chiara Ferragni che fa la foto davanti alla Venere di Botticelli non ci dobbiamo assolutamente sorprendere o sentirci offesi: è così da anni e, c’è poco da fare, porta pubblico, permette agli Uffizi, in un periodo di crisi come questo, di sopravvivere, di sbarcare il lunario in qualche modo. Perché c’è questo da tenere in conto: non è che La Madonna della Melagrana  si restaura e dà da vivere a tutti i dipendenti del museo con un miracolo. Se ci sono pochi visitatori, c’è poco guadagno, pochi soldi per i restauri, meno soldi per i dipendenti e così via… becera contabilità!

Chiara Ferragni posa davanti alla Venere di Botticelli

Le urla di gente scandalizzata, soprattutto di addetti ai lavori, di fronte al fatto che l’imprenditrice digitale italiana più famosa al mondo sia andata a visitare uno dei musei più importanti della Penisola, che abbia messo a disposizione il suo profilo per fare una buona pubblicità al nostro patrimonio artistico e culturale (non si è fermata solo a Firenze, ma ha anche consigliato di visitare il Salento e la Sardegna), non le accetto.  Dov’erano quando ci sono andati Richard Gere, Russel Crowe, Elton John, le star de La casa di carta, Ben Harper e i Franz Ferdinard

Molti altri artisti sono andati a visitare gli Uffizi e si sono fatti immortalare di fronte alle opere.In questo caso – di lato- Kylie Minogue posa con il direttore degli Uffizi Schmidt davanti ai ritratti dei coniugi Montefeltro

Sia chiaro: non sono una fan della Ferragni, la trovo una donna intelligente (ha aziende che fatturano miliardi ed è stata la prima a creare un lavoro nell’ambiente digitale), e non apprezzo il suo mettere perennemente in vista la propria vita, ma…ehi, è il suo lavoro! E, ripeto, se questo permette di influenzare delle persone ad andare a vedere le nostre città, ridare vita ai nostri luoghi di cultura, ben venga.

Non è lei il male dell’umanità, non è lei che ha tolto fondi alla cultura o impedito agli Uffizi di continuare a lavorare con la sua visita. Non è stata Chiara con delle foto, in cui non solo rispetta le norme anti-Covid ma pure quelle di fruizione del museo (che, poi, voglio vedere quanti di noi non si sarebbero scaraventati sul Giulio II di Raffaello per poterne ammirare le pennellate e i giochi di luce), a suggerire la brillante idea al turista austriaco di sedersi in braccio alla Paolina Bonaparte di Canova nella Gipsoteca di Possagno. 

Molti si barricano dietro al fatto che l’ultima trovata di Schmidt, direttore attuale del complesso museale degli Uffizi e promotore di numerose attività di questo tipo, abbia portato alla vendita massiva dei biglietti, impedendo a chi è realmente interessato di poter svolgere una visita tranquilla e attenta all’interno di uno dei musei più ricchi e importanti di Italia. Mi sorge spontanea una domanda: quindi, le lunghe colonne davanti al Louvre, agli Uffizi, al Prado, al MoMA e più che ne ha più ne metta, erano composte solo di gente realmente interessata all’arte?

Vorrei sapere quanta gente è entrata nel museo fiorentino sapendo che è un progetto architettonico di Vasari o quanti sanno chi ha salvato il Louvre durante la Seconda Guerra Mondiale. Perché i musei, i grandi nomi che conosciamo grazie ai libri d’arte, sono i cosiddetti blockbuster: mete obbligate se si va in una determinata città, luoghi che bisogna andare a vedere per forza, magari senza capirci veramente qualcosa. 

Come mai? Perché si è creata, nel corso del tempo, l’idea che l’arte è del popolo (giustamente!) e che conoscerla è necessario per avere un posto nella società: è lecito non sapere che cos’è un Quagga, ma non puoi non sapere chi è Picasso.  Questa ansia porta automaticamente a fagocitare musei su musei, opere su opere, senza cogliere il vero senso di ciò che si vede, senza apprezzarlo o comprenderlo. 

Noi, storici, critici, galleristi, ci preoccupiamo di dove posizionare l’opera o il cartellino, cosa mettere nelle panoramiche storiche a inizio sala, cosa dire o non dire durante il percorso, di scrivere tomi su tomi di museologia senza porci la vera domanda: cosa rimane al turista medio? Che cosa ha imparato?


E la cosa paradossale è che, con molta probabilità, una persona, grazie a un follow su instagram, ha scoperto Simonetta Vespucci, mentre altri che si sono fatti la visita guidata, manco si ricordano chi essa sia. Ma non è colpa loro! Molto spesso siamo proprio noi, gli addetti ai lavori, che amiamo così tanto riempirci la bocca di parole complesse e termini tecnici che non pensiamo che c’è chi non ci riesce a stare dietro, che non comprende. Lo ignoriamo proprio per quello che ho detto sopra: non si può non conoscere Picasso, un capitello italico o una lesena! E se non lo sai sei un ignorante, con tanto di cappello con le orecchie da asino!

È questa supponenza, quella certezza che tutti sanno, capiscono, che hanno le stesse competenze, che la formalità è l’unico modo  perché le persone possano apprendere, che  porta le persone ad uscire dai nostri musei prive di quel qualcosa in più che, invece, dovrebbe regalare una visita. Non dovrebbe essere così, questa dovrebbe essere l’eccezione e non la regola, ed è quello che insegna la mediazione: una risata, una battuta, il paragone con la vita quotidiana, le nostre esperienze aiutano le persone a memorizzare, ad imparare e a sentirsi parte di ciò che stanno vedendo.

Simonetta Vespucci rappresentata da Sandro Botticelli nel 1476

Dire che “Simonetta Vespucci era la Chiara Ferragni del Rinascimento” non è esattamente giusto (ci sarebbero mille e mille parentesi da aprire) ma colpisce e rimane. Ci sarà chi avrà semplicemente appreso una nozione, superficiale, ma pur sempre un’informazione che prima non aveva, ma ci sarà anche chi, incuriosito, andrà a cercare chi fu questa icona di stile e bellezza rinascimentale. In entrambi i casi è una vittoria per la cultura!

Schmidt ha utilizzato i social media (se avete voglia e tempo andate a vedere il profilo Tik Tok degli Uffizi, è meraviglioso), ma prima ancora vi erano i film e i libri, e ancora, tempo addietro, vi era pure la religione. La gente va al museo perché richiamata, chi dall’arte e dalla meraviglia di questi luoghi, chi dallo status quo, intellettuale o sociale, che ne deriva. Se ci preoccupiamo solo del primo dei due aspetti i musei sarebbero già morti e sepolti: è la massa a farli vivere e non è una sconfitta, ma l’inizio di una battaglia. Noi, addetti ai lavori, custodi di quel sapere, dobbiamo permettere a tutti di conoscere, imparare e arrivare alla fine della visita arricchiti. Il nostro compito è permettere a chi non sa di sapere e chi già sa di conoscere ancora di più.

Quindi, non vediamo quei 20,6 milioni di follower come i nostri nemici, ma bensì come persone da arricchire, perché se continuiamo ad avere la puzza sotto al naso, a eleggerci i grandi paladini di una cultura elitaria, l’arte morirà e noi non avremo più niente per cui vivere, se no per ammirare qualcosa che dopo di noi non avrà più niente da dire.

Venésia

Considerata una tra le più belle città al mondo, dichiarata patrimonio dell’umanità dall’UNESCO: Venezia, è una città unica nel suo genere, i suoi edifici sembrano emergere dalla stessa laguna.

di Elena Melloni Gandolfi

Tanta è l’architettura dei suoi palazzi che si può ammirare, in particolare il Gran Teatro La Fenice in stile neoclassico, principale teatro lirico di questa città.

Il gran teatro la Fenice

Il nome, La Fenice, è legato all’immortale uccello mitologico raccontato nelle Storie di Erodoto che risorge dalle proprie ceneri, la sua rappresentazione, in quanto emblema dell’edificio, si può trovare ai lati dell’intestazione di esso e appeso al fregio del colonnato dell’atrio. Essa rinasce dalle ceneri, proprio come ha fatto l’edificio stesso una volta bruciato involontariamente nel 1863 e una seconda invece per cause dolose nel 1996.

Incendio che colpì il teatro

In un primo tempo appartenuto alla famiglia Grimani,  venne ceduto  alla Nobile Società dei palchettisti e in seguito ai nobili Venier. La Società si propose di costruire un nuovo teatro che recasse lo stesso nome, Gran Teatro La Fenice. 

Per la nuova costruzione fu istituito un bando che prevedeva: cinque ordini di palchetti con circa trentacinque di essi per ciascun ordine.

Tra i tanti concorrenti che parteciparono al bando per la costruzione, il vincitore fu l’architetto Giannantonio Selva, i  lavori iniziarono nel 1790 e terminarono due anni dopo, il suo modello di teatro ancora oggi viene conservato.

Tra il 1825 e il 1828 viste le condizioni in cui giaceva il Teatro si rese necessario “il primo restauro” ad opera di Giuseppe Borsato. Devastato dal primo incendio del 1836 di cui abbiamo già accennato, il teatro fu ricostruito ad opera dei fratelli Tommaso e Giovan Battista Meduna. L’ultima ristrutturazione avvenne dopo l’incendio doloso nel 1996 si proponeva di ricostruirlo perfettamente identico al precedente.

Al piano terra si trova l’atrio ed il foyer da cui tramite lo scalone d’onore si giunge alle Sale Apollinee. Nel sottotetto si è ricreata  una nuova sala aperta al pubblico con imponenti capriate lignee. La sala teatrale comprende i cinque ordini di palchi in legno, con uno degli accessi dall’ “entrata d’acqua” cioè dal rio antistante il teatro. Nel piano sottoplatea alcune sale prova per gli strumentisti consentono ai professori d’orchestra di accedere alla “fossa d’orchestra” evitando di ripassare dalla sala.

Soffitto del teatro

Infine la torre scenica è stata progettata contestualmente all’Ala Nord e dalla quale si accede al palcoscenico e dai vani vicini.

Nell’Ala Nord troviamo i camerini e i servizi mentre all’Ala Sud gli uffici e la Sala Nuova oggi chiamata Sala Rossi composta da una zona per l’orchestra e di un ballatoio a gradoni per il pubblico o i coristi.

Alzando gli occhi verso il soffitto a volta ci appare un cielo talmente leggero che sembra realmente aperto da rimanere senza fiato e tanto da immaginarsi per un momento di poterlo toccare con un dito.

Uno spettacolo nello spettacolo, impossibile non rimanere stregati dalla bellezza di questa città che merita tutta la nostra ammirazione.

Se vi è piaciuto questo articolo non perdetevi gli altri dove scopriamo insieme l’Italia: proprio quiL’italia da Nord a Sud, da Est a Ovest

La Legislazione dei Beni Culturali

Un breve viaggio alla scoperta di come sono nate le regole che gestiscono i nostri Beni Culturali.

di Jessica Colaianni

Penso lo abbiate ormai capito, nei miei articoli mi piace portarvi in un viaggio a ritroso alla scoperta di storie legate al mondo dell’arte. Oggi vi racconto i passaggi che hanno segnato la lunga e travagliata vita della legislazione sui beni culturali in Italia. Siete pronti a partire? Iniziamo dal principio. Con l’Italia appena unita vigeva con convinzione il pensiero liberale che riconosce il diritto della libertà privata, si decide quindi in un momento iniziale di non apporre nessun tipo di intervento volto alla tutela e alla conservazione dei beni culturali. Le prime leggi importanti emanate in materia risalgono infatti solo al 1909, con la legge Rosadi (l. 29 giugno 1909, n. 364) che istituisce le Soprintendenze, corpo amministrativo diffuso sul territorio nazionale con lo scopo di sovrintendere, appunto, ai beni culturali presenti nei rispettivi territori di appartenenza.

Sotto il regime fascista la cultura divenne invece protagonista assoluta, alleata fedele con cui si manifesta l’identità nazionale. Come per molti altri ambiti, si accentra il potere a Roma, la quale detiene il controllo e la gestione diretta di tutti i beni e le attività culturali. In questi anni, in campo storico artistico, vengono emanate due importanti leggi cosiddette Bottai, dal nome dell’allora ministro dell’educazione nazionale (1. giugno 1939, n. 1089, relativa alle cose d’arte, e l. 29 giugno 1939, n. 1497, relativa alle bellezze naturali) dove però l’arte rimane tuttavia qualcosa di elitario, dotato di rara bellezza e pregio. Queste due leggi rimarranno in vigore anche dopo la nascita della Repubblica e della Costituzione, la quale annovera tra i principi fondamentali il dovere dello Stato di promuovere lo sviluppo della cultura e tutelare il patrimonio artistico, grazie all’articolo 9 che così afferma:  La  Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.

Tuttavia, nei primi anni poco viene fatto in materia, infatti sono molti gli storici dell’arte che criticano la mancanza di iniziative, come ad esempio Russoli, soprintendente ai Beni artistici e storici di Milano negli anni Cinquanta, il quale denuncia la poca considerazione da parte delle istituzioni nei confronti del patrimonio culturale. Bisogna attendere il 1975 per vedere nascere il Ministero per i beni culturali ambientali, il quale diventa nel 1998 Ministero per i beni e le attività culturali. L’anno successivo entra in vigore il Testo unico in materia di beni culturali e ambientali (Decreto legislativo 29 ottobre 1999, n. 490) che sostituisce definitivamente le leggi Bottai e regolamenta tutta l’organizzazione e la gestione dei beni culturali. Il Testo Unico viene poi abrogato nel 2004 a favore del Codice dei beni culturali e del paesaggio (d. lgs. 22 gennaio 2004, n. 42) attualmente in vigore e principale regolamentazione in materia. Un altro dato unico importante che riguarda l’Italia è che alla gestione si affianca la tutela, disgiungibile dalla prima ed esercitata dal Ministero attraverso le Soprintendenze.

I musei italiani si distinguono in musei statali, i quali esistono di fatto come “complesso di beni e collezioni d’arte posti sotto la legge di tutela (legge n. 1089/39)” ma di cui mancano tuttavia di autonomia, budget e bilancio proprio; e i musei degli enti pubblici territoriali o musei di interesse locale appartenenti ad altri enti. Per aggiornare la centralità data dalle leggi Bottai, nel 1990 (l. n. 142) è stata emanata un’ulteriore legge che ha affidato a Province e Comuni poteri di regolazione e di intervento in materia di tutela e valorizzazione dei beni culturali (art. 14). Essa ha permesso di cambiare la forma giuridica di alcuni musei civici in istituzione, tra cui prima a sperimentare la nuova forma è la Galleria d’Arte Moderna di Bologna, permettendo così una maggiore autonomia amministrativa, di dotarsi di un proprio budget e di un proprio bilancio, dimostrando in questo modo il forte interesse e dibattito che coinvolge la politica di quegli anni, che porterà all’introduzione del TU del 1999 e alla riforma del Ministero dei beni e della attività culturali. Dalla legge n. 142/90 rimangono però fuori i musei statali, relegati a meri uffici delle Soprintendenze non dotati di autonomia e personalità giuridica. Per essere disciplinati anch’essi bisogna attendere la riforma del Ministero, avvenuta nel 2014 e attuata tramite il d. p. c. m. 171/2014. Attraverso tale emanazione ai musei statali viene finalmente riconosciuta un’autonomia speciale, scientifica, finanziaria, contabile e organizzativa, e ognuno di essi e si dota di un proprio statuto. Sono forti i dibattiti che hanno riguardato nel corso degli anni la legislazione in campo dei beni culturali, e ancora più forti sono le polemiche che continuano a fomentare una questione che chissà se mai troverà una giusta regolamentazione, una soluzione definitiva che possa rendere al meglio la realizzazione di quei principi enunciati dall’articolo 9 della Costituzione nel lontano 1948 ma che rimangono tra i cardini fondamentali del nostro Stato.

Fonti:

– D. Donati, “Governare l’inafferrabile. La cultura nella disciplina normativa e nella prassi amministrativa”, in Munus 2/2017, pp. 259-323;

– S. Bagdadli, Il museo come azienda; management e organizzazione al servizio della cultura, Milano, ETAS, 1997;

– C.Barbato, C. Cammelli, M. Casini, L.Piperata, Diritto del patrimonio culturale, Bologna, Il Mulino, 2017. 

But first let me take a photo!

La Polaroid è stata una delle rivoluzioni più entusiasmanti della fotografia: in pochi secondi era possibile vedere il risultato del proprio scatto. Fu l’inizio di un’era in cui l’immagine fotografica diveniva ancora più istantanea e sempre alla portata di tutti!

di Jessica Colaianni

7 gennaio 1839. Lo studioso e uomo politico François Jean Dominique Arago presenta all’Accademia di Francia il dagherrotipo, dal nome del suo inventore, Louis Mandé Daguerre. Questa è la data convenzionale con cui si celebra la nascita della fotografia. In realtà sappiamo che il primo scatto è del 1826 per mano di Nicéphore Niépce, il quale collaborerà con Daguerre per il perfezionamento della tecnica, ma che non vedrà purtroppo la sua nascita ufficiale a causa della morte prematura. La fotografia nasce dal sistema della camera oscura, una scatola con un foro e un piano di proiezione per immagini, conosciuta sin dal Rinascimento e usata spesso dagli artisti come ausilio per la realizzazione di quadri, ma è nell’Ottocento che finalmente si trova il modo per imprimere questa immagine in modo che perduri nel tempo. Oltre a Niépce e Daguerre, altri studiosi del tempo sperimentarono in materia, come ad esempio l’inglese William Henry Fox Talbot, il quale presentò la sua invenzione, la calotipia, alla Royal Society rivendicandone quindi la paternità. 

Esempio di ritratto fotografico dell’Ottocento
Boullevard du temple di Daguerre (1838)

A prescindere da chi sia il vero inventore di tale strumento, è indubbio che la fotografia ha sin da subito riscosso un grande successo e una forte diffusione, entrando presto nelle vite delle famiglie borghesi e suscitando un acceso dibattito all’interno del mondo dell’arte. Il campo più diffuso della fotografia è ovviamente quello della ritrattistica, dal pittore si passa al fotografo, dal quadro si passa alla fotografia, più economica e più veloce. Su quest’ultimo punto però, bisogna fare una precisazione: è sì, più rapida rispetto alla realizzazione di un quadro, che prevede più sedute e quindi tempi più lunghi, ma inizialmente per produrre uno scatto ci volevano comunque parecchi minuti dove il soggetto doveva mantenere immobile la posa. Per questo motivo, se osserviamo i ritratti del tempo, quasi nessuno sorride e sono spesso appoggiati a dei sostegni per impedire impercettibili movimenti che avrebbero potuto rovinare lo scatto.Man mano che si procede con gli anni, la tecnica viene perfezionata e i tempi di scatto diminuiscono, fino a diventare delle vere e proprie instantanee e qui dovreste sentire un campanello d’allarme. Ma andiamo un passo per volta. Ci spostiamo in America, dove troviamo Edwin Land, uno degli ultimi grandi inventori in campo fotografico. Nel 1937 fonda la Polaroid Corporation ed è nel 1948 che presenta al pubblico la prima macchina a sviluppo immediato. Finalmente niente più attese, basta prendere in mano la macchina fotografica, di conseguenza non c’è bisogno di essere un professionista, inquadrare il soggetto, scattare, attendere un paio di minuti ed ecco pronta la fotografia! Per noi che viviamo nella generazione degli smartphone risulta ovvio e scontato scattare una fotografia, osservarla e condividerla immediatamente sui social ma immaginate al tempo invece quanto fosse avanguardistica questa innovazione! Il pieno sviluppo avviene intorno agli anni Sessanta e Settanta dove praticamente tutti avevano in casa almeno una Polaroid, anche mia madre mi conferma infatti di averla avuta. Ovviamente anche il mondo dell’arte non rimane neutrale davanti a tale strumento e sono tanti gli artisti che, chi per diletto e chi per vera vocazione poetica, hanno usato la Polaroid e realizzato degli scatti che rimarranno impressi nella storia dell’arte.

Warhol
Land mostra la sua invenzione

Da Andy Warhol a Mario Schifano, passando per Richard Hamilton fino a Robert Mapplethorpe, di cui ad esempio un ritratto formato polaroid di Patti Smith è stato venduto all’asta per più di 5000 euro. Con l’avvento del digitale la Polaroid ha perso il suo fascino. La sua caratteristica principale, l’istantaneità, è stata sostituita, come già anticipato, dagli smartphone, relegando tali macchine a meri oggetti vintage. Negli ultimi anni, però, si è assistito a un ritorno di moda, attraverso una nuova diffusione di macchine sia dallo stampo vecchio stile sia a strumenti con componenti analogici e digitali. Ammetto che anche io, essendo grande appassionata di fotografia, non ho potuto cedere a tale ritorno in auge quindi, ebbene sì, pure io ho una Polaroid!

Fonti:

– R. Krauss, Teoria e storia della fotografia, Milano, Bruno Mondadori, 1996;

– C. Marra, Fotografia e arti visive, Roma, Carocci, 2014

A colpi d’arte

Il corpo umano diventa il soggetto principale dell’opera d’arte anzi il corpo umano è essa stessa opera d’arte, così lo intendevano gli artisti della Body Art, termine coniato negli anni  sessanta del novecento negli Stati Uniti ed in Europa per identificare quelle forme artistiche  che trasformarono il corpo in un mezzo di linguaggio. Correnti artistiche quali, Dadaismo e  Surrealismo, influenzarono la Body Art, lo stesso Marcel Duchamp, “padre del Readymade”, si immedesima in un corpo di donna con il nome di Rrose Sélavy. 

di Elena Melloni Gandolfi

Prima ancora, Fabian Avenarius Lloyd definito “poeta pugile”, meglio conosciuto come Arthur Cravan (22 maggio 1887), una singolare figura che fece della sua fisicità uno strumento d’espressione artistico, allineando la sua pratica sportiva, la boxe, all’arte.

Arthur Cravan

Una personalità particolare, un mix di stati d’animo, allo stesso tempo un angelo ed un elefante o come lui stesso afferma “un eroe e un vigliacco”, non vuole essere uguale agli altri che seguono per filo e per segno le norme sociali, anzi vuole essere tutto il contrario e lo fa avvicinandosi a personaggi della narrativa considerati “antieroi” per questo preferisce definirsi “un perdente” perché il suo essere improduttivo deriva dalla bizzarria del carattere ma diventerà un perdente di successo. Pur essendo nipote del famoso scrittore Oscar Wilde, si professa nemico delle arti letterarie e della pittura prediligendo la boxe.

È sul ring che Cravan trova il suo luogo ideale, dove eliminare il confine tra disciplina e disobbedienza. Nonostante questa sua avversione dal 1911 al 1915 divenne redattore della sua rivista di critica intitolata “Ora” ma ne uscirono solo pochissimi numeri. La sua poesia considerata troppo polemica e trasgressiva esprimeva una grande intensità e forza e gli valse l’ammirazione dello stesso Duchamp. A Barcellona sfida il campione dei pesi massimi Jack Johnson con l’obiettivo di resistere sul ring per sei riprese. Questa performance lo rese famoso e lo inserì nel clima dadaista insieme allo spogliarello che organizzò nella città di New York davanti ad un pubblico femminile inorridito che prese ad insultarlo. Poco diplomatico critica l’Esposizione degli Indipendenti di Parigi del 1914, per il pugile non c’è niente di meglio della vita come fonte di ispirazione per l’artista, anzi citando le sue parole “il genio non è altro che una manifestazione stravagante del corpo”. Con Cravan il corpo diventa protagonista, lo cambia e lo modifica in un “manifesto  dell’estetica”. Anticonformista nella vita anche la sua morte si ammanta di stravaganza e rimane ancora oggi un interrogativo. Cravan è la testimonianza della celebrazione del corpo come entità fisica portata al limite ma più che mai mostra come esso non è solamente una struttura fisica, esso è anche anima,  l’anima dello sconfitto. La sua è una vita di istinti e sicuramente non di pensiero, Cravan,  attraverso la nobile arte della boxe studia il corpo umano e si pone come precursore della  Body Art. 

Fonti : 

Fabriano Fabbri, Sessoarterock’n’roll Tra readymade e performance, Atlante S.r.l., Monteveglio (Bologna), 2006. 

Aspettiamo un bambino!

Nell’ultimo quinquennio le sale cinematografiche italiane hanno proiettato numerosi film biografici (detti anche biopic). Ormai cresce sempre di più in noi spettatori la curiosità nei segreti, nell’oscurità e nei misteri di personaggi che hanno abitato nella nostra stessa realtà, rendendola più poetica.

di Lorenzo Carapezzi

Divi rockstar, pittori maledetti, santi della matematica e persino politici antieroi sono diventati il nostro pane quotidiano. Non ci interessa più sapere quando e cosa hanno fatto in passato per diventarefamosi, ci intriga sempre maggiormente il loro lato sentimentale, le più piccole curiosità che alimentano la nostra voglia di scoprire. Siamo costantemente affamati dei dettagli oramai, non ci accontentiamo delle storie ideate e scritte di sana pianta. Pretendiamo dagli sceneggiatori e dagli scrittori più vita vissuta che vita immaginata, senza però dimenticare l’aspetto romanzesco delle storie. Il film biografico condito con tocchi di fantastico potrebbe sembrare la metafora perfetta di quello che è il cinema: un connubio tra realtà e finzione. La fusione è quella, ma stranamente avviene attraverso il processo contrario: non è più la fantasia che deve sembrare credibile, bensì l’opposto, la realtà vissuta tempo addietro deve essere colorata di spettacolarità. Ogni singolo secondo vissuto dal vero personaggio deve apparirci come un’epopea. E così il vecchio Craxi rimane segregato in Tunisia in “Hammamet” come Robinson Crusoe rimane bloccato in quella sperduta isola; grazie a “Volevo nascondermi” Ligabue diventa il nuovo artista incompreso di questo 2020, come lo era Van Gogh a fine Ottocento; persino il mitico Alberto Sordi si veste di una maschera più ansiosa, più speranzosa all’interno di “Permette? Alberto Sordi”  dove vediamo la grande star romana non più nei panni di personaggi pieni di cattiveria perfida e sottile, ma come un pacioccone piena di voglia di recitare e di vivere assieme agli altri.
Il cinema di oggi riprende dal passato i ricordi e le memorie dei grandi uomini e delle grandi donne trasponendole sullo schermo, modificando il giusto necessario per rendere queste vite più epiche di quelle che effettivamente sono state, le pittura con colori più accesi, le maschera con volti più freschi, le decora con oggetti più moderni.

Un’ora sola ti vorrei (Alina Marazzi, 2002)


Eppure, a mio parere, manca qualcosa, un dettaglio piccolo ma così potente che rende veramente onore a chi il film è stato dedicato: manca quell’affetto personale e diretto tra chi riadatta e chi è riadattato. Non dico che dietro a questi e ad altri film manchi la ricerca e lo studio del personaggio. Di sicuro il lavoro degli adattatori e/o sceneggiatori è stato in tutti questi casi eccellente. Me li immagino seduti la sera tardi a scrivere circondati da pile di fotografie, testimonianze registrate e diari segreti ritrovati in vecchi cassetti. Eppure, tutti questi sceneggiatori (diciamo anche registi, per dare merito anche a questo lavoro in rovina) non conoscevano direttamente questi grandi idoli. Tra loro e le grandi star c’è sempre di mezzo un ponte e questo ponte si chiama “congiunto”: tutte le informazioni derivano semplicemente dai famigliari, dai compagni di vita, dagli amici di chi viene studiato. E’ facile però cadere in tentazione e in provocazione, pensando che il risultato esatto di quello che io auspico come vero film biografico sia la storia direttamente raccontata dalla persona interessata e questo pensiero non può che non essere errato. In quel caso si sfocerebbe nell’autobiografico ed esso è un privilegio che solamente pochi possono permettersi di esercitare. Solamente un Chaplin, parlando di cinema, o una Abramoviç, parlando di performance, possono raccontare le proprie vite, poiché non un secondo è stato noioso (si noti che sto parlando di romanzi in questo caso).
Non c’è migliore esempio di film biografico come deve essere fatto come il capolavoro di Alina Marazzi “Un’ora sola ti vorrei” (2002). La regista italo-svizzera ricostruisce il volto e la storia della propria madre morta suicida attraverso filmati reali, home movie e diari personali. È il perfetto esempio di quello che viene chiamato found footage, ovvero l’utilizzo di materiale d’archivio nel tentativo di una nuova costruzione di senso. Il senso che cerca la Marazzi è quello di accompagnarci con la sua suadente voce in un viaggio che lei stessa ha compiuto, trasmettendoci le stesse sensazioni di stupore e di tragiche scoperte di quando lei incominciò a leggere e a scoprire gli oscuri demoni che la madre provava e sentiva quando la regista aveva solamente sette anni. La regista tenta di mostrarci ed insegnarci un difficile rapporto tra una madre che non riesce a trovare il proprio posto e spazio nel mondo e una spensierata figlia che diventa immediatamente adulta dopo l’imminente tragedia.

Liseli, la madre di Alina Marazzi

Qui riusciamo a trovare il contatto diretto tra il narratore e il narrato. Il ponte di prima non solo non esiste, ma non è nemmeno concepibile, poiché non c’è più un fiume a dividere il cantastorie e il mito dell’eroe. Esso è la perfetta simbiosi del film biografico. Non vi è spettacolarizzazione ma pura esperienza sensibile che ci avvolge per tutta la durata del film. Questo contatto risulta talmente puro da essere unico nel suo genere. Lo ritroviamo soprattutto in una scena che non nego a definire una delle più belle che io abbia mai visto: la madre Liseli, filmata dal padre mentre passeggia con il proprio compagno, guarda direttamente in macchina annunciandoci la sua gravidanza. “Aspettiamo un bambino”: è la frase che sentiamo attraverso la voce della stessa regista. Marazzi, in questo modo, crea un certo effetto di myse en abyme, auto-annunciandoci la propria nascita, non fisica ma nella mente dei futuri genitori.
Alina Marazzi ha ben capito cosa esattamente il film biografico sia. Un racconto che parla delle sofferenze di qualcun altro, ma chi meglio può raccontare qualcosa se non chi è riuscito non solo a sentire ma a stare accanto a quel qualcosa? 

Un tatuaggio da far scomparire

Il tatuaggio per antonomasia è un segno indelebile, che segna la pelle di chi decide di portarlo su di sé. Nessuno lo pensa come qualcosa di effimero e di passeggero, eppure Valie Export ci dà una nuova visione di esso, della caducità sua intrinseca e di ciò che rappresenta.

di Jessica Caminiti

Valie EXPORT, nome d’arte di Waltraud Lehrer, è una delle più importanti artiste internazionali facenti parte del movimento neofemminista degli anni Settanta. Nata in Austria, a Linz, nel 1940 si troverà subito immersa nella sua infanzia nella Germania del dopoguerra, orfana di padre portato via durante gli scontri. Crescerà di conseguenza con la madre e le due sorelle, che la indirizzeranno verso una scuola gestita da suore e questo non può che formare l’artista nel bene e nel male. Waltraud chiusa nel silenzio e nell’austerità dell’istituto, cercherà di sfuggire a questa chiusura mentale a cui invece le suore cercano di mantenerla. Le sue domande, che riguardano per lo più la sfera sessuale e l’imparità tra i due sessi sfoceranno poi nelle sue ricerche, che negli anni porteranno alle sue opere più famose.

Se sappiamo che durante i vari regimi, tra cui anche quello nazista, l’arte è sottomessa al volere del Potere, anche dopo la fine della guerra e al suicidio del Führer il clima che si respira nei Paesi germanofoni assoggettati alla precedente dittatura è tutt’altro che positivo. La pesantezza del clima post-nazista è presente sia a livello culturale che artistico e, per sovvertire questo ristagno, personalità forti e sovversive devono cercare di prendere le redini e creare qualcosa di completamente nuovo e mai visto. In questa ricerca di differenziazione Valie decide di cambiare cognome, scegliendo appunto EXPORT come sostitutivo a Lehrer suo cognome di famiglia. Scritto a lettere maiuscole questo doveva richiamare la famosa marca di sigarette con cui si fa anche immortalare in uno dei suoi più famosi ritratti, ma anche per “urlare” la sua presenza in un mondo legato ancora a stereotipi secolari. Gridarlo in una società dove l’uomo forte era pilastro reale della famiglia e le donne quasi una conseguenza indesiderata, capaci di essere unicamente delle brave mamme e dei bravi angeli del focolare, ma niente di più, dove esse sono rimaste il sesso debole. Avere qualcosa creato da sé è un modo per uscire da quello che lei dichiara come un “sistema definito dalla mascolinità”. Questo mondo fondato su preconcetti e stereotipi femminili e maschili secondo la EXPORT poteva essere combattuto solo attraverso la creazione di qualcosa di nuovo e per andare oltre la linea patriarcale, insita nella nostra cultura, decide di spezzare la catena scegliendo un cognome nuovo, solo suo, senza storia.

Autoritratto con sigarette, V. EXPORT

Avvicinatasi all’Azionismo viennese, il suo modo di fare arte diventa sempre più immediato e diretto; utilizza diversi media, come la performance e il cinema espanso, locuzione inglese Expanded cinema, la quale fa riferimento a un tipo di spettacolo cinematografico che non si limita a proiettare delle immagini narrando una storia, ma diventa un’esperienza visiva totale che convoglia arti diverse e azioni differenti: dagli happening alla danza, ora dalla computer graphics alla creazione di ologrammi. Valie, così, decide di non prediligere uno o l’altro mezzo di comunicazione, proprio a favore del fatto che le donne dovevano cercare di sfruttare ogni possibilità che avevano per uscire dall’oblio. Questo è ciò che ribadisce anche nel suo Women’s art: a manifesto del 1972, dove sconsacra l’uomo come sesso dominante e sprona le le sue compagne a cercare il proprio posto nel mondo senza sottomissioni,  sfruttando ogni possibilità  a loro a disposizione.

Molte volte, nelle sue azioni, si ritrova a giocare con il suo corpo, mezzo prediletto di comunicazione per la performance art, e molte volte richiede l’aiuto di passanti, che ignari si ritrovano al centro del suo lavoro. Poche volte predilige la solitudine, richiedendo un lavoro concreto da parte dei curiosi, che interagendo con lei creavano una rappresentazione dell’interazione tra i due sessi. In Aktionhose: Genital Panik del 1968 entra in un cinema a luci rosse a Monaco vestita di latex nero e un mitra in mano. La tuta bucata è a livello dei genitali, lasciando la vagina in piena vista, e, dopo essere passata tra le varie file della sala, si siede invitando gli uomini a toccare l’incarnazione reale di ciò che stavano osservando, puntando contro di loro nello stesso tempo l’arma. Nessuno interagirì con lei, terrorizzati e vergognandosi scapparono dalla sala, lasciando l’artista da sola. Altra sorte capitò con Tapp und Task Kino avvenuta sempre a Monaco. Un cartone preclude la visione del seno di Valie, che però permette di far toccare grazie a due fori praticati su di esso. Per 12 secondi molti passanti decisero di far parte dell’azione, toccando il petto della EXPORT, fissando dritto nei suoi occhi, obbligo non secondario ai fini della performance. Queste due azioni, che richiedono lo scontro di sguardi, portano alla visione di una donna diversa, non più bambolina servizievole, ma essere umano consapevole della situazione, che decide di sfidare l’uomo con un interfacciamento diretto e paritario

Aktionhose: Genital Panik, V. EXPORT
Tapp und Task Kino, V. EXPORT

L’esposizione del suo corpo, ovviamente non avviene per esibizionismo, ma  in quanto esso è sia il corpo di Valie come persona fisica sia per l’intento di rappresentare il corpo sociale femminile nella sua interezza. Così nascono molte azioni tra cui Korper Aktion del 1971. Valie, qui interprete del corpus delle donne, dichiara guerra al maschilismo imperversante, alla sessualizzazione e agli stereotipi attraverso un tatuaggio. A metà coscia si fa imprimere un reggicalze, come rivendicazione femminista. Un oggetto provocante, unicamente femminile associato alla sensualità e alla sessualità che diventa un amuleto per l’artista e una speranza. La memoria di una società impostata su stereotipi e stili di vita dettati unicamente dagli uomini prende forma sulla sua gamba ed è interessante comprendere come questa azione parli non di mantenimento di questa ostinata società, che sembra non voler cambiare, ma proprio abbia la speranza che avvenga il contrario. Non possiamo dimenticare le radici, le tradizioni, neanche rinnegare il nostro passato, non si può cancellare semplicemente la memoria collettiva solo perché non la crediamo equa e corretta. Valie così decide di tatuarsi lo stereotipo della donna, decide di farsi carico di tutti i pregiudizi, i soprusi e le rinnegazioni di paritismo che il gentil sesso ha dovuto subire con una speranza molto ben delineata dall’effimeratezza del tatuaggio stesso. Rimarrà per tutta la vita, incancellabile sulla pelle dell’artista, ma dobbiamo leggere il quadro più grande. Tutti noi siamo destinati alla morte e di conseguenza alla decomposizione: il tatuaggio svanirà, non rimarrà segno di esso. Questo trasposto a livello ideale vuole sperare che lo stesso patriarcato con le sue regole antiquate e ingiuste scompaia. Scomparirà quando le donne non saranno più considerate il sesso debole, il gentil sesso, nel momento in cui tutte vorranno essere belle per sé e non si agghinderanno perché devono, ma vogliono farlo.

Korper Aktion, V. EXPORT
Korper Aktion, V. EXPORT

Quel tatuaggio, che ricorda cos’è stato, è un salto nel futuro e ora, a distanza di quasi 50 anni, possiamo giudicare e chiederci: siamo ancora schiave della giarrettiera? Credo che in parte non lo siamo più, molte libertà sono state conquistate e anche molta indipendenza, ora finalmente permessa, ma non è tutto qui. Molto ancora c’è da fare, molto da raccontare e da conquistare e dobbiamo essere tutte noi a decidere come e se indossarla. Non tutti magari si rendono conto delle battaglie e delle difficoltà che le donne devono sopportare ogni giorno ed è proprio a loro, che bisogna spiegare che cos’è la vera libertà.

Fonti:

Women’s art: a manifesto, V. EXPORT, 1971;

Le pouvoir, le corp le regard, K. SPEIDEL, Artpress, 2008;

Azioni che cambiano il mondo. Donne, arte e politiche dello sguardo., C. Subrizi, postmedia, Milano, 2012

Lettera contro i cinefili

Per innovazione si intende una modificazione di qualcosa attraverso l’introduzione di elementi di novità. Si tratta dunque di dare nuova vitalità a qualcosa che sta morendo. Essa è senza dubbio la chiave di volta della modernizzazione, ovvero il tentativo di far sopravvivere quel qualcosa alla nuova epoca che incombe.

di Lorenzo Carapezzi

Più andiamo avanti e più ci risulta complicato e arduo rinnovare, dare nuova vitalità alle cose morenti diventa sempre di più faticoso. Il tempo si restringe e aumentano i casi di resa di persone incapaci di stare a ritmo con il passo sempre più veloce della modernizzazione. La resa consiste nell’abbandono della sfida e immediatamente segue quello che è una totale incapacità di rialzarsi dalla caduta. L’infortunio ha come conseguenza un lungo periodo di nullafacenza e iniziamo ad abituarci, anche molto velocemente, a trovare comodo il nostro culo appoggiato per terra. Si entra inconsapevolmente nella casa della pigrizia, un luogo dove non c’è bisogno dell’invito ed entrarci è molto facile, totalmente l’opposto è, invece, uscirne. E che cosa comporta la pigrizia se non la totale indifferenza nelle cose che ci circondano?Iniziamo a non guardarci più attorno e più non utilizziamo i sensi per vivere e più la “vera realtà”(e non quella che ci siamo costruiti, quella che noi chiamiamo “quotidianità”) ci sembra sconosciuta. E come reagisce l’animale a qualcosa che non conosce? Indietreggia spaventato. Noi pigri indietreggiamo di fronte alla fatica. Così facciamo per ogni sfida che incontriamo sul nostro cammino: nello studio, nelle relazioni sentimentali, nelle promesse e anche, ahimè, nell’arte. Trattiamo tutto con superficialità, con banalità…con stupidità. Le avanguardie, le sfide che gli artisti si ponevano un tempo sono crollate, morte e sepolte nei libri di storia dell’arte. Oggi noi trattiamo l’arte non come fonte di vita, come atto sacrale della nostra esistenza. Questo perché anche nel mondo, anzi nell’universo dell’arte, soprattutto in questo luogo, c’è bisogno di impegno, di devozione ai limiti del religioso. La vita si basava sulla propria arte. In una piramide di importanza, la punta era l’ascesa artistica, la base invece la vita. I mattoni messi nel mezzo erano le opere artistiche. Oggi, invece, l’arte è diventata un hobby per chi saccentemente si definisce “appassionato” di quella o di quell’altra arte. Nel campo mio esistono i cinefili…che parola disgustosa. C’è molta più eleganza nella cinofilia che nella cinefilia. La gente che vive nella passione non si rende conto che essa è solamente la devozione dei pigri. E così, grazie soprattutto a internet, ci ritroviamo pagine e pagine di gente che recensisce film, che fa liste del cazzo e che vive solamente del gossip che sta dietro un’opera cinematografica. Parlo esclusivamente di cinema in questo articolo soprattutto per la mia delusione immensa nel vedere come quest’arte sia la più giovane tra le altre, ma sia anche quella che meno ha resistito a questo impulso di pigrizia. Nata nel finire dell’Ottocento, già a metà degli anni ’50 era diventata un passatempo per tappare i buchi vuoti della giornata. Amare il Cinema significa andare oltre alla semplice visione di un film. Andare a vedere un film, bello o brutto che sia, non basta. Bisogna vivere “sentendo” il cinema in continuazione. Che cosa si intende per “sentire”? Significa percepire costantemente il dolore dell’arte cinematografica in un’attualità così degradata a livello sensitivo. Ci vuole sensibilità, non solamente passione. E nel dire che bisogna trovare e avere sensibilità non intendo mica affermare che bisogna fare cinema. Per carità, altri registi inutili non ci servono…Per trovare questa benedetta sensibilità (risulterò ripetitivo nel dire di continuo “sensibilità”, ma è una parola talmente sconosciuta ai cinefili che bisogna martellargliela di continuo fino allo svenimento) bisogna scavare a fondo, capire che il cinema è dentro e fuori dalle sale cinematografiche. Bisogna vivere con essa a trecentosessanta gradi, tutti i giorni, fino alla morte. Anche qui, non intendo dire che bisogna vedere ogni singolo giorno quattro o cinque film, anche la mente ha bisogno di riposare a volte e il cinema è faticoso. Bisogna pensare e riflettere su quello che il cinema è, sul suo rapporto così intimo con la realtà. Bisogna capire la potenza che essa ci dona ogni volta che vediamo o pensiamo ad essa.
Questa lettera la dedico a tutti voi cinefili. Non voglio fare di tutta l’erba un fascio, non tutti sono così. Chi è cinefilo, però, sa bene che sto parlando di lui. A te, cinefilo che mi stai leggendo, non sentirti offeso e non pensare nemmeno che io mi ritenga superiore a te, perché anche io ho peccato, l’unica differenza tra me e te è l’ammissione delle proprie colpe e della propria stupidità. Io oggi sono come chi aiuta i tossicodipendenti: anche io sono stato un tossicodipendente e tutt’ora lo sono, ma ne sono consapevole.

Pittura di Genere: dalle Fiandre con Furore!

Al tempo di guerre di religioni, della divisioni di territori e delle grandi committenze, il mondo degli artisti invocavano una mente geniale per poter continuare a realizzare i propri lavori. Finalmente arrivò la città di Anversa, forgiata da mille culture, colei che poteva salvare il mondo dell’arte.

di Silvia Michelotto

Oggi faremmo un bel viaggio in T.A.R.D.I.S. (o sulla Delorean se preferite) per visitare le Fiandre del Cinquecento, alla scoperta della pittura di genere, aka composizioni d’allegrezza, aka pittura d’umiltà, alias pitture ridicole. Mille termini per indicare unicamente una pittura popolare, non alla Andy Warhol, ma bensì dove a farla da padrone sono le persone povere e umili, impegnate nei loro lavori.

Ma non è l’Italia la capitale cinquecentesca dell’arte mondiale? Ehm…Snì, all’epoca tutta l’Europa era paese e, in effetti, di pittura di genere ne abbiamo parecchia anche qui, nella nostra bella penisola, ma la sua nascita arriva proprio dal Belgio e non per hobby, ma per necessità. Il territorio era percorso da due movimenti religiosi, quello cattolico (il classico) e quello protestante (o eretico che dir si voglia), che avevano una percezione completamente diversa del mondo  e dell’arte. Se i primi si crogiolavano fra i ricchi Santi e meravigliose Madonne (sto parlando di quadri! Non siamo mica blasfemi!), gli altri non vedevano di buon occhio quelle raffigurazione, accennando a un peccatuccio da niente come l’idolatria. Tale dibattito, insieme ad altri piccoli problemucci di comprensione, portarono alla Guerra delle Fiandre che sconvolse il territorio dal 1566 al 1579 e alla conseguente divisione in due distretti, uno per i cattolici e uno per i protestanti, appunto.

Ovviamente gli artisti non potevano perdere clienti e dovevano trovare un modo per accontentare sia coloro che volevano immagini sacre esplicite e chi, invece, preferiva qualcosa di più ‘simbolico’, ma soprattutto dovevano riuscire a far viaggiar le opere da una regione all’altra senza incappare in sovvenzioni o essere accusati di eresia (finire flambato su un palo non era di certo il sogno di tutti!). E da qui che nasce la ‘pittura di genere’: utilizzare i poveri e la loro  vita per nascondervi un significato più alto e importante. 

E mentre ciarlavamo siamo finalmente atterrati! E allora eccoci ad Anversa e, no, non l’ho scelta perché voglio assaggiare la Carbonade o le Moules et frites (giuro!), ma perché questa bellissima città, divisa tra i possenti castelli medioevali e le leggere cattedrali gotiche, fu il centro artistico del Belgio. Ciò fu possibile in quanto era prima di tutto un grande snodo commerciale che permetteva, quindi, a numerose culture di incrociarsi e conoscersi, aiutando di conseguenza lo sviluppo di numerose scuole artistiche, tra cui quella del Danubio, dove gli artisti si dedicavano alla rappresentazione dei paesaggi del loro territorio. Con un così grosso numero di artisti tra le vie della città non ci si deve stupire che  qui siano nate tre delle iconologie fondanti di questo genere, che vi voglio presentare mentre sorseggiamo un po’ di birra (per me anche delle patatine fritte, grazie!).

Il ballo dell’uovo di P.Aertsen (1551)
La cuoca di P.Aertsen (1558)

La più antica iconologia è quella del Ballo dell’uovo, realizzato per la prima volta da Aertsen, e che rappresentava un antico danza in cui con estrema maestria e delicatezza il ballerino doveva rimanere all’interno di un cerchio di gesso mentre cercava di far uscire un uovo dalla ciotola per poi rovesciarla, senza, ovviamente, uscire  dal cerchio o rompere l’uovo. Questa complessa coreografia e la fragilità dell’oggetto protagonista diventarono il perfetto modo per alludere all’Innocenza e quanto sia facile perderla, soprattutto a causa di mascalzoni (non a caso molto spesso queste scene sono ambientate in qualche bordello o durante rumorose e rocambolesche feste).

Allusiva e monumentale diviene l’iconologia della Cuoca, a cui non può mai mancare lo spiedo in mano, con il quale fa molto spesso gesti alquanto…ehm…diciamo poco consoni. Questa donna divenne l’archetipo della vita pratica, richiamando la figura di Marta, criticata ampiamente all’interno dell’episodio evangelico in cui la vede protagonista insieme alla sorella Maria, alla quale, invece, vengono tessute lodi in quanto incarna la tanto amata, dai cattolici, vita contemplativa. 

Passiamo all’iconografia un po’ meno spassosa: l’Animale macellato. Nato dal pennello di Beuckelaer, nel 1563, essa rappresenta un bel pezzo di animale, solitamente un bue, ma non mancano i maiali, sistemato in una stanza vuota mentre viene frollato. Si tratta di un bel memento mori, un modo carino e coccoloso per ricordarci che dobbiamo morire (mo, mo! Me lo segno, guarda!).

La macelleria di H. Beuckelaer (1568)

Ma cosa c’entrano queste opere con la religione? Ovviamente con la cuoca abbiamo già citato l’episodio biblico a cui spesso si collega, ma, come già detto, non doveva essere palese, quindi come facevano? Con la scena rovesciata, un bellissimo e simpatico stratagemma! Non vuol dire assolutamente mettere a gambe all’aria i suoi personaggi, ma significa sistemare in primo piano una scena innocua (la carne, una scena di una festa o di cucina) mentre nel secondo o terzo, se non addirittura quarto piano si nasconde la vera scena principale, il vero significato, ben nascosto da occhi indiscreti.

Ma ho parlato anche troppo e c’è ancora molto da dire su questo argomento, quindi beviamoci qualcosa e ci si vede la prossima volta con il resto!

Cheers babies!     

Fonti:

– A. Ghirardi, Pittura e vita popolare: un sentiero tra Anversa e l’Italia nel secondo Cinquecento, Tre Lune, 2016

La magia del cucito e dell’arte

Oggi conosciamo Elisabetta, una ragazza super simpatica, che grazie alle sue conoscenze e alla sua manualità si è reinventata. Innanzitutto chi è Elisabetta?

di Jessica Caminiti

E: Ciao, sono Elisabetta e come avete visto sono colei che è dietro il profilo instagram di Mnemosyne handmade. Ho 26 anni e ho una formazione prettamente artistica: mi sono laureata prima in Beni Culturali per poi specializzarmi nel corso della magistrale in archeologia a Bologna. Attualmente abito in un piccolo paese della Riviera del Brenta, una bellissima zona tra Padova e Venezia, ma sono originaria di Vicenza. Per curiosità e passione nel tempo libero ho iniziato ad avvicinarmi alle cosiddette fiber arts, ovvero le arti tessili, e tutto ciò che ho imparato l’ho appreso da autodidatta. È iniziato tutto durante la magistrale, quindi non molti anni fa, in un momento in cui mi sentivo totalmente satura di nozioni teoriche e ho sentito un profondo bisogno di mettere “le mani in pasta” per esprimere me stessa.

J: è una scelta molto particolare. Mi aspettavo sinceramente tutt’altra storia! Sai io con il cucito ho un bruttissimo rapporto, dovuto al fatto che cercavano di insegnarcelo alle scuole elementari come “lavoro da femmine” durante l’estate, mentre i miei amici potevano andare a giocare a calcio fuori.

E: No, per me fortunatamente è andata diversamente, non è stata un’imposizione. Penso che attualmente, soprattutto noi giovani, siamo molto ferrati sulle materie prettamente teoriche tanto da dimenticarci l’importanza (e l’utilità) della manualità. La mia relazione con le arti tessili è nata inizialmente facendo dei piccoli lavori con i ferri da maglia e poi, pian piano, ho sperimentato altre cose come il cucito, la tessitura su telaio mobile, la tecnica del punch needle, il ricamo. Proprio con quest’ultimo è nato, poi, un amore vero, e attualmente è la tecnica che uso maggiormente perché sento più mia. Ci sono stati momenti in cui volevo mollare, perché le cose non venivano come volevo o perché semplicemente non venivano velocemente! Ma poi piano piano ho capito: era proprio la lentezza dell’attività in sé a renderla così bella e di valore! La curiosità di vedere i progressi, giorno dopo giorno, la bellezza del veder nascere un disegno pieno di sfumature da semplici fili che entrano ed escono dalla tela. Ora quest’attività mi rilassa, mi rende libera dal tempo, e non lo ritengo più solo un hobby, fortunatamente sta diventando anche un lavoro. Inoltre, durante la quarantena mi sono messa a sperimentare anche altre tecniche, che presto approfondirò.

J: sento aria di novità, cosa ti sei messa a sperimentare?

E: In realtà le idee sono sempre troppe e il tempo è sempre poco! Ma ho iniziato a sperimentare la tecnica dell’infeltrimento ad ago.

J: Se già ero stupita con il ricamo ora mi incuriosisci ancora di più. Che cos’è questa tecnica?

E: È una tecnica antichissima, statuine lavorate con il feltro ad ago si possono a trovare nei mercatini, come per esempio le classiche bamboline sudamericane o le figure dei presepi, inoltre con questa tecnica sono realizzate anche molte installazioni contemporanee, ma io ho scelto di utilizzarla per creare dipinti bidimensionali. In poche parole si utilizza della lana grezza, non ancora filata, e la si fissa su una superficie con l’aiuto di un ago o di un insieme di aghi. Per questi lavori, avendo la possibilità di utilizzare campiture più ampie, ho provato a riprodurre delle opere d’arte espressioniste, come quelle di Munch e Matisse.

J: visto che siamo entrate nell’argomento, come scegli gli artisti?

E: Scelgo ovviamente gli artisti che più mi piacciono ma in realtà dipende anche dalla tecnica che decido di usare: cerco di selezionare quelli che per me rendono meglio. Per esempio per il ricamo gli impressionisti sono perfetti, poiché è possibile riprodurre quasi ogni singola pennellata.

J: è strano, perché io per esempio avrei pensato invece subito a Seurat e il puntinismo

E: Beh sì, anche, ma credo che per lui si potrebbero fare dei lavori utilizzando un’altra tecnica ancora! C’è un punto di ricamo, in particolare, che si chiama punto nodino (french knot) con il quale sarebbe interessante rappresentare ogni singolo punto dei suoi quadri. Sarebbe un lavoro estenuante e lunghissimo ma sicuramente divertente!

Nei ricami che faccio di solito io non utilizzo punti tradizionali, vado molto a sentimento e a occhio, mi sto staccando dell’accademismo che contraddistingue i miei primi lavori perché mi fa sentire più libera durante il processo.

J: Ricollegandomi alla tua risposta. Accademismo, punti base… Hai iniziato sì come hobby, ma anche per necessità?

E: In realtà no, non avevo niente da rammendare o aggiustare, volevo solo trovare qualcosa di diverso e particolare che mi facesse appunto ricollegare alla mia manualità. E penso di aver trovato la cura non solo al bisogno di usare le mani ma anche al bisogno di “staccare” e riprendermi il Mio tempo. Siamo una società frenetica, ormai lo sappiamo, si corre, si sta sempre attaccati al cellulare e senza tecnologia non riusciremmo a sopravvivere. Io in tutto questo ho sentito il bisogno di ritrovare un po’ di tradizione e un po’ di lentezza.

J: effettivamente potremmo dire che siamo già la seconda generazione che non sa cucire, non credo che molti dei nostri genitori sappiamo farlo. Quando hai iniziato invece ad unire arte e cucito?

E: Sicuramente, infatti queste cose vengono sempre viste come “hobby della nonna”, ma io lo considero un peccato. Ho unito arte e ricamo durante l’autunno scorso e questa volta per necessità: avevo bisogno di un fermacapelli ma non trovavo niente che mi piacesse, così ho deciso di farmelo da sola con un bel disegno di Mondrian. Poi ho iniziato a fare sempre più oggetti come spille, segnalibri, ciondoli per collana…


J: tutte cose che le persone usano quotidianamente!

E: Esatto! Sono oggetti quotidiani sì, ma speciali: esprimono noi stessi, la nostra passione per l’arte e le emozioni positive che l’arte ci sa donare. Mi sono data all’artigianato proprio per creare sempre qualcosa di unico ed irripetibile, che sapesse trasmettere emozioni vere, anche se purtroppo in Italia è molto difficile vendere cose fatte a mano. La gente spesso si stupisce per i prezzi e per le ore impiegate per la lavorazione, ma come dico sempre: chi decide di acquistare qualcosa da me non avrà poi in mano un semplice oggetto, avrà molto di più, il mio tempo!

J: quanto ci metti a fare un pezzo e cosa devi fare in particolare?

E: Dunque, ora che ci ho “fatto la mano” per una spilla di 8×6 cm impiego circa 20/25 ore, per un segnalibro invece molto meno, perché la dimensione è minore. Ogni ricamo è così strutturato: inizialmente faccio il disegno del quadro in questione, riprendendo quello che vedo dal libro o dal pc, facendo a occhio le proporzioni (non uso nessuno schema preparatorio). Dopo ovviamente c’è la fase di ricerca dei colori e delle sfumature più simili all’originale e infine c’è il ricamo vero e proprio. Devo dire che sono anche una persona molto precisa, sto attenta ad ogni dettaglio, in modo che l’effetto sia bello nel complesso.

J: Wow, un lavorone! Rivelaci qual è la parte più difficile e magari noiosa

E: La parte più difficile credo sia proprio l’inizio, è il momento in cui devi metterci più testa e più impegno. Poi ovviamente, una cosa ancora più snervante è dover scucire e rifare un pezzo quando magari non ho scelto la tonalità di colore giusta oppure un punto non è venuto bene. La cosa forse più lunga e ripetitiva è sicuramente la cornice finale che metto ad ogni oggetto ricamato. Questa la faccio per unire il pezzo di stoffa ricamato con un altro pezzo, così da nascondere il retro (per quanto io credo sia comunque affascinante).

J: per concludere vuoi raccontarci com’è andato questo periodo e dei progetti per il futuro?

E: Questo periodo a dir la verità non è stato solo proficuo per la sperimentazione, ma ho anche ricevuto molte commissioni! Di conseguenza non ho lavorato molto per me, quanto per loro, ma ciò mi ha reso comunque molto contenta e soddisfatta. Per esempio ho creato di recente un ciondolo per collana con un quadro di Van Gogh, Il ponte di Langlois ad Arles, che mi è dispiaciuto dare via! Comunque il futuro riserverà molte sorprese! Credo ci sarà qualche continuazione con il tema dell’arte, ma ho in mente altri progetti di tutt’altro tema, sento il bisogno di slegarmi…

Poi in realtà vorrei proporre dei laboratori di ricamo e..

J: taglio di conversazione sull’ultimo super progetto top secret di cui abbiamo parlato, anche perché è super interessante e impegnato nei confronti dell’ambiente… Niente rivelazioni per ora, bene, possiamo concludere allora…

E: ma va, credevo mi chiedessi del nome!

J: È vero! Ho pensato per così tanto a te come Elisabetta che non ho pensato al nome del progetto. Mnemosyne handmade, da dove arriva?

E: Beh diciamo che mi hanno sempre detto che sui social è utile avere un nome riconoscibile (e su questo ci siamo) e facile da ricordare (su questo magari meno). Io ho scelto Mnemosyne perché è qualcosa che sento mio, sia per un discorso linguistico sia per un fattore personale. Mnemosyne nell’antica Grecia era la personificazione della Memoria, e io ovviamente voglio ricordare quanto sia importante la memoria rappresentata dalle tradizioni e dal ricamo in particolar modo, e come bisogna cercare di tenerla viva. Personalmente poi, credo molto nel valore profondo della memoria e devo tutto questo a mio padre, che me l’ha trasmesso e insegnato. Era un appassionato di storia e antichità e per quanto lui non avesse studiato conosceva fatti e nozioni anche molto specifici, e non so tuttora come! Per questo credo di essermi poi appassionata anch’io all’archeologia, papà mi ha spinto a credere nella potenza, nella forza e nell’importanza della memoria. Il passato è importante e forse quello che temo di più nella vita è dimenticare. Per quello Mnemosyne, la Memoria, è per me una figura importante.

J: Fantastico, un nome, che riesce ad unire il grande disegno della storia con la tua, grazie Elisabetta è stata veramente una bellissima chiacchierata. Spero di veder presto le tue nuove idee e i tuoi nuovi lavori, sono troppo curiosa 🙂

Un grazie ad Elisabetta, anche per la bellissima chiacchierata tra gatti, università, arte e futuro. Intanto vi invito a visitare il suo profilo instagram e la sua pagina dove vende questi piccoli capolavori: non ve ne pentirete!