Non sei alla moda

La moda, in ogni epoca, luogo ha influenzato intere generazioni. Andy Warhol esponente di spicco della Pop Art, movimento artistico diventato di moda nel 1960 a New York, era un  artista alla moda.

di Elena Melloni Gandolfi

In quel periodo la Città americana era diventata la “capitale mondiale della cultura”, Parigi che  fino ad allora aveva detenuto il primato passò il testimone a New York.  

Con la fine della seconda guerra mondiale, molti artisti emigrarono in America e con l’evolversi degli strumenti e del modo di fare arte, inizia una nuova era per essa con base principale nella capitale oltreoceano. 

Warhol era un frequentatore degli ambienti underground della “Grande Mela”, la sua arte si nutriva della realtà quotidiana, le sue opere traevano ispirazione dalla cultura di massa,  dalle immagini di consumo della società americana dell’epoca, dalla pubblicità, dai fumetti volendo dimostrare la sua volontà di eliminare la storia dell’arte del passato.

Il supermercato entrava all’interno del museo o di una mostra quasi come a dirci che l’arte deve essere consumata come un qualsiasi prodotto commerciale come Campbell’s Soup Can o Peach Halves. Le immagini sembrano uscire da un catalogo senza nessun criterio estetico.

Andy Warhol

Voleva trasformare il luogo comune in arte e viceversa quindi dopo la trasformazione dei beni di consumo in arte, è essa stessa a diventare prodotto di massa. 

Le cose e gli avvenimenti acquistano un significato quando vengono comunicati e messi in circolo diventando una moda, l’artista applica il criterio “quantità come qualità” sia alle persone che ai beni di consumo. 

Seleziona i simboli del tempo diventati miti e quindi di proprietà della società, così nascono le sue serigrafie su tela che prendevano in considerazione personaggi del cinema, del mondo artistico, della politica, dell’ambiente della malavita, ripetendo il volto svariate volte alterando solo i colori come Marilyn Monroe, Mao Zedong, Che Guevara, Elvis Presley e tanti altri.

Le leggendarie serigrafie dell’artista

Quest’artista, trasferito a New York, iniziò a lavorare come illustratore pubblicitario e divenne  amico di molti stilisti newyorkesi famosi, quindi già dall’inizio della sua carriera grazie al suo geniale talento aveva attirato l’attenzione di riviste specializzate quali “Glamour”, “Harper’s Bazaar” (dove lavora anche Blumenfeld, di cui vi abbiamo parlato qui) con le sue fotografie di scarpe dimostrando che la sua arte era senza tempo.

Moda e arte hanno come punto d’origine la creatività e chi meglio di Warhol ha saputo unire i due mondi.

Finalmente con l’arrivo dell’artista “americano” si interrompe  la tradizione pittorica  con l’uso dei colori e pennelli e  si passerà all’uso delle icone, icone poi diventate alla moda.

Nel  mondo dell’arte non si parlerà  più di rappresentare la realtà  ma di come l’arte stessa sia diventata una costante della vita quotidiana, ogni oggetto o personaggio famoso potrà diventare un opera d’arte fino ad essere riprodotta in una semplice maglietta.

Warhol divenne famosissimo in tutto il mondo, nel 1991 lo stesso Versace gli ha reso omaggio e Calvin Klein,celebre stilista,  a circa trent’anni dalla  sua morte ha iniziato una collaborazione con la sua fondazione.

Ancora oggi il suo nome è conosciuto nel mondo della moda.

Fonti

– Tilman Osterwold, Pop Art,  Taschen, 1991. 

Quant’è importante l’inquadratura all’interno del corpo filmico?

Per quanto possa sembrare surreale questa domanda, individuare l’identità dell’inquadratura è sfida ardua, così tanto da aver fatto persino discutere, a livello intellettuale, due dei più grandi maestri dell’avanguardia russa e dell’intera teoria cinematografica.

di Lorenzo Carapezzi

Per un documentarista visivo come Vertov, il montaggio, spartitura dell’arte cinematografica, non è che il collegamento tra le varie inquadrature, riconoscendo in esse un’identità di elemento. Fautore di un cinema visivo e poco pensato, il cosiddetto “cine-occhio” non fornisce peso sufficiente all’inquadratura. Ciò che deve fare la realtà filmata, tagliata e cucita nel montaggio, è dare vita ad un processo collettivo ed univoco, volto all’osservazione e, di conseguenza, alla riflessione del mondo che ci circonda, nel caso di questo specifico regista, all’analisi della vita proletaria della Russia di inizio secolo. 

Per Vertov l’inquadratura è un semplice elemento e solo sommandoli si forma un montaggio, la vera e propria scrittura del movimento. Ciò che per Vertov è essenziale è lo spazio che collega un’inquadratura ad un’altra, il luogo dell’intervallo. C’è uno spazio-tempo che esiste tra i luoghi rappresentati nelle inquadrature. Il cinema della realtà, non di messa in scena, mira all’esplorarazione dello spazio. C’è l’idea di pianeta. 

Frammento tratto dal film “L’uomo con la macchina da presa”(Dziga Vertov, 1929)

L’occhio di Vertov non è miope, ma bensì documentarista. Non a caso il “jump cut” è l’unica forma di stacco nella continuità della visione, come il battito delle ciglia. Questo battito è possibile solo quando l’inquadratura è leggera o, per esagerare, non possiede peso. Potenza dell’occhio comune, dove il montaggio riesce a legare assieme le tante percezioni della collettività.

Ma come ogni scuola di pensiero, ogni simpatizzante (potremmo dire in questo caso “compagno”), oltre a possedere l’idea comune su cui tutta l’avanguardia gira, nelle periferie della mente sono presenti pensieri proprio, molto spesso contrastanti tra di loro. Questo lo troviamo persino nella scuola cinematografica russa rivoluzionaria.

Frammento tratto dal film “La corazzata Potemkin”(Sergej Ejenstein, 1926)

Ed è proprio in quest’ultima parola che possiamo riassumere tutta la vita di Ėjzenštejn, la nemesi (sempre e solo a livello intellettuale) di Vertov. Al posto del cine-occhio e di una filosofia prettamente realistica troviamo la pesantezza fatta di pensiero e di complessità, di rapporti duri e difficili da collegare, tutto ciò all’interno del cine-pugno eisenastiano. Se Vertov dà poco o niente peso all’inquadratura, trovando il concetto chiave del cinema nell’intervallo tra le varie inquadrature, ecco che Ėjzenštejn ribalta tutto, rendendo le inquadrature pesanti come macigni. Sembra quasi che l’inquadratura prenda caratteristiche fisiche, diventando non più semplice elemento effimero, ma pura cellula che contiene il DNA del movimento. Concezione organica del film. Ma qual è la differenza tra elemento e cellula? Nella cellula c’è il DNA, quindi il montaggio è già nell’inquadratura. L’inquadratura diventa cruciale visto che contiene il montaggio come suo DNA. Ogni inquadratura deve contenere conflitto, uno scontro, in modo che il montaggio diventi processo di produzione di senso, moltiplicatore del senso e non solo la sua somma. 

Evocare pensieri astratti nel pubblico significa far suscitare delle idee, far pensare lo spettatore, diverso l’uno dall’altro. Non esiste più un unico punto di vista collettivo, ma vari pensieri, nati dallo scontro di due inquadrature diverse, ma complementari. Il cinema di Ėjzenštejn è un cinema intellettuale, cioè che presenta intelletto, che fa pensare. E trovare tutta questa complessità solo nell’inquadratura equivale a dare un peso e un’importanza tale da diventare cellula embrionale di una vita, la vita del film. 

I tre grandi registi dell’avanguardia russa

Riflettere sul peso dell’inquadratura significa dare più o meno importanza al montaggio, linguaggio puramente cinematografico. Parlare di peso, dunque, significa discutere sulla tipologia di comunicazione che il cinema dà a noi spettatori. Parlare di peso equivale a discutere sulla dialettica. Non è un caso se il filosofo principale e più riconosciuto, sia di Vertov che di Ėjzenštejn, sia il buon vecchio Marx, che a sua volta, trasferendo questa filosofia nell’ambito politico-economico, riprende la tanta amata e rispettata dialettica hegeliana, pensata come evoluzione storica, umana e del suo progresso. 

Parlare di cinema significa parlare di psicologia, studiando il cinema studiamo noi stessi e la nostra storia.

Il murales tentacolare che omaggia i netturbini del Cairo (Egitto)

Un murales, realizzato in un quartiere del Cairo abitato prevalentemente dai netturbini della capitale, cita un vescovo copto del III secolo che una volta disse: “Se si vuole vedere la luce del sole, prima occorre strofinarsi gli occhi”.

di Andrea Ferro

L’intricato murales ha preso forma nel giro di poche settimane un paio di anni fa e fu poco notato all’inizio, estendendosi lungo un quartiere del Cairo piuttosto tormentato, dove oggi abitano i netturbini egiziani, circondati da cumuli straripanti di spazzatura prodotta da questa capitale sovraffollata.

Ultimata nel giro di due settimane, l’opera ha finito per estendersi lungo più di 50 edifici, cosa che la rende il lavoro pubblico artistico più grande che si possa ricordare. Il murales, un cerchio di arancione, bianco e blu, cita, con calligrafia araba, un vescovo cristiano copto del III secolo che disse: “Se qualcuno desidera vedere la luce del sole, egli deve prima stropicciarsi gli occhi”, un rimando all’azione dei netturbini, grazie ai quali Il Cairo può mostrare al mondo i propri tesori.

Quando le prime fotografie dell’opera hanno iniziato a circolare, le reazioni andavano dal piacere stupefatto all’incredulità. Alcune persone, notevolmente colpite dalla sua dimensione impossibile all’apparenza, erano convinte che le immagini fossero state alterate digitalmente, racconta l’uomo dietro il progetto, un artista tunisino-francese conosciuto come eL Seed.

Ma l’aspetto più sorprendente era che eL Seed e i parecchi amici che lavorarono con lui fossero stati in grado di completare il progetto senza subire intimidazioni o essere arrestati.

Il governo egiziano, piuttosto arbitrario, ha mostrato in generale poca tolleranza nei confronti degli artisti, inviando spesso propri agenti a fare irruzione nei centri culturali e perseguitando recentemente uno scrittore accusato di attentare alla moralità pubblica. “Gli artisti di strada che hanno reso la città la loro tavolozza a cielo aperto durante i giorni esaltanti che seguirono le sommosse egiziane nel 2011 ultimamente sono stati costretti a lavorare in tutta fretta o in segreto, portando a termine i propri progetti come stessero facendo una rapina” afferma Soraya Morayef, che ha documentato la street art degli ultimi cinque anni nel suo blog.

Ma eL Seed ha scelto proprio l’angolo dimenticato della città per antonomasia, chiamato Manshiyat Naser, ben lontano dallo sguardo delle autorità: la tipologia di posto dove gli artisti potevano godere di maggiore spazio (e margine di manovra) per lavorare.

L’artista ha dichiarato che il suo intento era quello di provare a cambiare le percezioni popolari del distretto, troppo spesso associato all’idea di squallore e sporcizia, e celebrare i decenni dell’umile lavoro svolto in silenzio dai suoi residenti, occupati a smistare e riciclare tonnellate di spazzatura cittadina.

EL Seed vanta nella propria carriera l’aver già dipinto grandi opere artistiche, contrassegnate da una calligrafia distintiva, anche in altri Paesi: nel corso degli ultimi anni, ha viaggiato soprattutto tra Francia e Tunisia, ma l’esperienza in Egitto, e la reazione che l’ha seguita, sono state incontenibili sfociando in qualcosa che era totalmente imprevedibile.

Intervistato più volte in questi ultimi anni, l’artista attribuisce il successo del suo progetto, che è stato interamente autofinanziato, in primis alla sua decisione di lavorare in maniera discreta e silenziosa, con la cooperazione dei residenti, ma anche all’ingenuità dei visitatori.

Questo ha significato ignorare completamente o perlomeno tenersi alla larga da discussioni e polemiche che si sono abbattute su numerose opere d’arte, manifestazioni artistiche o, più in generale, espressioni pubbliche verificatesi in un Egitto facilmente suscettibile come quello odierno. “A volte quando vieni da fuori, non vedi tutti i problemi che potrebbero accadere”, ha dichiarato l’artista, “Io stavo provando a non guardare alla situazione politica, alle lotte e alle rivendicazioni economiche, per focalizzarmi soltanto sul progetto artistico”.

L’apprezzamento è giunto unanime dall’intero quartiere: dai giovani attivisti antigovernativi ad altri artisti. Uno street artist egiziano molto conosciuto per i propri graffiti, Ammar Abo Bakr, scrivendo su Facebook, ha definito il murales “il primo del suo genere in Egitto”. “Proviamo soltanto ad immaginare se i nostri artisti, che vendono la loro arte per migliaia di sterline, avessero deciso di contribuire in questo modo e avessero suggerito alcune soluzioni per abbellire o arricchire le facciate dell’Egitto”, ha scritto. Oltre a lui, più di 5.000 persone hanno condiviso il post su Facebook della dichiarazione d’intenti di eL Seed: inutile dire che c’erano centinaia di commenti soprattutto positivi che gli davano atto di aver raggiunto gli obiettivi che si era prefissato. “Parole belle e oneste”, scrive in egiziano una donna. “I netturbini – ha aggiunto – meritano la nostra gratitudine”. 

In tutto ciò, le autorità sono sembrate colte di sorpresa. L’Ambasciata egiziana a Washington ha pubblicizzato il progetto sul suo profilo Twitter, dicendosi “totalmente affascinato”. Mentre eL Seed pianificava il murales, è stato affiancato da un prete locale, il reverendo Samaan Ibrahim, considerato un leader dei netturbini (soprattutto copti) nel quartiere. L’approvazione del sacerdote e la sua partecipazione al progetto hanno così portato i residenti a bordo, dando vita ad una vera e propria opera condivisa.

Il quartiere venne stabilito più di quattro decenni fa, con la sua suggestiva collocazione all’ombra delle falesie da una parte e le strade maleodoranti dall’altra: oggi è il più riconoscibile di tutta una serie di insediamenti dove abitano i netturbini.

Il quartiere ha ricevuto frequenti attenzioni nel corso degli anni da parte di organizzazioni di aiuto internazionale e giornalisti, che l’hanno reso uno degli insediamenti più prosperi e promettenti, ha dichiarato Gaetan du Roy, un ricercatore belga che studia le vite religiose dei netturbini. Ma molti dei suoi residenti si sono impoveriti continuando ad essere guardati come cittadini di seconda classe visto il loro contatto costante con la spazzatura. Anche le relazioni degli abitanti con il governo sono divenute sempre più tese. Le autorità hanno provato, perlopiù senza successo, a rimpiazzare i netturbini e le loro estesissime reti familiari con moderne compagnie private. Durante uno degli shock più traumatici verificatosi nell’area, il governo del Presidente Hosni Mubarak, reagendo alla paura dell’epidemia di influenza suina nel 2009, ha deciso di uccidere tutti i maiali in Egitto, inclusi migliaia di suini tenuti dai netturbini, che li utilizzavano per consumare i rifiuti organici o ne vendevano la carne.

Dalle strade del quartiere l’opera appare divisa in frammenti: come un caleidoscopio che comprare sopra il cortile in cui i membri di una famiglia cercano con attenzione di riciclare borse di spazzatura, o un mosaico che si staglia su un terrazzo occupato da una manciata di pecore. La dimensione del murales sembra avvolgerti da ogni dove ed è interamente visibile da Mokattam Hill, ai margini del distretto, vicino ad una famosa cattedrale scolpita all’interno di una gotta.

Visti da qui, i colori interrompono la monotonia delle facciate tutte color rosso mattone, distinguendo questi edifici dai migliaia sorti nella città durante gli ultimi decenni, con controlli pressoché assenti, in un goffo tentativo di contenere la popolazione del Cairo in continua espansione.

Nei giorni successivi al completamento del murales, gli abitanti di Manshiyat Naser sembravano non aver fatto troppo caso al messaggio: soltanto in pochi, infatti, si erano inerpicati sulla collina per godere della vista completa e appena una manciata avevano idea di cosa dicesse la calligrafia.

Al contrario, la gente era profondamente colpita dal fatto che eL Seed e i suoi amici si fossero degnati di viaggiare fino al Cairo e che si fossero immersi nel quartiere, sfidando pregiudizi e preconcetti che nel corso del tempo hanno portato l’area a veder scomparire i propri turisti. Semmai l’unica lamentela è stata che l’artista avrebbe potuto dipingere ancora più case.

“I turisti erano soliti giocare con i figli qui e parlare con le persone” dice Boutros Ghali, un negoziante di 24 anni, mentre piazza una sua foto assieme a dei visitatori, tra i quali un giovane algerino, nella parete del suo negozio. “Noi, le persone del posto, li amavamo e col tempo ci eravamo abituati alla loro presenza e a trattarli da ospiti. E quando i turisti se ne sono andati, la gente divenne molto triste”.

se voleste conoscere altri viaggi e altre destinazioni del nostro Andrea, ecco alcuni dei suoi ultimi articoli

Il sesso mi fa orrore

Non sempre l’arte nasce dalla volontà dell’artista  di imprimere sulla tela o attraverso altri mezzi la realtà o le emozioni a volte una malattia, un’allucinazione, un’ossessione diventa opera. 

di Elena Melloni Gandolfi

Yayoi Kusama nasce in Giappone nel 1929 da una famiglia conservatrice, da piccola le viene diagnosticato una sindrome di depersonalizzazione, una patologia psichica, che le ha sconvolto la vita e che la rendeva completamente distaccata da se stessa e dal mondo circostante; nel 1958 neanche trentenne si trasferisce a New York. L’artista tutt’ora vivente, ultranovantenne, è molto apprezzata in America.

L’arte è sempre stata la miglior medicina per i suoi collassi nervosi, le sue ossessioni si trasformano in opere d’arte, allontanandola dagli impulsi suicidi.

La ripetitività e la successione di elementi a reticolo, le immagini costruite con tanti tocchi di pennello puntiforme inseriscono la Kusama sulla scia  del fenomeno artistico del Divisionismo. Le sue opere a base di puntini con le sue varianti mescolati alla tecnologia si trasformano sino ad arrivare ai pixel.

I pois di Yayoi Kusama.
Immagine da d-art.it

La situazione artistica americana alla fine degli anni cinquanta ruota intorno al movimento New Dada, è qui che i pixel ed i pois si allargano su piani liberi e nascono le prime tele di grandi dimensioni come Infinity Nets. Intorno agli anni sessanta i pixel nella sue opere si allargano ulteriormente a contagiare gli spazi, come semi di un terreno, crescono e subiscono una metamorfosi anatomico – sessuale, diventano falli e iniziano così le prime opere e performance a sfondo sessuale.

Grandi peni invadono le sue opere d’arte a volte moltiplicati dall’uso dello specchio,come ad esempio Accumulation No. 1 (1962), una poltrona di organi genitali maschili, Accumulation No.2 (1966),  la Kusama si sdraiata nuda con il corpo cosparso di pois in posizione provocante in un prato di falli.

In Travelling Life (1964) l’artista attraverso una scala ci indica la strada verso l’Eden con l’aggiunta dei simboli fallici quali simboli del piacere puro.

Per la prima volta, in Aggregazione: show con mille barche (1964), l’artista celebra l’organo genitale femminile: una barca a forma di vagina stracolma di falli, simbolo di fecondazione in cui, lei stessa, appare nuda e girata di spalle, le pareti nel contempo riproducono la fotografia della medesima barca.

L’idea dell’amplesso è incarnato dalle scarpe straripanti di peni in Untitled Accumulation (1963) o crescono sulle sedie, sui vestiti o su un tavolo imbandito.

Tra le performance della Kusama merita interesse quella contro la guerra in Vietnam dal titolo Happening nudo – Orgia e bandiera incendiata (1968), dove i  protagonisti girano per il  ponte di Brooklyn nudi, con il corpo a pois, mentre bruciano la bandiera americana. Tra i partecipanti c’è anche l’artista stessa, in questo caso come nelle altre performance prese in esame successivamente è vestita.

Yayoi Kusama al lavoro.
Immagine da kristallwelten.swarovski.com

Nella Kusama è già insito lo spirito che poi incarnerà tutte le contestazioni che culmineranno nel 1968, periodo di grandi cambiamenti politici, sociali e culturali. Sono questi gli anni delle rivendicazioni sessuali, dell’amore libero e la Kusama interpreta questi ideali attraverso le sue performance come in Happening “The Anatomic Explosion” (1968) in favore dei matrimoni tra omosessuali, o di  derisione del potere come  in Alice In Wonderland (1968). Il suo stato mentale d’altronde è simile a quello della protagonista, Alice, che si trova nel Paese delle Meraviglie.  

Decisa a cambiare la mentalità retrograda del suo Paese, ritorna in Giappone con la speranza di migliorarlo ma la fama la precede e il popolo non è pronto a questa “rivoluzione” a tal punto che viene rifiutata anche dalla stessa sua famiglia.

Da metà degli anni settanta a causa del progredire dei suoi disturbi è ricoverata in un ospedale a Tokyo dove non ha smesso di dipingere.

Una miriade di falli non si erano mai visti, se non nelle opere della Bourgeois, l’arte della Kusama generata dall’aggravarsi della sua malattia esprime il suo disagio interiore. Le sue ossessioni sono legate al genere umano e investono il corpo e il sesso che come dice le fa letteralmente orrore.

Questa artista minuta dai vestiti stravaganti,  ha influenzato artisti come Andy Warhol, Roy Lichtenstein e attraverso le sue ripetizioni seriali ha creato uno stile del tutto originale.

Fonti:

– F.Fabbri, Lo zen e il manga Arte contemporanea giapponese, Bruno Mondadori,Milano, 2009. 

L’uomo che cambiò la moda

Le regole delle grandi copertine di moda americane furono decise da un tedesco ebreo che stava cercando di fuggire dalla guerra, nella valigia un grande sogno: la fotografia. Una rivoluzione straordinaria che ancora oggi fa scuola.

di Silvia Michelotto

Mi vuoi sposare?

Erwin Blumenfeld ripete questa domanda mille e mille volte tra gli anni ’40 e ’50 nel suo studio fotografico vicino a Central Park a New York. Eppure all’altare ci andò solo una volta, nel lontano 1920, ad Amsterdam, con la donna che lo accompagnerà per tutta la vita. Quella domanda, però, aveva uno scopo artistico: le donne davanti al suo obiettivo sorridevano, ammorbidendo e ingentilendo i propri tratti. 

Ci sembra strano che fosse necessario rendere ancora più radiose donne di quel calibro, perché tra coloro che posarono per Blumenfeld ci furono Grace Kelly, una giovanissima Audrey Hepburn e Carmen dell’Orefice fu consacrata nell’Olimpo delle Top Model proprio grazie a una sua foto. Se si voleva tornare alla ribalta, iniziare la scalata al successo o celebrare il momento clou della propria carriera bisognava farsi fotografare da Blumenfeld!

Erwin aveva 44 anni quando arrivò con la famiglia e una valigia di cartone in America. La sua passione per la fotografia, nata quando era ancora un pargoletto, lo aveva condotto lentamente al 1938, quando ricevette un ingaggio per Vogue Francia. Fu l’inizio della sua rivoluzione: niente più modelle-manichini,  bensì donne piene di energia, dotate di un forte senso di libertà artistica. Tra le fotografie più importanti di questo periodo ci furono la serie della Ragazza sulla Tour Eiffel, un’immagine all’epoca considerata audace e fuori dalle regole.

Carmen dell’Orefice (1956)

Il lavoro per la nota rivista di moda francese durò poco purtroppo, obbligando i Blumenfeld a partire per la Grande Mela chiedendosi se sarebbero riusciti a riavere il successo che il capofamiglia aveva tanto faticato a raggiungere. Eppure, due giorni dopo, aveva già un contratto per Harper’s Bazaar, il più importante giornale d’alta moda americana dell’epoca. Gli fu data la più totale libertà di sperimentazione, diventando il fotografo più importante e più pagato del suo tempo: era il fotografo giusto al momento giusto, perché solo uno sguardo esterno, straniero, poteva cogliere la grande rivoluzione sociale e stilistica che stava avvenendo in quegli anni nel Nuovo Mondo.

A lui spettano tutti i grandi onori come quello di ritrarre, all’interno di Rage for color (1952), Bani Yevelston, la prima modella afroamericana che calcò le passerelle statunitensi. Nonostante la donna sia sulla estrema sinistra, una posizione che permetteva ai lettori poco soddisfatti di strapparla facilmente, senza rovinare l’immagine, ella cattura totalmente l’attenzione, grazie al contrasto tra la pelle scurissima e il viola intenso e semitrasparente che la incornicia.

Rage of color (1952)

Il suo scopo era quello di creare un’icona ad ogni scatto, creando qualcosa che colpisse l’immaginario e che rimanesse impressa nella mente della collettività. Da questo punto di vista, sicuramente, il suo massimo successo fu Doe Eye: un occhio con un ombretto azzurrino e incorniciato da un nerissimo eyeliner, delle labbra rosso rubino e un neo  nelle vicinanze. Il tutto si staglia su uno sfondo completamente bianco, non ci sono altri indizi su come sia il volto della donna. Un’immagine che rimane impressa e che tantissimi altri artisti hanno cercato di riproporre, tra gli ultimi il fotografo Solve Sundsbo che ha pensato di dare vita a questa iconica immagine per la campagna pubblicitaria per il make up del marchio Chanel.

Doe Eye
Audrey Hepburn (1952)

Colori forti, sovrapposizioni, trasparenze e contrasti erano le armi che Erwin utilizzava per riuscire a rappresentare la sua donna perfetta, era alla continua ricerca del prototipo della bellezza ideale, ma che non rimanesse fermo alla mera estetica, bensì indagasse un aspetto più intimo. La domanda con cui abbiamo aperto questo articolo non era mera frivolezza, doveva far emergere l’emozione – che sia gioia, amore, sorpresa, confusione – di una donna. Essa non era mai un banale insieme di carne, per Blumenfeld era un essere sociale complesso e il suo scopo era, appunto, quello di cogliere nei volti delle sue modelle i più intimi segreti.

Erwin Blumenfeld a lavoro
Grace Kelly (1955)

L’arrivo degli scoppiettanti anni Sessanta, però, sancirono la fine dell’epoca d’oro del fotografo tedesco. Nonostante dimostrò di poter portare la grazia e l’innovazione delle sue fotografie su pellicola, dirigendo e realizzando il suo primo film di moda, la moda stessa e il pubblico si stavano evolvendo, scoprendo nuove esigenze e desideri. Le fotografie di Blumenfeld, per così tanto tempo considerate rivoluzionarie, era diventate tradizionali, la regola, quella che lui stesso aveva superato tempo prima. Fu così obbligato a mettere la macchina al chiodo e salutare il mondo patinato delle riviste di moda.

Ormai, era ora di voltare pagina.

Fonti:

– M.Métayer, Erwin Blumenfeld, Phaidon, 2004; Stern fotografie Portfolio n.65, TeNeues, 2012.

Palmanova, una città stellare (Friuli-Venezia Giulia)

Per chi non conosce il Friuli, piccola regione tra le montagne ed il mare, è difficile immaginare, che tanta bellezza si racchiuda in quel lenzuolo di terra che molti confondono per il Veneto (no, non siamo un’appendice della Serenissima, o almeno non più.

di Jessica Caminiti

Oltre a Udine, capoluogo indiscusso dell’antico Friuli, di cui vi abbiamo già parlato qui, una delle città che sicuramente richiede la nostra attenzione è Palmanova.

Palmanova ha una strana storia, come molte città della regione difatti si trova a passare di mano in mano a diverse potenze, prima fra tutti i Veneziani a cui deve il nome. Originariamente Palma è stata pensata come città-ricordo della vittoria della Battaglia di Lepanto, difatti la pianta simboleggia da sempre la vittoria. Dovremo aspettare l’arrivo di Napoleone Bonaparte, il quale aggiungerà la desinenza nova, quando costruì la terza e ultima cerchia di mura.

Partiamo dal principio, ovvero se si guarda la città chiamata Palme in friulano (un po’ di sano campanilismo) si vedrà un’enorme stella in mezzo alla pianura, questo grazie al susseguirsi di fortificazioni, che portarono al continuo ampliamento di esse con nuove mura e fossati, fino a farla sembrare una vera e propria stella a nove punte

La città di Palmanova

La prima volta che essa divenne territorio veneziano, fu grazie al Trattato di Worms, che la Serenissima stipulò con la vicina Austria dopo un’estenuante guerra, che la portò a perdere importanti territori come la vicina e strategica Fortezza di Gradisca. Questa dieta, tenutasi in Germania e presieduta dall’imperatore Carlo V d’Asburgo in persona, pose strani confini, creando delle enclavi e una geografia a macchia di leopardo invase tutta la regione del Friuli, zona contesa tra le due potenze. 

I primi a panificare quindi un giro di mura furono i Veneziani, i quali nel lontano 1593 iniziarono la costruzione delle stesse e dei cosiddetti rivellini. Guidati da Giulio Savorgnan, in 30 anni vennero eretti gli edifici centrali e le punte dei bastioni creando così i limiti per la costruzione della cinta. L’ultima operazione fu l’erezione anche di alcuni dei rivellini, i quali sono un tipo di fortificazione autonoma che presiede il vero centro della fortificazione più ampio e grande. In un secondo momento, sempre ad opera dei veneziani, furono pianificati anche i rivellini mancanti e una seconda cerchia di mura fu eretta a protezione della città. L’ultimo giro di fortificazione fu fatto, come abbiamo accennato in precedenza, da Napoleone, che rafforzò le difese prima di abbandonare con le sue truppe il Friuli nel 1813.

Palmanova oggi

Tanti giri di mura, tante pietre appoggiate per rendere questo piccolo comune friulano un capolavoro. Questa stella nata come macchina da guerra per attaccare e difendersi in un luogo dove le contese geopolitiche erano molte, dal 1960 è monumento nazionale e dal 2017 è entrata di diritto tra i monumenti UNESCO che il nostro Paese può annoverare, anche grazie alla perfezione simmetrica con cui è pensata nella sua interezza. Dalla piazza esagonale si irradiano le sei vie principali, che delimitano le sei contrade ed essa è ornata dalle statue settecentesche rappresentanti i Provveditori generali, che ressero la città. Tre di queste strade portano anche ai tre principali ingressi della città: porta Udine, porta Cividale e porta Aquileia. Quest’ultima, chiamata anchePorta Marittima, è la più monumentale, la più elegante, concepita già nel 1598 fu pensata come ingresso di rappresentanza per i visitatori importanti.

Porta Aquileia, l’ingresso monumentale della città

Se si guarda dal basso Palmanova senza sapere la sua storia, non sembra niente di troppo speciale, una fortezza come tante altre, certo sicuramente ben conservata e con ricordi bellici come le polveriere napoleoniche o le ruote del ponte levatoio in porta Udine, ma niente di strano, anche perché fortificazioni se ne vedono in ogni dove. Eppure appena si scopre la sua forma sembra magica, ci si dimentica quasi della sua funzione rimanendo incantati dalla docilità con cui ci guarda ora durante questa apparente eterna pace. 

Palmanova è il perfetto esempio di fortezza militare, grazie alle sue possenti mura e allo stesso tempo ci ricorda le piante perfette ricercate in periodo rinascimentale, grazie alla sua estrema simmetria e all’ordine che ci accoglie ogni passo. Che sia questo strano incontro tra ricercatezza e funzionalità, tra intelletto e guerra a renderla così speciale?

Cosa succede dopo la fine dell’arte?

Oggi vi pongo la domanda del secolo, anzi dei secoli, per meglio dire, ovvero: che cos’è l’arte? Beh, diccelo tu, risponderete, visto che sei laureata in questa materia. Ebbene, dispiace deludervi, non posso darvi una risposta esatta, l’arte è un qualcosa di troppo astratto per essere definita in una nozione chiusa e precisa, non è mica una formula matematica.

di Jessica Colaianni

Tuttavia, nel corso degli anni, in particolare da quando è nata la critica d’arte come vera e propria disciplina, si è cercato di teorizzarla quanto il più possibile come se essa fosse una scienza e sono tanti gli studiosi che si sono posti tale domanda e hanno cercato di dare una risposta. In questo articolo vi voglio parlare nello specifico di una riflessione nata da uno studioso americano, Arthur Danto, il quale pubblica nel 1984 un saggio dal titolo eloquente, La fine dell’arte. Per lo storico l’arte ha una fine in una data ben precisa. Siamo nel 1964 e alla Stable Gallery di New York viene esposta la prima Brillo Box di un artista emergente, Andy Warhol. Ve ne abbiamo già parlato in altri articoli, gli anni Sessanta si riconoscono per la diffusione delle poetiche dell’oggetto, i tableaux pièges di Spoerri, le compressioni di César, la Merda d’artista di Manzoni, il Letto di Rauschenberg. 

Brillo Box, A. Warhol – 1964, Moma
Bed, R. Rauschenberg – 1955, Moma
compressioni, Cèsar – Centre Pompidou

Gli oggetti d’uso quotidiano entrano di diritto nell’arte e diventano protagonisti dei messaggi degli artisti. Quale oggetto rappresenta al meglio questo periodo se non la Brillo Box, simbolo per eccellenza della società dei consumi americana? Forse non tutti lo sanno, ma in realtà l’opera di Warhol non è una vera confezione del detersivo più usato dagli americani al tempo, ma una sua riproduzione fedelissima nelle dimensioni e nella grafica. Per Danto quindi questo è il punto di partenza, ma la vera domanda da porsi non è più “cos’è l’arte?” ma “cosa distingue un’opera d’arte da un semplice oggetto nel momento in cui essi siano visivamente indistinguibili?” Per lo studioso in realtà non si tratta della fine dell’arte in sé per sé, ma della fine della storia dell’arte così come la conosciamo. Precedentemente agli Sessanta e Settanta, infatti, la storia dell’arte segue una sua linea temporale ben definita scandita da movimenti artistici che adottano per lo più strumenti tradizionali, quindi pittura e scultura, fatta eccezione per il maestro Duchamp che è un caso unico e raro, colui che ispirerà appunto gli artisti della seconda metà del Novecento. Per quanto le cosiddette avanguardie storiche siano state rivoluzionarie nel cambiare radicalmente il far arte, allontanandosi consapevolmente dalla critica che negli stessi anni cercava invece di ingabbiare l’arte in concetti e canoni precisi, essi operano comunque per lo più realizzando quadri e sculture. Dagli anni Sessanta invece questo cambia, gli artisti cominciano ad adottare sempre più mezzi alternativi, attingendo direttamente alla realtà. Allo stesso tempo assistiamo a un pluralismo, oltre che di strumenti, di poetiche, messaggi, intenti. Sono gli anni in cui assistiamo agli ultimi veri e propri movimenti, gruppi di artisti che si riconoscono e operano sotto delle determinate caratteristiche, cosa che ormai non vediamo quasi più verificarsi. Per Danto, quindi, non viviamo più in una storia che si dispiega in una narrazione razionale, una linea orizzontale progressiva e ordinata come prima, ma viviamo in un’era che egli definisce come post storia, dove vige il pluralismo. Nei suoi scritti Danto si contrappone al collega Greenberg, autore nel 1960 della Pittura Modernista, il quale riconosce nella pittura la  vera e unica arte, contrapposta a tutta il resto, considerata dal critico impura e non appartenente all’ambito della storia. Greenberg è un grande appassionato di Pollock e dell’Espressionismo astratto e il suo scritto viene pubblicato alla soglia della nascita delle poetiche dell’oggetto quindi può risultare del tutto anacronistico rispetto a ciò che è avvenuto. Danto, invece, fa un’analisi corretta di quegli anni riconoscendo e appoggiando gli artisti i quali, liberi dal fardello della storia, possono finalmente esprimersi come meglio credono, senza apporre ad essi nessun limite di immaginazione e creatività.

copertina del libro

Per Danto non esiste un’arte più vera delle altre, né una modalità esclusiva con cui essa debba manifestarsi: tutta l’arte è ugualmente e indifferentemente unica. E questa, a mio parere, è la caratteristica più bella dell’arte, poter essere qualsiasi cosa. 

Fonti:

– A. C. Danto, Dopo la fine dell’arte. L’arte contemporanea e i confini della storia, Bruno Mondadori Milano, 2008.

Vogliamo veramente sapere chi è Banksy?

Con questa domanda, mi sono messa da sola in difficoltà. Di natura curiosa, voglio sempre sapere tutto, anche quei misteri inspiegabili che da sempre affollano la mia mente. A livello artistico ce ne sono sono tanti: voglio sapere se dentro il barattolo della merda d’artista, c’è veramente quello che l’etichetta prevede, voglio conoscere il famoso film di Malkovich che uscirà 100 anni dopo, voglio sapere chi è Banksy.

di Jessica Caminiti

O almeno dovrei dire vorrei, perché la bellezza dell’arte è proprio nella capacità di lasciare questi misteri intatti, senza fretta far credere un po’ nella magia che molte volte è il messaggio più dell’esecuzione stessa. Vorrei, ma so che non voglio realmente. La volontà del mistero, deve rimanere tale purché esso mantenga il suo messaggio iniziale e così deve rimanere l’identità di Banksy.

Il famoso writer ha colpito ancora, facendo parlare di sé, di questa figura ignota che utilizza l’arte non solo per la sua intrinseca bellezza estetica, ma anche come mezzo di comunicazione con le masse, non a caso – a mio parere – la sua arte musealizzata non può essere compresa al 100%. Vi abbiamo già parlato di quando a Venezia fece spuntare una bambina migrante contro l’abbandono delle navi in mare (di cui vi abbiamo parlato qui), contro le morti nel Mediterraneo e da lì molte altre campagne di sensibilizzazione sono state le sue campagne politiche. 

Forse non sapremo mai chi si cela dietro questo nome, ma di certo non possiamo dubitare sulle sue intenzioni artistiche e politiche: richiede l’indipendenza palestinese, ostacola la costruzione di muri fisici e mentali tra popoli e attraverso sferzanti e diretti graffiti racconta la realtà e i soprusi che ci circondano. Una madre addolorata piange sulla porta del Bataclan, una bambina disillusa dalla vita distrugge il palloncino a forma di cuore che da sempre rincorreva e per non parlare di Dismaland, la sua più grande installazione a cielo aperto. Il parco pensato come risposta a Disneyland, che rappresenta la realtà dei fatti, l’anarchia che dobbiamo ricercare per non essere inghiottiti dal potere e dalla falsità con cui esso si presenta a noi. 

Tutte cose molto belle, come sempre l’arte parla, ma se rimane fine a sé stessa cosa riesce a dare se non la sua visione del mondo? Così Banksy decide di fare il passo successivo, creare qualcosa di artistico, sovversivo e utile allo stesso tempo. Non è la prima volta che qualche artista parla della questione migranti oltre al writer britannico, per citarne uno tra i tanti, c’è il nostrano Federico Clapis.

video di Welcome (?) di Federico Clapis

Una bambola di colore rappresentante un neonato appoggiato ad uno zerbino con scritto “welcome” viene calata dalla Mare Jonio in pieno Mediterraneo per alcune ore. Welcome(?) nel video viene accompagnata dalla canzone Il cerchio della vita del colosso Disney, che tutti conosciamo, ovvero il Re leone. La cosa che fa pensare è proprio il contrasto non solo tra innocenza, che la Disney propone e la tragedia in mare, ma anche tra la nascita della vita che questo inizio film propone e la fine di essa, che invece la bambola implica nel suo essere immobile in mezzo al mare. Trasportata dalle onde, lo scandalo è stato subito alle porte, non solo per il messaggio dell’artista, ovvero il peso sulla coscienza che dovremmo sentire tutti noi per queste morti indegne ed evitabili in mare, ma anche perché il progetto più grande prevedeva che i soldi ricavati con la battuta all’asta dell’opera sarebbero serviti a finanziare la Mediterranea saving humans

È passato un anno da quest’opera, per non considerare quanti ne sono passati dalla prima volta che abbiamo sentito della prima morte nel Mediterraneo, eppure dobbiamo ancora parlarne, perché le posizioni diventano sempre più chiuse in sé stesse portando a continuare a mietere vittime innocenti, che hanno solo commesso l’errore di cercare qualcosa di più oltre la guerra e la distruzione, vittime che stanno cercando una vita migliore, lontana dalle guerre iniziate dagli Occidentali.

Ciao Pia, ho letto di te sui giornali. Sembri una tipa tosta. Sono un artista britannico e ho fatto alcuni lavori sulla crisi dei migranti, ovviamente non posso tenere per me i soldi che ho guadagnato. Puoi usarli per comprare una barca o qualcosa del genere? Per piacere, fammi sapere. Complimenti! Banksy

con queste parole l’artista britannico avvicina l’attivista Pia Klemp e proprio da questa mail che nasce il progetto Louise Michel, una barca per salvare vite nel Mediterraneo. Possiamo solo immaginare la faccia sconvolta e felice della Klemp alla notizia che un nuovo yacht avrebbe solcato quelle onde. Lo yacht lungo 31 metri  e battente bandiera tedesca, precedentemente era appartenuto allo Stato francese, e a fine agosto ha fatto il suo primo salvataggio in solitaria. Il nome della barca già denota uno smacco alle autorità, difatti Louise Michel era un’anarchica femminista francese conosciuta come “the grande damme of anarchy”, poiché combatteva per i diritti di equità, tanto tuttora ancora ricercati, non solo tra sessi, ma anche tra tutti gli esseri umani. Il primo a diffondere la notizia della barca è stato il The guardian, che ha fatto sapere, che è partita in tutto segreto il 18 agosto dal porto spagnolo di Burriana, vicino Valencia e il primo salvataggio con 89 persone, fa sapere sempre la testata britannica, avrebbe a bordo 14 donne e 4 bambini.

Lo yacht finanziato da Banksy, la Louise Michel
La bambina di molte opere di Banksy, che cerca di raggiungere la sua salvezza

La Louise Michel si fa notare in mezzo al mare grazie al suo colorato scafo bianco e rosa, ma soprattutto per la famosa bambina con il palloncino di Banksy modificata e carica di un nuovo significato. L’innocenza è persa del tutto, la bambina non guarda più sorpresa e smarrita il palloncino che le vola via dalle mani, ma cerca di raggiungere un salvagente rosa a forma di cuore, che potrebbe rappresentare la sua unica possibilità di sopravvivenza. Ovviamente la notizia ha fatto il giro del mondo, tra chi lo reputa l’ennesimo artista comunista e sinistroide e chi invece per l’ennesima volta ammira le sue scelte. 

Ve lo devo dire, sono stata turbata, ne ho parlato e riparlato di questo atto così sovversivo e lo posso dire? Mi sono incazzata come sempre. Mi sono chiesta, perché esistano ancora persone che non vedono l’ora che queste persone soccombano in mare, perché di fronte all’ennesima tragedia molta gente si giri dall’altra parte, perché decisioni politiche veramente non avvicinano alla ricerca di una soluzione. Perché? Poi è nato un barlume di speranza, in questo caso non è l’arte che salva il mondo, sono queste persone che usano l’arte come grancassa sociale e politica, che riescono a concentrare l’attenzione, riescono a focalizzare. “Non vedo i salvataggi in mare come un’operazione umanitaria, ma come parte di una lotta antifascista”, queste sono le parole della Klemp e sono applicabili a molte altre questioni aperte con cui il mondo si sta scontrando. L’arte può solo aiutare a non solo vedere, ma far guardare cosa sta succedendo a chi non vuole realmente focalizzare il suo sguardo e solitamente si gira dall’altra parte). 

La Louise Michel durante le sue operazioni di salvataggio

Per chiudere vorrei veramente incontrare Banksy? La parte più romantica di me dice no; la parte attivista sì. Anche soltanto per ringraziarlo per le mille opere che parlano da sé. Esse combattono per il clima, come il graffito con il bambino che confonde i residui dell’inquinamento per neve, per la democrazia, come l’opera in cui una candela brucia la bandiera americana dopo l’ennesimo sopruso e l’ennesimo morto, per la giustizia, come la Louise Michel, che non solo parla, ma anche agisce.

Opera ritrovata sulla parete di un garage in Scozia, dove un bambino confonde i residui del fuoco per docile neve
Opera spuntata sui social durante il periodo delle manifestazioni contro la morte di George Floyd. L’opera esplicita tramite immagini la fragilità della democrazia americana

Fonti

https://www.lbbonline.com/news/federico-clapiss-haunting-migrant-tragedy-art-for-mediterraneansaving-humans

https://www.theguardian.com/world/2020/aug/27/banksy-funds-refugee-rescue-boat-operating-in-mediterranean

I maestri di tatuaggi (Cina)

Le braccia sono quelle di un giovane alto, dai muscoli tonici e la pelle compatta. Un braccio è ricoperto dalle righe ben marcate di caratteri cinesi tinti di nero che dalla spalla scendono fino al polso. Non si tratta dell’unico arto: in tutto se ne contano almeno 10, e sono tutti ammassati in un cumulo senza corpo sopra la scrivania di Wu Shang.

di Andrea Ferro

Queste braccia non sono altro che modelli commissionati dall’artista, un tatuatore della città costiera di Wenling e sono realizzati con gomma di silicone che non solo sembra esteticamente vera pelle ma, cosa cruciale per Wu Shang, dà proprio la sensazione di vera pelle al tatto. Avendo visto centinaia delle sue opere d’arte attentamente decorate uscire dallo studio per poi iniziare a girare tra le vie della città, Wu Shang ha voluto tenersene alcune per decorare le pareti “Altrimenti, qualche foto imperfetta è tutto quel che mi rimane”.

A prima vista, questi potrebbero sembrare i tatuaggi più strani e particolari della Cina, ma a dir la verità fanno parte di un trend molto più esteso. Braccia, schiene e gambe tatuate stanno velocemente diventando sempre più comuni nelle città più popolose del Paese. La delicata flora e la fauna dell’arte tradizionale cinese sono migrate dalla carta di riso ai corpi, sospinte da una rivoluzione delle tecniche. E le innovazioni di cui i tatuatori cinesi sono pionieri per il loro mercato in espansione stanno trasformando l’arte della pelle tatuata ovunque.

Il Partito Comunista Cinese non è annoverato tra i sostenitori dell’arte dei tattoo. Al contrario, il PCC vede i tatuaggi come avatar indesiderati della cultura hip-hop, cavalli di Troia che potrebbero aprire la strada ad ulteriore depravazione. In un goffo tentativo di controllare questa moda sempre più diffusa, il più grande regolatore dei media cinesi ha decretato che gli attori non potessero esibire i propri tatuaggi in televisione. Ai giocatori è stato inoltre imposto di coprirli prima di scendere in campo.

Bisogna aggiungere che il Partito ha saputo mostrare all’occorrenza anche una certa dose di flessibilità, cedendo alla realtà dei fatti. L’Esercito di Liberazione Popolare ora permette alle proprie reclute di avere piccoli tatuaggi, per esempio. Storicamente, la pratica dei tatuaggi non è una novità in Cina. La letteratura dalla dinastia Tang (618-907 a.C.) descrive a più riprese persone tatuate con scene di bellezze naturali e versi di poesie. Senza dubbio, il tatuaggio più famoso nella storia cinese appartiene a Yue Fei, un generale del 12° secolo (dinastia Song), venerato ancora oggi in Cina: quattro semplici caratteri incisi sulla schiena, “jing zhong bao guo”, ovvero “servire il reame con totale lealtà”.

Questi episodi, in ogni caso, restano eccezioni positive. Per la maggior parte della storia cinese, i tatuaggi sono stati visti come segni che indicavano problemi e pericoli. Essi erano il tratto distintivo dei barbari delle terre di frontiera, dei ladri, banditi e criminali, i cui volti venivano talvolta marchiati con tatuaggi come punizione. Alcuni ritengono che il Confucianesimo stesso tenda a disapprovare la pratica dei tatuaggi, visti come segni di empietà filiale che danneggiano il tuo corpo, concepito soltanto come un’estensione dei tuoi genitori.

La moderna infatuazione della Cina per i tattoo iniziò negli anni Ottanta, quando le tendenze di moda straniere entrarono nel Paese, che a poco a poco iniziava ad aprire i propri confini al mondo esterno. I saloni dei tatuaggi iniziarono poi a spuntare nelle città maggiori, soprattutto a Shanghai e Pechino. Gli artisti imitavano e riproducevano i motivi artistici già popolari altrove. Ma, a partire dalla fine degli anni Novanta, uno stile cinese unico ha iniziato ad emergere, come ben testimoniato dai lavori di Shen Weiguo, un affabile signore il cui studio a Shanghai resta tuttora un’istituzione nella scena cinese odierna.

Ispirato dalla passione giapponese per le immagini dense, impregnate di leggende storiche che coprivano l’intera schiena, il signor Shen è anche un ammiratore della pittura ad olio occidentale e del patrimonio culturale cinese. Queste influenze si sono fuse tra le sue mani dando vita a ciò che divenne noto come “la scuola neo-tradizionale cinese”, simile ai tatuaggi associati ai gangsters della Yakuza giapponese ma con contenuti cinesi e colori più sgargianti (pensate a più draghi, meno onde e meno regole rigide). Non che a Shen piaccia essere definito neotradizionalista “Ci sono girato attorno per molto tempo. Appena ti definisci come questo o questa cosa, smetti di evolvere” ha affermato in una recente intervista.

Altri due stili distintamente cinesi stanno sempre più superando la scuola neo-tradizionale in popolarità. Uno è la calligrafia classica, aggiornata con una sensibilità moderna. I caratteri cinesi spesso appaiono pure nei tatuaggi occidentali, ma in questi ultimi il più delle volte si presentano come scritture semplici e basilari. Al contrario, Wu Shang e gli altri tatuatori in Cina applicano tratti audaci e ricchi d’inventiva (vedi sotto). 

L’altro stile è un’approssimazione della pittura ad inchiostro lavabile, ciò che contraddistingue da sempre i paesaggi tradizionali cinesi rappresentati sullo sfondo. Tra gli esponenti più fini ci sono Joey Pang (vedi sotto) e Chen Jie (vedi l’immagine principale), due donne che hanno iniziato nei primi anni 2000, la prima ad Hong Kong, la seconda a Pechino. 

Orchidee che sbocciano sopra le basi del collo; un trespolo di usignoli in fila che si rincorrono tra le spalle e sotto le braccia, una montagna nascosta dalla nebbia che si sviluppa lungo le clavicole. I loro tatuaggi hanno una qualità quasi eterea, come se fossero sospesi e galleggiassero sopra la pelle. E, cosa altrettanto importante, sono perfetti per l’epoca dei social media. Chen ha più di 420,000 followers su Instagram.

Come accade sempre più al mondo d’oggi, alcuni tra i migliori tatuatori cinesi hanno preso parte a trainings di arte formale prima di scegliere inchiostro e pelle come loro veicolo prediletto. Wu Shang, per esempio, ha frequentato la prestigiosa China Academy of Art a Hangzhou, dove ebbe la possibilità di studiare la pittura degli Impressionisti. Tra le altre cose, afferma di aver scelto Wu Shang come proprio nome d’arte come un tributo all’artista francese Paul Cézanne, volendo significare “Io non sono Cézanne”. Per pura coincidenza, o forse no, l’espressione può anche significare “Nessuno è migliore di me”. 

Per i laureati delle scuole dell’arte, il potenziale lucrativo dei tatuaggi esercita un grosso fascino. Un famoso tatuatore può arrivare a costare 3,000 yuan (435 dollari) all’ora. I puristi temono che compensi di tale portata abbiano creato pressioni inattese. Considerate il fatto che Pang, la pioniera della pittura ad inchiostro lavabile di Hong Kong, ha trascorso un decennio studiando sotto la guida di un maestro calligrafo. Appena la sua fama si sparse, la gente arrivava al suo studio da ogni dove. Nel 2017 la sua lista d’attesa era già piena per i successivi tre anni: “Ho bisogno di tempo per riflettere e disegnare prima di lavorare sulla pelle e non ne avevo” afferma lei. Suo marito era anche suo socio d’affari. Quando la loro relazione finì, lei lo lasciò e se andò a Dali, una cittadina incastonata tra le montagne nella provincia sud-occidentale dello Yunnan, suo paese natale.

Dopo un paio di anni trascorsi a combattere una profonda depressione, Pang sta tornando all’arte dei tattoo con uno studio nuovo. E vi assicuro che non sembra minimamente uno di quei covi squallidi dell’immaginazione popolare. Sembra piuttosto la stanza di una residenza di campagna con enormi vetrate che danno su un cortile addobbato per il servizio del thè. “Qui posso riconnettermi alla mia arte”, ha dichiarato nella prima intervista dalla sua scomparsa. E aggiunge una promessa per i clienti precedenti: completerà i loro tatuaggi lasciati a metà gratis, se verranno a Dali.

L’abilità di Pang nel creare opere d’arte sulla pelle che sembrano fatte ad acquerello è il risultato di impressionanti miglioramenti nell’attrezzattura per fare i tatuaggi, ciò si collega alla crescita della Cina come potenza manifatturiera. I tatuatori erano soliti fare affidamento su macchine basate su delle bobine che producevano un tremolio costante man mano che l’ago rimbalzava su e giù. Negli ultimi due decenni, molti artisti hanno optato per nuove alternative, più leggere e meno rumorose, con motori più efficienti. Ciò ha permesso ai tatuatori di poter sviluppare ancora maggiore precisione potendo maneggiare due diverse combinazioni di aghi: uno dà l’effetto del segno di una penna e viene utilizzato per i contorni e le linee, l’altro più pennello piatto per la colorazione. La loro tecnica rievoca la pittura, si tratta di mescolare assieme i diversi cromatismi per generare la giusta combinazione per poi distribuirla nella pelle. 

Ma la crescita manifatturiera cinese ha partorito anche un problema: la proliferazione di macchine per tatuaggi molto economiche. Un tempo era molto complesso potersi procurare l’attrezzatura per fare i tattoo, oggi tutti gli strumenti sono facilmente acquistabili online. 

In Cina molto tatuatori preminenti stanno adottando un approccio differente, hanno fondato vere e proprie scuole. Nello studio di Wu Shang quattro studenti sono curvi sopra i pezzi di gomma di silicone, mentre tentano di ricreare le immagini che inizialmente hanno dipinto su carta. Ciò potrebbe sembrare innocuo, ma in realtà va contro un codice non scritto molto diffuso. I maestri possono prendere sotto la propria ala protettrice uno o due apprendisti, ma solo se questi si dimostrano davvero volenterosi e appassionati dell’arte. L’idea che chiunque possa farsi avanti, paghi una tassa di iscrizione e dopo un paio di mesi applichi inchiostro sulla pelle lascia i puristi inorriditi. Anche in Cina alcuni sono piuttosto critici: Shen, il neotradizionalista, afferma di aver affinato la propria tecnica lungo gli anni brandendo in mano gli aghi. “Devi capire e imparare a conoscere la relazione tra l’ago e la pelle, e questo non lo si può apprendere a scuola dall’oggi al domani”, dice lui. 

C’è, comunque, una controargomentazione: le persone negli affari stimano che la Cina ora vanti decine di migliaia di studi di tatuatori, quando dieci anni fa se ne contavano appena poche centinaia. Lo scorso anno almeno 16 fiere si sono tenute nel Paese, radunando insieme tatuatori e aspiranti tatuati. Vista la crescente domanda, la necessità di avere artisti ben preparati è evidente. Wu Shang ne è ben consapevole. Un pesce di un arancione e un giallo sgargianti dietro il suo l’avambraccio sinistro testimonia gli esperimenti su sé stesso che gli hanno permesso di affinare la sua tecnica. Chi può biasimare i suoi studenti che preferiscono iniziare su braccia finte?

L’ambiguità del doppiaggio

 “Meglio doppiato o in lingua originale?”, “Si può giudicare la recitazione di un determinato attore anche se doppiato?”, “E’ possibile aggiungere qualcosa che avvalori ancora di più il film modificando la lingua?”.

di Lorenzo Carapezzi

Queste sono domande che di solito ci si può porre quando si parla di doppiaggio. Le posizioni a tal riguardo sono molteplici, da chi esalta la scuola dei doppiatori (ormai divenuta quasi una religione in Italia) e chi, dal polo opposto, contrasta questa tecnica restando dentro il conservatorismo dell’originalità della lingua, a costo di fare su e giù con gli occhi come palline da ping pong nel leggere i sottotitoli e guardare le immagini. Entrambi i lati sono ciechi di fronte alle idee opposte.
Sfatiamo subito un grosso equivoco: i doppiaggi non sono il male assoluto della cinematografia. Immedesimare un pubblico straniero è molto più semplice e sicuro utilizzando suoni e vocaboli simili a quelli parlati. Chi fatica nel guardare i sottotitoli e lo schermo, prediligendo giustamente quest’ultimo, non deve sentirsi un menomato. Esso, al contrario, deve elogiare il desiderio di tenere fisso gli occhi sullo schermo, senza affaticare lo sguardo, questo perché segue e rispetta una delle regole non scritte, ma fondamentali del cinema: il linguaggio avviene attraverso le immagini; evitare il più possibili segni e parole. Dare nuova voce agli attori significa aggiungere al piano di lavorazione una nuova fase. Il doppiaggio acquisisce importanza tanto come la regia, la recitazione e il montaggio. La mancanza di qualità in uno di questi elementi farebbe crollare vertiginosamente la pellicola da capolavoro a “carta igienica molto scomoda”. Un compito delicato prevede una competenza magistrale. Non basta, quindi, una bella voce per fare un ottimo doppiaggio. Il doppiatore è un attore invisibile che come un fantasma si insidia tra le inquadrature e fa sfarzo della sua bellezza.

Stanley Kubrick (1928-1999)

Stanley Kubrick, il più maniaco tra gli artisti, comprendeva bene l’importanza di tale ruolo. Mario Maldesi, presidente e fondatore della Cine Video Doppiatori, raccontò in un’intervista di un regista maniacale, arrivato addirittura a pretendere di ricevere i nastri grezzi da utilizzare durante il missaggio. L’ossessione della regia, della fotografia, del montaggio si espandeva anche al doppiaggio. “Chiamava con un’insistenza maniacale, non lasciava respiro. Era l’ansia della perfezione, perché ogni sua “creatura” cinematografica doveva essere ineccepibile. Anche quella doppiata”. Il rispetto per il cinema nella sua totalità: questo era Kubrick, al di là se tutto ciò possa essere atteggiamento positivo (rispetto per il mezzo), o negativo (ossessione).

Giancarlo Giannini (1942)

Giancarlo Giannini si ritroverà i ringraziamenti personali del regista americano quando lo salverà da alcuni momenti morti di Ryan O’Neil in “Barry Lyndon” e, soprattutto, i complimenti più sentiti per l’incredibile interpretazione (e non è un termine scelto a caso) nel Jack Torrance di Jack Nicholson nel film “The Shining”.
Ma badate bene! Bisogna amare il doppiaggio senza però dimenticare il vero protagonista: l’attore. I conservatori della recitazione oltre confine hanno ragione su un punto: il vero pathos che un attore può esprimere è solo attraverso la somma e la fusione tra espressione e sentimento. Uno sguardo, triste o felice, spensierato o preoccupato, esprime una certa condizione, ma non tocca le corde del cuore. Per fare ciò serve la musica, il suono, che con le sue vibrazioni entra e perfora i sentimenti del nostro cuore. Alcuni radicali del doppiaggio sono paradossalmente rimasti a prima del 1929, quando entrò il suono nei cinematografi. Un uomo è carne e anima, la prima parla con uno strano linguaggio, la seconda traduce con i suoni.
All’interno del suddetto campo magnetico, invece, rientrano coloro i quali vanno oltre questa guerra, ormai andata così a ritroso da aver perso il senso dell’inizio: l’importanza o meno del doppiaggio, la sua aggiunta e la sua pericolosità. Quest’ultima parola centra il tasto dolente della questione di oggi: il doppiaggio è possibile considerarlo un’arma a doppio taglio? In breve, il doppiaggio, essendo così utile e importante per la trasposizione di lingua in lingua per la comprensione totale dell’immagine sonora, può diventare anche letale se messa nelle mani sbagliate?
Prendiamo un esempio che descrive appieno questa nuova polarità. Nel 2008 il regista francese Laurent Cantent contatta il professore e scrittore di successo François Bégaudeau per riadattare su pellicola il suo ultimo successo letterario “Entre le murs” (La classe), con il professore interprete di sé stesso.

locandina film “La classe”

La trama è molto semplice, ma la vera spettacolarità è giocata sulle interazioni e le emozioni dei singoli personaggi all’interno di un contesto comune: la scuola. Vediamo tipiche lezioni tra un docente che crede veramente nel ruolo della didattica come forma di progresso e una classe poco ordinaria dove ogni studente vive la propria vita affrontando i temi adolescenziali, comuni e dolorosi per tutti; assistiamo anche a riunioni di insegnanti, incontri coi genitori, difficoltà nelle relazioni, incomprensioni tra studenti e professori e molte volte tra sé stessi, ricreazioni, attività extra scolari e riunioni straordinarie. Un intero anno scolastico viene pressato e riassunto in due ore di film, senza però perderne l’intensità. E così si arriva all’ultimo giorno. Le difficoltà sono passate, ci sono solo sorrisi e il ricordo dell’anno appena passato, come piccoli boy scout seduti attorno al fuoco che raccontano la loro magica estate. Ognuno inizia a raccontare qualcosa che lo ha interessato, altri, più timidi, spiccicano qualche parola su qualcosa che ricordano di avere imparato. Suona la campanella. È l’ora di salutarsi, l’ora in cui la vera gioia inizia con l’arrivo delle vacanze. Gli studenti salutano il professore con molta fretta, poiché non vedono l’ora di uscire. Quest’ultimo prepara anch’egli la borsa per uscire, ma più lentamente, come se non volesse mai andarsene da quella radiosa giornata di inizio luglio. Ecco, però, che la studentessa che meno ha parlato durante l’intero arco di film, si avvicina con ansia verso di lui. E’ spaventata, triste, si vergogna di sé stessa. “Io non ho imparato niente” dice la povera ragazza. Lo zoom della macchina si avvicina al volto del professore quasi senza farsi notare. Incredulo, non comprende. Il suo lavoro non è stato sufficiente a far imparare qualcosa alla ragazza. Cerca così di incoraggiarla, di farle capire che anche lei ha imparato come loro, solo che c’è chi lo nota subito e chi dopo molto momenti di riflessione. “Si, ma io non capisco”, “Non capisci che cosa?”, “Non capisco quello che facciamo”, “A lettere?”, “Dappertutto…”. Fin qui il doppiaggio segue lo stesso ritmo e la stessa tensione della versione francese; si rende partecipe del gioco artistico. Ma ecco che la perfezione crolla. Tutto il senso della scena e il senso generale del film cambiano direzione. Il filo sottile resistente come il metallo si spezza come un elastico. “Non voglio andare al liceo” così la ragazza dice al professore dopo un secondo di silenzio, un secondo lunghissimo. La ragazza non è pronta ad affrontare i veri problemi della vita, ha deciso, vergognandosi, di percorrere la strada più semplice, quella che richiede meno responsabilità. Ella rappresenta il fallimento del professore, che si rende conto di non essere riuscito nel suo intento: spronare ogni studente a scegliere e compiere il meglio del meglio, per un futuro migliore, per una vita più bella.

scena tratta da “La classe” (Entre le murs, Laurent Cantet, 2008)

Nel doppiaggio originale, invece, la battuta della ragazza non è “Io non voglio andare al liceo”, bensì “Je ne veux pas aller au professionnel” (tradotto: “Io non voglio andare al professionale”). Ed ecco che quello sguardo imprigionato nella vergogna e nella paura si rivela il contrario di quanto spacciato dalla traduzione. Il terrore non è quello della fatica o delle imprese difficili, bensì quella di cadere nel banale, inciampare nella facilità e ritrovarsi, troppo tardi per tornare indietro, in una situazione nel quale le prospettive risultano basse se non nulle. Questo tipo di contraddizione data dalla stessa immagine, in un certo senso, è un buon esempio applicato della teoria di Lev Kulesov, dove il senso, mezzo di produzione di emozioni, non risiede nella singola inquadratura, estraniata ed esclusa dalle altre, bensì esso è l’insieme e la somma di tutte le inquadrature, ognuna influenzata da quella precedente e influenzabile da quella successiva. L’inquadratura è un mattone e il senso è l’accoglienza della casa. Lo sguardo di Mozzuchin, neutro e passivo, ci risulta affamato davanti ad un piatto di zuppa, triste davanti ad una bambina morta sopra una bara e, infine, innamorato davanti alla figura di una bella donna. Così, allo stesso modo, lo sguardo di Henriette (Henriette Kasaruhanda) da una parte ci risulta senza sogni nel cassetto e privi di ogni prospettiva; dall’altro, è uno sguardo perso nella paura di non riuscire a raggiungere i propri obiettivi.
Il film tradotto in italiano perde per strada l’intento dell’opera, risulta vuoto e senza senso grazie a quella modifica. Non è più un film di ragazzi che, pur essendo inseriti in un contesto poco agevole, sognano un futuro migliore. Bensì diventa una sequenza senza filo logico, una compilation di inquadrature di un normale giorno di scuola. Il cinema va però oltre al mero documentario, al mostrare i dati di fatto. Esso deve creare sensazione, pensiero. In un certo senso è il mezzo filosofico per eccellenza, nel quale anche il più pigro di tutti si ritrova involontariamente a pensare, quello che non hanno sicuramente fatto (o lo hanno fatto male) le signorine Lorenza Pieri e Tiziana Lo Porto, traduttrici dei dialoghi originali. 

Fonti:
– Alessandra Rota, Le voci per Stanley? Un lavoro bellissimo, La Repubblica, 1 settembre 1999: https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1999/09/01/le-voci-per-stanley-un-lavoro-bellissimo.html
– Alessio Corsaro, Perché Stanley Kubrick ammirava profondamente Giancarlo Giannini?, La scimmia pensa, 7 marzo 2019: https://www.lascimmiapensa.com/2019/03/07/kubrick-rimase-impressionato-da-giannini/
– Effetto Kulesov: https://www.youtube.com/watch?v=_gGl3LJ7vHc