Il cibo non è arte

Gli chef sono i nuovi artisti e i loro piatti le nuove opere d’arte. Ma è giusto considerarli tali?

di Lorenzo Carapezzi

Il cibo non è arte. Mi è sempre stato difficile riuscire ad inserire nel mondo artistico l’elemento culinario. Non riesco a non vedere le persone stimate in quell’ambito, che sorridono con la promessa di un’esperienza sensoriale, come ingannatori morali nel tentativo di giustificare l’alto prezzo di qualcosa che è vitale all’uomo per la sua sopravvivenza fisica. Molti a questa accusa risponderebbero che non è per forza obbligatorio scegliere di pagare quel pranzo o quella cena in un mondo fatto di libera scelta individuale. A loro volta mi accuserebbero di non portare insieme alla mia lamentela alcuna critica che possa favorire un miglioramento. Ma se nel mio lamentare desiderassi la morte di quest’idea, quale miglioramento potrei portare? L’unico consiglio che darei sarebbe l’antidemocratica oppressione di un pensiero e ciò non è né saggio né giusto. Eppure non mi ritengo una di quelle persone critiche che per giustificare l’idiozia di un’opera urlerebbe a tutto il mondo “saprei farlo anche io!”, queste sono le parole più stupide che un uomo potrebbe fare parlando di arte, anche nel cercare di negarla. La mia è quindi una semplice lamentela, uno sfogo per così dire, con un fondo di logica.
Definire esattamente cosa l’arte sia è impresa eroica. Chi un giorno riuscirà a comprendere il suo vero significato e a trascriverlo avrà composto la più bella frase che l’uomo abbia mai concepito. La domanda giusta da porre quando cerchiamo di definire l’arte non è “che cos’è?”, ma “che cosa produce?“, creando immediatamente una cascata di parole, le prime che pensiamo: emozioni, sentimenti, ricordi, azioni incontrollate e molto altro. Una melodia ci provoca la pelle d’oca, una scena ci fa piangere, una foto ci fa innamorare. Se ci fermassimo a questa semplice spiegazione allora la gastronomia sarebbe l’Arte delle arti, attraverso la ricezione della papilla, l’elemento più sensibile del nostro corpo. Addirittura una mandorla diventerebbe una macchina del tempo capace di stimolare, attraverso l’odore e il sapore, la memoria di un anziano signore. Marcel Proust, però, nel suo romanzo Dalla parte di Swann, non individua nelle madeleines  alla mandorla l’oggetto artistico propenso a creare emozioni. Quel che manca a tutta questa storia perché giustifichi la madeleine come opera d’arte, e quindi il cibo come prodotto artistico, è una parola fondamentale dell’Arte:  intenzione. Dietro questa parola potente c’è un pensiero, un atto logico trasformato in materia attraverso l’arte. Le parole che Proust utilizza non sono mai casuali, non a caso egli definisce questo effetto della mandorla “memoria involontaria”. Lo stesso Proust non mangia le madeleine nel tentativo di ricordare, bensì il suo ricordo d’infanzia arriva senza avvisare, in un istante. Il cibo in quanto tale, dunque, non può essere arte: dietro l’atto quotidiano di mangiare non c’è pensiero, non c’è potenza creativa, non vi è nemmeno l’atto sacrale. Al posto di tutto questo c’è solamente il bisogno vitale di sopravvivere, niente di più.
Ora mi si potrebbe contestare, invece, che lo chef sia un artista, in quanto ricercatore del piacere della gola.Nondimeno trovo in questo gesto una violazione del sacro. Come detto sopra, il cibo e l’acqua sono elementi vitali per la nostra carne e per il nostro benessere mentale, essi dunque diventano sacri non solo ai nostri occhi, ma a quelli di tutti gli esseri viventi. Come può non essere blasfemo sfruttare queste materie per uno scopo artistico? Immaginiamoci un attimo se non fosse il cibo, bensì l’acqua lo strumento artistico di questi chef. Entriamo in un ristorante e ordiniamo l’acqua più buona e più salutare di questa Terra. Per quanto possa essere buona e possa presentare l’equilibrio perfetto tra i vari sali minerali, l’uomo, nel cento per cento dei casi, si ritroverà inorridito ed indignato a vedere un prezzo di due cifre per questa “esperienza sensoriale”. Con il cibo dovrebbe essere lo stesso. Gli elementi vitali sono troppo importanti per la nostra vita per essere utilizzati come strumento artistico. Per quanto io possa vedere l’arte come unico scopo della mia vita, non posso negare che cibo e acqua siano elementi sovra-artistici, ovvero quelli che sovrastano l’arte. Se mi trovassi da solo e dovessi scegliere tra cibo ed una fotografia sceglierei la prima, anche se fosse la fotografia più bella del mondo, quella che mi provocherebbe istantaneamente la sindrome di Stendhal, perché l’istinto di sopravvivenza prevale e schiaccia l’amore vitale per l’arte.
Diffidate dunque degli chef quando parlano di arte, elogiateli quando parlano di vita. C’è un tempo e un luogo per ogni azione. Nei cinema guardo un film, nei musei ammiro le bellezze pittoriche, nei teatri mi immedesimo negli attori…nei ristoranti si mangia e si parla tra la gente che si ama e quella sì che è un’arte, non fatta però dallo chef, ma da noi stessi.