I maestri di tatuaggi (Cina)

Le braccia sono quelle di un giovane alto, dai muscoli tonici e la pelle compatta. Un braccio è ricoperto dalle righe ben marcate di caratteri cinesi tinti di nero che dalla spalla scendono fino al polso. Non si tratta dell’unico arto: in tutto se ne contano almeno 10, e sono tutti ammassati in un cumulo senza corpo sopra la scrivania di Wu Shang.

di Andrea Ferro

Queste braccia non sono altro che modelli commissionati dall’artista, un tatuatore della città costiera di Wenling e sono realizzati con gomma di silicone che non solo sembra esteticamente vera pelle ma, cosa cruciale per Wu Shang, dà proprio la sensazione di vera pelle al tatto. Avendo visto centinaia delle sue opere d’arte attentamente decorate uscire dallo studio per poi iniziare a girare tra le vie della città, Wu Shang ha voluto tenersene alcune per decorare le pareti “Altrimenti, qualche foto imperfetta è tutto quel che mi rimane”.

A prima vista, questi potrebbero sembrare i tatuaggi più strani e particolari della Cina, ma a dir la verità fanno parte di un trend molto più esteso. Braccia, schiene e gambe tatuate stanno velocemente diventando sempre più comuni nelle città più popolose del Paese. La delicata flora e la fauna dell’arte tradizionale cinese sono migrate dalla carta di riso ai corpi, sospinte da una rivoluzione delle tecniche. E le innovazioni di cui i tatuatori cinesi sono pionieri per il loro mercato in espansione stanno trasformando l’arte della pelle tatuata ovunque.

Il Partito Comunista Cinese non è annoverato tra i sostenitori dell’arte dei tattoo. Al contrario, il PCC vede i tatuaggi come avatar indesiderati della cultura hip-hop, cavalli di Troia che potrebbero aprire la strada ad ulteriore depravazione. In un goffo tentativo di controllare questa moda sempre più diffusa, il più grande regolatore dei media cinesi ha decretato che gli attori non potessero esibire i propri tatuaggi in televisione. Ai giocatori è stato inoltre imposto di coprirli prima di scendere in campo.

Bisogna aggiungere che il Partito ha saputo mostrare all’occorrenza anche una certa dose di flessibilità, cedendo alla realtà dei fatti. L’Esercito di Liberazione Popolare ora permette alle proprie reclute di avere piccoli tatuaggi, per esempio. Storicamente, la pratica dei tatuaggi non è una novità in Cina. La letteratura dalla dinastia Tang (618-907 a.C.) descrive a più riprese persone tatuate con scene di bellezze naturali e versi di poesie. Senza dubbio, il tatuaggio più famoso nella storia cinese appartiene a Yue Fei, un generale del 12° secolo (dinastia Song), venerato ancora oggi in Cina: quattro semplici caratteri incisi sulla schiena, “jing zhong bao guo”, ovvero “servire il reame con totale lealtà”.

Questi episodi, in ogni caso, restano eccezioni positive. Per la maggior parte della storia cinese, i tatuaggi sono stati visti come segni che indicavano problemi e pericoli. Essi erano il tratto distintivo dei barbari delle terre di frontiera, dei ladri, banditi e criminali, i cui volti venivano talvolta marchiati con tatuaggi come punizione. Alcuni ritengono che il Confucianesimo stesso tenda a disapprovare la pratica dei tatuaggi, visti come segni di empietà filiale che danneggiano il tuo corpo, concepito soltanto come un’estensione dei tuoi genitori.

La moderna infatuazione della Cina per i tattoo iniziò negli anni Ottanta, quando le tendenze di moda straniere entrarono nel Paese, che a poco a poco iniziava ad aprire i propri confini al mondo esterno. I saloni dei tatuaggi iniziarono poi a spuntare nelle città maggiori, soprattutto a Shanghai e Pechino. Gli artisti imitavano e riproducevano i motivi artistici già popolari altrove. Ma, a partire dalla fine degli anni Novanta, uno stile cinese unico ha iniziato ad emergere, come ben testimoniato dai lavori di Shen Weiguo, un affabile signore il cui studio a Shanghai resta tuttora un’istituzione nella scena cinese odierna.

Ispirato dalla passione giapponese per le immagini dense, impregnate di leggende storiche che coprivano l’intera schiena, il signor Shen è anche un ammiratore della pittura ad olio occidentale e del patrimonio culturale cinese. Queste influenze si sono fuse tra le sue mani dando vita a ciò che divenne noto come “la scuola neo-tradizionale cinese”, simile ai tatuaggi associati ai gangsters della Yakuza giapponese ma con contenuti cinesi e colori più sgargianti (pensate a più draghi, meno onde e meno regole rigide). Non che a Shen piaccia essere definito neotradizionalista “Ci sono girato attorno per molto tempo. Appena ti definisci come questo o questa cosa, smetti di evolvere” ha affermato in una recente intervista.

Altri due stili distintamente cinesi stanno sempre più superando la scuola neo-tradizionale in popolarità. Uno è la calligrafia classica, aggiornata con una sensibilità moderna. I caratteri cinesi spesso appaiono pure nei tatuaggi occidentali, ma in questi ultimi il più delle volte si presentano come scritture semplici e basilari. Al contrario, Wu Shang e gli altri tatuatori in Cina applicano tratti audaci e ricchi d’inventiva (vedi sotto). 

L’altro stile è un’approssimazione della pittura ad inchiostro lavabile, ciò che contraddistingue da sempre i paesaggi tradizionali cinesi rappresentati sullo sfondo. Tra gli esponenti più fini ci sono Joey Pang (vedi sotto) e Chen Jie (vedi l’immagine principale), due donne che hanno iniziato nei primi anni 2000, la prima ad Hong Kong, la seconda a Pechino. 

Orchidee che sbocciano sopra le basi del collo; un trespolo di usignoli in fila che si rincorrono tra le spalle e sotto le braccia, una montagna nascosta dalla nebbia che si sviluppa lungo le clavicole. I loro tatuaggi hanno una qualità quasi eterea, come se fossero sospesi e galleggiassero sopra la pelle. E, cosa altrettanto importante, sono perfetti per l’epoca dei social media. Chen ha più di 420,000 followers su Instagram.

Come accade sempre più al mondo d’oggi, alcuni tra i migliori tatuatori cinesi hanno preso parte a trainings di arte formale prima di scegliere inchiostro e pelle come loro veicolo prediletto. Wu Shang, per esempio, ha frequentato la prestigiosa China Academy of Art a Hangzhou, dove ebbe la possibilità di studiare la pittura degli Impressionisti. Tra le altre cose, afferma di aver scelto Wu Shang come proprio nome d’arte come un tributo all’artista francese Paul Cézanne, volendo significare “Io non sono Cézanne”. Per pura coincidenza, o forse no, l’espressione può anche significare “Nessuno è migliore di me”. 

Per i laureati delle scuole dell’arte, il potenziale lucrativo dei tatuaggi esercita un grosso fascino. Un famoso tatuatore può arrivare a costare 3,000 yuan (435 dollari) all’ora. I puristi temono che compensi di tale portata abbiano creato pressioni inattese. Considerate il fatto che Pang, la pioniera della pittura ad inchiostro lavabile di Hong Kong, ha trascorso un decennio studiando sotto la guida di un maestro calligrafo. Appena la sua fama si sparse, la gente arrivava al suo studio da ogni dove. Nel 2017 la sua lista d’attesa era già piena per i successivi tre anni: “Ho bisogno di tempo per riflettere e disegnare prima di lavorare sulla pelle e non ne avevo” afferma lei. Suo marito era anche suo socio d’affari. Quando la loro relazione finì, lei lo lasciò e se andò a Dali, una cittadina incastonata tra le montagne nella provincia sud-occidentale dello Yunnan, suo paese natale.

Dopo un paio di anni trascorsi a combattere una profonda depressione, Pang sta tornando all’arte dei tattoo con uno studio nuovo. E vi assicuro che non sembra minimamente uno di quei covi squallidi dell’immaginazione popolare. Sembra piuttosto la stanza di una residenza di campagna con enormi vetrate che danno su un cortile addobbato per il servizio del thè. “Qui posso riconnettermi alla mia arte”, ha dichiarato nella prima intervista dalla sua scomparsa. E aggiunge una promessa per i clienti precedenti: completerà i loro tatuaggi lasciati a metà gratis, se verranno a Dali.

L’abilità di Pang nel creare opere d’arte sulla pelle che sembrano fatte ad acquerello è il risultato di impressionanti miglioramenti nell’attrezzattura per fare i tatuaggi, ciò si collega alla crescita della Cina come potenza manifatturiera. I tatuatori erano soliti fare affidamento su macchine basate su delle bobine che producevano un tremolio costante man mano che l’ago rimbalzava su e giù. Negli ultimi due decenni, molti artisti hanno optato per nuove alternative, più leggere e meno rumorose, con motori più efficienti. Ciò ha permesso ai tatuatori di poter sviluppare ancora maggiore precisione potendo maneggiare due diverse combinazioni di aghi: uno dà l’effetto del segno di una penna e viene utilizzato per i contorni e le linee, l’altro più pennello piatto per la colorazione. La loro tecnica rievoca la pittura, si tratta di mescolare assieme i diversi cromatismi per generare la giusta combinazione per poi distribuirla nella pelle. 

Ma la crescita manifatturiera cinese ha partorito anche un problema: la proliferazione di macchine per tatuaggi molto economiche. Un tempo era molto complesso potersi procurare l’attrezzatura per fare i tattoo, oggi tutti gli strumenti sono facilmente acquistabili online. 

In Cina molto tatuatori preminenti stanno adottando un approccio differente, hanno fondato vere e proprie scuole. Nello studio di Wu Shang quattro studenti sono curvi sopra i pezzi di gomma di silicone, mentre tentano di ricreare le immagini che inizialmente hanno dipinto su carta. Ciò potrebbe sembrare innocuo, ma in realtà va contro un codice non scritto molto diffuso. I maestri possono prendere sotto la propria ala protettrice uno o due apprendisti, ma solo se questi si dimostrano davvero volenterosi e appassionati dell’arte. L’idea che chiunque possa farsi avanti, paghi una tassa di iscrizione e dopo un paio di mesi applichi inchiostro sulla pelle lascia i puristi inorriditi. Anche in Cina alcuni sono piuttosto critici: Shen, il neotradizionalista, afferma di aver affinato la propria tecnica lungo gli anni brandendo in mano gli aghi. “Devi capire e imparare a conoscere la relazione tra l’ago e la pelle, e questo non lo si può apprendere a scuola dall’oggi al domani”, dice lui. 

C’è, comunque, una controargomentazione: le persone negli affari stimano che la Cina ora vanti decine di migliaia di studi di tatuatori, quando dieci anni fa se ne contavano appena poche centinaia. Lo scorso anno almeno 16 fiere si sono tenute nel Paese, radunando insieme tatuatori e aspiranti tatuati. Vista la crescente domanda, la necessità di avere artisti ben preparati è evidente. Wu Shang ne è ben consapevole. Un pesce di un arancione e un giallo sgargianti dietro il suo l’avambraccio sinistro testimonia gli esperimenti su sé stesso che gli hanno permesso di affinare la sua tecnica. Chi può biasimare i suoi studenti che preferiscono iniziare su braccia finte?

La magia del cucito e dell’arte

Oggi conosciamo Elisabetta, una ragazza super simpatica, che grazie alle sue conoscenze e alla sua manualità si è reinventata. Innanzitutto chi è Elisabetta?

di Jessica Caminiti

E: Ciao, sono Elisabetta e come avete visto sono colei che è dietro il profilo instagram di Mnemosyne handmade. Ho 26 anni e ho una formazione prettamente artistica: mi sono laureata prima in Beni Culturali per poi specializzarmi nel corso della magistrale in archeologia a Bologna. Attualmente abito in un piccolo paese della Riviera del Brenta, una bellissima zona tra Padova e Venezia, ma sono originaria di Vicenza. Per curiosità e passione nel tempo libero ho iniziato ad avvicinarmi alle cosiddette fiber arts, ovvero le arti tessili, e tutto ciò che ho imparato l’ho appreso da autodidatta. È iniziato tutto durante la magistrale, quindi non molti anni fa, in un momento in cui mi sentivo totalmente satura di nozioni teoriche e ho sentito un profondo bisogno di mettere “le mani in pasta” per esprimere me stessa.

J: è una scelta molto particolare. Mi aspettavo sinceramente tutt’altra storia! Sai io con il cucito ho un bruttissimo rapporto, dovuto al fatto che cercavano di insegnarcelo alle scuole elementari come “lavoro da femmine” durante l’estate, mentre i miei amici potevano andare a giocare a calcio fuori.

E: No, per me fortunatamente è andata diversamente, non è stata un’imposizione. Penso che attualmente, soprattutto noi giovani, siamo molto ferrati sulle materie prettamente teoriche tanto da dimenticarci l’importanza (e l’utilità) della manualità. La mia relazione con le arti tessili è nata inizialmente facendo dei piccoli lavori con i ferri da maglia e poi, pian piano, ho sperimentato altre cose come il cucito, la tessitura su telaio mobile, la tecnica del punch needle, il ricamo. Proprio con quest’ultimo è nato, poi, un amore vero, e attualmente è la tecnica che uso maggiormente perché sento più mia. Ci sono stati momenti in cui volevo mollare, perché le cose non venivano come volevo o perché semplicemente non venivano velocemente! Ma poi piano piano ho capito: era proprio la lentezza dell’attività in sé a renderla così bella e di valore! La curiosità di vedere i progressi, giorno dopo giorno, la bellezza del veder nascere un disegno pieno di sfumature da semplici fili che entrano ed escono dalla tela. Ora quest’attività mi rilassa, mi rende libera dal tempo, e non lo ritengo più solo un hobby, fortunatamente sta diventando anche un lavoro. Inoltre, durante la quarantena mi sono messa a sperimentare anche altre tecniche, che presto approfondirò.

J: sento aria di novità, cosa ti sei messa a sperimentare?

E: In realtà le idee sono sempre troppe e il tempo è sempre poco! Ma ho iniziato a sperimentare la tecnica dell’infeltrimento ad ago.

J: Se già ero stupita con il ricamo ora mi incuriosisci ancora di più. Che cos’è questa tecnica?

E: È una tecnica antichissima, statuine lavorate con il feltro ad ago si possono a trovare nei mercatini, come per esempio le classiche bamboline sudamericane o le figure dei presepi, inoltre con questa tecnica sono realizzate anche molte installazioni contemporanee, ma io ho scelto di utilizzarla per creare dipinti bidimensionali. In poche parole si utilizza della lana grezza, non ancora filata, e la si fissa su una superficie con l’aiuto di un ago o di un insieme di aghi. Per questi lavori, avendo la possibilità di utilizzare campiture più ampie, ho provato a riprodurre delle opere d’arte espressioniste, come quelle di Munch e Matisse.

J: visto che siamo entrate nell’argomento, come scegli gli artisti?

E: Scelgo ovviamente gli artisti che più mi piacciono ma in realtà dipende anche dalla tecnica che decido di usare: cerco di selezionare quelli che per me rendono meglio. Per esempio per il ricamo gli impressionisti sono perfetti, poiché è possibile riprodurre quasi ogni singola pennellata.

J: è strano, perché io per esempio avrei pensato invece subito a Seurat e il puntinismo

E: Beh sì, anche, ma credo che per lui si potrebbero fare dei lavori utilizzando un’altra tecnica ancora! C’è un punto di ricamo, in particolare, che si chiama punto nodino (french knot) con il quale sarebbe interessante rappresentare ogni singolo punto dei suoi quadri. Sarebbe un lavoro estenuante e lunghissimo ma sicuramente divertente!

Nei ricami che faccio di solito io non utilizzo punti tradizionali, vado molto a sentimento e a occhio, mi sto staccando dell’accademismo che contraddistingue i miei primi lavori perché mi fa sentire più libera durante il processo.

J: Ricollegandomi alla tua risposta. Accademismo, punti base… Hai iniziato sì come hobby, ma anche per necessità?

E: In realtà no, non avevo niente da rammendare o aggiustare, volevo solo trovare qualcosa di diverso e particolare che mi facesse appunto ricollegare alla mia manualità. E penso di aver trovato la cura non solo al bisogno di usare le mani ma anche al bisogno di “staccare” e riprendermi il Mio tempo. Siamo una società frenetica, ormai lo sappiamo, si corre, si sta sempre attaccati al cellulare e senza tecnologia non riusciremmo a sopravvivere. Io in tutto questo ho sentito il bisogno di ritrovare un po’ di tradizione e un po’ di lentezza.

J: effettivamente potremmo dire che siamo già la seconda generazione che non sa cucire, non credo che molti dei nostri genitori sappiamo farlo. Quando hai iniziato invece ad unire arte e cucito?

E: Sicuramente, infatti queste cose vengono sempre viste come “hobby della nonna”, ma io lo considero un peccato. Ho unito arte e ricamo durante l’autunno scorso e questa volta per necessità: avevo bisogno di un fermacapelli ma non trovavo niente che mi piacesse, così ho deciso di farmelo da sola con un bel disegno di Mondrian. Poi ho iniziato a fare sempre più oggetti come spille, segnalibri, ciondoli per collana…


J: tutte cose che le persone usano quotidianamente!

E: Esatto! Sono oggetti quotidiani sì, ma speciali: esprimono noi stessi, la nostra passione per l’arte e le emozioni positive che l’arte ci sa donare. Mi sono data all’artigianato proprio per creare sempre qualcosa di unico ed irripetibile, che sapesse trasmettere emozioni vere, anche se purtroppo in Italia è molto difficile vendere cose fatte a mano. La gente spesso si stupisce per i prezzi e per le ore impiegate per la lavorazione, ma come dico sempre: chi decide di acquistare qualcosa da me non avrà poi in mano un semplice oggetto, avrà molto di più, il mio tempo!

J: quanto ci metti a fare un pezzo e cosa devi fare in particolare?

E: Dunque, ora che ci ho “fatto la mano” per una spilla di 8×6 cm impiego circa 20/25 ore, per un segnalibro invece molto meno, perché la dimensione è minore. Ogni ricamo è così strutturato: inizialmente faccio il disegno del quadro in questione, riprendendo quello che vedo dal libro o dal pc, facendo a occhio le proporzioni (non uso nessuno schema preparatorio). Dopo ovviamente c’è la fase di ricerca dei colori e delle sfumature più simili all’originale e infine c’è il ricamo vero e proprio. Devo dire che sono anche una persona molto precisa, sto attenta ad ogni dettaglio, in modo che l’effetto sia bello nel complesso.

J: Wow, un lavorone! Rivelaci qual è la parte più difficile e magari noiosa

E: La parte più difficile credo sia proprio l’inizio, è il momento in cui devi metterci più testa e più impegno. Poi ovviamente, una cosa ancora più snervante è dover scucire e rifare un pezzo quando magari non ho scelto la tonalità di colore giusta oppure un punto non è venuto bene. La cosa forse più lunga e ripetitiva è sicuramente la cornice finale che metto ad ogni oggetto ricamato. Questa la faccio per unire il pezzo di stoffa ricamato con un altro pezzo, così da nascondere il retro (per quanto io credo sia comunque affascinante).

J: per concludere vuoi raccontarci com’è andato questo periodo e dei progetti per il futuro?

E: Questo periodo a dir la verità non è stato solo proficuo per la sperimentazione, ma ho anche ricevuto molte commissioni! Di conseguenza non ho lavorato molto per me, quanto per loro, ma ciò mi ha reso comunque molto contenta e soddisfatta. Per esempio ho creato di recente un ciondolo per collana con un quadro di Van Gogh, Il ponte di Langlois ad Arles, che mi è dispiaciuto dare via! Comunque il futuro riserverà molte sorprese! Credo ci sarà qualche continuazione con il tema dell’arte, ma ho in mente altri progetti di tutt’altro tema, sento il bisogno di slegarmi…

Poi in realtà vorrei proporre dei laboratori di ricamo e..

J: taglio di conversazione sull’ultimo super progetto top secret di cui abbiamo parlato, anche perché è super interessante e impegnato nei confronti dell’ambiente… Niente rivelazioni per ora, bene, possiamo concludere allora…

E: ma va, credevo mi chiedessi del nome!

J: È vero! Ho pensato per così tanto a te come Elisabetta che non ho pensato al nome del progetto. Mnemosyne handmade, da dove arriva?

E: Beh diciamo che mi hanno sempre detto che sui social è utile avere un nome riconoscibile (e su questo ci siamo) e facile da ricordare (su questo magari meno). Io ho scelto Mnemosyne perché è qualcosa che sento mio, sia per un discorso linguistico sia per un fattore personale. Mnemosyne nell’antica Grecia era la personificazione della Memoria, e io ovviamente voglio ricordare quanto sia importante la memoria rappresentata dalle tradizioni e dal ricamo in particolar modo, e come bisogna cercare di tenerla viva. Personalmente poi, credo molto nel valore profondo della memoria e devo tutto questo a mio padre, che me l’ha trasmesso e insegnato. Era un appassionato di storia e antichità e per quanto lui non avesse studiato conosceva fatti e nozioni anche molto specifici, e non so tuttora come! Per questo credo di essermi poi appassionata anch’io all’archeologia, papà mi ha spinto a credere nella potenza, nella forza e nell’importanza della memoria. Il passato è importante e forse quello che temo di più nella vita è dimenticare. Per quello Mnemosyne, la Memoria, è per me una figura importante.

J: Fantastico, un nome, che riesce ad unire il grande disegno della storia con la tua, grazie Elisabetta è stata veramente una bellissima chiacchierata. Spero di veder presto le tue nuove idee e i tuoi nuovi lavori, sono troppo curiosa 🙂

Un grazie ad Elisabetta, anche per la bellissima chiacchierata tra gatti, università, arte e futuro. Intanto vi invito a visitare il suo profilo instagram e la sua pagina dove vende questi piccoli capolavori: non ve ne pentirete!

Le donne dalla faccia tatuata, Chin State (Myanmar)

Periodo di Carnevale, tempo di maschere. Eppure, c’è chi è costretto ad indossare una maschera molto speciale sul proprio volto per tutta la vita! Tra le remote e quasi inaccessibili montagne dello Stato di Chin, in un’area del Myanmar al confine con Bangladesh e India, le donne di alcune tribù etniche sono rinomate in tutto il Paese per i tatuaggi che ospitano sul proprio viso.

di Andrea Ferro

La leggenda locale narra di un sovrano birmano che nella notte dei tempi viaggiò nella regione e fu talmente colpito dalla bellezza delle donne locali da decidere di rapirne una per prenderla in moglie. In seguito a ciò, le famiglie Chin iniziarono a tatuare le loro figlie in modo da coprirne la bellezza per assicurarsi che non fossero portate via. Il tatuaggio veniva disegnato sul volto delle ragazze tra gli 11 e i 15 anni e richiedeva almeno un giorno. Col tempo questa tradizione che doveva rendere le donne indesiderabili ha iniziato ad avere l’effetto opposto. I tatuaggi facciali completi sono diventati segni distintivi di bellezza per ogni donna Chin della vecchia generazione. 

Altre favole Chin raccontano invece di quando la pratica iniziò a diffondersi per differenziare le diverse tribù nel caso di rapimenti. 

Un’ultima spiegazione collega i tatuaggi alla religione. A partire dal periodo della colonizzazione inglese, molte minoranze Chin si convertirono al Cristianesimo o lo accettarono accanto alle credenze animiste. Alcuni esponenti Chin ricordano che i pastori locali insegnavano loro che solo chi avesse avuto il volto tatuato sarebbe stato considerato degno di entrare nell’aldilà.

Negli anni Sessanta, il governo Birmano bandì la pratica dei tatuaggi sul volto, come parte di un programma politico che la considerava retaggio del passato. Molti missionari iniziarono anche a denunciarla come atto barbarico

Ci sono sei modelli di tatuaggi facciali nella regione Chin e ognuno differisce dall’altro a seconda della tribù. Ad esempio, le donne di M’uun sono riconoscibili per i tatuaggi dalle loro grandi forme a D, mentre le tribù Yin Du hanno lunghe linee verticali distinte che attraversano tutto il loro viso. Generalmente la tecnica più comune consisteva nell’utilizzare una spina di canna per applicare sul viso una miscela di corteccia di pini verdi, fuliggine e foglie di fagioli. Dopo aver applicato il liquido, il viso doveva essere lavato per due giorni e se i segni non erano abbastanza chiari, allora il processo doveva essere ripetuto di nuovo. Il processo risultava estremamente doloroso, anche perché spesso doveva essere ripetuto diverse volte prima di essere completato.

Col tempo, questa regione che per secoli era rimasta isolata iniziò ad aprirsi al mondo. Le giovani generazioni iniziarono a trovare quasi imbarazzanti quei segni distintivi sul volto delle madri. Ad oggi, le donne anziane sopra i 60 anni sono le uniche che portano ancora la tradizione del tatuaggio del viso, e sono considerate come le ultime del loro genere. Una volta che se ne saranno andate, un capitolo della storia Chin sarà relegata per sempre nei libri di storia.

Buongiorno siora maschera!

Quando si parla di Carnevale non si può non pensare a Venezia, la città lagunare che ogni anno per due settimane sembra letteralmente riempirsi di ogni tipo di maschere e personaggi. Forse anche troppo: i treni troppo pieni, la stazione affollata, il ponte di Calatrava e degli Scalzi che sembrano essere presi d’assalto da eterne processioni, ma quando ci si perde tra le calli e i campi…be’, inizia la vera magia!

di Silvia Michelotto

Dame con abiti ampissimi, signorotti dalle parrucche bianchissime, belletti, broccati e sete riprendono il loro posto all’interno di una città che sembra sempre con un piede nel passato. Eppure quello che noi possiamo ammirare è solo una piccola e minuscola scintilla di quello che in realtà era una tradizione molto più complessa.

Le maschere a Venezia erano un vero e proprio must have, meglio del tubino nero ai giorni nostri! Praticamente si fa prima a dire quando non si usavano che i giorni in cui si potevano utilizzare, ma visto che a noi le cose facili non piacciono, vi elencheremo i giorni e le motivazioni in cui i veneziani celavano la propria identità.

Iniziamo con i quindici giorni dedicati all’Ascensione, in cui si celebrava anche lo Sposalizio con il Mare, e per chi ne faceva specifica richiesta, poteva usare la maschera fino a Giugno; inoltre potevano essere utilizzate durante i banchetti ufficiali e le feste della Repubblica, e, appunto, per Carnevale, che, però, iniziava il Giorno di Santo Stefano  e si festeggiava fino alla mezzanotte del Martedì Grasso. Quindi un periodo molto più lungo rispetto a oggi (molto più tempo per mangiare i galani, crostoli, frittole, bugie…gnam!)!

Proprio perché le maschere erano così importanti nella vita pubblica e sociale, il mercato delle maschere era piuttosto florido ed erano realizzate da veri e propri artisti, eppure, stranamente, nel 1773, vi erano solo 12 botteghe.

Ovviamente la domanda era troppo alta rispetto alla quatità che effettivamente si riusciva a realizzare. Una maschera richiedeva il lavoro di alcuni artigiani facenti parte dell’ordine dei pittori che realizzavano la struttura di carta pesta e dipingevano le decorazioni in stucco realizzate prima dai targheri. Successivamente, per far fronte alle richieste iniziarono a diffondersi le più economiche e semplici maschere nere. Molto più rapide da realizzare che non avevano bisogno di una grande manodopera, permettendo inoltre anche a molti veneziani di trovare un lavoro!

Ma se c’era chi guadagnava da vivere realizzandole, chi  acquistava questi piccoli tesori artigianali riceveva la tanto agognata libertà. 

Infatti, con il termine maschera, nella cultura veneziana, si riconoscevano quelle donne e quegli uomini che si travestivano con gli abiti del sesso opposto, così la possibilità di celare la propria identità permetteva di portar avanti giochi proibiti, dimenticandosi del proprio ceto e ruolo sociale. E tutti…e intendo veramente tutti… potevano parteciparvi! Donne, uomini, ricchi, poveri, prostitute, preti, suore…

All’interno di quei palazzi che voi ammirate e fotografate, probabilmente si trovava il piacere in alcuni modi da far arrossire persino Mr Grey!

Ovviamente, le maschere non aiutavano solo in giochini sessuali, ma anche a commettere piccoli crimini. Risale, infatti, al 1268 una legge con cui si cercò di arginare l’utilizzo delle maschere per evitare il gioco delle ova, che consisteva nel lanciare delle uova piene di acqua di rosa contro le dame che passeggiavano (vediamo il lato positivo della situazione: almeno profumavano!).In Seguito, nel Trecento le leggi aumentarono, arrivando a vietarle nei luoghi di culto, agli uomini che frequentavano i casino e alle prostitute nel disperato tentativo di riuscire a fermare la sempre più presente promiscuità. Purtroppo aihmè, non accadde!

Fu con la caduta della Serenissima, che tutto si fermò, completamente! Anche se si cercò di riportare in auge questa meravigliosa pratica, nulla fu più lo stesso. Venezia, dopo l’Unificazione d’Italia, non era più la stessa città, non vedeva il Carnevale come quella fuga dalla realtà e dalle etichette di palazzo. L’ombra calava sulla meravigliosa Serenissima.

Ma oggi il suo Carnevale è ritornato. Il mondo invidia la laguna vestita a festa, la gente che riempie le calli festante. Venezia è rinata ed è di nuovo l’ombelico del mondo del Carnevale. Quindi…Buongiorno, siora maschera!

Veleni e Magiche Pozioni in quel di Este

Un nome accattivante per una mostra interessante ed esaustiva per i neofiti sulla storia dei veleni e sulle pozioni. A pochi passi dal Museo Archeologico Atestino (ne abbiamo parlato un po’ di tempo fa in un precedente articolo, quindi andate a leggerlo! Forza!), si cerca di ripercorrere come la farmacia attuale abbia trovato un’origine proprio da quelle cure e riti magici primitivi, ma anche da leggende e convinzioni popolari. In fin dei conti basti pensare che ancora nel 1732 gli strumenti del farmacista di Nicolas Lémery erano decorati coni simboli alchemici,‘mitica’  antenata dell’odierna chimica.

di Silvia Michelotto

Inoltre, molte cure innovative, nell’antichità erano dei potenti veleni che hanno mietuto numerose vittime: sì, esattamente, avete capito bene! Quello che un tempo uccideva ora salva vite! Degli esempi pratici? All’interno del percorso espositivo potrete trovare la digitale, un meraviglioso fiore che è passato alla storia per aver avvelenato Cangrande della Scale, lo stesso che accolse Dante nella sua città, ma che adesso è alla base di un farmaco per il cuore, oppure l’oppio che fu usato per le più numerose esigenze fin dall’antichità e che adesso è alla base della morfina. E tutti noi sappiamo che cosa fa la morfina se presa in grossi quantità, vero? (Kaput, the end, finish, finisci in una bara, diventi cibo per vermi, ottimo concime per piante… Tutte cose allegre insomma!).

In fin dei conti vi siete mai chiesti perché intorno al bastone di Esculapio, simbolo universale che indica i luoghi di cura come le farmacie e gli ospedali, vi sono due serpenti: proprio perché il confine labile tra salvezza e morte è molto sottile, una dose sbagliata di un farmaco potrebbe arrecare gravi danni (questa non è una giustificazione per non vaccinarsi o per non andare da un medico per curarsi! Errori sui dosaggi sono rarissimi e sono decisi con attente e precedenti sperimentazioni, quindi CURATEVI!).

Per quanto riguarda gli animali (sì, perchè ci sono anche loro!) si trova un fantastico excursus sul basilisco, citando ovviamente il mondo di Harry Potter, ma ve ne è uno ancora più curioso sulle meduse: in questo specifico caso si parte dal mito di Medusa, la mitica fanciulla dai capelli trasformati in serpenti dalla crudele e gelosa Atena. Il suo sguardo trasforma gli esseri in pietra, ma quanti di noi sanno che il suo sangue, invece, aveva un valore benefico? Questa bivalenza è presente anche negli animali omonimi, usati attualmente per cercare delle cure ad alcune malattie.

Vorrei soffermarmi su la parte dedicata agli elementi radioattivi. Furono ampiamente usati nel XX secolo per la cosmesi…avete letto bene, prodotti tossici! Nella storia era già successo: in Egitto di usavano gli ossi di piombo per creare prodotti cosmetici, senza contare la biacca (sempre piombo ossidato) usato per il fondotinta, ma il protagonista dell’episodio che vi voglio narrare è il radio. Le Radium Girls sono quelle donne che negli anni 10 lavoravano nelle fabbriche per gli orologi fosforescenti, addette alla pittura dei numeri, proprio con il radio. Purtroppo inumidendo il pennello con le labbra, per impedire di perdere la precisione offerta da una punta sottile, cominciarono ad avvelenarsi: perdita di capelli, dei denti, di forza, tumori e morti precoci. Per riuscire ad avere un risarcimento e un riconoscimento ci misero molti anni, ma alla fine arrivò e il radio non fu più usato per la cosmesi o per illuminare gli orologi, anche se non se ne andato dalle nostre vite, infatti numerosi farmaci lo contengono!

Questa piccola mostra è stata molto attenta a tutti, dai bambini ai più grandi, inserendo elementi accattivanti e interessanti per tutte le età, i cartelli esplicativi erano semplici, non troppo lunghi o noiosi, quindi anche se il percorso non è lunghissimo è parecchio esaustivo. Unica pecca: lo spazio è troppo piccolo e non adatto ad accogliere troppe persone, quindi vi consiglio di studiare l’orario per entrarvi. Vi consiglio l’ora di pranzo, lo so, è una palla, ma non temete attraversate la strada e c’è un piccolo locale meraviglioso, con una ragazza dolcissima che prepara degli ottimi spritz, quindi potete recuperare tutto nel modo migliore!

Brusemo la vecia!

E’ arrivata la Befana che tutte le feste porta via!”. Questa frase mi ha sempre messo molta tristezza da piccola: la fine delle vacanze di Natale, i compiti abbandonati per giorni interi da recuperare il più rapidamente possibile, calze piene di dolci e niente più regali da scartare (che poi a me i dolci non piacciono, quindi dentro le calze, io trovavo lo stesso dei doni, soprattutto libri, tiè!). Ma c’era una cosa positiva: andare a vedere la vecia che brucia!

di Silvia Michelotto

Qui in Veneto, in ogni piazza, che sia piccola o grande, si crea un enorme e altissima pira, dove si sistema un fantoccio, solitamente con vestiti femminili rotti e consumati, e nella prima oscurità della sera (nel mio paese minuscolo, solitamente dopo la Messa delle 18.00) si accende questo strabiliante e suggestivo falò. L’intera comunità si riunisce e con il naso all’insù si guarda il fuoco che sale e distrugge, mentre i più anziani fanno gli scongiuri e osservano se le fiamme salgono bene, ma soprattutto da che parte va il vento.

E voi chiederete, giustamente: chi è questa vecia? E che c’entra il vento?

Easy (jet!), ve lo spiego io e la cultura popolare che scorre in me (insieme alla mia capacità di fare ricerche in biblioteca)! Intanto partiamo dalle basi, o meglio dalla prima domanda: la vecia (aka la vecchia) ha una tradizione millenaria e si può associare tranquillamente alle pratiche politeiste preistoriche in cui il fuoco, elemento purificatore, veniva utilizzato per allontanare i demoni cattivi che avrebbero portato un magro raccolto e la conseguente carestia. Nel Nord Italia questa pratica è rimasta e si è arricchita, infatti, non è solo un modo per allontanare la negatività futura, ma anche un rito propiziatorio per buttarsi alle spalle tutto ciò che, durante l’anno appena trascorso, ha portato malessere. 

E allora perché si fa il 6 gennaio? In realtà non è così, sono parecchie le zone che spostano la data di tale evento, c’è chi, come Bologna e Modena, lo fa la notte di Capodanno, c’è chi lo fa in onore dei processi contro gli eretici (Borgo San Giacomo a Brescia) oppure viene usato come una scusa per interrompere il periodo di magra durante la Quaresima (Visano, sempre a Brescia…furbetti eh!). Ma in questo specifico caso la risposta sta proprio sul perché i vecchietti, chi ancora è legato alle tradizioni e alla scaramanzia (chiamiamola così), sta a controllare con la bussola da che parte tira il vento. Il 6 gennaio è l’ultimo giorno di pausa tra la fine del raccolto e l’inizio di uno nuovo. La Natura è una crudele matrigna (come ci ha insegnato il nostro amicone Leopardi!) e i contadini ne sono gli amanti, così come i nostri fidanzati indagano (forse…in teoria…se il criceto nel loro cervello nel frattempo non si è suicidato per la solitudine!) sul nostro stato d’animo prima di proporci qualcosa, ecco che i maestri della terra fanno lo stesso. Se il fumo viene guidato da un vento da sud-ovest non c’è nulla da temere: arriverà la pioggia, meraviglioso nettare che porterà prosperità, se, invece, il vento è quello da nord-est…beh, sarà un anno arido, con un raccolto misero e una terra secca e priva di vita.

Ma nonostante ciò, loro, intrepidi amanti, pianteranno, magari piante che resistono a queste difficoltà, perché bisogna in qualche modo campare durante l’anno che verrà! Perciò, quando l’ultima fiammella si sarà spenta e l’ultima ansia se ne sarà andata insieme all’anno passato, tutti, contadini, curiosi, bimbi e adulti, si sposteranno verso un qualche locale, banchetto o signora che offrirà quell’altra cosa immancabile al rogo della vecia: il vin brulé e per i più piccoli la cioccolata (ovviamente!) coccola necessaria per sopravvivere alle crudeli notti invernali del nord (manco fossimo in Lapponia, ma c’è poco da fare l’umidità rende tutto più rigido!). 

Un abbraccio gentaglia e che quest’anno ci sia solo un vento di positività a riempire le vostre vele!

Le danze della morte

«Che cosa dipingi?»
«La danza della morte.»
«E quella è la morte?»
«Sì. Che prima o dopo danza con tutti.»

di Ludovica Fasciani

Così si apre la scena dell’incontro tra Jöns e il Pittore ne Il Settimo Sigillo: a fare da quinta alla scena il lungo affresco che si snoda tra le arcate mostra una serie di scheletri e uomini che si tengono per mano, in un intreccio di tristi presagi che oscurò i cimiteri del mondo occidentale alla fine del Medioevo.
La grande peste del 1347 travolse come un fiume in piena le grandi città europee durante un’epoca di rinascenze culturali e grande agio economico. E proprio per questo si rivelò distruttiva e sconvolgente, lasciando una cicatrice indelebile sulla coscienza collettiva degli uomini del tempo. Uno dei segni tangibili di questo trauma fu il fiorire, dalla seconda metà del Trecento, del tema delle Danze Macabre sui muri delle più importanti città europee: dal Camposanto di Pisa al Cimitero degli Innocenti di Parigi fino ai confini delle foreste polacche, la Morte cominciò a prendere per mano uomini di ogni ceto sociale per condurli in una danza vorticosa e inarrestabile.

Uno dei tratti distintivi di questa nuova iconografia fu proprio l’importanza che rivestiva la rappresentazione delle classi sociali nella Danza; il messaggio era che non importa chi tu sia e quanto potere tu abbia, la Morte verrà a prenderti e non c’è posto dove fuggire. A noi moderni la prospettiva di una rappresentazione così -appunto – macabra inquieta e fa storcere un po’ il naso, ci viene quasi la tentazione di metterci a urlare “certo, è ovvio, sempre a pensare all’oscurità questi omini del Medioevo, d’altronde si sa, sono i secoli bui e del ricordati che devi morire”. Ma invece loro, quegli omini preda del Fato e dell’angoscia di veder morire i propri cari, trovarono il modo di ammantare la Morte di implicazioni satiriche e ironiche -e non è un caso se, alla fine, il tema della Danza Macabra ispirò anche un cortometraggio di Walt Disney, che con la magia dell’animazione ai suoi primi passi riuscì ad orchestrare un meraviglioso balletto di scheletri in bianco e nero.

La vera epoca d’oro del tema delle Danze Macabre si aprì con l’invenzione della stampa, che permise la diffusione capillare di un’iconografia di immenso successo in cui ogni uomo, fosse Papa, Imperatore, calzolaio, prete, becchino, giullare o banchiere poteva riconoscersi. Gli esemplari di libri a stampa che riproducevano le Danze furono numerosissimi, ed è anche grazie a queste preziose tracce -quando tante di quelle originali erano già andate distrutte, come il Cimitero degli Innocenti di Parigi, che sorgeva a due passi dalla piazza dove oggi si staglia il Centre Pompidou- che nell’Ottocento si poté assistere alla rinascita del tema. Questa volta la Morte ispirò la Musica, sulle note di Listz, Schubert, Camille Saint-Saëns. Ma anche, molto più di recente, uno dei primi concept album della musica italiana, Tutti morimmo a stento di Fabrizio de André. Gli scheletri abbandonano i muri ed entrano nelle melodie: cosa c’è di più adatto ad una Danza?

PITTORE: Voglio ricordare alla gente che tutti quanti dobbiamo morire.
JÖNS: Non servirà a rallegrarla…
PITTORE: E chi ha detto che ho intenzione di rallegrare la gente? Che guardino e piangano.
JÖNS: Ah, invece di guardare chiuderanno gli occhi…
PITTORE: E io dico che li apriranno. Un teschio spesso interessa molto di più di una donna nuda. JÖNS: Se li spaventi, però…
PITTORE: Li fai pensare…
JÖNS: E se pensano…
PITTORE: Si spaventano ancora di più. PITTORE: Voglio ricordare alla gente che tutti quanti dobbiamo morire.
JÖNS: Non servirà a rallegrarla…
PITTORE: E chi ha detto che ho intenzione di rallegrare la gente? Che guardino e piangano.
JÖNS: Ah, invece di guardare chiuderanno gli occhi…
PITTORE: E io dico che li apriranno. Un teschio spesso interessa molto di più di una donna nuda.