Gli dèi siamo noi

Gli Stati Uniti sono il Paese delle grandi invenzioni e delle innovazioni, di coloro che hanno sfidato i grandi dèi del passato, vincendo, tanto da sedersi al loro fianco. Una vittoria che hanno voluto celebrare nella cupola centrale del Palazzo più importante del potere americano: il Campidoglio.

di Silvia Michelotto

Ormai lo sapete: i miei articoli, che molto spesso hanno toni vaneggianti, nascono nei modi più bizzarri.

Questa volta il concepimento di questa malsana trovata è avvenuto più o meno così. Me ne stavo seduta in giardino, in piena quarantena da Covid-19 (maledetto te!), con una tazza di tea fumante in mano (perché fa fin troppo freddo per essere fine marzo) e un mattone da 1479 pagine nell’altra. Quando all’improvviso mi trovo a leggere dell’Apoteosi di George Washigton. Toh, un’opera che non conosco! Leggo ancora e…perché Cerere è su una mietitrice?
Non ci serve un mago per capire che ho passato il resto del pomeriggio chiusa in casa a cercare foto, notizie, saggi, libri al riguardo. Perché una dea su un mietitrice non si era mai vista! O meglio non qui in Europa, ma in America, dove ormai può letteralmente succedere di tutto, l’hanno vista per ben 155 anni!

Il Capidoglio di Washington
Costantino Brumidi

E a pensarci fu un italiano! Un certo Costantino Brumidi, artista nato nel 1805 a Roma e che lavorò per tre anni nello Stato Pontificio, rimanendo affascinato da un certo Michelangelo Buonarroti. Purtroppo la conquista francese di Roma e il periodo in carcere lo portarono a fare le valigie e andarsene in America, dove fece parecchio successo. Così tanto da essere chiamato a lavorare al Campidoglio di Washigton, la sede del potere temporale degli Stati Uniti d’America.

La sua bravura gli permise di avanzare la pretesa di decorare la cupola centrale del palazzo, cosa che accadde. Si trattava di una struttura maestosa che ricorda in modo evidente quelle delle nostre basiliche religiose: un elemento religioso che si va ad inserire all’interno del tempio politico per eccellenza del mondo. Gli Stati Uniti sono Paese dell’eterno paradosso: da un parte si crede fermamente al volere divino che ha concesso ai Padri Pellegrini di giungere in una terra così ricca e che si sarebbe imposta sul Vecchio Mondo, ma allo stesso tempo hanno la consapevolezza della forza dell’uomo, della sua capacità di farsi da solo ed emergere con le proprie qualità.

Su uno sfondo dorato, la composizione della cupola si sviluppa su due piani orizzontali. Quello più vicino al centro rappresenta George Washigton che, con la sua inconfondibile giacca blu e gialla e un manto sulle ginocchia, viene innalzato alla gloria, diventando, quindi, una divinità politica e storica degli Stati Uniti. E’ circondato da tredici fanciulle che, con lui, siedono su un anello di nuvole: lo stanno accompagnando nell’Olimpo della Storia.

Apologia di George Washigton
Nettuno (dettaglio dell’Apologia di Washigton)

 È la parte sottostante a interessarci di più: sulla base della cupola, su un terreno brullo, gli antichi dèi si muovono tra invenzioni di un futuro così lontano da loro. Il loro dominio è finito, però, essi sono coloro che, divinamente, hanno ispirato gli uomini a raggiungere queste meravigliosi scoperte scientifiche.

Nettuno, seduto sul suo carro di conchiglia, trainato dai possenti e irrequieti cavalli bianchi, trattenuti da tritoni, ninfee e putti, si staglia su una porzione di mare da cui sbuca la prua di un battello a vapore. La dotta Minerva guida le menti di Morse, di Fulton e Franklin verso le deduzioni che li condurranno alle loro invenzioni (rispettivamente: il noto codice Morse; la nave a vapore; il parafulmine, oltre ai grandi contributi nel campo dell’elettricità, della meteorologia e dell’anatomia). Vulcano, invece, presiede i lavori di una fucina che non crea più spade e scudi, bensì cannoni e fucili, che sembra ammirare soddisfatto; lavori che verranno utilizzati da Ares/America. La dea della guerra, vestita in maniera classicheggiante, sembra trasformarsi in un’antenata di Capitan America con l’elmo e lo scudo con i colori della bandiera americana e l’aquila reale che l’accompagna e ghermisce i nemici. Arriviamo a Cerere su quella famosa mietitrice McCormick che ha fatto iniziare questo viaggio.

Minerva (dettaglio dell’Apoteosi di George Washington)
Vulcano (dettaglio dell’Apoteosi di George Washigton)

Si tratta di una lode non solo all’uomo che ha creato quello che ad oggi sembra il Paese più forte del mondo, che ammiriamo e che, sotto sotto, desideriamo, ma anche all’avanzamento tecnologico di cui è stato protagonista. Oggi sorridiamo all’idea che l’elettricità sia questa grande scoperta o che una mietitrice trainata da cavalli sia rivoluzionaria, ma all’epoca erano delle cose pioneristiche.

Trovo, però, affascinante una cosa. Noi europei siamo portati a guardare in alto e vedere il mondo celeste come il mondo perfetto, ideale, in cui tutto risulta compiuto (sia che crediamo al Regno dei Cieli, al Valhalla o al dio spaghetto). E’ il luogo delle divinità e degli dei, è lì che vogliamo sederci.

Cerere (dettaglio dell’Apologia di George Washigton)
Ares (dettaglio dell’Apologia di George Washigton)

A Washigton, per la prima volta, non è così! I padri fondatori ci osservano dall’alto, invidiandoci quello che per noi è normalità (cellulari, computer, acqua corrente, elettricità ovunque, anche in tasca). Si sono seduti di fianco alle divinità del passato, sapendo che ogni piccolo passo creerà un nuovo dio che prenderà posto nel nuovo Olimpo. Sotto quella cupola che inneggiava all’avanguardia della tecnica e della scienza ci sono esempi di come l’intelligenza umana abbia preso e modificato quelle che sembravano le invenzioni ultime, impossibili da eguagliare, creando qualcosa di nuovo, di ancora più magnifico.

Gli dèi non sono più tra le nuvole, ma vivono la terra. Le nuove divinità siamo noi!

Aeroporto Daxing: la stella marina più grande al mondo

Muraglia Cinese, Esercito di Terracotta, Città Proibita. Pochi sanno però che l’Estremo Oriente ha molto altro da offrire a partire da aeroporti che rappresentano autentiche opere architettoniche.

di Andrea Ferro

Tra tutti spicca il nuovo Daxing International Airport di Pechino. Inaugurato a Settembre 2019 dal Presidente Xi Jinping in persona, l’aeroporto si sviluppa lungo 700.000 metri quadrati, ovvero 98 campi da calcio! Voluto per decongestionare il traffico dell’attuale aeroporto di Pechino, l’opera architettonica nasce dal progetto del famoso architetto Zaha Hadid in consorzio con altri studi cinesi e non. Il ruolo dello studio Zaha Hadid è stato soprattutto quello di progettare il design integrato di tutto il terminal, per offrire un linguaggio architettonico unico a esterni, interni, postazioni tecniche e spazi per il retail. Lo studio si è occupato infatti anche del layout di distribuzione e panificazione degli spazi commerciali.

Se dall’alto l’aeroporto assomiglia ad una stella marina, all’interno la struttura appare agli utenti come un luogo avveniristico: per realizzarlo gli architetti si sono ispirati a principi dell’architettura tradizionale cinese come l’organizzare spazi interconnessi intorno ad uno spazio centrale.

Nel progetto di Zaha Hadid Architects i passeggeri sono guidati attraverso percorsi che dai diversi spazi del terminal, le zone di partenza, arrivo o trasferimento, conducono verso il grande cortile centrale illuminato da una cupola di vetro trasparente. È questo il cuore del terminal: uno spazio per incontri e soste che vive a più livelli. Questa distribuzione compatta e radiale si è rivelata molto efficace perché nella corte centrale si trovano tutti i servizi e i comfort per i passeggeri. Le campate strutturali, lunghe fino a 100 metri, danno vita ad ampi spazi pubblici all’interno dell’aeroporto e permettono un alto grado di flessibilità e di possibilità di riconfigurazione anche futura. Inoltre, il design consente l’attracco di un numero consistente di aeromobili, riducendo in questo modo le distanze dai terminal al centro del complesso, che si percorrono in soli 8 minuti.

L’aeroporto è all’avanguardia anche dal punto di vista tecnologico: vanta il più grande sistema di gestione del traffico aereo automatico al mondo, un sistema di riconoscimento facciale avanzato e altre tecnologie sofisticate di primo livello. 

In poche parole, un viaggio nel futuro ancora prima di iniziare il proprio viaggio in aereo!  

Quattro chiacchiere con Emanuele Dainotti

Doveva essere una semplice intervista con un artista, invece parlare con Emanuele è stato molto di più: è stato rigenerante e rinfrescante. Abbandonando le sovrastrutture artistiche, ricostruire una realtà e un mondo che sembra così lontano eppure così vicino a noi, il vero mondo della nuova arte. Si è parlato un sacco, la sintesi della sintesi spero possa essere abbastanza per entrare nel VERO mondo delle mostre e della sfavillante arte contemporanea, che si spera riesca a dare nuova vitalità ad un mondo, che sta continuando ad evolversi. Tra parole, spiegazione e parte dell’intervista cercherò di farvi conoscere Emanuele e farvi capire perché sono rimasta stregata dalla sua arte.

di Jessica Caminiti

Per conoscerlo forse la scelta migliore è introdurlo dalle sue parole: sintesi, loop e finitudine. 

Jessica: dai tuoi video si comprende bene perché tu abbia scelto parole come sintesi e loop, molte volte infatti i personaggi entrano in un misterioso ed eterno ritorno nella realtà senza possibilità di redenzione, ma ci puoi spiegare meglio cosa intendi per finitudine? Una parola purtroppo caduta in disuso nell’italiano corrente.

Emanuele: È un tendere all’idea di fine, ma non si esaurisce qui. Non è la fine, ma una possibilità. É la continua ricerca umana di uno stato che trascenda le nostre possibilità, l’incapacità di concepire la mancanza di una soluzione.

Frame di SAN NEPOMUCENO. Video rappresentativo delle parole indicate da Emanuele

J: Se la scelta di abitare ad Anversa è dettata dalla ricerca di terreno fertile, della nuova New York (mi sento dentro futurama) o della Nuova Berlino dell’arte contemporanea, la scelta di scappare dall’Italia è ancora più meditata e ricercata per sfuggire all’agio, che gli scorsi decenni hanno portato all’interno del panorama del Bel Paese

E: Esattamente, ero alla ricerca di un terreno più fertile. Avevo bisogno di trovarmi in una situazione scomoda, che mi permettesse di aprirmi a nuove visioni e soprattutto di confrontarmi con qualcosa che non mi è consono e chiaro. Inoltre il lavoro di un artista ha bisogno di spazio, tempo e attenzione. Questi tre elementi sono molto più reperibili fuori dall’Italia soprattutto quando si parla di under 35. In generale si percepisce la voglia di coltivare più che di celebrare.

J: si nota, che in realtà di artisti italiani famosi nel campo contemporaneo ce ne sono pochi..

E: Le personalità più interessanti degli ultimi trent’anni si sono quasi sempre formate o affermate fuori dai confini italiani, vedi Cattelan e Beecroft, giusto per citare due tra i più conosciuti. Se ne sono andati, magari anche per tornare in seguito.

J: ma ci racconti qualcosa di te, da cosa hai iniziato, chi ti ha ispirato…

E: Mi sono avvicinato all’arte inizialmente tramite una passione per la scultura e questo ha sicuramente influenzato il mio approccio formale al video. Ma più che all’arte visiva, in senso stretto, ho sempre rivolto il mio interesse alla letteratura, la filosofia, il cinema e la musica.

Se dovessi darti dei nomi dovrebbero essere scrittori più che artisti.

J: Ispirazione  concretezza possono essere espresse nelle maniere più imprevedibili e impensabili, i supporti e le modalità possono essere diverse, ma quello che importa molto a volte è il racconto e la nave che continua a navigare tra flutti e frangiflutti della mente: Emanuele molte volte prende come punto di riferimento libri e racconti, che possono interagire con la realtà che lo circonda e la sua arte. Un esempio può essere Onetti: il suo magico e spettrale mondo uruguaiano in cui il nostro artista è stato ha preso forma nei suoi video

frame da SANTA MARÍA

E: Nel 2018 sono stato per cinque settimane in una residenza artistica in Uruguay dove ho sviluppato una serie di lavori ambientati nella città di Santa Marìa. Santa Marìa è la città immaginaria dello scrittore uruguaiano Onetti. Ed è la stessa città, mash-up tra Montevideo e Buenos Aires, che ha preso realmente vita non appena sono arrivato in Uruguay. Quello che ho percepito è proprio l’atmosfera ricreata da Onetti, fatta di marginalità e di loop infiniti, di vita, di morte, di rinascita. Uno dei lavori si intitola proprio SANTA MARÍA (2018), è un’installazione video potenzialmente infinita, un loop continuo, composto da tre differenti loop che si accavallano e si contorcono vicendevolmente. 

J: è un’incertezza, una scoperta continua, non ti spaventa?

E: Più che altro mi eccita. Tendo ad essere parecchio puntuale e perfezionista, sicuramente non uno sperimentatore. Mi piace studiare, riempire quaderni, e solo nel momento in cui visualizzo in maniera efficace il tutto riesco a passare alla formalizzazione. Un’idea può prendermi mesi o anche anni, ma la realizzazione deve essere velocissima. Spesso lavoro con performer o in generale con persone o agenti sui quali non ho mai pieno controllo, per questo ho il bisogno di creare un terreno solido su cui farli muovere. Non do molte indicazioni alle persone con cui lavoro, ma faccio in modo che si scontrino con le idee che ho disseminato nel luogo dove avvengono le riprese.

J: qual è la cosa più importante per te all’interno dei tuoi lavori? Non essendo attori professionisti cosa cerchi in loro e cosa trovi? La difficoltà di creare un momento, di proporre un personaggio, una storia è un grande impegno non solo fisico, ma più che altro mentale.

E: Non chiedo mai di interpretare dei personaggi, l’impegno sta nel fatto che chiedo una cooperazione. Mi interessano le atmosfere e le relazioni che si possono creare tra i vari agenti. Non sono da solo in fase di scrittura e allo stesso modo durante la produzione e la distribuzione del lavoro. Gli elementi che compongono un lavoro non si risolvono esclusivamente attorno a me e il lavoro stesso. 

Frame di Genesi di una luce al buio

J: Ecco cosa è stato parlare con Emanuele, un continuo racconto e un gioioso scambio di opinioni tra due Italiani persi nel mondo. Vorrei raccontarvi ancora mille cose di questa chiamata, ma purtroppo il tempo è nefasto e anche le battute di un articolo non possono essere infinite, quindi come chiudere? Chiedendo come sempre: e adesso Emanuele?

E: Goeie vraag! ti risponderebbero ad Antwerpen. Sto lavorando alla mia prima personale in Belgio, che inaugurerà a giugno a Gent. Oltre a quello sto sviluppando un nuovo progetto legato alla realtà virtuale che continua la mia ricerca sul loop e sulle relazioni tra installazioni video e fruitori.

Possono assicurare che i suoi video sono già avvolgenti: tra i quattro video di Santa Maria la storia sembra la tua, sei a viaggiare disperso nel mare all’interno della villa, sei un detective, una donna, un uomo, un individuo, che in qualche maniera è lì. Le parole rispetto all’arte vissuta sulla propria pelle, lo sappiamo, sono riduttive. Potrei raccontarvi i suoi video, ma non reggerebbero il confronto con la vista di essi: il tempo si dilata e restringe e si è immersi nella bolla dell’arte, che può realmente portare in qualsiasi altra realtà.

Sempre sul pezzo: Weimar la città dell’innovazione!

Cambiamo Stato e voliamo a Weimar, dove lo spirito del Bauhaus è ancora palpabile e la ricerca della novità in campo artistico rimane l’obiettivo di questa visionaria scuola, che non ebbe vita facile, ma è ancora qua

di Jessica Caminiti

Foto panoramica di Weimar

Weimar, 2019. Weimar che? per caso è un formaggio? No, secondo me è quel posto strano dove piovono polli! Niente di tutto questo gente e ora, che ho la vostra curiosità posso iniziare. Ebbene sì, parlerò di questa piccola città, la quale forse vi suona poco familiare, ma fatemi fare un piccolo tuffo nel passato per farvi capire, perché essa risulti come già sentita nel vostro cervello e non solo per qualche strana definizione di Bartezzaghi nella settimana enigmistica!

Oltre ad essere la città natale di volti noti come Goethe e Schiller, i quali sono presenti per tutta la città tra statue, strade intitolate e aggeggini carini nei vari negozietti, essa diventò importante nel 1919; essa divenne famosa sì, ma per riuscire a comprendere meglio come e perché ci conviene saltare su una certa e conosciuta DeLoeran e ritornare indietro a un secolo fa e quindi, eccoci qui: Weimar, 1919.

Targa commemorativa della costituzione della Reppubblica: In questa casa il popolo tedesco si è dato, attraverso un’assemblea nazionale, la costituzione di Weimar dal 11 agosto 1919

Weimar 1919. Subbugli e tafferugli, la prima guerra mondiale è appena finita, ritornano i reduci, le mogli tornano a casa e la vita sembra ricominciare anche in Germania; una piccola Repubblica prende forma ed è proprio la Repubblica di Weimar: libertà e nuove possibilità pullulano per la città, le donne possono già votare, i cittadini non sentono l’oppressione dei Paesi dove la monarchia fa ancora il buono ed il cattivo tempo e proprio qui, arrivò Walter Gropius con la sua scuola. Proprio qui, un secolo fa, il Bauhaus prese forma e da qui inizia la vera storia artistica nella città.

Benvenuti nella magica Scuola dove ragazzi e ragazze condividono gli stessi corsi, tecnici e teorici, per diventare gli architetti e gli artisti di domani. Nei vari anni si possono incrociare per i corridoi i grandi maestri, i quali hanno fatto la storia dell’arte del Novecento; Kandinskij si aggira tra gli alunni insieme a Klee, Itten, Van der Rohe, mentre Gropius da direttore vede nascere e piano piano morire il suo sogno. Sarebbe tutto fin troppo bello, se solo una folle ideologia non si fosse intromessa! La sede c’è ancora, ma la scuola dovette fare i conti con la storia ed il nazismo, che la reputò “troppo liberale e sovversiva”, così dopo lo spostamento a Dessau ed a Berlino, nel 1933 verrà chiusa definitivamente durante l’ascesa del regime.

1919
2019

Cosa rimane nel 2019 del visionario e liberale progetto di Gropius? Il nuovo museo appena inaugurato, enorme e più inclusivo possibile, portatore di storia e di design, oltre alle molte gallerie sparse in tutta la città e la sede della scuola, centro propulsore di idee e di novità, è ancora lì. Mettere un piede dentro l’edificio principale è una  grande emozione, una di quelle che si provano solo quando sai chi è passato prima di te, e, mentre mi lascio alle spalle il padiglione costruito da Henry Van De Velde (sì, avete letto bene, proprio lui!), entro e vedo la magnificenza della scuola: l’androne bianco, che ti accoglie e i murales del 1919 ancora presenti si mischiano e ti fanno respirare la storia. Negli anni si è ingrandita e oltre ad architetti e artisti accoglie anche informatici, un po’ bistrattati e decentrati rispetto all’edificio principale, ma parte integrante di questo piccolo mondo a sé stante. 

Logo della scuola
Lavoro del summary
laboratorio di virtual reality

Perché vi raccontato di questo crogiuolo di personalità così diverse? Perché ogni anno a luglio, tutti gli studenti della scuola presentano i loro progetti al summary  e, curiosissima come pochi, sono ad aggirarmi per corridoi e aule per capire quali sono le novità. Artisti, designer e architetti ci stupiscono come sempre, anche se non offrono nessuna spiegazione o interesse nei confronti dei visitatori, che magari (dico magari, eh?) qualche chiacchiera la vorrebbero pure scambiare. L’ala più stupefacente è stata quella informatica. Voglio raccontarvi cosa succede quando informatici ed artisti iniziano a conoscersi, comprendersi e collaborare. Tutto si svolge in un piccolo laboratorio, dove tutti entrano zuppi (ovviamente vuoi che non piova visto che io esco vestita bene?) e qui lo stupore. Otto videogiochi, dove si viene trasportati nel mondo del Bauhaus, in maniera innovativa, quasi inconsapevole per chi partecipa. Da neofita e bug continuo dell’informatica, mi aggiro tra questi pc dove vedo riproposizioni del tema del Bauhaus: chi ha deciso di usare le forme per sfidare la fisica, chi ti fa aggirare per il nuovo museo cercando indizi, finché mi sposto fisicamente nell’edificio e arrivo alla stanza chiusa. Porta sbarrata e solo quattro persone alla volta possono entrare, cosa ci sarà mai qui dentro? Entro e qui la magia si avvera, l’arte incontra la tecnologia: un semplice gioco di ricerca di due monumenti del Bauhaus persi per una città immaginaria. Sei sotto una cupola e tutto ti circonda: suoni, rumori naturali ed i tuoi passi, mentre ti aggiri scontrandoti con le figure inventate da Oscar Schlemmer e tutto sembra così reale, tutto sembra a portata di mano. Trovo i due edifici e riemergo da questa realtà con due domande: che cos’è il Bauhaus oggi? Quanto è cambiato?

Summary 2018, visione della cupola

Rifletto e penso, niente è cambiato: il Bauhaus è esattamente come cento anni fa! La ricerca della novità, dell’unione di più saperi, l’essere sempre all’avanguardia e un passo avanti rispetto agli altri. Tutto questo è rimasto, si è solo trasformato ed evoluto per arrivare a questo: la scoperta dell’arte nella tecnologia.

In conclusione può essere la tecnologia arte? Certo, che sì! Un’arte diversa, non ancora pienamente compresa, ma può sicuramente aiutare a raggiungere e scrutare nuovi campi, nuovi limiti, che ancora dobbiamo raggiungere.