Bernini realizzò numerose opere a Roma, ma di sicura una delle più suggestive è la Fontana dei Fiumi, una struttura scultorea complessa che permette a chi la osserva di scoprire il mondo.
Penso che Giovan Lorenzo Bernini sia una di quelle persone con cui avrei volentieri fatto due chiacchiere, condite con delle grosse risate. Mi sono sempre immaginata un uomo serio e dallo sguardo leggermente folle, idea che mi era stata offerta dagli autoritratti che avevo avuto il piacere di ammirare, ma poi, leggendo di lui, mi sono resa conto che nulla è più distante dalla realtà. Bernini era un uomo dedito agli scherzi e che amava la vita e il suo lavoro, accettandone gli alti e i bassi che questi gli offrivano. A circa 92 anni, ad esempio, la sua salute peggiorò a causa di una paralisi che lo colpì al braccio destro, affrontò il problema con il sorriso e affermando che alla fine, dopo tutto quegli anni di duro lavoro, il suo amato arto doveva pur riposare!
Bernini era un artista a tutto tondo e che abbellì la Città Eterna con opere meravigliose, che, insieme a quelle di Michelangelo (morto solo 34 anni prima della nascita dello scultore napoletano), ne sono diventate il simbolo. Tra queste c’è, senza ombra di dubbio, la meravigliosa e imponente Fontana dei Quattro Fiumi.


L’artista stava affrontando un periodo piuttosto complesso della sua vita a causa della morte del suo più importante mecenate, Urbano VIII, sostituito dall suo grande nemico: Innocenzo X Pamphili. Alla stregua dello scontro Borgia-Rovere, il nuovo papa cercò di superare le grandi commissioni del suo predecessore, rivolgendosi a quegli artisti che erano rimasti nell’ombra. La Fontana, quindi, con grande probabilità si pensava sarebbe stata realizzata da Borromini, rivale di Bernini e leggermente snobbato dal defunto Urbano VIII, eppure l’artista napoletano decise di giocare le sue carte e di regalare un modellino in argento del progetto della Fontana all’avida cognata del papa. La donna, ammaliata e molto influente, convinse Innocenzo X a cambiare l’autore del progetto. Ovviamente Borromini non ne fu contento.
L’odio tra i due è così noto che ancora oggi viene diffusa quella falsa leggenda che vorrebbe che la personificazione del Rio della Plata della Fontana si stia nascondendo alla vista dell’ “abominevole” S.Agnese Agone del collega e avversario Borromini, che, fatalità, è proprio di fianco al complesso scultoreo. In realtà ciò risulterebbe leggermente impossibile, proprio perché i lavori alla chiesa iniziarono nel 1652, un anno dopo il completamento del monumento berniniano. Insomma, è solo una brutta serie di sfortunati eventi!
L’imponente apparato in travertino doveva essere una lode al potere del Pontificato: la religione cristiana era arrivata in ogni angolo del mondo fino a quel momento conosciuto. Bernini, però, decise di rappresentare i Continenti non con le solite personificazioni, bensì con le incarnazioni dell’Acqua. La scelta dell’elemento non è da circoscrivere unicamente alla funzione che doveva avere, quello di Fontana appunto, ma anche come elemento vitale e purificatore del credo cristiano. Fu così che le bellissime e tradizionali fanciulle furono sostituite da uomini possenti e muscolosi, ognuno a rappresentare uno dei fiumi più importanti della propria terra. A realizzarle, però, non fu lo stesso Bernini, bensì alcuni degli artisti che lavoravano nella sua bottega.


Abbiamo così l’irrequieto Danubio per l’Europa, realizzato da Antonio Raggi, che si contorce per indicare lo stemma della famiglia papale; c’è poi il Gange (India) che regge in mano un remo, per la sua navigabilità, scolpito da Claude Poussin; il Nilo (Africa) ha il capo coperto in quanto ancora non si conosceva la posizione delle sue sorgenti e fu realizzato da Giacomo Antonio Facelli; finiamo poi con il Rio della Plata: quello che sembra un atto di disgusto è in realtà di sottomissione: l’America era appena stata convertita dal Vecchio Mondo, e sulle spalle ha una borsa piena di monete, probabilmente in argento, che dovrebbero richiamare il colore delle sue acque. A scolpirlo fu Francesco Baratta.
Le sculture sono state sistemate su uno scoglio, realizzato da Giovan Maria Fraschi, e che ha, al centro, uno scavo in cui è stato sistemato l’obelisco, in modo da renderlo più stabile: idea che sperimentò con successo Bernini in occasione della progettazione della Fontana del Tritone (1643). Questo monolite è una copia romana di un obelisco egizio che fu ritrovata nel 1647 nei pressi della Via Appia; esso doveva rappresentare come i quattro continenti fossero protetti dall’ombra della Santa Sede.


A rendere ancora più stupefacente l’opera è la grande varietà di elementi vegetali e animali che si possono notare tra le crepe e le sporgenze della base. Numerosi animali marini e creature fantastiche si offrono all’osservatore più curioso e attento, piccolo esploratore di un’opera che gli permette di visitare il mondo. Ogni singolo pertugio offre qualcosa di meraviglioso e anche gli elementi vegetali non sono da meno: piccoli ecosistemi si muovono sotto un vento immaginario, impercettibile, ma in grado di muovere il freddo e tenace marmo.
Un piccolo spaccato di Natura si staglia in una delle piazze più importanti di quella che, già all’epoca era una metropoli. Immediatamente la città comprese come quella Fontana, sorta su un semplice abbeveratoio, non era una semplice opera pubblica, ma un vero e proprio capolavoro, tanto che nessuno ebbe il coraggio di ricordare al Bernini, durante l’inaugurazione, che c’era bisogno di acqua perché quella fosse una fontana a tutti gli effetti. Infatti, al momento in cui l’imponente complesso fu scoperto, la vasca era completamente vuota, un dettaglio importante e che all’artista, scenografo anche di teatro e amante delle trovate in grande stile tipicamente barocche, non poteva di certo essere sfuggito. Solo a fine della cerimonia, quando il papa se ne stava andando, ammaliato anche lui dalla meravigliosa creazione che aveva commissionato, Bernini diede il segnale e l’acqua iniziò a zampillare. Non dalle bocche delle creature marine o da piccoli tubi impiantati sullo scoglio, ma da sotto l’obelisco: l’acqua scendeva sul marmo come piccoli rigagnoli, bagnando la fredda terra e donandole nuova vita.


Il successo fu ancora più grande e strabiliante.
Borromini non fu, di nuovo, felice! Fu così che, insieme ad altri artisti che non stimavano in particolar modo Bernini, memori delle battute che questo aveva fatto sulla complessità di rendere stabile l’enorme obelisco, sparsero la voce che presto tutta la struttura sarebbe caduta. Il nostro scultore napoletano si presentò, così, la mattina seguente con dei chiodi e delle corde sottilissime, le avvolse intorno all’obelisco e le attaccò alle case vicine, dicendo che così avrebbe retto più a lungo.
Ovviamente non furono realmente necessarie, anche perché erano terribilmente inutili, difatti l’obelisco con i suoi Quattro Fiumi si staglia ancora su Piazza Navona, in tutta la sua magnificenza.
Fonti:
– D. Pinton, Bernini. I percorsi dell’arte, ATS Italia Editore, 2009









