New York e il suo orologio naturale

Mentre la natura ci avverte che il nostro pianeta ha le ore contate, anche l’arte cerca di fare la sua parte rendendosi pedina fondamentale per parlare di cambiamento climatico e necessità di ridimensionamento.

di Jessica Caminiti

Sono passati ormai decenni da quando Joseph Beuys faceva parlare di sé grazie alle sue performances a sfondo sociale e politico. Da ciò possiamo dedurre che la sensibilizzazione delle persone sul tema ambientale non è un argomento nuovo per l’arte contemporanea, eppure sembra che la musica si debba ripetere: nonostante passino gli anni e le decadi, la nostra natura è sempre più in difficoltà per quanto si cerchi di apportare dei cambiamenti nel nostro stile di vita. Macchine elettriche, giardini verticali e quant’altro non bastano, ci si presenta di fronte un mondo sofferente dove smog e consumo di risorse naturali diventano sempre più un problema insostenibile. 

Joseph Beuys in “7000 oaks”

L’emergenza climatica è ormai argomento quotidiano e Climate clock, la nuova opera di Gan Golan e Andrew Boyd ci dà un ultimatum. Quanto tempo ci rimane? A detta degli scienziati poco ed è questo che ci vogliono ricordare i due artisti con il loro countdown, il quale inesorabilmente segna lo scorrere del tempo. Per la settimana della lotta al cambiamento climatico a New York, il monumentale orologio è stato visibile nella Grande Mela, dove ha preso temporaneamente il posto dell’opera di Kristin Jones e Andrew Ginzel Metronome (un’opera d’arte che segna l’inesorabile passare delle ore durante le giornate segnalato in secondi), tra i grattacieli di Union Square. Questo è servito a rendere consapevoli le persone, che alzando lo sguardo tra gli imponenti edifici, potevano rendersi conto del fatto che il tempo sta per scadere, difatti gli anni che mancano al cosiddetto punto di non ritorno sono meno di 8. Il primo gennaio 2028 è considerato, dagli esperti, il giorno in cui non si potrà più tornare indietro, se le emissioni di monossido di carbonio continuassero a rimanere tali. L’inesorabile conteggio è basato su una serie di calcoli recentemente condotti dall’ONU, i quali cercano di rispondere e fare chiarezza su una domanda: quanto tempo ci rimane? Secondo questi studi, nel caso in cui le emissioni di C02 rimarranno invariate, il già citato capodanno del 2028 segnerà il momento in cui le temperature subiranno un innalzamento di 1,5°, che corrisponde alla condanna per il nostro pianeta.

Il Climate clock a New York. Alla sua sinistra potete osservare parte di Metronome

L’umanità ha il potere di aggiungere tempo all’orologio, ma solo se lavoriamo collettivamente e misuriamo i nostri progressi rispetto a obiettivi definiti”, questo si legge sul sito ufficiale del Climate clock, che rimarrà in funzione fino al fatidico giorno; sulla pagina si possono vedere non solo il conto alla rovescia e la percentuale con cui le fonti rinnovabili si stanno sostituendo a quelle inquinanti, ma offre anche la possibilità di portare nelle proprie case e nelle proprie città questa condivisa opera. Non ci deve stupire che essa sia così pubblicamente fruibile, poiché lo scopo è quello di raggiungere più persone possibili attraverso tutti i mezzi che si possono sfruttare in quanto tutti noi siamo coinvolti sia come causa, ma possiamo essere parte della soluzione. Come ben sappiamo infatti l’arte pubblica non ha solo lo scopo di abbellire e rendere più piacevoli le città, ma anche quello di rendere più virale e mondiale possibile un messaggio, che esso sia sociale, politico, economico o ecologico, come in questo specifico caso. L’orologio molto chiaramente urla al mondo l’emergenza in cui siamo coinvolti e in cui tutti dobbiamo fare la nostra parte. “The Earth Has a Deadline”, la Terra ha una scadenza, si legge sotto l’opera ed è chiaramente un tipo di arte poco confortevole quella che si presenta ai nostri occhi, una tipologia di arte reale, senza fronzoli o vana speranza. Un semplice messaggio chiaro che non punta a passare astrusi e astratti concetti filosofici, ma bensì fatti e dati che dovrebbero preoccuparci e dovrebbero farci riflettere su ciò che ogni giorno facciamo e come agiamo in questo nostro breve lasso di esistenza, il quale lascia l’impronta per ciò che verrà. L’arte, che per molti è semplice diletto oppure ancora peggio sovrastruttura inutile, ancora una volta si schiera in prima linea per comunicare, per essere parte del mondo, reale e tangibile.

Il climate clock, l’anno scorso a Berlino, in Germania

Qualche domanda ce la dobbiamo porre. Qualche risposta la dobbiamo assolutamente cercare. Mentre state leggendo questo articolo i secondi e i minuti continuano inesorabilmente a calare, lasciando che il tempo ci sfugga dalle mani non riusciremo mai a salvare non solo la Natura, ma anche noi stessi.

Vi lasciamo il link del sito, dove potete conoscere meglio18 il progetto e fare pubblicità ad una buona causa: https://climateclock.world

Non sei alla moda

La moda, in ogni epoca, luogo ha influenzato intere generazioni. Andy Warhol esponente di spicco della Pop Art, movimento artistico diventato di moda nel 1960 a New York, era un  artista alla moda.

di Elena Melloni Gandolfi

In quel periodo la Città americana era diventata la “capitale mondiale della cultura”, Parigi che  fino ad allora aveva detenuto il primato passò il testimone a New York.  

Con la fine della seconda guerra mondiale, molti artisti emigrarono in America e con l’evolversi degli strumenti e del modo di fare arte, inizia una nuova era per essa con base principale nella capitale oltreoceano. 

Warhol era un frequentatore degli ambienti underground della “Grande Mela”, la sua arte si nutriva della realtà quotidiana, le sue opere traevano ispirazione dalla cultura di massa,  dalle immagini di consumo della società americana dell’epoca, dalla pubblicità, dai fumetti volendo dimostrare la sua volontà di eliminare la storia dell’arte del passato.

Il supermercato entrava all’interno del museo o di una mostra quasi come a dirci che l’arte deve essere consumata come un qualsiasi prodotto commerciale come Campbell’s Soup Can o Peach Halves. Le immagini sembrano uscire da un catalogo senza nessun criterio estetico.

Andy Warhol

Voleva trasformare il luogo comune in arte e viceversa quindi dopo la trasformazione dei beni di consumo in arte, è essa stessa a diventare prodotto di massa. 

Le cose e gli avvenimenti acquistano un significato quando vengono comunicati e messi in circolo diventando una moda, l’artista applica il criterio “quantità come qualità” sia alle persone che ai beni di consumo. 

Seleziona i simboli del tempo diventati miti e quindi di proprietà della società, così nascono le sue serigrafie su tela che prendevano in considerazione personaggi del cinema, del mondo artistico, della politica, dell’ambiente della malavita, ripetendo il volto svariate volte alterando solo i colori come Marilyn Monroe, Mao Zedong, Che Guevara, Elvis Presley e tanti altri.

Le leggendarie serigrafie dell’artista

Quest’artista, trasferito a New York, iniziò a lavorare come illustratore pubblicitario e divenne  amico di molti stilisti newyorkesi famosi, quindi già dall’inizio della sua carriera grazie al suo geniale talento aveva attirato l’attenzione di riviste specializzate quali “Glamour”, “Harper’s Bazaar” (dove lavora anche Blumenfeld, di cui vi abbiamo parlato qui) con le sue fotografie di scarpe dimostrando che la sua arte era senza tempo.

Moda e arte hanno come punto d’origine la creatività e chi meglio di Warhol ha saputo unire i due mondi.

Finalmente con l’arrivo dell’artista “americano” si interrompe  la tradizione pittorica  con l’uso dei colori e pennelli e  si passerà all’uso delle icone, icone poi diventate alla moda.

Nel  mondo dell’arte non si parlerà  più di rappresentare la realtà  ma di come l’arte stessa sia diventata una costante della vita quotidiana, ogni oggetto o personaggio famoso potrà diventare un opera d’arte fino ad essere riprodotta in una semplice maglietta.

Warhol divenne famosissimo in tutto il mondo, nel 1991 lo stesso Versace gli ha reso omaggio e Calvin Klein,celebre stilista,  a circa trent’anni dalla  sua morte ha iniziato una collaborazione con la sua fondazione.

Ancora oggi il suo nome è conosciuto nel mondo della moda.

Fonti

– Tilman Osterwold, Pop Art,  Taschen, 1991. 

Keith Haring, la rivoluzione sui muri e sulle passerelle

Keith Haring nasce a Reading, Pennsylvania, nel 1958 ed è considerato forse il writer per eccellenza, massimo rappresentante del movimento graffitista della New York degli anni Ottanta. Ma procediamo con ordine. Incoraggiato dal padre, sin dall’infanzia dimostra un’inclinazione al disegno e una forte passione per i personaggi dei fumetti.

di Jessica Colaianni

Nel 1976 si iscrive alla Ivy School of Professional Art di Pittsburgh, dove frequenta le lezioni di grafica pubblicitaria. Ben presto però, si rende conto che quella non è la sua strada, decide quindi di abbandonare gli studi per dedicarsi al mondo dell’arte da autodidatta, divorando un libro dietro l’altro tra una pausa e l’altra da lavori miseri e degradanti. Alla fine degli anni Settanta si trasferisce a New York e inizia a frequentare la School of Visual Art, dove stringe un forte legame di amicizia con Jean Michel-Basquiat. Nella grande mela Haring comprende la sua vera identità, riconoscendo apertamente il suo orientamente omosessuale e si rende conto inoltre di non sentirsi a suo agio con gli strumenti tradizionali dell’arte; decide quindi di abbandonare nuovamente gli studi e di dedicarsi liberamente a ciò che è più nelle sue corde.

Keith Haring al lavoro

Trovata la sua vera identità, egli comincia a rendere protagonista dei suoi lavori la scena urbana newyorkese, grande fonte di ispirazione per la nuova generazione di artisti dell’epoca. Si avvicina così alla corrente del graffitismo, movimento nato a Philadelphia a fine anni Sessanta e che trova piena diffusione e sviluppo nella New York dei decenni successivi. Tra i vari punti della città preferiti dai writers, Haring predilige l’intervento sugli spazi pubblicitari vuoti presenti nella metropolitana, affermando lui stesso come si è avvicinato a tali oggetti: “Un giorno, viaggiando in metropolitana, ho visto un pannello che doveva contenere un messaggio pubblicitario. Ho capito subito che quello era lo spazio più appropriato per disegnare. Sono risalito in strada fino ad una cartoleria e ho comprato una confezione di gessetti bianchi, sono tornato in metropolitana e ho fatto un disegno su quel pannello. Era perfetto, soffice su carta nera; il gesso vi disegnava sopra con estrema facilità”.

Nonostante la street art nasca come movimento che si pone in contrapposizione all’arte tradizionale e ai suoi strumenti classici di comunicazione, il sistema del mercato dell’arte capisce il successo di tali artisti e li ingloba presto in esso, rendendoli famosi e iniziando a esporli in gallerie e musei. Come altri, e anche di più, Haring inizia ad acquisire una fama sempre maggiore e inizia a esporre in diverse gallerie internazionali, facendo impennare alle stelle le quotazioni dei suoi lavori su tela e ricevendo diverse commissioni di arte pubblica. Le opere di Haring sono piene di colori sgargianti e di figure stilizzate e bidimensionali marcate da una linea spessa di contorno, i personaggi per lo più rappresentati sono bambini, cani, mostri, televisori, figure tratte dai cartoni.

le sue figure stilizzate riprese dai grandi stilisti

Attraverso queste immagini che potremmo definire quasi infantili, l’artista si è impegnato a veicolare messaggi importanti della sua epoca, quali il capitalismo, il razzismo, l’ingiustizia sociale, il riarmo nucleare, la droga e l’AIDS, di cui si è ammalato e morto nel 1990 all’età di soli trentuno anni. Simbolo della sua lotta contro la morte è l’opera Tuttomondo, realizzata nel 1989 sulla parete esterna del convento di Sant’Antonio a Pisa, un inno alla vita che Haring considera uno dei suoi progetti più importanti. L’intento perseguito attraverso la realizzazione delle sue opere è il raggiungimento di un arte che sia per tutti, il suo desiderio infatti era quello di conquistare un pubblico il più ampio possibile, e per questo porta le sue immagini al di fuori dei classici spazi espositivi. Proprio per tale motivo nel 1986 inaugura a SoHo il suo Pop Shop, un punto vendita di gadget e magliette ritraenti le sue opere. Nonostante la vita breve, Keith Haring è entrato di diritto non solo nella storia dell’arte ma nell’immaginario comune collettivo, attraverso delle immagini semplici ma che sono simbolo e rappresentazione di un’epoca di grande fermente sociale e politico. Il successo delle sue icone è talmente grande che ancora oggi esse si ritrovano in oggetti quotidiani, che siano scarpe, quaderni, magliette e gadget di ogni tipo.

Fonti:

– Alexandra Kolossa, Haring, Taschen, 2004.

– John Gruen, Keith Haring: The Authorized Biography, Simon and Schuster, 1992.

– Gregorio Rossi, Keith Haring, Cambi, 2011.

Il sistema dell’arte contemporanea

Quando pensiamo all’arte non possiamo fare a meno di immaginarci un luogo dove è possibile ammirare opere di ogni tempo, il tutto circondato da un’atmosfera poetica e trasognante. Anche per noi studenti che ci approcciamo a tale materia vale inizialmente questo pensiero ma, procedendo nel percorso di studi o una volta approdati nel fatidico mondo del lavoro, ci rendiamo conto che non “è oro tutto ciò che luccica”.

di Jessica Colaianni

Galleria di Leo Castelli. Foto da https://www.widewalls.ch

Al giorno d’oggi l’arte si scontra con la dura realtà, entrando a far parte anch’essa di un ambito che governa il mondo, stiamo parlando ovviamente dell’economia. Viviamo o no nell’epoca del capitalismo più sfrenato? Ebbene sì, per quanto l’arte sia considerata una cosa pura e lontana da questo male assoluto che imperversa le nostre vite contemporanee, l’economia è riuscita a penetrare in essa, creando un vero e proprio sistema dell’arte che detta le leggi della domanda e dell’offerta e che decide chi merita di starci dentro e chi invece di restare fuori.

Leo Castelli con Jasper Johns

Per capire meglio l’origine di questo sistema, però, bisogna tornare un po’ indietro nel tempo. Più precisamente andiamo nella New York degli anni Quaranta dove troviamo protagonista un italiano. Leo Castelli, triestino di nascita ed ebreo di origine, fugge dall’Europa nazista verso il nuovo mondo insieme alla moglie, con la quale approda nella grande mela e, appassionato d’arte, trascorre le sue giornate al MoMa, diretto all’epoca da Alfred Barr. Entra in contatto con l’allora nascente arte americana (l’Espressionismo astratto capitanato da Pollock per intenderci) e trasforma il suo appartamento in una galleria. Quella ufficiale verrà aperta nel 1957, dove presenterà al mondo i due grandi protagonisti del New Dada, Johns e Rauschenberg. L’intento di Castelli è quello di, attraverso la sua galleria, certificare gli artisti nascenti e di farne presto una sua esclusiva. Il suo grande intuito lo porta infatti a presentare al pubblico gli artisti della Pop Art, prima, e del Minimalismo, dopo, diventando così primo gallerista rappresentante  di alcuni dei movimenti artistici più importanti del Novecento.

Jasper Johns – Two Flags
Robert Rauschenberg – Retroactive II

Ben presto apre nuove gallerie private in diverse parti del mondo creando una fitta rete di contatti tra artisti, musei, gallerie, collezionisti. Famose per esempio sono le sue liste di attesa, allo scopo di creare grande aspettativa e incrementare il guadagno dalla vendita di un’opera, in una corsa incessante per accaparrarsi i lavori e gli artisti migliori. Al fiuto per il mercato di Leo Castelli si associa l’origine del sistema dell’arte, termine che verrà ufficialmente introdotto dal critico Lawrence Alloway nel 1972 e da Achille Bonito Oliva nel 1975. Proprio nel testo di Bonito Oliva abbiamo una descrizione accurata del sistema dell’arte, riguardante un’élite di musei, artisti, galleristi, collezionisti (il MoMa, Damien Hirst, Gagosian Gallery, Saatchisono solo alcuni esempi) visti come veri e propri brand che creano tendenza. Per esempio, se Saatchi, famoso collezionista, acquista un’opera di un determinato artista, allora anche gli altri cominceranno a comprare quell’artista. Se il MoMa espone tal dei tali, allora anche gli altri musei cominceranno ad esporre tal dei tali, e così via.

Damien Hirst – L’impossibilità fisica della morte nella mente di un essere vivente

Col tempo, all’arte si è sempre dato più un valore economico che prettamente artistico e se si ha il privilegio di entrare a far parte di questo sistema equivale come fare terno al lotto. Molti artisti di grande valore sono rimasti fuori da questi circuiti a causa della mancanza dei giusti agganci e questo è un lato oscuro dell’arte che spesso non si conosce ma che domina attualmente la scena artista, scatenando non poche critiche dai puristi dell’arte. Spero con questo articolo di non aver infranto i vostri bei sogni e le vostre belle illusioni, questa è la realtà che aleggia dietro le opere di arte contemporanea (e non solo) ma continuate a tenervi lontani da questo mondo marcio, passatemi il termine un po’ forte, e continuate ad ammirare l’arte, tutta, a prescindere, senza condizioni e influenze, perché come dice Thomas Merton “L’arte ci consente di trovare noi stessi e di perdere noi stessi nello stesso momento” quindi vale sempre la pena continuare a soffermarsi su di essa.

Il museo come Landmark pt. 2

Amici e amiche, riprendiamo da dove ci eravamo interrotti. Dopo il Guggenheim di Wright e il Pompidou di Piano è giunto il momento di fare un altro salto in avanti, fino al 1997, per l’esattezza, l’anno dell’inaugurazione del Guggenheim Museum nella città spagnola di Bilbao, appunto… BILBAO.

Di Jessica Colaianni

Bilbao

L’opera di Frank O. Gehry è una vera rivoluzione nel campo architettonico museale, il quale avrà un effetto di portata internazionale. Bilbao, città prevalentemente industriale, a seguito di una forte crisi che percuote le industrie negli anni Novanta, decide di investire nel settore turistico, avviando un imponente progetto di rivitalizzazione urbana, a cominciare dalla creazione di un museo dedicato all’arte contemporanea. L’architettura creata da Gehry diventa in breve termine conosciuta in tutto il mondo, diventando un’importante meta e attrazione turistica… se non ci credete digitate Bilbao su internet e provate a guadare tra i risultati fotografici: Guggenheim. Guggenheim ovunque.

Guggenheim visto dall’esterno

Come il Guggenheim di New York, tuttavia anche questo non è esente a forti critiche da parte degli artisti, le cui opere vengono messe in secondo piano, a favore dell’architettura, che diventa essa stessa opera d’arte da ammirare, passando quindi da puro contenitore a contenuto in sé per sé. Il cosiddetto “effetto Bilbao” nasce proprio dall’intento della città tanto da diventare punto centrale dei circuiti turistici, a partire dal museo e di tutta un’altra serie di progetti urbanistici realizzati da altre archistar (così vengono definiti i grandi architetti della contemporaneità). Questo effetto ha scaturito un forte dibattito critico ma non solo. Molte altre città, infatti, ispirate dal paese spagnolo, hanno cercato di replicare Bilbao, riuscendo o meno a raggiungere lo stesso obiettivo.  Da quel momento tutto cambia, gli anni Novanta sono contrassegnati dalla realizzazione di una quantità enorme di edifici al fine di ospitare collezioni d’arte o mostre temporanee. Lo scontro/dialogo tra arte e architettura si fa sempre più forte, in una continua contaminazione tra i due ambiti, dove l’arte imita l’architettura (basti pensare alle grandi installazioni, una tra tutte l’opera di Richard Serra, proprio ospitata al Guggenheim di Bilbao, la quale entra strettamente in dialogo con l’edificio), e viceversa, dove gli architetti, grazie anche a nuovi mezzi tecnologici, realizzano edifici dalle forme più varie, imitando la pittura.

esterno del museo

Ecco a voi dunque perchè tutto parte da Bilbao: musei dalle strane forme ne nascono di più ogni giorno, le città periferiche si dotano di strutture sempre più particolari, realizzati da nomi importanti, al fine di accaparrarsi anch’essi una fetta di turisti. Ciò che vediamo oggi è tutto l’opposto di quello di cui si discuteva a inizio Novecento, dove il padre dell’architettura contemporanea, Le Corbusier, attuava una completa dissoluzione architettonica a partire dalla facciata, non presente nei suoi progetti, andando totalmente a favore e a rispetto dell’arte ospitata… ma magari di questo ne parleremo in un altro momento!

Il museo come landmark

Avete mai sentito parlare di “effetto Bilbao”? Beh, se non conoscete questo termine e non sapete da dove deriva, siete nel posto giusto! Oggi vi porto alla scoperta di alcuni dei musei più importanti e noti al mondo per provare a svelare questo  architettonico mistero. Siete pronti?

di Jessica Colaianni

Cominciamo dal principio. New York, anni Trenta del Novecento. Hilla von Rebay, responsabile della raccolta di arte non oggettiva di Solomon R. Guggenheim, scrive una lettera all’architetto Frank Lloyd Wright chiedendogli la realizzazione di un museo che potesse ospitare la collezione d’arte astratta, un luogo dove arte e architettura dialogassero perfettamente. L’architetto, noto per non apprezzare l’urbanistica della città, legata ad una legge emanata negli anni Venti dove si ponevano dei canoni specifici per l’edificazione, decide di andare controtendenza, progettando un edificio che stonasse completamente col resto delle costruzioni. Quel buontempone di Wright concepisce così un grande spazio unico, una spirale bianca rovesciata, dove all’interno si staglia un immenso vuoto centrale, circondato da una singola rampa di scale nel quale si articola l’intero percorso espositivo, che va dall’alto verso il basso. Inaugurato nel 1959, dopo la morte dell’architetto e dello stesso Solomon, il museo è sin da subito fortemente criticato, specialmente dagli artisti, i quali ritengono che gli spazi non siano adatti all’esposizione di opere d’arte, andando così contro al sogno dell’architetto e della sua utopica armonia arte-architettura.

Museo Guggenheim di New York

Facciamo adesso un piccolo salto in avanti. Parigi, anno 1977, viene inaugurato il Centre Pompidou, opera di Renzo Piano e di Richard Rogers. Non museo nel nome, ma centro, a significare un luogo che racchiuda non solo l’arte ma tutta una serie di attività multidisciplinari che spaziano dall’architettura, al design, alla musica, al cinema. Un luogo insomma adibito a centro culturale cittadino, che sia dinamico e costantemente vivo. Posizionato nello strategico quartiere di Les Halles, nel cuore della città francese, il museo, con la sua forte caratterizzazione architettonica, diventa un landmark riconosciuto in tutto il mondo. Lo spazio interno è completamente liberato in un classico white cube open space ma la peculiarità dell’edificio sta invece tutta al suo esterno, il quale presenta dei grossi tubi colorati, funzionali ad ospitare tutti gli impianti di servizio. Oltre ad essi, un’altra particolarità è la scala mobile, posizionata lungo le vetrate della facciata, permettendo in questo modo di instaurare un dialogo tra l’architettura e la città stessa.

Centre Pompidou di Parigi

Non abbiamo ancora capito cosa sia l’effetto Bilbao? Beh, vi lascio ancora un po’ sulle spine e vi do appuntamento al prossimo articolo dove scopriremo altri fantastici musei! Stay tuned!

La realtà di Nan Goldin

Oggi parliamo di una delle fotografe più famose dello scenario artistico degli anni Ottanta e attualmente ancora in attività, Nan Goldin, artista statunitense, è diventata nota presso il grande pubblico per i suoi scatti intimi ed emozionali, rappresentanti una sorta di diario della sua vita.

di Jessica Colaianni

Un’esperienza traumatica durante l’infanzia, ovvero il suicidio della sorella Barbara, è il fattore che avvicina alla fotografia la Goldin, la quale, da quel momento, immortala ogni momento della sua vita e di quella dei suoi amici in un tentativo quasi disperato di mantenere il controllo sullo scorrere inevitabile del tempo. Nella sua opera più famosa, The Ballad of Sexual Dependency, Nan dichiara il suo dispiacere nel non avere abbastanza foto della sorella, con una conseguente difficoltà nel ricordarla davvero per come era e non per come la immaginava. Al fine di non ripetere questo errore, comincia a fare fotografie perché, come lei stessa afferma: “Non voglio nuovamente perdere la vera memoria di nessuno”.

Non potendo sopportare il dolore della perdita e l’indifferenza dei genitori, da adolescente scappa da casa e va prima a Boston e poi a New York. In queste città, Goldin incomincia a sviluppare un suo linguaggio fotografico personale, scattando immagini delle persone che le stanno intorno, componendo un reportage generazionale dello stile di vita underground tipico di quegli anni. Una caratteristica importante del suo lavoro è che la fotografa diventa anch’essa protagonista dei suoi ritratti partecipando, direttamente o indirettamente, al racconto immortalato dalla macchina, che in questo caso agisce come estensione corporale dell’artista. Per Nan Goldin “fare una fotografia è un modo di toccare qualcuno, è una carezza, è accettazione”.

Risultati immagini per nan goldin cookie mueller

Tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta l’avvento dell’AIDS sconvolge la vita di dell’artista e quella dei suoi amici, i quali sono costretti a fare i conti con le conseguenze di una vita sregolata e piena di eccessi. L’artista resta accanto a loro durante tutto il percorso della malattia documentando ogni passaggio fino agli ultimi istanti di vita. Tra le serie più emozionanti e commoventi che l’hanno resa celebre a livello internazionale è il portfolio dedicato all’amica Cookie Mueller, la quale muore a pochi mesi di distanza dal marito Vittorio e la serie di fotografie dedicate all’amico, nonché profondo sostenitore della sua arte, Gilles, dal momento in cui scopre di essere malato fino alla morte, la quale avviene nel 1992. In queste immagini drammatiche si riesce a percepire il dolore e la tragicità del momento. Per esempio, in uno degli scatti di Nan, vediamo il braccio di Gilles ormai esanime raffigurato in una composizione austera ma allo stesso tempo dignitosa, la quale esprime con forza una sorta di memento mori che richiama, per certi versi, i quadri classici.

Immagine correlata

Attraverso queste fotografie abbiamo uno spaccato di una generazione che è stata percossa da un evento drammatico, documentato in questo caso con una tale partecipazione che non ci può lasciare indifferenti. Queste immagini sono importanti perché agiscono come documentazione di un avvenimento che ha toccato profondamente le vite di molti artisti e non solo, collocando in tal modo Nan Goldin tra quegli artisti che hanno fatto della denuncia sociale la propria ricerca. Anche se per Nan la cosa più importante resta “fotografare, e poi ancora fotografare, sempre di più, con l’ansia di fermare ciò che altrimenti scomparirebbe, o verrebbe dimenticato”. Gli scatti di Nan sono quasi rubati, spesso imprecisi e non completamente messi a fuoco, appartengono a uno stile da “album di famiglia”, rappresentano un tipo di far fotografia che influenza molti fotografi delle generazioni successive. Un’altra particolarità di questa artista è il creare dei video montando le immagini con un sottofondo musicale, creando così un allestimento emozionale e che coinvolge nell’intimo lo spettatore osservante.

L’artista è tuttora attiva nella realizzazione di performance e call action volte a sensibilizzare il grande pubblico su temi delicati come appunto l’AIDS o la dipendenza da oppiacei, e lo fa attraverso le sue fotografie e i canali social di Facebook e Instagram. 

Nan Goldin è la dimostrazione che l’arte non è soltanto bellezza e gioia, ma è anche espressione di difficoltà, sofferenza. L’arte, più semplicemente, è vita.