L’arte come specchio di vita

My Bed di Tracey Emin è una di quelle opere che per anni hanno fatto parlare di sé, forse tuttora è centro di discussioni e domande, ma il fulcro rimane uno, forse quello snodo centrale che si supera solo se si va oltre la vista nell’arte contemporanea: ma è solo un letto sfatto? Potevo farlo anch’io!

di Jessica Caminiti

Era il 1999 e My bed, letteralmente il mio letto, è una delle opere finaliste per la vittoria del Turner prize, importante premio per i giovani artisti inglesi, e Tracey si ritrovò non solo a spiegare cosa esso rappresentasse, ma anche a dover rispondere alle mille critiche che ricevette: “perché l’hai fatto?”, “Tutti potrebbero farlo” a cui lei semplicemente diceva:

“Beh, non l’hanno fatto, vero? Nessuno l’ha fatto prima di me”

L’arte non è la prima volta che incontra la vita privata degli artisti, dunque non è la prima opera nata da questo binomio. Il letto diventa specchio della vita dell’artista, diventa quasi la sua anima: come una moderna Dorian Gray affida il suo spirito, distaccato, al letto, che diventa opera e rappresentazione di quei giorni trascorsi.

L’opera nasce in un periodo particolare per l’artista, in cui gioia e dolore, benessere e malessere, si mischiarono e la portarono a sprofondare in delle giornate depressive, in cui il letto fu la sua intera casa e la sua tana protettiva.

Parlo di specchio, uno specchio che a detta sua non vede più come il suo riflesso: vede una ragazza giovane, lontana dalla sua vita, che era dedita a piaceri, che adesso sono distanti da lei e dal suo modo di concepire la Vita. Gli oggetti sono ovviamente i più strani, quelli a cui, in qualche maniera, ci affidiamo quando si parla di breakdown mentale: contraccettivi che ora non usa non avendo rapporti, sigarette che da anni non fuma, alcool che non fa parte più dei suoi vizi (in più lei stessa ammette che non bevesse superalcolici, quindi potrebbero non essere suoi) e oggetti personali come la sua cintura, che ora riesce ad avvolgere solo una sua coscia.

Appena si alzò dal letto e vide quello che c’era si rese conto di cosa esso avesse rappresentato per lei: era stato la sua ancora di salvezza, le ha permesso di perdersi in un posto protetto e in quel momento preciso momento esso stesso divenne un vecchio ricordo. Un ricordo sfuocato, mosso e scomposto come il letto stesso è, come la sua vita stessa era: solo attraverso il distacco e l’esposizione sembrava possibile una catarsi.

My Bed di T. Emin (1997)

Dopo tante opere, dopo la sparizione dell’arte come racconto lineare, questo lavoro della Emin desta ancora sospetto e gioca con l’immaginazione delle persone: cosa avrà fatto? Come mai tutti quegli oggetti sono sparsi tra le lenzuola e per terra?

La curiosità che da sempre ci contraddistingue come essere umano porta a farsi domande sulla nascita dell’opera e di conseguenza pensare ed immaginare la vita stessa dell’artista. Forse ci fa paura questa intimità così spinta e così esplicita: troviamo la cintura sopracitata, che l’artista stessa racconta essere stata la sua preferita, ma che ora è troppo stretta, la usava solo come indumento? Ogni vizio esposto era veramente parte imprescindibile della sua personalità? Sì, questo si può dire essere un giovane autoritratto della Emin fatto attraverso oggetti abbandonati e mai più usati. Tutto appare come qualcosa di visto attraverso una serratura, come i quadri della toilette di Cezanne dove guardare è quasi peccaminoso e rende tutto sporco e troppo privato per poter definire esso arte.

particolare dell’opera

Anche per l’artista My bed non è nato come opera d’arte: se ne accorta solo nel momento in cui ha abbandonato questa postazione con tutti i suoi oggetti sparsi tra le lenzuola e sul pavimento ed è tornata a vivere, il suo letto era perfetto come opera per lo spazio bianco delle nuove gallerie e dei nuovi musei contemporanei. La rappresentazione perfetta della vita e del suo continuo movimento: niente è regolare, fasi emotive e di vita possono sovrapporsi e i nostri tratti caratteriali possono scontrarsi tra loro. L’opera centrale nella stanza si confronta molte volte con altri lavori, come per esempio con Turner o con Francis Bacon. L’artista stessa decide di esporli insieme poiché vede dei collegamenti importanti con questi due grandi artisti. Il primo, del periodo romantico, con i suoi quadri quasi astratti fatti a strisce di colore e macchie ricorda l’arte a lei più contemporanea e i vari strati che il lavoro stesso ha: strati di lenzuola, oggetti buttati, strati di significato. Il secondo, Francis Bacon, visionario artista, si avvicinava alla poetica della Emin per le abitudini e per quello che le opere possono passare agli spettatori: in entrambe si vede smarrimento, ricerca di senso e vuoto, tutto convulso e avvolto in sé, una realtà alternativa a cui si può pienamente partecipare solo se la mente rimane aperta oltre il proprio modo di vedere, oltre l’Io e accoglie la vita, che si cerca di catturare osservando quello che gli altri provano. Guardare eterni pezzi di vita trascorsa per provare a comprendere quel magico ed eterno ritratto, che ci racconta un passato, un sogno, oppure semplicemente una vita lontana, quasi dimenticata.