Tutto iniziò con dei noccioli di pesca…

Una donna si è imposta nel panorama artistico di Bologna nel Cinquecento, giovane, bella, ribelle e talentuosa. Amata da molti e odiata da altre tanti, la sua non è stata una vita facile, ma di sicuro ricca di successo.

di Silvia Michelotto

Numerose sono le donne che hanno avuto un ruolo importante all’interno dei diversi campi del saper, persino Vasari ne riconobbe il loro valore iniziando la biografia dell’artista che sto per narrarvi citando diversi nomi illustri, ma che, purtroppo, non ricevevano la giusta attenzione. E allora lui decide di inserir all’interno delle sue Vite una donna, una sola, e che considerava la migliore scultrice che visse tra il Quattrocento e il Cinquecento: Properzia de’ Rossi.

La scultura non era di sicuro un’arte tipicamente femminile: troppo pesante, polverosa e complessa. Eppure Properzia si impone in questo ambito, considerata la ragazza più bella, virtuosa e talentuosa di Bologna,  si fa spazio in una città che accetta le donne come artiste. Questo centro cittadino si impone sulla Penisola come il più all’avanguardia, in quanto obbliga tutti i cittadini che si dedicano alle arti, anche i nobili e, quindi, anche a coloro che li reputano solo passatempi, a iscriversi alle cooperazioni. Essendo poi una delle capitali del sapere questo viene messo a disposizione di chiunque, compreso il gentil sesso che, fino ad allora, si erano viste negare moltissimi piaceri e diritti.

Ritratto di Properzia de’Rossi sull’edizione delle Vite del 1791
Properzia de Rossi presenta Giuseppe e sua moglie (1822) di Ducis

Ma perché, allora, Properzia è così importante? Solo perché ha fatto sua un’arte totalmente maschile? No, bensì perché lei fu l’apripista di quel gruppo di donne che presto avrebbe lavorato nell’ambiente locale e europeo. Prima di lei solo Caterina de’ Vigri, una monaca pittrice e miniaturista, fu riconosciuta come una vera e propria artista, ricevendo, quindi, anche commissioni; dopo Properzia nel panorama artistico si imposero Lavinia Fontana e Elisabetta Sirani. Entrambe figlie di artisti, firmarono le loro opere (numerosissime) consapevoli del loro valore e con lo scopo di autopromuoversi e richiedere un riconoscimento anche pubblico. Le vite di queste due fanciulle fu molto diverse però: Lavinia ebbe la fortuna di vivere una vita lunga e in perenne viaggio tra le corti europee, con ben 11 figli a cui offrire tanto amore, Elisabetta, invece, morì a soli 27 anni e mai uscì dalla città dalle mura rosse.

Ma torniamo alla nostra Properzia. Lei non era figlia di artisti e, come abbiamo imparato dalla storia dei Carracci, questo era un grossissimo handicap. La sua passione per la scultura iniziò come svago: armata di un coltellino e di noccioli di pesca intagliava meravigliose scene religiose, soprattutto legate alla Passione di Cristo, dettagliate ed emozionati, che colpivano, per la loro bellezza, chiunque le osservasse. Tutti erano meravigliati dalla bravura della ragazza che ben presto ricevette una delle commissioni più importanti per un artista dedito a qualsiasi pratica o di qualsiasi genere sessuale: lavorare all’interno della fabbrica di S.Petronio.

Fu il momento più alto della sua breve vita. Realizzò tre formelle dedicate alle sibille e un bassorilievo dedicato a Giuseppe e sua moglie Putifarre. Vasari, all’interno delle sue Vite, parlerebbe in realtà di una versione pittorica egregia dell’episodio biblico, che le avrebbe permesso di avere anche una committenza da parte del figlio del conte Guido de Pepoli riguardo al ritratto del genitore, ma, a parte essere citata dall’illustre storico, non è presente nessun’altra testimonianza del fantomatico quadro religioso. 

Di certo sono numerosi coloro che videro nell’opera scultorea qualcosa di più di una vicenda dell’Antico Testamento: la moglie di Giuseppe che lo brama mentre il marito vuole mantenersi casto non sarebbe altro che un’allegoria della sua vicenda amorosa. La donna, infatti, risultava fortemente innamorata di Antonio Galeazzo Malvasia, un altro artista, ma senza essere ricambiata e questa passione carnale insoddisfatta per  l’amato l’avrebbe portata a concentrare la sue attenzioni unicamente verso l’arte. Insomma, si era buttata sul lavoro per sfogare la sua frustrazione.

Peccato che alcuni atti processuali mostrano che, invece, fosse piuttosto appagata sessualmente e proprio da Antonio Galeazzo: i due, infatti, erano amanti e sembra che la bella Properzia fosse un tipetto tutto fuorché che remissivo, visto che fu processata per possesso indebito, in quanto decise di abbattere gli alberi facenti parte della proprietà di un’altra famiglia, perché le danneggiavano la vista dalla sua casa.

Giuseppe e sua moglie Putifarre di P. de’ Rossi
Possibile ritratto di Properzia di autore sconosciuto

Il fatto che il suo carattere non fosse esattamente mansueto, che fosse una donna e che, più di ogni altra cosa, non era figlia d’arte le procurò un nemico potete: Amico Aspertini, orefice e pittore . Era una delle personalità più influenti all’interno della fabbrica di S.Petronio e vedeva nella giovane artista una grandissima minaccia, fu così che iniziò a muoversi unicamente ai suoi danni. Prima fu uno dei testimoni di un secondo processo nei confronti della scultrice riguardo ad un’aggressione contro un loro collega artista, perpetuata con la complicità di Domenico Franca (fratello del noto Giuseppe) e arrivando a convincere i committenti della fabbrica di S.Petronio a pagarla meno rispetto ai suoi colleghi. Quest’ultimo atto la portò a licenziarsi, oltraggiata dal trattamento che le era spettato, e per Aspertini fu, probabilmente, il momento migliore della sua vita.

Eppure, nonostante la donna non lavorasse più presso la Basilica da anni la sua fama era diventata internazionale, le sue opere furono immediatamente notate e lodate durante l’incoronazione dell’Imperatore (24 febbraio 1530) proprio dal neo imperatore Carlo V e dal papa Clemente VII, che dispiaciuti di non poterla incontrare, in quanto Properzia era morta pochissimi giorni prima a causa della sifilide, andarono a porle omaggio sulla tomba e commissionarono una lapide commemorativa che è ancora lì a celare la sua sepoltura.

E dire che tutto era partito da dei noccioli di pesca…

Fonti:

– I. Graziani, V. Fortunati, Properzia de’Rossi. Una scultrice a Bologna nell’età di Carlo V, Compositori, 2008;

– G. Vasari, Le Vite de’ più eccellenti architetti, pittori et scultori italiani, Einaundi, 1989

Una nuova dignità al lavoro

Le origine dei Carracci erano umili, soprattutto erano lontanissime dal mondo artistico. Proprio per questo motivo si preoccuparono di dare ai ‘mestieri’ una nuova dignità, distante da quella proposta dal Manierismo.

di Silvia Michelotto

I Carracci furono il trio artistico più importante della Bologna di fine Cinquecento. Ludovico, Agostino e Annibale provenivano da famiglie lontanissime dal mondo dell’arte (il primo era figlio di un macellaio, gli altri due, invece, di un sarto), ma la loro bravura e la loro determinazione permise loro di fondare una delle botteghe più famose della città. Non servirono a nulla le proteste dei loro colleghi di cooperazione, che li detestavano per i più svariati motivi, dal già citato fatto di non essere figli d’arte al loro modo di dipingere fin troppo innovativo.

Di sicuro quello che ricevette più critiche, ma a cui la storia regalò il maggior numero di onorificenze, segnando la sua vittoria sull’ormai maturo e stanco stile tardo manieristico, fu Annibale. Era il più giovane dei tre, ma il più combattivo e innovativo, il più sovversivo in una bottega di sovversivi. Portò numerosi grattacapi al cugino Ludovico, il più anziano e che gestiva la bottega che avevano fondato, soprattutto al momento del suo debutto come artista completamente formato e autonomo. Ma della sua Crocefissione ne parleremo un’altra volta, perché vogliamo volgere lo sguardo ad un altro caposaldo della sua produzione: La macelleria, attualmente conservata a Oxford.

La pescheria (Serie Mattei) di B.Passerotti (1577-78)
La macelleria (Serie Mattei) di B. Passerotti (1577-78)

Perché fu così importante? In questo periodo la pittura raffigurava i lavoratori come esseri ignobili, peccaminosi e volgari. La Serie Mattei di Passerotti ci mostra uomini e donne mostruosi, dai volti distorti quasi caricaturali che dietro ai loro banchi non offrono solo cibi, ma anche riferimenti al sesso. La pollivendola che abbraccia il pollo come se fosse un amante, la pescivendola che accenna al fatto che l’anziano marito non fosse più attivo sotto le lenzuola e il macellaio che accarezza il grugno del maiale richiamando atti amorosi. Di sicuro non sono le persone a cui ci rivolgeremmo per i nostri acquisti.

Le pollivendole (Serie Mattei) di B.Passerotti (1577-78)
I pescivendoli (Serie mattei) di B.Passerotti (1577-78)

E fu così che La macelleria di Carracci con le sue figure dignitose e realistiche, divenne il primo elogio al lavoro onesto e corretto.  Certamente il fatto che Ludovico avesse un padre che lavorava nel settore ha permesso ad Annibale di comprendere effettivamente la fatica del mestiere, che, ci può sembrare strano, era regolato da pesanti normative. A Bologna, il cardinale Paleotti aveva emanato regole precise sul commercio della carne, vietandolo in periodo di quaresima se non in casi eccezionali, come ad esempio se a farne richiesta erano donne in dolce attesa o anziani e malati. Questa bottega, dipinta dal pennello sapiente del giovane Carracci, è perfettamente a norma: presenta le carni magre della quaresima, sta servendo una signora anziana con, invece, della carne più grassa ed è così affidabile che persino una guardia svizzera, probabilmente dopo un controllo, decide di fare acquisti in questo negozio.

Il lavoro viene descritto con attenzione, non sono solo uomini che offrono la loro carne invitante, ma la stanno pesando, tagliando e lavorando. Non stanno con le mani in mano, non alludono al sesso, stanno facendo il loro mestiere.

Macelleria di A.Carracci (1585)

Purtroppo non sappiamo se quella è la rappresentazione di una vera macelleria, se sia un’opera commissionata o un semplice esercizio di bottega. Alcuni hanno ipotizzato fosse stata richiesta dai Canobbi, macellai, appunto, i quali commissionarono all’artista anche un’altra tela, il Battesimo di Cristo. Martin, storico illustre, invece, propose una lettura particolare: quelle figure impegnate nel lavoro non sarebbero altro che i tre Carracci e il loro garzone così  quello che noi staremmo osservando non sarebbe altro che il loro manifesto artistico. La loro arte, come già detto, guarda alla realtà e alla sua rappresentazione dignitosa e verosimigliante, ciò porterebbe, quindi, a rappresentar una bottega circondata dal fermento del lavoro, con i suoi dipendenti indaffarati che si muovono intorno ad essa e non in posa dietro alla merce. Inoltre, sancirebbe l’intenzione di rappresentare la verità nella sua integrità, senza un giudizio morale e discriminante come fece Passerotti.

Anche se questa lettura è stata smentita, di sicuro è interessante vedere come nell’opera di Annibale le loro origini umili siano elogiate e non nascoste, siano viste come elemento fondamentale della loro formazione, rendendo ancora più interessante e importante la loro arte.

Fonti:

– D.Benati, Carracci e il vero, Mondadori Electa, 2007;

– E.Negro, M.Pirondini, La scuola dei Carracci. I seguaci di Annibale e Agostino, Artioli, 1995;

– A. Ghirardi, Passerotti, Luisé, 1990.