La Madonnina che tutti abbiamo in casa

Tutti noi la conosciamo, l’abbiamo almeno una volta vista o ammirata a casa della nonna o su qualche santino. Non a caso è una delle Madonne più conosciute e riprodotte al mondo, però la sua storia è piuttosto particolare.

di Silvia Michelotto

Roberto Ferruzzi nacque nel 1853 a Sebenico, in Dalmazia, all’epoca territorio veneziano. Sue padre era un avvocato nonché un amministratore territoriale e questo, all’epoca, significava che anche il figlio avrebbe fatto lo stesso identico mestiere. Raramente, infatti, la progenie poteva discostarsi più di tanto dalla professione dei genitori, erano spinti, al contrario, a continuare la tradizione di famiglia.

Roberto Ferruzzi (1853-1934)
una versione dell’opera

Roberto si trasferì, così, a Padova dove divenne appunto studente di Giurisprudenza, ma la sua passione per il disegno e per la pittura non lo abbandonò, tanto che nel 1870 si spostò a Luvigliano, un quartiere di Torreglia, una città che si espande ai piedi dei Colli Euganei. Qui, immerso in una natura quasi bucolica, si dedica totalmente alla sua passione per la pittura e crea un consorzio per gli artisti, un piccolo gruppo in cui ci si poteva scambiare idee e opinioni. 

Realizzerà moltissime opere in questi anni, ma di sicuro la più famosa è lei: la Maternità. Infatti, fu solo successivamente che il quadro ricevette una valenza religiosa, ma la sua origine era puramente atea. Ma andiamo con ordine!

Ad ispirare l’opera fu una bambina, Angelina Cian, di appena dieci anni, la secondogenita di una covata di quindici figli, la quale  teneva in braccio il più piccolo dei suoi fratelli. Questa scena richiama la dura e triste situazione delle campagne venete di inizio Novecento: i figli erano l’unica ricchezza che i poveri contadini avevano, erano manodopera gratuita che poteva essere usata, sin dalla giovane età, nei campi o che potevano portare dei guadagni extra se riuscivano a trovare lavoro da terzi. Angelina, in quel periodo, era lasciata a casa ad accudire i fratelli minori mentre i genitori erano occupati nel lavoro. Ferruzzi rimase affascinato dalla serietà del suo giovane volto e decise di dipingerla, sublimando le fatiche della sua vita e rendendola quasi l’emblema della condizioni di estrema povertà della sua terra, che basava la sua fortuna proprio sulla capacità delle donne di procreare braccia forti, adatte a lavorare la terra.  Poco importava la loro età.

immagine d’epoca della Biennale di Venezia nei primi del Novecento

Il quadro, di una dolcezza e delicatezza unica, fu portato alla seconda edizione della Biennale di Venezia (1897) e vinse la competizione quasi all’unanimità. Il volto di Angelina aveva rapito i cuori di molti che cominciarono a vedere in quella Maternità non il volto di una contadinella qualsiasi ma quello della Vergine, probabilmente anche grazie alla luminosità, quasi dorata e sacrale, del velo che le copre la testa. Ovviamente il successo fu tale che l’opera ebbe una fila incredibile di acquirenti, pronti a sborsare veri e propri patrimoni per potersela accaparrare. A vincere questa corsa all’offerta migliore furono i fratelli Alinari , due fotografi fiorentini, coloro che permisero che questa immagine entrasse in tutti i modi nelle nostre case. I due, infatti, videro un doppio guadagno nel possedere l’opera: il primo era il possedere i diritti di riproduzione di questa, che fu, appunto, riproposta in ogni modo e con le più numerose variazioni (ponendo la figura contro un muro di diversi colori oppure a sfondi monocromatici, rendere più o meno luminose le vesti o togliere, addirittura, le decorazioni del foulard), il secondo guadagno era rivenderla, tenendosi ben stretti, però, i diritti di cui abbiamo parlato poc’anzi.

I due fotografi trovarono in un ambasciatore americano il giusto acquirente, ma purtroppo, nel momento stesso in cui l’opera salpò per raggiungere il Nuovo Mondo se ne persero le tracce. C’è chi ipotizza sia finita in Pennsylvania, all’interno di una collezione privata, chi, invece, pensa che la nave che la trasportava sia stata affondata, nel corso della Seconda Guerra Mondiale, dai tedeschi. Di certo è strano che un’opera così amata ed entrata nell’immaginario comune si sia volatilizzata e che non esistano notizie certe proprio sull’affondamento di un’imbarcazione con un tale tesoro al suo interno. Ma durante la guerra, si sa, non si hanno le stesse priorità di quando si è in pace.

Luvignano, comunque, tuttora non demorde e spera che un giorno la sua Madonnina ritorni a casa e possa fare bella mostra di sé tra le mura dell’abitazione-museo di Ferruzzi.

un’altra versione della famosa opera

Già così la storia è triste, a livello storico artistico, ma a livello umano le tragedie intorno a questo quadro non sono ancora finite. Spostiamo lo sguardo verso la fanciulla che posò e che divenne il volto della Vergine inaspettatamente: Angelina. La giovane si trasferì poco dopo aver posato per il Ferruzzi a Venezia, dove si sposò con Antonio Bovo. Alla ricerca di maggior fortuna i due, nel 1906, migrarono in America, sperando di vivere il sogno americano che, già in quegli anni, riempiva le fantasie dei più.

Qui Angelina costruisce una nuova e numerosa famiglia, composta da lei, il marito e i dieci figli. Purtroppo la favola finì bruscamente quando, nel 1929, Antonio muore e lei si trova con troppe bocche da sfamare e senza un lavoro. La fragile mente della donna crolla e viene ricoverata in manicomio, mentre i figli vengono affidati a un orfanotrofio dove cresceranno.

La secondogenita, Maria, sceglierà da adulta la via della vocazione, prendendo il nome di suor Angela Maria in onore della madre che morì a inizio degli anni Settanta, senza aver più lasciato l’ospedale. Decisa a ricostruire la storia della sua famiglia di cui conosceva poco, visto il silenzio della madre, la suora si recò a Venezia dove incontrò alcune anziane parenti. Furono loro a raccontarle la storia del quadro e di come questo fosse diventato così famoso, chiudendo, finalmente, il cerchio.

Può sembrare quasi poetico il fatto che la figlia di colei che diede il volto alla più famosa Madonna di tutti i tempi sia diventata suora, quasi a investire la famiglia Cian di un destino quasi miracoloso e dedito alla fede, ma fa un po’ rabbia pensare che, Angelina, quel volto che ammiriamo ovunque, morì povera e sola in un manicomio. I diritti d’immagine all’epoca erano molto blandi e imperfetti, concentrati solo su alcuni aspetti e non certamente sui diritti dei modelli che posavano. Il volto di Angelina è in tutte le case del mondo, eppure lei di questo grande successo non ha guadagnato assolutamente nulla se non il ricordo perpetuato dalla sua famiglia e dal quartiere di Luvigliano.

Fonti:

-A.Socci, Il mistero della Madonna più conosciuta al mondo. Un groviglio di vite che sfiora anche Pablo Neruda, https://www.antoniosocci.com/il-mistero-della-madonnina-piu-conosciuta-del-mondo-un-groviglio-di-vite-che-sfiora-anche-pablo-neruda/

http://www.luvigliano.it/storia/madonnina.htm

https://www.alinari.it/it/news/1012420/il-mistero-della-madonnina-col-bambino

Attenzione! Contenuti espliciti

La censura è il frutto del paradosso della democrazia: in un mondo in cui esiste la libertà di parola chi decide cosa si può dire e cosa no? Chi ha il potere di giudicare o di fermare una libera espressione? E se questo atto  fosse frutto di un’interpretazione errata? Se la censura portasse alla stigmatizzazione degli artisti? Tante domande che il 1985  furono poste al Senato degli Stati Uniti d’America.

di Silvia Michelotto

Gli anni ’70 furono l’inizio della rivoluzione musicale. Il pubblico giovane, con idee rivoluzionarie rispetto a quelle dei propri padri, disilluso da un mondo che non stava cambiando, non riusciva più a trovare nella musica imbellettata in eleganti vinili e in rigide performance televisive una sua rappresentazione. Fu così che in polverosi garages cominciò a formarsi una nuova sonorità, denominata inizialmente garage rock, che prevede una struttura musicale più essenziale, brani più brevi e testi violenti e ribelli, che non temono di affrontare ogni tipo di argomento. La critica ne rimase affascinata e vide nei Ramones, nei Sex Pistols¸ nei The Who e in Iggy Pop la prima ondata di un nuovo genere che stava finalmente dando voce alle nuove generazioni. Fu così che il punk rock cominciò ad arrivare nelle case di un pubblico sempre più ampio, ma soprattutto ruppe le ultime regole della musica, permettendo ai successivi anni ’80 di essere una delle decadi più importanti della storia musicale.

Blitzkrieg Bop (1975) dei Ramones è considerato il primo brano punk rock

In meno di dieci anni si svilupparono numerosi generi di derivazione rock grazie all’emergere di gruppi come i Metallica, U2, i Guns’N’Roses e gli AC/DC, e post-punk, con nomi come David Bowie e Madonna (anche se la cantante non ha mai voluto riconoscersi all’interno di un solo genere). Il panorama artistico musicale offriva sul mercato una selezione ampissima, dai toni sempre più espliciti e irriverenti, che portò a un primo scialbo intervento da parte dei consumatori. Nel 1984, la Parent-Teachers Association cercò di convincere l’Associazione nazionale dei Discografici (R.I.A.A.) a porre delle avvertenze sul contenuto dei dischi, in modo che i genitori fossero sicuri di comprare materiale adatto ai figli.

La performance di Darling Nikki all’interno del film Purple Rain (1984)

La lettera sarebbe caduta velocemente nel dimenticatoio se, pochi mesi più tardi, non si fosse alzata una nuova ondata di protesta, la quale aveva il volto di Mary Elizabeth ‘Tipper’ Gore, moglie di Al Gore all’epoca Governatore di Washington e, successivamente, Vicepresidente degli Stati Uniti d’America. La donna aveva acquistato alla figlia di circa dieci anni il brano Darling Nikki di Prince, facente parte della colonna sonora del film Purple Rain (vietato ai minori di 14 anni) ed era rimasta sconvolta sentendo che il pezzo parlava apertamente di masturbazione e ninfomania. Lo stato di incredulità  della donna crebbe ulteriormente quando scoprì che MTV mandava in onda, senza nessun limite orario, video musicali violenti e con un’elevata carica sessuale, come Rock You Like a Hurricane degli Scorpions.

Come ogni brava donna americana creò, quindi, un comitato, il Parent Music Resource Center (P.M.R.C.) a cui aderirono Susan Baker, Sally Nevils  e Pam Hawer, rispettivamente la moglie del futuro Segretario di Stato, del sindaco di Washington  e di uno degli agenti immobiliari più influenti della capitale americana. Le quattro donne scrissero una nuova lettera indirizzata a diciannove delle più importanti case discografiche, chiedendo collaborazione per evitare che i bambini fossero esposti a tale scempio. Allegata alla missiva vi era la lista dei Filthy Fifteen (Sporchi Quindici) in cui comparivano i primi brani che, secondo la loro lettura, spacciata per verità assoluta ma, in realtà, facente parte della loro libera interpretazione, dovevano presentare la famosa avvertenza.

Prima, però, che questi sigilli fossero posti sulle copertine dei dischi ci fu un’audizione in Senato, che avvenne il 19 settembre del 1985. A controbattere al P.M.R.C. si recarono Dee Snider, frontman dei Twisted Sister, John Denver e Frank Zappa. Quest’ultimo fu il primo a parlare, presentando un discorso che andava a snocciolare ogni aspetto della questione: la musica è libera espressione dell’artista, che mette le sue parole e la sua voce a disposizione di chiunque voglia ascoltare il messaggio. Quello che il neonato comitato voleva fare era bloccare questa libertà espressiva e, anche se le donne non avevano imposto nessun tipo di censura diretta, la loro iniziativa avrebbe portato, indirettamente, alla creazione di regole per impedire che i dischi fossero in qualche modo penalizzati all’interno del mercato . La soluzione migliore: comprare album diversi alla prole, invece di impedire la creazione artistica.

John Denver portò all’attenzione del Senato il grande problema dell’interpretazione.  Come già detto le donne avevano condannato dei testi in base alla loro personale lettura e nel mirino era finita anche Rocky Mountain High, del cantante stesso appunto, in quanto pensavano  si trattasse di un brano che inneggiava l’utilizzo della droga. Stessa cosa era accaduta ai Twisted Sister, veri e propri capri espiatori del P.M.R.C., che avevano visto togliere dalle rotazioni radiofoniche Under the Blade letta da Tipper e dalle sue amiche come una canzone dedicata alla violenza, allo stupro e al sadomasochismo, quando in realtà parlava delle paure insite in ognuno di noi. La band, poi, era stata presa di mira anche per una maglietta recante il loro nome e, sotto ad esso, l’immagine di una donna ammanettata, facente parte, però, di un merchandising che non era mai stato autorizzato dal gruppo, il quale in quel momento stava cercando di bloccare la diffusione. Purtroppo, però, le voci messe in giro dal comitato sui Twisted era paragonabili a una vera e propria campagna diffamatoria, che aveva portato al crollo delle vendite dei loro album.

Live Under the Blade dei Twister Sister (1982)

Purtroppo non sappiamo come andò la delibera del Senato, perché la R.I.A.A., trovandosi con l’acqua alla gola a causa della situazione complessa in cui versava, scelse la via dell’accordo: avrebbe utilizzato il sigillo di avvertenza, ma a propria discrezione. Fu l’inizio di un vero e proprio collasso delle vendite per numerosi artisti che, dovendo per forza porre il sigillo, non erano più distribuiti all’interno di alcune grandi catene di negozi che si rivolgevano in particolare alle famiglie, se non proponendo versioni tagliate. Inoltre il P.M.R.C. segnalava in modo zelante ogni singola mancanza dei discografici, sollecitando l’utilizzo dell’avvertenza anche in casi assurdi come quello di G-Spot Tornado. Il brano, completamente strumentale, come tutto l’album (Jazz from Hell del 1986) di Zappa, fu accusato di alludere al punto G e alla vagina. Non è assolutamente illogico pensare che fosse un modo per vendicarsi contro colui che più aspramente attaccò il comitato.

G-Spot Tornado in uno degli ultimi concerti di Zappa nel 1992

Questa soluzione portò a numerose proteste, da quelle clamorose come i Rage Agaist The Machine che salirono imbavagliati e nudi sul palco, a quelle più simpatiche e irriverenti, come l’etichetta d’avvertenza utilizzata dai Metallica per Master of Puppets. Le etichette utilizzate in questo primo periodo furono molto fantasiose e piuttosto allusive, obbligando, così, la creazione del famoso rettangolino che ancora oggi vediamo su alcuni CD. Questo piccolo logo è l’unica eredità del P.M.R.C. che, sconfitto dai cantanti che non rinunciarono a testi espliciti e dai ragazzini che continuarono ad apprezzare questo nuovo genere di musica, si sciolse negli anni ‘90.

Il parental advisor dei Metallica in Master of Puppets

La musica aveva vinto e la censura…be’ perse miseramente. Ne fu la dimostrazione la campagna elettorale di Al Gore: la moglie, Tipper, la stessa fondatrice del comitato, contattò numerosi gruppi e cantanti per un concerto per raccogliere fondi. A rispondere ci furono i R.E.M. e i Grateful Dead,  gruppi che, se fossero esistiti all’alba del P.M.R.C., sarebbero stati demonizzati dalla stessa donna che, in quel momento, li stava ingaggiando.

Fonti:

-G. Galvàn, Parent Music Resource Center(PMRC), https://www.oxfordmusiconline.com/grovemusic/view/10.1093/gmo/9781561592630.001.0001/omo-9781561592630-e-1002252137

-C.Lindsay, Quando i Rage Against the Machine protestarono nudi contro la censura, https://www.vice.com/it/article/wjkdyw/rage-against-the-machine-lollapalooza-93-protesta-nudi

-N. Berardinelli, Come Frank Zappa sfidò la società americana in nome della libertà di pensiero, https://thevision.com/musica/frank-zappa/https://nonsolocultura.studenti.it/generi-musicali-degli-anni-80-175193.html#:~:text=Il%20genere%20Pop,Duran%20e%20gli%20Spandau%20Ballet.

Tre opere di Michelangelo per la Pasqua

Vi vogliamo ricordare la Pasqua in modo diverso, muovendoci tra le opere di Michelangelo, grande maestro rinascimentale. Un viaggio pieno di emozioni e di sentimenti che ci portano alla scoperta di una storia antica.

di Silvia Michelotto

Tre sono i giorni fondamentali all’interno della settimana Santa, quelli che vanno dal Venerdì alla Domenica dell’ultima settimana del periodo pasquale. Essi rappresentano rispettivamente la Crocefissione, la Morte e la Resurrezione di Cristo. 

Non storcete il naso, suvvia! Non bisogna per forza credere a quello che si sente per godersi una storia, o una favola se preferite! Ma non ve la voglio raccontare con quel grosso libro che è la Bibbia, scegliendo a caso tra uno dei quattro Vangeli, ma voglio utilizzare tre opere di uno dei più grandi artisti del Rinascimento: Michelangelo Buonarotti.

C’è stato già il tradimento di Giuda, ci sono già state le torture e la salita al Calvario con le sue cadute. C’è già stato il momento in cui i chiodi si sono conficcati nella carne. Ora, Gesù è solo e spaventato, per la seconda volta teme che il piano del suo Divino Padre non si compia, che tutto questo sia stato inutile. Si dimena e si contorce verso l’alto, tendendo quei muscoli tipicamente michelangioleschi. Il volto dolente, cogliendo probabilmente il momento in cui pronuncia la famosa frase: Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?

Crocefissione di Michelangelo (1548)
Pietà di Michelangelo (1538-44)

La Crocefissione, realizzata per Vittoria Colonna, in carboncino su carta, sembra mostrarci un uomo che compostamente vorrebbe rifiutare il suo destino, che spasmodicamente cerca di evitare l’inevitabile. Paura umana che richiama quella religiosità intima e più vicina al quotidiano a cui il circolo intellettuale della nobildonna e dell’artista, che trova la guida spirituale nel cardinale Pole, tanto aspira.

Memore dello scandalo avvenuto con il Giudizio Universale cela l’intimità del Cristo con un velo trasparente, che, però, non riesce a non far notare ulteriormente la linea della possente gamba del Figlio di Dio.

Arriva la sera, il cielo diviene apocalittico, la terra trema sotto la croce del condannato. Nelle nostre città, seguendo una tradizione lunghissima,  le campane suonano a lutto, il tabernacolo viene nascosto e la luce che segna la presenza dell’Eucarestia viene spenta. 

Gesù Cristo è morto.

Tutti i cattolici pregano, piegati sui loro inginocchiatoi e di fronte agli altari. Pregano per qualcosa che, però, sanno che è già avvenuto, ma quel giorno, quando quell’uomo di 33 anni emise l’ultimo respiro, c’era chi non sapeva che cosa sarebbe successo, che doveva solo fidarsi.

Maria, la bambina – sì, perché era una bambina quando concepì e mise alla luce Gesù – pura e candida che lo aveva portato faticosamente in grembo per nove mesi, vede suo figlio morire su una croce, dopo le peggiori torture e deve di nuovo fidarsi, credere, che non sia finita. Molto spesso viene rappresentata mentre sviene quanto momento il corpo di Cristo viene tirato giù dalla croce, ma questo non succede alle Madonne di Michelangelo. Nel disegno per Vittoria Colonna è una donna che volge mani e volto al cielo disperata, mentre il figlio le sembra scivolare via dalle ginocchia; nel meraviglioso non-finito della Pietà Rondanini ci sembra di scorgere una donna anziana, forse a causa di quelle rughe che lo scalpello ha lasciato sul marmo bianco, una donna che da sola trascina il figlio al riparo, al sicuro. Perché puoi essere anche il figlio di Dio, ma la mamma rimane sempre la mamma.

Pietà Rondanini di Michelangelo (1552-54)
Pietà Vaticana di Michelangelo (1497-98)
Cristo in Minerva di Michelangelo (1519-21)

Eppure è lei a dominare: la Pietà Vaticana. Michelangelo aveva solo 24 anni quando la realizzò; era un ragazzo giovane e alla sua prima commissione importante, eppure riuscì a rendere la sua opera l’emblema dell’amore e della fede. La giovane Vergine, pura e vincitrice sulla corrosione del peccato, sembra fondersi con il figlio che, seminudo, giace sulle sue ginocchia; lo guarda amorevolmente, come se fosse ancora quel paffuto bambinello che ha tenuto in braccio, allattato, cullato o con cui ha giocato in mille quadri che abbiamo ben fissi nella nostra mente. Eppure il suo gesto ci invita ad accettare quel corpo senza vita, a prenderci carico di quella salma: quel bambino non è mai stato realmente suo, è sempre stato destinato a noi, credenti oppure no, per salvarci dalla perdizione e per guidarci verso la via della misericordia. 

La Madonna è la prima credente e la sua fede indissolubile nei confronti del figlio le permetteranno di assisterlo nel Regno dei Cieli, quel luogo mistico e paradisiaco che viene promesso a tutta l’umanità nel momento della Resurrezione. E’ il momento in cui la cristianità si unisce, le campane suonano a festa, si indossa il vestito migliore e si va a festeggiare la più bella notizia che si possa mai ricevere: la Morte è stata sconfitta!

E allora ecco che Michelangelo rappresenta questo Cristo vittorioso, bello come un adone, privo della sofferenza e dell’abbandono che hanno le opere precedenti. Egli ruota su sé stesso mettendo in mostra un corpo vitale e forte, regge in mano, senza fatica, la croce del suo martirio, l’asta e la spugna con cui gli fu offerto l’aceto da bere nelle sue ultime ore di vita. Come molte opere del periodo, il Cristo della Minerva fu mutandato dopo il Concilio di Trento, infatti il panno di bronzo dorato fu un’aggiunta successiva. 

Una scelta che non turba la visione dell’opera, ma che probabilmente avrebbe fatto infuriare il sanguigno artista: davanti alla Morte ci presentiamo completamente nudi, privi di orpelli e di ricchezze e come tali affronteremo la vita eterna. Una regola che, probabilmente, nemmeno il Figlio di Dio può esimersi dal rispettare.

Non importa, lasciamo stare come ci presenteremo il giorno del Giudizio Universale, è ancora lontano (si spera!), per il momento godiamoci questa festa. Per i cristiani è il momento più importante dell’anno, anche se riceve molta più importanza il Natale. Per i bambini è il momento di riempirsi i pancini di cioccolato e per gli altri è un modo per stare con i propri cari. 

Quindi stringiamoci intorno alle tavole e sorridiamo perché stiamo festeggiando quella che è una Storia a lieto fine.

Fonti:

– F. Zöller, Michelangelo. L’opera completa, Taschen, 2013;

– A. Forcellino, Michelangelo. Una vita inquieta, Editore Laterza, 2007.