Amore e libertà

E se invece l’amore non fosse solo quello tradizionale, che sboccia tra due persone, ma impersonasse anche l’amore per la libertà? Già intorno al 1800 il famoso pittore Eugène Delacroix (1798 – 1863) ritrasse  sulla tela   questo sentimento in modo del tutto nuovo.

di Elena Melloni Gandolfi

in collaborazione con Silvia Michelotto

In quanto figlio di un diplomatico francese, il giovane Eugène, godette della protezione degli ambienti governativi più importanti; la sua intelligenza risaltava all’interno dei salotti più importanti di Parigi, grazie alla sua ampia conoscenza della cultura classica. Studiò a lungo i capolavori dei maestri del passato tra cui Raffaello e Tiziano, ma rimase totalmente affascinato da Michelangelo e Rubens, da cui riprese la plasticità e la forza dei corpi. 

Eugene Delacroix

Fondamentale per la sua formazione fu l’incontro, e l’amicizia, con Théodore Gericault (1791 – 1824), suo contemporaneo e connazionale. Da questo rapporto, Delacroix apprende la libertà espressiva e l’abbandono delle idee convenzionali e precostruite del mondo puramente accademico. Questa ricerca di libertà lo portò ad avvicinarsi a quelli che erano i modelli di bellezza del tardo Romanticismo, immergendosi nel mondo del colore veneziano del XVI secolo, nella continua ricerca di una realtà perfetta e mimetica, che rendesse l’opera elegante e raffinata.

La sua attività di pittore, si può riassumere, in una costante oscillazione tra il mondo classico e quello a lui contemporaneo. Anche se influenzato dal pensiero romantico, che stava dilagando in Europa e di cui, grazie alla assidua frequentazione dei salotti, conobbe anche i massimi esponenti nei diversi ambiti culturali e artistici (Dumas, Hugo e Stendhal per citare alcuni), i suoi quadri riflettono la sua formazione classicheggiante e il pensiero razionale e illuminista che aveva caratterizzato la Francia del Settecento.

La libertà che guida il popolo, E. Delacroix

Nel 1830 Delacroix dipinse uno dei suoi quadri più celebri La Libertà guida il popolo.

L’opera vuole rappresentare, in modo idealizzato, le sommosse popolari che coinvolsero Parigi, avvenute tra il 27 e il 29 luglio del medesimo anno.

A seguito della Rivoluzione del 1789 e lo stravolgimento politico e culturale causato dalle guerre napoleoniche, le principali potenze d’Europa avevano riportato sul trono francese la dinastia dei Borbone, lo scopo difatti era quello di restaurare una monarchia assoluta facilmente controllabile e alle loro dipendenze. Salì al trono, così, Luigi XVIII, un sovrano che instaurò un governo finalizzato al benessere delle masse e illuminato dalla razionalità, purtroppo alla sua morte, non avendo eredi legittimi, gli succedette il fratello che prese il nome di Carlo X. Immediatamente fu chiara la contrapposizione tra i due. Difatti furono emanati numerosi provvedimenti a favore della classe nobile ed ecclesiastica a discapito della borghesia e del popolo; con lo scopo di rendere ancora più solido il suo potere nomico Jules de Polignac suo Primo Ministro. Questo era un importante esponente della classe politica conservatrice, che aspirava al ritorno di una monarchia assoluta potente e forte, in grado di imporsi nuovamente a livello internazionale.

Lo scenario politico francese risultava, quindi, diviso in due: chi bramava il ritorno della condizione sociale prerivoluzionario e chi, invece, era aperto a idee più liberali. La situazione era molto tesa e il popolo era ormai allo stremo; a far esplodere la ribellione fu l’emanazione delle Ordinanze di Saint-Cloux (26 luglio 1830), in cui il re vietava la libertà di stampa e di parola, ma, soprattutto,  si andava a modificare l’assetto del potere: la classe borghese si vide privare dei suoi privilegi, mentre accrebbe la forza decisionale delle classi sostenitrici del re che, allo stesso tempo, era stato rivestito degli stessi poteri dei grandi monarchi prerivoluzionari. Si trattava di un vero e proprio colpo di Stato, realizzato, però, sotto forma di legge.

Il giorno seguente (27 luglio) nelle strade della città iniziò una grandissima rivolta che durò ben tre giorni, le cosiddette Tre giornate gloriose, alla fine delle quali Carlo X venne deposto ed  il trono fu consegnato a Luigi Filippo d’Orleans, che mantenne la monarchia di tipo Costituzionale.

Delacroix sceglie questo soggetto per la grande valenza che questa  Seconda Rivoluzione (altro nome con cui è conosciuta questa rivolta) ebbe per il popolo francese, in particolare per i parigini. L’opera non è più un racconto di mera guerriglia urbana, ma diviene un simbolo di amore patriottico e speranza che trascende le differenze sociali e politiche.

Un popolo multiforme e armato alza le armi al cielo: bottegai, artigiani, borghesi e ragazzini urlano e  inneggiano alla donna che si staglia al centro della scena. Imponente e dal corpo quasi scultoreo, ma realistico, c’è Marianne, nome con cui viene solitamente riconosciuta la personificazione della Repubblica di Francia, ma in questo caso, Delacroix, le fa vestire anche i panni di Libertà. Indossa abiti poveri e sporchi, infatti sulle gambe il bellissimo giallo si mescola con il marrone di fuliggine e terra; il seno è scoperto sottolineando come la libertà sia come il latte materno, frutto di un amore naturale, il quale dona la vita a chi lo beve. In testa ha il copricapo frigio, utilizzato tradizionalmente dai persiani, poi dagli schiavi liberati nell’Antica Roma e, solo successivamente, segno di riconoscimento tra i giacobini durante la Rivoluzione Francese. 

Questa bellissima Marianne, dal profilo classico, alza al cielo la bandiera francese e tiene in mano la baionetta: è essa stessa un soldato della Libertà, si mescola al popolo e lo guida al raggiungimento del suo scopo. Alla sua sinistra c’è un ragazzo con entrambe le mani  impegnate nel tenere due pistole, simbolo del coraggio e della lotta dei giovani per il riconoscimento del diritto di avere un futuro, mentre a destra vediamo un borghese con fucile e un cappello a cilindro in testa, probabilmente autoritratto dello stesso artista anche se si sta sviluppando l’idea che si tratti del ritratto di un suo amico d’infanzia, che non sembra infastidito dal combattere con esponenti di classi diametralmente opposte alla sua.

In primo piano vediamo un giovane a carponi che, ammaliato e desideroso, quasi, di abbeverarsi al seno che splende di una luce quasi propria, si protrae verso Marianne. Poco più avanti ci sono tre cadaveri, martiri della lotta, poco importa che siano i soldati dell’esercito reale o giovani popolani, sono vittime dignitose di una lotta ingiusta.

I colori richiamano la sciagura della lotta, sonno scuri, terrei, il cielo si intravede appena, coperto dal fumo che si alza dagli incendi e dalle micce dei fucili, colorandosi di rosso in alcuni punti. Questo contrasto di colori, il bianco e il rosso, su quegli angoli di blu scuro sembrano riproporre il colore della bandiera nazionale e i valori che essa trasmette. A destra dell’opera intravediamo i campanili di Notre-Dame, aiutandoci a comprendere anche il luogo spaziale dove la vicenda si svolge: siamo ancora nel centro della città, nei pressi del suo cuore religioso.

Una luce quasi divina illumina i personaggi principali, ma in particolare il movimento di Marianne, di quello di incitare il popolo all’azione, sottolineata ulteriormente dalla struttura piramidale del quadro, che vede la fronte della donna come vertice. Probabilmente fu una suggestione tratta da una delle opere più importanti di Gericault, La zattera della Medusa, da cui non prese in prestito solo la forma della composizione, ma anche la posa per il cadavere del popolano in primo piano.

L’opera fu esposta al Salon nel 1831 e fu accolta favorevolmente dalla critica per diversi aspetti. Marianne è una donna reale del popolo, come si evince dalla peluria sotto le ascelle, e non la solita figura idealizzata con cui si rappresentano comunemente le personificazioni delle Nazioni, eppure è allo stesso tempo divina. Non a caso per la sua figura, Delacroix, si è ispirato alla Venere di Milo, donandole due braccia forti e dedite alla lotta per un bene superiore. Il naturalismo  della scena e in particolare dei corpi senza vita fu ampiamente approvato in quanto sembrava investire l’opera di un valore didattico e simbolico più alto. La libertà che i francesi possono finalmente abbracciare è frutto di vittime, sangue e lacrime.

La libertà che guida il popolo è un quadro-documento ci permette di cogliere, cioè, una serie di elementi della vita dell’epoca, di come fossero stati percepiti gli eventi tragici del 1830. Può sembrare strano che lo schivo Delacroix, nobile, acculturato, impegnato in salotti intellettuali, ma amante della vita agreste, si siano lasciato trasportare dal fomento di una lotta. Siamo, però, di fronte a una chiamata universale: la Nazione, la Libertà individuale e collettiva, è a rischio o si lotta insieme o sarà tutto perso. La sua partecipazione al successo della rivolta è questo, un quadro che parla di tragedia, ma anche di speranza, di quella luce che investe il seno di una madre, pronta ad abbracciare i suoi figli. 

Fonti:

– A. De Paz, “Romanticismo L’arte europea nell’età delle passioni”, Liguori Editore, Maggio 2010.

In Iraq, dove la bellezza è stata a lungo soppressa, l’arte fiorisce in mezzo alle proteste (Iraq)

Mentre pittori, scultori e musicisti si radunano nelle proteste di Baghdad, la capitale straripa di arte politica.

di Andrea Ferro

Abdullah, dalle guance incavate e dall’aspetto tremante nei jeans troppo grandi per la sua taglia, se ne sta in piedi in un parcheggio incompleto, mentre guarda folgorato un murale che è ben contento di decifrare per un visitatore. 

“Guarda l’uomo posto al centro, sta chiedendo alle forze di sicurezza: ‘Per favore, non sparateci, noi non abbiamo nulla, nulla’”. Abdullah pronuncia l’ultima parola due volte per enfatizzare la drammaticità della scena, impossibile non percepire come abbia studiato con passione l’immagine bianca e nera sul muro.

Disegnato col carbone in stile realista socialista, il murale, lungo più di 3 metri e mezzo, mostrava un gruppo di uomini camminare verso i loro amici caduti e trasportarli nelle loro braccia. Gli uomini dipinti erano senza alcun dubbio lavoratori comuni e uomini qualunque, con abiti semplici e volti tesi. 

La struttura incompleta, nota a t utti come l’edificio del Ristorante Turco è diventato una tela gig ante per gli artisti iracheni

Abdullah, 18 anni, che prima lavorava facendo le pulizie in un ospedale e che ora chiede di non essere citato con il cognome perché teme ripercussioni per il proprio coinvolgimento nelle proteste antigovernative, fa ora la guida d’arte (non ufficiale) in una delle gallerie più difficilmente immaginabili: un guscio di 15 piani di una struttura conosciuta localmente da tutti come l’edificio del Ristorante Turco, che si affaccia sul fiume Tigri. Quella è l’auto proclamata roccaforte degli iracheni che si oppongono all’attuale leadership del Paese.

Ricoperto su ogni lato da poster con messaggi indirizzati al governo, alle forze di sicurezza e al mondo, l’edificio appare come un’imbarcazione in procinto di salpare, con gli slogan scritti su tessuti bianchi che ondeggiano al vento. I primi 5 piani sono diventati uno della mezza dozzina di luoghi d’arte che sono spuntati come funghi a Baghdad in seguito alle proteste dal momento che i pittori, esperti o meno, hanno trasformato i muri, le scale e i parcheggi disseminati ovunque in enormi canovacci e tele.

Rosie the Riveter ha una bandiera irachena sulla propria guancia. Sulla sinistra, un tuk tuk dipinto nello stile Pop Art

Ma da dove viene tutta quest’arte? Come è potuto accadere che una città dove la bellezza e il colore sono stati largamente soppressi per decenni dalla povertà e dall’oppressione o dall’indifferenza dei governi che si succedevano l’un l’altro, all’improvviso sia diventata così viva?

“Sai, abbiamo molte idee sull’Iraq, ma nessuno del governo ci ha mai chiesto nulla” dice Riad Rahim, 45 anni, insegnante di arte. Il polo creativo della città è Piazza Tahrir: le opere ricoprono i sottopassaggi che corrono al di sotto della piazza, lo spazio verde dietro e le strade che là vi conducono. 

Un manifestante antigovernativo dipinge un murales a Sadoun Street nel centro città

I dipinti, le sculture, le fotografie e i santuari per i dimostranti uccisi sono un’arte politica di un tipo raramente visto prima in Iraq, laddove si fa arte da almeno 10.000 anni. È come se un’intera società si stesse svegliando al suono della sua voce, assecondando la forma, la dimensione e l’influenza della sua forza creativa. “All’inizio era solo una protesta, ma ora si tratta di una vera e propria rivoluzione” ha dichiarato Bassim al-Shadhir, un tedesco-iracheno che va avanti e indietro tra i due paesi e che ha partecipato alle proteste. “C’è arte, c’è teatro, le persone tengono lezioni e distribuiscono libri – dandoli via gratis”.

Al-Shadhir, un artista astratto con laurea in biologia, ha dipinto la propria opera su un muro di Sadoun Street, una delle più vaste arterie stradali della capitale. La scena mostra un uomo a cui le forze di sicurezza hanno appena sparato, il suo sangue sgorga dal cuore per formare una grande pozza, troppo larga per essere nascosta o ripulita dal militare mascherato in piedi dietro a lui.  

Nelle vicinanze, un murale supplica le Nazioni Unite di salvare gli iracheni. Un altro mostra la mappa dell’Iraq all’interno di un cuore e dice, “Oh paese mio, non sentire il dolore”. Ci sono due o tre murales che raffigurano leoni, un simbolo dello Stato dai tempi degli Assiri e simbolo che i manifestanti hanno adottato e fatto proprio. Non figurano invece, o solo in misura piuttosto limitata, nuovi murales che rappresentano messaggi antiamericani, nonostante vi sia un sentimento ostile agli USA sempre più crescente a Baghdad da quando gli Stati Uniti hanno assassinato il Generale Qassim Suleimani, capo della forza Quds dell’Iran che stava visitando l’Iraq. Una prima ragione potrebbe essere che ci sono già parecchi murales che contengono messaggi antiamericani o antiisraeliani. Una seconda ragione è che adesso ci sono così tanti muri ricoperti da opere artistiche che è diventato difficile trovare uno spazio vuoto per aggiungerci qualcosa di nuovo.

I soggetti artistici e gli stili in vista mostrano quanto una generazione più giovane di iracheni sia stata influenzata da internet, scoprendoci là immagini che risuonano in loro e poi disegnandole con tocchi iracheni. La celebre Rosie the Riveter, per esempio, ha una bandiera irachena sulla propria guancia; “La Notte Stellata” di Vincent Van Gogh ha l’edificio del Ristorante Turco al posto di un albero di cipresso. Alcuni dipinti rappresentano personaggi di libri di fumetti, ma avvolti dalla bandiera irachena, l’uniforme dei manifestanti. In un dipinto dell’edificio del Ristorante Turco riecheggia la Pop Art anni Sessanta con la raffigurazione di un tuk tuk rosso che vola fuori dal tetto. Il tuk tuk è la mascotte dei manifestanti, un veicolo a diesel, a tre ruote, che non richiede una patente di guida e che è diventata l’ambulanza non ufficiale di prima linea, trasportando i manifestanti feriti alle tende di primo soccorso. Prima di 500 dimostranti sono stati uccisi e altri migliaia sono stati feriti.

artisti che lavorano ad una nuova opera di street art

Gli alberi sono un altro soggetto comune, con pittori che hanno disegnato foglie cadenti in diversi posti del Ristorante Turco. “Quest’albero rappresenta l’Iraq e sto per scrivere in ogni foglia il nome di uno di quelle persone divenute martiri della rivoluzione perché massacrate dalle forze di sicurezza” afferma Diana al-Qaisi, 32 anni, che si è formata come ingegnere di sistemi informatici ma ora lavora nelle pubbliche relazioni. “Le sue foglie stanno cadendo perché è autunno e chi sta cercando di uccidere l’albero, sta cercando di ammazzare la rivoluzione. Anche se ci provano, alcune foglie rimangono sull’albero aspettando di nascere”.

Zainab Abdul Karim, 22 anni, e sua sorella Zahra, 15 anni, hanno una visione più nera: il loro albero è una sagoma scura che si erge su un cimitero, con ogni tomba a rappresentare uno dei tanti manifestanti uccisi dalle forze di sicurezza. Nonostante questa preferenza di rappresentare senza denotazioni fisiche riconoscibili, talvolta anche ritratti più individualizzati delle persone ammazzate sono un altro soggetto comune. 

Il piccolo parco dietro Piazza Tahrir è diviso da alcune tende, una delle quali è diventata una galleria di ritratti in continua espansione con le fotografie di quelli che sono stati trucidati nel corso delle proteste. Le persone passeggiano silenziosamente attraverso il memoriale, guardando ciascun volto, di tanto in tanto scendono delle lacrime quando vedono qualcuno che riconoscono. 

Murales che costeggia Sadoun Street, che porta a Piazza Tahrir

Il paese sta assistendo ad una fioritura espressiva non solo nelle arti visive. Più di una dozzina di canzoni sono state scritte per le proteste, continuando a circolare senza sosta sui social media. Le stelle dell’arte irachena, attori e attrici, come anche musicisti, pittori e scultori, si sono riuniti insieme per registrare un tributo ai manifestanti caduti. “Vogliamo esprimere ciò che la civiltà irachena significa, vogliamo inviare un messaggio al mondo che questa è la nostra cultura, noi siamo istruiti, siamo pittori e poeti, musicisti e scultori, questo è ciò che significa essere iracheni. Ognuno invece crede che l’Iraq sia tutta guerra e scontri”, hanno dichiarato. 

Il principe delle favole

Abbiamo parlato un po’ di tempo fa dell’imperatrice Sissi e della sua triste storia, ma ci fu un altro membro della sua famiglia che si trovò a vivere in una terribile gabbia dorata, più stretta di quella della sua congiunta.

di Silvia Michelotto

Ludwig II di Wittelsbach era un uomo bellissimo, divenne re di Baviera giovanissimo (18 anni) e aveva ricevuto un’educazione che gli avrebbe permesso di essere un grandissimo sovrano, ma ciò non gli impedì di vivere una vita oscura e solitaria. La sua infanzia era stata segnata profondamente dalle malattie mentali dei suoi familiari, dovute ai continui matrimoni tra consanguinei: una delle sue zie era ossessionata dall’igiene, tanto da vestirsi perennemente di bianco per poter scoprire ogni singola macchia e potersi lavare e cambiare immediatamente, mentre un’altra era convinta di aver ingoiato un pianoforte, rendendola terribilmente isterica, mentre il fratello minore di Ludwig, fin da piccolissimo, era soggetto ad allucinazioni di carattere religioso.

Foto d’archivio di Ludwig II a circa 18 anni
Il castello di Neuschwanstein (1869) progettato da Jank

Tutto ciò aveva reso il ragazzo paranoico e preoccupato per il suo benessere mentale. Di sicuro la scoperta e la consapevolezza del suo orientamento sessuale non lo aiutarono: attratto da uomini bellissimi e affascinanti, aveva intrapreso numerose relazioni con altri giovani della classe aristocratica e nobile, cosa che lo portò a perenni espiazioni. Una volta salito al trono, cercò di porre fine alla sua ‘tendenza’ e combinò il matrimonio con la principessa Sofia, la sorella più piccola di Sissi, ma, dopo numerosi rinvii, lo annullò. Ludwig non si fidanzò più e continuò a frequentare altri uomini, di ceti sociali più bassi e quindi più facilmente corruttibili.

Infatti, i suoi gusti nella sessualità non si limitavano alla compagnia maschile ma avevano a che fare anche con numerose perversioni: secondo gli studi recenti dello psicologo Häfner, Ludwig, era attratto da particolari pratiche sessuali vicine al sadomasochismo (i cosiddetti Kink) che lo avrebbero portato non solo a autopunirsi e ad autoisolarsi, ma anche ad essere considerato da Leopold Von Sacher-Masoch (da cui è tratto il nome sadomasochismo, appunto) sua anima gemella.

La sua formazione cattolica lo portava, quindi, a sopprimere la sua omosessualità, arrivando ad estraniarsi completamente dal mondo e trovando nell’arte quella libertà che tanto sognava. Fra i primi ordini che diede da regnante vi fu, infatti, quello di prendere sotto l’ala reale il compositore Wagner, che dedicò al giovane re molte opere meravigliose; in seguito il suo regno fu traboccante di commissioni, in particolare architettoniche, ma che svuotarono le casse dello Stato. Gli edifici che il re faceva realizzare erano tutti di uso privato e, quindi, infruttuosi, lasciando i conti perennemente in rosso, proprio per questo, verso la fine del suo regno, gli architetti iniziarono a realizzarne di sempre più arditi e impossibili: sapevano che i loro progetti non sarebbero mai stati realizzati e quindi potevano lasciar viaggiare la fantasia. 

Eppure, oggi, proprio quei castelli così costosi sono ciò che crea maggior reddito in Baviera. Situati in luoghi sperduti e difficili da raggiungere, se non seguendo veri e propri sentieri di espiazione, la loro atmosfera fiabesca non ha smesso di incantare la gente. Il più famoso è sicuramente quello di Neuschwanstein, realizzato nel 1869 realizzato seguendo il progetto di C.Jank.

A parte essere meraviglioso e suggestivo, di sicuro la sua notorietà la deve a Walt Disney che lo prese a riferimento per ben due dei castelli delle sue principesse: La Bella Addormentata nel Bosco e Cenerentola.

La camera da letto del castello di Neuschwastein in stile neogotico
La sala del trono del castelo di Neuschwastein in stile bizantino

Il suo esterno richiama l’antico stile feudale tedesco, in particolar modo il castello di Wartburg, in Turingia. Sono, però, presenti numerosi problemi strutturali sia a causa della collocazione, così elevata e instabile, ma anche ai materiali inadatti a sopportare le temperature rigide, infatti, la facciata in pietra calcarea è in perenne manutenzione.

Lo stile al suo interno è eclettico e particolare come il suo proprietario. Troviamo grotte artificiali, giardini d’inverno, una sala del trono in stile bizantino e una camera neogotica. Bellissimi cigni, simbolo della sua casata, fanno bello sfoggio su uno sfondo blu, colore preferito del principe, mentre la musica di Wagner ha ispirato affreschi e decorazioni. Per realizzare questo mondo d’incanto ha usato materiali raffinati e costosi e tecnologie innovative all’epoca. 

La prima apertura al pubblico del castello avvenne sette settimane dopo la morte del re, era il 1886. Il re morì a solo 41 anni. 

Il suo bellissimo aspetto era sfumato a causa della sua golosità e del sempre più prolungato isolamento; il suo disinteresse per la politica e per le finanze del regno gli tolsero anche gli ultimi sostenitori, venendo, così, deposto. Sul trono salì in fratello minore, quello stesso fratello completamente distaccato dalla realtà a causa di continue visioni, ovviamente era il burattino del più ambizioso zio Luitpold. Ludwig, invece, fu arrestato il 12 giugno e il giorno successivo fu condotto a Berg, dove si è suicidato. Annegandosi in un lago…Quando Ludwig era un bravissimo nuotatore.

Secondo alcune voci in realtà fu un assassinio, dei testimoni avrebbero, infatti, visto dei fori di proiettili nel mantello del re, altri pensano che sia stato un omicidio/suicidio, visto che scomparve con il suo medico, ritrovato poco dopo, anche lui annegato. Probabilmente un atto disperato dettato dall’amore che provava per quel uomo. Non si sa nulla di certo sulla sua morte, anche se una risposta ci sarebbe: l’autopsia fatta prima della cerimonia di imbalsamazione, che, però, non è stata resa pubblica. Nemmeno oggi si sa cosa l’esame abbia rivelato,  le numerose richieste degli storici sono state ignorate e hanno portato al divieto di riesumare il corpo.

Ludwing II con uno dei suoi amanti più famosi, l’attore Josef Kainz
La salma di Ludwig esposta per il saluto dei sudditi

Una cosa, però, è certa: la vita di Ludwig è stata difficile, anche se era un re! Gli occhi di una corte, di un popolo, di uno Stato, d’Europa e del mondo puntati perennemente su di lui, gli hanno reso difficile vivere con serenità la sua essenza. Allo stesso tempo non si è voluto nascondere, non si è sposato per convenienza, celandosi dietro a una moglie e dei figli di comodo, una scelta coraggiosa per l’epoca. Molti fuggono dalla loro vera identità, cercando nella ‘normalità’ (che cos’è poi ‘normale’?) la tranquillità.

Ludwig l’ha trovava, invece, nei suoi palazzi, lontani e isolati, dove poteva vivere veramente una vita da sogno e fiabesca, ma soprattutto dove poteva essere sé stesso.

Fonti:

– J. Des Cars, Luigi II di Baviera, il prigioniero di un sogno, Ugo Marsia Editore, 1987;

– G. King, Ludwig: genio e follia di un re, Oscar Mondadori, 2016.

Perché i quadri sono diventati bianchi?

Diventare una repubblica non è stato l’unico grande cambiamento che ha coinvolto l’Italia. Anche l’arte e il modo di rappresentare il mondo e la realtà è cambiato.

di Jessica Caminiti

Non appena l’Italia divenne una democrazia, qualcosa cambiò e non stiamo solo parlando del cruciale referendum, ma anche di qualcosa di più intrinseco nell’uomo, che lo portò ad avere una nuova visione della vita e del concetto stesso di sé. La nascita di una nuova idea di Nazione portò con sé una nuova visione identitaria dell’italiano, che si trovò a ricercare un senso di appartenenza nella collettività e nella nuova comunità appena nata dopo la sconfitta della tirannia fascista a cui per decenni è dovuta sottostare. La modernizzazione che portò a parlare nel 1959 sul “Daily Mail” di “miracolo italiano” è l’evoluzione che la democrazia ebbe da un punto di vista economico e sociale, così conseguentemente anche artistico.

Mentre nella capitale e in altre città si stava creando un movimento vicino al lavoro e più figurativo, Milano si distinse come centro propulsore del monocromo. 

Ma cosa rappresenta?

Copertine degli unici due numeri di Azimuth

Essa era una ricerca alternativa rispetto al panorama italiano e non porta come alle volte si pensa all’azzeramento concettuale, anzi il contrario: riempie di significazione e crea un nuovo spazio ipoteticamente e concettualmente da riempire. Questa tendenza, si sviluppa nel capoluogo lombardo, snodo centrale della nuova Italia tecnologica ed industriale, dove le arti figurative entrano in contatto con design, moda e addirittura l’editoria. Questa monocromia quasi violenta nei confronti dello sguardo dello spettatore, che si trova spiazzato davanti ad esso, nasce in completa contrapposizione alle convenzioni artistiche dell’immediato dopoguerra e rappresenta uno spazio di libertà diverso: la diminuzione della rappresentazione e l’assenza di soggettività sono i due punti fondamentali su cui questo nuovo concetto fa presa e crea una possibilità di lettura dell’opera stessa.

Questa sensazione di liberazione porta una visione più positiva e serena del futuro: essa è come un foglio bianco su cui poter scrivere ciò che avverrà senza restrizioni o visioni parziali o limitanti.

In questo clima innovativo e con questi presupposti nasce il gruppo Azimut/h fondato da Piero Manzoni ed Enrico Castellani. Nato in associazione con l’omonima rivista Azimuth di cui usciranno solo due numeri, esso è un ambiente senza precedenti, piena di spunti creativi e di novità. Entrambi lavorarono su superfici con un unico colore, in maniere diverse, ma con uno scopo comune: rifiutare una soggettività caratterizzata e determinante, creare uno spazio assoluto che trascenda qualsiasi forma soggettivante.Piero Manzoni, famosissimo per la sua Merda d’artista, prima di questo lavoro ed altri importanti, ragiona su una seria di opere chiamate Achrome: la monocromia è la rappresentazione della purezza, sono la superficie bianca da cui ripartire, da scrivere. Queste superfici letteralmente incolori superano l’individualità dell’arte, la sensibilità puramente soggettiva per raggiungere una reale emersione dell’essere primordiale, della reale essenza dell’uomo:

“La questione per me è dare una superficie integralmente bianca (anzi integralmente incolore, neutra) al di fuori di ogni fenomeno pittorico […] una superficie bianca che è una superficie bianca e basta (una superficie incolore che è una superficie incolore) anzi, meglio ancora, che è e basta: essere (e essere totale è puro divenire)”.

Achrome di P.Manzoni (1962). Foto presa da https://www.christies.com/

Con queste parole ci avvicina alla sua filosofia di vita di riduzione mentale minima, che porterà un’elevazione dell’uomo sempre più mistica e vicina a concetti astratti, come con Linea, ovvero l’idea di poter misurare qualsiasi cosa reale o no: dalla distanza al tempo, dallo spazio ad un concetto. Questa reificazione in seguito porterà alla creazione delle cosiddette sculture pneumatiche come Corpo d’aria, emblema di una generazione sempre in movimento, una società fluida come quella ipotizzata per la prima volta da Zygmunt Bauman.

L’altro fondatore, Enrico Castellani lavora sempre con la monocromia, ma se l’oggetto diventa parte dell’arte di Manzoni, lui non rinuncerà mai alla superficie usandola come uscita dalla bidimensionalità senza avere un vero e proprio oggetto. Il senso plastico che percepiamo guardando i lavori di Castellani vuole, come il collega, parlare e discutere dello scorrere del tempo: queste opere estroflesse e mai lineari ci ricordano l’evoluzione e l’infinità dello scorrere delle ore, dei minuti, dei secondi facendo subentrare una dimensione quasi tattile che controbilancia l’oggettività e la desoggettivazione del monocromo:


“Il bisogno di assoluto che ci anima, nel proporci nuove tematiche, ci vieta i mezzi considerati propri al linguaggio pittorico; non avendo interesse ad esprimere soggettive reazioni a fatti o sentimenti ma volendo il nostro discorso essere continuo e totale […] il solo (elemento) che, attraverso il possesso di un’entità elementare, linea, ritmo infinitamente ripetibile, superficie monocroma, sia necessario per dare alle opere stesse concretezza di infinito”

Superficie in alluminio di E.Castellani (1969). Foto presa da https://www.christies.com/

Egli stesso, come quindi il suo collega, vuole dare un senso oltre la possibile soggettività artistica, oltre l’hic et nunc, ma raggiungere una continuità nel tempo e nello spazio, che rappresenti dialogo e futuro. Questo è quello che cercava l’artista di quegli anni, finalmente libero: un linguaggio comune, che andasse oltre le possibilità dell’io e raggiungesse l’immensità del noi.

Fonti:

– L.M. Barbero (a cura di), Nascita di una nazione, mostra a Palazzo Strozzi, Firenze, 2018

– P. Manzoni, “Libera dimensione”, Azimuth, 1959, n.1

– E castellani, “Continuità e nuovo”, Azimuth, 1960, n.2

– L.M. Barbero (a cura di), Azimut/h, continuità e nuovo, mostra a Collezione Peggy Guggenheim, Venezia, 2014

L’architettura che conviene

In questi ultimi anni c’è stato un vero e proprio bombardamento mediatico riguardo la necessità di cominciare ad avere uno stile di vita più sostenibile, mirato al risparmio energetico e alla riduzione dell’inquinamento. Tutti noi possiamo impegnarci a salvare il nostro pianeta (anche perché abbiamo solo questo, quindi ci conviene trattarlo piuttosto bene) però l’urbanizzazione è una macchina che fa veramente fatica a rallentare! 

di Silvia Michelotto

Gli edifici sembrano aumentare alla stessa velocità dei funghi e sempre meno terreno riesce a rimanere vergine al tocco dell’uomo, eppure ci sono due architetti che hanno fatto dell’edificio a costo e impatto zero il loro mestiere. Si tratta di Anne Lacaton e Jean-Philippe Vassal che, nel 1987, fondarono l’omonimo studio a Parigi; entrambi diplomati alla scuola d’architettura di Bordeaux hanno seguito due strade completamente diverse per poi riunirsi e confrontarsi su quello che l’esperienza sul campo aveva insegnato loro. Fu l’esperienza di Vassal a vincere a mani basse e che, quindi, contribuì maggiormente allo sviluppo della poetica dello studio: fuggito, letteralmente, in Africa per evitare la leva obbligatorio cominciò a lavorare come urbanista, permettendogli di accrescere le sue esperienze nel mondo architettonico. Ovviamente era un lavoro piuttosto complesso: il clima, il modo di costruire, di percepire l’edificio, le necessità…insomma: tutto era diverso! 

Il nostro amico neo-architetto doveva trovare un modo per superare quei limiti mentali che lo bloccavano, così iniziò a farsi raccontare il territorio dai suoi abitanti, cercando di cogliere quelle particolarità che rendevano quei luoghi speciali, scoprendo lentamente un nuovo e straordinario rapporto tra spazio e uomo, fatto, alcune volte, da soli pochi elementi costruttivi. I suoi lavori cominciarono così ad essere semplici nelle forme ed economici, attenti alla storia e alla cultura della città in cui s’inserivano.

Da questa esperienza svilupparono l’essenza le fondamenta di quel linguaggio che li caratterizza tuttora: libertà, piacere, comfort, flessibilità, economia e originalità. Insomma, qualcosa di molto vicino al cosiddetto mondo naïf!

La maggior parte dei loro progetti cerca di risolvere il progressivo aumento di luoghi abbandonati, dismessi, che degradano la città, regalando loro una nuova identità, attraverso il concetto di riutilizzo. Lo spazio edilizio viene esaltato dal loro intervento, proponendo, molto spesso, interventi minimal, che alcune volte coincidono unicamente con l’abbattimento di alcuni muri interni, riuscendo, con dei costi veramente minimi, a duplicare lo spazio. 

Il loro lavoro si basa su un’idea di sostenibilità estranea al mondo occidentale, bensì si concentra sulla concezione presente nei Paesi in via di sviluppo la quale si fonda sulla semplicità, sull’usare ciò che si trova, ottenendo il massimo, scendendo a patti anche con il clima. 

In questo caso, perché demolire se c’è già qualcosa di costruito? Perché non riciclare quello che già sia ha?

Ed è esattamente quello che i due fanno! Per esempio affiancati da alcuni botanici sono riusciti a creare dei giardini invernali (una specie di intercapedine che può fungere anche da parete in cui vengono inserite delle piante), che vanno a creare un impianto di riscaldamento completamente autonomo e naturale! Logicamente le piante non bastano e in loro aiuto arrivano anche enormi finestre che, strategicamente posizionate, illuminano l’edificio ma riscaldano ulteriormente l’aria. Greta Thunberg sarebbe orgogliosa!

La loro firma, però, è sicuramente il freespace, ovvero uno spazio completamente libero, privo di ogni elemento di separazione (capitan ovvio!): un enorme loft insomma! E come quest’ultimo può essere organizzato come più aggrada a colui che andrà a viverci all’interno, diventando ciò che egli desidera: una casa, una sala conferenza o espositiva, uno spazio per incontri didattici, un luogo dove riposare…non c’è limite alla fantasia! In questo modo la comunità può assorbire totalmente l’edificio dentro di sé, riuscendo ad utilizzarlo nelle sue piene capacità, rispettando anche l’ambiente e risparmiando parecchie scocciature edilizie. Forse gli unici a rimetterci sono gli anziani, che non avranno nessun cantiere da poter osservare nel tempo libero!

Purtroppo, se sulla carta tutto sembra eccezionale, c’è chi questa architettura non la capisce o finge di farlo, arrivando poi a tradirla completamente, ma questo lo vedrete prossimamente, quindi..stay tuned, we’ll back soon!