I contadini di Millet

Millet rappresenta nelle sue opere un lavoro povero e faticoso, che spezza la schiena e che molto spesso è sinonimo di miseria. Eppure, osservando i suoi quadri, non possiamo fare a meno di vederlo come il più poetico e dignitoso di sempre.

di Jessica Colaianni

Ci siamo appena lasciati alle spalle il 25 aprile e la Festa della liberazione italiana dal nazifascismo e con la nuova settimana ci avviamo verso un’altra importante ricorrenza. Stiamo parlando ovviamente del primo maggio, giorno dedicato ai lavoratori. Tale festività viene celebrata non solo in Italia, ma in vari paesi del mondo e ha lo scopo di ricordare le lotte che hanno portato all’attenzione i diritti in tale settore, quali la riduzione della giornata lavorativa, la paga minima del salario e così via. La lotta e la conquista di tali diritti risale all’Ottocento a seguito della rivoluzione industriale che ha catapultato la società verso l’epoca contemporanea e la conseguente nascita e sviluppo delle fabbriche e quindi della classe operaia, inizialmente brutalmente sfruttata e costretta a lavorare in condizioni ignobili.

Le spigolatrici (1857)
La pastorella (1864)

La questione in quegli anni è talmente rilevante che coinvolge anche le arti: noti sono i grandi classici letterari come Oliver Twist di Charles Dickens e Rosso Malpelo di Giovanni Verga, i quali pongono la loro attenzione sul lavoro minorile, ma sono ancora tanti gli esempi che si possono fare. Anche l’arte non rimane esente dal dovere di mostrare tali condizioni e nel corso del XIX secolo, infatti, vediamo i lavoratori diventare protagonisti in molte opere che faranno poi la storia. Tra i pittori che si sono dedicati maggiormente a questi temi, abbiamo Jean-François Millet, artista francese considerato tra i massimi esponenti della corrente del Realismo. Nato in un piccolo paese della Normandia nel 1814 da una famiglia di poveri contadini, riesce comunque a trasferirsi a Parigi per studiare all’École des Beaux-Arts, esordendo senza successo al Salon del 1839. Nei successivi anni si trasferisce a Barbizon, dove viene fondata una scuola di pittura, un luogo in cui Millet e altri pittori possono dedicarsi a un nuovo tipo di arte, lontana dai valori accademici. Distante dalla città e dagli sviluppi industriali, il pittore accoglie le sue umili origini contadine e inizia a raccontare, attraverso le sue opere, le condizioni e le vite di coloro che abitano e lavorano la campagna.

Ecco allora quadri come il Seminatore (1850), l’Angelus (1857) e il più noto, le Spigolatrici (1857); in tutti i suoi lavori le figure rappresentate appaiono solenni, Millet gli affida una dignità quasi eroica, diventando simbolo di emancipazione. Zappatori, piantatori di patate, contadini e pastorelle: il pittore racconta la vita agreste con una vicinanza affettiva, analizzando semplicemente la loro quotidianità, modesta ma faticosa, in tutti i momenti della giornata, dal mattino alla sera. A differenza di altri pittori del suo tempo, appartenuti alla sfera del realismo, le opere di Millet sono tuttavia prive di un’aperta denuncia sociale, fatto che gli valse tra l’altro alcune critiche, ma sono frutto dell’intento di mostrare il mondo rurale e i suoi valori, legato a un contatto maggiore con la natura ed estraneo al disordine rivoluzionario della città. Nonostante ciò, è indubbio che questi quadri hanno avuto una grande importanza sia dal punto di vista pittorico, influenzando pittori successivi, sia dal punto di vista delle tematiche, mettendo in luce le condizioni di vita di chi lavora i campi.

Angelus (1857)
Il seminatore (1850)

Dall’Ottocento in poi molte sono le conquiste che hanno riguardato i diritti dei lavoratori ma dobbiamo ricordarci, e il primo maggio serve anche a questo, che non dobbiamo mai smettere di combattere per essi, e forse oggi ancora di più è forte questa necessità, poiché, a causa dell’emergenza che stiamo vivendo, la salute e la sicurezza del lavoratore deve rimanere in primo piano e l’arte, come ha sempre fatto e sempre farà, può contribuire in tale senso.

Fonti:

– R. Rosenblum, H. W. Janson, L’arte dell’Ottocento, Palombi, 1986

L’ambiguità di Claude Cahun

“Maschile? Femminile? Ma dipende dai casi. Neutro è il solo genere che mi si addice sempre”.

di Jessica Colaianni

Con queste parole oggi vi portiamo alla scoperta di Claude Cahun, pseudonimo di Lucy Renée Mathilde Schwob, artista, fotografa e scrittrice francese tra le massime esponenti del surrealismo.

Nata a Nantes nel 1894 sin da subito si appassiona alla scrittura, alla fotografia e alla recitazione, firmando i suoi primi lavori adoperando diversi pseudonimi, da Claude Courlis a Daniel Douglas fino a optare per quello definitivo che l’ha resa celebre fino ai giorni nostri. Appena quindicenne si lega sentimentalmente con la sorellastra Suzanne Malherbe, fotografa conosciuta col nome di Marcel Moore con cui trascorrerà il resto della sua vita. Insieme a quest’ultima, negli anni Venti, si trasferisce a Parigi ed è in questa occasione che l’artista entra in contatto con le figure centrali del movimento surrealista, André Breton (autore del manifesto nel 1924), Tristan Tzara, Salvador Dalì, Man Ray e molti altri. La fotografia si lega al movimento pittorico non tanto per lo stile o il linguaggio formale utilizzato, quanto per l’approccio concettuale con la quale vengono trattati i temi e i soggetti raffigurati. Ai fotografi surrealisti, infatti, non importa la ricerca di una tecnica precisa dell’esecuzione ma, come per i colleghi pittori, prevale il concetto di automatismo che viene spiegato da Breton nel manifesto del movimento.

118mm x 92mm (whole)115mm x 89mm (image)also neg

Lo scatto non è meditato né sapientemente orchestrato ma è il risultato del caso, il quale ci ricollega all’altro concetto fondamentale della poetica surrealista, quello dell’objet trouvé, ovvero un qualcosa che l’artista trova casualmente girovagando ma che diventa opera significante. Le immagini sono quindi stranianti, spesso volutamente sbagliate ed espressione di una dimensione che ha a che fare con la psiche umana. Tra i rappresentanti del gruppo Cahun trae più ispirazione da Cecil Beaton, fotografo di moda la cui caratteristica è quella di mettere in scena delle immagini allusive che rimandano ad atmosfere trasognanti. Protagonista indiscussa dei suoi scatti è lei stessa, la quale scinde il suo corpo in più identità affrontando in maniera precoce, rispetto al tempo, il tema della sessualità e dell’identità di genere.

La fotografa mette in scena una vera e propria trasformazione di sé stessa andando oltre la semplice differenziazione tra femminile e maschile e ponendo in essere quasi una sorta di body art ante litteram, in quanto attraverso questa pratica attua una vera e propria verifica e oggettivazione del suo corpo, diventando pioniera di una tematica tutt’oggi viva e fortemente dibattuta.Claude Cahun è un’artista forse non particolarmente conosciuta presso il grande pubblico, ma la cui poetica avanguardistica ha influenzato molti autori dei decenni successivi. In particolare in Italia, sono poche le istituzioni pubbliche che hanno posto attenzione alla sua ricerca, tra questi emerge la Fondazione del Monte di Bologna che, in occasione di Arte Fiera 2020 ha inaugurato la mostra 3 Body Configurations in cui, insieme a Valie EXPORT e Ottonella Mocellin, vengono esposte 38 opere fotografiche dell’artista grazie alla collaborazione col Jersey Heritage Collection, dalla città dove Cahun ha trascorso gli ultimi anni della sua vita e che conserva la maggior produzione della fotografa.

La durata dell’esposizione era prevista fino al 30 aprile, con la speranza di poter presto riaffollare (ma non troppo) i luoghi della cultura vi consiglio quindi di segnarvela in agenda!

Fonti:

– Silvia Mazzucchelli, Oltre lo specchio : Claude Cahun e la pulsione fotografica, Milano, Johan & Levi, 2013;

– Claude Cahun, Le scommesse sono aperte (Les paris sont ouverts, traduzione in italiano di Marcello Giulini e Marco Dell’Omodarme, prefazione di Silvia Mazzucchelli), Edizioni WunderKammer, 2018;

– Claudio Marra, Fotografia e pittura nel Novecento (e oltre), Milano, Bruno Mondadori, 2012.

Il sistema dell’arte contemporanea

Quando pensiamo all’arte non possiamo fare a meno di immaginarci un luogo dove è possibile ammirare opere di ogni tempo, il tutto circondato da un’atmosfera poetica e trasognante. Anche per noi studenti che ci approcciamo a tale materia vale inizialmente questo pensiero ma, procedendo nel percorso di studi o una volta approdati nel fatidico mondo del lavoro, ci rendiamo conto che non “è oro tutto ciò che luccica”.

di Jessica Colaianni

Galleria di Leo Castelli. Foto da https://www.widewalls.ch

Al giorno d’oggi l’arte si scontra con la dura realtà, entrando a far parte anch’essa di un ambito che governa il mondo, stiamo parlando ovviamente dell’economia. Viviamo o no nell’epoca del capitalismo più sfrenato? Ebbene sì, per quanto l’arte sia considerata una cosa pura e lontana da questo male assoluto che imperversa le nostre vite contemporanee, l’economia è riuscita a penetrare in essa, creando un vero e proprio sistema dell’arte che detta le leggi della domanda e dell’offerta e che decide chi merita di starci dentro e chi invece di restare fuori.

Leo Castelli con Jasper Johns

Per capire meglio l’origine di questo sistema, però, bisogna tornare un po’ indietro nel tempo. Più precisamente andiamo nella New York degli anni Quaranta dove troviamo protagonista un italiano. Leo Castelli, triestino di nascita ed ebreo di origine, fugge dall’Europa nazista verso il nuovo mondo insieme alla moglie, con la quale approda nella grande mela e, appassionato d’arte, trascorre le sue giornate al MoMa, diretto all’epoca da Alfred Barr. Entra in contatto con l’allora nascente arte americana (l’Espressionismo astratto capitanato da Pollock per intenderci) e trasforma il suo appartamento in una galleria. Quella ufficiale verrà aperta nel 1957, dove presenterà al mondo i due grandi protagonisti del New Dada, Johns e Rauschenberg. L’intento di Castelli è quello di, attraverso la sua galleria, certificare gli artisti nascenti e di farne presto una sua esclusiva. Il suo grande intuito lo porta infatti a presentare al pubblico gli artisti della Pop Art, prima, e del Minimalismo, dopo, diventando così primo gallerista rappresentante  di alcuni dei movimenti artistici più importanti del Novecento.

Jasper Johns – Two Flags
Robert Rauschenberg – Retroactive II

Ben presto apre nuove gallerie private in diverse parti del mondo creando una fitta rete di contatti tra artisti, musei, gallerie, collezionisti. Famose per esempio sono le sue liste di attesa, allo scopo di creare grande aspettativa e incrementare il guadagno dalla vendita di un’opera, in una corsa incessante per accaparrarsi i lavori e gli artisti migliori. Al fiuto per il mercato di Leo Castelli si associa l’origine del sistema dell’arte, termine che verrà ufficialmente introdotto dal critico Lawrence Alloway nel 1972 e da Achille Bonito Oliva nel 1975. Proprio nel testo di Bonito Oliva abbiamo una descrizione accurata del sistema dell’arte, riguardante un’élite di musei, artisti, galleristi, collezionisti (il MoMa, Damien Hirst, Gagosian Gallery, Saatchisono solo alcuni esempi) visti come veri e propri brand che creano tendenza. Per esempio, se Saatchi, famoso collezionista, acquista un’opera di un determinato artista, allora anche gli altri cominceranno a comprare quell’artista. Se il MoMa espone tal dei tali, allora anche gli altri musei cominceranno ad esporre tal dei tali, e così via.

Damien Hirst – L’impossibilità fisica della morte nella mente di un essere vivente

Col tempo, all’arte si è sempre dato più un valore economico che prettamente artistico e se si ha il privilegio di entrare a far parte di questo sistema equivale come fare terno al lotto. Molti artisti di grande valore sono rimasti fuori da questi circuiti a causa della mancanza dei giusti agganci e questo è un lato oscuro dell’arte che spesso non si conosce ma che domina attualmente la scena artista, scatenando non poche critiche dai puristi dell’arte. Spero con questo articolo di non aver infranto i vostri bei sogni e le vostre belle illusioni, questa è la realtà che aleggia dietro le opere di arte contemporanea (e non solo) ma continuate a tenervi lontani da questo mondo marcio, passatemi il termine un po’ forte, e continuate ad ammirare l’arte, tutta, a prescindere, senza condizioni e influenze, perché come dice Thomas Merton “L’arte ci consente di trovare noi stessi e di perdere noi stessi nello stesso momento” quindi vale sempre la pena continuare a soffermarsi su di essa.

La spiritualità di Gauguin

Alla ricerca di una spiritualità primitiva Gauguin compie un viaggio mistico alla scoperta di sé stesso all’interno della pittura.

di Jessica Colaianni

Paul Gauguin nasce a Parigi nel 1849 ma sin dall’infanzia mostra un certo disagio per la vita in città con un desiderio di fuga verso civiltà lontane. Con la famiglia si trasferisce per un periodo a Lima in Sud America per poi tornare in Francia e ricevere una formazione abbastanza deludente nella città di Orléans. Sopraffatto dai problemi familiari e dopo aver fallito l’esame di ammissione all’Accademia Navale di Parigi decide di arruolarsi come allievo pilota sul mercantile Luzitano, mezzo che lo porta a viaggiare per il mondo e a scoprire così quei posti esotici che affollavano l’immaginario collettivo degli europei dell’Ottocento.

Tornato a Parigi a seguito della morte della madre, è in questa fase che Paul si avvicina al mondo delle belle arti, grazie all’intercessione di Gustave Arosa, ex compagno della madre. Comincia ben presto a collezionare le opere degli impressionisti, movimento all’epoca embrionale e fortemente criticato dagli esperti d’arte e nel mentre inizia a realizzare i suoi primi lavori, sotto la guida del maestro Pissarro.

Visione dopo il sermone (1888)

Il contatto con gli artisti del movimento che per molti diede vita all’arte contemporanea è fondamentale per la formazione del giovane Gauguin, il quale però non condivide a pieno la poetica. Sin da subito, infatti, dimostra di aver superato i suoi predecessori portando delle novità importanti all’interno della sua pittura. Ma la piena maturità stilistica Gauguin la raggiunge in Bretagna, a Pont-Aven per l’esattezza, paese selvaggio e rurale frequentato da diversi artisti con cui entra in contatto, tra cui Bernard e Laval che lo introducono alla tecnica del cloisonnisme, ispirata alle vetrate gotiche e consistente nella stesura di ampie campiture di colore ben delimitate. Capolavoro di quegli anni rimane la Visione dopo il sermone (1888) dove delle fedeli assistono al combattimento tra Giacobbe e un angelo, scena tratta dal libro della Genesi. La particolarità del dipinto sta nella rappresentazione del prato rosso e nella presenza di un albero che taglia in diagonale la scena, suddividendo in maniera netta ciò che è realtà da ciò che è immaginazione. Tra uno spostamento e l’altro, dopo una convivenza turbolenta con Van Gogh, conclusasi non nel migliore dei modi, Paul decide di lasciare definitivamente la Francia per rifugiarsi in un posto lontano, dove poter concludere la sua vita e continuare a produrre la sua arte, poco compresa al tempo e in parte derisa. Si trasferisce quindi a Tahiti dove Gauguin realizza indubbiamente la sua produzione più importante, fortemente ispirato dai colori e dal modo di vivere dei polinesiani. Qui entra in contatto con una spiritualità del tutto nuova e completamente diversa rispetto a quella occidentale e ben presto ne fa protagonista dei suoi lavori.

Ia orana Maria (1891)
Manao tupapau – The Spirit of the Dead Keep Watch (1892)

Tra i quadri più rappresentativi di questo periodo vi raccontiamo di tre in particolare. Il primo è Ia orana Maria (1891), una delle prime opere che Gauguin realizza in terra tahitiana e che vede ancora una forte presenza della religione cattolica, rappresentata da un angelo con le ali gialle che indica due donne del posto. In primo piano sulla destra, invece, troviamo una trasposizione del tema della Madonna col bambino, rappresentati in sembianze e in un ambiente totalmente estraneo alla raffigurazione tradizionale e immerso nei colori e paesaggi esotici dell’Oceania. Nel 1892 dipinge uno dei quadri più famosi, Manau Tupapau (Lo spirito dei morti veglia), il dipinto rappresenta Teha’amana, una giovane ragazza con cui l’artista intraprende una relazione. La donna giace nuda sul letto, inevitabile anche qui sono i richiami all’iconografia tradizionale occidentale, in questo caso l’immagine della Venere che qui diventa una figura con la pelle scurissima, caratteristica di coloro che abitano le isole della Polinesia. Sulla sinistra una figura minacciosa e malvagia incombe, è Tupapau, uno spirito dei morti tratto dalla cultura tahitiana che stava in quegli anni scomparendo dalle memorie dei giovani a causa del colonialismo. Il demone è interpretato come simbolo ineluttabile e inconoscibile della morte.

Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo? (1897-98)

Dopo un breve rientro in Francia che gli provoca più dolore che altro, l’artista riparte per la Polinesia. In  fine quindi prendiamo in esame quello che possiamo considerare il lascito testamentario di Gauguin, un lavoro del pittore realizzato nei suoi ultimi anni di vita percorsi da disturbi di salute e depressione con un tentativo di suicidio. Stiamo parlando del quadro Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo? (1897-98), opera di grandi dimensioni che pone la visione intima e spirituale dell’artista unita alle grandi domande che attanagliano da sempre l’uomo. La lettura iconografica parte da destra, dove un bambino steso sul prato rappresenta naturalmente la domanda da dove veniamo? Prosegue con la parte centrale della scena, dove una serie di figure immerse in un paesaggio naturale sono intente a svolgere diverse azioni pratiche e riflessive, riferendosi alla domanda chi siamo? A sinistra, a conclusione della sequenza e corrispondente alla domanda dove andiamo? una vecchia avvizzita rappresentata in posizione fetale intenta a ricordare con nostalgia gli anni della giovinezza. L’opera è un capolavoro che merita ancora di essere studiato e indagato nella miriade di simboli impressi da Gauguin che, indubbiamente, è tra i più grandi artisti dell’era moderna.

Fonti:

– Elena Ragusa, Gauguin, in I Classici dell’Arte, vol. 10, Rizzoli, 2003;

– Anna Maria Damigella, Gauguin, in Art dossier, Giunti, 1999;

– Ingo F. Walther, Gauguin, in Basic Art, Taschen.

Palazzo Schifanoia a Ferrara e i suoi misteri

Oggi vi portiamo a Ferrara, più precisamente nel Salone dei Mesi di Palazzo Schifanoia, appartenuto alla famiglia estense, dove arte e astrologia si incontrano per creare un ciclo figurativo tra i più ricchi ed enigmatici del Rinascimento quattrocentesco. Siete pronti per questo viaggio sensazionale?

di Jessica Colaianni in collaborazione con Ludovica Fasciani

palazzo Schifanoia all’esterno

Nel 1840 vennero scoperti, grazie alla caduta di alcuni pezzi d’intonaco, degli affreschi con delle figure apparentemente misteriose e indecifrabili. E tali rimasero fino all’arrivo in città di Aby Warburg, il quale riuscì a ricostruirne l’intricato percorso che li aveva portati dall’antichità indiana sino al Rinascimento Ferrarese, passando dall’Egitto. L’umanista tedesco giunse all’interpretazione del complesso programma iconografico ricorrendo a varie fonti, mai considerate prima in relazione a questi affreschi. 

Ma cosa è rappresentato esattamente?

Il primo elemento che salta all’occhio è la serie raffigurante i dodici mesi. Ogni sezione dell’affresco (che purtroppo si conserva quasi intatto solo su due delle quattro pareti della sala) è composta da tre scene: quella posta più in alto mostra i carri trionfali degli dèi dell’Olimpo, mentre quella più in basso ci trasporta alla corte del duca Borso d’Este, committente del ciclo figurativo, e raffigura scene di vita quotidiana della corte ferrarese. Tra le due sezioni, infine, una fascia dai colori più intensi è dedicata al mondo degli dèi astrali: ogni segno dello zodiaco è qui circondato da tre figure enigmatiche, di cui tra poco sveleremo l’identità.

Marzo
Aprile

L’associazione tra divinità greche e astrologia è comune nel Rinascimento e affonda le sue radici nel Medioevo, basandosi su una concezione ellenistico-araba che associa i sette pianeti ad altrettante divinità pagane, o demoni astrali, reggenti i mesi, i giorni e le ore delle sorte umana. Troviamo traccia di questa concezione già nella Germania del XII secolo, nel De deorum imaginibus libellus del monaco inglese Alberico. Attraverso l’analisi di soli tre mesi, marzo (retto da Pallade e dall’Ariete); aprile, (retto da Venere e dal Toro); luglio, (retto da Cibele e Giove insieme al segno del Leone) è possibile avere uno spaccato di come potesse essere stata l’intera stanza affrescata e provare a dare una lettura di essa. Nel salone, infatti, troviamo la rappresentazione del cielo con le stelle fisse descritto nel IV secolo a.C. da Arato, ancora oggi uno strumento primario dell’astronomia. Ma ancora non vi stiamo dando nessuna chiave per aprire questo lucchetto! Per farlo dobbiamo parlare anche di un altro testo che ci aiuta alla comprensione delle immagini, ovvero la Sphaera Barbarica, composta in Asia minore da un certo Teucro con la descrizione del cielo delle stelle fisse in cui le costellazioni vengono associate a divinità astrali, arricchita dalla nomenclatura egiziana, babilonese e dell’Asia minore la quale supera il catalogo di Arato. Ed è proprio in questo testo che abbiamo la risposta a quelle tre figure che circondano il segno zodiacale: sono i decani, elementi di derivazione egiziana. Ognuno di essi incarna un arco temporale, ovvero un terzo di un mese: dieci giorni (o gradi); questa concezione arrivò in occidente grazie alla mediazione di Abu Ma’shar, in particolare alla sua Grande Introduzione. Il risultato è la creazione di un manuale di astrologia valido per tutti i giorni dell’anno, in quanto in tutto i decani sono 360 e stanno ad indicare la concezione dell’influenza del mondo astrale sulla vita degli uomini. Se entriamo nel dettaglio degli esempi portati da Warburg, notiamo come gli affreschi corrispondano, quasi specularmente, a un’altra importante fonte: il poema didattico astrologico del romano Manilio, riscoperto poco dopo il 1417 dagli studiosi umanisti.

Trionfo di Venere
Rappresentazione della conte d’Este

Ok, adesso che abbiamo capito alcuni dei significati dietro a queste immagini e le fonti a cui fanno riferimento, ci chiediamo, qual è il senso di tutto ciò? Palazzo Schifanoia non è l’unico esempio di luogo dove costellazioni, segni zodiacali e divinità astrali prendono vita sulle pareti di saloni importanti; abbiamo altre testimonianze infatti a Padova, Perugia e in altre città italiane, dominate nel corso del Rinascimento da importanti corti signorili. Come già accennato in qualche riga più su, a quei tempi era pensiero comune credere che le stelle e i pianeti influenzassero la vita delle persone, a partire dal giorno in cui si è nati. Per tornare a Ferrara, ad esempio, nel mese dedicato a marzo, troviamo delle figure intente a svolgere attività di cucito, questo perché si credeva che i nati sotto l’Ariete avessero delle predisposizioni alla manualità. Secondo Warburg, nonostante la corte estense sia piena di esperti astrologi, l’ispiratore del ciclo del Salone dei Mesi fu in effetti il bibliotecario e storiografo di corte Pellegrino Prisciani, il quale struttura il programma iconografico costruendo un sistema astrale che risponda ai desideri di Eleonora d’Aragona, moglie del duca Ercole.

Eccoci giunti alla fine del viaggio, speriamo che questi nomi e queste rappresentazioni vi abbiano aiutato a comprendere il pensiero degli uomini rinascimentali che, visti così, non sembrano poi tanto lontani a noi!

Botero non dipinge persone grasse!

“Non ho mai dipinto persone grasse” questa è una delle citazioni di Fernando Botero che potete trovare in una delle sale della mostra dedicata all’artista colombiano a Palazzo Pallavicini in quel di Bologna. Aperta fino al 26 gennaio (muovetevi se non ve la volete perdere!!), questa è una mostra unica che non si vedrà da nessun’altra parte.

di Jessica Colaianni

Ogni opera, infatti, proviene direttamente dall’archivio di Botero, il quale ha scelto personalmente quali opere inviare e che ha partecipato anche nell’ideazione del progetto espositivo collaborando a stretto contatto con la curatrice.

La mostra espone la produzione più recente dell’artista, tutte le opere, infatti, sono datate oltre il 2000 e sono suddivise per sezioni tematiche. Ma torniamo al punto di partenza. Quando si entra nella sala dedicata ai nudi troviamo sul pannello posto come spiegazione questa citazione: “Non ho mai dipinto persone grasse”, com’è possibile? Chiunque di noi almeno una volta nella vita avrà detto: “conosci quell’artista che dipinge persone grasse?” E sì, ci riferiamo proprio a te Fernando! Per fortuna ci viene in soccorso la guida che subito ci scioglie ogni dubbio e ci apre a una completa nuova visione su questo artista.

I modelli usati, prima di tutto, è bene chiarirlo, sono persone magre! Ebbene sì, tutto nasce negli anni cinquanta, durante i suoi primi lavori di natura morta, l’artista dipinge un mandolino dove la cassa risulta essere particolarmente voluminosa. Proprio da lì nasce la cifra stilistica che tutti noi conosciamo, le figure che noi vediamo non sono altro che una rielaborazione in un linguaggio personale del pittore che rende ogni forma volutamente in una dimensione volumetrica dilatata. Vi starete chiedendo da dove ha origine tutto questo? Ci sono varie spiegazioni a riguardo. La prima è che Botero nelle sue opere pone continuamente dei riferimenti alla storia dell’arte e basta tornare indietro giusto qualche millennio di secolo per condurci alle antiche statuette neolitiche, raffiguranti figure morbide e volumetriche (la Venere di Willendorf e simili, per intenderci). Un’altra spiegazione sta invece nell’intento che vuole darci l’artista. Attraverso i suoi dipinti egli vuole trasmetterci la gioia di vivere, quel senso di pace e serenità cui geometricamente parlando, le forme rotonde rimandano. Per quanto a livello accademico Botero sia abbastanza snobbato (nei miei 5 anni di Università non ho mai sentito uscire dalla bocca di nessun insegnante questo nome), ottiene dal “pubblico comune” vasti consensi, lo possiamo classificare quindi come un artista popolare, che piace alla gente. Un’altra caratteristica che vira a favore di quanto detto, è che il pittore dipinge immagini e figure quotidiane in cui chiunque ci si può riconoscere e nelle sue opere non si trovano mai delle iconografie misteriose, dei simboli che nascondono significati nascosti, ma anzi, sono di immediata e semplice fruizione ed è proprio per questo che piace alla gente, adulti e bambini che siano. Sono sincera, Botero non è tra i miei artisti preferiti (non è tra le mie corde forse proprio a causa della sua “semplicità”) e non lo conoscevo molto, ho apprezzato quindi aver visitato la mostra e soprattutto l’aver partecipato a una visita guidata. Il tutto mi ha permesso di andare oltre lo stereotipo delle “persone grasse” e mi ha permesso di approfondire e imparare qualcosa di nuovo. Del resto, tra gli scopi primari delle mostre (e su questo, piccolo spoiler, ci torneremo in futuro, quindi stay tuned!), è proprio quello di istruire.

La dimensione didattica è una componente molto importante da tenere in considerazione e per una persona che ambisce un giorno di poter curare degli allestimenti espositivi, beh, diciamo che è tra le cose su cui sono più pignola quando vado a visitare una mostra!

Un caffè con GIUSEPPE TRINGALI

Oggi rotoliamo verso sud, attraversiamo il mare e giungiamo in Sicilia, dove conosciamo Giuseppe Tringali, artista classe 1984, laureato presso l’Accademia di Belle Arti di Catania, la cui ricerca artistica si basa su una lettura personale del linguaggio pittorico, attraverso il quale esprimere il proprio vissuto e i propri valori. Andiamo a scoprire qualcosa di più!

di Jessica Colaianni

Dal prifilo ufficiale instagram di Giuseppe

JESSICA: Parlaci un po’ della tua formazione e dei tuoi principali campi di interesse. 

GIUSEPPE: Nel 2002 decido di lasciare Caltagirone e la Sicilia per provare a realizzare un sogno nel cassetto, diventare un disegnatore di film d’animazione, scegliendo l’Accademia di Bologna come punto di partenza per la mia formazione. Frequento l’Accademia di Napoli per un breve periodo e nel 2008 mi diplomo in pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Catania. Volevo diventare il nuovo Hayao Miyazaki, ma strada facendo mi sono ritrovato a curare mostre, organizzare eventi artistici, fare installazioni e persino insegnare arti visive. Per quanto possiamo pianificare non si può mai sapere dove ci porta la strada che ci si para davanti.  

J: Viviamo in un’epoca dove sono ormai pochi gli artisti che si dedicano prettamente alla pittura, in che modo ti approcci a questa tecnica? 

G: Il rapporto con la pittura è sempre molto spontaneo ma allo stesso tempo estremamente conflittuale, sono sempre alla ricerca di un linguaggio e una cifra stilistica che appartenga solo a me ed è per questo che in quasi tutte le mie opere è evidente una certa tensione emotiva. In questo senso non sono molto accademico, piuttosto sono anche violento nei confronti dei supporti e della pittura ma in fin dei conti la cosa che più conta è che il risultato rispecchi parte del mio personale vissuto. 

J: Qual è il messaggio che vuoi dare attraverso i tuoi lavori? 

G: Come chiunque altro con i miei lavori vorrei trasmettere la mia personale visione del mondo in cui vivo, i valori in cui mi rispecchio. Mi piacerebbe che le miei opere potessero far riflettere su come, col nostro fare, possiamo essere d’esempio, in positivo o in negativo, nei confronti degli altri. Con i miei dipinti vorrei poter dire di ricercare la profondità e l’essenzialità delle cose, scomponendone la superficie, grattando via gli strati di colore per non ridursi a mera apparenza. 

J: Come si è evoluta negli anni la tua idea di arte? 

G: Continuo a pensare che l’arte debba servire a smuovere le coscienze ed essere motore di processi riflessivi, ma negli ultimi tempi considero l’arte come quel valore aggiunto alla vita di ogni giorno, quel momento da dedicare a sé stessi, scontornato dalla pomposità degli eventi e delle mostre e dalle sovrastrutture culturali, un semplice momento assolutamente personale dove concedersi del tempo, bene prezioso che ai giorni nostri giorni è sempre più raro.  

J: Oltre alle opere su cavalletto ti occupi anche di realizzare delle opere murali su commissione, come si legano alla tua produzione principale? Si pongono in linea agli altri tuoi lavori nella scelta sia della tecnica che dei temi o ti approcci in un modo completamente differente?  

G: Ci tengo a precisare che non sono uno Street artist, proprio perché l’arte di strada ha un suo codice ben preciso, io sono un pittore che dipinge su qualsiasi superficie gli venga messa a disposizione, quindi anche sui muri. Il processo di creazione di un murale si basa principalmente su un primo studio del contesto dove verrà inserito e ovviamente cambiano anche i medium con cui intervengo sulle superfici, prediligendo spray, quarzo e acrilici. Per quanto riguarda lo stato d’animo con cui affronto un muro invece è totalmente diverso da quello che ho quando sono in studio, sono molto più disteso e rilassato, direi quasi giocoso, sarà per la possibilità di avere spazi più grandi sui quali intervenire e ho la possibilità di estendere al massimo il gesto pittorico. Ciò che scelgo di dipingere sui muri non si discosta molto dalla mia produzione principale, c’è sempre un filo conduttore che lega tutte le mie opere, quasi come se ogni soggetto che scelgo di dipingere automaticamente fa germinare l’idea per il quello successivo, ognuno di questi soggetti rappresenta parte del mio vissuto e si fa portatore di un messaggio positivo da lasciare impresso specialmente in strada. Per quanto riguarda le commissioni invece, beh, quelle sono commissioni. 

J: Raccontaci un po’ della tua ultima mostra, #Storie, personale realizzata per la Galleria L’Altro Artecontemporanea di Palermo. Per quale motivo il formato scelto per i ritratti è rotondo e non il classico quadrato?

G: Il mio lavoro come artista è una ricerca continua, non sono mai soddisfatto, qualcuno dice che questa sia una buona cosa, perciò cerco sempre di rinnovarmi per poi tornare a bozzetti di qualche anno prima, non passa giorno senza che abbia macchie di vernice addosso. L’ultima mia personale #Storie è un progetto semplice, si tratta di 35 Ri_tratti di uomini e donne siciliane vissuti in un arco di tempo che va dal 1984 (anno della mia nascita) al 2019. 35 anni appunto. 35 anni di storie positive, storie che vale la pena raccontare, che possono essere spunto positivo per le generazioni più giovani, in controtendenza con le #stories dei social, che durano appena 24 ore, che raccontano spesso di superficialità ed effimera apparenza e che mirano soltanto ad ottenere consensi ed approvazione meramente virtuale. Ho scelto di ritrarre i volti di personaggi noti ed altri un po’ più di nicchia ma che hanno contribuito alla storia della nostra Isola, hanno permesso di ricostruire se vogliamo un ritratto positivo, non legato necessariamente allo stereotipo di mafia, carretti e fichi d’india. Il formato è un chiaro richiamo all’avatar del mondo social, quasi un tasto retroilluminato che spunta dalla parete e che viene voglia di schiacciare per scoprire quale nuova finestra si può aprire. 

J: Ti va di darci qualche spoiler sui tuoi progetti nell’immediato futuro? 

G: Finora ho raccolto critiche positive nel mio territorio ma non sono riuscito a varcare i confini dell’isola col mio lavoro, probabilmente perché il mio linguaggio è rimasto troppo legato alla mia sicilianità. In questo momento sto lavorando ad un progetto che spero possa rendere la mia pittura e il messaggio che essa porta universalmente valido e quindi più spendibile fuori dalla Sicilia. 

Ringraziamo Giuseppe Tringali per averci concesso questa intervista e gli auguriamo di realizzare tutti i suoi progetti futuri, speriamo che vi abbia fatto piacere conoscere questo nuovo artista e vi consigliamo, se non volete perdervi i suoi lavori, di seguire la sua pagina instagram (https://www.instagram.com/giuseart/?hl=it)!

5+1 opere d’arte che mi hanno fatto amare l’arte contemporanea

La maggior parte di noi di fronte all’arte contemporanea storce il naso, ci si domanda spesso quale sia il significato di quella determinata opera o perché essa venga considerata come tale. Lo ammetto, anche io fino a qualche anno fa non capivo cosa ci fosse di così interessante nell’arte più vicina a noi, preferendo invece l’arte del Rinascimento (che ancora adesso adoro) ma, nonostante alcuni pregiudizi, frequentando il Dams di Bologna non ho potuto evitare di seguire il corso di storia dell’arte contemporanea ed è proprio lì che è scattata la scintilla che mi ha fatto completamente innamorare! Vi starete domandando perché? Beh, ecco allora una carrellata spontanea e di pancia delle opere che studiando mi hanno fatto perdere la testa!

di Jessica Colaianni

1. Nel 1917, appare in pubblico un’opera d’arte un po’ strana, un orinatoio capovolto firmato da un certo Richard Mutt e intitolato enigmaticamente Fontana. Questo lavoro provoca un fortissimo dibattito nella New York dei primi del Novecento, focalizzando in particolare l’attenzione su cosa sia arte e cosa no. Solo in seguito si scoprirà che l’autore non era altro che quel burlone di Duchamp che, già nel 1913, aveva prodotto il suo primo ready-made (oggetto d’uso comune preso e svuotato del proprio significato e reso opera d’arte). Se non lui, chi altri avrebbe potuto essere il padre dell’arte contemporanea?

2. Anche se non si è appassionati d’arte contemporanea, sarà sicuramente capitato a tutti di vedere delle opere rappresentanti linee verticali e orizzontali che formano quadrati bianchi o colorati. Le opere di Mondrian hanno avuto molta fortuna, diventando abiti di alta moda, ma comparendo anche in merchandising come quaderni e agende; pochi però sanno che dietro quelle semplici forme geometriche che “tutti possono fare” (sigh) si nascondono anni e anni di lavoro che coinvolgono l’artista nella sua ricerca di rappresentare la natura nella sua forma più primaria e perfetta, in un ricercato gioco di equilibrio e armonia.

3. Proseguendo sulla scia del “so farlo anche io” un altro personaggio che ha rivoluzionato l’idea dell’arte è sicuramente Jackson Pollock che con il suo dripping (sgocciolamento del colore) ricopre tutta la superficie della tela, rigorosamente posta a terra (diciamo addio alla pittura su cavalletto) in modo da poterci girare attorno, realizzando così quasi una sorta di pre-performance in bilico tra dei sapienti movimenti e dei casuali gesti impulsivi, una danza di colore!

4. Figlio mancato di Duchamp, Piero Manzoni sconvolge la Milano degli anni Sessanta (la sua carriera è purtroppo molto breve a causa della sua prematura scomparsa) realizzando dei lavori assurdi e giocosi al fine di prendere in giro il sistema dell’arte, legato in quegli anni ad un forte incremento del mercato. Impronte d’artista, fiato d’artista, le statue viventi sono solo alcune delle opere da lui realizzate, che rimane noto presso il grande pubblico soprattutto per la sua Merda d’artista, inscatolata ed etichettata bella e pronta per essere venduta al miglior offerente.

5. Negli anni Settanta la maggior parte degli artisti si stufa di dipingere e scolpire e decide così di fare qualcosa di nuovo (le basi vengono poste a partire dagli anni Cinquanta con i primi happening), il tutto per lo più rigorosamente nudi. Nasce così la Performance, di cui la massima protagonista è Marina Abramović, lanciata presso il grande pubblico attraverso Imponderabilia del 1977, la performance realizzata a Bologna insieme al fidanzato nonché compagno artistico Ulay, che vede i due porsi nudi (ma dai?!) davanti all’ingresso dell’allora Galleria d’Arte Moderna, costringendo così i visitatori a strusciare sui loro corpi.

6. Avviciniamoci ai giorni nostri e andiamo in terra nostrana, l’artista italiano attualmente vivente e più famoso a livello internazionale è sicuramente Maurizio Cattelan, le cui opere ironiche e spesso dal tono polemico scatenano controversie anche al di fuori dello stretto mondo dell’arte. I suoi lavori più noti rimangono Apocalypse, scultura di Papa Giovanni Paolo II colpito da un meteorite e Him, la scultura di Hitler inginocchiato e con sguardo implorante perdono.

Questo elenco rappresenta solo una minima parte di ciò che riguarda tutto il mondo dell’arte contemporanea. In generale, la cosa che più mi affascina di essa è che non deve essere semplicemente un qualcosa di bello da vedere ma anzi può essere stramba, pazza, divertente, stimolante, assurda e a volte anche un po’ trash. L’arte contemporanea non ha pregiudizi, è libera e libera è l’interpretazione che ognuno di noi può dare a ciò che sta vedendo. Che dite, vi ho convinto ad amarla almeno un po’ di più?

Il cosmo in un battito d’ali

La simbologia della farfalla rivisitata nella post-modernità

Oggi conosciamo una new entry, Sara, laureata in Arti Visive di Bologna con una tesi dedicata al romanzo post-moderno dello scrittore rumeno Mircea Cărtărescu dal titolo Abbacinante, una trilogia monumentale che fa esplodere, con le sue anamorfosi e distorsioni, pressoché tutti gli ambiti dello scibile umano.

di Sara Uboldi e Jessica Colaianni

Autore
Copertina del libro in lingua originale

Facciamo raccontare direttamente a lei questo testo:

Sara: Mircea afferma che il suo principale interesse è “la sostanza della realtà, ma intesa nel senso più ampio possibile. Le visioni, i sogni, sono realtà. Quella che chiamiamo comunemente ‘realtà’ non è che la superficie delle cose. La vita allucinatoria è vera quanto la vita ‘reale’”. Infatti, rivisitando continuamente all’interno delle vicende narrate la sua proiezione autobiografica nell’omonimo protagonista, la rende irrisolta, in un incessante gioco di inveramento e falsificazione sempre reversibile. 

Il romanzo presenta anche un rapporto diretto con le arti figurative che, secondo Sara, è paradossale, mai serenamente accettato, in costante rivisitazione.

Sara: In primo luogo, Cărtărescu ribalta le funzioni dell’icona di impianto bizantino, tipica della tradizione folklorica romena, attribuendole funzioni talvolta anche dissacranti. L’autore trasfigura le aure dei luoghi, degli ambienti, delle città che ospitano o sono oggetto delle sue visioni con una tecnica paragonabile a quella degli inediti affreschi esterni dei monasteri romeni: è la luceabbacinante” che ogni volta si manifesta attraverso gamme cromatiche, che non esistono nel mondo naturale e vanno dal giallo biliare all’azzurro cosmico fino alle emanazioni madreperlacee. In secondo luogo, l’autore instaura un rapporto che si può definire “figurale” tra il protagonista del romanzo, Mircea (omonimo e non solo dell’autore) e il misterioso pittore Monsù Desiderio, pseudonimo di un duo di artisti visionari, creatori di capolavori rovinosi, perturbanti e misconosciuti fino alla loro grandiosa riscoperta in età romantica. L’identificazione di Mircea con Monsù Desiderio è dovuta anche al fatto che entrambi siano parte, o il risultato, di due entità opposte ma complementari e riunite sotto lo stesso segno identificativo: il gemellaggio di sangue di Mircea con Victor corrisponde a quello artistico e passionale di Francois e Didier.

Nel corso del romanzo troviamo un’immagine molto forte e determinante, la farfalla, la quale esprime una potente simbologia. Così ci racconta Sara:

La farfalla si può ritenere l’immagine più fantasmagorica e fertile di tutto il romanzo. 

Innanzitutto dà origine, con la sua tripartizione anatomica, ai volumi della trilogia (intitolati L’ala sinistra, Il corpo, L’ala destra). Abbacinante infatti può essere visto come il continuo reggersi della triade hegeliana che comprende tesi, antitesi e sintesi, laddove la contrapposizione fondamentale si ritrova nei due gemelli protagonisti, Mircea, il luminoso, e Victor, lo ctonio, sulfureo fratello scomparso a cui è destinato a ricongiungersi solo alla fine.

Inoltre, la farfalla è portatrice di una serie di suggestioni legate alla sua concezione nel mondo classico e folklorico: ha a che fare con le Parche, in particolare con Atropo, la Parca addetta a recidere il filo della vita, ma anche con le ben più rasserenanti fate. La bellezza emanata dai suoi colori e dalla sua leggiadria è sempre minacciata dalla sua natura innegabile di insetto orrendo, così come la macchia di Maria può essere interpretata come un marchio del destino oppure una malattia sfregiante, il lupus eritematoso. Damien Hirst, protagonista della scena artistica contemporanea e autore di una serie di lavori incentrati su questi insetti imbalsamati, non esita ad ammettere il paradosso della farfalla: se guardate da lontano, esse sono stupende; se avvicinate allo sguardo, provocano disgusto perché si rivelano nella loro nuda natura entomologica.

Il maestro spirituale di Mircea, il giovane emaciato Herman, che incarna l’archetipo del saggio profeta, afferma che la farfalla è stata già nel mondo antico il simbolo dell’anima e dell’immortalità: “senza l’immagine della farfalla non avremmo saputo mai che la nostra tomba è una crisalide”. In definitiva, non è la farfalla ad essere la figurazione emblematica dell’anima, quanto piuttosto è lei ad aver inventato l’anima umana. Il bruco è quindi una creatura oracolare poiché raffigura l’asse di congiunzione simmetrica tra la realtà sensibile e quella ultraterrena. Mircea afferma che la metamorfosi perfetta avverrà solo nel momento della sua morte, quando dalla sommità del suo capo uscirà la larva della sua psiche per congiungersi alla mente divina. 

Il viaggio è finito, per ora! Grazie a Sara per averci permesso di immergerci nella letteratura romena di Cărtărescu e scoprire i messaggi poetici e artistici dietro essa!

Nel caso in cui voleste leggere questa distopica trilogia ecco i link versione italiana:

Fonti:

– primo libro (l’ala sinistra): https://amzn.to/35sNwaB

– secondo libro (il corpo): https://amzn.to/2S04o4T

– terzo libro (l’ala destra): https://amzn.to/2YVCcBr

Anthropocene: una mostra didattica

Uno sguardo sulla mostra Antrophocene raccontata dalla nostra Jessica, che è andata a visitarla per noi. Tra arte e antropologia si è snodata la visita al Mast…

di Jessica Colaianni

esterno della fondazione Mast

Inaugurata il 16 maggio e visitabile fino al 5 gennaio 2020, la Fondazione Mast di Bologna ospita la mostra Anthropocene, la quale vede l’esposizione di opere di Edward Burtynsky (fotografo canadese classe 1955), Jennifer Baichwal (regista canadese classe 1965) e Nicholas de Pencier (coniuge e partner professionale di Jennifer Baichwal).

La mostra è stata realizzata grazie alla collaborazione dell’Art Gallery of Ontario e il Canadian Photography Institute of the National Gallery of Canada e vede la presenza di fotografie, video e installazioni in realtà aumentata (fruibile attraverso il download dell’app Avara), disseminate in un percorso espositivo diviso in quattro sezioni.

Il titolo della mostra deriva da un termine scientifico coniato nel 2000 dal chimico e studioso dell’atmosfera Paul J. Crutzen e da Eugene Stoermer e sta ad indicare l’attuale epoca geologica, definita a partire dalle metà del XX secolo, nella quale la specie umana è la causa primaria di un cambiamento permanente del pianeta. I tre artisti, grazie al The Anthropocene Project viaggiano in giro per il mondo documentando questi mutamenti provocati dall’impatto dell’uomo, tra cui disboscamenti per creare nuovi terreni per le coltivazioni nuove aree urbane e industriali oppure tutti quegli interventi invasivi per estrarre materiali quali petrolio o carbone. La colpa di questi eventi, secondo molti, è da scaricare sulla parte occidentale e più industrializzata del mondo, le cui conseguenze ricadono sui paesi più poveri. Basti pensare, ad esempio, alle piantagioni di palma da olio, le quali stanno distruggendo la foresta dell’Indonesia e della Malesia, mettendo a rischio di estinzione gli oranghi che abitano quelle zone (la produzione dell’olio di palma è quasi del tutto esportata in Occidente). Attraverso le opere, le didascalie e i pannelli esplicativi, lo spettatore prosegue nel percorso in un crescendo d’ansia e paura che attanaglia la mente. Sono molte le domande che fanno sorgere all’osservatore queste immagini. Quanto tempo ci resta? Ci sono delle soluzioni? 

Ingresso dellla mostra

L’obiettivo dei tre artisti non è quello di coinvolgere lo spettatore dal punto di vista emozionale, ma di porre la realtà delle cose così com’è, nella maniera più razionale possibile e lasciar lui l’opportunità di farsi una propria opinione personale. Il pubblico esce dalla mostra con una nuova consapevolezza e con la libertà di poter davvero agire o meno per cambiare le cose. Tuttavia l’esposizione non vuole lasciare solo una nota pessimista. Non tutto è perduto. Infatti, durante il percorso dell’esposizione si trovano anche alcune immagini dove l’uomo fortunatamente non ha posto la sua impronta, come la foresta Cathedral Grove nella Columbia Britannica, l’abete Douglas Big Lonely Doug e la barriera corallina del Parco Nazionale di Komodo, i quali restano solo alcuni esempi di ambienti ancora incontaminati. Viviamo in un’epoca in cui il confine col punto di non ritorno è sottile, ma abbiamo ancora delle possibilità per uscire da questa situazione. Un forte dibattito tra scienziati (e non solo) si pone oggi l’obiettivo di proporre soluzioni, tra chi richiede una necessaria riduzione dei consumi e tra chi invece propone di impiegare l’ingegneria climatica (l’insieme delle tecnologie volte a contrastare i cambiamenti climatici),  la geoingegneria (la conoscenza delle scienze geologiche applicata all’ingegneria) e l’ingegneria genetica per portarci verso l’idea di un Transumanesimo, ovvero il progredire del genere umano attraverso la scienza e la tecnologia, interferendo con la natura e sfruttando lo stato delle conoscenze presenti e future al fine di evitare un collasso. 

Parte dell’interattività della mostra

Il culmine dell’esposizione è la quarta sezione, dove avviene la proiezione del film-documentario Anthropocene – The Human Epoch, il quale mostra in maniera più approfondita il percorso svolto dai tre artisti insieme all’Anthropocene Working Group (oltre al Mast, è possibile vedere la proiezione in alcune sale cinematografiche d’Italia).

La Fondazione Mast offre al pubblico una mostra didattica ed esaustiva del problema, una visita è d’obbligo, in quanto l’arte può essere uno strumento utile per smuovere le coscienze degli uomini. È giunto il momento di agire, non possiamo fingere che i cambiamenti climatici non esistano e che non sia l’uomo la causa principale di essi, la mostra si pone quindi come un buon punto di partenza per dare consapevolezza a ciò che sta accadendo al nostro unico pianeta. Le soluzioni ci sono e sono possibili, basta metterle in atto.