L’amore e la violenza: un eterno incontro nello scontro

Ah, l’amore, questo sentimento così semplice eppure così complesso, impossibile da descrivere in poche righe e altrettanto impossibile da dipingere, tanto da rendere gli artisti frenetici alla ricerca di una risposta, che probabilmente non c’è.

di Jessica Caminiti

Due artisti contemporanei ed entrambi parte del Secessionismo viennese sono Oskar Kokoschka ed Egon Schiele. Essi, purtroppo messi in ombra dal grande Gustav Klimt, ci hanno lasciato molto, certo qualcosa di meno dorato ed edulcorato come invece il maestro dell’oro ci ha donato, ma graffi, rossori, disperazione e perdizione.

Descrivere l’amore attraverso loro due è impresa ardua, non tanto perché non lo conoscano, ma perché la loro visione così poco comune porta ad immergersi in una realtà diversa, alle volte dolorosa, cupa e negativa dell’eterno sentimento. Entrambi nei loro quadri più famosi, La sposa del vento per Kokoscha e L’abbraccio per Schiele, parlano di un amore carnale, violento fisicamente e sentimentalmente, impossibile da paragonare da un punto di vista stilistico, ma la sofferenza presente nell’estasi non può che essere un elemento di vicinanza.

Oskar Kokoschka (1886 – 1980)
Egon Schiele (1890 – 1918)

Kokoschka, scrittore e pittore, prende ispirazione da grandi maestri passati: dall’art nouveau a Van Gogh passando per El Greco e l’arte tedesca del XVI secolo. Nel 1912 una storia intensa e travagliata, durata solo 3 anni, con la vedova del compositore Mahler portò alla realizzazione di uno dei quadri, a mio avviso, più emozionali di quel periodo artistico. Un amore difficile, non ancora compreso dagli storici, ci accompagna alla scoperta di questa tela dai toni cupi, apocalittici come se il piacere e la sofferenza fossero collegate senza possibilità di redenzione. Vediamo una donna e un uomo con pelli lacerate, cullati dolcemente su una barca, che sembra isolata dal mondo e allo stesso tempo sembra inesorabilmente trasportata in un vortice. Le lenzuola, come nuvole, abbracciano i due amanti immersi in una tempesta, che sembra raccontare non il mondo esterno, ma lo sconvolgimento emotivo a cui il nostro pittore ogni volta deve rendere conto. Lui stesso racconta:

“Il grande quadro che mostra me e la mia donna tanto amata su un relitto nello spazio era finito (…) I miei colori non avevano mentito. La mia mano aveva salvato dal tempestoso naufragio del mio mondo ancora un abbraccio”

La sposa del vento, O. Kokoschka (1913/14)

La tenerezza cela un torbido sentimento, un amore malato, tanto che gli storici si trovano a pensare ad un delitto; mentre i più ottimisti vedono una dolce donna con gli occhi chiusi appoggiata e sicura tra le braccia dell’uomo che ama, i più pessimisti d’altro canto vedono un immaginario omicidio di lei. Questa relazione dal doppio volto mostra carni livide e lacerate, che portano a pensare quanto questa dipendenza morbosa, questo amore fallace in ogni caso abbia fatto male ad entrambi usciti sconfitti dal vortice di passione e dolore, che continua a renderli carnefici, ma allo stesso tempo vittime uno dell’altro.

L’isolamento dal mondo e le pelli lacerate sono centro fondamentale anche de L’abbraccio di Schiele, quadro del 1917, maestro di ritratti e autoritratti; tratti nervosi molte volte portano a mostrare corpi deformati, tormentati e spesso immortalati in atteggiamenti erotici spinti, che gli costarono l’arresto nel 1912 per diffusione di immagini immorali. I corpi sono spesso ritratti nudi e mostrano la sofferenza, la passione arrivando a trattare temi tabù come la masturbazione o l’amore lesbico, ma quello che non manca mai è l’attenzione per i dettagli e per l’anatomia umana, la quale quasi ossessiona l’artista stesso. Nel quadro troviamo lui, che quasi si getta a capofitto su Vally una modella, che fu sua amante, finché non decise di sposare sua moglie Edith. Vediamo un abbraccio, ma un abbraccio che è quasi una morsa, anche qui amore e odio si mescolano, non trovando il limite tra uno e l’altro. Il sesso diventa una guerra, una lotta di piacere e dolore provocato da morsi e graffi, che lasciano lividi sulla pelle diafana di entrambi. Questa passione, che si è scatenata in un campo spoglio senza nessun riferimento è anche qui contenuta, divisa dal mondo esterno, grazie al lenzuolo bianco che divide i due amanti dall’esterno, che non è più cassa di risonanza dei loro sentimenti, anzi sembra quasi non esistere, perché le emozioni dei due amanti non si manifestano nel mondo, ma sui loro corpi.

L’abbraccio, E. Schiele (1917)

Questi due quadri così differenti, ma allo stesso così simili quindi hanno in comune la dolcezza, la violenza, la stranezza dell’amore, purtroppo in entrambi i casi non concluso con un lieto fine. Quello che deve stupirci, non sono le vicende personali, ma quanto questo momento prolifico da un punto di vista scientifico, si manifesti così prepotentemente nel mondo artistico. Siamo negli anni in cui Freud inizia a teorizzare il mondo della psicanalisi e sempre di più gli artisti iniziano a studiare le loro emozioni, ad esternarle per avere delle risposte visive al dolore, alla gioia, alle pulsioni, ai timori che ogni persona può avere. Questi quadri così sofferenti sono uno specchio di ciò che si cercava di teorizzare, parlano di un amore, che in arte, non era ancora stato sdoganato.

Fonti:

L’arte contemporanea. Da Cezanne alle ultime tendenze, R. Barilli, Feltrinelli 2005

Role Exchange: la promiscuità del ruolo e la dignità del lavoro

“La nonna della performance”, ovvero Marina Abramovic, nelle sue azioni molto spesso si è trovata ad interpretare i ruoli più disparati e il più delle volte la conosciamo per l’immediatezza con cui ci arriva il suo messaggio. La nudità che molte volte caratterizza le sue performances è uno dei medium che utilizza per mettere a disagio il pubblico, per avere uno scontro/incontro con esso eppure ci fu una volta che si espose in una vetrina e da vestita divenne icona di promiscuità.

di Jessica Caminiti

Per la prima volta nel 1975 Marina arrivò ad Amsterdam per un progetto chiamato Body Art, che si sarebbe inaugurato alla de Appel Gallery della capitale dei Paesi Bassi ed è qui che mise in scena una delle azioni più particolari, che l’artista potesse pensare, ovvero  Role exchange. Il titolo parla già da solo, difatti si trattò di uno scambio di ruoli, una modifica del suo status sociale e lavorativo, perché decise di fare cambio di vita per alcune ore con una prostituta delle vetrine del quartiere a luci rosse della città. Ella si sedette davanti a clienti volenterosi, mentre la ragazza che prese il suo posto si presentò all’inaugurazione della sua mostra tra sguardi perplessi e incertezze sulla sua identità.

Amsterdam e il suo quartiere a luci rosse

La prima cosa che dobbiamo immaginare è come per la nostra artista jugoslava (all’epoca in cui questo Stato era ancora esistente, ora diremmo serba) queste libertà fossero molto lontane dalla sua visione della vita e, influenzata dal luogo in cui era cresciuta dove il comunismo faceva da padrone, si scontrò  per la prima volta con il modello più libertino e capitalista proposto nella parte occidentale del mondo dal colosso statunitense. Lei stessa racconta questo momento nel suo libro Quando Marina Abramovic morirà, che

“lo trovai scioccante. Specialmente, venendo da un Paese socialista/comunista come il mio e avendo il passato, che io ho. (…) mia madre dovette crescere da sola i bambini (Marina e suo fratello). Era veramente severa su cosa fosse giusto e cosa fosse sbagliato.”

Marina fu impressionata e probabilmente entusiasta di scoprire questo mondo con così pochi tabù e senza le restrizioni rigide e autoritarie a cui era abituata e sicuramente per questo motivo si ritrovò interessata e attratta da questo quartiere così estremo. Quello che viene ricordato è come lo scambio abbia dato dignità e riconoscimento al ruolo della prostituta, che non ebbe contatti con le persone presenti nella galleria per l’inaugurazione, non parlò con nessuno di loro, come l’artista stessa aveva richiesto si aggirò solo per l’edificio, ma permise a Marina di comprendere l’onestà di questo lavoro. Si trovò sola, seduta in questa vetrina e tutto ciò che rimane sono delle foto in bianco e nero e le sue testimonianze, dove ricorda la difficoltà ad approcciarsi con i visitatori. Ne arrivarono tre e uno si rifiutò di pagare, un secondo richiese la ragazza presente di solito in quella vetrina e uno ubriaco se ne andò quasi subito. Si percepisce, dalle immagini immortalate dal suo compagno Ulay e dalle parole dell’artista stessa, come sia stato difficile e complesso immedesimarsi in un ruolo così lontano dalle sue corde: ogni movimento deve essere sensuale, ogni parola e ogni sguardo ti porta a guadagnare solo se fatto nella maniera giusta. La sua inadeguatezza dovuta ad un po’ di pudore e un po’ di non conoscenza, la rispedì a  casa senza un centesimo e con la consapevolezza della difficoltà intrinseca del lavoro stesso.

La prostituta al posto di Marina
Marina fotografata da Ulay dentro la vetrina (foto da http://deappel.nl)

Ancora oggi fingiamo non esistano questi luoghi, in Italia ci ostiniamo a non credere nella dignità di questo lavoro, ci stupiamo dell’apertura di altri Stati, basti pensare alla vicina Austria con le case chiuse o appunto alla nordica Amsterdam, che vediamo come un luogo lontano dalla nostra concezione di casa. Queste conquiste sembrano errate in qualche maniera, o per meglio dire giuste solo se si parla di distacco dalla realtà: una vacanza, uno sgarro, una visita ad un luogo, che sappiamo rimarrà nella mente come quel ricordo indelebile di cui però difficilmente si parlerà apertamente. Dovremmo prendere ad esempio Marina invece: andare oltre le proprie sovrastrutture, i propri blocchi mentali per scoprire qualcosa, che non ci appartiene da sempre ma non è inferiore, solo diverso. Non solo andò contro la sua cultura più stringente e conservativa dell’epoca, ma diede valore e dignità a questo lavoro, che non è puro intrattenimento: è sacrificio. È soddisfare indiscriminatamente chiunque e allo stesso tempo è essere giudicate e additate, è il più vecchio mestiere della Terra si dice, eppure non lo accettiamo alla luce del sole, è paura perché non sai chi ti puoi trovare di fronte e non sempre può finire nel migliore dei modi. Non è semplice, è dignitoso e l’Abramovic grazie alla sua inesperienza e alle difficoltà che ha incontrato ha dato dignità e valore a ciò che di solito passa inosservato o per meglio dire è sotto gli occhi di tutti, ma non vogliamo soffermarci.

Fonti:

Quando Marina Abramovic morirà, J Westcott, Johan & Levi 2011

Role Exchange: Desire, Beauty and the Public in Veiled Histories: The Body, Place and Public Art, A. Novakov, New York: Critical Press 1997

Zenos Frudakis: lo scultore della libertà

Zenos Frudakis di punto in bianco è diventato uno degli scultori più conosciuti tra i social o per meglio dire una sua opera lo è diventata: Freedom è un’opera pubblica che si trova a Philadelphia, è di bronzo e in realtà ha quasi vent’anni essendo stata inaugurata nel lontano 2001, ma solo ultimamente la sua notorietà è diventata virale. Ma cosa rappresenta? Rappresenta una rinascita, un’emozione comune, che lo scultore ha cercato di esprimere con semplicità e con un forte impatto visuale. Partito da piccole sculture alte poche centimetri, raggiunge il massimo concetto solo nel momento in cui la statua si presenta a noi nella sua grandezza attuale di 6 metri per 2. 

di Jessica Caminiti

Freedom Di Zenos Frudakis

Una figura maschile viene rappresentata attraverso 4 passaggi significativi ed esplicativi di cosa significa, in poche parole, (in questo caso immagini), libertà e rinascita. Frudakis, ispirato dalla sua stessa vita cerca di creare l’espressione completa del passaggio dalla staticità della sofferenza alla dinamicità della liberazione. La lettura deve essere fatta da sinistra a destra a partire dalla figura che “sembra una specie di mummia, la morte, una figura rinchiusa nella cattività e bloccata nello sfondo dell’installazione” per procedere attraverso la sofferenza, fino al raggiungimento della rinascita e della conseguente libertà. Con estrema violenza questo messaggio si presenta a noi e lo scultore ci racconta la sua ispirazione, la sua idea iniziale e il suo obiettivo:

Volevo creare una scultura che chiunque, indipendentemente dal proprio contesto, potesse guardare e percepire immediatamente l’idea di qualcuno che lotta per liberarsi. Tutti hanno bisogno di uscire da qualche situazione – che si tratti di una lotta interiore o di una circostanza contraddittoria – e di essere liberi.

Prima rappresentazione.

Camminando accanto alle quattro rappresentazioni della liberazione fisica e morale, quello che salta sicuramente all’occhio è la somiglianza della seconda statua con un’altra lontana nel tempo, ma molto conosciuta: un prigioniero, che lentamente si libera, Michelangelo qui di conseguenza detta legge. Il richiamo allo schiavo ribelle del Buonarroti non è per niente velato, anzi! La postura è identica e la stessa foga per liberarsi dalle catene strutturali del materiale è richiamata a livello stilistico e sul piano metaforico. La scelta di riprendere una statua così sofferente è proprio dettata dalla ricercatezza di significato: la liberazione dall’immobilità, dalla staticità della prima statua deve subire un forte scossone: la libertà è sofferenza all’inizio; le difficoltà psicologiche per superare quello stato di torpore sono violente e per farle percepire al pubblico anche i movimenti, i gesti delle statue devono essere violenti: non ci si libera dal dolore attendendo o passando dalla prima alla quarta statua senza strazio, ma seguendo un percorso creato dalla nostra volontà, dalla nostra sofferenza, dalla paura di abbandonare qualcosa che conosciamo, paura di qualcosa di nuovo, ma solo così potremo rinascere. Non è lo stesso bruco a dover diventare bozzolo per poi rinascere? Non deve un fiore nutrirsi della terra per riuscire a sbocciare pronto alle intemperie della vita? Siamo tutti chiamati a soffrire e per questo il complesso processo di vittoria della statua iniziale lo sentiamo così vicino: ogni volta, che usciamo dalla nostra zona di confort, che facciamo un passo verso una nuova direzione e non permettiamo alla vita di immobilizzarci, diventiamo un po’ più liberi, un po’ rinasciamo, un po’ probabilmente capiamo che tutti quegli ostacoli erano necessari.

particolare sfondo con gatto
particolare volto del padre sullo sfondo

Ma come abbiamo raccontato, prima di una storia di tutti e per tutti, è la vittoria di Frudakis. Egli non vuole che ci siano dubbi su chi sia lo scultore e su chi vuole augurare questo futuro a chiunque la veda: le sue impronte fanno da padrone ad uno sfondo indeciso, come non completo, che ci ricorda il non finito michelangiolesco per la sua velocità, la sua spontaneità e allo stesso tempo è una firma indelebile e inconfondibile dell’autore. Non è solo questo: lo sfondo ci racconta storie, personaggi, per chi si sofferma ad osservarla. Oltre alle sue impronte, anche la sua mano appare, come anche un busto del padre, diviso in larghi pezzi, un gatto e molto ancora, monete per esempio, che rappresentano la correlazione stretta tra arte e denaro, ma anche la sua data di nascita 7/7/51. 

Qual è il messaggio importante e cosa possono e dovrebbero fare i fortunati turisti e curiosi? Interagire e avvicinarsi all’installazione, non solo emotivamente e mentalmente, ma anche fisicamente: un’apposita scritta “stand here” suggerisce ai fruitori di prendere posto e liberarsi anche loro dalle catene, che la vita impone, per rendere reale ciò che la statua racconta, d’altronde la vittoria finale, la rinascita, la liberazione la meritiamo tutti: uscire dalla nostra tomba è il primo passo, lottare è la risposta, solo così si potrà sentire il profumo della libertà.

Tutte le foto sono prese da Foto dal sito dell’artista: http://www.zenosfrudakis.com

Fonti

www.zenosfrudakis.com

Perchè Dante è ancora attuale?

Quando pensiamo alla Divina Commedia grandi ricordi e strane memorie affiorano alla mente, il mio? Il mio professore di italiano e storia, che entra in classe, chiude tutte le tapparelle e inizia a decantare, camminando per la classe, ciò che il sommo poeta ci ha lasciato: l’arrivo al cancello, l’incontro con Paolo e Francesca, Lucifero e finalmente le stelle.

di Jessica Caminiti

Dante e la sua Commedia
Ali nella sua rappresentazione

Jessica: Una videochiamata con Ali per farvelo conoscere in questo duro periodo, durante il quale non potrete conoscerlo in giro per le strade di qualche città. Davanti un video vedo il suo giardino da cui fa le live per stare vicino a chi ama la sua arte e chi ovviamente lo vuole seguire.

Ali: sono un figlio del Sessantotto, sono nato dopo che mia mamma italiana conobbe mio papà somalo, quando lui vincendo una borsa di studio si trasferì in Italia e per sottolineare la Lotta di cui erano parte il mio secondo nome è Fridrich, come un certo famoso Engels. Erano anni difficili: lavoravano al totocalcio la domenica, mentre cercavano di portare a termini i loro studi e quando questo successe ci trasferimmo in Somalia, dove vivemmo per parecchi anni. Dopo la loro separazione, il mio ritorno in Italia fu con mia mamma e i miei 3 fratelli e da qui inizia la mia avventura. 

Ho provato a intraprendere la strada della psicologia, ma dopo mi sono “arreso” alla mia passione: il teatro. Ho preso il mio master e ho fondato diverse compagnie tra cui quella con il mio maestro Virgilio Zernis. Purtroppo non è tutto oro quello che luccica e ho avuto una profonda crisi emotiva, che mi ha portato ad abbandonare questa mia passione per parecchi anni, fino al 2011.

J: dove e come hai ritrovato la tua passione?

A: Un giorno nel 2011 appunto sono andato a vedere un mio amico all’Ateneo degli imperfetti, un circolo culturale e ho sentito di nuovo quel fuoco incontenibile.  Ho capito, che il teatro conviviale è la mia via così ho chiesto la possibilità di recitare l’inferno di Dante, così per due anni e mezzo sono stato loro ospite con un paio di canti a serata.

Nel mezzo del cammin di nostra vita/ mi ritrovai per una selva oscura,/ ché la diritta via era smarrita (Ct. I, Inferno)

J: La vera domanda, che dall’inizio frulla nella mia mente, è: perché Dante?

A: L’ho scelto per il suo fascino dettato anche dal gap linguistico, la sua difficoltà di lettura, che obbliga l’attore ad usare tutte le sue capacità per andare oltre la distanza iniziale con il pubblico: l’utilizzo della voce e dei gesti diventano non solo importanti, ma indispensabili. Io cerco di differenziare non solo i diversi personaggi, ma anche Dante da quando è personaggio a quando è narratore. Memorizzare, che è un lavorone, in realtà è la parte minore: il lavoro allegorico per decifrare Dante e condividere con il pubblico questi canti è la parte più complessa.

J: è difficile immagino trovare una connessione con il pubblico. Già in un teatro istituzionale questa empatia è da ricercare in maniera complessa, ma per strada, dove le gente può decidere di non fermarsi, può non ascoltarti, come mai questa scelta?

Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende (CT. V, Inferno) – illustrazione Gustave Dorè

A: Dal 2016 ho deciso di intraprendere questa strada. Ho iniziato dalla Puglia, dove ho girato tutta la regione con il mio spettacolo fino a fermarmi a Lecce, di cui mi sono innamorato. Ho scelto di andare in questa regione, perché insieme al Piemonte, in quel periodo, era l’unica che permetteva la divulgazione teatrale per strada; grazie a questo ho potuto mantenermi ed avere un reale introito dal mio lavoro e la mia passione.

Ovviamente la paura di non farcela c’era. La lontananza con il pubblico viene eliminata, ma può non sentirti, può passare oltre appunto, ma ha qualcosa in più dei luoghi istituzionali: è l’espressione completa di Dante, non parli solo con la gente che lo conosce, che è già appassionata, parli anche con chi non è interessato, con chi non lo sa.

Tutti meritano di conoscere Dante: è il padre della lingua italiana e punto di riferimento sia linguistico, che morale. Conoscere qualcosa di così lontano nel tempo in realtà è utile per andare oltre e conoscere l’evoluzione della cultura e delle persone fino ad oggi. Prendi come esempio la morale: i peccati sono ancora gli stessi. 

J: Quindi hai deciso di prendere come punto di riferimento Dante, anche perché è terribilmente contemporaneo?

A: Certo! L’inferno, non è semplicemente l’inferno, è l’Inferno DI Dante, come stessa cosa si può dire del Purgatorio e del Paradiso. Dante mette i suoi peccatori, i suoi beati, ma ognuno di noi può immaginare quello che vuole e chi vuole al posto di Farinata degli Uberti, di Paolo e Francesca e tutti gli altri, anche di Beatrice stessa. Dante lo scrisse come lavoro di fino sulla sua emotività, per descrivere un periodo difficile in cui si trovò esiliato dalla sua Firenze in cui decise di non fare più ritorno, è un viaggio nei peccati e nella ricerca di redenzione di Dante stesso. Quando dice “Tant’è amara che poco è più morte”, ci vuole raccontare che anche lui è un peccatore, ma di che tipo? Facciamo questo viaggio con lui, ma perché lui ha paura di essere tra i dannati? Perché teme di morire prima della redenzione? Quello che vedo e credo, che Pier dalla Vigna, morto suicida presente nell’Inferno sia un suo alter ego: morto per un brutto gioco della fortuna, del destino.

Ed egli a me: “Se tu segui tua stella, non puoi fallire a glorioso porto, se ben m’accorsi nella vita bella” (Ct. XV, inferno) – illustrazione Gustave Doré

J: Parli della Fortuna intesa come destino? Come era intesa dagli antichi?

A: No, per il semplice fatto, che Dante finché non incontra il suo alter ego Pier Dalla Vigna, non sa cosa sia la Fortuna in senso greco, lo conoscerà solo nel VII canto. Entrambi, secondo Dante, accusati ingiustamente di tradimento (uno nei confronti di Federico II, l’altro di Firenze) non hanno avuto la fortuna dalla loro parte, quindi non è detto che essa si dimostri durante la vita terrena. Quello di cui parlo io è la maieutica, ovvero si può ciò che si vuole, di crescita personale: vuolsi così colà, dove si puote

J: questo è un viaggio di redenzione, ma secondo te può esserlo per tutti?

A: Assolutamente sì, appena si capisce che questo viaggio è nella coscienza umana, ognuno di noi può farlo per sé e può uscire dal suo inferno fino al raggiungimento del proprio paradiso. Proprio questo è rendere Dante contemporaneo, farlo tuo e anche l’attore in questo caso ha una funzione: dare struttura al personaggio, per far capire questo messaggio. Anche a me è stato utile sono passato da un inizio nella selva oscura, fino al viaggio che sto percorrendo per il raggiungimento della comunione con il creato ed è proprio questo che auguro a tutti: trovare la propria strada per arrivare all’assoluta empatia con il mondo.

Quattro chiacchiere con Emanuele Dainotti

Doveva essere una semplice intervista con un artista, invece parlare con Emanuele è stato molto di più: è stato rigenerante e rinfrescante. Abbandonando le sovrastrutture artistiche, ricostruire una realtà e un mondo che sembra così lontano eppure così vicino a noi, il vero mondo della nuova arte. Si è parlato un sacco, la sintesi della sintesi spero possa essere abbastanza per entrare nel VERO mondo delle mostre e della sfavillante arte contemporanea, che si spera riesca a dare nuova vitalità ad un mondo, che sta continuando ad evolversi. Tra parole, spiegazione e parte dell’intervista cercherò di farvi conoscere Emanuele e farvi capire perché sono rimasta stregata dalla sua arte.

di Jessica Caminiti

Per conoscerlo forse la scelta migliore è introdurlo dalle sue parole: sintesi, loop e finitudine. 

Jessica: dai tuoi video si comprende bene perché tu abbia scelto parole come sintesi e loop, molte volte infatti i personaggi entrano in un misterioso ed eterno ritorno nella realtà senza possibilità di redenzione, ma ci puoi spiegare meglio cosa intendi per finitudine? Una parola purtroppo caduta in disuso nell’italiano corrente.

Emanuele: È un tendere all’idea di fine, ma non si esaurisce qui. Non è la fine, ma una possibilità. É la continua ricerca umana di uno stato che trascenda le nostre possibilità, l’incapacità di concepire la mancanza di una soluzione.

Frame di SAN NEPOMUCENO. Video rappresentativo delle parole indicate da Emanuele

J: Se la scelta di abitare ad Anversa è dettata dalla ricerca di terreno fertile, della nuova New York (mi sento dentro futurama) o della Nuova Berlino dell’arte contemporanea, la scelta di scappare dall’Italia è ancora più meditata e ricercata per sfuggire all’agio, che gli scorsi decenni hanno portato all’interno del panorama del Bel Paese

E: Esattamente, ero alla ricerca di un terreno più fertile. Avevo bisogno di trovarmi in una situazione scomoda, che mi permettesse di aprirmi a nuove visioni e soprattutto di confrontarmi con qualcosa che non mi è consono e chiaro. Inoltre il lavoro di un artista ha bisogno di spazio, tempo e attenzione. Questi tre elementi sono molto più reperibili fuori dall’Italia soprattutto quando si parla di under 35. In generale si percepisce la voglia di coltivare più che di celebrare.

J: si nota, che in realtà di artisti italiani famosi nel campo contemporaneo ce ne sono pochi..

E: Le personalità più interessanti degli ultimi trent’anni si sono quasi sempre formate o affermate fuori dai confini italiani, vedi Cattelan e Beecroft, giusto per citare due tra i più conosciuti. Se ne sono andati, magari anche per tornare in seguito.

J: ma ci racconti qualcosa di te, da cosa hai iniziato, chi ti ha ispirato…

E: Mi sono avvicinato all’arte inizialmente tramite una passione per la scultura e questo ha sicuramente influenzato il mio approccio formale al video. Ma più che all’arte visiva, in senso stretto, ho sempre rivolto il mio interesse alla letteratura, la filosofia, il cinema e la musica.

Se dovessi darti dei nomi dovrebbero essere scrittori più che artisti.

J: Ispirazione  concretezza possono essere espresse nelle maniere più imprevedibili e impensabili, i supporti e le modalità possono essere diverse, ma quello che importa molto a volte è il racconto e la nave che continua a navigare tra flutti e frangiflutti della mente: Emanuele molte volte prende come punto di riferimento libri e racconti, che possono interagire con la realtà che lo circonda e la sua arte. Un esempio può essere Onetti: il suo magico e spettrale mondo uruguaiano in cui il nostro artista è stato ha preso forma nei suoi video

frame da SANTA MARÍA

E: Nel 2018 sono stato per cinque settimane in una residenza artistica in Uruguay dove ho sviluppato una serie di lavori ambientati nella città di Santa Marìa. Santa Marìa è la città immaginaria dello scrittore uruguaiano Onetti. Ed è la stessa città, mash-up tra Montevideo e Buenos Aires, che ha preso realmente vita non appena sono arrivato in Uruguay. Quello che ho percepito è proprio l’atmosfera ricreata da Onetti, fatta di marginalità e di loop infiniti, di vita, di morte, di rinascita. Uno dei lavori si intitola proprio SANTA MARÍA (2018), è un’installazione video potenzialmente infinita, un loop continuo, composto da tre differenti loop che si accavallano e si contorcono vicendevolmente. 

J: è un’incertezza, una scoperta continua, non ti spaventa?

E: Più che altro mi eccita. Tendo ad essere parecchio puntuale e perfezionista, sicuramente non uno sperimentatore. Mi piace studiare, riempire quaderni, e solo nel momento in cui visualizzo in maniera efficace il tutto riesco a passare alla formalizzazione. Un’idea può prendermi mesi o anche anni, ma la realizzazione deve essere velocissima. Spesso lavoro con performer o in generale con persone o agenti sui quali non ho mai pieno controllo, per questo ho il bisogno di creare un terreno solido su cui farli muovere. Non do molte indicazioni alle persone con cui lavoro, ma faccio in modo che si scontrino con le idee che ho disseminato nel luogo dove avvengono le riprese.

J: qual è la cosa più importante per te all’interno dei tuoi lavori? Non essendo attori professionisti cosa cerchi in loro e cosa trovi? La difficoltà di creare un momento, di proporre un personaggio, una storia è un grande impegno non solo fisico, ma più che altro mentale.

E: Non chiedo mai di interpretare dei personaggi, l’impegno sta nel fatto che chiedo una cooperazione. Mi interessano le atmosfere e le relazioni che si possono creare tra i vari agenti. Non sono da solo in fase di scrittura e allo stesso modo durante la produzione e la distribuzione del lavoro. Gli elementi che compongono un lavoro non si risolvono esclusivamente attorno a me e il lavoro stesso. 

Frame di Genesi di una luce al buio

J: Ecco cosa è stato parlare con Emanuele, un continuo racconto e un gioioso scambio di opinioni tra due Italiani persi nel mondo. Vorrei raccontarvi ancora mille cose di questa chiamata, ma purtroppo il tempo è nefasto e anche le battute di un articolo non possono essere infinite, quindi come chiudere? Chiedendo come sempre: e adesso Emanuele?

E: Goeie vraag! ti risponderebbero ad Antwerpen. Sto lavorando alla mia prima personale in Belgio, che inaugurerà a giugno a Gent. Oltre a quello sto sviluppando un nuovo progetto legato alla realtà virtuale che continua la mia ricerca sul loop e sulle relazioni tra installazioni video e fruitori.

Possono assicurare che i suoi video sono già avvolgenti: tra i quattro video di Santa Maria la storia sembra la tua, sei a viaggiare disperso nel mare all’interno della villa, sei un detective, una donna, un uomo, un individuo, che in qualche maniera è lì. Le parole rispetto all’arte vissuta sulla propria pelle, lo sappiamo, sono riduttive. Potrei raccontarvi i suoi video, ma non reggerebbero il confronto con la vista di essi: il tempo si dilata e restringe e si è immersi nella bolla dell’arte, che può realmente portare in qualsiasi altra realtà.

“Ci sono 35 modi per morire a Mauthausen e io credo di conoscerli tutti perfettamente”

Ricordo solo una cosa del campo di concentramento, che ho visitato: la paura e la claustrofobia. Avevo già compiuto 18 anni, non ero una bambina. Era la nostra gita di quinta, andammo a Praga e l’umore e la gioia erano alti tra boccali di birra, visite e balotta (scusate credo che la mia parte bolognese, si sia impossessata di me), ma quando l’ultima tappa è stata Terezin, niente è stato uguale, come ben immaginate. Ricordo ancora il grigio, che ho sentito come se mi avvolgesse in una coperta, da prima di entrare si respira la crudezza del posto e della cattiveria umana e non può che esserci il silenzio ad incombere su tutti noi.

di Jessica Caminiti

Testimonianza di Boix

È buffo e vagamente crudele, perché nella mia vita, l’olocausto è stata una costante, non ho potuto abbandonare quel pezzo di storia, che tanto mi terrorizza: San Saba è a due passi da Trieste, un sopravvissuto abita nel mio paese natale e ora, quando apro la finestra di casa anche in Germania vedo Buchenwald e le sue ciminiere. Eppure niente, ogni volta questa giornata e questo orrore arriva dritto come un pugno nello stomaco.

Ma non siamo qui per raccontare la storia, anche perché in casi come questi le parole sono riduttive e non si riescono a caricare di tutto il significato, che dovrebbero avere quindi saranno le immagini a fare da filo conduttore nella tragedia e attraverso l’Europa spaccata da un falso mito di supremazia e di ricerca della perfezione ariana. 

Francisco Boix

Parleremo di un fotografo, il fotografo di Mauthausen, Francisco Boix, fotoreporter spagnolo, classe 1920, nato a Barcellona e morto solo a 31 anni, nel 1951 a Parigi, dove continuò la sua carriera. Gli appassionati di cinema lo conosceranno per il recente film fatto su di lui, intitolato proprio il fotografo di Mauthausen, ma tanti lo ricorderanno anche per i suoi scatti voluti dai nazisti e dopo salvati dai detenuti per mostrare al mondo questa barbarie. Prima di iniziare a raccontare la parentesi tedesca, dovete sapere, che egli prima di essere imprigionato nel campo di concentramento di Mauthausen, fu un partigiano comunista, che lottò contro la dittatura franchista e in seguito continuò, come abbiamo già detto, la sua carriera di fotoreporter in Francia, rimanendo fedele al suo stile di denuncia. Egli, identificato con un triangolo blu (contrassegno dei prigionieri politici spagnoli) fu catturato dopo l’invasione della Francia, sua casa di esilio, fu uno dei pochi sopravvissuti spagnoli, difatti quasi 10.000 detenuti iberici persero la vita, e questo è dovuto tutto alla sua arte.

Gli scatti che fece durante la sua prigionia probabilmente gli salvarono la vita: i gerarchi nazisti usarono la sua abilità per non solo immortalare le feroci morti dei detenuti, ma anche per ricordare il passaggio di importanti personalità, che visitarono il campo. Questo fece di lui una pedina del gioco e lo rese una parte importante durante il famoso processo di Norimberga e quello di Dachau avvenuti dopo la cattura degli assassini (diamo i giusti nomi senza paura) nazisti. Le sue foto vennero usate come prova e lui come testimonianza. 

Strage di ebrei con Boix a sinistra con la macchina fotografica

Egli, che era considerato un “privilegiato” per la fortuna di lavorare per la Germania non smise mai di denunciare cosa i gerarchi non volevano far vedere: l’atrocità e le morti “accidentali”, che nel campo di concentramento avvennero. Ogni volta, che reputava la foto di valore, ne faceva due copie: una per il regime, l’altra per sé; il coraggio, che contraddistingue questa decisione è ineguagliabile: se fosse stato scoperto, la morte per lui sarebbe stata certa e niente l’avrebbe salvato, neanche la sua utilità. “Ci sono 35 modi per morire a Mauthausen e io credo di conoscerli tutti perfettamente”, tutti documentati, nascosti prima nel crematorio e poi nella falegnameria dove dei suoi connazionali salvavano nel disordine dell’ambiente queste preziose foto, che sarebbero poi uscite con la liberazione del campo. Cosa ritraggono? Visi morti, pieni di paura, corpi straziati e dall’altra parte gerarchi sorridenti e convinti della loro missione.  I due volti della tragedia, la fine e la convinzione dell’essere nel giusto.

La memoria di Boix negli anni si è rafforzata, ma bisogna aspettare il 2017 perché egli abbia un giusto riconoscimento anche nella morte: con una cerimonia solenne il sindaco di Parigi, Anne Hidalgo, portò le sue spoglie nel famoso cimitero di Pere Lachaise, dove finalmente si può onorare un uomo, che ha messo in gioco la sua vita per testimoniare le atrocità,  per portare a compimento la sua missione: non dimenticare. Non dimenticare ogni essere umano, che è diventato numero, per poi passare ad essere carne da macello per la semplice colpa di non essere biondo, di essere ebreo, di essere omosessuale oppure per essere un ricercatore della libertà.

Liberazione del campo

Nella mente riaffiorano ricordi: le pareti di quelle camere troppo strette per essere vere, i muri graffiati nella disperazione, il tocco della pelle di un sopravvissuto e la lettura di quel numero. Forse non siamo ancora pronti a raccontare con mente lucida questo ricordo troppo vicino, ma le parentesi buie della storia servono per ricordarci che è una lotta continua e che la libertà bisogna sudarla.

Sarei morta: vuoi per i miei ricci scuri, vuoi per gli occhi non azzurri, vuoi perché sarei andata contro una dittatura, ma è semplice parlarne ora: lunga memoria a chi per la libertà e per l’uguaglianza ha lottato. Sempre pugno alzato. 

se volete approfondire vi lasciamo il link di una graphic novel (fumetto) sulla sua vita: https://amzn.to/2GpXUFt

Il viaggio omerico: destinazione Artefiera

Esperienze uniche e momenti indimenticabili, il racconto tragicomico della mia prima ArteFiera da studentessa universitaria (triste e solitaria nella tua stanzetta umida…  senza novità per chi conosce Cristicchi). Sei a Bologna, anzi per essere più  chiari studi a Bologna e per essere ancora più precisi e puntigliosi studi storia dell’arte contemporanea a Bologna: questo significa solo un cosa ARTEFIERA!

di Jessica Caminiti

Artefiera, prima di iniziare dovete sapere cos’è! Essa è una delle fiere di arte moderna e contemporanea più importanti a livello internazionale; nata nel 1974 è stata preceduta solo da Art Basel e Art Cologne e ha avuto molti progetti collaterali tra cui la famosa settimana della performance del 1977 curata da niente meno che Renato Barilli, che ha vantato nomi come Marina Abramovic e Ulay, Hermann Nitsch, Vito Acconci e molti altri. Oggi essa si presenta ancora più capillare con non solo il padiglione centrale, dove si organizza la fiera, ma molti altri progetti dispersi per la città: mostre a tema, aperture straordinarie di gallerie e durante la notte bianca di art city (così è denominato questo progetto) i musei e le esibizioni aderenti tengono aperte le porte fino alle 24 concedendo agli ospiti stuzzichini, cibo, musica, dj-set e… ho già detto cibo? Questa notte magica rende la città ancora più viva e le persone corrono e si divertono ricercando le gallerie più imbucate (vi assicuro, che alcune le ho trovate in vicoletti) e tanta nuova arte da scoprire.

Passiamo ora a cosa significa per uno studente Artefiera: significa ANSIA! Ansia di organizzare studio e ritorni a casa per riuscire ad essere a Bologna durante quel weekend, ansia delle aspettative: sai la storia della fiera e conosci a memoria tutti i ruoli, che i tuoi professori hanno ricoperto, ansia perchè sai che tu vorresti essere lì a lavorare, anche solo a portare un caffè a Menegoi e seguirlo con il tuo quadernino prendendo appunti anche sulla lunghezza dei passi che fa.

Ti prepari, parti il prima possibile, per non correre tra uno stand e l’altro come se non ci fosse un domani e decidi che il tuo viaggio omerico ha inizio. Parto con borse, borsettine, per una volta truccata e piove, ma tu (genio) non hai l’ombrello e quindi ringrazi pubblicamente i portici, che ti  hanno permesso di arrivare alla fermata del bus senza sembrare una persona troppo disagiata. Prima di arrivare ad Artefiera e ai suoi padiglioni c’è stata quasi un’apparizione fugace, uno di quegli incontri casuali nei momenti in cui corri e osservi distrattamente le persone che ti passano accanto: Orlan. Sotto i portici di via Indipendenza signori e signore ho  visto Orlan! Per chi non la conoscesse è una delle più importanti artiste francesi contemporanee, body artist e famosa per i suoi interventi chirurgo-artistici (credo di aver appena inventato una parola), che proprio quella sera avrebbe avuto il talk annuale con Barilli, per ricordare quel famoso 1977.

Dopo un quasi svenimento e un continuo girarsi per ritrovarla nella massa felsinea,proseguiamo e dopo autobus infernali, incastrati come tetris, arriviamo ad artefiera. Biglietto e qui voglio fare un appunto: Organizzatori, noi di arti visive dovremmo entrare gratis! Siamo poveri studenti, che cercano la vostra benedizione… un aiutino?

Emilio Isgrò
Fabio Viale

Un romanzo solo per entrare e che cos’è ArteFiera? Puro spettacolo! Tra un saluto ad un tuo professore, una foto a Viale per Silvia (sfigatissima a tirocinio, mentre io facendo la finta figa in giro  per mostre), un coccolone per i prezzi, che leggi, vivere quei padiglioni almeno un giorno è tutto ciò che ogni bravo contemporaneista sogna. Essere circondati dall’arte e saper riconoscere nomi, vedere da così vicino opere di Isgrò, Vedova, Samorì e altri grandi artisti lascia senza parole (quasi quanto leggere i prezzi, appunto), ma la cosa, che piace più a me contemporaneista inside è trovare e scovare gli artisti, che vuoi per il poco tempo, vuoi perchè non si riesce a ricordare tutto, non conosco. Mi affascino sempre quando mi trovo di fronte a chi mi è sconosciuto e per qualche ragione, mi attrae come un magnete, come se fosse l’opera a richiamarmi senza che io abbia chiesto o detto niente. ArteFiera è anche questo: è continuo studio, è fascino, è incanto.

Lamberto Pignotti

Se avrete tempo e siete nella vicinanze questo weekend andate a vedere quindi cosa la nuova edizione ha in serbo per voi e noi, non fatevi spaventare dagli immensi corridoi e dalle tante gallerie, perchè appena entrati vi sentirete a casa e vorrete rimanerci ancora un po’, il tempo dell’ultimo giro e ne uscirete sicuramente arricchiti artisticamente, pieni di nuovi volantini e con le memorie dei cellulari piene!

Ogni fiera, ogni mostra nasconde ovviamente qualcosa di speciale, ma se si parla di Bologna, un posto nel cuore c’è sempre e quindi ArteFiera non può che essere nella Top Ten!

Giorgione e la magnificenza della Luce

Giorgio Zorzi per tutti Giorgione da Castelfranco o per meglio dire solo Giorgione è uno  di quegli artisti che ha dato tanto e tanto poteva ancora dare, se non fosse stato il primo della lista dei “belli e dannati”, condannati ad una vita intensa e fuori dalle regole, ma che per sua natura finisce presto. James Dean, Amy Winehouse, River Phoenix e chi più ne ha più ne metta, e Giorgio, il grande Giorgio deve essere inserito nella lista.

di Jessica Caminiti

Autoritratto di Giorgione

Morto troppo giovane, si presume all’età di soli 32 anni, fu uno dei grandi pittori, che ammodernò e rese grande la pittura veneta insieme a Tiziano e Tintoretto, ma la sua innovazione fu come un fulmine a ciel sereno, uno  squarcio della linea temporale, un rimbalzo storto della palla… Insomma, stupì tutti e ancora oggi il mistero e la misticità che avvolgono le sue opere sono innegabile.

Quindi, breve ricapitolo: artista giovane e innovativo veneto e a quanto ne sappiamo molto bravo, ma… Perchè non ci ricordiamo di lui? La sfida per il primo posto per la regione migliore  la vince la Toscana, grazie a Vasari, che la descrive per filo e per segno. Così gli artisti veneti rimangono un po’ ai margini: gli eterni secondi, che la giuria guarda affranta e dice “bravi, ma…”, mentre, nel frattempo, si lancia sguardi  infuocati con il primo premio.

I tre filosofi
La vecchia

Bando alle ciance e ciancio alle bande, questa settimana dedicata alla Luce e alla sua potenza non può, che essere declinata attraverso questo grande pittore. Dovete sapere, che la caratteristica principale di tutti gli artisti veneti del Cinquecento è disegnare la luce e grazie alla luce: la potenza del chiaroscuro, il filtrare di quei raggi di sole, che segna e contrassegna ciò che possiamo vedere, è invenzione loro, in particolare la luce simbolica e potente, che lascia attonito e incredulo lo spettatore. In poche parole mentre i fiorentini usavano il disegno, quindi contornare le figure con precise linee di demarcazione, i veneti dal canto loro fecero sì che fosse solo il colore a descrivere margini e interconnessioni rendendo il tutto più fluido e compenetrativo.

L’amato Cerchiari e de Vecchi (compagno fedele di ogni storico dell’arte) recita, che la meditazione sui modelli di Leonardo porta Giorgione a riproporli, MA solo attraverso variazioni cromatiche, riportando “macchie” che con il magico tocco diventano persone, cose, case, libri, auto, viaggi, fogli di giornale…(sappiamo che l’avete canticchiata!)

Ora che vi abbiamo introdotti al santo Graal della storia dell’arte, cercheremo di raccontarvi attraverso due opere, quello che abbiamo cercato di dire a parole del grande Giorgio e useremo due quadri da cui un modernista non può prescindere per dirsi realmente tale: La pala di Castelfranco e La tempesta. Forse del secondo ne avete già sentito parlare e qualche reminiscenza liceale affiora tra simboli, domande, nonché risposte e, come aperto il vaso di Pandora, iniziano a riaffiorare quadri e immagini sfuggenti; I tre filosofi, La Venere, tutte affascinanti ed estremamente enigmatiche, ma focus: la Luce (anche per me è difficilissimo non divagare!)… Come dicevo: la luce nei due quadri si presenta come caratterizzante, nonostante il tema sia apparentemente opposto: religione vs profano, nudità vs castità, ma vediamoli da vicino!

Pala di Castelfranco

Nella pala (e voi mi direte: come in tutte le pale) troviamo la madonna con il bambino nella parte superiore con dei santi  sottostanti San Liberale e Francesco. La cosa, che stupisce (oltre la scelta di San Liberale) è proprio questa cadenza prospettica e di colore disegnata come fosse un’immensa danza a cui siamo ammessi grazie al nostro sguardo. La morbidezza dei panneggi delle figure e dei drappi, che troviamo in primo piano, viene ricreata dal gioco di luci e ombre, interrotto bruscamente dal podio che sorregge la Vergine e il Bambino e dal parapetto dietro il quale si apre una natura tipicamente padana. Questo immenso paesaggio, che troviamo alle spalle dei protagonisti, ricorda lo sfumato leonardesco (tecnica usata dall’artista fiorentino per richiamare il pulviscolo dell’aria, che sfuoca tutto ciò che si trova nei piani prospettici successivi…alias tutto ciò che è distante) e Maria e il bambino per la loro posizione rialzata sembrano immensi in questo locus amenus, che digrada il colore mano a mano, che ci allontaniamo dalla scena principe. Ci sembra di vedere due scene diverse: il chiaro e luminoso paesaggio si scontra con il  regalo siparietto sacro, eppure grande gioco di proporzioni e di prospettive differenti, fanno percepire la scena come unitaria e il boschetto, che si apre alle spalle di Maria, come sicura continuazione del primo piano.

La tempesta

La scena appena analizzata non ha niente di così strano e simbolico a livello iconografico per quel che riguarda il piano luce: essa è solo un riferimento atmosferico, ma le cose si fanno più complicate quando si parla de La tempesta (qui gli storici dell’arte fanno  un sorrisetto beffardo, si tirano su le maniche e iniziano a sbavare quasi dall’emozione!). Questo quadro datato tra il 1506 e il 1508 è un mistero, ma di quelli enormi! Commissionato dal veneziano Marcantonio Michiel vi descrivo la scena così giusto per intenderci: in primo piano a destra c’è una donna nuda, mentre sul lato opposto  un uomo vestito la osserva appoggiato ad un bastone; oltre possiamo vedere tanta, tanta natura, una città un fiume e un fulmine… ora… parliamoci chiaro… COSA??? Questa è la scena da cui nessuno riesce a staccare lo sguardo, perché assurda e si percepisce qualcosa di altamente contrastante, ma cos’è, perché tutti questi elementi sembrano così lontani eppure così possibili? Settis, importante storico dell’arte, descrive la scena come la cacciata del paradiso, ovvero Adamo ed Eva arrivati sulla Terra si ritrovano a rincorrere delle nuove esistenze umane dove il tempo scandisce secondi e minuti (il fiume e la decana rappresentazione del panta rei) e loro saranno i primi a provare le fatiche del lavoro e del parto e ricostruire la civiltà. Questa però è solo una delle molti chiavi di lettura, che si possono trovare sparse tra i manuali: chiavi mitologiche, chiavi alchemico-magiche tutte affascinanti e piene di punti a favore, tanto da non saper scegliere. Quello che poi complica la vita sono le radiografie (che sì, si fanno anche ai quadri) con le quali  si scoprono nuove posizioni, nuovi personaggi, diverse impostazioni, come ad esempio la donna, che doveva essere in un primo momento vestita intenta ad abbeverarsi al fiume proprio dove si trova l’uomo! Un super Ambaradan insomma!! 

Particolare de La tempesta

Quello, che però è certo è la luce grave, la quale rende a livello emozionale il pathos del momento, ma dobbiamo concentrarci su un’altra luce simbolica e prepotente nel quadro: il fulmine. Questa entità naturale e sovrannaturale allo stesso tempo indica uno strappo, un cambiamento repentino. Nella natura indica il lento avvicinarsi di una tempesta, qualcosa che l’uomo non può comandare e che teme, ma essa è molto di più, è la manifestazione del Divino in persona. Proprio Lui, che molte volte viene simboleggiato dalla Luce, questa volta si manifesta nell’ira e nel furore della tempesta, ma d’altronde come si può biasimare: una cosa aveva chiesto, solo una, ma si sa la curiosità umana è innata e grazie Eva!

Luce reale e luce simbolica, in questo breve percorso vi abbiamo descritto due quadri cardine del movimento veneto di cui non ci si può che innamorare e che dire di più? non si può sfuggire dalle emozioni e dalla sete di conoscenza, che porta a risfogliare ogni libro di storia dell’arte, che abbiamo in casa per cercare risposte a quel fulmine o a mille altri quesiti… Che questo Giorgione non sia la nostra mela maledetta?

Sempre sul pezzo: Weimar la città dell’innovazione!

Cambiamo Stato e voliamo a Weimar, dove lo spirito del Bauhaus è ancora palpabile e la ricerca della novità in campo artistico rimane l’obiettivo di questa visionaria scuola, che non ebbe vita facile, ma è ancora qua

di Jessica Caminiti

Foto panoramica di Weimar

Weimar, 2019. Weimar che? per caso è un formaggio? No, secondo me è quel posto strano dove piovono polli! Niente di tutto questo gente e ora, che ho la vostra curiosità posso iniziare. Ebbene sì, parlerò di questa piccola città, la quale forse vi suona poco familiare, ma fatemi fare un piccolo tuffo nel passato per farvi capire, perché essa risulti come già sentita nel vostro cervello e non solo per qualche strana definizione di Bartezzaghi nella settimana enigmistica!

Oltre ad essere la città natale di volti noti come Goethe e Schiller, i quali sono presenti per tutta la città tra statue, strade intitolate e aggeggini carini nei vari negozietti, essa diventò importante nel 1919; essa divenne famosa sì, ma per riuscire a comprendere meglio come e perché ci conviene saltare su una certa e conosciuta DeLoeran e ritornare indietro a un secolo fa e quindi, eccoci qui: Weimar, 1919.

Targa commemorativa della costituzione della Reppubblica: In questa casa il popolo tedesco si è dato, attraverso un’assemblea nazionale, la costituzione di Weimar dal 11 agosto 1919

Weimar 1919. Subbugli e tafferugli, la prima guerra mondiale è appena finita, ritornano i reduci, le mogli tornano a casa e la vita sembra ricominciare anche in Germania; una piccola Repubblica prende forma ed è proprio la Repubblica di Weimar: libertà e nuove possibilità pullulano per la città, le donne possono già votare, i cittadini non sentono l’oppressione dei Paesi dove la monarchia fa ancora il buono ed il cattivo tempo e proprio qui, arrivò Walter Gropius con la sua scuola. Proprio qui, un secolo fa, il Bauhaus prese forma e da qui inizia la vera storia artistica nella città.

Benvenuti nella magica Scuola dove ragazzi e ragazze condividono gli stessi corsi, tecnici e teorici, per diventare gli architetti e gli artisti di domani. Nei vari anni si possono incrociare per i corridoi i grandi maestri, i quali hanno fatto la storia dell’arte del Novecento; Kandinskij si aggira tra gli alunni insieme a Klee, Itten, Van der Rohe, mentre Gropius da direttore vede nascere e piano piano morire il suo sogno. Sarebbe tutto fin troppo bello, se solo una folle ideologia non si fosse intromessa! La sede c’è ancora, ma la scuola dovette fare i conti con la storia ed il nazismo, che la reputò “troppo liberale e sovversiva”, così dopo lo spostamento a Dessau ed a Berlino, nel 1933 verrà chiusa definitivamente durante l’ascesa del regime.

1919
2019

Cosa rimane nel 2019 del visionario e liberale progetto di Gropius? Il nuovo museo appena inaugurato, enorme e più inclusivo possibile, portatore di storia e di design, oltre alle molte gallerie sparse in tutta la città e la sede della scuola, centro propulsore di idee e di novità, è ancora lì. Mettere un piede dentro l’edificio principale è una  grande emozione, una di quelle che si provano solo quando sai chi è passato prima di te, e, mentre mi lascio alle spalle il padiglione costruito da Henry Van De Velde (sì, avete letto bene, proprio lui!), entro e vedo la magnificenza della scuola: l’androne bianco, che ti accoglie e i murales del 1919 ancora presenti si mischiano e ti fanno respirare la storia. Negli anni si è ingrandita e oltre ad architetti e artisti accoglie anche informatici, un po’ bistrattati e decentrati rispetto all’edificio principale, ma parte integrante di questo piccolo mondo a sé stante. 

Logo della scuola
Lavoro del summary
laboratorio di virtual reality

Perché vi raccontato di questo crogiuolo di personalità così diverse? Perché ogni anno a luglio, tutti gli studenti della scuola presentano i loro progetti al summary  e, curiosissima come pochi, sono ad aggirarmi per corridoi e aule per capire quali sono le novità. Artisti, designer e architetti ci stupiscono come sempre, anche se non offrono nessuna spiegazione o interesse nei confronti dei visitatori, che magari (dico magari, eh?) qualche chiacchiera la vorrebbero pure scambiare. L’ala più stupefacente è stata quella informatica. Voglio raccontarvi cosa succede quando informatici ed artisti iniziano a conoscersi, comprendersi e collaborare. Tutto si svolge in un piccolo laboratorio, dove tutti entrano zuppi (ovviamente vuoi che non piova visto che io esco vestita bene?) e qui lo stupore. Otto videogiochi, dove si viene trasportati nel mondo del Bauhaus, in maniera innovativa, quasi inconsapevole per chi partecipa. Da neofita e bug continuo dell’informatica, mi aggiro tra questi pc dove vedo riproposizioni del tema del Bauhaus: chi ha deciso di usare le forme per sfidare la fisica, chi ti fa aggirare per il nuovo museo cercando indizi, finché mi sposto fisicamente nell’edificio e arrivo alla stanza chiusa. Porta sbarrata e solo quattro persone alla volta possono entrare, cosa ci sarà mai qui dentro? Entro e qui la magia si avvera, l’arte incontra la tecnologia: un semplice gioco di ricerca di due monumenti del Bauhaus persi per una città immaginaria. Sei sotto una cupola e tutto ti circonda: suoni, rumori naturali ed i tuoi passi, mentre ti aggiri scontrandoti con le figure inventate da Oscar Schlemmer e tutto sembra così reale, tutto sembra a portata di mano. Trovo i due edifici e riemergo da questa realtà con due domande: che cos’è il Bauhaus oggi? Quanto è cambiato?

Summary 2018, visione della cupola

Rifletto e penso, niente è cambiato: il Bauhaus è esattamente come cento anni fa! La ricerca della novità, dell’unione di più saperi, l’essere sempre all’avanguardia e un passo avanti rispetto agli altri. Tutto questo è rimasto, si è solo trasformato ed evoluto per arrivare a questo: la scoperta dell’arte nella tecnologia.

In conclusione può essere la tecnologia arte? Certo, che sì! Un’arte diversa, non ancora pienamente compresa, ma può sicuramente aiutare a raggiungere e scrutare nuovi campi, nuovi limiti, che ancora dobbiamo raggiungere.


L’arte è sessista?

Dopo secoli in cui abbiamo visto donne e dee spogliarsi per artisti, che le riproponevano su tele e fotografie, gli anni Sessanta e Settanta del ‘900 portano un po’ di freschezza e “il vento del cambiamento soffia” incessantemente. Una breve carrellata delle nuove streghe e della loro arte (senza favoritismi)

di Jessica Caminiti

Anni ’70. COrteo di femministe
Corteo femminista attuale a Toronto

2019, Mondo. Il 25 novembre siamo ancora a fare le manifestazioni contro la violenza sulle donne, perché nonostante i magici Settanta, la visione occidentale della donna per molti versi non è cambiata: ancora femminicidi, stalkeraggi, subordinazioni e negazioni di fronte a quello che viene tuttora definito sesso debole (ma sesso debole a chi?)

L’arte per molto  tempo, per secoli, nonostante ci siano state delle eccezioni prime tra tutte Artemisia Gentileschi e Propezia De Rossi, ha inneggiato ad un modello maschile e restrittivo, che corrispondeva ad uno schema ben preciso: uomo artista e donna musa. Questo ha portato a dei capolavori all’interno della storia dell’arte, che difficilmente non si può che ammirare: come non si può rincorrere con lo sguardo le sinuose curve della Venere di Tiziano o guardare estasiati lo sguardo della Primavera di Botticelli

Può essere considerato solo questo il  ruolo del genere femminile? Sicuramente non può essere tutto qua: le donne nel corso del XX secolo decidono che è ora di rompere le catene con il passato e di dare un taglio diverso e più autoreferenziale alla loro vita. Molte scrittrici enfatizzano il ruolo della donna come creatura nuova in pace con il mondo e in parità con l’uomo e finalmente le donne iniziano a far sentire il loro grido.

Torniamo nel mondo post-Sessantottino e vediamo un po’ cosa succede. Tafferugli in tutta Europa, guerra fredda, cortei tra cui quelli femministi, che riempiono piazze e strade per arrivare ad urlare in faccia a chi le ha sottomesse da sempre “Tremate, tremate, le streghe sono tornate”.

Ebbene sì, sono tornate le maghe, le cabaliste, le dee dimenticate, che si liberano del peso di anni di paura e reverenza per essere il terrore e la paura di chi di loro si è fatto gioco. Non posso parlare di tutte le artiste, che si schierarono a favore del femminismo, quindi ecco a voi una personale e incompleta lista delle artiste, che hanno cambiato il modo di vedere la donna (in pillole):

foto da: https://ellepourart.wordpress.com

Gina Pane. Il divaricamento del silenzio nella ferita.

Molti hanno sempre visto questo gesto solo come puro autolesionismo… Beh, sì in parte lo è, ma il significato che impregna le azioni di Gina è più astratto: la pelle, emblema del distacco e della barriera viene incisa per lasciare comunicare interno con esterno, donna con società e genere femminile con mondo intero. Ogni singola performance racchiudeva il dolore delle femmes da sempre condannate da una gerarchia, che non apparteneva loro e in cui non erano contemplate. Aprire porte e divaricare cancelli è l’inizio del percorso di avvicinamento e di unione tra i due sessi.

Tapp and Task Kino
Aktionkörper

Valie EXPORT. Una dura.

Un’artista forse poco conosciuta di origine austriaca è entrata prepotentemente nella scena negli anni Sessanta. Performances, video e chi più ne ha più ne metta, un susseguirsi di opere contro la supremazia maschile e l’incessabile voglia di vedere la donna come l’angelo del focolare, che snoda la sua vita tra matrimonio e figli. Molte volte la troviamo nuda e farsi ammirare come reale donna e come una guerriera in attesa di confronto con il mondo che la circonda. Una delle sue opere più sovversive, però è ancora “ammirabile” e lo rimarrà finchè morte non ci separi: durante Aktionkörper si fa tatuare una giarrettiera, esempio della donna solo oggetto. Rimarrà sempre presente, MA prima o poi svanirà come si spera svanisca il patriarcato.

Cindy Sherman. Uno, nessuno e centomila.

Una delle fotografe più brave dell’ultimo secolo, durante gli anni Settanta decide di metterci la faccia o per meglio dire, ci mette un individuo di fronte nascondendosi dietro estremizzazioni dell’essere donna. Il gioco di ruolo, che instaura con lo spettatore è sottile e lascia attoniti: lei è sempre lei, ma non è lei, insomma chi è… Lei è veramente la maschera pirandelliana d’eccellenza: i mille volti sono suoi, è sempre lei, ma è anche la ricostruzione della visione della donna artificiosa e naturale allo stesso tempo. Non è mai lei, ma è ciò che noi vogliamo vedere di lei.

Carolee Schneemann. Una dea dei giorni nostri.

Carolee non fa azioni o performances, lei fa riti dove la donna ritorna Madre, ritorna Figlia, ritorna Femmina e sa di poter comandare. Il suo travolgimento cosmico all’interno dell’arte dimostra come la donna può essere qualunque cosa lei voglia e non ci sono barriere, che frenano questa sua rinata consapevolezza e presa di coscienza. In Meat joy inneggia alla carne e all’unione repulsiva e allo stesso adorante, che abbiamo nei confronti di essa che sia viva o morta. Rotola e si sparge di vita come appunto in un rito sciamanico, ma la vera rivoluzione sta nella lode alla vagina, che avviene durante la performance Interior Scroll. Questa camera traslucida, che conosce interno ed esterno per unirli e farli incontrare racchiude il più grande segreto di tutti i tempi, la nascita e la Vita; essa viene innalzata a reale portatrice di Luce e non solo, anche portatrice di misteri atavici e del Seme da cui nasce l’intero universo.

Gruppo Forma 1
Opera dell’Accardi. foto da http://www.rainews.it

Carla Accardi. Degna Chiosa italiana

Una delle artiste italiane più conosciute insieme a Tomaso Binga e Ketty La Rocca, ho inserito Carla, perché lei stessa insieme a Carla Lonzi ed Elvira Banotti firma il manifesto di Rivolta femminista, scritto in cui le donne italiane si schierano contro le sottomissioni e le angherie maschili. È conosciuta per il suo ruolo all’interno dell’astrattismo, che si trasformerà in automatismo e in ricerca di minimalizzazione massima. Inizialmente fa parte del gruppo Forma 1, di dichiarata corrente marxista, nel quale si farà strada e riuscirà a tracciare il suo percorso artistico. Un meteorite luminoso nel cielo italiano, che lascia una prepotente scia: la sua ricerca di massima geometria passando dalle tempere alle meno precise vernici, arriverà ad un ritorno alla materialità solo negli anni Ottanta (il grande ritorno della plasticità in arte).

Autostazione di Bologna – CHEAP Festival

Novembre, 2019. Dopo questa carrellata da cui ho volutamente messo in panchina Ana Mendieta di cui parleremo più avanti, una cosa è chiara: l’arte si è ampliata e ha iniziato a includere sempre più gruppi minoritari anche grazie all’azione di queste importanti artiste, ma… c’è sempre un ma! Ma non abbiamo vinto, non abbiamo raggiunto la parità; difatti, si parla ancora di femminismo anche dopo gli anni Settanta e non si escludono continui ritorni delle donne agguerrite.

Forse non abbiamo vinto, ma uno spiraglio di luce, un barlume di speranza c’è e tenere viva la fiamma è nostro dovere.

IO non mollo, IO sto con le streghe.