Perchè Dante è ancora attuale?

Quando pensiamo alla Divina Commedia grandi ricordi e strane memorie affiorano alla mente, il mio? Il mio professore di italiano e storia, che entra in classe, chiude tutte le tapparelle e inizia a decantare, camminando per la classe, ciò che il sommo poeta ci ha lasciato: l’arrivo al cancello, l’incontro con Paolo e Francesca, Lucifero e finalmente le stelle.

di Jessica Caminiti

Dante e la sua Commedia
Ali nella sua rappresentazione

Jessica: Una videochiamata con Ali per farvelo conoscere in questo duro periodo, durante il quale non potrete conoscerlo in giro per le strade di qualche città. Davanti un video vedo il suo giardino da cui fa le live per stare vicino a chi ama la sua arte e chi ovviamente lo vuole seguire.

Ali: sono un figlio del Sessantotto, sono nato dopo che mia mamma italiana conobbe mio papà somalo, quando lui vincendo una borsa di studio si trasferì in Italia e per sottolineare la Lotta di cui erano parte il mio secondo nome è Fridrich, come un certo famoso Engels. Erano anni difficili: lavoravano al totocalcio la domenica, mentre cercavano di portare a termini i loro studi e quando questo successe ci trasferimmo in Somalia, dove vivemmo per parecchi anni. Dopo la loro separazione, il mio ritorno in Italia fu con mia mamma e i miei 3 fratelli e da qui inizia la mia avventura. 

Ho provato a intraprendere la strada della psicologia, ma dopo mi sono “arreso” alla mia passione: il teatro. Ho preso il mio master e ho fondato diverse compagnie tra cui quella con il mio maestro Virgilio Zernis. Purtroppo non è tutto oro quello che luccica e ho avuto una profonda crisi emotiva, che mi ha portato ad abbandonare questa mia passione per parecchi anni, fino al 2011.

J: dove e come hai ritrovato la tua passione?

A: Un giorno nel 2011 appunto sono andato a vedere un mio amico all’Ateneo degli imperfetti, un circolo culturale e ho sentito di nuovo quel fuoco incontenibile.  Ho capito, che il teatro conviviale è la mia via così ho chiesto la possibilità di recitare l’inferno di Dante, così per due anni e mezzo sono stato loro ospite con un paio di canti a serata.

Nel mezzo del cammin di nostra vita/ mi ritrovai per una selva oscura,/ ché la diritta via era smarrita (Ct. I, Inferno)

J: La vera domanda, che dall’inizio frulla nella mia mente, è: perché Dante?

A: L’ho scelto per il suo fascino dettato anche dal gap linguistico, la sua difficoltà di lettura, che obbliga l’attore ad usare tutte le sue capacità per andare oltre la distanza iniziale con il pubblico: l’utilizzo della voce e dei gesti diventano non solo importanti, ma indispensabili. Io cerco di differenziare non solo i diversi personaggi, ma anche Dante da quando è personaggio a quando è narratore. Memorizzare, che è un lavorone, in realtà è la parte minore: il lavoro allegorico per decifrare Dante e condividere con il pubblico questi canti è la parte più complessa.

J: è difficile immagino trovare una connessione con il pubblico. Già in un teatro istituzionale questa empatia è da ricercare in maniera complessa, ma per strada, dove le gente può decidere di non fermarsi, può non ascoltarti, come mai questa scelta?

Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende (CT. V, Inferno) – illustrazione Gustave Dorè

A: Dal 2016 ho deciso di intraprendere questa strada. Ho iniziato dalla Puglia, dove ho girato tutta la regione con il mio spettacolo fino a fermarmi a Lecce, di cui mi sono innamorato. Ho scelto di andare in questa regione, perché insieme al Piemonte, in quel periodo, era l’unica che permetteva la divulgazione teatrale per strada; grazie a questo ho potuto mantenermi ed avere un reale introito dal mio lavoro e la mia passione.

Ovviamente la paura di non farcela c’era. La lontananza con il pubblico viene eliminata, ma può non sentirti, può passare oltre appunto, ma ha qualcosa in più dei luoghi istituzionali: è l’espressione completa di Dante, non parli solo con la gente che lo conosce, che è già appassionata, parli anche con chi non è interessato, con chi non lo sa.

Tutti meritano di conoscere Dante: è il padre della lingua italiana e punto di riferimento sia linguistico, che morale. Conoscere qualcosa di così lontano nel tempo in realtà è utile per andare oltre e conoscere l’evoluzione della cultura e delle persone fino ad oggi. Prendi come esempio la morale: i peccati sono ancora gli stessi. 

J: Quindi hai deciso di prendere come punto di riferimento Dante, anche perché è terribilmente contemporaneo?

A: Certo! L’inferno, non è semplicemente l’inferno, è l’Inferno DI Dante, come stessa cosa si può dire del Purgatorio e del Paradiso. Dante mette i suoi peccatori, i suoi beati, ma ognuno di noi può immaginare quello che vuole e chi vuole al posto di Farinata degli Uberti, di Paolo e Francesca e tutti gli altri, anche di Beatrice stessa. Dante lo scrisse come lavoro di fino sulla sua emotività, per descrivere un periodo difficile in cui si trovò esiliato dalla sua Firenze in cui decise di non fare più ritorno, è un viaggio nei peccati e nella ricerca di redenzione di Dante stesso. Quando dice “Tant’è amara che poco è più morte”, ci vuole raccontare che anche lui è un peccatore, ma di che tipo? Facciamo questo viaggio con lui, ma perché lui ha paura di essere tra i dannati? Perché teme di morire prima della redenzione? Quello che vedo e credo, che Pier dalla Vigna, morto suicida presente nell’Inferno sia un suo alter ego: morto per un brutto gioco della fortuna, del destino.

Ed egli a me: “Se tu segui tua stella, non puoi fallire a glorioso porto, se ben m’accorsi nella vita bella” (Ct. XV, inferno) – illustrazione Gustave Doré

J: Parli della Fortuna intesa come destino? Come era intesa dagli antichi?

A: No, per il semplice fatto, che Dante finché non incontra il suo alter ego Pier Dalla Vigna, non sa cosa sia la Fortuna in senso greco, lo conoscerà solo nel VII canto. Entrambi, secondo Dante, accusati ingiustamente di tradimento (uno nei confronti di Federico II, l’altro di Firenze) non hanno avuto la fortuna dalla loro parte, quindi non è detto che essa si dimostri durante la vita terrena. Quello di cui parlo io è la maieutica, ovvero si può ciò che si vuole, di crescita personale: vuolsi così colà, dove si puote

J: questo è un viaggio di redenzione, ma secondo te può esserlo per tutti?

A: Assolutamente sì, appena si capisce che questo viaggio è nella coscienza umana, ognuno di noi può farlo per sé e può uscire dal suo inferno fino al raggiungimento del proprio paradiso. Proprio questo è rendere Dante contemporaneo, farlo tuo e anche l’attore in questo caso ha una funzione: dare struttura al personaggio, per far capire questo messaggio. Anche a me è stato utile sono passato da un inizio nella selva oscura, fino al viaggio che sto percorrendo per il raggiungimento della comunione con il creato ed è proprio questo che auguro a tutti: trovare la propria strada per arrivare all’assoluta empatia con il mondo.