Il murales tentacolare che omaggia i netturbini del Cairo (Egitto)

Un murales, realizzato in un quartiere del Cairo abitato prevalentemente dai netturbini della capitale, cita un vescovo copto del III secolo che una volta disse: “Se si vuole vedere la luce del sole, prima occorre strofinarsi gli occhi”.

di Andrea Ferro

L’intricato murales ha preso forma nel giro di poche settimane un paio di anni fa e fu poco notato all’inizio, estendendosi lungo un quartiere del Cairo piuttosto tormentato, dove oggi abitano i netturbini egiziani, circondati da cumuli straripanti di spazzatura prodotta da questa capitale sovraffollata.

Ultimata nel giro di due settimane, l’opera ha finito per estendersi lungo più di 50 edifici, cosa che la rende il lavoro pubblico artistico più grande che si possa ricordare. Il murales, un cerchio di arancione, bianco e blu, cita, con calligrafia araba, un vescovo cristiano copto del III secolo che disse: “Se qualcuno desidera vedere la luce del sole, egli deve prima stropicciarsi gli occhi”, un rimando all’azione dei netturbini, grazie ai quali Il Cairo può mostrare al mondo i propri tesori.

Quando le prime fotografie dell’opera hanno iniziato a circolare, le reazioni andavano dal piacere stupefatto all’incredulità. Alcune persone, notevolmente colpite dalla sua dimensione impossibile all’apparenza, erano convinte che le immagini fossero state alterate digitalmente, racconta l’uomo dietro il progetto, un artista tunisino-francese conosciuto come eL Seed.

Ma l’aspetto più sorprendente era che eL Seed e i parecchi amici che lavorarono con lui fossero stati in grado di completare il progetto senza subire intimidazioni o essere arrestati.

Il governo egiziano, piuttosto arbitrario, ha mostrato in generale poca tolleranza nei confronti degli artisti, inviando spesso propri agenti a fare irruzione nei centri culturali e perseguitando recentemente uno scrittore accusato di attentare alla moralità pubblica. “Gli artisti di strada che hanno reso la città la loro tavolozza a cielo aperto durante i giorni esaltanti che seguirono le sommosse egiziane nel 2011 ultimamente sono stati costretti a lavorare in tutta fretta o in segreto, portando a termine i propri progetti come stessero facendo una rapina” afferma Soraya Morayef, che ha documentato la street art degli ultimi cinque anni nel suo blog.

Ma eL Seed ha scelto proprio l’angolo dimenticato della città per antonomasia, chiamato Manshiyat Naser, ben lontano dallo sguardo delle autorità: la tipologia di posto dove gli artisti potevano godere di maggiore spazio (e margine di manovra) per lavorare.

L’artista ha dichiarato che il suo intento era quello di provare a cambiare le percezioni popolari del distretto, troppo spesso associato all’idea di squallore e sporcizia, e celebrare i decenni dell’umile lavoro svolto in silenzio dai suoi residenti, occupati a smistare e riciclare tonnellate di spazzatura cittadina.

EL Seed vanta nella propria carriera l’aver già dipinto grandi opere artistiche, contrassegnate da una calligrafia distintiva, anche in altri Paesi: nel corso degli ultimi anni, ha viaggiato soprattutto tra Francia e Tunisia, ma l’esperienza in Egitto, e la reazione che l’ha seguita, sono state incontenibili sfociando in qualcosa che era totalmente imprevedibile.

Intervistato più volte in questi ultimi anni, l’artista attribuisce il successo del suo progetto, che è stato interamente autofinanziato, in primis alla sua decisione di lavorare in maniera discreta e silenziosa, con la cooperazione dei residenti, ma anche all’ingenuità dei visitatori.

Questo ha significato ignorare completamente o perlomeno tenersi alla larga da discussioni e polemiche che si sono abbattute su numerose opere d’arte, manifestazioni artistiche o, più in generale, espressioni pubbliche verificatesi in un Egitto facilmente suscettibile come quello odierno. “A volte quando vieni da fuori, non vedi tutti i problemi che potrebbero accadere”, ha dichiarato l’artista, “Io stavo provando a non guardare alla situazione politica, alle lotte e alle rivendicazioni economiche, per focalizzarmi soltanto sul progetto artistico”.

L’apprezzamento è giunto unanime dall’intero quartiere: dai giovani attivisti antigovernativi ad altri artisti. Uno street artist egiziano molto conosciuto per i propri graffiti, Ammar Abo Bakr, scrivendo su Facebook, ha definito il murales “il primo del suo genere in Egitto”. “Proviamo soltanto ad immaginare se i nostri artisti, che vendono la loro arte per migliaia di sterline, avessero deciso di contribuire in questo modo e avessero suggerito alcune soluzioni per abbellire o arricchire le facciate dell’Egitto”, ha scritto. Oltre a lui, più di 5.000 persone hanno condiviso il post su Facebook della dichiarazione d’intenti di eL Seed: inutile dire che c’erano centinaia di commenti soprattutto positivi che gli davano atto di aver raggiunto gli obiettivi che si era prefissato. “Parole belle e oneste”, scrive in egiziano una donna. “I netturbini – ha aggiunto – meritano la nostra gratitudine”. 

In tutto ciò, le autorità sono sembrate colte di sorpresa. L’Ambasciata egiziana a Washington ha pubblicizzato il progetto sul suo profilo Twitter, dicendosi “totalmente affascinato”. Mentre eL Seed pianificava il murales, è stato affiancato da un prete locale, il reverendo Samaan Ibrahim, considerato un leader dei netturbini (soprattutto copti) nel quartiere. L’approvazione del sacerdote e la sua partecipazione al progetto hanno così portato i residenti a bordo, dando vita ad una vera e propria opera condivisa.

Il quartiere venne stabilito più di quattro decenni fa, con la sua suggestiva collocazione all’ombra delle falesie da una parte e le strade maleodoranti dall’altra: oggi è il più riconoscibile di tutta una serie di insediamenti dove abitano i netturbini.

Il quartiere ha ricevuto frequenti attenzioni nel corso degli anni da parte di organizzazioni di aiuto internazionale e giornalisti, che l’hanno reso uno degli insediamenti più prosperi e promettenti, ha dichiarato Gaetan du Roy, un ricercatore belga che studia le vite religiose dei netturbini. Ma molti dei suoi residenti si sono impoveriti continuando ad essere guardati come cittadini di seconda classe visto il loro contatto costante con la spazzatura. Anche le relazioni degli abitanti con il governo sono divenute sempre più tese. Le autorità hanno provato, perlopiù senza successo, a rimpiazzare i netturbini e le loro estesissime reti familiari con moderne compagnie private. Durante uno degli shock più traumatici verificatosi nell’area, il governo del Presidente Hosni Mubarak, reagendo alla paura dell’epidemia di influenza suina nel 2009, ha deciso di uccidere tutti i maiali in Egitto, inclusi migliaia di suini tenuti dai netturbini, che li utilizzavano per consumare i rifiuti organici o ne vendevano la carne.

Dalle strade del quartiere l’opera appare divisa in frammenti: come un caleidoscopio che comprare sopra il cortile in cui i membri di una famiglia cercano con attenzione di riciclare borse di spazzatura, o un mosaico che si staglia su un terrazzo occupato da una manciata di pecore. La dimensione del murales sembra avvolgerti da ogni dove ed è interamente visibile da Mokattam Hill, ai margini del distretto, vicino ad una famosa cattedrale scolpita all’interno di una gotta.

Visti da qui, i colori interrompono la monotonia delle facciate tutte color rosso mattone, distinguendo questi edifici dai migliaia sorti nella città durante gli ultimi decenni, con controlli pressoché assenti, in un goffo tentativo di contenere la popolazione del Cairo in continua espansione.

Nei giorni successivi al completamento del murales, gli abitanti di Manshiyat Naser sembravano non aver fatto troppo caso al messaggio: soltanto in pochi, infatti, si erano inerpicati sulla collina per godere della vista completa e appena una manciata avevano idea di cosa dicesse la calligrafia.

Al contrario, la gente era profondamente colpita dal fatto che eL Seed e i suoi amici si fossero degnati di viaggiare fino al Cairo e che si fossero immersi nel quartiere, sfidando pregiudizi e preconcetti che nel corso del tempo hanno portato l’area a veder scomparire i propri turisti. Semmai l’unica lamentela è stata che l’artista avrebbe potuto dipingere ancora più case.

“I turisti erano soliti giocare con i figli qui e parlare con le persone” dice Boutros Ghali, un negoziante di 24 anni, mentre piazza una sua foto assieme a dei visitatori, tra i quali un giovane algerino, nella parete del suo negozio. “Noi, le persone del posto, li amavamo e col tempo ci eravamo abituati alla loro presenza e a trattarli da ospiti. E quando i turisti se ne sono andati, la gente divenne molto triste”.

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Palazzo Schifanoia a Ferrara e i suoi misteri

Oggi vi portiamo a Ferrara, più precisamente nel Salone dei Mesi di Palazzo Schifanoia, appartenuto alla famiglia estense, dove arte e astrologia si incontrano per creare un ciclo figurativo tra i più ricchi ed enigmatici del Rinascimento quattrocentesco. Siete pronti per questo viaggio sensazionale?

di Jessica Colaianni in collaborazione con Ludovica Fasciani

palazzo Schifanoia all’esterno

Nel 1840 vennero scoperti, grazie alla caduta di alcuni pezzi d’intonaco, degli affreschi con delle figure apparentemente misteriose e indecifrabili. E tali rimasero fino all’arrivo in città di Aby Warburg, il quale riuscì a ricostruirne l’intricato percorso che li aveva portati dall’antichità indiana sino al Rinascimento Ferrarese, passando dall’Egitto. L’umanista tedesco giunse all’interpretazione del complesso programma iconografico ricorrendo a varie fonti, mai considerate prima in relazione a questi affreschi. 

Ma cosa è rappresentato esattamente?

Il primo elemento che salta all’occhio è la serie raffigurante i dodici mesi. Ogni sezione dell’affresco (che purtroppo si conserva quasi intatto solo su due delle quattro pareti della sala) è composta da tre scene: quella posta più in alto mostra i carri trionfali degli dèi dell’Olimpo, mentre quella più in basso ci trasporta alla corte del duca Borso d’Este, committente del ciclo figurativo, e raffigura scene di vita quotidiana della corte ferrarese. Tra le due sezioni, infine, una fascia dai colori più intensi è dedicata al mondo degli dèi astrali: ogni segno dello zodiaco è qui circondato da tre figure enigmatiche, di cui tra poco sveleremo l’identità.

Marzo
Aprile

L’associazione tra divinità greche e astrologia è comune nel Rinascimento e affonda le sue radici nel Medioevo, basandosi su una concezione ellenistico-araba che associa i sette pianeti ad altrettante divinità pagane, o demoni astrali, reggenti i mesi, i giorni e le ore delle sorte umana. Troviamo traccia di questa concezione già nella Germania del XII secolo, nel De deorum imaginibus libellus del monaco inglese Alberico. Attraverso l’analisi di soli tre mesi, marzo (retto da Pallade e dall’Ariete); aprile, (retto da Venere e dal Toro); luglio, (retto da Cibele e Giove insieme al segno del Leone) è possibile avere uno spaccato di come potesse essere stata l’intera stanza affrescata e provare a dare una lettura di essa. Nel salone, infatti, troviamo la rappresentazione del cielo con le stelle fisse descritto nel IV secolo a.C. da Arato, ancora oggi uno strumento primario dell’astronomia. Ma ancora non vi stiamo dando nessuna chiave per aprire questo lucchetto! Per farlo dobbiamo parlare anche di un altro testo che ci aiuta alla comprensione delle immagini, ovvero la Sphaera Barbarica, composta in Asia minore da un certo Teucro con la descrizione del cielo delle stelle fisse in cui le costellazioni vengono associate a divinità astrali, arricchita dalla nomenclatura egiziana, babilonese e dell’Asia minore la quale supera il catalogo di Arato. Ed è proprio in questo testo che abbiamo la risposta a quelle tre figure che circondano il segno zodiacale: sono i decani, elementi di derivazione egiziana. Ognuno di essi incarna un arco temporale, ovvero un terzo di un mese: dieci giorni (o gradi); questa concezione arrivò in occidente grazie alla mediazione di Abu Ma’shar, in particolare alla sua Grande Introduzione. Il risultato è la creazione di un manuale di astrologia valido per tutti i giorni dell’anno, in quanto in tutto i decani sono 360 e stanno ad indicare la concezione dell’influenza del mondo astrale sulla vita degli uomini. Se entriamo nel dettaglio degli esempi portati da Warburg, notiamo come gli affreschi corrispondano, quasi specularmente, a un’altra importante fonte: il poema didattico astrologico del romano Manilio, riscoperto poco dopo il 1417 dagli studiosi umanisti.

Trionfo di Venere
Rappresentazione della conte d’Este

Ok, adesso che abbiamo capito alcuni dei significati dietro a queste immagini e le fonti a cui fanno riferimento, ci chiediamo, qual è il senso di tutto ciò? Palazzo Schifanoia non è l’unico esempio di luogo dove costellazioni, segni zodiacali e divinità astrali prendono vita sulle pareti di saloni importanti; abbiamo altre testimonianze infatti a Padova, Perugia e in altre città italiane, dominate nel corso del Rinascimento da importanti corti signorili. Come già accennato in qualche riga più su, a quei tempi era pensiero comune credere che le stelle e i pianeti influenzassero la vita delle persone, a partire dal giorno in cui si è nati. Per tornare a Ferrara, ad esempio, nel mese dedicato a marzo, troviamo delle figure intente a svolgere attività di cucito, questo perché si credeva che i nati sotto l’Ariete avessero delle predisposizioni alla manualità. Secondo Warburg, nonostante la corte estense sia piena di esperti astrologi, l’ispiratore del ciclo del Salone dei Mesi fu in effetti il bibliotecario e storiografo di corte Pellegrino Prisciani, il quale struttura il programma iconografico costruendo un sistema astrale che risponda ai desideri di Eleonora d’Aragona, moglie del duca Ercole.

Eccoci giunti alla fine del viaggio, speriamo che questi nomi e queste rappresentazioni vi abbiano aiutato a comprendere il pensiero degli uomini rinascimentali che, visti così, non sembrano poi tanto lontani a noi!