La cancellatura come rivelazione

Emilio Isgrò è uno dei più importanti esponenti dell’arte italiana contemporanea. Non solo lavora come artista visivo, ma anche poeta e scrittore. Viene ricordato per le sue cancellature, che non vogliono solo eliminare, ma anche mettere in risalto.

di Jessica Caminiti

Emilio Isgrò, classe 1937, viene spesso purtroppo dimenticato sui libri di storia dell’arte e mi sono sempre chiesta il perché. Non è troppo contemporaneo, da non poterlo storicizzare, ma è un personaggio complesso, difficile da collocare all’interno di annate e di specifici movimenti. Credo che la sfumatura artistica che più si associa al suo modo di fare arte sia sicuramente il posizionarlo all’interno delle fila dell’arte concettuale, in quanto la sua arte prima di rispecchiare la sua bravura e le sue doti, mostra le idee e appunto i concetti che egli stesso vuole passare.

La carriera artistica di Isgrò si dipana attraverso un lungo viaggio fatto di lettere e parole. Fin da subito la sua poetica artistica si distingue da ciò che da sempre siamo abituati a vedere, bellissime tele dipinte, che lui non rinnega, ma in qualche modo sente la necessità di superare. Michele Bonuomo nel catalogo della mostra Mediterranee ragiona su come Isgrò sia molto vicino a Fontana e alla sua filosofia artistica. Entrambi attraverso la radicalità delle loro azioni, parlano di pittura e di come essa venga continuata ad usare in arte, ma in senso opposto, con un nuovo linguaggio ed un nuovo codice, cosa che lo stesso artista afferma: “Dai dieci ai ventiquattro anni ho parlato con le parole di Piero della Francesca e di Ludovico Ariosto, di Andrea Mantegna e di Giacomo Leopardi, di Paolo Uccello e di Gabriello Chiabrera. Ma non volevo dire ciò che essi dicevano: volevo dire cose opposte e lontane”. Potrebbe sembrare paradossale come la pittura possa essere la protagonista, ma questo è necessario da comprendere per proseguire il viaggio nella sua poetica. L’artistica cancellatura non avviene solo nera, come depennamento necessario e obbligatorio, ma porta con sé storie e caratteristiche. I colori possono cambiare, molte volte attraverso uso di tinte diverse le cancellature formano disegni, come piccoli tasselli di un grande mosaico, ci raccontano ciò che le parole ormai illeggibili volevano narrare. Ecco quindi le sue cancellature prendere vita: diventano la coda di Moby Dick nel famoso libro di Melville oppure diventano lente di ingrandimento su parole o codici lontani nel tempo e nello spazio.

Perché però proprio la cancellatura, cosa rappresenta per Isgrò?

La cancellatura è come lo zero in matematica, chiamato a formare, da solo, tutti i numeri e tutti i valori”, è tutto e niente, è l’inizio e la fine, che nasconde qualunque cosa dentro di sé. Siamo abituati nell’arte contemporanea a vedere e parlare di nascondere, primo fra tutti l’aveva pensato Man Ray con il suo Enigma di Isidore Ducasse e da lì una lunga catena di artisti si sono buttati a capofitto in questa ricerca. Piero Manzoni, come Man Ray, crea mistero e curiosità: cosa ci sarà veramente dentro i barattoli della Merda d’artista? Cosa si nasconde sotto la pesante coperta dell’Enigma sopracitato? Non sappiamo la verità, ci intriga l’opera, sfiora le nostre corde più interne, eppure la lasciamo lì, per sempre celata, per sempre misteriosa. Altra questione invece sono le impacchettature di Christo da poco scomparso: celare è sinonimo di mostrare, obbliga a guardare qualcosa che diamo per scontato, porta a soffermarsi ad ammirare quel telo che racchiude ciò che crediamo di conoscere, ma in realtà ignoriamo.

Man Ray, L’enigma di Isidore Ducasse
P. Manzoni, Merda d’artista
Christo, impacchettamento del Reichstag

Isgrò possiamo definirlo una via di mezzo: vuole stuzzicare la curiosità, ma allo stesso tempo rivela qualcosa, non lascia che le sue cancellature anneriscano ogni parola, quelle essenziali, quelle importanti rimangono visibile e aiutano nella comprensione. Ovviamente la curiosità umana porta a chiedersi che parole ci siano sotto quel nero, ma rimane appagata nel vedere quello che l’artista vuole mostrarci. 

“Chi non sa leggere le parole è messo nella condizione di non pensare (…) È dalla parola che sgorga il pensiero. Non è la parola che nasce dal pensiero. È il pensiero che nasce da un buon uso, corretto, delle parole”; riportare lo sguardo dello spettatore sull’essenzialità è ritornare a lui anche la capacità di pensare, di ragionare sui significati e sull’importanza dei vocaboli, che solo se utilizzati nei giusti modi possono portare all’elaborazione corretta e reale di un concetto. Come illuminazioni, le sue idee diventano geniali pezzi di storia, poiché nessun testo è cancellato senza un reale studio di esso ed un concreto ragionamento, che viene esemplificato attraverso l’annerimento, che porta alla luce, appunto, l’essenziale

Negli anni Settanta, gli anni del boom economico, in cui la cultura americana e anglosassone si prendeva il suo pezzo di mondo e di influenza globale, Isgrò cancella la Treccani, la più grande enciclopedia italiana. La decisione di cancellare proprio la quest’opera del sapere deriva dalla voglia di preservare il mondo europeo, i suoi valori, le sue conoscenze mettendo in evidenza i grandi colossi del vecchio continente impossibili da dimenticare. Quindi ecco che tra le rosse cancellature leggiamo nomi importanti dell’Europa come Dante Alighieri o Giacomo Leopardi e le virgole, salvate dall’eliminazione. Le virgole riportate anche nell’ultima mostra del 2019 a Venezia, considerate importanti quanto i nomi, servono a conservare, a permettere di fissare nella mente le parole importanti, prendere il respiro tra un vocabolo e l’altro, riflettendo su cosa si è appena letto. Le cancellature, di conseguenza, servono a riflettere sul passato e ciò che il futuro ci riserva: per proseguire nell’innovazione bisogna per forza cancellare qualcosa di precedente, per poter conservare le cose realmente importanti, i fatti militari, le circostanze del nostro passato impossibili da dimenticare bisogna eliminare il superfluo. Solo facendo una cernita della storia, l’evoluzione può continuare. è necessario conservare solo i fatti essenziali e importanti per poter creare la novità.

A tutto questo servono le cancellature, su importanti libri, che tutti noi abbiamo letto: da I promessi sposi manzoniani a Moby dick di Melville, sino alla Divina Commedia. Questi tomi conosciuti da tutti, sono stati cancellati da Isgrò, che salva parole o crea disegni attraverso vari colori, per rendere esplicito tutto ciò che in questi libri a parole, attraverso lunghi concetti, è spiegato. Ricordiamoci infatti, che cancellare, non è solo celare e nascondere, ma è anche rendere visibile: cancellare è un’operazione di sottrazione, non è rendere inesistente, perché il gesto stesso esplicita l’esistenza.

I promessi sposi è stato scelto perché Manzoni è uno degli autori essenziali da leggere per conoscere la cultura italiana, ed è così che solo tre parole significative riassumono il discorso dell’Innominato “dio, io, Dio”, mentre per la monaca di Monza a raccontare la sua doppia natura ci pensano due anime disegnate dall’artista sulle pagine, una bianca e una nera. «Cancellandola – spiega Isgrò – mi sono accorto di come la scrittura manzoniana sia quanto di più potente e sorgivo abbia offerto la nostra letteratura dopo Dante. Giacché in Manzoni anche la cultura si fa natura». 

La Natura, che da sempre si scontra con la cultura, rendono a mio parere Isgrò più vicino all’arte concettuale rispetto ad altri movimenti (come per esempio la poesia visiva a cui molte volte si è affiancato). Oltre alle cancellature difatti in molte opere la Natura prende il sopravvento, e così troviamo api e formiche, che laboriosamente nascondono alcune parole o lettere. Le api, impollinatrici e le formiche, piccole creature facilmente schiacciabili rappresentano la cultura come essere vivente e naturale. Sempre in movimento e in evoluzione, molto semplicemente per sbadataggine o voglia di eliminare, viene schiacciata e dimenticata, come per esempio cercarono di fare i nazisti. Gli insetti così rappresentati mostrano come l’uomo sia piccolo di fronte al tempo, non solo al suo scorrere, ma al suo continuo evolversi, morire, rinascere e quanto dobbiamo in qualche maniera contenere l’Hybris delle tragedie greche, ovvero l’arroganza, la tracotanza con cui ci presentiamo, artista compreso, di fronte all’immensità del tempo e della Terra. Con autoironia addita tutti. Forse non siamo così distanti da quei piccoli insetti, che costantemente creano e vivono cercando di vedere quell’immagine più grande così sfocata e complessa, che tutti noi ricerchiamo.

Fonti:

– Michele Bonuomo, Emilio Isgrò uomo di parola, in “Emilio Isgrò”, catalogo dell’opera Mediterranee. Lettere dal mare, Ed. Editalia, Roma, 2014. 

https://www.emilioisgro.info/it/

– La cancellatura e altre soluzioni Milano, Skira, 2007 a cura di Alberto Fiz

Perchè Dante è ancora attuale?

Quando pensiamo alla Divina Commedia grandi ricordi e strane memorie affiorano alla mente, il mio? Il mio professore di italiano e storia, che entra in classe, chiude tutte le tapparelle e inizia a decantare, camminando per la classe, ciò che il sommo poeta ci ha lasciato: l’arrivo al cancello, l’incontro con Paolo e Francesca, Lucifero e finalmente le stelle.

di Jessica Caminiti

Dante e la sua Commedia
Ali nella sua rappresentazione

Jessica: Una videochiamata con Ali per farvelo conoscere in questo duro periodo, durante il quale non potrete conoscerlo in giro per le strade di qualche città. Davanti un video vedo il suo giardino da cui fa le live per stare vicino a chi ama la sua arte e chi ovviamente lo vuole seguire.

Ali: sono un figlio del Sessantotto, sono nato dopo che mia mamma italiana conobbe mio papà somalo, quando lui vincendo una borsa di studio si trasferì in Italia e per sottolineare la Lotta di cui erano parte il mio secondo nome è Fridrich, come un certo famoso Engels. Erano anni difficili: lavoravano al totocalcio la domenica, mentre cercavano di portare a termini i loro studi e quando questo successe ci trasferimmo in Somalia, dove vivemmo per parecchi anni. Dopo la loro separazione, il mio ritorno in Italia fu con mia mamma e i miei 3 fratelli e da qui inizia la mia avventura. 

Ho provato a intraprendere la strada della psicologia, ma dopo mi sono “arreso” alla mia passione: il teatro. Ho preso il mio master e ho fondato diverse compagnie tra cui quella con il mio maestro Virgilio Zernis. Purtroppo non è tutto oro quello che luccica e ho avuto una profonda crisi emotiva, che mi ha portato ad abbandonare questa mia passione per parecchi anni, fino al 2011.

J: dove e come hai ritrovato la tua passione?

A: Un giorno nel 2011 appunto sono andato a vedere un mio amico all’Ateneo degli imperfetti, un circolo culturale e ho sentito di nuovo quel fuoco incontenibile.  Ho capito, che il teatro conviviale è la mia via così ho chiesto la possibilità di recitare l’inferno di Dante, così per due anni e mezzo sono stato loro ospite con un paio di canti a serata.

Nel mezzo del cammin di nostra vita/ mi ritrovai per una selva oscura,/ ché la diritta via era smarrita (Ct. I, Inferno)

J: La vera domanda, che dall’inizio frulla nella mia mente, è: perché Dante?

A: L’ho scelto per il suo fascino dettato anche dal gap linguistico, la sua difficoltà di lettura, che obbliga l’attore ad usare tutte le sue capacità per andare oltre la distanza iniziale con il pubblico: l’utilizzo della voce e dei gesti diventano non solo importanti, ma indispensabili. Io cerco di differenziare non solo i diversi personaggi, ma anche Dante da quando è personaggio a quando è narratore. Memorizzare, che è un lavorone, in realtà è la parte minore: il lavoro allegorico per decifrare Dante e condividere con il pubblico questi canti è la parte più complessa.

J: è difficile immagino trovare una connessione con il pubblico. Già in un teatro istituzionale questa empatia è da ricercare in maniera complessa, ma per strada, dove le gente può decidere di non fermarsi, può non ascoltarti, come mai questa scelta?

Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende (CT. V, Inferno) – illustrazione Gustave Dorè

A: Dal 2016 ho deciso di intraprendere questa strada. Ho iniziato dalla Puglia, dove ho girato tutta la regione con il mio spettacolo fino a fermarmi a Lecce, di cui mi sono innamorato. Ho scelto di andare in questa regione, perché insieme al Piemonte, in quel periodo, era l’unica che permetteva la divulgazione teatrale per strada; grazie a questo ho potuto mantenermi ed avere un reale introito dal mio lavoro e la mia passione.

Ovviamente la paura di non farcela c’era. La lontananza con il pubblico viene eliminata, ma può non sentirti, può passare oltre appunto, ma ha qualcosa in più dei luoghi istituzionali: è l’espressione completa di Dante, non parli solo con la gente che lo conosce, che è già appassionata, parli anche con chi non è interessato, con chi non lo sa.

Tutti meritano di conoscere Dante: è il padre della lingua italiana e punto di riferimento sia linguistico, che morale. Conoscere qualcosa di così lontano nel tempo in realtà è utile per andare oltre e conoscere l’evoluzione della cultura e delle persone fino ad oggi. Prendi come esempio la morale: i peccati sono ancora gli stessi. 

J: Quindi hai deciso di prendere come punto di riferimento Dante, anche perché è terribilmente contemporaneo?

A: Certo! L’inferno, non è semplicemente l’inferno, è l’Inferno DI Dante, come stessa cosa si può dire del Purgatorio e del Paradiso. Dante mette i suoi peccatori, i suoi beati, ma ognuno di noi può immaginare quello che vuole e chi vuole al posto di Farinata degli Uberti, di Paolo e Francesca e tutti gli altri, anche di Beatrice stessa. Dante lo scrisse come lavoro di fino sulla sua emotività, per descrivere un periodo difficile in cui si trovò esiliato dalla sua Firenze in cui decise di non fare più ritorno, è un viaggio nei peccati e nella ricerca di redenzione di Dante stesso. Quando dice “Tant’è amara che poco è più morte”, ci vuole raccontare che anche lui è un peccatore, ma di che tipo? Facciamo questo viaggio con lui, ma perché lui ha paura di essere tra i dannati? Perché teme di morire prima della redenzione? Quello che vedo e credo, che Pier dalla Vigna, morto suicida presente nell’Inferno sia un suo alter ego: morto per un brutto gioco della fortuna, del destino.

Ed egli a me: “Se tu segui tua stella, non puoi fallire a glorioso porto, se ben m’accorsi nella vita bella” (Ct. XV, inferno) – illustrazione Gustave Doré

J: Parli della Fortuna intesa come destino? Come era intesa dagli antichi?

A: No, per il semplice fatto, che Dante finché non incontra il suo alter ego Pier Dalla Vigna, non sa cosa sia la Fortuna in senso greco, lo conoscerà solo nel VII canto. Entrambi, secondo Dante, accusati ingiustamente di tradimento (uno nei confronti di Federico II, l’altro di Firenze) non hanno avuto la fortuna dalla loro parte, quindi non è detto che essa si dimostri durante la vita terrena. Quello di cui parlo io è la maieutica, ovvero si può ciò che si vuole, di crescita personale: vuolsi così colà, dove si puote

J: questo è un viaggio di redenzione, ma secondo te può esserlo per tutti?

A: Assolutamente sì, appena si capisce che questo viaggio è nella coscienza umana, ognuno di noi può farlo per sé e può uscire dal suo inferno fino al raggiungimento del proprio paradiso. Proprio questo è rendere Dante contemporaneo, farlo tuo e anche l’attore in questo caso ha una funzione: dare struttura al personaggio, per far capire questo messaggio. Anche a me è stato utile sono passato da un inizio nella selva oscura, fino al viaggio che sto percorrendo per il raggiungimento della comunione con il creato ed è proprio questo che auguro a tutti: trovare la propria strada per arrivare all’assoluta empatia con il mondo.