Il parco di Bomarzo dove fantasia e realtà si incontrano (LAZIO)

Il parco dei mostri di Bomarzo è una particolare località situata in provincia di Viterbo, un parco naturale ornato di strane figuri, che hanno reso questo luogo celebre e indimenticabile.

di Jessica Caminiti

Il parco chiamato anche Sacro Bosco o Villa delle Meraviglie accoglie al suo interno numerose sculture in basalto, una roccia effusiva di origine vulcanica, databili nel XVI secolo e ritraenti animali mitologici, mostri e divinità.

Molte storie narrano, che dietro l’architettura e la progettazione di questo parco ci sia stato nientemeno che Michelangelo Buonarroti, ma ahimè, queste voci sono state smentite, difatti il fortunato architetto è il meno noto Pirro Ligorio, che pensò questo spazio per volere del condottiero Pier Francesco Orsini (chiamato Vicino Orsini). Il cosiddetto “boschetto” di Orsini fu pensato come dedica alla moglie Giulia Farnese dopo la sua morte (“sol per sfogare il core”) e tutte le statue presenti, create da Simone Moschino (vero nome Simone Simoncelli), creano un percorso di difficile interpretazione, che tuttora non ha una soluzione logica di correlazione tra tutti i simboli presenti.

Si è ricercato un Fil rouge tra tutte queste entità che affollano il parco, c’è chi ha intravisto le tappe di un percorso iniziatico alchemico, ma non c’è la certezza, se non che alcune figure siano riprese da importanti scritti italiani della letteratura rinascimentale: Il Canzoniere di Petrarca, L’Orlando furioso di Ariosto per concludere con Amadigi e Floridante di Bernardo Tasso – padre del più famoso Torquato.

una delle tante iscrizioni presenti nel parco

La superficie che si estende per circa tre ettari, purtroppo, si presenta in maniera diversa rispetto a come Orsini aveva pensato. La famiglia Bettini – che nel corso del XX secolo ha rilevato questo spiazzo di terreno – ha cambiato la disposizione di alcune delle statue e ha reso pubblico questo incantevole luogo, il quale però nel corso dei secoli non ha solo perso la sua reale disposizione, ma anche gran parte delle scritte, che accompagnavano alcune delle mostruose figure, che il parco accoglie. Tra quelle tuttora presenti è difficile districarsi e provare ad avanzare qualche ipotesi sulla reale funzione di ciò che si può ammirare; alcune confondono e parlano direttamente all’osservatore “Voi che pel mondo gite errando vaghi di veder meraviglie alte et stupende venite qua, dove son facce horrende, elefanti, leoni, orchi et draghi.”, altre hanno implicazioni morali “Animus quiescendo fit prudentior ergo”, mentre altre ancora parlano dell’arte stessa “Tu ch’entri qua pon mente parte a parte et dimmi poi se tante maraviglie sien fatte per inganno o pur per arte”. Difficile trovare una risposta, ma la nuova disposizione delle statue voluta nel dopoguerra dai nuovi proprietari sicuramente cerca di dare una visione complessiva attraverso un percorso prestabilito a chi decide di addentrarsi tra queste statue.

Ecco alcune tra le sculturepiù famose: 

una delle due sfingi, le quali accolgono i visitatori nel parco

Due sfingi accolgono il visitatore dentro il parco: esse sono le custodi di ciò che c’è al suo interno; rispettano sia i canoni classici (donne con il corpo da leone), sia quelli egizi (sono prive d’ali). Sono le guardiane che aprono le porte di questo labirinto.

Proteo o Glauco con una torre a simboleggiare il potere della famiglia Orsini

Il secondo mostro in cui ci imbattiamo è di dubbia interpretazione: alcuni lo identificano come Proteo, altri come Glauco, entrambe le figure hanno in comune quelle di essere tratte dalla mitologia greca . Questa pietra dalle sembianze antropomorfe sembra emergere direttamente dal terreno e sulla sua testa sostiene un globo sormontato da una torre: esso simboleggia i possedimenti della famiglia Orsini.

parte del gruppo scultoreo della tartaruga e della balena. Il forte animale porta sul suo carapace una dea alata

Il gruppo della tartaruga e della balena. I due animali, che sembrano fissarsi negli occhi fanno parte di questo gruppo scultoreo e sopra il carapace della tartaruga è presente una Nike. Quest’ultimo animale è simbolo di stabilità e di longevità, rappresenta in qualche modo l’unione tra la terra e il cielo. Questo elemento del parco simboleggia il passaggio verso la purificazione e la dea alata è l’apice di questa trasformazione.

la casa pendente del parco

La casa pendente sicuramente è una delle attrattive più conosciute e ammirate del parco. Si ritiene che l’entrata fosse situata proprio di fronte a questo edificio, che crea smarrimento in chi ci si avventura all’interno. Costruito su un masso inclinato esso non è solo pendente, ma gli interni stessi non sono ortogonali, creando un senso di non contatto con la realtà.

l’orco, una particolare caverna in tufo all’interno del parco. All’interno di questo antro le voci vengono distorte e questo lo rende uno dei posti più conosciuti e suggestivi

L’orco è la figura più celebre del Parco e ne è il simbolo. Questa enorme viso di pietra con la bocca spalancata è una camera scavata nel tufo. Scendendo alcuni gradini si può entrare al suo interno, dove sono collocate delle panche e un tavolo. Data la forma particolare dell’ambiente, le voci di coloro che vi entrano sono amplificate e distorte, creando un effetto spaventoso e del tutto inaspettato.

Molte sono ancora le statue che si potrebbero raccontare come Ercole, Proserpina, Cerere, l’Elefante e tante altre, che un articolo non basterebbe per muoversi tra significati, scritte e collocazioni, nonché speculazioni sull’argomento.

Forse questo era proprio l’obiettivo di Orsini, creare qualcosa che destasse stupore e fosse invidiato da tutti, nessuno lo saprà, ma esso sicuramente rimarrà un affascinante mistero.

Beirut, la fenice del Medio Oriente (Libano)

“Chiamatemi sognatore”: un quartiere a pezzi di Beirut avvia la ricostruzione. Molti temono che una ripresa completa non sarà possibile, ma i residenti di una delle aree di Beirut più cosmopolite e diverse si stanno già attivando per tornare e cercare di riparare i danni dell’esplosione dello scorso Agosto.

di Andrea Ferro

Il centro città di Beirut in una vista dal quartiere Mar Mikhael

Dopo l’esplosione nel porto dello scorso agosto, che sfigurò gran parte di Beirut, molti hanno paragonato la capitale del Libano alla mitica fenice, che sempre risorge dalle proprie ceneri. “Noi restiamo” recitano alcuni cartelli nel famoso quartiere della movida libanese di Mar Mikhael, uno dei quartieri colpiti più duramente. Poco lontano, lungo l’arteria principale di Gemmayzeh, un’altra area danneggiata pesantemente i cui edifici antichi ospitavano famiglie storiche come anche persone appena arrivate a Beirut, accadeva lo stesso: i residenti imploravano di tornare e gli striscioni sugli edifici promettevano di ricostruire tutto. 

Due mesi più tardi, alcune attività hanno iniziato a riaprire, e squadre di ingegneri e architetti volontari stanno lavorando per salvare gli edifici storici. 

Ma anche il più ottimista ammetterebbe di non credere che una ripresa completa sia possibile, alludendo alla mancanza di leadership del governo e alla penuria di risorse, combinate con un’economia vicina ad implodere, che ha reso anche riparazioni minime ed essenziali talmente costose da essere oltre le disponibilità economiche di molti residenti. Se Beirut è una fenice, è già durata anche troppo tempo, dicono: guerra civile prima, guerra con Israele dopo, governi incompetenti e corrotti, immani proteste, coronavirus e ora questo.

Una sala all’interno di Sursock Palace, un’attrazione del 19° secolo a Beirut

Nonostante fossero quartieri cristiani, Mar Mikhael, Gemmayzeh e le aree circostanti attiravano giovani libanesi di diverse confessioni religiose, così come stranieri e turisti, che facevano capolino tra i vari bar, caffè e gallerie d’arte. Gay, lesbiche e transgender si sentivano al sicuro. Imprenditori e designers vi si trasferivano. Negozi di hardware polverosi si trovavano a poche porte di distanza da negozi di caffè all’ultima moda.

Ecco, l’esplosione di agosto ha messo a rischio tutto questo tessuto sociale così unico, afferma la gente del posto. E non tutti sono davvero pronti a tornare. Sarebbe come cancellare ciò che è accaduto, mormora qualcuno – come passeggiare allegramente sopra una tomba.

Tarek Mourad, proprietario del Demo Bar

All’estremo confine di Gemmayzeh, tra una chiesa e un antico negozio di lampadari, una strada stretta si inerpica sulla collina con strane angolature. I locali la chiamano Thieves’ Lane (“Viottolo dei Ladri”) da molto tempo, quando era utilizzata come via di fuga veloce dalle autorità.

Nell’ultimo anno, i dissidenti antigovernativi che volevano schivare gas lacrimogeni hanno spesso percorso la stessa strada per nascondersi al Demo, un bar con panche di legno elegantemente consumate dal tempo e musica sperimentale che vibra e si propaga dalla console del DJ. Il proprietario, Tarek Mourad, 38 anni, ha aperto il Demo con un socio ormai un decennio fa, e l’ha reso una tappa obbligata di Beirut. La vetrina del bar si è frantumata in mille frammenti nel corso dell’esplosione. 

Tarek Mourad è il proprietario del Demo, un bar nel quartiere di Gemmayzeh, che è stato
pesantemente danneggiato nell’esplosione.

“Quando trascorri anni piantando qualcosa,” dice, “e all’improvviso arriva qualcos’altro che taglia la pianta e l’abbatte, tu speri che le radici siano ancora là.”

Non era però sicuro che tutto ciò che aveva reso il Demo ciò che era sarebbe tornato – i piccoli negozi e i panifici nelle vicinanze che riempivano la strada di vita o i vicini che si fermavano all’interno del locale per un sorso di caffè o un boccale di birra.

“Chiunque lavori al Demo, o ci abiti nei dintorni, ha bisogno di tornare e riavere la propria vita indietro” afferma. “Ma non si tratta solo del Demo, è un intero quartiere da ricostruire. Per anni, ho passeggiato quotidianamente a Gemmayzeh ma ora non c’è più. Quale forma prenderà, non lo so proprio.”

Fadlo Dagher, architetto

La famiglia di Fadlo Dagher iniziò a costruire la villa di famiglia di colore blu pallido sulla strada principale di Gemmayzeh nel 1820. Secondo Fadlo, le abitazioni nel vicinato – e un po’ in tutta Beirut – rappresentano il Paese tollerante, diverso e sofisticato che il Libano era destinato ad essere. “Questa è l’immagine dell’apertura,” dice con orgoglio “l’immagine di una cultura cosmopolita”.

Le case – in genere edifici ampi e alti pochi piani, con tetti dalle tegole rosse e alte finestre a tre arcate che si affacciano sulla strada e che si aprono in una sala centrale, iniziarono ad apparire a Beirut a metà del 1800, dopo che la città crebbe fino a diventare un crocevia commerciale tra Damasco (Siria) e il Mediterraneo.

Lo stile mescolava idee architettoniche provenienti dall’Iran, da Venezia e Istanbul. Mentre i muri delle case erano di arenaria libanese, i loro pavimenti e le colonne marmoree venivano importate dall’Italia, le tegole da Marsiglia e le travi di cedro dalla Turchia.

Fadlo Dagher, architetto, nella villa novecentesca della sua famiglia, che ha in programma di ristrutturare

Nonostante la guerra, l’incuria e la passione del XX secolo per i grattacieli e i palazzoni alti, molte abitazioni antiche a Gemmayzeh e Mar Mikhael non vennero toccate fino all’esplosione, che ha danneggiato in maniera importante circa 360 strutture edificate tra il 1860 e il 1930.

Abbandonarli, dice Dagher, vorrebbe dire gettare a mare una delle poche eredità condivise di un Paese perpetuamente fratturato. “Vorrei immaginare che ciò che sta accadendo qui, questa diversità, questa città mista, che ancora esiste, possa rifiorire un domani” dice “E’ una missione impossibile? Non lo so. Ma, OK, chiamatemi sognatore. Questo è ciò che voglio.”

Habib Abdel Massih, proprietario di un negozio

Habib Abdel Massih, sua moglie e suo figlio si trovavano nel piccolo negozio convenienza all’angolo di Gemmayzeh di sua proprietà, quando il quartiere scoppiò in mille brandelli, ferendo tutti e tre. Aveva trascorso la sua intera vita in quel quartiere, vedendolo mutare da tranquilla area residenziale a destinazione culturale.

Habib Abdel Massih è il proprietario di un negozio a Gemmayzeh

“Improvvisamente, tutto quanto è cambiato”, dice. “La maggior parte delle persone che conoscevo se ne sono andate.”

Si mostra preoccupato che la ricostruzione possa rivelarsi onerosa a tal punto che né i residenti locali né gli ultimi arrivati potrebbero tornare. Poche settimane dopo la bomba, Abdel Massih, 55 anni, si stava apprestando a riaprire il negozio. Un gesso rivestiva il suo piede. Stava vendendo acqua e caffè, non molto altro.

Roderick e Mary Cochrane, proprietari del Sursock Palace

Sursock è il nome del quartiere sopra la collina vicino a Gemmayzeh. È anche il nome della strada principale dell’area, del museo in quella strada, del palazzo poche porte più in là e della famiglia che abita in quel palazzo. Sono tutti danneggiati ora. 

Lady Yvonne Sursock Cochrane è cresciuta nel palazzo, che fu costruito dai suoi antenati a metà Ottocento. Trascorse decenni proteggendolo – prima dalla guerra civile in Libano durata 15 anni (restando ferma), ed in seguito dallo sovrasviluppo (acquistando le proprietà confinanti). Ad agosto venne ferita durante l’esplosione mentre stava seduta nella sua terrazza e le macerie iniziarono a cadere attorno alla sua sedia. Morì il 31 agosto, all’età di 98 anni. Il suo ultimo sguardo alla casa mostrava questo: il tetto parzialmente ceduto, i soffitti affrescati con più buchi che intonaco, statue di marmo in frantumi, arredi di era ottomana a pezzi, arazzi antichi consumati, finestre mosaicate esplose.

Mary Cochrane al Sursock Palace. “Tu restauri le cose perché sono parte della storia” dice Cochrane, la cui famiglia possiede il palazzo.

Suo figlio e la nuora, Roderick and Mary Cochrane, lo stanno ricostruendo. Non conoscono ancora il prezzo, sanno solo che sarà astronomico. Tu restauri le cose perché sono parte della storia”, dice la signora Cochrane, americana. Venne ricoverata in ospedale dopo l’esplosione ma si è ripresa “Ce ne prendiamo cura per le generazioni future.”

Il signor Cochrane aggiunge: “Mar Mikhael e Gemmayzeh dovrebbero restare un posto per i libanesi, per piccoli designers, piccoli commercianti. Senza di loro, non ci sarebbe Beirut, saremmo una città come Dubai.”

Bashir Wardini, proprietario di Tenno e del BBQ Butcher’s 

Appena sotto la via principale di Mar Mikhael – laddove il suono di risate, tintinnii di bicchieri e autoradio martellanti di pub veniva trasportato verso l’alto delle terrazze quasi ogni notte – si trova il BBQ Butcher’s e, subito lì vicino, un bar di cocktail, il Tenno. La strada principale ora appare scura e silenziosa; molti edifici restano ancora inabitabili.

Ma il Tenno è aperto.

Bashir Wardini e i suoi soci a metà settembre hanno accantonato i loro dubbi e hanno riaperto per festeggiare il compleanno di un loro amico. Non erano affatto sicuri che i clienti fossero pronti a tornare. E non erano sicuri di essere pronti nemmeno loro. 

Bashir Wardini mentre supervisiona la ricostruzione del suo pub

“Molti di noi, e i nostri clienti, dicono, ‘No, devi riaprire, devi andare avanti, perchè la strada ha bisogno di sentire di nuovo un qualche tipo di vita’” dice Bashir Wardini.

Il Tenno sembra sé stesso di nuovo, ma il resto del quartiere è tutt’altra cosa. Wardini confessa di evitare ancora di andare là, a meno che non sia proprio costretto.

“Servono troppi drink per scordare i dintorni” afferma.

La torre di Pisa non è la più pendente, ma di certo la più famosa (Toscana)

Tutti la conoscono, è uno dei monumenti più famosi e visitati d’Italia, ogni giorno è assediata da ondate di turisti che ironicamente si fanno ritrarre mentre la sorreggono: oggi vi porto alla scoperta della celebre Torre di Pisa.

di Jessica Colaianni

Il campanile della Cattedrale di Santa Maria Assunta, questo il suo vero nome, è un edificio a sé stante alto circa 57 metri e costruito nell’arco di due secoli, tra il Dodicesimo e il Quattordicesimo. 

La cattedrale di Santa Maria Assunta
La torre di Pisa, ovvero il campanile della cattedrale

I lavori di costruzione cominciarono nel 1173 e si pensa che il progetto sia dell’architetto pisano Diotisalvi, il quale nello stesso periodo stava realizzando il battistero che si trova nei pressi dello stesso spiazzo denominato Campo dei Miracoli. Un indizio che avvalora tale tesi è la presenza di diverse analogie tra le due strutture, a partire dal tipo di fondazioni.

vista sulla cattedrale dall’alto con il battistero di Campo dei Miracoli sullo sfondo

Altri studiosi invece danno la paternità a Gherardi, mentre secondo Vasari i lavori iniziali sono da attribuire a Bonanno Pisano, notizia ritenuta infondata ma che poi ha riaperto la questione a seguito del ritrovamento di una pietra tombale col nome dell’architetto, murata nell’edificio. La torre presenta una pendenza che l’ha resa nota al mondo intero. Tale inclinazione è dovuta a un cedimento del terreno su cui sorge la base del campanile, presentatosi già durante le prime fasi di costruzione causandone una temporanea interruzione a metà del terzo piano. Gli altri tre piani vennero aggiunti successivamente, con la ripresa dei lavori nel 1275 sotto la guida di Giovanni di Simone e Giovanni Pisano. I due tentarono di raddrizzare la torre, ed è per questo motivo che gli ultimi piani aggiunti tendono a incurvarsi in senso opposto alla pendenza. Alla metà del secolo successivo, la costruzione venne completata, con l’aggiunta in fine della cella campanaria. Il campanile è composto esternamente da giri di arcate cieche e sei piani di loggette. L’interno presenta due stanze, una alla base della torre, nota come sala del Pesce, per via di un bassorilievo raffigurante tale animale, mentre l’altra, invece, è la cella campanaria, al settimo anello. Sono inoltre presenti tre rampe di scale, la prima che parte dalla base e si interrompe al sesto anello, la seconda a chiocciola, più piccola, che porta dal sesto anello al settimo e infine la terza, ancora più piccola e sempre a chiocciola, che porta dal settimo anello alla sommità. Nel corso dei secoli la torre è stata interessata da diversi interventi di restauro volti soprattutto a stabilizzare  e talvolta a ridurre persino la pendenza, che si attesta attualmente su 3,97°. Sebbene sia la più famosa, Pisa presenta una serie di altre torri anche queste pendenti a causa del suolo costituito per lo più da sabbia e argilla.

la torre vista dal basso

Nonostante sia la caratteristica inclinazione che ha dato celebrità alla Torre di Pisa, concludo con una piccola curiosità: recentemente essa ha perso il primato come torre più pendente, è stata battuta infatti, dalla Torre Garisenda di Bologna. Costruita agli inizi del XII secolo, quest’ultima pare pendesse già dalla nascita, ce lo riferisce lo stesso Dante Alighieri nel XXXI della Divina Commedia. Originariamente alta circa 60 metri, si pensò di abbatterla ma nel 1293 il Comune decise invece di mozzarla di 12 metri. Con i suoi 4° di inclinazione, è la prima torre pendente di Italia, ma tuttavia non così famosa quanto Pisa. 

Volete conoscere più sull’Italia e le sue meraviglie? Potete trovare altri articoli cliccando su questo link –> http://art-du-monde.com/litalia-da-nord-a-sud-da-est-a-ovest/

Il murales tentacolare che omaggia i netturbini del Cairo (Egitto)

Un murales, realizzato in un quartiere del Cairo abitato prevalentemente dai netturbini della capitale, cita un vescovo copto del III secolo che una volta disse: “Se si vuole vedere la luce del sole, prima occorre strofinarsi gli occhi”.

di Andrea Ferro

L’intricato murales ha preso forma nel giro di poche settimane un paio di anni fa e fu poco notato all’inizio, estendendosi lungo un quartiere del Cairo piuttosto tormentato, dove oggi abitano i netturbini egiziani, circondati da cumuli straripanti di spazzatura prodotta da questa capitale sovraffollata.

Ultimata nel giro di due settimane, l’opera ha finito per estendersi lungo più di 50 edifici, cosa che la rende il lavoro pubblico artistico più grande che si possa ricordare. Il murales, un cerchio di arancione, bianco e blu, cita, con calligrafia araba, un vescovo cristiano copto del III secolo che disse: “Se qualcuno desidera vedere la luce del sole, egli deve prima stropicciarsi gli occhi”, un rimando all’azione dei netturbini, grazie ai quali Il Cairo può mostrare al mondo i propri tesori.

Quando le prime fotografie dell’opera hanno iniziato a circolare, le reazioni andavano dal piacere stupefatto all’incredulità. Alcune persone, notevolmente colpite dalla sua dimensione impossibile all’apparenza, erano convinte che le immagini fossero state alterate digitalmente, racconta l’uomo dietro il progetto, un artista tunisino-francese conosciuto come eL Seed.

Ma l’aspetto più sorprendente era che eL Seed e i parecchi amici che lavorarono con lui fossero stati in grado di completare il progetto senza subire intimidazioni o essere arrestati.

Il governo egiziano, piuttosto arbitrario, ha mostrato in generale poca tolleranza nei confronti degli artisti, inviando spesso propri agenti a fare irruzione nei centri culturali e perseguitando recentemente uno scrittore accusato di attentare alla moralità pubblica. “Gli artisti di strada che hanno reso la città la loro tavolozza a cielo aperto durante i giorni esaltanti che seguirono le sommosse egiziane nel 2011 ultimamente sono stati costretti a lavorare in tutta fretta o in segreto, portando a termine i propri progetti come stessero facendo una rapina” afferma Soraya Morayef, che ha documentato la street art degli ultimi cinque anni nel suo blog.

Ma eL Seed ha scelto proprio l’angolo dimenticato della città per antonomasia, chiamato Manshiyat Naser, ben lontano dallo sguardo delle autorità: la tipologia di posto dove gli artisti potevano godere di maggiore spazio (e margine di manovra) per lavorare.

L’artista ha dichiarato che il suo intento era quello di provare a cambiare le percezioni popolari del distretto, troppo spesso associato all’idea di squallore e sporcizia, e celebrare i decenni dell’umile lavoro svolto in silenzio dai suoi residenti, occupati a smistare e riciclare tonnellate di spazzatura cittadina.

EL Seed vanta nella propria carriera l’aver già dipinto grandi opere artistiche, contrassegnate da una calligrafia distintiva, anche in altri Paesi: nel corso degli ultimi anni, ha viaggiato soprattutto tra Francia e Tunisia, ma l’esperienza in Egitto, e la reazione che l’ha seguita, sono state incontenibili sfociando in qualcosa che era totalmente imprevedibile.

Intervistato più volte in questi ultimi anni, l’artista attribuisce il successo del suo progetto, che è stato interamente autofinanziato, in primis alla sua decisione di lavorare in maniera discreta e silenziosa, con la cooperazione dei residenti, ma anche all’ingenuità dei visitatori.

Questo ha significato ignorare completamente o perlomeno tenersi alla larga da discussioni e polemiche che si sono abbattute su numerose opere d’arte, manifestazioni artistiche o, più in generale, espressioni pubbliche verificatesi in un Egitto facilmente suscettibile come quello odierno. “A volte quando vieni da fuori, non vedi tutti i problemi che potrebbero accadere”, ha dichiarato l’artista, “Io stavo provando a non guardare alla situazione politica, alle lotte e alle rivendicazioni economiche, per focalizzarmi soltanto sul progetto artistico”.

L’apprezzamento è giunto unanime dall’intero quartiere: dai giovani attivisti antigovernativi ad altri artisti. Uno street artist egiziano molto conosciuto per i propri graffiti, Ammar Abo Bakr, scrivendo su Facebook, ha definito il murales “il primo del suo genere in Egitto”. “Proviamo soltanto ad immaginare se i nostri artisti, che vendono la loro arte per migliaia di sterline, avessero deciso di contribuire in questo modo e avessero suggerito alcune soluzioni per abbellire o arricchire le facciate dell’Egitto”, ha scritto. Oltre a lui, più di 5.000 persone hanno condiviso il post su Facebook della dichiarazione d’intenti di eL Seed: inutile dire che c’erano centinaia di commenti soprattutto positivi che gli davano atto di aver raggiunto gli obiettivi che si era prefissato. “Parole belle e oneste”, scrive in egiziano una donna. “I netturbini – ha aggiunto – meritano la nostra gratitudine”. 

In tutto ciò, le autorità sono sembrate colte di sorpresa. L’Ambasciata egiziana a Washington ha pubblicizzato il progetto sul suo profilo Twitter, dicendosi “totalmente affascinato”. Mentre eL Seed pianificava il murales, è stato affiancato da un prete locale, il reverendo Samaan Ibrahim, considerato un leader dei netturbini (soprattutto copti) nel quartiere. L’approvazione del sacerdote e la sua partecipazione al progetto hanno così portato i residenti a bordo, dando vita ad una vera e propria opera condivisa.

Il quartiere venne stabilito più di quattro decenni fa, con la sua suggestiva collocazione all’ombra delle falesie da una parte e le strade maleodoranti dall’altra: oggi è il più riconoscibile di tutta una serie di insediamenti dove abitano i netturbini.

Il quartiere ha ricevuto frequenti attenzioni nel corso degli anni da parte di organizzazioni di aiuto internazionale e giornalisti, che l’hanno reso uno degli insediamenti più prosperi e promettenti, ha dichiarato Gaetan du Roy, un ricercatore belga che studia le vite religiose dei netturbini. Ma molti dei suoi residenti si sono impoveriti continuando ad essere guardati come cittadini di seconda classe visto il loro contatto costante con la spazzatura. Anche le relazioni degli abitanti con il governo sono divenute sempre più tese. Le autorità hanno provato, perlopiù senza successo, a rimpiazzare i netturbini e le loro estesissime reti familiari con moderne compagnie private. Durante uno degli shock più traumatici verificatosi nell’area, il governo del Presidente Hosni Mubarak, reagendo alla paura dell’epidemia di influenza suina nel 2009, ha deciso di uccidere tutti i maiali in Egitto, inclusi migliaia di suini tenuti dai netturbini, che li utilizzavano per consumare i rifiuti organici o ne vendevano la carne.

Dalle strade del quartiere l’opera appare divisa in frammenti: come un caleidoscopio che comprare sopra il cortile in cui i membri di una famiglia cercano con attenzione di riciclare borse di spazzatura, o un mosaico che si staglia su un terrazzo occupato da una manciata di pecore. La dimensione del murales sembra avvolgerti da ogni dove ed è interamente visibile da Mokattam Hill, ai margini del distretto, vicino ad una famosa cattedrale scolpita all’interno di una gotta.

Visti da qui, i colori interrompono la monotonia delle facciate tutte color rosso mattone, distinguendo questi edifici dai migliaia sorti nella città durante gli ultimi decenni, con controlli pressoché assenti, in un goffo tentativo di contenere la popolazione del Cairo in continua espansione.

Nei giorni successivi al completamento del murales, gli abitanti di Manshiyat Naser sembravano non aver fatto troppo caso al messaggio: soltanto in pochi, infatti, si erano inerpicati sulla collina per godere della vista completa e appena una manciata avevano idea di cosa dicesse la calligrafia.

Al contrario, la gente era profondamente colpita dal fatto che eL Seed e i suoi amici si fossero degnati di viaggiare fino al Cairo e che si fossero immersi nel quartiere, sfidando pregiudizi e preconcetti che nel corso del tempo hanno portato l’area a veder scomparire i propri turisti. Semmai l’unica lamentela è stata che l’artista avrebbe potuto dipingere ancora più case.

“I turisti erano soliti giocare con i figli qui e parlare con le persone” dice Boutros Ghali, un negoziante di 24 anni, mentre piazza una sua foto assieme a dei visitatori, tra i quali un giovane algerino, nella parete del suo negozio. “Noi, le persone del posto, li amavamo e col tempo ci eravamo abituati alla loro presenza e a trattarli da ospiti. E quando i turisti se ne sono andati, la gente divenne molto triste”.

se voleste conoscere altri viaggi e altre destinazioni del nostro Andrea, ecco alcuni dei suoi ultimi articoli

Le donne dalla faccia tatuata, Chin State (Myanmar)

Periodo di Carnevale, tempo di maschere. Eppure, c’è chi è costretto ad indossare una maschera molto speciale sul proprio volto per tutta la vita! Tra le remote e quasi inaccessibili montagne dello Stato di Chin, in un’area del Myanmar al confine con Bangladesh e India, le donne di alcune tribù etniche sono rinomate in tutto il Paese per i tatuaggi che ospitano sul proprio viso.

di Andrea Ferro

La leggenda locale narra di un sovrano birmano che nella notte dei tempi viaggiò nella regione e fu talmente colpito dalla bellezza delle donne locali da decidere di rapirne una per prenderla in moglie. In seguito a ciò, le famiglie Chin iniziarono a tatuare le loro figlie in modo da coprirne la bellezza per assicurarsi che non fossero portate via. Il tatuaggio veniva disegnato sul volto delle ragazze tra gli 11 e i 15 anni e richiedeva almeno un giorno. Col tempo questa tradizione che doveva rendere le donne indesiderabili ha iniziato ad avere l’effetto opposto. I tatuaggi facciali completi sono diventati segni distintivi di bellezza per ogni donna Chin della vecchia generazione. 

Altre favole Chin raccontano invece di quando la pratica iniziò a diffondersi per differenziare le diverse tribù nel caso di rapimenti. 

Un’ultima spiegazione collega i tatuaggi alla religione. A partire dal periodo della colonizzazione inglese, molte minoranze Chin si convertirono al Cristianesimo o lo accettarono accanto alle credenze animiste. Alcuni esponenti Chin ricordano che i pastori locali insegnavano loro che solo chi avesse avuto il volto tatuato sarebbe stato considerato degno di entrare nell’aldilà.

Negli anni Sessanta, il governo Birmano bandì la pratica dei tatuaggi sul volto, come parte di un programma politico che la considerava retaggio del passato. Molti missionari iniziarono anche a denunciarla come atto barbarico

Ci sono sei modelli di tatuaggi facciali nella regione Chin e ognuno differisce dall’altro a seconda della tribù. Ad esempio, le donne di M’uun sono riconoscibili per i tatuaggi dalle loro grandi forme a D, mentre le tribù Yin Du hanno lunghe linee verticali distinte che attraversano tutto il loro viso. Generalmente la tecnica più comune consisteva nell’utilizzare una spina di canna per applicare sul viso una miscela di corteccia di pini verdi, fuliggine e foglie di fagioli. Dopo aver applicato il liquido, il viso doveva essere lavato per due giorni e se i segni non erano abbastanza chiari, allora il processo doveva essere ripetuto di nuovo. Il processo risultava estremamente doloroso, anche perché spesso doveva essere ripetuto diverse volte prima di essere completato.

Col tempo, questa regione che per secoli era rimasta isolata iniziò ad aprirsi al mondo. Le giovani generazioni iniziarono a trovare quasi imbarazzanti quei segni distintivi sul volto delle madri. Ad oggi, le donne anziane sopra i 60 anni sono le uniche che portano ancora la tradizione del tatuaggio del viso, e sono considerate come le ultime del loro genere. Una volta che se ne saranno andate, un capitolo della storia Chin sarà relegata per sempre nei libri di storia.