Perché la cultura è importante

L’Italia, più precisamente la sua Costituzione, annovera tra i suoi principi fondamentali (art. 9) la cultura e le sue attività come parte integrante dello Stato, il quale ha il compito di tutelare e valorizzare ogni suo aspetto.

di Jessica Colaianni

La pandemia scatenata dal Covid-19 che da mesi sta tormentando il mondo intero, ha messo a dura prova questo principio, trasportando in una profonda crisi un intero settore, già messo in difficoltà da anni. Già durante la prima fase del virus, a marzo, le attività culturali, come quelle di molti altri settori, sono state sospese per tutelare prima di tutto la salute di ogni cittadino. Durante l’estate abbiamo assistito a una lenta ripresa, dovuta anche all’attività di promozione di alcuni luoghi che si sono avvalsi di famosi influencer (prima fra tutti Chiara Ferragni di cui vi abbiamo parlato qui) per spingere gli italiani a scoprire e a visitare le proprie bellezze.

Gli Uffizi

Con l’aumento dei contagi a settembre, però, si è tornato a parlare di restrizioni, ma cosa ancora più spinosa, di cosa è essenziale e cosa no. Tra i primi interventi inerenti al mondo della cultura, rientra l’ordinanza del Ministero della Salute del 25 settembre, che sospende fino a data da destinarsi le domeniche gratuite ai musei. Il provvedimento blocca così una delle iniziative riguardanti i beni culturali che più di tutte ha avuto successo. Lanciata dal MiBACT nel 2014, essa ha registrato sin da subito un aumento importante di introiti e visitatori. La causa della sospensione è dovuta all’ingente flusso di persone che si riversa durante queste giornate, quindi è comprensibile la motivazione che sta dietro l’emissione di questa ordinanza. Ma piuttosto che intervenire con una cancellazione temporanea non bastava trovare una soluzione diversa, magari un accesso tramite prenotazione, come avviene ad esempio per tutte le mostre, per dare così comunque la possibilità di fruire di un po’ di bellezza, così necessaria in questo periodo buio, anche a coloro che, soprattutto di questi tempi, non avrebbe la possibilità economica per pagare un biglietto? Ma passiamo al prossimo provvedimento, che ha scatenato non poche polemiche e proteste. Il 25 ottobre il governo emana un nuovo DPCM che regola la chiusura di attività non definite essenziali, al fine di limitare quanto di più la socialità e di conseguenza il contagio, che si fa sempre maggiore. Tra queste attività obbligate alla chiusura rientrano i cinema e i teatri.

Le chiusure di marzo avevano già inflitto negativamente sulle attività non essenziali quali cinema, teatri e luoghi dediti alla cultura

Le polemiche e le petizioni che si sono susseguite sono tante, se da una parte abbiamo la salute, priorità assoluta da tutelare, in particolare in questo momento, non possiamo non ascoltare il dolore di chi con queste attività non essenziali ci campa, o quantomeno prova a farlo. Attori, registi, assessori alla cultura si sono opposti al provvedimento, facendo appello al Premier Conte e Dario Franceschini, Ministro del MiBACT, per spingere sulla riapertura di questi luoghi che, dopo aver faticato e speso soldi per adeguarsi alle norme di sicurezza, si vedono costretti a dover richiudere le loro porte. La motivazione maggiore che chiede che le porte dei luoghi culturali rimangano aperte è dimostrata anche dall’evidenza dei fatti: da marzo sino ad oggi è risultato solo un caso di positività tra gli spettatori, quindi l’incidenza sui numeri dell’epidemia è talmente bassa che forse viene da pensare che siano altri i settori a cui rivolgersi se si vogliono davvero ridurre i contagi.

Il nuovo DPCM prevede di nuovo la chiusura totale dei luoghi di cultura

Una scelta inoltre che, secondo alcune indiscrezioni uscite qualche giorno dopo la firma del decreto, più che scientifica appare politica, scaturita infatti da uno scontro tra Franceschini e Spadafora, Ministro dello Sport, il quale anche lui si è battuto contro la chiusura di piscine e palestre. Infine il 6 novembre è entrato in vigore un nuovo dpcm che suddivide le regioni italiane in tre aree di rischio. In ogni caso, la decisione di chiudere le mostre e i musei ricade comunque su tutto il territorio nazionale. Viviamo in tempi difficili dove complesse sono le scelte che si compiono per proteggere la salute. Non sono qui per giudicare l’operato e le scelte del Governo, lo Stato ha il compito di occuparsi di diverse materie: istruzione, cultura, salute, economia ecc. ed è normale che talvolta per far fronte a un problema se ne debba favorire una ad un’altra, ma è anche vero che come ha spiegato Cultura Italiae che “chi opera nel settore della cultura è consapevole dell’importanza che essa ricopre soprattutto in momenti difficili come quello che ci troviamo ad affrontare. Sarebbe un grave danno per i cittadini privarli della possibilità di sognare e di farsi trasportare lontano oltre i confini della propria quotidianità”. La nostra salute, quella mentale, viene messa a dura prova, altri dati parlano chiaro: depressione, cattivo umore, suicidi sono solo alcuni, ma significativi, problemi che la pandemia sta provocando, e se non abbiamo la possibilità di sognare, guardando un film, uno spettacolo o un’opera d’arte, non si sa come ne usciremo. 

Fonti:

Forse dobbiamo rivedere le nostre priorità

L’Italia è il Paese delle perenni lamentele, delle stupide polemiche e dell’incapacità di connettere il cervello alla bocca. La Ferragni colpisce ancora e di nuovo fa scandalo, ma mentre il mondo del web guarda a lei con indignazione non si accorge che, forse, sta succedendo molto di peggio. Perché? Scopriamolo insieme.

di Silvia Michelotto

Dopo gli Uffizi, il Salento e la Sardegna, Chiara Ferragni conquista di nuovo Venezia. 

Un anno fa camminava sul red carpet del Festival del cinema  – che si svolge nella città lagunare per sponsorizzare il suo docu-film, Chiara Ferragni-Unposted, quest’anno, invece,  ha ricevuto il Leone d’oro per l’impegno che ha dimostrato durante l’emergenza COVID e nella ricerca di far riprendere l’economia del Paese puntando sulla cultura. Ovviamente questa premiazione non è andata giù ai più che hanno visto solo l’ennesima trovata pubblicitaria di una manifestazione che, privato dalla copertura mediatica di un tempo a causa della pandemia, aveva bisogno di far parlare di sé. Ma è indubbio che l’impegno dell’imprenditrice digitale sia stato importante, come quello di tanti altri, per raccogliere fondi necessari alle strutture mediche pubbliche, per sensibilizzare le persone sull’importanza dei dispositivi di protezione e a spingerle a spostare il proprio sguardo su attività più culturali e meno mondaiole.

La polemica, però, non si è fermata dopo uno dei suoi post.

Gli organizzatori del Festival, come quelli di tanti altri eventi di questa portata, offrono ai proprio ospiti una gita per la città in cui si svolge, appunto, l’evento (se ve lo siete perso su Instagram i Pinguini Tattici Nucleari, Shade, Elettra Lamborghini e tanti altri hanno condiviso nelle stories le gite che hanno fatto nel Salento grazie alla partecipazione al Vodafone Battiti Live). In questo caso Chiara ha avuto il piacere di salire su Scala Contarini del Bovolo, un piccolo gioiello tra le calle di Venezia, dove ha posato per una foto in cui, ahimè, metteva un piede sullo zoccolo dove poggiano le colonne del parapetto. I veneziani, e non solo, si sono lanciati contro di lei all’urlo di Hai rovinato Venezia !. Seriamente? Un piede su un parapetto ha rovinato la città? E le lavatrici, le vespe e le macchine (sì, perché hanno tirato fuori anche quelle!) che vengono portate alla luce ogni volta che si draga un canale non rovinano Venezia? I turisti che si tuffano in Laguna (e li ammiro per il loro coraggio visto lo schifo che c’è nell’acqua) e che lanciano oggetti dai ponti o che scambiano la Galleria Marciana per un WC? I turisti e non, che fanno fare ai bambini le foto sui leoni di San Marco rischiando di romperli o rovinarli? Loro non rovinano la città, ma un piede su un parapetto sì? 

 la foto incriminata tratta dal profilo di Chiara Ferragni sopra la torre dei Bovoli
un carrello della lavanderia trovato durante la pulizia di un canale a Venezia

Complimenti per le vostre priorità! E sì, sono cattiva sul discorso perché mi sembra assurdo che le persone non riescano ad andare oltre, a vedere dove stanno i veri problemi del mondo dell’arte. E non parlo del piede della Ferragni, ma dell’ipocrisia che ormai si sta impadronendo anche delle alte sfere, degli organi competenti alla tutela del nostro Patrimonio

E, tranquilli, vi porto degli esempi illustri. Il primo è datato 23 luglio 2020: a Lecce, nella piazza principale, si svolge la sfilata in cui viene presentata la nuova collezione di Dior, ispirata alla bellissima Puglia. La scelta non è assolutamente casuale: la famiglia di Maria Grazia Chiuri, la prima donna a dirigere la famosa casa di moda francese, è originaria della città e l’ha voluta omaggiare presentando proprio qui la nuova linea Cruise che richiama la tradizione della sua Terra. 

l’allestimento per la sfilata a Dior nella piazza di Lecce, realizzato da Marinella Senatore
 gli abiti della collezione Cruise 2020 ispirati alla tradizione pugliese

Con l’aiuto dell’artista Marinella Senatore la piazza è stata riempita da più di 3.000 led, sistemati su strutture autoportanti, simili a quelle utilizzate per le feste di paese. Ad allietare la serata e accompagnare la sfilata vi era la pizzica, la musica tradizionale, canti e balli popolari. A completare il tutto, Giuliano Sangallo, voce dei Negramaro, al termine della serata ha eseguito Meraviglioso

L’evento ha avuto un grande successo ed è stato accolto positivamente dalla critica e dall’ambiente storico-artistico, come un modo per riportare alla luce la tradizione di un luogo così ricco di storia e il rispetto per i beni che si affacciano sulla piazza. Ovviamente c’è chi si è lamentato in quanto, in un periodo come questo, non si deve guardare a sciocchezze come la moda, perchè sono stati probabilmente danneggiati degli elementi architettonici a causa di strutture che di sicuro non erano autoportanti e anche chi ha inneggiato allo scandalo dell’appropriazione culturale e così via… 

Tutte osservazioni inutili e fatte unicamente per criticare. Sarà stato un evento superficiale e inappropriato per il periodo che stiamo vivendo, ma ha portato lavoro ad albergatori e ristoratori che fino a quel momento erano in crisi nera, inoltre nessuno di questi leoni da tastiera era  presente e quindi non hanno potuto controllare in che modo si sorreggessero le strutture. Non possiamo che fidarci dell’artista che ha pensato all’installazione, ma, soprattutto, se non fossero state autoportanti, come li avrebbero sistemate in poco meno di tre giorni? I danni per un’installazione e disallestimento così rapidi sarebbero stati evidentissimi. E poi appropriazione culturale di cosa? Lei è pugliese, quindi ha solo elogiato la sua cultura natia.

Tante lamentele su tutto questo e non sul fatto che la Sovraintendenza dei Beni Culturali non ne sapesse nulla! Infatti, un paio di giorni dopo la sfilata esce la notizia riguardo al fatto che coloro che devono tutelare e controllare i Beni Culturali della zona non si erano accorti che lì ci sarebbe stata una sfilata. Dicendo prima che la richiesta non era mai arrivata e successivamente che era arrivata il 14 luglio, quindi meno dei 30 giorni previsti per legge. La domanda sorge, quindi, spontanea: perché, sapendolo, non si è fermata la manifestazione? Perché si è preferito parlare dopo, quando il danno era già fatto, piuttosto di fermare i lavori? Sarebbe stata una cosa sensata se il vero scopo era salvare il Patrimonio artistico, culturale e paesaggistico. Invece si è preferito correre il rischio e mandare poi una multa.

In sordina, invece, è passata la sfilata di Dolce&Gabbana del 2 settembre a Palazzo Vecchio. La nota casa di moda milanese ha presentato in questi giorni una nuova collezione ispirata al Rinascimento (il Rinascimento non c’è stato pure a Milano?) e che propone stampe e ricami che hanno come soggetto il giglio fiorentino (non è appropriazione culturale?). La sfilata, a differenza di quella di Dior, ha bloccato il Palazzo, che ricordo essere la sede di un museo ed essere di fronte a Piazza della Signoria, che, quindi, ha subito dei blocchi lei stessa, per ben 13 giorni. Tempo che è servito per allestire la sala con la passerella e per organizzare la cena di gala nella Sala dei Cinquecento. Giorni in cui i visitatori non hanno potuto ammirare le opere o passeggiare per una delle piazze più belle di Italia. 

 L’allestimento della Piazza della Signoria per la sfilata di Dolce&Gabbana
 l’allestimento all’interno della Sala dei Cinquecento della sfilata di Dolce&Gabbana

E se Dior ha cannato con le tempistiche, ma ha pagato la salata multa, e la Ferragni ha pagato, come hanno più volte spiegato Schmidt e gli addetti alle entrate economiche degli Uffizi, la somma dei biglietti rimasti invenduti durante la sua visita, D&G hanno ricevuto un trattamento alquanto…economico. I tredici giorni di occupazioni gli sono costati solo il 50% della normale quota di affitto del suolo pubblico, l’accesso e lo scarico in ZTL sono stati gratuiti, l’esenzione dal pagamento del lavoro straordinario della Polizia Municipale, che doveva organizzare la viabilità della zona, e la partecipazione gratuita del Corteo Storico della Repubblica Fiorentina che ha allietato gli ospiti all’inizio della serata.

E la domanda che vi pongo è: veramente ci indigniamo per un piede su un parapetto, che forse ha visto ben di peggio, quando chi deve proteggere il nostro Patrimonio preferisce intascare una multa piuttosto di bloccare un evento per verificare le norme di sicurezza o piegarsi al volere di una maison, invece, di pensare ai turisti che vogliono accrescere il proprio bagaglio culturale o ai cittadini? Seriamente, la Ferragni è la nostra priorità e non un museo chiuso per due settimane? Veramente ci indigniamo di più per il fatto che i musei siano chiusi a causa del COVID e di mancanza di personale, invece di pensare che sia una vergogna che venga chiuso per un evento riservato a pochi?

Forse è il caso di rivedere le nostre priorità..

Fonti:

https://www.elle.com/it/showbiz/gossip/a34022660/chiara-ferragni-news-leone-doro-venezia/

-A. de’Navasques, Dior sfila a Lecco con la collezione Cruise 2020. Con un intervento di Marinella Senatore, https://www.artribune.com/progettazione/moda/2020/07/dior-cruise-2021-lecce/

https://www.finestresullarte.info/attualita/christian-dior-sfilata-non-autorizzata-dalla-soprintendenza

https://www.quotidianodipuglia.it/lecce/incompatibile_con_la_tutela_del_luogo_e_parte_un_interrogazione_al_ministro-5367109.html

-F.Giannini, Firenze, Palazzo Vecchio regalato a D&G,  https://www.finestresullarte.info/opinioni/firenze-palazzo-vecchio-regalato-a-dolce-e-gabbana

Come Chiara Ferragni ha ucciso gli Uffizi

20, 6 milioni di follower, aziende che fatturano miliardi e un impero nell’ambito della moda: Chiara Ferragni non si ferma e sbarca agli Uffizi per insegnarci qualcosa di più sulla comunicazione e sulla mediazione museale.

di Silvia Michelotto

Aneddoto inutile: nella mia tesi magistrale ho parlato dell’importanza degli archivi e delle biblioteche e della Memoria, ma soprattutto perché questa è praticamente invincibile. Non riuscivo a trovare un modo per collegare il corpus principale alla mia conclusione, al mio filosofeggiare della domenica, o meglio…ce l’avevo ma mi imbarazzava da morire. Così, un giorno, presi coraggio e andai dalla mia relatrice e tutto d’un fiato le dissi “Posso citare gli Avengers?”. Lei ha alzato un sopracciglio, ha sospirato, si è tolta gli occhiali e si è massaggiata la radice del naso, mentre nel frattempo ricapitolavo quanti oggetti contundenti avesse a portata di mano. “Cara” -calcolo di quanto ci avrei messo a nascondermi dietro la porta-“Non hai ancora capito niente?” -conto di quanti gradini avrei fatto di sedere cercando di fare le scale di corsa- “Mediazione è tutto, anche gli Avengers” – momento di confusione – “Eco ha utilizzato Mike Bongiorno per parlare dell’impatto dei nuovi media, figurati se tu non puoi citare Thanos”.

Solo dopo ho connesso che non potevo aspettarmi niente di meno da una professoressa che non solo aveva accettato una tesi (la mia) che partiva da una frase di Doctor Who,  ma che per spiegarci  come si sta evolvendo l’immagine del museo ci ha mostrato Una notte al museo e il video di Beyonce e Jay-Z. Perché sì, un film comico e Apes***t è mediazione culturale, è il modo in cui il mondo dell’arte comunica con il suo pubblico e con chi, anche, si deve avvicinare ad esso. 

Ecco perché di fronte a una Chiara Ferragni che fa la foto davanti alla Venere di Botticelli non ci dobbiamo assolutamente sorprendere o sentirci offesi: è così da anni e, c’è poco da fare, porta pubblico, permette agli Uffizi, in un periodo di crisi come questo, di sopravvivere, di sbarcare il lunario in qualche modo. Perché c’è questo da tenere in conto: non è che La Madonna della Melagrana  si restaura e dà da vivere a tutti i dipendenti del museo con un miracolo. Se ci sono pochi visitatori, c’è poco guadagno, pochi soldi per i restauri, meno soldi per i dipendenti e così via… becera contabilità!

Chiara Ferragni posa davanti alla Venere di Botticelli

Le urla di gente scandalizzata, soprattutto di addetti ai lavori, di fronte al fatto che l’imprenditrice digitale italiana più famosa al mondo sia andata a visitare uno dei musei più importanti della Penisola, che abbia messo a disposizione il suo profilo per fare una buona pubblicità al nostro patrimonio artistico e culturale (non si è fermata solo a Firenze, ma ha anche consigliato di visitare il Salento e la Sardegna), non le accetto.  Dov’erano quando ci sono andati Richard Gere, Russel Crowe, Elton John, le star de La casa di carta, Ben Harper e i Franz Ferdinard

Molti altri artisti sono andati a visitare gli Uffizi e si sono fatti immortalare di fronte alle opere.In questo caso – di lato- Kylie Minogue posa con il direttore degli Uffizi Schmidt davanti ai ritratti dei coniugi Montefeltro

Sia chiaro: non sono una fan della Ferragni, la trovo una donna intelligente (ha aziende che fatturano miliardi ed è stata la prima a creare un lavoro nell’ambiente digitale), e non apprezzo il suo mettere perennemente in vista la propria vita, ma…ehi, è il suo lavoro! E, ripeto, se questo permette di influenzare delle persone ad andare a vedere le nostre città, ridare vita ai nostri luoghi di cultura, ben venga.

Non è lei il male dell’umanità, non è lei che ha tolto fondi alla cultura o impedito agli Uffizi di continuare a lavorare con la sua visita. Non è stata Chiara con delle foto, in cui non solo rispetta le norme anti-Covid ma pure quelle di fruizione del museo (che, poi, voglio vedere quanti di noi non si sarebbero scaraventati sul Giulio II di Raffaello per poterne ammirare le pennellate e i giochi di luce), a suggerire la brillante idea al turista austriaco di sedersi in braccio alla Paolina Bonaparte di Canova nella Gipsoteca di Possagno. 

Molti si barricano dietro al fatto che l’ultima trovata di Schmidt, direttore attuale del complesso museale degli Uffizi e promotore di numerose attività di questo tipo, abbia portato alla vendita massiva dei biglietti, impedendo a chi è realmente interessato di poter svolgere una visita tranquilla e attenta all’interno di uno dei musei più ricchi e importanti di Italia. Mi sorge spontanea una domanda: quindi, le lunghe colonne davanti al Louvre, agli Uffizi, al Prado, al MoMA e più che ne ha più ne metta, erano composte solo di gente realmente interessata all’arte?

Vorrei sapere quanta gente è entrata nel museo fiorentino sapendo che è un progetto architettonico di Vasari o quanti sanno chi ha salvato il Louvre durante la Seconda Guerra Mondiale. Perché i musei, i grandi nomi che conosciamo grazie ai libri d’arte, sono i cosiddetti blockbuster: mete obbligate se si va in una determinata città, luoghi che bisogna andare a vedere per forza, magari senza capirci veramente qualcosa. 

Come mai? Perché si è creata, nel corso del tempo, l’idea che l’arte è del popolo (giustamente!) e che conoscerla è necessario per avere un posto nella società: è lecito non sapere che cos’è un Quagga, ma non puoi non sapere chi è Picasso.  Questa ansia porta automaticamente a fagocitare musei su musei, opere su opere, senza cogliere il vero senso di ciò che si vede, senza apprezzarlo o comprenderlo. 

Noi, storici, critici, galleristi, ci preoccupiamo di dove posizionare l’opera o il cartellino, cosa mettere nelle panoramiche storiche a inizio sala, cosa dire o non dire durante il percorso, di scrivere tomi su tomi di museologia senza porci la vera domanda: cosa rimane al turista medio? Che cosa ha imparato?


E la cosa paradossale è che, con molta probabilità, una persona, grazie a un follow su instagram, ha scoperto Simonetta Vespucci, mentre altri che si sono fatti la visita guidata, manco si ricordano chi essa sia. Ma non è colpa loro! Molto spesso siamo proprio noi, gli addetti ai lavori, che amiamo così tanto riempirci la bocca di parole complesse e termini tecnici che non pensiamo che c’è chi non ci riesce a stare dietro, che non comprende. Lo ignoriamo proprio per quello che ho detto sopra: non si può non conoscere Picasso, un capitello italico o una lesena! E se non lo sai sei un ignorante, con tanto di cappello con le orecchie da asino!

È questa supponenza, quella certezza che tutti sanno, capiscono, che hanno le stesse competenze, che la formalità è l’unico modo  perché le persone possano apprendere, che  porta le persone ad uscire dai nostri musei prive di quel qualcosa in più che, invece, dovrebbe regalare una visita. Non dovrebbe essere così, questa dovrebbe essere l’eccezione e non la regola, ed è quello che insegna la mediazione: una risata, una battuta, il paragone con la vita quotidiana, le nostre esperienze aiutano le persone a memorizzare, ad imparare e a sentirsi parte di ciò che stanno vedendo.

Simonetta Vespucci rappresentata da Sandro Botticelli nel 1476

Dire che “Simonetta Vespucci era la Chiara Ferragni del Rinascimento” non è esattamente giusto (ci sarebbero mille e mille parentesi da aprire) ma colpisce e rimane. Ci sarà chi avrà semplicemente appreso una nozione, superficiale, ma pur sempre un’informazione che prima non aveva, ma ci sarà anche chi, incuriosito, andrà a cercare chi fu questa icona di stile e bellezza rinascimentale. In entrambi i casi è una vittoria per la cultura!

Schmidt ha utilizzato i social media (se avete voglia e tempo andate a vedere il profilo Tik Tok degli Uffizi, è meraviglioso), ma prima ancora vi erano i film e i libri, e ancora, tempo addietro, vi era pure la religione. La gente va al museo perché richiamata, chi dall’arte e dalla meraviglia di questi luoghi, chi dallo status quo, intellettuale o sociale, che ne deriva. Se ci preoccupiamo solo del primo dei due aspetti i musei sarebbero già morti e sepolti: è la massa a farli vivere e non è una sconfitta, ma l’inizio di una battaglia. Noi, addetti ai lavori, custodi di quel sapere, dobbiamo permettere a tutti di conoscere, imparare e arrivare alla fine della visita arricchiti. Il nostro compito è permettere a chi non sa di sapere e chi già sa di conoscere ancora di più.

Quindi, non vediamo quei 20,6 milioni di follower come i nostri nemici, ma bensì come persone da arricchire, perché se continuiamo ad avere la puzza sotto al naso, a eleggerci i grandi paladini di una cultura elitaria, l’arte morirà e noi non avremo più niente per cui vivere, se no per ammirare qualcosa che dopo di noi non avrà più niente da dire.