Tutto ha un inizio e una fine

Francesco Bonami, è sicuramente uno dei più importanti curatori italiani attivi ai nostri giorni, ma forse quello che non tutti sanno è che è anche uno scrittore e oggi vi parleremo di L’arte del cesso . Avete proprio capito bene, non stiamo scherzando, il titolo è proprio questo: ironico ed irriverente, attraverso uno degli emblemi dell’arte contemporanea racconta perché essa, come ogni cosa, ha un inizio e ha una fine passando per tutti i momenti salienti di questo periodo.

di Jessica Caminiti

Per iniziare, devo essere sincera, non l’ho trovato un libro da osannare, certo sicuramente da consigliare a chi vuole avvicinarsi con ironia all’arte contemporanea, ma non proprio una pietra miliare della storia. Il principio del libro è raccontare questo secolo di arte come un ciclo, un perfetto cerchio che si è da poco chiuso attraverso oggetti, tele, happenings, fino a raggiungere gli anni 2000 con l’arte digitale. Una caratteristica, che lui prende come fondamentale, anzi per meglio dire, un oggetto, che, secondo lui, è il Big Bang e allo stesso tempo implosione della galassia è il cesso. Non ha scelto il migliore degli oggetti per rappresentare questa epoca storica, eppure non poteva fare altrimenti, perché esso come l’ha anche inaugurata, a suo avviso, l’ha anche conclusa. Diviene così punto fisso, poiché il ready-made duchampiano, viene rirovesciato dal nostrano Maurizio Cattelan nel 2018, che ne fa una vera e propria utile opera d’arte. Tra Fontana ed America sono passati 101 anni e l’orinatoio rovesciato diventa un reale gabinetto dorato, utilizzabile da tutti, tanto da esserci code infinite al MoMA per provare l’ebbrezza di espletare i propri bisogni nell’aureo vespasiano! Il cerchio si chiude, ma quale è la differenza? Duchamp nel 1917 lo fa diventare una fontana, il significato del cesso si perde nel suo complesso, invece Maurizio lascia intatta la sua funzionalità, non rinuncia al suo significato, al suo reale utilizzo. Di conseguenza, riposizionando al suo posto la prima opera contemporanea, questo periodo si può dichiarare concluso.

Per quanto questa teoria sia interessante, a mio avviso il libro non regge le aspettative, che riponiamo in una copertina se leggiamo il nome di Bonami stampato sopra. Del curatore che ha paragonato il cavallo di Cattelan ad una moderna Primavera botticelliana e dell’arguzia dei suoi testi c’è poco, se non qualche spunto interessante seminato tra un capitolo e l’altro. Uno degli articoli che possiamo considerare più scottanti per questo momento storico e per una situazione abbastanza particolare successa poco fa è sicuramente quello dedicato a Richard Serra. Dopo aver introdotto le sue famose spirali, Bonami racconta di un video visto al MoMA dove l’artista spiega la nascita della sua opera. Ciò che stupisce il curatore (e ha lasciato basita anche me) è come Serra non racconti la sua geniale idea, ma la costruzione tecnica di esse, affiancato da un ingegnere. Tutto ciò si conclude con lui che si reca all’ufficio brevetti per avere il copyright sulla spirale, ma non essendo una sua forma da poter considerare esclusivamente sua non lo avrà ami. 

Le spirali di Richard Serra

Ma non fu l’unico a voler mettere un punto a situazioni di paternità basti ricordare quella che mi piace chiamare la “sfida dei colori” tra il blue Klein, che l’artista cercò di brevettare, e Anish Kapoor, che preso da manie di grandezza e insicurezze varie cercò di far suo il nero più nero del mondo, ovvero il Vantablack. Perché sembra che tutto debba essere sottoposto a copyright? Perché le certezze diventano così sfumate da richiedere un certificato scritto che quello che si vede è stato progettato da un artista preciso? Come dice anche Bonami, se mai qualcun altro farà le spirali metalliche di Serra egli verrà ritenuto un impostore e al massimo la sua opera una copia, eppure la ricerca di certezze legali affolla le pagine e le notizie di giornali e riviste artistiche. Ma perché vi raccontiamo di questo preciso capitolo? Ancora una volta la nostra attenzione si focalizza su Banksy e su una sua opera. Ultima delusione per l’artista britannico più famoso al mondo è arrivata quando il suo Flower Thrower  non gli è stato riconosciuto come copyright. È ormai lontano il periodo in cui Banksy dichiarava il copyright come qualcosa da “sfigati”, ora è andato a reclamare i diritti sulla sua opera per evitare il merchandising non solo non autorizzato, ma possiamo definire spropositato. Questa è solo l’ultima polemica nata sotto i riflettori che riguarda l’artista e il commercio delle sue opera, difatti già l’anno scorso si parlò di come ogni scopo commerciale dovesse essere vietato a Milano, alla mostra del Mudec. Ogni sua opera è un marchio di successo internazionale, ma anche il suo nome d’arte stesso lo è, tanto che durante la mostra sopracitata The art of Banksy. A visual protest ha fatto causa agli organizzatori dell’esposizione non autorizzata e inoltre ha fatto svuotare il bookshop di tutti gli oggetti riportanti il  suo nome. A questa si uniscono altre vicende tra legge e riproduzione tra cui quella appena conclusa contro una piccola azienda inglese.

La vicenda è più ingarbugliata di come si crede, solo il 14 settembre si è raggiunto finalmente un verdetto riguardo a marchi, copyright e Banksy stesso e aver fatto causa per l’artista non è stato di certo un successo, poiché l’ha persa malamente. Per comprendere perché egli non possa rivendicare i diritti sulla sua opera dobbiamo fare un passo indietro e cominciare dal principio. Nel 2018 il writer britannico fece causa alla Full Colour Black per aver utilizzato Flower Thrower per una cartolina da mettere in vendita (essendo questo il lavoro dell’azienda non deve stupirci). Cosa è successo? L’Ufficio dell’Unione Europea per la Proprietà Intellettuale (EUIPO) ha stabilito con un verdetto, per molti inaspettato, che l’artista non può vantare diritti sull’immagine, poiché ha sempre scelto di rimanere anonimo, e di conseguenza non può essere riconosciuto come il legittimo proprietario dell’opera. Questo accade perché egli ha deciso di non rivelare, dunque, la sua identità. Eppure prima abbiamo discusso sul fatto che egli ha depositato il marchio e quindi questo potrebbe un po’ confondere. Si tratta di una sottile differenza, quasi impercettibile, ma colossale, presente tra marchio e diritto d’autore: il marchio può essere registrato da chiunque, mentre invece, per poter esercitare il proprio copyright, è necessario che l’autore si dichiari in prima persona proprietario dell’opera. Questo come avrete capito porta al rigetto dell’accusa in quanto Banksy ha deciso di non rivelare la sua reale identità.

Flower thrower di Banksy

Banksy, per aggirare le leggi sul diritto d’autore che gli avrebbero imposto di uscire dall’anonimato, pensava di aver trovato una “furba soluzione”. Ha deciso di far registrare alla società Pest Control Office (l’azienda che cura le sue relazioni) il marchio della sua opera per proteggerne l’immagine, ma non ha mai sfruttato il marchio per farne uso commerciale (a questo infatti servirebbe la registrazione). Il marchio Flower thrower è stato registrato nel 2014, ma l’artista non ne fece un utilizzo commerciale se non nel 2019, ovvero cinque anni dopo e questo ha aggravato la posizione del writer. Considerando che egli ha aperto il suo negozio, dopo che la piccola azienda di cartoline ha chiesto l’eliminazione del marchio, esso venne visto come non uno sfruttamento di esso a livello commerciale, bensì come un modo utilizzato da Banksy per aggirare la legge fingendo di utilizzarlo con questo scopo. In conclusione se Banksy non vorrà uscire dall’anonimato, come è presumibile che non faccia, non può rivendicare nessun diritto d’autore in quanto non si sa chi sia veramente l’autore. La Full Black color proprio per questo motivo ha deciso di far causa per altre 6 opere per cui nessuno rivendicherà la paternità.

La questione è complessa, la ricerca di manifestazione e di in qualche modo possedere ciò che si è inventato è una lotta contro il tempo e molte volte l’opera diventa anche più importante dell’autore stesso, per non parlare di determinate tipologie stesse di lavori. Cosa sarebbe successo se colui che per la prima volta ha dipinto una Madonna in trono avesse rivendicato i diritti? Se ogni colore diventasse di proprietà di qualcuno? Tutto questo esteso al mondo esterno diventa legale e quindi importante sotto certi aspetti, e allo stesso tempo ridicolo perché si va a scavare non nelle conoscenze del diritto, ma nella coscienza delle persone. Abbiamo così tanto bisogno di autoriconoscimento? Abbiamo così tanta paura di rimanere dimenticati?

Fonti

– https://www.ilgiorno.it/milano/cronaca/bansky-1.4455040

-https://www.nytimes.com/2020/09/17/arts/design/banksy-trademark-lawsuit.html

– https://www.theguardian.com/artanddesign/2020/sep/17/banksy-trademark-risk-street-artist-loses-legal-battle-flower-thrower-graffiti

Vogliamo veramente sapere chi è Banksy?

Con questa domanda, mi sono messa da sola in difficoltà. Di natura curiosa, voglio sempre sapere tutto, anche quei misteri inspiegabili che da sempre affollano la mia mente. A livello artistico ce ne sono sono tanti: voglio sapere se dentro il barattolo della merda d’artista, c’è veramente quello che l’etichetta prevede, voglio conoscere il famoso film di Malkovich che uscirà 100 anni dopo, voglio sapere chi è Banksy.

di Jessica Caminiti

O almeno dovrei dire vorrei, perché la bellezza dell’arte è proprio nella capacità di lasciare questi misteri intatti, senza fretta far credere un po’ nella magia che molte volte è il messaggio più dell’esecuzione stessa. Vorrei, ma so che non voglio realmente. La volontà del mistero, deve rimanere tale purché esso mantenga il suo messaggio iniziale e così deve rimanere l’identità di Banksy.

Il famoso writer ha colpito ancora, facendo parlare di sé, di questa figura ignota che utilizza l’arte non solo per la sua intrinseca bellezza estetica, ma anche come mezzo di comunicazione con le masse, non a caso – a mio parere – la sua arte musealizzata non può essere compresa al 100%. Vi abbiamo già parlato di quando a Venezia fece spuntare una bambina migrante contro l’abbandono delle navi in mare (di cui vi abbiamo parlato qui), contro le morti nel Mediterraneo e da lì molte altre campagne di sensibilizzazione sono state le sue campagne politiche. 

Forse non sapremo mai chi si cela dietro questo nome, ma di certo non possiamo dubitare sulle sue intenzioni artistiche e politiche: richiede l’indipendenza palestinese, ostacola la costruzione di muri fisici e mentali tra popoli e attraverso sferzanti e diretti graffiti racconta la realtà e i soprusi che ci circondano. Una madre addolorata piange sulla porta del Bataclan, una bambina disillusa dalla vita distrugge il palloncino a forma di cuore che da sempre rincorreva e per non parlare di Dismaland, la sua più grande installazione a cielo aperto. Il parco pensato come risposta a Disneyland, che rappresenta la realtà dei fatti, l’anarchia che dobbiamo ricercare per non essere inghiottiti dal potere e dalla falsità con cui esso si presenta a noi. 

Tutte cose molto belle, come sempre l’arte parla, ma se rimane fine a sé stessa cosa riesce a dare se non la sua visione del mondo? Così Banksy decide di fare il passo successivo, creare qualcosa di artistico, sovversivo e utile allo stesso tempo. Non è la prima volta che qualche artista parla della questione migranti oltre al writer britannico, per citarne uno tra i tanti, c’è il nostrano Federico Clapis.

video di Welcome (?) di Federico Clapis

Una bambola di colore rappresentante un neonato appoggiato ad uno zerbino con scritto “welcome” viene calata dalla Mare Jonio in pieno Mediterraneo per alcune ore. Welcome(?) nel video viene accompagnata dalla canzone Il cerchio della vita del colosso Disney, che tutti conosciamo, ovvero il Re leone. La cosa che fa pensare è proprio il contrasto non solo tra innocenza, che la Disney propone e la tragedia in mare, ma anche tra la nascita della vita che questo inizio film propone e la fine di essa, che invece la bambola implica nel suo essere immobile in mezzo al mare. Trasportata dalle onde, lo scandalo è stato subito alle porte, non solo per il messaggio dell’artista, ovvero il peso sulla coscienza che dovremmo sentire tutti noi per queste morti indegne ed evitabili in mare, ma anche perché il progetto più grande prevedeva che i soldi ricavati con la battuta all’asta dell’opera sarebbero serviti a finanziare la Mediterranea saving humans

È passato un anno da quest’opera, per non considerare quanti ne sono passati dalla prima volta che abbiamo sentito della prima morte nel Mediterraneo, eppure dobbiamo ancora parlarne, perché le posizioni diventano sempre più chiuse in sé stesse portando a continuare a mietere vittime innocenti, che hanno solo commesso l’errore di cercare qualcosa di più oltre la guerra e la distruzione, vittime che stanno cercando una vita migliore, lontana dalle guerre iniziate dagli Occidentali.

Ciao Pia, ho letto di te sui giornali. Sembri una tipa tosta. Sono un artista britannico e ho fatto alcuni lavori sulla crisi dei migranti, ovviamente non posso tenere per me i soldi che ho guadagnato. Puoi usarli per comprare una barca o qualcosa del genere? Per piacere, fammi sapere. Complimenti! Banksy

con queste parole l’artista britannico avvicina l’attivista Pia Klemp e proprio da questa mail che nasce il progetto Louise Michel, una barca per salvare vite nel Mediterraneo. Possiamo solo immaginare la faccia sconvolta e felice della Klemp alla notizia che un nuovo yacht avrebbe solcato quelle onde. Lo yacht lungo 31 metri  e battente bandiera tedesca, precedentemente era appartenuto allo Stato francese, e a fine agosto ha fatto il suo primo salvataggio in solitaria. Il nome della barca già denota uno smacco alle autorità, difatti Louise Michel era un’anarchica femminista francese conosciuta come “the grande damme of anarchy”, poiché combatteva per i diritti di equità, tanto tuttora ancora ricercati, non solo tra sessi, ma anche tra tutti gli esseri umani. Il primo a diffondere la notizia della barca è stato il The guardian, che ha fatto sapere, che è partita in tutto segreto il 18 agosto dal porto spagnolo di Burriana, vicino Valencia e il primo salvataggio con 89 persone, fa sapere sempre la testata britannica, avrebbe a bordo 14 donne e 4 bambini.

Lo yacht finanziato da Banksy, la Louise Michel
La bambina di molte opere di Banksy, che cerca di raggiungere la sua salvezza

La Louise Michel si fa notare in mezzo al mare grazie al suo colorato scafo bianco e rosa, ma soprattutto per la famosa bambina con il palloncino di Banksy modificata e carica di un nuovo significato. L’innocenza è persa del tutto, la bambina non guarda più sorpresa e smarrita il palloncino che le vola via dalle mani, ma cerca di raggiungere un salvagente rosa a forma di cuore, che potrebbe rappresentare la sua unica possibilità di sopravvivenza. Ovviamente la notizia ha fatto il giro del mondo, tra chi lo reputa l’ennesimo artista comunista e sinistroide e chi invece per l’ennesima volta ammira le sue scelte. 

Ve lo devo dire, sono stata turbata, ne ho parlato e riparlato di questo atto così sovversivo e lo posso dire? Mi sono incazzata come sempre. Mi sono chiesta, perché esistano ancora persone che non vedono l’ora che queste persone soccombano in mare, perché di fronte all’ennesima tragedia molta gente si giri dall’altra parte, perché decisioni politiche veramente non avvicinano alla ricerca di una soluzione. Perché? Poi è nato un barlume di speranza, in questo caso non è l’arte che salva il mondo, sono queste persone che usano l’arte come grancassa sociale e politica, che riescono a concentrare l’attenzione, riescono a focalizzare. “Non vedo i salvataggi in mare come un’operazione umanitaria, ma come parte di una lotta antifascista”, queste sono le parole della Klemp e sono applicabili a molte altre questioni aperte con cui il mondo si sta scontrando. L’arte può solo aiutare a non solo vedere, ma far guardare cosa sta succedendo a chi non vuole realmente focalizzare il suo sguardo e solitamente si gira dall’altra parte). 

La Louise Michel durante le sue operazioni di salvataggio

Per chiudere vorrei veramente incontrare Banksy? La parte più romantica di me dice no; la parte attivista sì. Anche soltanto per ringraziarlo per le mille opere che parlano da sé. Esse combattono per il clima, come il graffito con il bambino che confonde i residui dell’inquinamento per neve, per la democrazia, come l’opera in cui una candela brucia la bandiera americana dopo l’ennesimo sopruso e l’ennesimo morto, per la giustizia, come la Louise Michel, che non solo parla, ma anche agisce.

Opera ritrovata sulla parete di un garage in Scozia, dove un bambino confonde i residui del fuoco per docile neve
Opera spuntata sui social durante il periodo delle manifestazioni contro la morte di George Floyd. L’opera esplicita tramite immagini la fragilità della democrazia americana

Fonti

https://www.lbbonline.com/news/federico-clapiss-haunting-migrant-tragedy-art-for-mediterraneansaving-humans

https://www.theguardian.com/world/2020/aug/27/banksy-funds-refugee-rescue-boat-operating-in-mediterranean

Quel burlone dello street artist

La street art è una di quelle correnti artistiche così nuove e sdoganate da un certo punto di vista, che parlarne serenamente diventa una specie di impresa titanica. Intanto distinzione fondamentale: ripetiamo tutti insieme “la street art non sono i graffiti, che rovinano le città con offese e disegni di poco gusto”; perfetto, se avete fatto questo esercizio con me possiamo iniziare a ragionare su cosa realmente sia questa forma d’arte.

di Jessica Caminiti

Nata alla fine del secolo scorso vanta tra le fila grandi nomi come Jean-Michel Basquiat o Keith Haring, che hanno fatto dell’arte il loro medium di comunicazione preferito: alla portata di tutti, visibile e carico di significato, ogni graffito finiva con l’essere un mostro sacro della comunicazione, se si aveva la pazienza di andare oltre il banale. Uno di quelli, che ha fatto della sua arte un punto fermo è sicuramente Banksy, quel burlone di cui nessuno sa pronunciare mai il nome.

Come abbiamo detto Banksy, ok… e ora? Nessuna carta d’identità di artista, che mantiene l’anonimato, infatti di lui o lei non sappiamo proprio niente, se non che è inglese e un idolo delle masse. Sempre al centro dell’ennesima finta discussione artistica o del nuovo avvistamento, io immagino sempre lui (o lei) seduto su dei gradini vicino alla sua ultima opera, mentre beve una fresca birra e ride di gusto delle reazioni delle persone, che si fermano ad ammirare il suo ultimo capolavoro… un po’ quello che dovrebbe essere successo a Venezia! 

L’opera di Banksy al Centre Pompidou

La vera domanda è: perché la sua la dobbiamo considerare arte? Stacchi e non stacchi, mostre e non mostre, furti e… ebbene sì, la scorsa settimana, fuori dal Centre Pompidou a Parigi è stato trafugato uno dei suoi magici topini con cui è divenuto famoso e l’indignazione della gente è volata a mille. Ma, ma, ma perché la gente si sente così ferita da questa cosa? Il dilemma del “eh, hanno trafugato un Banksy, Banky, Bansy… insomma quello lì” spopola sul web, mentre Luca Bizzarri (sì, proprio lui!) annuncia la sua super mostra a Genova proprio sull’artista.

La febbre di Banksy” potrebbe essere un degno successore del famoso film con John Travolta e il mio amore e odio per questo strano effetto continua a farsi sentire ogni giorno di più. Ogni giorno mi chiedo quanto sia giusto parlare di stacchi, mostre, rapimenti delle opere di questo movimento, perché non stiamo parlando di commissioni o quadri, ma dell’effimero mondo della street art. Una delle forme d’arte più significative è ora donata gratuitamente ad un pubblico, che si trova circondato dalla bellezza e dallo splendore ogni giorno e ogni passo, senza dover essere per forza milionari o eredi di qualche famiglia nobile. La musealizzazione dell’arte, non è sempre dovuta, alcune opere possono rimanere di base effimere e sì, in qualche modo mantenere la loro illegalità. La street art è stata un modo per andare contro il sistema dell’arte, far parlare di reale approccio con la gente, senza dover fare i conti con un élite, che desidera solo apparire.

Opera di Banksy a Venezia

Un furto d’arte rimane ovviamente un fatto eclatante, il corpo del reato, che viene in qualche modo esposto e reso noto, ma la cosa buffa è che ne parliamo solo perché è al centre Pompidou, tutti gli stacchi illegali e i ritinteggiamenti vengono ignorati ogni giorno e lo stesso Banksy è stato allontanato dalla sua opera veneziana da dei vigili, che ignoravano la sua importanza. Chissà quante volte siete passati a fianco di Blu, di Maria Pia 5, TV-Boy o Banksy in persona non conoscendo l’artista o semplicemente reputandolo uno dei tanti graffiti, che si vedono in ogni città. Aggiratevi quindi, con il naso in su, fermatevi a parlare con gli artisti che trovate per le strade della città, godetevi la bellezza dell’effimeratezza della street art, perché non ha senso denunciare il sistema essendo dentro esso; i musei monetizzano e vincono, ma la vera realtà e la vera vittoria è sui muri.