Perché la cultura è importante

L’Italia, più precisamente la sua Costituzione, annovera tra i suoi principi fondamentali (art. 9) la cultura e le sue attività come parte integrante dello Stato, il quale ha il compito di tutelare e valorizzare ogni suo aspetto.

di Jessica Colaianni

La pandemia scatenata dal Covid-19 che da mesi sta tormentando il mondo intero, ha messo a dura prova questo principio, trasportando in una profonda crisi un intero settore, già messo in difficoltà da anni. Già durante la prima fase del virus, a marzo, le attività culturali, come quelle di molti altri settori, sono state sospese per tutelare prima di tutto la salute di ogni cittadino. Durante l’estate abbiamo assistito a una lenta ripresa, dovuta anche all’attività di promozione di alcuni luoghi che si sono avvalsi di famosi influencer (prima fra tutti Chiara Ferragni di cui vi abbiamo parlato qui) per spingere gli italiani a scoprire e a visitare le proprie bellezze.

Gli Uffizi

Con l’aumento dei contagi a settembre, però, si è tornato a parlare di restrizioni, ma cosa ancora più spinosa, di cosa è essenziale e cosa no. Tra i primi interventi inerenti al mondo della cultura, rientra l’ordinanza del Ministero della Salute del 25 settembre, che sospende fino a data da destinarsi le domeniche gratuite ai musei. Il provvedimento blocca così una delle iniziative riguardanti i beni culturali che più di tutte ha avuto successo. Lanciata dal MiBACT nel 2014, essa ha registrato sin da subito un aumento importante di introiti e visitatori. La causa della sospensione è dovuta all’ingente flusso di persone che si riversa durante queste giornate, quindi è comprensibile la motivazione che sta dietro l’emissione di questa ordinanza. Ma piuttosto che intervenire con una cancellazione temporanea non bastava trovare una soluzione diversa, magari un accesso tramite prenotazione, come avviene ad esempio per tutte le mostre, per dare così comunque la possibilità di fruire di un po’ di bellezza, così necessaria in questo periodo buio, anche a coloro che, soprattutto di questi tempi, non avrebbe la possibilità economica per pagare un biglietto? Ma passiamo al prossimo provvedimento, che ha scatenato non poche polemiche e proteste. Il 25 ottobre il governo emana un nuovo DPCM che regola la chiusura di attività non definite essenziali, al fine di limitare quanto di più la socialità e di conseguenza il contagio, che si fa sempre maggiore. Tra queste attività obbligate alla chiusura rientrano i cinema e i teatri.

Le chiusure di marzo avevano già inflitto negativamente sulle attività non essenziali quali cinema, teatri e luoghi dediti alla cultura

Le polemiche e le petizioni che si sono susseguite sono tante, se da una parte abbiamo la salute, priorità assoluta da tutelare, in particolare in questo momento, non possiamo non ascoltare il dolore di chi con queste attività non essenziali ci campa, o quantomeno prova a farlo. Attori, registi, assessori alla cultura si sono opposti al provvedimento, facendo appello al Premier Conte e Dario Franceschini, Ministro del MiBACT, per spingere sulla riapertura di questi luoghi che, dopo aver faticato e speso soldi per adeguarsi alle norme di sicurezza, si vedono costretti a dover richiudere le loro porte. La motivazione maggiore che chiede che le porte dei luoghi culturali rimangano aperte è dimostrata anche dall’evidenza dei fatti: da marzo sino ad oggi è risultato solo un caso di positività tra gli spettatori, quindi l’incidenza sui numeri dell’epidemia è talmente bassa che forse viene da pensare che siano altri i settori a cui rivolgersi se si vogliono davvero ridurre i contagi.

Il nuovo DPCM prevede di nuovo la chiusura totale dei luoghi di cultura

Una scelta inoltre che, secondo alcune indiscrezioni uscite qualche giorno dopo la firma del decreto, più che scientifica appare politica, scaturita infatti da uno scontro tra Franceschini e Spadafora, Ministro dello Sport, il quale anche lui si è battuto contro la chiusura di piscine e palestre. Infine il 6 novembre è entrato in vigore un nuovo dpcm che suddivide le regioni italiane in tre aree di rischio. In ogni caso, la decisione di chiudere le mostre e i musei ricade comunque su tutto il territorio nazionale. Viviamo in tempi difficili dove complesse sono le scelte che si compiono per proteggere la salute. Non sono qui per giudicare l’operato e le scelte del Governo, lo Stato ha il compito di occuparsi di diverse materie: istruzione, cultura, salute, economia ecc. ed è normale che talvolta per far fronte a un problema se ne debba favorire una ad un’altra, ma è anche vero che come ha spiegato Cultura Italiae che “chi opera nel settore della cultura è consapevole dell’importanza che essa ricopre soprattutto in momenti difficili come quello che ci troviamo ad affrontare. Sarebbe un grave danno per i cittadini privarli della possibilità di sognare e di farsi trasportare lontano oltre i confini della propria quotidianità”. La nostra salute, quella mentale, viene messa a dura prova, altri dati parlano chiaro: depressione, cattivo umore, suicidi sono solo alcuni, ma significativi, problemi che la pandemia sta provocando, e se non abbiamo la possibilità di sognare, guardando un film, uno spettacolo o un’opera d’arte, non si sa come ne usciremo. 

Fonti:

Tutto ha un inizio e una fine

Francesco Bonami, è sicuramente uno dei più importanti curatori italiani attivi ai nostri giorni, ma forse quello che non tutti sanno è che è anche uno scrittore e oggi vi parleremo di L’arte del cesso . Avete proprio capito bene, non stiamo scherzando, il titolo è proprio questo: ironico ed irriverente, attraverso uno degli emblemi dell’arte contemporanea racconta perché essa, come ogni cosa, ha un inizio e ha una fine passando per tutti i momenti salienti di questo periodo.

di Jessica Caminiti

Per iniziare, devo essere sincera, non l’ho trovato un libro da osannare, certo sicuramente da consigliare a chi vuole avvicinarsi con ironia all’arte contemporanea, ma non proprio una pietra miliare della storia. Il principio del libro è raccontare questo secolo di arte come un ciclo, un perfetto cerchio che si è da poco chiuso attraverso oggetti, tele, happenings, fino a raggiungere gli anni 2000 con l’arte digitale. Una caratteristica, che lui prende come fondamentale, anzi per meglio dire, un oggetto, che, secondo lui, è il Big Bang e allo stesso tempo implosione della galassia è il cesso. Non ha scelto il migliore degli oggetti per rappresentare questa epoca storica, eppure non poteva fare altrimenti, perché esso come l’ha anche inaugurata, a suo avviso, l’ha anche conclusa. Diviene così punto fisso, poiché il ready-made duchampiano, viene rirovesciato dal nostrano Maurizio Cattelan nel 2018, che ne fa una vera e propria utile opera d’arte. Tra Fontana ed America sono passati 101 anni e l’orinatoio rovesciato diventa un reale gabinetto dorato, utilizzabile da tutti, tanto da esserci code infinite al MoMA per provare l’ebbrezza di espletare i propri bisogni nell’aureo vespasiano! Il cerchio si chiude, ma quale è la differenza? Duchamp nel 1917 lo fa diventare una fontana, il significato del cesso si perde nel suo complesso, invece Maurizio lascia intatta la sua funzionalità, non rinuncia al suo significato, al suo reale utilizzo. Di conseguenza, riposizionando al suo posto la prima opera contemporanea, questo periodo si può dichiarare concluso.

Per quanto questa teoria sia interessante, a mio avviso il libro non regge le aspettative, che riponiamo in una copertina se leggiamo il nome di Bonami stampato sopra. Del curatore che ha paragonato il cavallo di Cattelan ad una moderna Primavera botticelliana e dell’arguzia dei suoi testi c’è poco, se non qualche spunto interessante seminato tra un capitolo e l’altro. Uno degli articoli che possiamo considerare più scottanti per questo momento storico e per una situazione abbastanza particolare successa poco fa è sicuramente quello dedicato a Richard Serra. Dopo aver introdotto le sue famose spirali, Bonami racconta di un video visto al MoMA dove l’artista spiega la nascita della sua opera. Ciò che stupisce il curatore (e ha lasciato basita anche me) è come Serra non racconti la sua geniale idea, ma la costruzione tecnica di esse, affiancato da un ingegnere. Tutto ciò si conclude con lui che si reca all’ufficio brevetti per avere il copyright sulla spirale, ma non essendo una sua forma da poter considerare esclusivamente sua non lo avrà ami. 

Le spirali di Richard Serra

Ma non fu l’unico a voler mettere un punto a situazioni di paternità basti ricordare quella che mi piace chiamare la “sfida dei colori” tra il blue Klein, che l’artista cercò di brevettare, e Anish Kapoor, che preso da manie di grandezza e insicurezze varie cercò di far suo il nero più nero del mondo, ovvero il Vantablack. Perché sembra che tutto debba essere sottoposto a copyright? Perché le certezze diventano così sfumate da richiedere un certificato scritto che quello che si vede è stato progettato da un artista preciso? Come dice anche Bonami, se mai qualcun altro farà le spirali metalliche di Serra egli verrà ritenuto un impostore e al massimo la sua opera una copia, eppure la ricerca di certezze legali affolla le pagine e le notizie di giornali e riviste artistiche. Ma perché vi raccontiamo di questo preciso capitolo? Ancora una volta la nostra attenzione si focalizza su Banksy e su una sua opera. Ultima delusione per l’artista britannico più famoso al mondo è arrivata quando il suo Flower Thrower  non gli è stato riconosciuto come copyright. È ormai lontano il periodo in cui Banksy dichiarava il copyright come qualcosa da “sfigati”, ora è andato a reclamare i diritti sulla sua opera per evitare il merchandising non solo non autorizzato, ma possiamo definire spropositato. Questa è solo l’ultima polemica nata sotto i riflettori che riguarda l’artista e il commercio delle sue opera, difatti già l’anno scorso si parlò di come ogni scopo commerciale dovesse essere vietato a Milano, alla mostra del Mudec. Ogni sua opera è un marchio di successo internazionale, ma anche il suo nome d’arte stesso lo è, tanto che durante la mostra sopracitata The art of Banksy. A visual protest ha fatto causa agli organizzatori dell’esposizione non autorizzata e inoltre ha fatto svuotare il bookshop di tutti gli oggetti riportanti il  suo nome. A questa si uniscono altre vicende tra legge e riproduzione tra cui quella appena conclusa contro una piccola azienda inglese.

La vicenda è più ingarbugliata di come si crede, solo il 14 settembre si è raggiunto finalmente un verdetto riguardo a marchi, copyright e Banksy stesso e aver fatto causa per l’artista non è stato di certo un successo, poiché l’ha persa malamente. Per comprendere perché egli non possa rivendicare i diritti sulla sua opera dobbiamo fare un passo indietro e cominciare dal principio. Nel 2018 il writer britannico fece causa alla Full Colour Black per aver utilizzato Flower Thrower per una cartolina da mettere in vendita (essendo questo il lavoro dell’azienda non deve stupirci). Cosa è successo? L’Ufficio dell’Unione Europea per la Proprietà Intellettuale (EUIPO) ha stabilito con un verdetto, per molti inaspettato, che l’artista non può vantare diritti sull’immagine, poiché ha sempre scelto di rimanere anonimo, e di conseguenza non può essere riconosciuto come il legittimo proprietario dell’opera. Questo accade perché egli ha deciso di non rivelare, dunque, la sua identità. Eppure prima abbiamo discusso sul fatto che egli ha depositato il marchio e quindi questo potrebbe un po’ confondere. Si tratta di una sottile differenza, quasi impercettibile, ma colossale, presente tra marchio e diritto d’autore: il marchio può essere registrato da chiunque, mentre invece, per poter esercitare il proprio copyright, è necessario che l’autore si dichiari in prima persona proprietario dell’opera. Questo come avrete capito porta al rigetto dell’accusa in quanto Banksy ha deciso di non rivelare la sua reale identità.

Flower thrower di Banksy

Banksy, per aggirare le leggi sul diritto d’autore che gli avrebbero imposto di uscire dall’anonimato, pensava di aver trovato una “furba soluzione”. Ha deciso di far registrare alla società Pest Control Office (l’azienda che cura le sue relazioni) il marchio della sua opera per proteggerne l’immagine, ma non ha mai sfruttato il marchio per farne uso commerciale (a questo infatti servirebbe la registrazione). Il marchio Flower thrower è stato registrato nel 2014, ma l’artista non ne fece un utilizzo commerciale se non nel 2019, ovvero cinque anni dopo e questo ha aggravato la posizione del writer. Considerando che egli ha aperto il suo negozio, dopo che la piccola azienda di cartoline ha chiesto l’eliminazione del marchio, esso venne visto come non uno sfruttamento di esso a livello commerciale, bensì come un modo utilizzato da Banksy per aggirare la legge fingendo di utilizzarlo con questo scopo. In conclusione se Banksy non vorrà uscire dall’anonimato, come è presumibile che non faccia, non può rivendicare nessun diritto d’autore in quanto non si sa chi sia veramente l’autore. La Full Black color proprio per questo motivo ha deciso di far causa per altre 6 opere per cui nessuno rivendicherà la paternità.

La questione è complessa, la ricerca di manifestazione e di in qualche modo possedere ciò che si è inventato è una lotta contro il tempo e molte volte l’opera diventa anche più importante dell’autore stesso, per non parlare di determinate tipologie stesse di lavori. Cosa sarebbe successo se colui che per la prima volta ha dipinto una Madonna in trono avesse rivendicato i diritti? Se ogni colore diventasse di proprietà di qualcuno? Tutto questo esteso al mondo esterno diventa legale e quindi importante sotto certi aspetti, e allo stesso tempo ridicolo perché si va a scavare non nelle conoscenze del diritto, ma nella coscienza delle persone. Abbiamo così tanto bisogno di autoriconoscimento? Abbiamo così tanta paura di rimanere dimenticati?

Fonti

– https://www.ilgiorno.it/milano/cronaca/bansky-1.4455040

-https://www.nytimes.com/2020/09/17/arts/design/banksy-trademark-lawsuit.html

– https://www.theguardian.com/artanddesign/2020/sep/17/banksy-trademark-risk-street-artist-loses-legal-battle-flower-thrower-graffiti

Vogliamo veramente sapere chi è Banksy?

Con questa domanda, mi sono messa da sola in difficoltà. Di natura curiosa, voglio sempre sapere tutto, anche quei misteri inspiegabili che da sempre affollano la mia mente. A livello artistico ce ne sono sono tanti: voglio sapere se dentro il barattolo della merda d’artista, c’è veramente quello che l’etichetta prevede, voglio conoscere il famoso film di Malkovich che uscirà 100 anni dopo, voglio sapere chi è Banksy.

di Jessica Caminiti

O almeno dovrei dire vorrei, perché la bellezza dell’arte è proprio nella capacità di lasciare questi misteri intatti, senza fretta far credere un po’ nella magia che molte volte è il messaggio più dell’esecuzione stessa. Vorrei, ma so che non voglio realmente. La volontà del mistero, deve rimanere tale purché esso mantenga il suo messaggio iniziale e così deve rimanere l’identità di Banksy.

Il famoso writer ha colpito ancora, facendo parlare di sé, di questa figura ignota che utilizza l’arte non solo per la sua intrinseca bellezza estetica, ma anche come mezzo di comunicazione con le masse, non a caso – a mio parere – la sua arte musealizzata non può essere compresa al 100%. Vi abbiamo già parlato di quando a Venezia fece spuntare una bambina migrante contro l’abbandono delle navi in mare (di cui vi abbiamo parlato qui), contro le morti nel Mediterraneo e da lì molte altre campagne di sensibilizzazione sono state le sue campagne politiche. 

Forse non sapremo mai chi si cela dietro questo nome, ma di certo non possiamo dubitare sulle sue intenzioni artistiche e politiche: richiede l’indipendenza palestinese, ostacola la costruzione di muri fisici e mentali tra popoli e attraverso sferzanti e diretti graffiti racconta la realtà e i soprusi che ci circondano. Una madre addolorata piange sulla porta del Bataclan, una bambina disillusa dalla vita distrugge il palloncino a forma di cuore che da sempre rincorreva e per non parlare di Dismaland, la sua più grande installazione a cielo aperto. Il parco pensato come risposta a Disneyland, che rappresenta la realtà dei fatti, l’anarchia che dobbiamo ricercare per non essere inghiottiti dal potere e dalla falsità con cui esso si presenta a noi. 

Tutte cose molto belle, come sempre l’arte parla, ma se rimane fine a sé stessa cosa riesce a dare se non la sua visione del mondo? Così Banksy decide di fare il passo successivo, creare qualcosa di artistico, sovversivo e utile allo stesso tempo. Non è la prima volta che qualche artista parla della questione migranti oltre al writer britannico, per citarne uno tra i tanti, c’è il nostrano Federico Clapis.

video di Welcome (?) di Federico Clapis

Una bambola di colore rappresentante un neonato appoggiato ad uno zerbino con scritto “welcome” viene calata dalla Mare Jonio in pieno Mediterraneo per alcune ore. Welcome(?) nel video viene accompagnata dalla canzone Il cerchio della vita del colosso Disney, che tutti conosciamo, ovvero il Re leone. La cosa che fa pensare è proprio il contrasto non solo tra innocenza, che la Disney propone e la tragedia in mare, ma anche tra la nascita della vita che questo inizio film propone e la fine di essa, che invece la bambola implica nel suo essere immobile in mezzo al mare. Trasportata dalle onde, lo scandalo è stato subito alle porte, non solo per il messaggio dell’artista, ovvero il peso sulla coscienza che dovremmo sentire tutti noi per queste morti indegne ed evitabili in mare, ma anche perché il progetto più grande prevedeva che i soldi ricavati con la battuta all’asta dell’opera sarebbero serviti a finanziare la Mediterranea saving humans

È passato un anno da quest’opera, per non considerare quanti ne sono passati dalla prima volta che abbiamo sentito della prima morte nel Mediterraneo, eppure dobbiamo ancora parlarne, perché le posizioni diventano sempre più chiuse in sé stesse portando a continuare a mietere vittime innocenti, che hanno solo commesso l’errore di cercare qualcosa di più oltre la guerra e la distruzione, vittime che stanno cercando una vita migliore, lontana dalle guerre iniziate dagli Occidentali.

Ciao Pia, ho letto di te sui giornali. Sembri una tipa tosta. Sono un artista britannico e ho fatto alcuni lavori sulla crisi dei migranti, ovviamente non posso tenere per me i soldi che ho guadagnato. Puoi usarli per comprare una barca o qualcosa del genere? Per piacere, fammi sapere. Complimenti! Banksy

con queste parole l’artista britannico avvicina l’attivista Pia Klemp e proprio da questa mail che nasce il progetto Louise Michel, una barca per salvare vite nel Mediterraneo. Possiamo solo immaginare la faccia sconvolta e felice della Klemp alla notizia che un nuovo yacht avrebbe solcato quelle onde. Lo yacht lungo 31 metri  e battente bandiera tedesca, precedentemente era appartenuto allo Stato francese, e a fine agosto ha fatto il suo primo salvataggio in solitaria. Il nome della barca già denota uno smacco alle autorità, difatti Louise Michel era un’anarchica femminista francese conosciuta come “the grande damme of anarchy”, poiché combatteva per i diritti di equità, tanto tuttora ancora ricercati, non solo tra sessi, ma anche tra tutti gli esseri umani. Il primo a diffondere la notizia della barca è stato il The guardian, che ha fatto sapere, che è partita in tutto segreto il 18 agosto dal porto spagnolo di Burriana, vicino Valencia e il primo salvataggio con 89 persone, fa sapere sempre la testata britannica, avrebbe a bordo 14 donne e 4 bambini.

Lo yacht finanziato da Banksy, la Louise Michel
La bambina di molte opere di Banksy, che cerca di raggiungere la sua salvezza

La Louise Michel si fa notare in mezzo al mare grazie al suo colorato scafo bianco e rosa, ma soprattutto per la famosa bambina con il palloncino di Banksy modificata e carica di un nuovo significato. L’innocenza è persa del tutto, la bambina non guarda più sorpresa e smarrita il palloncino che le vola via dalle mani, ma cerca di raggiungere un salvagente rosa a forma di cuore, che potrebbe rappresentare la sua unica possibilità di sopravvivenza. Ovviamente la notizia ha fatto il giro del mondo, tra chi lo reputa l’ennesimo artista comunista e sinistroide e chi invece per l’ennesima volta ammira le sue scelte. 

Ve lo devo dire, sono stata turbata, ne ho parlato e riparlato di questo atto così sovversivo e lo posso dire? Mi sono incazzata come sempre. Mi sono chiesta, perché esistano ancora persone che non vedono l’ora che queste persone soccombano in mare, perché di fronte all’ennesima tragedia molta gente si giri dall’altra parte, perché decisioni politiche veramente non avvicinano alla ricerca di una soluzione. Perché? Poi è nato un barlume di speranza, in questo caso non è l’arte che salva il mondo, sono queste persone che usano l’arte come grancassa sociale e politica, che riescono a concentrare l’attenzione, riescono a focalizzare. “Non vedo i salvataggi in mare come un’operazione umanitaria, ma come parte di una lotta antifascista”, queste sono le parole della Klemp e sono applicabili a molte altre questioni aperte con cui il mondo si sta scontrando. L’arte può solo aiutare a non solo vedere, ma far guardare cosa sta succedendo a chi non vuole realmente focalizzare il suo sguardo e solitamente si gira dall’altra parte). 

La Louise Michel durante le sue operazioni di salvataggio

Per chiudere vorrei veramente incontrare Banksy? La parte più romantica di me dice no; la parte attivista sì. Anche soltanto per ringraziarlo per le mille opere che parlano da sé. Esse combattono per il clima, come il graffito con il bambino che confonde i residui dell’inquinamento per neve, per la democrazia, come l’opera in cui una candela brucia la bandiera americana dopo l’ennesimo sopruso e l’ennesimo morto, per la giustizia, come la Louise Michel, che non solo parla, ma anche agisce.

Opera ritrovata sulla parete di un garage in Scozia, dove un bambino confonde i residui del fuoco per docile neve
Opera spuntata sui social durante il periodo delle manifestazioni contro la morte di George Floyd. L’opera esplicita tramite immagini la fragilità della democrazia americana

Fonti

https://www.lbbonline.com/news/federico-clapiss-haunting-migrant-tragedy-art-for-mediterraneansaving-humans

https://www.theguardian.com/world/2020/aug/27/banksy-funds-refugee-rescue-boat-operating-in-mediterranean

La censura ai tempi della Black Lives Matter

Ogni opera d’arte nasce in un preciso contesto storico e artistico, un aspetto che influisce su di essa e che non può essere ignorato. Guardare il passato con gli occhi del presente è il modo migliore per iniziare solo atti di censura ingiustificati.

di Lorenzo Carapezzi

“Anche in questa battaglia, come in tutto nella vita, è importante trovare un equilibrio”. La premessa di Alessandro Masala, in arte Shy sul suo canale YouTube “Breaking Italy”, detta durante uno dei suoi ultimi video, è di fondamentale importanza per ragionare su quello che da un mese a questa parte sta accadendo attorno a noi.


Dalla morte di George Floyd e dal successivo movimento nato sotto il nome di Black Lives Matter (BLM) si è instaurata nella mente di molti giovani l’idea di una rivoluzione non solo a livello sociale, ma anche a livello artistico. Si è messo in moto un’azione collettiva di imbrattamento e distruzioni di opere d’arte, monumenti, film e serie tv in particolare, con l’obiettivo di eliminare e difendere la nuova società dal razzismo. Intorno a noi cresce sempre di più un senso di vendetta verso una storia fatta di oppressione e dittatura. Improvvisamente un’opera d’arte diventa dato storico. Personaggi storici come Kosciuszko non rimangono più personaggi monumentali che notiamo di sfuggita durante una passeggiata in piazza, si trasformano in personaggi storici, negativi soprattutto. Ci soffermiamo, iniziamo ad analizzarli e da passanti qualsiasi diventiamo spettatori di queste opere. Fin qui sembrerebbe tutto molto bello, si realizzerebbe uno dei sogni dell’arte: essere osservata ed apprezzata. Qui entra quello che Masala ha detto: “trovare un equilibrio”. E dove sta questo equilibrio nella BLM, oppure, meglio ancora, è presente questo equilibrio in questa nuova battaglia storico-artistica? Imbrattare i monumenti con la vernice-spray o mettere delle avvertenze prima di una proiezione mostrano una lacuna, quell’assenza appunto di equilibrio. Ciò che manca in queste azioni è la contestualizzazione storica, anzi, proprio il fatto che questa manchi nell’ideologia fa sì che si arrivi a risultati del genere. Queste persone non riescono ad immedesimarsi nel periodo storico nel quale una certa opera è stata pensata e poi realizzata. L’opera sembra non avere un passato, quasi come se il tempo per essa non esistesse) ma questo ovviamente è ridicolo e la natura fisica ce lo dimostra sempre: i palazzi iniziano a creparsi, le pellicole a deteriorarsi, le pagine dei libri ad ingiallirsi. Sono questi piccoli dettagli che danno tempo alle opere, le conferiscono un passato, quindi una storia. Si tratta di un movimento pensato con la pancia e non con la testa. Ci si ferma a giudicare senza pensare: perché questo schiavista è stato messo come monumento in quell’epoca, come mai il cinema degli anni Trenta usufruiva della tecnica della Blackface, in film come “La nascita di una nazione” di G.W.Griffith e con attori come Al Johnson e Bing Crosby? Non c’è contestualizzazione e questa assenza fa sì che questa nuova morale sia giusta, poiché tenta di difendere la società dal razzismo sfrenato.

Esempio di blackface (The jazz singer, Alan Crosland, 1927)


Ma è veramente giusta, anche senza la presenza di una base storica? Assolutamente no. Non solo è ingiusta, ma è anche assurda e immorale. Se diamo un valore storico alle opere d’arte allora bisogna comprendere l’importanza che tali cose ci offrono. La storia non deve essere studiata e compresa solamente come valore culturale e intellettuale. Noi la studiamo soprattutto per una questione morale, cerchiamo di capire come agire e cosa evitare per creare un futuro migliore. Questi valori intrinsechi nelle opere rendono le stesse ancora più giustificate a rimanere salde ed essere analizzate. Il regista Spike Lee, per esempio, nelle sue lezioni fa vedere film come quelli sopra citati. Egli cerca di insegnare ai suoi studenti il valore dietro un’opera, che contenga momenti razzisti o meno, o che abbia alle spalle una storia atroce o pacifica. L’equilibrio manca e queste persone sono talmente prese e accecate da questo buonismo che neanche si rendono conto del torto che stanno facendo, non solo all’arte, non solo alla società, ma anche a loro stessi. “Noi non siamo che copertine di libri, il cui solo significato è proteggerli dalla polvere.” scriveva Ray Bradbury nel suo libro “Fahrenheit 451” parlando di una società distopica in cui leggere o possedere libri era considerato reato. Qualsiasi cosa, anche al di fuori dell’arte, contiene delle tracce storiche.

statua di Winston Churchill imbrattata

I nazisti bruciavano tutti i libri di ideologie opposte, la dittatura di Videla in Argentina eliminava tutti i libri e pubblicazioni sulla psicanalisi e sul partito comunista. Questi sono puri atti di censura, ovvero eliminare o tagliare quanto non ritenuto conforme a criteri particolari di sicurezza o moralità. Lo stesso lo stiamo vedendo in queste settimane. Imbrattare, distruggere e oscurare sono pratiche di oppressione verso l’arte, verso la storia, quindi verso la nostra conoscenza. Eliminare dati storici non significa eliminare il passato, quello rimane fisso e non potrà essere modificato. Il presente non è altro che il risultato di un tempo già trascorso. Noi siamo in un certo modo proprio per quello che c’è stato prima, nel bene e nel male. Tentare di eliminare ciò che sta alle nostre spalle significa perdere identità e non dare un senso a quello che ci ritroviamo davanti, ovvero il futuro.
Quello che bisogna fare è pensare prima di agire e parlare dopo aver saputo. Se non lo si fa allora il caos e l’ipocrisia regnano nelle nostre menti e nelle nostre azioni.
Infine, quello di cui molti di loro non si rendono conto è che l’uomo è malvagio, la storia ce lo dice continuamente parlandoci di guerre, di schiavismo, di torture e molto altro. Se dovessimo usare questa nuova morale, la quale tenta di definirsi l’unica giusta, considerando le altre come atti di violenza (oserei chiamarla dittatura morale a questo punto), allora tre quarti delle opere d’arte dovrebbero essere distrutte o al massimo censurate. Prendiamo solo il caso italiano, per esempio. La lista si farebbe lunga ed estenuante: Colosseo, Città del Vaticano, tutta l’architettura fascista (Forlì dovremmo bombardarla) ecc… E’ pura follia mischiata ad una buona dose di ignoranza. Siamo arrivati ad una situazione davvero stramba. Persino una serie leggera e comica come “Scrubs” si ritrova contro di sé molte dita puntate per alcuni dettagli inseriti appunto per ridicolizzare certi usi e costumi del passato.

episodio cancellato di Scrubs a causa della Blackface


La storia ci ispira e ci deve insegnare. Non ha senso giudicare un’opera d’arte, bensì il soggetto raffigurato nell’opera. Noi esseri umani abbiamo bisogno dell’arte, sia perché dobbiamo godere di qualcosa al di fuori della Natura, sia perché è il motore della nostra coscienza, sia collettiva che individuale.

Fonti:

-Paolo Mieli, Perché ci serve la Storia: https://www.corriere.it/sette/18_ottobre_25/perche-ci-serve-storia-e8e22e42-d617-11e8-8d40-82f2988440be.shtml
-Blackface: https://it.wikipedia.org/wiki/Blackface

MAY YOU LIVE IN INTERESTING TIMES…

In questi giorni abbiamo deciso di parlare di censura, un tema caldissimo, soprattutto in questi ultimi giorni. Di atti di censura ne è piena la storia, soprattutto nei momenti in cui si sono vissuti cambi di governo e di religione, oppure durante i totalitarismi (di cui vi abbiamo parlato in questo articolo). Quando le cose cambiano sembra necessario cancellare qualcosa per andare avanti, ma è veramente così? E’ veramente necessario fare tabula rasa di quello che è successo prima, come si sta chiedendo ora  a grande voce?Ma soprattutto è giusto dimenticare?

Di Silvia Michelotto

Non vi voglio parlare dell’equilibrio tra giustizia storica e vera e propria caccia alle streghe, ma raccontarvi di dati allarmanti e vicini a noi che dimostrano come mai il mondo abbia bisogno di ricordare. Per farlo voglio partire da un’opera letteraria, un grande classico della letteratura distopica: Fahrenheit 451 di Ray Bradbury.

In questo mondo angosciante, sono stati distrutti tutti i libri, il motivo sembra assurdo ma allo stesso tempo sensato: togliere dalla circolazione tutte quelle idee che possono causare discordia e discriminazione. Ovviamente, cancellando qualsiasi libro con idee moralmente e socialmente pericolose si è innescato un processo che ha portato al rogo di anche quelle opere che, invece, parlano di amore e uguaglianza. Come puoi conoscere il nero senza il bianco? La luce senza il buio? Tutto, così, è stato cancellato. 

Quello che si viene a creare è effettivamente una società che vive in un’apparente armonia, spaventata unicamente dalla possibilità che il malessere dei pochi libri sopravvissuti possa arrivare a toccarli, ma le giornate sono vuote, riempite dagli auricolari, dagli schermi sulle pareti, dalle pillole e dalla velocità. Tutti elementi che portano alla lenta e inesorabile decadenza dell’essere umano, che tenta, senza rendersene conto, di trovare la morte. 

In qualche modo ci tranquillizziamo dicendo che è qualcosa di impossibile, un’esagerazione per farci apprezzare di più il mondo dei libri e la cultura. Ci vogliamo nascondere dietro alla scusa che quello è un romanzo e la realtà è un’altra cosa, ma quello che è raccontato in un libro del 1953 esiste già, quella vita vuota è un male che si è già insinuato tra di noi e ha un nome che mette un po’ di ansia: trasmissione intergenerazionale del trauma.

È una condizione genetica che è stata studiata  grazie alla collaborazione di psichiatrici ed epigenetici, ovvero scienziati che si occupano dello studio della mutazione di geni avvenute senza una trasmissione da parte dei genitori. 

Come è possibile? Ci hanno sempre spiegato che il nostro DNA è composto da metà del corredo genetico del padre e metà della madre e che le mutazioni che possiamo presentare sono già presenti e individuabili all’interno della loro struttura genetica, come è possibile, quindi, che il nostro patrimonio muti  senza un motivo? Gli studi che hanno riconosciuto questa patologia, invece, hanno dimostrato che il DNA registra nel caso in cui un individuo viva all’interno di un ambiente ostile, stressante e pericoloso e trasmetterà queste informazioni attraverso delle mutazioni, appunto, agli eredi, che saranno più sensibili ad attacchi di panico, stress e, nei casi più gravi, presenteranno i sintomi da stress post traumatico. Come per il protagonista del romanzo di Bradbury, sarà la memoria ad aiutarli, quella tramandata dai genitori e/o dalla stessa società. Verrà dato loro tutto ciò che permetterà di spiegare e comprendere il proprio malessere, riuscendo a descriverlo, ma soprattutto arriveranno a rendersi conto di non essere i soli a portare il fardello pesante della storia.

monumento di Stalin abbattuto in Ucraina, atto che si inserisce all’interno di una politica di decomunismo
abbattimento della statua di Cristofero Colombo durante le proteste in America

Se, invece, ciò non succede sono poche le possibilità che quelle persone, quei bambini, riescano a vivere una vita serena e completa. Quel continuo disagio li porterà ad isolarsi, a comportamenti pericolosi, fino a tentare il suicidio, magari riuscendoci. E’ quello che i report dello studio hanno dimostrato accadere nelle cosiddette Terre di Sangue, ovvero i territori dell’Est Europa che furono il teatro di numerosi stragi naziste, in cui vige il totale silenzio sull’ultimo conflitto mondiale o nelle comunità afro-americane che non accettano e tacciono il loro passato di schiavi. Quell’ostinato silenzio ha portato i ragazzi che hanno ereditato gli effetti della vita difficile dei loro avi, fatta di campi di cotone, di abusi, di centri di morte nazisti e di violenza, a non capire perché loro si sentissero diversi, più pensanti, più sensibili a una società in cui ancora vige la legge del più forte. Ragazzi e giovani uomini che hanno aumentato le percentuali di suicidio di quelle zone, rendendole ancora portatrici di morte.

Non si sa ancora quando questa mutazione scomparirà, gli effetti dei soprusi del passato sembrano trascinarsi per lungo tempo, quindi è impossibile calcolare quante saranno ancora le loro vittime, ma di certo abbattere la statua di Colombo, di Jefferson o di chiunque altro accusandolo di schiavismo, di razzismo o di altre bellissime parole che finiscono in ismo e chiedendo che la storia sia riscritta non è una buona cosa. Se finiamo a nascondere lo schifo del passato a favore di una narrazione totally friendly per chiunque, a parte perdere tutto il nostro bagaglio culturale, in quanto, raramente, la storia non ha avuto spargimenti di sangue, schiavi, nemici e conquistatori, non ci sarà più nessun modo per dare a quei ragazzi la possibilità di sentirsi meglio. Daremmo ai nostri figli il peso di un passato che non sanno esistere, ma soprattutto non avranno più le loro radici, perché cancellando il male, come già detto, bisognerebbe cancellare il bene.

una scena di ‘Via col vento’, accusato di essere razzista per il modo in Rossella/Scarlett tratta Mamy
Hattie McDaniel, l’attrice che interpretò Mamy, vinse l’Oscar nel 1940

Mettere in un cassetto Via col vento per razzismo vuol dire dimenticare che fu grazie a quel film che la prima donna di colore, Hattie McDaniel, vinse l’Oscar. Ne vale la pena, quindi? Certo, aggiungere una sottospecie di breve premessa prima della pellicola, che raggiungerebbe, così, la durata pari all’eternità, potrebbe essere una soluzione, in modo che tutti, anche chi non conosce la storia Americana o del film stesso possa comprenderlo a pieno e con l’ottica del passato. Ma cosa bisogna dire per non offendere o creare altri problemi di comprensione? 

Perché è questo che molto spesso facciamo: condanniamo il passato guardandolo con gli occhi del presente. Consideriamo i vichinghi un popolo barbaro, gli egiziani, come i romani, dei depravati, le tribù africane prive di una cultura, quando in realtà il saccheggio e la conquista erano un’attività normale, l’incesto era una pratica comune per le famiglie reali per evitare che il trono fosse instabile e che la pedofilia era una naturale conseguenza di un’aspettativa di vita bassissima, soprattutto per le donne, e che la civilizzazione, come la intendiamo noi, tendente alla globalizzazione, non poteva avvenire in territori dove le popolazioni vivevano tendenzialmente isolate a causa della scarsità delle risorse. È difficile entrare nella mentalità dei popoli del passato, ma renderci conto che non sono come noi è fondamentale, che la cultura e la società è cambiata e che dal passato bisogna solo prendere degli insegnamenti.

Penso che noi italiani questo lo abbiamo imparato molto bene: nella docuserie americana I gerarchi di Hitler vi è una puntata dedicata a Mussolini e al suo ruolo nella salita al potere di Hitler, il presentatore e i tre esperti presenti nel programma continuarono a chiedersi come fosse possibile che noi italiani continuassimo a girare per le nostre città senza rimanere sconvolti alla vista dei fasci, dei monumenti inneggianti al nostro dittatore, a vivere sapendo che le nostre stazioni e le nostre università fossero elogi di colui che ha ispirato i più grandi mostri della storia. La risposta è arrivata dall’ex sindaco di Predappio, Giorgio Frassinetti, che vinse nel 2016 il premio per la Memoria dell’Olocausto: la sedia e il tavolo con i fasci dove lui si sedeva ogni giorno per lavorare avevano assaggiato il peso dello stesso Mussolini, buttare tutto sarebbe stato facile, ma avrebbe significato anche dimenticare, fingere, che non fosse successo nulla, invece averli lì sotto gli occhi lo spinsero a fare meglio, a lavorare pensando a come rendere quella città un luogo migliore e di lotta al fascismo.

Palazzo della Civiltà Italiana realizzato durante il ventennio fascista e che doveva essere il centro di un nuovo quartiere romano

È vero i nostalgici ci sono, ma quell’obelisco e quel teatro a Roma, quella tomba in un piccolo paesino romagnolo, quei palazzi pesanti, squadrati e bianchi sparsi per la nostra Penisola ricordano a noi e alle generazioni future che l’Italia ha avuto un periodo nero, nerissimo, si è macchiata di crimini orrendi, ma ne siamo usciti con dolore, onore, coraggio e lacerati, seguendo i nostri ideali e l’amore per la Patria e per la famiglia. La nostra è una memoria viva, noi, con il nostro passato, non abbiamo fatto a botte ma abbiamo stretto un patto: ci prendiamo dei cialtroni, dei voltafaccia, degli eterni indecisi, ma la nostra storia la portiamo con sulle nostre spalle con dignità, perché quanto è bello sentire “Sì, l’Università di Padova era considerata il baluardo fascista nel Nord, ma è la stessa che ha avuto la Medaglia all’Onor Militare in quanto principale centro della Resistenza” oppure “Mia madre ospitava i Nazisti in casa, ma sotto, in cantina, nascondeva degli ebrei”.

Noi lo sappiamo che la storia è fatta di infinite sfumature di grigio, se noi ci fermiamo al nero allora è la fine. Guardiamo quelle gradazioni, impariamo da loro e raccontiamole ai nostri figli, noi che sappiamo gli errori, ma anche le vittorie, del nostro passato. Invogliamo i nostri nonni e genitori a raccontare la loro, la nostra, storia, ascoltiamoli e impariamo. Giriamo per le nostre strade guardando i monumenti e raccontiamo che quelli sono uomini che hanno fatto grandi cose, ma anche terribili, che noi non possiamo giudicare ma dobbiamo capire e comprendere che erano momenti diversi. Non giustificarli, ma chiederci cosa avremmo fatto al loro posto, cosa possiamo fare ora.

Cancellare, censurare, mutilare non è mai la soluzione giusta!

Fonti:

– T. Snyder, Terre di sangue. L’Europa nella morta di Hitler e Stalin, Rizzoli, 2011https://lamenteemeravigliosa.it/trauma-transgenerazionale-cose/

– R. Avico, Gli effetti di un trauma si possono ereditare con la genetica?, https://psiche.cmsantagostino.it/2019/10/08/ereditarieta-trauma-epigenetica/