Amici e amiche, riprendiamo da dove ci eravamo interrotti. Dopo il Guggenheim di Wright e il Pompidou di Piano è giunto il momento di fare un altro salto in avanti, fino al 1997, per l’esattezza, l’anno dell’inaugurazione del Guggenheim Museum nella città spagnola di Bilbao, appunto… BILBAO.
L’opera di Frank O. Gehry è una vera rivoluzione nel campo architettonico museale, il quale avrà un effetto di portata internazionale. Bilbao, città prevalentemente industriale, a seguito di una forte crisi che percuote le industrie negli anni Novanta, decide di investire nel settore turistico, avviando un imponente progetto di rivitalizzazione urbana, a cominciare dalla creazione di un museo dedicato all’arte contemporanea. L’architettura creata da Gehry diventa in breve termine conosciuta in tutto il mondo, diventando un’importante meta e attrazione turistica… se non ci credete digitate Bilbao su internet e provate a guadare tra i risultati fotografici: Guggenheim. Guggenheim ovunque.
Guggenheim visto dall’esterno
Come il Guggenheim di New York, tuttavia anche questo non è esente a forti critiche da parte degli artisti, le cui opere vengono messe in secondo piano, a favore dell’architettura, che diventa essa stessa opera d’arte da ammirare, passando quindi da puro contenitore a contenuto in sé per sé. Il cosiddetto “effetto Bilbao” nasce proprio dall’intento della città tanto da diventare punto centrale dei circuiti turistici, a partire dal museo e di tutta un’altra serie di progetti urbanistici realizzati da altre archistar (così vengono definiti i grandi architetti della contemporaneità). Questo effetto ha scaturito un forte dibattito critico ma non solo. Molte altre città, infatti, ispirate dal paese spagnolo, hanno cercato di replicare Bilbao, riuscendo o meno a raggiungere lo stesso obiettivo. Da quel momento tutto cambia, gli anni Novanta sono contrassegnati dalla realizzazione di una quantità enorme di edifici al fine di ospitare collezioni d’arte o mostre temporanee. Lo scontro/dialogo tra arte e architettura si fa sempre più forte, in una continua contaminazione tra i due ambiti, dove l’arte imita l’architettura (basti pensare alle grandi installazioni, una tra tutte l’opera di Richard Serra, proprio ospitata al Guggenheim di Bilbao, la quale entra strettamente in dialogo con l’edificio), e viceversa, dove gli architetti, grazie anche a nuovi mezzi tecnologici, realizzano edifici dalle forme più varie, imitando la pittura.
esterno del museo
Ecco a voi dunque perchè tutto parte da Bilbao: musei dalle strane forme ne nascono di più ogni giorno, le città periferiche si dotano di strutture sempre più particolari, realizzati da nomi importanti, al fine di accaparrarsi anch’essi una fetta di turisti. Ciò che vediamo oggi è tutto l’opposto di quello di cui si discuteva a inizio Novecento, dove il padre dell’architettura contemporanea, Le Corbusier, attuava una completa dissoluzione architettonica a partire dalla facciata, non presente nei suoi progetti, andando totalmente a favore e a rispetto dell’arte ospitata… ma magari di questo ne parleremo in un altro momento!
Avete mai sentito parlare di “effetto Bilbao”? Beh, se non conoscete questo termine e non sapete da dove deriva, siete nel posto giusto! Oggi vi porto alla scoperta di alcuni dei musei più importanti e noti al mondo per provare a svelare questo architettonico mistero. Siete pronti?
Cominciamo dal principio. New York, anni Trenta del Novecento. Hilla von Rebay, responsabile della raccolta di arte non oggettiva di Solomon R. Guggenheim, scrive una lettera all’architetto Frank Lloyd Wright chiedendogli la realizzazione di un museo che potesse ospitare la collezione d’arte astratta, un luogo dove arte e architettura dialogassero perfettamente. L’architetto, noto per non apprezzare l’urbanistica della città, legata ad una legge emanata negli anni Venti dove si ponevano dei canoni specifici per l’edificazione, decide di andare controtendenza, progettando un edificio che stonasse completamente col resto delle costruzioni. Quel buontempone di Wright concepisce così un grande spazio unico, una spiralebiancarovesciata, dove all’interno si staglia un immenso vuoto centrale, circondato da una singola rampa di scale nel quale si articola l’intero percorso espositivo, che va dall’alto verso il basso. Inaugurato nel 1959, dopo la morte dell’architetto e dello stesso Solomon, il museo è sin da subito fortemente criticato, specialmente dagli artisti, i quali ritengono che gli spazi non siano adatti all’esposizione di opere d’arte, andando così contro al sogno dell’architetto e della sua utopica armonia arte-architettura.
Museo Guggenheim di New York
Facciamo adesso un piccolo salto in avanti. Parigi, anno 1977, viene inaugurato il CentrePompidou, opera di Renzo Piano e di Richard Rogers. Non museo nel nome, ma centro, a significare un luogo che racchiuda non solo l’arte ma tutta una serie di attività multidisciplinari che spaziano dall’architettura, al design, alla musica, al cinema. Un luogo insomma adibito a centro culturale cittadino, che sia dinamico e costantemente vivo. Posizionato nello strategico quartiere di Les Halles, nel cuore della città francese, il museo, con la sua forte caratterizzazione architettonica, diventa un landmark riconosciuto in tutto il mondo. Lo spaziointernoècompletamenteliberato in un classico white cube open space ma la peculiarità dell’edificio sta invece tutta al suo esterno, il quale presenta dei grossi tubi colorati, funzionali ad ospitare tutti gli impianti di servizio. Oltre ad essi, un’altra particolarità è la scala mobile, posizionata lungo le vetrate della facciata, permettendo in questo modo di instaurare un dialogo tra l’architettura e la città stessa.
Centre Pompidou di Parigi
Non abbiamo ancora capito cosa sia l’effetto Bilbao? Beh, vi lascio ancora un po’ sulle spine e vi do appuntamento al prossimo articolo dove scopriremo altri fantastici musei! Stay tuned!
Sabato 28 settembre, come avrete avuto modo di vedere dai post siamo andate all’inaugurazione della mostra ArchInProcess, creata, curata e sudata dagli studenti del corso di “Architettura contemporanea” tenutosi dalla professoressa Anna Rosellini nel dipartimento di Arti Visive.
Essa si è svolta all’interno del DAMSLab, sede universitaria ma anche luogo di numerose attività aperte non solo agli studenti ma all’intera città; difatti non è stato scelto in modo casuale, anzi! Esso partecipa al progetto europeo Urban Regeration MIx-URBANACT che prevede lo studio, ma anche la pubblicizzazione, di attività di recupero di alcune aree metropolitane in tutto il territorio europeo. ArchInProcess, quindi, è stato uno dei fortunati elementi che si è trovato ad avere l’inedito ruolo da co-protagonista della reunion di quella che era la Manifattura delle Arti bolognese: Cassero, MAMBo, Mercato Ritrovato, DAMSLab e Cantieri Meticci si sono riuniti all’interno dell’evento Porto Culture proponendo una giornata piena di eventi culturali e gastronomici.
Ora a me l’arduo compito di giudicare colleghi e amici (non che non mi piaccia blaterare, ma sapete com’è) e mi perdonerete nel bene e nel male per le mie parole, anche se devo dire in partenza, che un progetto così grande merita un applauso in fiducia. Anzi, vi dirò di più: l’idea di far mettere le mani in pasta, lavorarla con fatica e tirar fuori un così articolato progetto non merita solo l’applauso, voglio una standing ovation!
Ingresso della mostra e del DAMSLab
Per iniziare a raccontare la mostra bisogna sapere e tenere presente, che ci sono undici gruppi presenti, ognuno con un suo miniprogetto ispirato ad uno studio architettonico a noi contemporaneo, dove però esiste anche un importante filo conduttore: presente e passato si scontrano ed incontrano sul limite della riqualificazione e della riscoperta dei luoghi. Non a caso il DAMSLab ha una storia lunga e complessa, sorto sulle ceneri della zona portuale di Bologna, è stato per numerosi anni il Macello pubblico della città fino ad essere trasformato in un ambiente sperimentale; esso inizialmente doveva essere collegato al Mambo (che ricordiamo era l’ex forno del pane di Bologna) dal progetto inclusivo di Aldo Rossi, che vedeva un ponte di collegamento tra le due realtà separate da pochi metri di distanza e da quel canale che doveva ricordare la vocazione navale e commerciale della zona, scenario, adesso, di molte feste studentesche e concerti estivi che vi consigliamo caldamente! Come si entra nella mostra si respira aria di novità ed emozione e quello che colpisce da subito è come sia essa stessa un omaggio al passato ed al presente!
Per riuscire nel complesso intento i ragazzi hanno creato altri tre macrogruppi, Antispazio, Superluogo e Making Of, che vedevano la collaborazione di almeno un rappresentante per gruppo i quali, intrecciandosi, sono riusciti a creare un percorso storico che riuscisse a coinvolgere lo spettatore da subito.
Incanalati nella visita guidata ci portano per prima cosa a fare attenzione ad Antispazio, il pre-mostra, ovvero tutto ciò che ha a che fare con la presentazione di essa: da facebook a instagram i canali sono stati sfruttati e il successo della mostra lo si deve anche all’attenta comunicazione. Il lavoro parte non a monte, di più! Le nuvole che fanno cadere la pioggia e riempiono i fiumi della curiosità sono stati riempiti di inviti, condivisioni di gioie e dolori di questo faticoso anno, ma l’importante è stato continuare a far piovere incessantemente per far arrivare all’inaugurazione carichi sia i nostri curatori, che le persone presenti.
Opera esposta
Progetto di uno dei gruppi presenti
La parte successiva, Superluogo è dedicata all’incontro tra ciò che c’era e ciò che è ora; si parte da una sezione di foto dove sono stati sistemati anche i materiali che furono utili alla costruzione vera e propria del DAMSLab. Una trovata geniale, che porta l’osservatore a toccare con mano tutto ciò che c’è intorno a sé. Questa parte è coronata da alcuni pannelli con fotomontaggi, dove passato e presente continuano a sovrapporsi; l’ultimo a mio avviso estremamente coinvolgente addirittura permette all’osservatore di specchiarsi su una superficie opaca. Il presente si vede sulla superficie, prendendo lo spettatore come fulcro su cui concentrare l’attualità e creatore del futuro grazie alla sua presenza.
Ultima parte il Making of. Partita come una cartella drive, ogni gruppo ha fatto una ricerca enorme e si possono consultare i plichi di tutto ciò, che hanno dovuto reperire tra uno spritz e un pianto liberatorio per il documento utile ritrovato. Entrando nell’open space si incontrano tutte le installazioni, ma ahimè non sono riuscita a godermele tutte! La disposizione e la creazione del percorso perfetto per ogni spettatore porta ad una buona fruibilità, ma la visita è andata un po’ scemando e tutti prendevano percorsi diversi, ma che volete è il bello della diretta! Nel parapiglia generale tutti cercavano di rubare una notizia qua e una là riunendo e incastrando in qualche modo i tasselli del discorso. Ammetto di aver perso alcune parti, ma non c’è da disperare! Ogni opera è correlata da QR code e, per quelli pigri e antitecnologici come me, anche da foglio esplicativo dello studio e dell’opera stessa, che si può portare a casa e leggere con calma. Devo dire la verità di essere rimasta sorpresa dalla grandezza del progetto e della mostra, ma quello che mi ha stupito ancora di più è la genialità delle installazioni. Tutte, che si richiamavano tra loro, tutte con una precisione tecnica che permette di stupirsi e godere della visione, ma allo stesso tempo ognuno degli undici progetti aveva qualcosa di particolare, di innovativo, che portava a fermarsi un attimo e riflettere sul ruolo di quello specifico studio. Quello che però mi ha fatto soffermare è il tema così diversamente declinato e l’artigianalità dei lavori, che mi ha fatto letteralmente impazzire… cioè questi ragazzi hanno progettato, molte volte costruito e assemblato da SOLI le opere!
I lavori in corso di progettazione
Quindi bando alle ciance, andate a vedere la mostra, perché vi stupirà piacevolmente, le visite guidate sono finite, quindi come me dovrete accontentarvi degli scritti, ma (ora sì estremamente di parte) dateci visibilità! La nostra chance è stupirvi e permettervi di godere delle nostre mostre in futuro, non vorrete perdervi l’occasione di dire “Io ho visto la sua prima mostra, quella semiconosciuta a Bologna, mi sembra al DAMSLab”. Fate crescere noi e questa nuova esaltante realtà felsinea!
Oggi parliamo di una delle fotografe più famose dello scenario artistico degli anni Ottanta e attualmente ancora in attività, Nan Goldin, artista statunitense, è diventata nota presso il grande pubblico per i suoi scatti intimi ed emozionali, rappresentanti una sorta di diario della sua vita.
Un’esperienza traumatica durante l’infanzia, ovvero il suicidio della sorella Barbara, è il fattore che avvicina alla fotografia la Goldin, la quale, da quel momento, immortala ogni momento della sua vita e di quella dei suoi amici in un tentativo quasi disperato di mantenere il controllo sullo scorrere inevitabile del tempo. Nella sua opera più famosa, The Ballad of Sexual Dependency, Nan dichiara il suo dispiacere nel non avere abbastanza foto della sorella, con una conseguente difficoltà nel ricordarla davvero per come era e non per come la immaginava. Al fine di non ripetere questo errore, comincia a fare fotografie perché, come lei stessa afferma: “Non voglio nuovamente perdere la vera memoria di nessuno”.
Non potendo sopportare il dolore della perdita e l’indifferenza dei genitori, da adolescente scappa da casa e va prima a Boston e poi a New York. In queste città, Goldin incomincia a sviluppare un suo linguaggio fotografico personale, scattando immagini delle persone che le stanno intorno, componendo un reportage generazionale dello stile di vita underground tipico di quegli anni. Una caratteristica importante del suo lavoro è che la fotografa diventa anch’essa protagonista dei suoi ritratti partecipando, direttamente o indirettamente, al racconto immortalato dalla macchina, che in questo caso agisce come estensione corporale dell’artista. Per Nan Goldin “fare una fotografia è un modo di toccare qualcuno, è una carezza, è accettazione”.
Tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta l’avvento dell’AIDS sconvolge la vita di dell’artista e quella dei suoi amici, i quali sono costretti a fare i conti con le conseguenze di una vita sregolata e piena di eccessi. L’artista resta accanto a loro durante tutto il percorso della malattia documentando ogni passaggio fino agli ultimi istanti di vita. Tra le serie più emozionanti e commoventi che l’hanno resa celebre a livello internazionale è il portfolio dedicato all’amica Cookie Mueller, la quale muore a pochi mesi di distanza dal marito Vittorio e la serie di fotografie dedicate all’amico, nonché profondo sostenitore della sua arte, Gilles, dal momento in cui scopre di essere malato fino alla morte, la quale avviene nel 1992. In queste immagini drammatiche si riesce a percepire il dolore e la tragicità del momento. Per esempio, in uno degli scatti di Nan, vediamo il braccio di Gilles ormai esanime raffigurato in una composizione austera ma allo stesso tempo dignitosa, la quale esprime con forza una sorta di memento mori che richiama, per certi versi, i quadri classici.
Attraverso queste fotografie abbiamo uno spaccato di una generazione che è stata percossa da un evento drammatico, documentato in questo caso con una tale partecipazione che non ci può lasciare indifferenti. Queste immagini sono importanti perché agiscono come documentazione di un avvenimento che ha toccato profondamente le vite di molti artisti e non solo, collocando in tal modo Nan Goldin tra quegli artisti che hanno fatto della denuncia sociale la propria ricerca. Anche se per Nan la cosa più importante resta “fotografare, e poi ancora fotografare, sempre di più, con l’ansia di fermare ciò che altrimenti scomparirebbe, o verrebbe dimenticato”. Gli scatti di Nan sono quasi rubati, spesso imprecisi e non completamente messi a fuoco, appartengono a uno stile da “album di famiglia”, rappresentano un tipo di far fotografia che influenza molti fotografi delle generazioni successive. Un’altra particolarità di questa artista è il creare dei video montando le immagini con un sottofondo musicale, creando così un allestimento emozionale e che coinvolge nell’intimo lo spettatore osservante.
L’artista è tuttora attiva nella realizzazione di performance e call action volte a sensibilizzare il grande pubblico su temi delicati come appunto l’AIDS o la dipendenza da oppiacei, e lo fa attraverso le sue fotografie e i canali social di Facebook e Instagram.
Nan Goldin è la dimostrazione che l’arte non è soltanto bellezza e gioia, ma è anche espressione di difficoltà, sofferenza. L’arte, più semplicemente, è vita.
In questi ultimi anni c’è stato un vero e proprio bombardamento mediatico riguardo la necessità di cominciare ad avere uno stile di vita più sostenibile, mirato al risparmio energetico e alla riduzione dell’inquinamento. Tutti noi possiamo impegnarci a salvare il nostro pianeta (anche perché abbiamo solo questo, quindi ci conviene trattarlo piuttosto bene) però l’urbanizzazione è una macchina che fa veramente fatica a rallentare!
Gli edifici sembrano aumentare alla stessa velocità dei funghi e sempre meno terreno riesce a rimanere vergine al tocco dell’uomo, eppure ci sono due architetti che hanno fatto dell’edificio a costo e impatto zero il loro mestiere. Si tratta di Anne Lacaton e Jean-Philippe Vassal che, nel 1987, fondarono l’omonimo studio a Parigi; entrambi diplomati alla scuola d’architettura di Bordeaux hanno seguito due strade completamente diverse per poi riunirsi e confrontarsi su quello che l’esperienza sul campo aveva insegnato loro. Fu l’esperienza di Vassal a vincere a mani basse e che, quindi, contribuì maggiormente allo sviluppo della poetica dello studio: fuggito, letteralmente, in Africa per evitare la leva obbligatorio cominciò a lavorare come urbanista, permettendogli di accrescere le sue esperienze nel mondo architettonico. Ovviamente era un lavoro piuttosto complesso: il clima, il modo di costruire, di percepire l’edificio, le necessità…insomma: tutto era diverso!
Il nostro amico neo-architetto doveva trovare un modo per superare quei limiti mentali che lo bloccavano, così iniziò a farsi raccontare il territorio dai suoi abitanti, cercando di cogliere quelle particolarità che rendevano quei luoghi speciali, scoprendo lentamente un nuovo e straordinario rapporto tra spazio e uomo, fatto, alcune volte, da soli pochi elementi costruttivi. I suoi lavori cominciarono così ad essere semplici nelle forme ed economici, attenti alla storia e alla cultura della città in cui s’inserivano.
Da questa esperienza svilupparono l’essenza le fondamenta di quel linguaggio che li caratterizza tuttora: libertà, piacere, comfort, flessibilità, economia e originalità. Insomma, qualcosa di molto vicino al cosiddetto mondo naïf!
La maggior parte dei loro progetti cerca di risolvere il progressivo aumento di luoghi abbandonati, dismessi, che degradano la città, regalando loro una nuova identità, attraverso il concetto di riutilizzo. Lo spazio edilizio viene esaltato dal loro intervento, proponendo, molto spesso, interventi minimal, che alcune volte coincidono unicamente con l’abbattimento di alcuni muri interni, riuscendo, con dei costi veramente minimi, a duplicare lo spazio.
Il loro lavoro si basa su un’idea di sostenibilità estranea al mondo occidentale, bensì si concentra sulla concezione presente nei Paesi in via di sviluppo la quale si fonda sulla semplicità, sull’usare ciò che si trova, ottenendo il massimo, scendendo a patti anche con il clima.
In questo caso, perché demolire se c’è già qualcosa di costruito? Perché non riciclare quello che già sia ha?
Ed è esattamente quello che i due fanno! Per esempio affiancati da alcuni botanici sono riusciti a creare dei giardini invernali (una specie di intercapedine che può fungere anche da parete in cui vengono inserite delle piante), che vanno a creare un impianto di riscaldamento completamente autonomo e naturale! Logicamente le piante non bastano e in loro aiuto arrivano anche enormi finestre che, strategicamente posizionate, illuminano l’edificio ma riscaldano ulteriormente l’aria. Greta Thunberg sarebbe orgogliosa!
La loro firma, però, è sicuramente il freespace, ovvero uno spazio completamente libero, privo di ogni elemento di separazione (capitan ovvio!): un enorme loft insomma! E come quest’ultimo può essere organizzato come più aggrada a colui che andrà a viverci all’interno, diventando ciò che egli desidera: una casa, una sala conferenza o espositiva, uno spazio per incontri didattici, un luogo dove riposare…non c’è limite alla fantasia! In questo modo la comunità può assorbire totalmente l’edificio dentro di sé, riuscendo ad utilizzarlo nelle sue piene capacità, rispettando anche l’ambiente e risparmiando parecchie scocciature edilizie. Forse gli unici a rimetterci sono gli anziani, che non avranno nessun cantiere da poter osservare nel tempo libero!
Purtroppo, se sulla carta tutto sembra eccezionale, c’è chi questa architettura non la capisce o finge di farlo, arrivando poi a tradirla completamente, ma questo lo vedrete prossimamente, quindi..stay tuned, we’ll back soon!
La street art è una di quelle correnti artistiche così nuove e sdoganate da un certo punto di vista, che parlarne serenamente diventa una specie di impresa titanica. Intanto distinzione fondamentale: ripetiamo tutti insieme “la street art non sono i graffiti, che rovinano le città con offese e disegni di poco gusto”; perfetto, se avete fatto questo esercizio con me possiamo iniziare a ragionare su cosa realmente sia questa forma d’arte.
Nata alla fine del secolo scorso vanta tra le fila grandi nomi come Jean-Michel Basquiat o Keith Haring, che hanno fatto dell’arte il loro medium di comunicazione preferito: alla portata di tutti, visibile e carico di significato, ogni graffito finiva con l’essere un mostro sacro della comunicazione, se si aveva la pazienza di andare oltre il banale. Uno di quelli, che ha fatto della sua arte un punto fermo è sicuramente Banksy, quel burlone di cui nessuno sa pronunciare mai il nome.
Come abbiamo detto Banksy, ok… e ora? Nessuna carta d’identità di artista, che mantiene l’anonimato, infatti di lui o lei non sappiamo proprio niente, se non che è inglese e un idolo delle masse. Sempre al centro dell’ennesima finta discussione artistica o del nuovo avvistamento, io immagino sempre lui (o lei) seduto su dei gradini vicino alla sua ultima opera, mentre beve una fresca birra e ride di gusto delle reazioni delle persone, che si fermano ad ammirare il suo ultimo capolavoro… un po’ quello che dovrebbe essere successo a Venezia!
L’opera di Banksy al Centre Pompidou
La vera domanda è: perché la sua la dobbiamo considerare arte? Stacchi e non stacchi, mostre e non mostre, furti e… ebbene sì, la scorsa settimana, fuori dal Centre Pompidou a Parigi è stato trafugato uno dei suoi magici topini con cui è divenuto famoso e l’indignazione della gente è volata a mille. Ma, ma, ma perché la gente si sente così ferita da questa cosa? Il dilemma del “eh, hanno trafugato un Banksy, Banky, Bansy… insomma quello lì” spopola sul web, mentre Luca Bizzarri (sì, proprio lui!) annuncia la sua super mostra a Genova proprio sull’artista.
“La febbre di Banksy” potrebbe essere un degno successore del famoso film con John Travolta e il mio amore e odio per questo strano effetto continua a farsi sentire ogni giorno di più. Ogni giorno mi chiedo quanto sia giusto parlare di stacchi, mostre, rapimenti delle opere di questo movimento, perché non stiamo parlando di commissioni o quadri, ma dell’effimero mondo della street art. Una delle forme d’arte più significative è ora donata gratuitamente ad un pubblico, che si trova circondato dalla bellezza e dallo splendore ogni giorno e ogni passo, senza dover essere per forza milionari o eredi di qualche famiglia nobile. La musealizzazione dell’arte, non è sempre dovuta, alcune opere possono rimanere di base effimere e sì, in qualche modo mantenere la loro illegalità. La street art è stata un modo per andare contro il sistema dell’arte, far parlare di reale approccio con la gente, senza dover fare i conti con un élite, che desidera solo apparire.
Opera di Banksy a Venezia
Un furto d’arte rimane ovviamente un fatto eclatante, il corpo del reato, che viene in qualche modo esposto e reso noto, ma la cosa buffa è che ne parliamo solo perché è al centre Pompidou, tutti gli stacchi illegali e i ritinteggiamenti vengono ignorati ogni giorno e lo stesso Banksy è stato allontanato dalla sua opera veneziana da dei vigili, che ignoravano la sua importanza. Chissà quante volte siete passati a fianco di Blu, di Maria Pia 5, TV-Boy o Banksy in persona non conoscendo l’artista o semplicemente reputandolo uno dei tanti graffiti, che si vedono in ogni città. Aggiratevi quindi, con il naso in su, fermatevi a parlare con gli artisti che trovate per le strade della città, godetevi la bellezza dell’effimeratezza della street art, perché non ha senso denunciare il sistema essendo dentro esso; i musei monetizzano e vincono, ma la vera realtà e la vera vittoria è sui muri.