Il viaggio omerico: destinazione Artefiera

Esperienze uniche e momenti indimenticabili, il racconto tragicomico della mia prima ArteFiera da studentessa universitaria (triste e solitaria nella tua stanzetta umida…  senza novità per chi conosce Cristicchi). Sei a Bologna, anzi per essere più  chiari studi a Bologna e per essere ancora più precisi e puntigliosi studi storia dell’arte contemporanea a Bologna: questo significa solo un cosa ARTEFIERA!

di Jessica Caminiti

Artefiera, prima di iniziare dovete sapere cos’è! Essa è una delle fiere di arte moderna e contemporanea più importanti a livello internazionale; nata nel 1974 è stata preceduta solo da Art Basel e Art Cologne e ha avuto molti progetti collaterali tra cui la famosa settimana della performance del 1977 curata da niente meno che Renato Barilli, che ha vantato nomi come Marina Abramovic e Ulay, Hermann Nitsch, Vito Acconci e molti altri. Oggi essa si presenta ancora più capillare con non solo il padiglione centrale, dove si organizza la fiera, ma molti altri progetti dispersi per la città: mostre a tema, aperture straordinarie di gallerie e durante la notte bianca di art city (così è denominato questo progetto) i musei e le esibizioni aderenti tengono aperte le porte fino alle 24 concedendo agli ospiti stuzzichini, cibo, musica, dj-set e… ho già detto cibo? Questa notte magica rende la città ancora più viva e le persone corrono e si divertono ricercando le gallerie più imbucate (vi assicuro, che alcune le ho trovate in vicoletti) e tanta nuova arte da scoprire.

Passiamo ora a cosa significa per uno studente Artefiera: significa ANSIA! Ansia di organizzare studio e ritorni a casa per riuscire ad essere a Bologna durante quel weekend, ansia delle aspettative: sai la storia della fiera e conosci a memoria tutti i ruoli, che i tuoi professori hanno ricoperto, ansia perchè sai che tu vorresti essere lì a lavorare, anche solo a portare un caffè a Menegoi e seguirlo con il tuo quadernino prendendo appunti anche sulla lunghezza dei passi che fa.

Ti prepari, parti il prima possibile, per non correre tra uno stand e l’altro come se non ci fosse un domani e decidi che il tuo viaggio omerico ha inizio. Parto con borse, borsettine, per una volta truccata e piove, ma tu (genio) non hai l’ombrello e quindi ringrazi pubblicamente i portici, che ti  hanno permesso di arrivare alla fermata del bus senza sembrare una persona troppo disagiata. Prima di arrivare ad Artefiera e ai suoi padiglioni c’è stata quasi un’apparizione fugace, uno di quegli incontri casuali nei momenti in cui corri e osservi distrattamente le persone che ti passano accanto: Orlan. Sotto i portici di via Indipendenza signori e signore ho  visto Orlan! Per chi non la conoscesse è una delle più importanti artiste francesi contemporanee, body artist e famosa per i suoi interventi chirurgo-artistici (credo di aver appena inventato una parola), che proprio quella sera avrebbe avuto il talk annuale con Barilli, per ricordare quel famoso 1977.

Dopo un quasi svenimento e un continuo girarsi per ritrovarla nella massa felsinea,proseguiamo e dopo autobus infernali, incastrati come tetris, arriviamo ad artefiera. Biglietto e qui voglio fare un appunto: Organizzatori, noi di arti visive dovremmo entrare gratis! Siamo poveri studenti, che cercano la vostra benedizione… un aiutino?

Emilio Isgrò
Fabio Viale

Un romanzo solo per entrare e che cos’è ArteFiera? Puro spettacolo! Tra un saluto ad un tuo professore, una foto a Viale per Silvia (sfigatissima a tirocinio, mentre io facendo la finta figa in giro  per mostre), un coccolone per i prezzi, che leggi, vivere quei padiglioni almeno un giorno è tutto ciò che ogni bravo contemporaneista sogna. Essere circondati dall’arte e saper riconoscere nomi, vedere da così vicino opere di Isgrò, Vedova, Samorì e altri grandi artisti lascia senza parole (quasi quanto leggere i prezzi, appunto), ma la cosa, che piace più a me contemporaneista inside è trovare e scovare gli artisti, che vuoi per il poco tempo, vuoi perchè non si riesce a ricordare tutto, non conosco. Mi affascino sempre quando mi trovo di fronte a chi mi è sconosciuto e per qualche ragione, mi attrae come un magnete, come se fosse l’opera a richiamarmi senza che io abbia chiesto o detto niente. ArteFiera è anche questo: è continuo studio, è fascino, è incanto.

Lamberto Pignotti

Se avrete tempo e siete nella vicinanze questo weekend andate a vedere quindi cosa la nuova edizione ha in serbo per voi e noi, non fatevi spaventare dagli immensi corridoi e dalle tante gallerie, perchè appena entrati vi sentirete a casa e vorrete rimanerci ancora un po’, il tempo dell’ultimo giro e ne uscirete sicuramente arricchiti artisticamente, pieni di nuovi volantini e con le memorie dei cellulari piene!

Ogni fiera, ogni mostra nasconde ovviamente qualcosa di speciale, ma se si parla di Bologna, un posto nel cuore c’è sempre e quindi ArteFiera non può che essere nella Top Ten!

Un caffè con GIUSEPPE TRINGALI

Oggi rotoliamo verso sud, attraversiamo il mare e giungiamo in Sicilia, dove conosciamo Giuseppe Tringali, artista classe 1984, laureato presso l’Accademia di Belle Arti di Catania, la cui ricerca artistica si basa su una lettura personale del linguaggio pittorico, attraverso il quale esprimere il proprio vissuto e i propri valori. Andiamo a scoprire qualcosa di più!

di Jessica Colaianni

Dal prifilo ufficiale instagram di Giuseppe

JESSICA: Parlaci un po’ della tua formazione e dei tuoi principali campi di interesse. 

GIUSEPPE: Nel 2002 decido di lasciare Caltagirone e la Sicilia per provare a realizzare un sogno nel cassetto, diventare un disegnatore di film d’animazione, scegliendo l’Accademia di Bologna come punto di partenza per la mia formazione. Frequento l’Accademia di Napoli per un breve periodo e nel 2008 mi diplomo in pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Catania. Volevo diventare il nuovo Hayao Miyazaki, ma strada facendo mi sono ritrovato a curare mostre, organizzare eventi artistici, fare installazioni e persino insegnare arti visive. Per quanto possiamo pianificare non si può mai sapere dove ci porta la strada che ci si para davanti.  

J: Viviamo in un’epoca dove sono ormai pochi gli artisti che si dedicano prettamente alla pittura, in che modo ti approcci a questa tecnica? 

G: Il rapporto con la pittura è sempre molto spontaneo ma allo stesso tempo estremamente conflittuale, sono sempre alla ricerca di un linguaggio e una cifra stilistica che appartenga solo a me ed è per questo che in quasi tutte le mie opere è evidente una certa tensione emotiva. In questo senso non sono molto accademico, piuttosto sono anche violento nei confronti dei supporti e della pittura ma in fin dei conti la cosa che più conta è che il risultato rispecchi parte del mio personale vissuto. 

J: Qual è il messaggio che vuoi dare attraverso i tuoi lavori? 

G: Come chiunque altro con i miei lavori vorrei trasmettere la mia personale visione del mondo in cui vivo, i valori in cui mi rispecchio. Mi piacerebbe che le miei opere potessero far riflettere su come, col nostro fare, possiamo essere d’esempio, in positivo o in negativo, nei confronti degli altri. Con i miei dipinti vorrei poter dire di ricercare la profondità e l’essenzialità delle cose, scomponendone la superficie, grattando via gli strati di colore per non ridursi a mera apparenza. 

J: Come si è evoluta negli anni la tua idea di arte? 

G: Continuo a pensare che l’arte debba servire a smuovere le coscienze ed essere motore di processi riflessivi, ma negli ultimi tempi considero l’arte come quel valore aggiunto alla vita di ogni giorno, quel momento da dedicare a sé stessi, scontornato dalla pomposità degli eventi e delle mostre e dalle sovrastrutture culturali, un semplice momento assolutamente personale dove concedersi del tempo, bene prezioso che ai giorni nostri giorni è sempre più raro.  

J: Oltre alle opere su cavalletto ti occupi anche di realizzare delle opere murali su commissione, come si legano alla tua produzione principale? Si pongono in linea agli altri tuoi lavori nella scelta sia della tecnica che dei temi o ti approcci in un modo completamente differente?  

G: Ci tengo a precisare che non sono uno Street artist, proprio perché l’arte di strada ha un suo codice ben preciso, io sono un pittore che dipinge su qualsiasi superficie gli venga messa a disposizione, quindi anche sui muri. Il processo di creazione di un murale si basa principalmente su un primo studio del contesto dove verrà inserito e ovviamente cambiano anche i medium con cui intervengo sulle superfici, prediligendo spray, quarzo e acrilici. Per quanto riguarda lo stato d’animo con cui affronto un muro invece è totalmente diverso da quello che ho quando sono in studio, sono molto più disteso e rilassato, direi quasi giocoso, sarà per la possibilità di avere spazi più grandi sui quali intervenire e ho la possibilità di estendere al massimo il gesto pittorico. Ciò che scelgo di dipingere sui muri non si discosta molto dalla mia produzione principale, c’è sempre un filo conduttore che lega tutte le mie opere, quasi come se ogni soggetto che scelgo di dipingere automaticamente fa germinare l’idea per il quello successivo, ognuno di questi soggetti rappresenta parte del mio vissuto e si fa portatore di un messaggio positivo da lasciare impresso specialmente in strada. Per quanto riguarda le commissioni invece, beh, quelle sono commissioni. 

J: Raccontaci un po’ della tua ultima mostra, #Storie, personale realizzata per la Galleria L’Altro Artecontemporanea di Palermo. Per quale motivo il formato scelto per i ritratti è rotondo e non il classico quadrato?

G: Il mio lavoro come artista è una ricerca continua, non sono mai soddisfatto, qualcuno dice che questa sia una buona cosa, perciò cerco sempre di rinnovarmi per poi tornare a bozzetti di qualche anno prima, non passa giorno senza che abbia macchie di vernice addosso. L’ultima mia personale #Storie è un progetto semplice, si tratta di 35 Ri_tratti di uomini e donne siciliane vissuti in un arco di tempo che va dal 1984 (anno della mia nascita) al 2019. 35 anni appunto. 35 anni di storie positive, storie che vale la pena raccontare, che possono essere spunto positivo per le generazioni più giovani, in controtendenza con le #stories dei social, che durano appena 24 ore, che raccontano spesso di superficialità ed effimera apparenza e che mirano soltanto ad ottenere consensi ed approvazione meramente virtuale. Ho scelto di ritrarre i volti di personaggi noti ed altri un po’ più di nicchia ma che hanno contribuito alla storia della nostra Isola, hanno permesso di ricostruire se vogliamo un ritratto positivo, non legato necessariamente allo stereotipo di mafia, carretti e fichi d’india. Il formato è un chiaro richiamo all’avatar del mondo social, quasi un tasto retroilluminato che spunta dalla parete e che viene voglia di schiacciare per scoprire quale nuova finestra si può aprire. 

J: Ti va di darci qualche spoiler sui tuoi progetti nell’immediato futuro? 

G: Finora ho raccolto critiche positive nel mio territorio ma non sono riuscito a varcare i confini dell’isola col mio lavoro, probabilmente perché il mio linguaggio è rimasto troppo legato alla mia sicilianità. In questo momento sto lavorando ad un progetto che spero possa rendere la mia pittura e il messaggio che essa porta universalmente valido e quindi più spendibile fuori dalla Sicilia. 

Ringraziamo Giuseppe Tringali per averci concesso questa intervista e gli auguriamo di realizzare tutti i suoi progetti futuri, speriamo che vi abbia fatto piacere conoscere questo nuovo artista e vi consigliamo, se non volete perdervi i suoi lavori, di seguire la sua pagina instagram (https://www.instagram.com/giuseart/?hl=it)!

5+1 opere d’arte che mi hanno fatto amare l’arte contemporanea

La maggior parte di noi di fronte all’arte contemporanea storce il naso, ci si domanda spesso quale sia il significato di quella determinata opera o perché essa venga considerata come tale. Lo ammetto, anche io fino a qualche anno fa non capivo cosa ci fosse di così interessante nell’arte più vicina a noi, preferendo invece l’arte del Rinascimento (che ancora adesso adoro) ma, nonostante alcuni pregiudizi, frequentando il Dams di Bologna non ho potuto evitare di seguire il corso di storia dell’arte contemporanea ed è proprio lì che è scattata la scintilla che mi ha fatto completamente innamorare! Vi starete domandando perché? Beh, ecco allora una carrellata spontanea e di pancia delle opere che studiando mi hanno fatto perdere la testa!

di Jessica Colaianni

1. Nel 1917, appare in pubblico un’opera d’arte un po’ strana, un orinatoio capovolto firmato da un certo Richard Mutt e intitolato enigmaticamente Fontana. Questo lavoro provoca un fortissimo dibattito nella New York dei primi del Novecento, focalizzando in particolare l’attenzione su cosa sia arte e cosa no. Solo in seguito si scoprirà che l’autore non era altro che quel burlone di Duchamp che, già nel 1913, aveva prodotto il suo primo ready-made (oggetto d’uso comune preso e svuotato del proprio significato e reso opera d’arte). Se non lui, chi altri avrebbe potuto essere il padre dell’arte contemporanea?

2. Anche se non si è appassionati d’arte contemporanea, sarà sicuramente capitato a tutti di vedere delle opere rappresentanti linee verticali e orizzontali che formano quadrati bianchi o colorati. Le opere di Mondrian hanno avuto molta fortuna, diventando abiti di alta moda, ma comparendo anche in merchandising come quaderni e agende; pochi però sanno che dietro quelle semplici forme geometriche che “tutti possono fare” (sigh) si nascondono anni e anni di lavoro che coinvolgono l’artista nella sua ricerca di rappresentare la natura nella sua forma più primaria e perfetta, in un ricercato gioco di equilibrio e armonia.

3. Proseguendo sulla scia del “so farlo anche io” un altro personaggio che ha rivoluzionato l’idea dell’arte è sicuramente Jackson Pollock che con il suo dripping (sgocciolamento del colore) ricopre tutta la superficie della tela, rigorosamente posta a terra (diciamo addio alla pittura su cavalletto) in modo da poterci girare attorno, realizzando così quasi una sorta di pre-performance in bilico tra dei sapienti movimenti e dei casuali gesti impulsivi, una danza di colore!

4. Figlio mancato di Duchamp, Piero Manzoni sconvolge la Milano degli anni Sessanta (la sua carriera è purtroppo molto breve a causa della sua prematura scomparsa) realizzando dei lavori assurdi e giocosi al fine di prendere in giro il sistema dell’arte, legato in quegli anni ad un forte incremento del mercato. Impronte d’artista, fiato d’artista, le statue viventi sono solo alcune delle opere da lui realizzate, che rimane noto presso il grande pubblico soprattutto per la sua Merda d’artista, inscatolata ed etichettata bella e pronta per essere venduta al miglior offerente.

5. Negli anni Settanta la maggior parte degli artisti si stufa di dipingere e scolpire e decide così di fare qualcosa di nuovo (le basi vengono poste a partire dagli anni Cinquanta con i primi happening), il tutto per lo più rigorosamente nudi. Nasce così la Performance, di cui la massima protagonista è Marina Abramović, lanciata presso il grande pubblico attraverso Imponderabilia del 1977, la performance realizzata a Bologna insieme al fidanzato nonché compagno artistico Ulay, che vede i due porsi nudi (ma dai?!) davanti all’ingresso dell’allora Galleria d’Arte Moderna, costringendo così i visitatori a strusciare sui loro corpi.

6. Avviciniamoci ai giorni nostri e andiamo in terra nostrana, l’artista italiano attualmente vivente e più famoso a livello internazionale è sicuramente Maurizio Cattelan, le cui opere ironiche e spesso dal tono polemico scatenano controversie anche al di fuori dello stretto mondo dell’arte. I suoi lavori più noti rimangono Apocalypse, scultura di Papa Giovanni Paolo II colpito da un meteorite e Him, la scultura di Hitler inginocchiato e con sguardo implorante perdono.

Questo elenco rappresenta solo una minima parte di ciò che riguarda tutto il mondo dell’arte contemporanea. In generale, la cosa che più mi affascina di essa è che non deve essere semplicemente un qualcosa di bello da vedere ma anzi può essere stramba, pazza, divertente, stimolante, assurda e a volte anche un po’ trash. L’arte contemporanea non ha pregiudizi, è libera e libera è l’interpretazione che ognuno di noi può dare a ciò che sta vedendo. Che dite, vi ho convinto ad amarla almeno un po’ di più?

Anthropocene: una mostra didattica

Uno sguardo sulla mostra Antrophocene raccontata dalla nostra Jessica, che è andata a visitarla per noi. Tra arte e antropologia si è snodata la visita al Mast…

di Jessica Colaianni

esterno della fondazione Mast

Inaugurata il 16 maggio e visitabile fino al 5 gennaio 2020, la Fondazione Mast di Bologna ospita la mostra Anthropocene, la quale vede l’esposizione di opere di Edward Burtynsky (fotografo canadese classe 1955), Jennifer Baichwal (regista canadese classe 1965) e Nicholas de Pencier (coniuge e partner professionale di Jennifer Baichwal).

La mostra è stata realizzata grazie alla collaborazione dell’Art Gallery of Ontario e il Canadian Photography Institute of the National Gallery of Canada e vede la presenza di fotografie, video e installazioni in realtà aumentata (fruibile attraverso il download dell’app Avara), disseminate in un percorso espositivo diviso in quattro sezioni.

Il titolo della mostra deriva da un termine scientifico coniato nel 2000 dal chimico e studioso dell’atmosfera Paul J. Crutzen e da Eugene Stoermer e sta ad indicare l’attuale epoca geologica, definita a partire dalle metà del XX secolo, nella quale la specie umana è la causa primaria di un cambiamento permanente del pianeta. I tre artisti, grazie al The Anthropocene Project viaggiano in giro per il mondo documentando questi mutamenti provocati dall’impatto dell’uomo, tra cui disboscamenti per creare nuovi terreni per le coltivazioni nuove aree urbane e industriali oppure tutti quegli interventi invasivi per estrarre materiali quali petrolio o carbone. La colpa di questi eventi, secondo molti, è da scaricare sulla parte occidentale e più industrializzata del mondo, le cui conseguenze ricadono sui paesi più poveri. Basti pensare, ad esempio, alle piantagioni di palma da olio, le quali stanno distruggendo la foresta dell’Indonesia e della Malesia, mettendo a rischio di estinzione gli oranghi che abitano quelle zone (la produzione dell’olio di palma è quasi del tutto esportata in Occidente). Attraverso le opere, le didascalie e i pannelli esplicativi, lo spettatore prosegue nel percorso in un crescendo d’ansia e paura che attanaglia la mente. Sono molte le domande che fanno sorgere all’osservatore queste immagini. Quanto tempo ci resta? Ci sono delle soluzioni? 

Ingresso dellla mostra

L’obiettivo dei tre artisti non è quello di coinvolgere lo spettatore dal punto di vista emozionale, ma di porre la realtà delle cose così com’è, nella maniera più razionale possibile e lasciar lui l’opportunità di farsi una propria opinione personale. Il pubblico esce dalla mostra con una nuova consapevolezza e con la libertà di poter davvero agire o meno per cambiare le cose. Tuttavia l’esposizione non vuole lasciare solo una nota pessimista. Non tutto è perduto. Infatti, durante il percorso dell’esposizione si trovano anche alcune immagini dove l’uomo fortunatamente non ha posto la sua impronta, come la foresta Cathedral Grove nella Columbia Britannica, l’abete Douglas Big Lonely Doug e la barriera corallina del Parco Nazionale di Komodo, i quali restano solo alcuni esempi di ambienti ancora incontaminati. Viviamo in un’epoca in cui il confine col punto di non ritorno è sottile, ma abbiamo ancora delle possibilità per uscire da questa situazione. Un forte dibattito tra scienziati (e non solo) si pone oggi l’obiettivo di proporre soluzioni, tra chi richiede una necessaria riduzione dei consumi e tra chi invece propone di impiegare l’ingegneria climatica (l’insieme delle tecnologie volte a contrastare i cambiamenti climatici),  la geoingegneria (la conoscenza delle scienze geologiche applicata all’ingegneria) e l’ingegneria genetica per portarci verso l’idea di un Transumanesimo, ovvero il progredire del genere umano attraverso la scienza e la tecnologia, interferendo con la natura e sfruttando lo stato delle conoscenze presenti e future al fine di evitare un collasso. 

Parte dell’interattività della mostra

Il culmine dell’esposizione è la quarta sezione, dove avviene la proiezione del film-documentario Anthropocene – The Human Epoch, il quale mostra in maniera più approfondita il percorso svolto dai tre artisti insieme all’Anthropocene Working Group (oltre al Mast, è possibile vedere la proiezione in alcune sale cinematografiche d’Italia).

La Fondazione Mast offre al pubblico una mostra didattica ed esaustiva del problema, una visita è d’obbligo, in quanto l’arte può essere uno strumento utile per smuovere le coscienze degli uomini. È giunto il momento di agire, non possiamo fingere che i cambiamenti climatici non esistano e che non sia l’uomo la causa principale di essi, la mostra si pone quindi come un buon punto di partenza per dare consapevolezza a ciò che sta accadendo al nostro unico pianeta. Le soluzioni ci sono e sono possibili, basta metterle in atto.

Sempre sul pezzo: Weimar la città dell’innovazione!

Cambiamo Stato e voliamo a Weimar, dove lo spirito del Bauhaus è ancora palpabile e la ricerca della novità in campo artistico rimane l’obiettivo di questa visionaria scuola, che non ebbe vita facile, ma è ancora qua

di Jessica Caminiti

Foto panoramica di Weimar

Weimar, 2019. Weimar che? per caso è un formaggio? No, secondo me è quel posto strano dove piovono polli! Niente di tutto questo gente e ora, che ho la vostra curiosità posso iniziare. Ebbene sì, parlerò di questa piccola città, la quale forse vi suona poco familiare, ma fatemi fare un piccolo tuffo nel passato per farvi capire, perché essa risulti come già sentita nel vostro cervello e non solo per qualche strana definizione di Bartezzaghi nella settimana enigmistica!

Oltre ad essere la città natale di volti noti come Goethe e Schiller, i quali sono presenti per tutta la città tra statue, strade intitolate e aggeggini carini nei vari negozietti, essa diventò importante nel 1919; essa divenne famosa sì, ma per riuscire a comprendere meglio come e perché ci conviene saltare su una certa e conosciuta DeLoeran e ritornare indietro a un secolo fa e quindi, eccoci qui: Weimar, 1919.

Targa commemorativa della costituzione della Reppubblica: In questa casa il popolo tedesco si è dato, attraverso un’assemblea nazionale, la costituzione di Weimar dal 11 agosto 1919

Weimar 1919. Subbugli e tafferugli, la prima guerra mondiale è appena finita, ritornano i reduci, le mogli tornano a casa e la vita sembra ricominciare anche in Germania; una piccola Repubblica prende forma ed è proprio la Repubblica di Weimar: libertà e nuove possibilità pullulano per la città, le donne possono già votare, i cittadini non sentono l’oppressione dei Paesi dove la monarchia fa ancora il buono ed il cattivo tempo e proprio qui, arrivò Walter Gropius con la sua scuola. Proprio qui, un secolo fa, il Bauhaus prese forma e da qui inizia la vera storia artistica nella città.

Benvenuti nella magica Scuola dove ragazzi e ragazze condividono gli stessi corsi, tecnici e teorici, per diventare gli architetti e gli artisti di domani. Nei vari anni si possono incrociare per i corridoi i grandi maestri, i quali hanno fatto la storia dell’arte del Novecento; Kandinskij si aggira tra gli alunni insieme a Klee, Itten, Van der Rohe, mentre Gropius da direttore vede nascere e piano piano morire il suo sogno. Sarebbe tutto fin troppo bello, se solo una folle ideologia non si fosse intromessa! La sede c’è ancora, ma la scuola dovette fare i conti con la storia ed il nazismo, che la reputò “troppo liberale e sovversiva”, così dopo lo spostamento a Dessau ed a Berlino, nel 1933 verrà chiusa definitivamente durante l’ascesa del regime.

1919
2019

Cosa rimane nel 2019 del visionario e liberale progetto di Gropius? Il nuovo museo appena inaugurato, enorme e più inclusivo possibile, portatore di storia e di design, oltre alle molte gallerie sparse in tutta la città e la sede della scuola, centro propulsore di idee e di novità, è ancora lì. Mettere un piede dentro l’edificio principale è una  grande emozione, una di quelle che si provano solo quando sai chi è passato prima di te, e, mentre mi lascio alle spalle il padiglione costruito da Henry Van De Velde (sì, avete letto bene, proprio lui!), entro e vedo la magnificenza della scuola: l’androne bianco, che ti accoglie e i murales del 1919 ancora presenti si mischiano e ti fanno respirare la storia. Negli anni si è ingrandita e oltre ad architetti e artisti accoglie anche informatici, un po’ bistrattati e decentrati rispetto all’edificio principale, ma parte integrante di questo piccolo mondo a sé stante. 

Logo della scuola
Lavoro del summary
laboratorio di virtual reality

Perché vi raccontato di questo crogiuolo di personalità così diverse? Perché ogni anno a luglio, tutti gli studenti della scuola presentano i loro progetti al summary  e, curiosissima come pochi, sono ad aggirarmi per corridoi e aule per capire quali sono le novità. Artisti, designer e architetti ci stupiscono come sempre, anche se non offrono nessuna spiegazione o interesse nei confronti dei visitatori, che magari (dico magari, eh?) qualche chiacchiera la vorrebbero pure scambiare. L’ala più stupefacente è stata quella informatica. Voglio raccontarvi cosa succede quando informatici ed artisti iniziano a conoscersi, comprendersi e collaborare. Tutto si svolge in un piccolo laboratorio, dove tutti entrano zuppi (ovviamente vuoi che non piova visto che io esco vestita bene?) e qui lo stupore. Otto videogiochi, dove si viene trasportati nel mondo del Bauhaus, in maniera innovativa, quasi inconsapevole per chi partecipa. Da neofita e bug continuo dell’informatica, mi aggiro tra questi pc dove vedo riproposizioni del tema del Bauhaus: chi ha deciso di usare le forme per sfidare la fisica, chi ti fa aggirare per il nuovo museo cercando indizi, finché mi sposto fisicamente nell’edificio e arrivo alla stanza chiusa. Porta sbarrata e solo quattro persone alla volta possono entrare, cosa ci sarà mai qui dentro? Entro e qui la magia si avvera, l’arte incontra la tecnologia: un semplice gioco di ricerca di due monumenti del Bauhaus persi per una città immaginaria. Sei sotto una cupola e tutto ti circonda: suoni, rumori naturali ed i tuoi passi, mentre ti aggiri scontrandoti con le figure inventate da Oscar Schlemmer e tutto sembra così reale, tutto sembra a portata di mano. Trovo i due edifici e riemergo da questa realtà con due domande: che cos’è il Bauhaus oggi? Quanto è cambiato?

Summary 2018, visione della cupola

Rifletto e penso, niente è cambiato: il Bauhaus è esattamente come cento anni fa! La ricerca della novità, dell’unione di più saperi, l’essere sempre all’avanguardia e un passo avanti rispetto agli altri. Tutto questo è rimasto, si è solo trasformato ed evoluto per arrivare a questo: la scoperta dell’arte nella tecnologia.

In conclusione può essere la tecnologia arte? Certo, che sì! Un’arte diversa, non ancora pienamente compresa, ma può sicuramente aiutare a raggiungere e scrutare nuovi campi, nuovi limiti, che ancora dobbiamo raggiungere.


L’arte è sessista?

Dopo secoli in cui abbiamo visto donne e dee spogliarsi per artisti, che le riproponevano su tele e fotografie, gli anni Sessanta e Settanta del ‘900 portano un po’ di freschezza e “il vento del cambiamento soffia” incessantemente. Una breve carrellata delle nuove streghe e della loro arte (senza favoritismi)

di Jessica Caminiti

Anni ’70. COrteo di femministe
Corteo femminista attuale a Toronto

2019, Mondo. Il 25 novembre siamo ancora a fare le manifestazioni contro la violenza sulle donne, perché nonostante i magici Settanta, la visione occidentale della donna per molti versi non è cambiata: ancora femminicidi, stalkeraggi, subordinazioni e negazioni di fronte a quello che viene tuttora definito sesso debole (ma sesso debole a chi?)

L’arte per molto  tempo, per secoli, nonostante ci siano state delle eccezioni prime tra tutte Artemisia Gentileschi e Propezia De Rossi, ha inneggiato ad un modello maschile e restrittivo, che corrispondeva ad uno schema ben preciso: uomo artista e donna musa. Questo ha portato a dei capolavori all’interno della storia dell’arte, che difficilmente non si può che ammirare: come non si può rincorrere con lo sguardo le sinuose curve della Venere di Tiziano o guardare estasiati lo sguardo della Primavera di Botticelli

Può essere considerato solo questo il  ruolo del genere femminile? Sicuramente non può essere tutto qua: le donne nel corso del XX secolo decidono che è ora di rompere le catene con il passato e di dare un taglio diverso e più autoreferenziale alla loro vita. Molte scrittrici enfatizzano il ruolo della donna come creatura nuova in pace con il mondo e in parità con l’uomo e finalmente le donne iniziano a far sentire il loro grido.

Torniamo nel mondo post-Sessantottino e vediamo un po’ cosa succede. Tafferugli in tutta Europa, guerra fredda, cortei tra cui quelli femministi, che riempiono piazze e strade per arrivare ad urlare in faccia a chi le ha sottomesse da sempre “Tremate, tremate, le streghe sono tornate”.

Ebbene sì, sono tornate le maghe, le cabaliste, le dee dimenticate, che si liberano del peso di anni di paura e reverenza per essere il terrore e la paura di chi di loro si è fatto gioco. Non posso parlare di tutte le artiste, che si schierarono a favore del femminismo, quindi ecco a voi una personale e incompleta lista delle artiste, che hanno cambiato il modo di vedere la donna (in pillole):

foto da: https://ellepourart.wordpress.com

Gina Pane. Il divaricamento del silenzio nella ferita.

Molti hanno sempre visto questo gesto solo come puro autolesionismo… Beh, sì in parte lo è, ma il significato che impregna le azioni di Gina è più astratto: la pelle, emblema del distacco e della barriera viene incisa per lasciare comunicare interno con esterno, donna con società e genere femminile con mondo intero. Ogni singola performance racchiudeva il dolore delle femmes da sempre condannate da una gerarchia, che non apparteneva loro e in cui non erano contemplate. Aprire porte e divaricare cancelli è l’inizio del percorso di avvicinamento e di unione tra i due sessi.

Tapp and Task Kino
Aktionkörper

Valie EXPORT. Una dura.

Un’artista forse poco conosciuta di origine austriaca è entrata prepotentemente nella scena negli anni Sessanta. Performances, video e chi più ne ha più ne metta, un susseguirsi di opere contro la supremazia maschile e l’incessabile voglia di vedere la donna come l’angelo del focolare, che snoda la sua vita tra matrimonio e figli. Molte volte la troviamo nuda e farsi ammirare come reale donna e come una guerriera in attesa di confronto con il mondo che la circonda. Una delle sue opere più sovversive, però è ancora “ammirabile” e lo rimarrà finchè morte non ci separi: durante Aktionkörper si fa tatuare una giarrettiera, esempio della donna solo oggetto. Rimarrà sempre presente, MA prima o poi svanirà come si spera svanisca il patriarcato.

Cindy Sherman. Uno, nessuno e centomila.

Una delle fotografe più brave dell’ultimo secolo, durante gli anni Settanta decide di metterci la faccia o per meglio dire, ci mette un individuo di fronte nascondendosi dietro estremizzazioni dell’essere donna. Il gioco di ruolo, che instaura con lo spettatore è sottile e lascia attoniti: lei è sempre lei, ma non è lei, insomma chi è… Lei è veramente la maschera pirandelliana d’eccellenza: i mille volti sono suoi, è sempre lei, ma è anche la ricostruzione della visione della donna artificiosa e naturale allo stesso tempo. Non è mai lei, ma è ciò che noi vogliamo vedere di lei.

Carolee Schneemann. Una dea dei giorni nostri.

Carolee non fa azioni o performances, lei fa riti dove la donna ritorna Madre, ritorna Figlia, ritorna Femmina e sa di poter comandare. Il suo travolgimento cosmico all’interno dell’arte dimostra come la donna può essere qualunque cosa lei voglia e non ci sono barriere, che frenano questa sua rinata consapevolezza e presa di coscienza. In Meat joy inneggia alla carne e all’unione repulsiva e allo stesso adorante, che abbiamo nei confronti di essa che sia viva o morta. Rotola e si sparge di vita come appunto in un rito sciamanico, ma la vera rivoluzione sta nella lode alla vagina, che avviene durante la performance Interior Scroll. Questa camera traslucida, che conosce interno ed esterno per unirli e farli incontrare racchiude il più grande segreto di tutti i tempi, la nascita e la Vita; essa viene innalzata a reale portatrice di Luce e non solo, anche portatrice di misteri atavici e del Seme da cui nasce l’intero universo.

Gruppo Forma 1
Opera dell’Accardi. foto da http://www.rainews.it

Carla Accardi. Degna Chiosa italiana

Una delle artiste italiane più conosciute insieme a Tomaso Binga e Ketty La Rocca, ho inserito Carla, perché lei stessa insieme a Carla Lonzi ed Elvira Banotti firma il manifesto di Rivolta femminista, scritto in cui le donne italiane si schierano contro le sottomissioni e le angherie maschili. È conosciuta per il suo ruolo all’interno dell’astrattismo, che si trasformerà in automatismo e in ricerca di minimalizzazione massima. Inizialmente fa parte del gruppo Forma 1, di dichiarata corrente marxista, nel quale si farà strada e riuscirà a tracciare il suo percorso artistico. Un meteorite luminoso nel cielo italiano, che lascia una prepotente scia: la sua ricerca di massima geometria passando dalle tempere alle meno precise vernici, arriverà ad un ritorno alla materialità solo negli anni Ottanta (il grande ritorno della plasticità in arte).

Autostazione di Bologna – CHEAP Festival

Novembre, 2019. Dopo questa carrellata da cui ho volutamente messo in panchina Ana Mendieta di cui parleremo più avanti, una cosa è chiara: l’arte si è ampliata e ha iniziato a includere sempre più gruppi minoritari anche grazie all’azione di queste importanti artiste, ma… c’è sempre un ma! Ma non abbiamo vinto, non abbiamo raggiunto la parità; difatti, si parla ancora di femminismo anche dopo gli anni Settanta e non si escludono continui ritorni delle donne agguerrite.

Forse non abbiamo vinto, ma uno spiraglio di luce, un barlume di speranza c’è e tenere viva la fiamma è nostro dovere.

IO non mollo, IO sto con le streghe.

May you live in MAIUNAGIOIA Times pt. 2

Oggi conosciamo una nuova persona, una personalità fuori dagli schemi, che imparerete ad amare e adorare.Per la serie piccoli antropologi crescono, ecco a voi Giada! Futura antropologa di professione, ma anche appassionata e studiosa d’arte, ci racconta l’Arsenale e le sue “impressioni a caldo” sulla Biennale di Venezia.

Di Giada Antonutti in collazione con Jessica Caminiti

Come ci introduce:

Giada: “L’idea generale è che si voglia lavorare molto sul discorso socio-antropologico. Lo si intuisce già dal titolo di questa Biennale, “May you live in interesting times”. Sì, viviamo tempi interessanti, per non dire caotici e, molto spesso, superficiali. Un po’ come questi arsenali dove si cerca spesso di mettere in scena le persone, senza scavare a fondo, cercando il perché di determinate azioni con il come, ovvero l’arte stessa.”

Mettere in scena e questa caoticità di base che da sempre segna la Biennale rimane un cruccio per chiunque si ricerchi nella conoscenza degli artisti stessi sfuggenti e alle volte così ricercati di essere parte di quella visione di nicchia, che solo esperti possono riconoscere. Il portare alla luce la reale contemporaneità destabilizza e alle volte estrania in senso stretto:

G: “Arte che vive la contemporaneità in maniera ambigua, attraverso l’iper-tecnologizzazione delle opere stesse, spesso assolutamente incomprensibili per la maggioranza dei turisti che brulicano all’interno dei padiglioni dell’Arsenale. Mi sembra quasi che siano poche le persone che si recano a contemplare l’arte in maniera disinteressata, come una rovina, direbbe Augè, al fine di creare una propria narrazione dietro l’opera stessa. La maggioranza ha come interesse principale il riempirsi i propri archivi di immagini con foto che non riguarderà mai nella sua vita, giusto a testimonianza della propria presenza effettiva in quel luogo.

Può essere definita anche questa una forma di arte sociale?”

Mette a dura prova l’idea, che si può esprimere della Biennale, che tratteremo questa settimana, ma in sintesi, non si può che darle ragione. La Biennale ammalia e molti seguono percorsi e labirinti stessi per la gioia di dire solo “io c’ero” come caratteristica innata dell’uomo, ma si spera che molti guardino oltre il loro dito. Un conto è visitare la Biennale come fosse un gran supermercato, una accozzaglia, un altro è soffermarsi e cercare di comprendere opere e scelte curatoriali.

La seconda scelta di studio porta ovviamente ad essere meno espansi all’interno della Biennale e tra vari artisti e padiglioni, ma più attenti a particolari opere e significati, quindi ecco la Top Three di Giada:

foto https://www.labiennale.org/it/arte/2019/partecipanti/tavares-strachan
foto da https://www.lapresse.it/

1. Direttamente dalle Bahamas Tavares Strachan (1979) lavora sulla figura di Robert Henry Lawrence Jr: un astronauta afroamericano che morì l’8 dicembre 1969 durante un incidente di volo di istruzione. Primo e unico per i successivi 11 anni, subì violenze psicologiche e verbali di razzismo, tanto che anche dopo la sua tragica scomparsa la moglie continuò a ricevere lettere minatorie. nel 2018 il progetto ENOCH spedì nello spazio un busto d’oro delle sue fattezze. Troviamo un testo murale e uno scheletro al neon, che sembra fluttuare più che morire nell’immenso spazio buio della stanza. viaggio tra arte e tecnologia: la leggiadria e dolcezza della caduta fanno percepire tutto il peso dell’umanità.

2. Shilpa Gupta (1976) crea in una stanza una foresta di appuntite frecce conficcate per terra: un intenso percorso sonoro e visivo. Fogli bianchi infilzati da questi trespoli e illuminati dalla fioca luce delle lampadine sovrastanti racchiudono versi di libertà e obbligato silenzio. Cento scritti di poeti incarcerati in tutto il mondo per le idee politiche si dipanano tra noi e la fine della sala quasi ad accompagnarci in questo viaggio dove si cerca di riportare a terra l’umanità. L’esperienza immersiva, emotivamente coinvolgente non lascia scampo. Non si capiscono le parole (in moltissime lingue straniere), ma se ne percepisce la densità, il dolore, la difficoltà nel sapere che le proprie parole non possono essere pronunciate.

foto da http://www.ansa.it
foto da http://www.ansa.it

3. MARCO MANZO… Ma questa storia non ha una conclusione ancora, vogliamo deliziarvi sulla scoperta del tatuaggio nell’arte, farvi percepire cosa significa inserirlo nel modo di percepire l’elitaria art pour art. Per ora ci lasciamo con una frase in attesa, che i tempi siano propizi per ritrovarci e blaterare su questo argomento, “Interessante Padiglione Guatemala con opera del Tatuatore Marco Manzo: Muro di mani che denunciano la violenza sulle donne e il femminicidio, ancora preponderante in questo Stato.”

In conclusione cosa rimane della Biennale e del suo arsenale? Tante curiosità, una Wunderkammer contemporanea con tanto da dare e ricevere nel caso in cui il dialogo sia aperto e pronto a vivere come una spugna: guadagnare tutte le informazioni, vivere carico di essere e poi liberarle per far rivivere l’esperienza al massimo.

May you live in MAIUNAGIOIA Times

Due contemporaneiste sanno che una volta ogni due anni non possono evitare di andare in quella città sommersa chiamata Venezia per andare a visitare uno degli eventi culturali più importanti d’Italia, la Biennale, esposizione dedicata all’arte contemporanea. 

di Jessica Caminiti e Jessica Colaianni

Prima di tutto, vogliamo darvi un consiglio fondamentale: la pigrizia potrebbe farvi prendere un treno non eccessivamente presto perché “tanto ce la facciamo”. ERRORE!! Con due ore di viaggio di treno da Bologna, una delle due Jessica sente pure la necessità di depositare il suo bagaglio in stazione, proprio lì cominciano le prime difficoltà! 20 minuti di attesa per lasciare una valigia, con conseguente slittamento della tabella di marcia già molto serrata coi tempi.

Benvenuti a Venezia

Le avversità a Venezia non si esauriscono facilmente e cominciamo ad avviarci verso i Giardini (la parte con i vari Padiglioni Nazionali) sotto un sole cocente tipico di fine ottobre (Greta, where are you?). Comincia la nostra camminata per le calle di Venezia, dove ci lasciamo trasportare dai cartelli direzione San Marco e dalle ondate di turisti che ogni giorno imperversano in città. Facendoci spazio tra un cinese con la macchina fotografica, uno spagnolo completamente inghiottito dalla folla e un tedesco rigorosamente in sandali e calzini, sudando come fosse un 15 di agosto, la nostra camminata si fa ancora più ardua del previsto. Ripetiamo: “Non fidiamoci di google maps”, né delle amiche che ti dicono che per arrivare ai Giardini dalla stazione ci vogliono giusto 30 minuti, se non volete arrivare alla meta con la voglia di stendervi sulla prima panchina che vedete (tra l’altro cosa rarissima a Venezia) e se volete almeno fingere di godervi l’esperienza.

Nessuno arriva all’apertura dei giardini senza l’aiuto dei bus acquatici, quindi vi consigliamo (CALDAMENTE) di prendere il battello; ok, costa € 7,50 ma si sa che a Venezia non si va per risparmiare e di povertà studiando arte contemporanea ce ne intendiamo.

Cosa è successo quindi? Da povere il pranzo al sacco è stato un must have e sedute sul pontile abbiamo capito tante cose: a Venezia puoi solo perderti, gli italiani scarseggiano e i cinesi sono gli unici ad andare ancora in gondola: fatevi immortalare tra i frangiflutti per essere gli italiani, che riportano in Patria per descriverci tra un tè e una risata.

I giardini della Biennale

Ma eccoci giunte finalmente ai Giardini, mentre fingiamo di cercare una linea guida iniziamo ad orientarci, ma come? Ovviamente cominciando a vagare tra un padiglione e l’altro alla ricerca di qualche lavoro interessante e fingendo di sapere già cose. Armatevi di pazienza, ma soprattutto di tempo, se volete vedere ogni padiglione una mezza giornata buona vi serve tutta, a causa delle code e un treno da riprendere e lo farete lo stesso innescando una battaglia contro il tempo. Purtroppo noi non siamo riuscite a visitare tutti i Padiglioni, ne abbiamo saltati un paio, perché la cara città felsinea ci richiamava a sé. Un consiglio che possiamo darvi è quello di acquistare la guida catalogo della Biennale (la versione tascabile costa € 18,00) dare un’occhiata e concentravi su quello che vi sembra più interessante e che vi incuriosisce di più. Noi vogliamo essere veloci e super rapide, quindi sfida al “Padiglione number one”, ovvero quello, che non si può prescindere secondo noi, oltre al padiglione centrale dove ogni artista presente potrà essere ritrovato anche nella proposta A dell’arsenale.

Interno del padiglione del Belgio
Una delle figure (la donna topo)
libretto esplicativo del villaggio

Partiamo con il padiglione del Belgio, un’interessante rassegna di marionette e una bucolica, ma allo stesso inquietante passeggiata tra loro e la realtà; il mondo utopico e razionale degli artigiani collocati al centro dello spazio si scontra con grate dietro cui sono presenti delle figure isolate e nascoste agli occhi di chi non vuole vedere. Quanto la città centrale di “mondo cane” vive e continua a produrre, tanto personaggi come la donna-topo – essere maligno, che porta morte – non possono interagire e far parte della comunità, insomma avere vite normali. Le domande, che sorgono sono continue e ci rendono tutte parte di questo assurdo “paese”: chi è il più matto di tutti? Il pazzo è solo rimasto ai suoi 8 anni senza avere un’evoluzione completa, ma l’arrotino, che di notte è un efferato assassino come lo classifichiamo? Ogni marionetta, ogni personaggio e ogni vita nasconde misteri e scheletri mai mostrati: siamo veramente sicuri che i puntuali e cordiali, ma estraniati paesani non siano loro stessi quelli da temere?

Padiglione del Giappone

Cosmo eggs” è il titolo dell’esposizione ospitata nel padiglione del Giappone, che unisce all’arte antropologia, musica e architettura creando una simbiosi tra armonica volta ad indagare sulla situazione ecologica attuale. Una serie di suoni automatizzati ricordano il canto degli uccelli, mentre noi protagonisti vaghiamo tra le immagini esposte ai quattro lati della sala: video, che possono essere goduti dal centro della sala, dove è presente una poltrona gonfiabile. Questo fulcro, centro nevralgico di ogni emozione, come un cuore pulsa tra sistole e diastole ogni volta che un nuovo abitante di questo sincretico padiglione si siede e contempla ricongiungendosi con la natura e la cultura. Tutto molto bello: immaginate noi che meditiamo, studiamo e godiamo del momento quando un’allegra e grande signora tedesca usa la poltrona come luogo divertimenti… è proprio vero: tanta poesia, tanta arte, ma poi quello che rimane è sempre il “mai una gioia!”

Dalla Biennale, per ora è tutto, ma ci diamo appuntamento a presto per l’arsenale!

E la cultura divenne Arte

Vi rivelo una cosa su di me: io amo i libri! Ma non è un semplice ‘ho tanti libri a casa’, è più simile a ‘Se ne prendo ancora devo scegliere se in camera è meglio tenere il letto o mettere una nuova libreria’ o a ‘Questa borsa è troppo piccola, non ci sta nemmeno un libro!’. Insomma, io e i libri: un grande amore!

di Silvia Michelotto

Ovviamente amo anche l’arte, se no non sarei qui a parlare con voi. Quest’ultimo è un sogno che ho da quando ero piccola, da quando ho avuto abbastanza coscienza da capire che cos’è un pittore e com’è bello un Lotto (primo autore che ho analizzato nella mia lunga carriera scolastica, ero alle elementari e avevo una maestra leggermente folle, ma fantastica)!

Quindi, dopo avervi detto queste due cose, secondo voi, quanto è stato il mio grado di felicità quando ho scoperto che esiste un’artista che ha ben deciso di unire la sua passione per la lettura alla sua attività artistica? E’ stato più o meno un’epifania, una rivelazione, vero giubileo!

Ma chi è questa mia nuova eroina? 

Si tratta Alicia Martin, classe 1964, una delle più importanti artiste spagnole attualmente in circolazione. L’idea di utilizzare i libri per le sue opere le venne negli anni 90 dando vita alla serie Bibliografias. Si tratta di installazioni, le quali prevedono un’iniziale struttura in rete metallica che riproduce forme organiche e naturali, successivamente ricoperta da libri aperti o chiusi.

Le strutture si appropriano dello spazio in modo elegante e sinuoso, irrompono nella vita del fruitore in una incontrollata ma perfetta forza, riproducendo i movimenti sinuosi dell’acqua e del vento, che si insinuano nelle pareti, che irrompono fuori dalle finestre di palazzi più o meno storici, cercando di colpire e contaminare con il loro flusso anche il fruitore, quasi a volerlo invitare a far parte di quel movimento, sottolineato anche da come le pagine si muovono toccate dalla brezza che le sfiora o agitandosi in modo forsennato in caso di tempesta. Tutto cerca di riprodurre l’idea di una conoscenza che sinuosa si muove tra la folla, negli edifici che  ci circondano, in quello che vediamo: lenta e irruenta, agitata e calma si muove la cultura e queste installazioni devono guidarci, farci riflettere, e stupirci tanto da chiederci perché non sappiamo di chi era l’edificio che sta ‘vomitando’ libri, perché quella copertina sdrucita da mille mani non l’abbiamo mai vista o, molto più banalmente, se quel libro, quello nell’angolo in fondo, incastrato tra quello verde e quello nero ci sia mai capitato tra le mani e se ci sarebbe piaciuto.

E’ proprio questo lo scopo, spingere il proprio pubblico a immergersi nuovamente in quel mondo di parole e carta, alla ricerca di una realtà più soddisfacente, ma anche di un maggior sapere e di una più ampia conoscenza personale. Le opere della Martin si pongono il compito di spingere coloro che le osservano a cercare di riconoscere la copertina di un qualche libro, chiedersi chi abbia scritto quella pagina che adesso svolazza sotto la guida di quel vento…Non sono solo movimenti sinuosi di un mare di cellulosa o di un vento di parola, ma è la cultura che sinuosa si muove per cercare di raggiungere più menti possibili e renderle vive, capaci di un pensiero critico,  di riuscire ad affrontare al meglio quel mondo complicato che si apre di fronte a ognuno di noi.


La poesia della Morte

Perché parliamo di un cimitero? Perché vi trasciniamo in questa passeggiata  così lugubre e misteriosa? La risposta è una sola: la ricerca di qualcosa di diverso! Se le prime parole associate a questo luogo sono morte, disperazione e fine, datemi la possibilità di stupirvi attraverso una camminata leggera e simbolica tra dolci colline e permeabili architetture, che vi stupirà.

di Jessica Caminiti

il cimitero di Eskende

Il cimitero, che vi porterò virtualmente a visitare è il cimitero di Eskende ideato dalla genialità di un architetto visionario e criptico allo stesso tempo: Erick Gunnar Asplund. Nel mentre in cui, in Europa, l’international style iniziava ad imporsi come stile architettonico principale, la regione scandinava si distingueva per il  suo approccio meno cosmopolita basato su nuove fonti d’ispirazione di un linguaggio vernacolare e spontaneo tipico dei cari vecchi tempi andati del freddo Nord. Questo “richiamo alla nazione” porta ad uno stile fortemente tipico a cui la Svezia, Paese in cui si trova il nostro cimitero, dà un tocco ancora più particolare, caratterizzato dalla tendenza alla deformazione e dall’ossessione per l’ambientalismo, che si si ostentano attraverso una ricerca quasi maniacale della fusione tra linguaggio architettonico e naturale.

Passiamo ora però alla nostra passeggiata all’interno di questo luogo, la quale cercherà di essere il più piacevole possibile,  ma non si può promettere niente, d’altronde sempre di un cimitero si parlerà! Prima di tutto bisogna sapere che il risultato, che possiamo ammirare oggi non è il primo bozzetto presentato da Asplund e dal collega Lewerentz, ma un continuo rimaneggiamento del progetto iniziale, il quale  ha portato l’artista a vedere concluso il cimitero solo un anno prima della sua morte, nonostante il concorso fosse stato indetto i primi anni del Novecento. Le richieste della giuria proclamatrice furono tre principali: far trasparire la morte come un passaggio naturale e pacifico dell’esistenza, creare un percorso di inscindibilità tra paesaggio e architettura e, ultimo, ma non ultimo, proclamare la cremazione come simbolo di uguaglianza tra tutti i cittadini svedesi.

Il percorso al crematorio

Per comprendere al meglio come ogni parametro fosse stato rispettato è ora di entrare e iniziare ad osservare il cimitero e… nessuna sensazione negativa ci pervade! Immersi nella natura e nella bellezza del verde svedese, non si può pensare e parlare di sofferenza, di morte, senza tener conto del reale messaggio, che questo cimitero ci vuole passare: la rinascita e il ciclo continuativo della Terra con e nonostante noi. Il gioco continuo di pieni e vuoti, offerto naturalmente dal paesaggio autoctono, ricorda il ritmo del nostro respiro, sembra reinsegnarci a inspirare ed espirare per avvicinarci di nuovo al cosmo e alla sapiente Natura, che ci accoglie, umili ospiti, per calmarci e placare i nostri spiriti prima dell’arrivo alla cappella. 

Mentre impariamo a riascoltare noi stessi in contatto con la Terra, raggiungiamo il centro del cimitero: la cappella Woodland di Asplund; questa piccola architettura immersa nel verde, estremamente permeabile grazie ad un ampio colonnato ci permette di entrare nel luogo sacro senza abbandonare la cornice naturale, che si sviluppa tutta intorno. La lunga passeggiata tra dolci pendii ed aspre collinette, che ci ha condotti fino all’ingresso,  ha permesso la rielaborazione della morte e l’accettazione della caducità della vita, ma allo stesso tempo l’ammirazione della chiesetta ci racconta anche qualcosa di più attraverso il sincretismo tra religione cattolica, ambientalismo e architettura, percepiamo che c’è altro rispetto alla morte dura e cruda, come tanto volte viene descritta. La cappella con il suo tetto spiovente, tipico dei Paesi nordici, porta ad alzare lo sguardo verso l’alto e ammirare il cielo e il suo simbolismo è evidente nel momento in cui questa spinta verticale viene messa a confronto con la volta seminterrata dove si depositano i corpi: quanto la nostra materialità viene abbandonata e lasciata alla terra, tanto la nostra anima aspira al cielo e alla salvezza.

La Cappella Asplund

In conclusione cosa si può dire? Ogni passo all’interno di questo cimitero ci parla di sincretismo e non ci fa respirare la paura atavica della morte, anzi ci porta alla riflessione e alla ricerca di qualcosa di più viscerale e naturale all’interno di noi. Ogni riflessione, che si può fare pensando al cimitero di Eskende è un susseguirsi di emozioni, negazioni e accettazioni del fatto che ogni cosa ha il suo posto e la grandiosità della vita la si raggiunge nella consapevolezza della pienezza del macrocosmo. L’uomo si sente piccolo di fronte alla magnificenza della natura, che lo avvolge, la Terra viene sublimata dallo sguardo estasiato dell’uomo, quanto l’uomo viene accettato e accolto dal verde, che si estende a perdita d’occhio. In questo gioco di compenetrazioni e discorsi filosofeggianti si conclude il nostro tour virtuale, senza però dimenticare la promessa di riproporre le parole chiave del cimitero, che non sono più morte, disperazione e fine, ma io opterei per altre altrettanto criptiche e cucite a pennello: rinascita, sublime e completamento.