L’ambiguità di Claude Cahun

“Maschile? Femminile? Ma dipende dai casi. Neutro è il solo genere che mi si addice sempre”.

di Jessica Colaianni

Con queste parole oggi vi portiamo alla scoperta di Claude Cahun, pseudonimo di Lucy Renée Mathilde Schwob, artista, fotografa e scrittrice francese tra le massime esponenti del surrealismo.

Nata a Nantes nel 1894 sin da subito si appassiona alla scrittura, alla fotografia e alla recitazione, firmando i suoi primi lavori adoperando diversi pseudonimi, da Claude Courlis a Daniel Douglas fino a optare per quello definitivo che l’ha resa celebre fino ai giorni nostri. Appena quindicenne si lega sentimentalmente con la sorellastra Suzanne Malherbe, fotografa conosciuta col nome di Marcel Moore con cui trascorrerà il resto della sua vita. Insieme a quest’ultima, negli anni Venti, si trasferisce a Parigi ed è in questa occasione che l’artista entra in contatto con le figure centrali del movimento surrealista, André Breton (autore del manifesto nel 1924), Tristan Tzara, Salvador Dalì, Man Ray e molti altri. La fotografia si lega al movimento pittorico non tanto per lo stile o il linguaggio formale utilizzato, quanto per l’approccio concettuale con la quale vengono trattati i temi e i soggetti raffigurati. Ai fotografi surrealisti, infatti, non importa la ricerca di una tecnica precisa dell’esecuzione ma, come per i colleghi pittori, prevale il concetto di automatismo che viene spiegato da Breton nel manifesto del movimento.

118mm x 92mm (whole)115mm x 89mm (image)also neg

Lo scatto non è meditato né sapientemente orchestrato ma è il risultato del caso, il quale ci ricollega all’altro concetto fondamentale della poetica surrealista, quello dell’objet trouvé, ovvero un qualcosa che l’artista trova casualmente girovagando ma che diventa opera significante. Le immagini sono quindi stranianti, spesso volutamente sbagliate ed espressione di una dimensione che ha a che fare con la psiche umana. Tra i rappresentanti del gruppo Cahun trae più ispirazione da Cecil Beaton, fotografo di moda la cui caratteristica è quella di mettere in scena delle immagini allusive che rimandano ad atmosfere trasognanti. Protagonista indiscussa dei suoi scatti è lei stessa, la quale scinde il suo corpo in più identità affrontando in maniera precoce, rispetto al tempo, il tema della sessualità e dell’identità di genere.

La fotografa mette in scena una vera e propria trasformazione di sé stessa andando oltre la semplice differenziazione tra femminile e maschile e ponendo in essere quasi una sorta di body art ante litteram, in quanto attraverso questa pratica attua una vera e propria verifica e oggettivazione del suo corpo, diventando pioniera di una tematica tutt’oggi viva e fortemente dibattuta.Claude Cahun è un’artista forse non particolarmente conosciuta presso il grande pubblico, ma la cui poetica avanguardistica ha influenzato molti autori dei decenni successivi. In particolare in Italia, sono poche le istituzioni pubbliche che hanno posto attenzione alla sua ricerca, tra questi emerge la Fondazione del Monte di Bologna che, in occasione di Arte Fiera 2020 ha inaugurato la mostra 3 Body Configurations in cui, insieme a Valie EXPORT e Ottonella Mocellin, vengono esposte 38 opere fotografiche dell’artista grazie alla collaborazione col Jersey Heritage Collection, dalla città dove Cahun ha trascorso gli ultimi anni della sua vita e che conserva la maggior produzione della fotografa.

La durata dell’esposizione era prevista fino al 30 aprile, con la speranza di poter presto riaffollare (ma non troppo) i luoghi della cultura vi consiglio quindi di segnarvela in agenda!

Fonti:

– Silvia Mazzucchelli, Oltre lo specchio : Claude Cahun e la pulsione fotografica, Milano, Johan & Levi, 2013;

– Claude Cahun, Le scommesse sono aperte (Les paris sont ouverts, traduzione in italiano di Marcello Giulini e Marco Dell’Omodarme, prefazione di Silvia Mazzucchelli), Edizioni WunderKammer, 2018;

– Claudio Marra, Fotografia e pittura nel Novecento (e oltre), Milano, Bruno Mondadori, 2012.

Klimt: tra donne e sesso

Klimt ci viene sempre rappresentato come l’artista dell’élite viennese, l’artista più importante e famoso del suo tempo, ma in realtà, nei suoi disegni, è celato un sordido segreto.

di Silvia Michelotto

Vi voglio distruggere un mito, mi dispiace così tanto… Non è vero, adoro distruggere certezze altrui. E’ un piccolo e amorevole piacere sadico che mi attanaglia ogni volta che scopro un gossip del mondo artistico. E quindi procediamo!
Messer, oppure dovrei dire Herr, Gustav Klimt, padre della Secessione Viennese, l’artista che riportò in auge l’oro e il mosaico (dipinto questa volta), che nei suoi quadri ha sempre rappresentato l’eleganza, la raffinatezza, dove anche i nudi erano pieni di un’estrema grazia e compostezza, era un birbantello! 

Era ossessionato da un pensiero, un unico e infinito chiodo fisso che attanaglia molti altri esponenti del genere maschile: le donne

Le sue figure femminili sono di un’aurea bellezza, dalle pelli quasi diafane, si porgono allo spettatore come ammalianti dee che vogliono sedurre chiunque le osservi, moderne Cleopatre alla ricerca del proprio Giulio Cesare. Un esempio è la meravigliosa Giuditta I che si mostra all’avventore in tutta la sua statuaria bellezza, sottolineata dai gioielli e dai tessuti preziosi, con lo sguardo provocante e determinato. Non ci rendiamo immediatamente conto che lei è Giuditta, colei che, secondo la Bibbia, uccise il generale nemico tagliandogli la testa, seminascosta nell’opera. Sempre rappresentata come una donna pia, eroina delle sacre scritture, nella Giuditta di Klimt viene sottolineata una sensualità inaspettata che ci porta alla mente più un’altra donna biblica, più controversa e terribile, che sfrutta il suo corpo e la sua bellezza per ottenere la testa dell’uomo che l’ha rifiutata: Eroidiade.

Per Klimt, il gentil sesso era una vera e propria ossessione, ma non si fermava unicamente ad ammirarlo o a ritrarlo. Ebbe numerose amanti che gli diedero altrettanti figli (secondo il suo biografo ufficiale, Nebehay, furono 14, ma di certi ce ne sono solo 6) di cui nessuno poté vantare il cognome del padre. Inoltre, come se non bastasse, Gustav- vecchio marpione- si dedicava a più di una donna nello stesso periodo, infatti, si sa che due dei figli nacquero nello stesso periodo da due madri diverse.  Quindi, quante altre donne sono passate per il suo letto nello stesso periodo?

Parecchie e di sicuro quel via vai di modelle dal suo studio era fonte di eterna tentazione. Donne che, ci viene raccontato nel film dedicato a Egon Schiele, Klimt lasciava attendere seminude da sole nello studio, fino al momento in cui non iniziavano atti di autoerotismo, che l’artista immortalava su carte grossolane e con matite e carboncini. Via gli ori, i blu oltremare, le figure alcune volte troppo spigolose! In quei bozzetti trovano spazio solo corpi morbidi e invitanti, tracciati con una linea sinuosa e delicata che sembra essere il frutto del medesimo compiacimento dell’artista.

Rappresenta l’intimità femminile, la scoperta di un corpo che per molto tempo è dovuto rimanere celato ed essere privo di qualsivoglia desiderio sessuale, la diversità delle donne nel raggiungere il proprio piacere, la posizione che più le aggrada… Un tema rappresentato con una lucidità ineguagliabile, reso ancora più evidente dal segno semplice, privo di orpelli inutili, che rende evidente un disagio nell’artista. L’esistenza di un’ossessione che lo ha portato a realizzare più di quattromila disegni, di cui ne sono sopravvissuti solo duecento, tutte opere rimaste nascoste nello studio di Klimt, consapevole che nella perbenista Vienna non sarebbero state accolte con estrema gioia. 

Già i suoi affreschi all’interno dell’Università (Quadri della facoltà, andati perduti durante la Seconda Guerra Mondiale) furono al centro di numerose polemiche a causa del forte carattere sensuale che, secondo molti, avrebbe portato corruzione nella mente dei giovani studenti, in più  il successivo processo contro il suo giovane amico Schiele per diffusione di arte pornografica lo hanno spinto a nascondere questa sua vena nel profondo. Nel cassetto della sua scrivania.

Chissà quanti altri artisti hanno dovuto rinunciare ad esprimere sé stessi completamente per evitare la gogna pubblica? 

Certamente la vita di Klimt, con i suoi successi e le sue grandi opere, non era così luminosa come i quadri che lui realizzava, bensì era molto più complessa e degenerata di quanto pensiamo, e forse è proprio questo il bello dell’arte: dietro alla mera tranquillità ci sono demoni molto più grandi e intensi di quanto ci aspetteremmo.

Fonti:

– E. Di Stefano, Klimt. Le donne, Giunti Editore, 2017;

– G. Néret, Klimt, Taschen, 2015

Il sistema dell’arte contemporanea

Quando pensiamo all’arte non possiamo fare a meno di immaginarci un luogo dove è possibile ammirare opere di ogni tempo, il tutto circondato da un’atmosfera poetica e trasognante. Anche per noi studenti che ci approcciamo a tale materia vale inizialmente questo pensiero ma, procedendo nel percorso di studi o una volta approdati nel fatidico mondo del lavoro, ci rendiamo conto che non “è oro tutto ciò che luccica”.

di Jessica Colaianni

Galleria di Leo Castelli. Foto da https://www.widewalls.ch

Al giorno d’oggi l’arte si scontra con la dura realtà, entrando a far parte anch’essa di un ambito che governa il mondo, stiamo parlando ovviamente dell’economia. Viviamo o no nell’epoca del capitalismo più sfrenato? Ebbene sì, per quanto l’arte sia considerata una cosa pura e lontana da questo male assoluto che imperversa le nostre vite contemporanee, l’economia è riuscita a penetrare in essa, creando un vero e proprio sistema dell’arte che detta le leggi della domanda e dell’offerta e che decide chi merita di starci dentro e chi invece di restare fuori.

Leo Castelli con Jasper Johns

Per capire meglio l’origine di questo sistema, però, bisogna tornare un po’ indietro nel tempo. Più precisamente andiamo nella New York degli anni Quaranta dove troviamo protagonista un italiano. Leo Castelli, triestino di nascita ed ebreo di origine, fugge dall’Europa nazista verso il nuovo mondo insieme alla moglie, con la quale approda nella grande mela e, appassionato d’arte, trascorre le sue giornate al MoMa, diretto all’epoca da Alfred Barr. Entra in contatto con l’allora nascente arte americana (l’Espressionismo astratto capitanato da Pollock per intenderci) e trasforma il suo appartamento in una galleria. Quella ufficiale verrà aperta nel 1957, dove presenterà al mondo i due grandi protagonisti del New Dada, Johns e Rauschenberg. L’intento di Castelli è quello di, attraverso la sua galleria, certificare gli artisti nascenti e di farne presto una sua esclusiva. Il suo grande intuito lo porta infatti a presentare al pubblico gli artisti della Pop Art, prima, e del Minimalismo, dopo, diventando così primo gallerista rappresentante  di alcuni dei movimenti artistici più importanti del Novecento.

Jasper Johns – Two Flags
Robert Rauschenberg – Retroactive II

Ben presto apre nuove gallerie private in diverse parti del mondo creando una fitta rete di contatti tra artisti, musei, gallerie, collezionisti. Famose per esempio sono le sue liste di attesa, allo scopo di creare grande aspettativa e incrementare il guadagno dalla vendita di un’opera, in una corsa incessante per accaparrarsi i lavori e gli artisti migliori. Al fiuto per il mercato di Leo Castelli si associa l’origine del sistema dell’arte, termine che verrà ufficialmente introdotto dal critico Lawrence Alloway nel 1972 e da Achille Bonito Oliva nel 1975. Proprio nel testo di Bonito Oliva abbiamo una descrizione accurata del sistema dell’arte, riguardante un’élite di musei, artisti, galleristi, collezionisti (il MoMa, Damien Hirst, Gagosian Gallery, Saatchisono solo alcuni esempi) visti come veri e propri brand che creano tendenza. Per esempio, se Saatchi, famoso collezionista, acquista un’opera di un determinato artista, allora anche gli altri cominceranno a comprare quell’artista. Se il MoMa espone tal dei tali, allora anche gli altri musei cominceranno ad esporre tal dei tali, e così via.

Damien Hirst – L’impossibilità fisica della morte nella mente di un essere vivente

Col tempo, all’arte si è sempre dato più un valore economico che prettamente artistico e se si ha il privilegio di entrare a far parte di questo sistema equivale come fare terno al lotto. Molti artisti di grande valore sono rimasti fuori da questi circuiti a causa della mancanza dei giusti agganci e questo è un lato oscuro dell’arte che spesso non si conosce ma che domina attualmente la scena artista, scatenando non poche critiche dai puristi dell’arte. Spero con questo articolo di non aver infranto i vostri bei sogni e le vostre belle illusioni, questa è la realtà che aleggia dietro le opere di arte contemporanea (e non solo) ma continuate a tenervi lontani da questo mondo marcio, passatemi il termine un po’ forte, e continuate ad ammirare l’arte, tutta, a prescindere, senza condizioni e influenze, perché come dice Thomas Merton “L’arte ci consente di trovare noi stessi e di perdere noi stessi nello stesso momento” quindi vale sempre la pena continuare a soffermarsi su di essa.

La Morte nel Cinema

Per quanto il cinema sia un’arte così nuova e così distante da tutte le altre, esiste un elemento che connette questa dalle altre e che crea un rapporto intimo tra le arti e la psicologia umana: la Morte. La fascinazione di questo elemento avviene non solo perché essa, essendo l’opposto, ci dà un valore romantico e di appartenenza alla vita, ma anche perché essa produce terrore nel nostro animo.

di Lorenzo Carapezzi

Andrè Bazin (1918-1958)

“Carpe diem!” direbbe Orazio, il futuro non è prevedibile. Noi esseri umani guardiamo al futuro con occhio spaventato e affascinato. Diventa la nostra ossessione più malata. La morte ci affascina perché non è trasparente, non possiamo sapere quello che c’è oltre. A questo mistero l’uomo, meglio dire l’artista, ha sempre cercato di combatterla con le armi a sua disposizione, meglio dire l’arte. Così, l’imbalsamazione egizia fissa artificialmente le apparenze carnali, i pittori e gli scultori cercano di negare la morte spirituale attraverso il ricordo, rappresentando soggetti e situazioni da non dimenticare. L’egocentrismo solare di Luigi XIV lo portò all’ossessione continua di posare davanti alle tele di grandi pittori, cosicché nessuno, neanche i futuri eredi, si sarebbero scordati del secondo Dio sceso in Terra.
Venne poi la fotografia, l’unica invenzione umana a bloccare il Tempo, arma della Morte in questa battaglia. L’oggetto che si pone all’occhio dell’artista, ma soprattutto del pubblico, non è più rappresentato, bensì mostrato. L’obiettivo sostituisce l’oggetto con l’oggetto stesso, ma liberato dalle contingenze temporali. La capacità di strappare la realtà al Tempo diventa possibile e la pellicola diventa la nuova tela su cui fissarla. Un attimo, un secondo di realtà diventa immortale. Ma ancora mancava qualcosa, un dettaglio fondamentale nel cercare di strappare “per davvero” questa realtà, nella sua interezza.
Giunse infine il cinema, l’arma finale per vincere la guerra, poiché essa, in confronto a tutte le arti esistite in precedenza, riesce a catturare questo elemento: il movimento. Filmare significa rubare la realtà.
Ma se il cinema riesce a catturare tutto ciò dalla Morte, è possibile mostrare la Morte? Possiamo noi umani filmare o anche solo a identificare qualcosa che non conosciamo e che non possiamo percepire? Mostrare la morte nel cinema è un argomento che mette in disaccordo molti registi, anche i più sensibili.
Ci sono registi che la pensano come Bazin, quelli che preferiscono non mostrare la Morte, ma le nostre emozioni che possiamo provare nel vedere un caro morire.
Nel film “Lo sguardo di Ulisse” di Theo Angelopoulos i nostri occhi sono coperti dal terribile massacro da parte di un cecchino su un’intera famiglia di Sarajevo. La nebbia avvolge l’intera scenografia, senza farci percepire lo spazio attorno a noi. Sembra quasi di camminare in un mondo surreale, senza alcuna struttura, tanto da far divenire le voci dei personaggi echi. Sentiamo gli spari, colpo per colpo, corpo per corpo, ma non vediamo altro che il bianco nebuloso. Al regista greco non interessa l’azione morente, la violenza dello sparo. Quello che vuol farci vedere è la disperazione del personaggio senza nome (Harvey Keitel), il regista alla ricerca delle prime bobine introdotte nei Balcani. Le urla, gli occhi lucidi, il gesto di abbracciare i corpi appena diventati cadaveri, sono questi gli elementi che noi umani possiamo comprendere, poiché soffriamo sempre, ma moriamo una sola volta.

Irazoqui (sinistra) e Pasolini (destra) sullo sfondo di Matera

La figura di Cristo ha sempre affascinato l’uomo. Ciò che lo rende divino non è tanto la bontà o il perdono, ma possedere il potere di sconfiggere la Morte. Il resuscitare è l’evento più sconvolgente che l’uomo possa concepire. L’evento pasquale non è solo la pura vittoria di Cristo contro la Morte, ma persino la sbeffeggia, la deride mostrandole quanto la falce non possa sconfiggere la bontà. Che ci si creda o meno, la figura di Cristo è magnetica. Pasolini, all’interno de’ “Il Vangelo secondo Matteo”, inserisce tutta quella nostalgia verso il sacro che si sta polverizzando. Vediamo Cristo (Enrique Irazoqui), imbattersi continuamente in poveri disgraziati, predicare il suo verbo, compiendo miracoli: ciechi che ritornano a vedere, storpi che corrono di nuovo, persino morti resuscitati. Gesù raffigura tutto ciò che noi umani desideriamo, come diceva il primo positivista Feuerbach “Dio è nient’altro che la proiezione illusoria o l’oggettivazione fantastica di qualità umane”, il poter sconfiggere la Morte. “Il cinema è il modo più diretto per entrare in competizione con Dio” dirà Fellini e non c’è frase più azzeccata per descrivere la potenza del cinematografo. Ma, per quanto la figura di Cristo si avvicini alla macchina da presa, sarebbe un affronto per Bazin vederlo sullo schermo. Com’è possibile conoscere qualcosa che non è umano, ma che è oltre, soprattutto un qualcuno che riesce a comprendere e a domare qualcosa che noi tutti ammiriamo con terrore? Sarebbe una totale blasfemia per Bazin, anzi una “doppia-blasfemia”: mostrare la Morte e colui che l’ha creata e sa domarla.

“Sono la Morte” (Il settimo sigillo, Ingrid Bergman, 1957)

Ma c’è chi ha osato ancora di più, chi invece di mostrare gli effetti della Morte ha deciso di antropomorfizzarla, vestendola con un lungo manto nero e truccandole la faccia di bianco cadaverico. La Morte si fa forma. Possiamo vedere i suoi sguardi, fotografare la sua postura, addirittura sentire la sua voce. “Il settimo sigillo” di Ingmar Bergman non è blasfemo, è totalmente illogico. Dare uno scheletro e della carne a qualcosa che fino ad allora esisteva solamente attraverso il suo atto è pura fantascienza. Una partita a scacchi diventa pura tensione hitchcockiana. La Morte (Bengt Ekerot) è invincibile, questo lo sappiamo ogni giorno, non ci resta che aspettare il momento in cui lo scacco matto segnerà definitivamente la fine per Antonius Block (Max von Sydow). Durante il film, scena su scena, i due si sfidano a colpi di stratagemmi ed inganni, chi per sopravvivere, chi per compiere il suo lavoro quotidiano. Gli scacchi non sono altro che l’oggetto psicologico per eccellenza, dove l’intelletto prevale sulla spada e lo scudo viene sostituito dalla furbizia. Ma chi pensa che la Morte sia la vera protagonista di tutto il film imbocca la strada più sbagliata da percorrere. Bergman attraverso la sua sensibilità fantascientifica comprende che la vera utilità della Morte nella nostra società è quella di farci apprezzare di più la Vita e tutto questo lo fa attraverso il personaggio del crociato Block, il quale distrarrà la Morte per far scappare una povera famiglia di saltimbanchi.
La Morte ci fa capire il potere del sacrificio, la meraviglia di ogni singolo particolare della vita, l’immensa bellezza nell’empatia con gli altri. Chi mostra scene di morte come meri oggetti di intrattenimento dovrebbe essere arrestato, non c’è dubbio. La mera mercificazione della violenza e della sua conseguenza è atto da condannare, ma non bandire (la libertà sovrasta ogni critica egoistica, compresa la mia).
Bazin, involontariamente, ha scatenato la sfida di molti registi, mostrandoci le capacità fantasiose di noi umani. La bellezza della sfida, del mettersi in gioco è qualcosa che nel cinema è molto più potente, perché più veloce all’elogio o allo scandalo di qualsiasi altra forma d’arte. Non a caso Gesù è così elogiato dall’uomo, lui, il paradosso del paradosso.


Fonti:

– A. Bazin, Che cos’è il cinema?, Garzanti, 1973.

– Come si muore nei film, articolo di Michele Dell’Ambrogio: http://www.cicibi.ch/10_11_morire/10_11_morire/presentazione_files/la_morte_al_cinema.pdf

Zenos Frudakis: lo scultore della libertà

Zenos Frudakis di punto in bianco è diventato uno degli scultori più conosciuti tra i social o per meglio dire una sua opera lo è diventata: Freedom è un’opera pubblica che si trova a Philadelphia, è di bronzo e in realtà ha quasi vent’anni essendo stata inaugurata nel lontano 2001, ma solo ultimamente la sua notorietà è diventata virale. Ma cosa rappresenta? Rappresenta una rinascita, un’emozione comune, che lo scultore ha cercato di esprimere con semplicità e con un forte impatto visuale. Partito da piccole sculture alte poche centimetri, raggiunge il massimo concetto solo nel momento in cui la statua si presenta a noi nella sua grandezza attuale di 6 metri per 2. 

di Jessica Caminiti

Freedom Di Zenos Frudakis

Una figura maschile viene rappresentata attraverso 4 passaggi significativi ed esplicativi di cosa significa, in poche parole, (in questo caso immagini), libertà e rinascita. Frudakis, ispirato dalla sua stessa vita cerca di creare l’espressione completa del passaggio dalla staticità della sofferenza alla dinamicità della liberazione. La lettura deve essere fatta da sinistra a destra a partire dalla figura che “sembra una specie di mummia, la morte, una figura rinchiusa nella cattività e bloccata nello sfondo dell’installazione” per procedere attraverso la sofferenza, fino al raggiungimento della rinascita e della conseguente libertà. Con estrema violenza questo messaggio si presenta a noi e lo scultore ci racconta la sua ispirazione, la sua idea iniziale e il suo obiettivo:

Volevo creare una scultura che chiunque, indipendentemente dal proprio contesto, potesse guardare e percepire immediatamente l’idea di qualcuno che lotta per liberarsi. Tutti hanno bisogno di uscire da qualche situazione – che si tratti di una lotta interiore o di una circostanza contraddittoria – e di essere liberi.

Prima rappresentazione.

Camminando accanto alle quattro rappresentazioni della liberazione fisica e morale, quello che salta sicuramente all’occhio è la somiglianza della seconda statua con un’altra lontana nel tempo, ma molto conosciuta: un prigioniero, che lentamente si libera, Michelangelo qui di conseguenza detta legge. Il richiamo allo schiavo ribelle del Buonarroti non è per niente velato, anzi! La postura è identica e la stessa foga per liberarsi dalle catene strutturali del materiale è richiamata a livello stilistico e sul piano metaforico. La scelta di riprendere una statua così sofferente è proprio dettata dalla ricercatezza di significato: la liberazione dall’immobilità, dalla staticità della prima statua deve subire un forte scossone: la libertà è sofferenza all’inizio; le difficoltà psicologiche per superare quello stato di torpore sono violente e per farle percepire al pubblico anche i movimenti, i gesti delle statue devono essere violenti: non ci si libera dal dolore attendendo o passando dalla prima alla quarta statua senza strazio, ma seguendo un percorso creato dalla nostra volontà, dalla nostra sofferenza, dalla paura di abbandonare qualcosa che conosciamo, paura di qualcosa di nuovo, ma solo così potremo rinascere. Non è lo stesso bruco a dover diventare bozzolo per poi rinascere? Non deve un fiore nutrirsi della terra per riuscire a sbocciare pronto alle intemperie della vita? Siamo tutti chiamati a soffrire e per questo il complesso processo di vittoria della statua iniziale lo sentiamo così vicino: ogni volta, che usciamo dalla nostra zona di confort, che facciamo un passo verso una nuova direzione e non permettiamo alla vita di immobilizzarci, diventiamo un po’ più liberi, un po’ rinasciamo, un po’ probabilmente capiamo che tutti quegli ostacoli erano necessari.

particolare sfondo con gatto
particolare volto del padre sullo sfondo

Ma come abbiamo raccontato, prima di una storia di tutti e per tutti, è la vittoria di Frudakis. Egli non vuole che ci siano dubbi su chi sia lo scultore e su chi vuole augurare questo futuro a chiunque la veda: le sue impronte fanno da padrone ad uno sfondo indeciso, come non completo, che ci ricorda il non finito michelangiolesco per la sua velocità, la sua spontaneità e allo stesso tempo è una firma indelebile e inconfondibile dell’autore. Non è solo questo: lo sfondo ci racconta storie, personaggi, per chi si sofferma ad osservarla. Oltre alle sue impronte, anche la sua mano appare, come anche un busto del padre, diviso in larghi pezzi, un gatto e molto ancora, monete per esempio, che rappresentano la correlazione stretta tra arte e denaro, ma anche la sua data di nascita 7/7/51. 

Qual è il messaggio importante e cosa possono e dovrebbero fare i fortunati turisti e curiosi? Interagire e avvicinarsi all’installazione, non solo emotivamente e mentalmente, ma anche fisicamente: un’apposita scritta “stand here” suggerisce ai fruitori di prendere posto e liberarsi anche loro dalle catene, che la vita impone, per rendere reale ciò che la statua racconta, d’altronde la vittoria finale, la rinascita, la liberazione la meritiamo tutti: uscire dalla nostra tomba è il primo passo, lottare è la risposta, solo così si potrà sentire il profumo della libertà.

Tutte le foto sono prese da Foto dal sito dell’artista: http://www.zenosfrudakis.com

Fonti

www.zenosfrudakis.com

La spiritualità di Gauguin

Alla ricerca di una spiritualità primitiva Gauguin compie un viaggio mistico alla scoperta di sé stesso all’interno della pittura.

di Jessica Colaianni

Paul Gauguin nasce a Parigi nel 1849 ma sin dall’infanzia mostra un certo disagio per la vita in città con un desiderio di fuga verso civiltà lontane. Con la famiglia si trasferisce per un periodo a Lima in Sud America per poi tornare in Francia e ricevere una formazione abbastanza deludente nella città di Orléans. Sopraffatto dai problemi familiari e dopo aver fallito l’esame di ammissione all’Accademia Navale di Parigi decide di arruolarsi come allievo pilota sul mercantile Luzitano, mezzo che lo porta a viaggiare per il mondo e a scoprire così quei posti esotici che affollavano l’immaginario collettivo degli europei dell’Ottocento.

Tornato a Parigi a seguito della morte della madre, è in questa fase che Paul si avvicina al mondo delle belle arti, grazie all’intercessione di Gustave Arosa, ex compagno della madre. Comincia ben presto a collezionare le opere degli impressionisti, movimento all’epoca embrionale e fortemente criticato dagli esperti d’arte e nel mentre inizia a realizzare i suoi primi lavori, sotto la guida del maestro Pissarro.

Visione dopo il sermone (1888)

Il contatto con gli artisti del movimento che per molti diede vita all’arte contemporanea è fondamentale per la formazione del giovane Gauguin, il quale però non condivide a pieno la poetica. Sin da subito, infatti, dimostra di aver superato i suoi predecessori portando delle novità importanti all’interno della sua pittura. Ma la piena maturità stilistica Gauguin la raggiunge in Bretagna, a Pont-Aven per l’esattezza, paese selvaggio e rurale frequentato da diversi artisti con cui entra in contatto, tra cui Bernard e Laval che lo introducono alla tecnica del cloisonnisme, ispirata alle vetrate gotiche e consistente nella stesura di ampie campiture di colore ben delimitate. Capolavoro di quegli anni rimane la Visione dopo il sermone (1888) dove delle fedeli assistono al combattimento tra Giacobbe e un angelo, scena tratta dal libro della Genesi. La particolarità del dipinto sta nella rappresentazione del prato rosso e nella presenza di un albero che taglia in diagonale la scena, suddividendo in maniera netta ciò che è realtà da ciò che è immaginazione. Tra uno spostamento e l’altro, dopo una convivenza turbolenta con Van Gogh, conclusasi non nel migliore dei modi, Paul decide di lasciare definitivamente la Francia per rifugiarsi in un posto lontano, dove poter concludere la sua vita e continuare a produrre la sua arte, poco compresa al tempo e in parte derisa. Si trasferisce quindi a Tahiti dove Gauguin realizza indubbiamente la sua produzione più importante, fortemente ispirato dai colori e dal modo di vivere dei polinesiani. Qui entra in contatto con una spiritualità del tutto nuova e completamente diversa rispetto a quella occidentale e ben presto ne fa protagonista dei suoi lavori.

Ia orana Maria (1891)
Manao tupapau – The Spirit of the Dead Keep Watch (1892)

Tra i quadri più rappresentativi di questo periodo vi raccontiamo di tre in particolare. Il primo è Ia orana Maria (1891), una delle prime opere che Gauguin realizza in terra tahitiana e che vede ancora una forte presenza della religione cattolica, rappresentata da un angelo con le ali gialle che indica due donne del posto. In primo piano sulla destra, invece, troviamo una trasposizione del tema della Madonna col bambino, rappresentati in sembianze e in un ambiente totalmente estraneo alla raffigurazione tradizionale e immerso nei colori e paesaggi esotici dell’Oceania. Nel 1892 dipinge uno dei quadri più famosi, Manau Tupapau (Lo spirito dei morti veglia), il dipinto rappresenta Teha’amana, una giovane ragazza con cui l’artista intraprende una relazione. La donna giace nuda sul letto, inevitabile anche qui sono i richiami all’iconografia tradizionale occidentale, in questo caso l’immagine della Venere che qui diventa una figura con la pelle scurissima, caratteristica di coloro che abitano le isole della Polinesia. Sulla sinistra una figura minacciosa e malvagia incombe, è Tupapau, uno spirito dei morti tratto dalla cultura tahitiana che stava in quegli anni scomparendo dalle memorie dei giovani a causa del colonialismo. Il demone è interpretato come simbolo ineluttabile e inconoscibile della morte.

Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo? (1897-98)

Dopo un breve rientro in Francia che gli provoca più dolore che altro, l’artista riparte per la Polinesia. In  fine quindi prendiamo in esame quello che possiamo considerare il lascito testamentario di Gauguin, un lavoro del pittore realizzato nei suoi ultimi anni di vita percorsi da disturbi di salute e depressione con un tentativo di suicidio. Stiamo parlando del quadro Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo? (1897-98), opera di grandi dimensioni che pone la visione intima e spirituale dell’artista unita alle grandi domande che attanagliano da sempre l’uomo. La lettura iconografica parte da destra, dove un bambino steso sul prato rappresenta naturalmente la domanda da dove veniamo? Prosegue con la parte centrale della scena, dove una serie di figure immerse in un paesaggio naturale sono intente a svolgere diverse azioni pratiche e riflessive, riferendosi alla domanda chi siamo? A sinistra, a conclusione della sequenza e corrispondente alla domanda dove andiamo? una vecchia avvizzita rappresentata in posizione fetale intenta a ricordare con nostalgia gli anni della giovinezza. L’opera è un capolavoro che merita ancora di essere studiato e indagato nella miriade di simboli impressi da Gauguin che, indubbiamente, è tra i più grandi artisti dell’era moderna.

Fonti:

– Elena Ragusa, Gauguin, in I Classici dell’Arte, vol. 10, Rizzoli, 2003;

– Anna Maria Damigella, Gauguin, in Art dossier, Giunti, 1999;

– Ingo F. Walther, Gauguin, in Basic Art, Taschen.

ODE A DANTE, ALL’AMORE, AL ROMANTICISMO E AGLI ETERNI ROMANTICI

Il 25 marzo è il Dantedì, giorno in cui si celebra il Sommo Poeta, e noi vogliamo dedicargli un viaggio tra le opere che rappresentano quella coppia d’amanti che ha reso immortali con le sue terzine.

di Silvia Michelotto

In mezzo a questo eterno susseguirsi di anniversari importanti (500 anni dalla morte di Tizio, 500 anni dalla nascita di Caio, 500 anni dalla pubblicazione di Stenly….*coglietemi la citazione, per piacere!*) il Ministero per i Beni Culturali ha deciso di onorare Dante istituendo il Dantedì. Un giorno che, come un Pokémon selvatico, si è piazzato davanti a noi così all’improvviso…E chi siamo noi per ignorarlo?

C’è poco da fare, lo si può amare o odiare, ma il Sommo Poeta è ovunque. Lo si trova in sculture, quadri, testi teatrali, opere liriche e musical, film, canzoni, romanzi ed è arrivato pure nel mondo del fumetto e del manga giapponese! Insomma, Dante è arrivato dove molti altri se lo sognano!

Chi altro può vantare di essere diventato un fumetto di Topolino, essere citato nella canzone di un rapper ( J-AX che ci ricorda in modo molto carino che Non avremmo avuto la Divina Commedia se Dante si fosse bombato Beatrice), di essere stato oggetto delle illustrazioni di Paolo Barbieri e che venga declamato nelle piazze?  Chi è riuscito a rendere una donna immortale, rendendola una leggenda? La musa che ogni artista sogna di avere, pura, gentile e affabile, la donna perfetta. Eppure in questi anni, la bionda Beatrice, ha deciso che vuole usare il ruolo che Dante le ha donato per essere la voce di quelle donne che- sì, belle le parole romantiche e l’essere preservate- l’amore lo vogliono fare, vogliono che sia concreto, vissuto a pieno. Questo è quello che ci regala la Beatrice di Benni, nella sua opera teatrale, ed è, comunque, una gentile concessione di Dante, che ha voluto donare alla storia una donna che ha comunque fatto la sua vita, amando un altro e non il famoso poeta che le donava ogni giorno qualche bella poesiola (e se non è questo girl power!). 

Si può odiare Dante (e ammetto qui, di fronte a tutti voi, che  la poesia non mi ha mai fatto impazzire, figurarsi quella dantensca!), ma almeno un pezzettino, anche minuscolo, non si può fare a meno di apprezzare. Da brava romantica quale sono, ho un debole per il V canto dell’Inferno: un amore proibito, che comunque ci viene narrato da quel puritano di Alighieri come una storia giusta, fatta da due anime affini (e analizzando la vicenda, ci sembra quasi impossibile non stare dalla parte dei due amanti). E’ un susseguirsi di parole che colpiscono il cuore e che rendono visibile, quasi tattile, la vicenda. Impossibile non pensare che siano proprio i versi di Dante ad aver ispirato le numerose opere dedicate a Paolo e Francesca. Un esempio calzante è il lavoro di Anselm Feuerbach, realizzato nel 1864, dove i due giovani vengono raffigurati mentre leggono quel libro galeotto. I loro gesti sono delicati e pieni d’affetto, perfetta raffigurazione di un amore romantico che sboccia tra le ombre di un cespuglio.

Paolo e Francesca di A. Feuerbach (1864)
Paolo e Francesca di C. E. Hallé (1840)

Più passionale e peccaminoso sembra, invece, l’opera di Edward Charles Hallé (1840), dove Paolo tira a sé la sua amata quasi con violenza, desideroso di consumare il loro amore. Un atto che li porterà alla morte (rappresentata in modo struggente da Gaetano Previati nel 1887) e a ‘vivere’ per l’eternità nel vortice dei lussuriosi. Mentre le altre anime vagano solitarie, i due rimangono stretti in un abbraccio che Gustave Doré riesce a riempire di ogni sentimento possibile. Le lenzuola in cui sono avvolti richiamano la purezza della colomba, termine di paragone usato anche da Dante (colombe dal desio chiamate), ma le morbide curve  del tessuto e i loro corpi ricordano la forma di un cuore (anatomico). Il loro abbraccio è disperato d’amore, ma anche tragico: i due si amano alla follia, hanno accettato la penitenza eterna, ma non desideravano che l’altro morisse. La ferita di Francesca ricorda la loro scomparsa, violenta e prematura, mentre Paolo la osserva, il volto chino e triste per la sventura che l’ha colpita. Allo stesso tempo, la posa sinuosa, richiama ancora la sensualità e l’intimità tanto bramata, inevitabile conseguenza del loro amore.

Paolo e Francesca di G. Doré (1860)
Paolo e Francesca di U. Boccioni (1908-09)

Esplicito e privo di ogni pentimento è, invece, l’abbraccio che raffigura Boccioni agli inizi del Novecento. Sono amanti lussuriosi e bramanti di pura e folle passione, che solcano quello che sembra un fiume di cadaveri: solo loro, in quel piccolo bozzolo rosso e giallo, sono vivi. Il loro amore li ha portati all’Inferno, ma loro sono ancora in grado di provare emozioni, amare ed essere amati e lo saranno in eterno, nella storia, nella memoria e grazie a un tipo dal naso così adunco che lo fa sembrare una poiana!

Eppure me la pongo questa domanda: era strettamente necessario ricordare Dante in questo modo, istituendo un giorno che forse conosciamo io, te, il ministro e sua madre (perché le mamme son sempre le mamme)? Personalmente direi Ni. Mi spiego meglio: Dante è uno di quei poeti che si conosce o si conosce, non puoi scappare a tale verità. Tutti almeno una volta, che sia in modo informale o formale, hanno sentito nominare il suo nome; la Divina Commedia è un’opera riconoscibilissima, alcuni versi sono diventati così popolari da essere citati nel parlato quotidiano (il Lasciate ogni speranza o voi che entrate ormai è stato consumato a forza di essere usato da chiunque debba affrontare qualche terribile evento, come esami, colloqui con i capi…). Non era meglio, quindi, dedicare un giorno a un poeta o autore che ha realmente bisogno di essere ricordato? Qualcuno che è caduto nell’oblio o che, visti i programmi scolastici alcune volte troppo irrealistici, a scuola non viene quasi mai nominato? 

Allo stesso tempo credo che, celebrare Dante, ci permetta di ricordare da dove è nata la nostra lingua, la cultura che univa un’Italia divisa in mille staterelli, che ha reso, nel bene e nel male, grande il nostro Bel Paese. Ma soprattutto questo giorno ci ricorda che noi, figli di una terra che ha tutto, rumorosi, con i nostri dialetti strampalati, i nostri canti e balli, siamo un popolo che ha sempre amato prima di ogni altra cosa l’amore, passionali amanti dalla vena poetica. Ci innamoriamo ancora di uno sguardo, di un sorriso, di una mente e di un’idea e, come moderni Dante, spendiamo parole e gesti eclatanti per poter essere almeno un po’ notati. Solo noi potevamo vedere in questo sentimento dannazione e salvezza, poter concepire versi in cui il desiderio per l’altro si trasforma in pura e meravigliosa poesia.

Alla fine siamo degli eterni Dante Alighieri, romantici, che fanno la paternale agli altri e che poi razzolano malissimo, che fanno finta di niente, svenendo nei momenti meno opportuni o quando non sappiamo che fare, quindi forse sì, un Dantedì serve sempre. 

Però, Dantuccio caro, fatti dire una cosa: un gelatino o un anellino alla Beatrice potevi pure offrirlo!

La nascita del cinema italiano

Sopra la più grande arteria della civiltà Occidentale, lungo la strada del Ponte Milvio, ecco il Generale Carchidio, bendato e condotta dentro una carrozza, pronto a consegnare la richiesta della resa pacifica di Cadorna al generale Kanzler di una resa specifica.

di Lorenzo Carapezzi

Nel 1905 il cinema italiano spalanca i suoi occhi verso la realtà, sancendo l’inizio della sua storia. 35 anni dopo la fine dello Stato Pontificio, il 20 settembre a Roma venne proiettato “La Presa di Roma”, ovvero l’inizio di un nuovo periodo artistico italiano e di una nuova economia globale. In soli 5 minuti il regista e produttore Filoteo Alberini riesce nell’impresa di quel “fare gli italiani” che Massimo D’Azeglio tanto desiderava. Attraverso la collaborazione con il ministero della Guerra, una grandiosa distribuzione fatta di volantini e di una propaganda fortemente anticlericale, Alberini riesce ad unire con spirito laico, la memoria e l’appartenenza nazionale di un intero popolo. Grazie alla rappresentazione della Breccia di Porta Pia, l’uomo italiano riesce a scoprire una propria identità e si sente inserito dentro una comunità. Lo spettacolo non sta solo nei magnifici dipinti di Michele Cammarano o dalle fotografie di Fuminello; ciò che illumina la scena non sono solo le scenografie di Augusto Cicognani, oltre al corpo del film, è stupefacente ciò che avviene nella platea. Un prodotto così celebrativo e didattico, che riesce a rendere reale e verosimile la finzione, crea un’unità e dà uno spaccato sociale così intenso da permettere ad un operaio qualsiasi di essere seduto accanto ad un borghese o persino ad un aristocratico.

Alberini, con sole 500 lire a disposizione, è riuscito a creare una vera e propria opera d’arte, non tanto per una questione stilistica o formale del film in quanto tale, ma nell’essere riuscito nella pratica a dimostrare ciò che l’arte, in particolare il cinema (che personalmente considero “Arte delle arti”), è capace di fare: costruire un tessuto di emozioni condivise. Dopo secoli di divisioni, ecco che il cinema arriva anche in Italia  riuscendo a raccontare attraverso un senso metonimico un’avventura collettiva del popolo italiano in quanto tale. Le sale cinematografiche, dopo questo pezzo iniziale di storia, si moltiplicano, anno dopo anno, diventando luoghi comuni, di tutti, dove le distinzioni e le differenze non riescono ad oltrepassare le porte del cinema.

Bambini, ragazzi, donne e uomini corrono verso la luce del cinema, come il poeta attirato dalla voce della sua Musa, poiché attratti da una forma d’arte che è riuscita a fare tutto ciò che le principali arti di un tempo, quelle classiche come la pittura e la scultura, erano riuscite solamente a sfiorare con l’idea: la capacità di riprodurre la vita in quanto tale.

L’uomo qualunque si sente appagato e partecipe nel vedere storie che entrano nell’eredità collettiva della memoria civile, raccontando piccole storie di persone senza storia, o da sempre ignorate dalla storia. L’uomo scopre se stesso e scopre quanto la sua vita sia importante, né più né meno delle altre. La sala cinematografica diventa luogo democratico per eccellenza, l’Atene artistica si erge anche in Italia.

L’Italia nasce con il Risorgimento e il Risorgimento si fa azione grazie al cinema. Gli occhi lucidi degli spettatori vedono meravigliati il loro destino, con una luce intensa che incornicia la figura femminile che personifica l’Italia, con in un pugno lo stendardo tricolore. Accanto alla bellissima rappresentazione femminile, ai suoi lati, ecco le figure emblematiche di Cavour e Vittorio Emanuele II (da un lato), Garibaldi e Mazzini (dall’altro). Ci ritroviamo in un’epoca in cui l’italiano non ha più motivi per combattere e inizia a scoprire il tempo libero, a capire finalmente cosa sia lo svago e la possibilità di apprezzare l’arte che mai era presente durante una fucilata ed un colpo di cannone. Il cinematografo è divenuto l’onesto passatempo di tutte le classi sociali. “La sala cinematografica” scrive Robert Musil “diviene spazio di culto laico. Chiese e luoghi di culto non sono riusciti in svariati millenni a coprire il mondo di una rete così stretta come quella creata dal cinema”.
L’esempio di Alberini e della sua casa di produzione “Alberini&Santoni” dimostrano a tutti i miscredenti la potenza suprema del cinema, ed in particolar modo del cinema italiano che oramai, salvo eccezioni, ha perso ogni suo carattere dominante, divenendo semplicemente passatempo o come direbbero oggi, un “hobby”.

Fonti:

– G. P. Brunetta, Guida alla storia del cinema italiano (1905-2003), Einaudi, 2016

– A. Bernardini, Cinema muto italiano: industria e organizzazione dello spettacolo 1905-1909, Roma/Bari, Laterza, 1981

Film completo: https://www.youtube.com/watch?v=vvXNw8_P2-I&t=297s

Quattro chiacchiere con Emanuele Dainotti

Doveva essere una semplice intervista con un artista, invece parlare con Emanuele è stato molto di più: è stato rigenerante e rinfrescante. Abbandonando le sovrastrutture artistiche, ricostruire una realtà e un mondo che sembra così lontano eppure così vicino a noi, il vero mondo della nuova arte. Si è parlato un sacco, la sintesi della sintesi spero possa essere abbastanza per entrare nel VERO mondo delle mostre e della sfavillante arte contemporanea, che si spera riesca a dare nuova vitalità ad un mondo, che sta continuando ad evolversi. Tra parole, spiegazione e parte dell’intervista cercherò di farvi conoscere Emanuele e farvi capire perché sono rimasta stregata dalla sua arte.

di Jessica Caminiti

Per conoscerlo forse la scelta migliore è introdurlo dalle sue parole: sintesi, loop e finitudine. 

Jessica: dai tuoi video si comprende bene perché tu abbia scelto parole come sintesi e loop, molte volte infatti i personaggi entrano in un misterioso ed eterno ritorno nella realtà senza possibilità di redenzione, ma ci puoi spiegare meglio cosa intendi per finitudine? Una parola purtroppo caduta in disuso nell’italiano corrente.

Emanuele: È un tendere all’idea di fine, ma non si esaurisce qui. Non è la fine, ma una possibilità. É la continua ricerca umana di uno stato che trascenda le nostre possibilità, l’incapacità di concepire la mancanza di una soluzione.

Frame di SAN NEPOMUCENO. Video rappresentativo delle parole indicate da Emanuele

J: Se la scelta di abitare ad Anversa è dettata dalla ricerca di terreno fertile, della nuova New York (mi sento dentro futurama) o della Nuova Berlino dell’arte contemporanea, la scelta di scappare dall’Italia è ancora più meditata e ricercata per sfuggire all’agio, che gli scorsi decenni hanno portato all’interno del panorama del Bel Paese

E: Esattamente, ero alla ricerca di un terreno più fertile. Avevo bisogno di trovarmi in una situazione scomoda, che mi permettesse di aprirmi a nuove visioni e soprattutto di confrontarmi con qualcosa che non mi è consono e chiaro. Inoltre il lavoro di un artista ha bisogno di spazio, tempo e attenzione. Questi tre elementi sono molto più reperibili fuori dall’Italia soprattutto quando si parla di under 35. In generale si percepisce la voglia di coltivare più che di celebrare.

J: si nota, che in realtà di artisti italiani famosi nel campo contemporaneo ce ne sono pochi..

E: Le personalità più interessanti degli ultimi trent’anni si sono quasi sempre formate o affermate fuori dai confini italiani, vedi Cattelan e Beecroft, giusto per citare due tra i più conosciuti. Se ne sono andati, magari anche per tornare in seguito.

J: ma ci racconti qualcosa di te, da cosa hai iniziato, chi ti ha ispirato…

E: Mi sono avvicinato all’arte inizialmente tramite una passione per la scultura e questo ha sicuramente influenzato il mio approccio formale al video. Ma più che all’arte visiva, in senso stretto, ho sempre rivolto il mio interesse alla letteratura, la filosofia, il cinema e la musica.

Se dovessi darti dei nomi dovrebbero essere scrittori più che artisti.

J: Ispirazione  concretezza possono essere espresse nelle maniere più imprevedibili e impensabili, i supporti e le modalità possono essere diverse, ma quello che importa molto a volte è il racconto e la nave che continua a navigare tra flutti e frangiflutti della mente: Emanuele molte volte prende come punto di riferimento libri e racconti, che possono interagire con la realtà che lo circonda e la sua arte. Un esempio può essere Onetti: il suo magico e spettrale mondo uruguaiano in cui il nostro artista è stato ha preso forma nei suoi video

frame da SANTA MARÍA

E: Nel 2018 sono stato per cinque settimane in una residenza artistica in Uruguay dove ho sviluppato una serie di lavori ambientati nella città di Santa Marìa. Santa Marìa è la città immaginaria dello scrittore uruguaiano Onetti. Ed è la stessa città, mash-up tra Montevideo e Buenos Aires, che ha preso realmente vita non appena sono arrivato in Uruguay. Quello che ho percepito è proprio l’atmosfera ricreata da Onetti, fatta di marginalità e di loop infiniti, di vita, di morte, di rinascita. Uno dei lavori si intitola proprio SANTA MARÍA (2018), è un’installazione video potenzialmente infinita, un loop continuo, composto da tre differenti loop che si accavallano e si contorcono vicendevolmente. 

J: è un’incertezza, una scoperta continua, non ti spaventa?

E: Più che altro mi eccita. Tendo ad essere parecchio puntuale e perfezionista, sicuramente non uno sperimentatore. Mi piace studiare, riempire quaderni, e solo nel momento in cui visualizzo in maniera efficace il tutto riesco a passare alla formalizzazione. Un’idea può prendermi mesi o anche anni, ma la realizzazione deve essere velocissima. Spesso lavoro con performer o in generale con persone o agenti sui quali non ho mai pieno controllo, per questo ho il bisogno di creare un terreno solido su cui farli muovere. Non do molte indicazioni alle persone con cui lavoro, ma faccio in modo che si scontrino con le idee che ho disseminato nel luogo dove avvengono le riprese.

J: qual è la cosa più importante per te all’interno dei tuoi lavori? Non essendo attori professionisti cosa cerchi in loro e cosa trovi? La difficoltà di creare un momento, di proporre un personaggio, una storia è un grande impegno non solo fisico, ma più che altro mentale.

E: Non chiedo mai di interpretare dei personaggi, l’impegno sta nel fatto che chiedo una cooperazione. Mi interessano le atmosfere e le relazioni che si possono creare tra i vari agenti. Non sono da solo in fase di scrittura e allo stesso modo durante la produzione e la distribuzione del lavoro. Gli elementi che compongono un lavoro non si risolvono esclusivamente attorno a me e il lavoro stesso. 

Frame di Genesi di una luce al buio

J: Ecco cosa è stato parlare con Emanuele, un continuo racconto e un gioioso scambio di opinioni tra due Italiani persi nel mondo. Vorrei raccontarvi ancora mille cose di questa chiamata, ma purtroppo il tempo è nefasto e anche le battute di un articolo non possono essere infinite, quindi come chiudere? Chiedendo come sempre: e adesso Emanuele?

E: Goeie vraag! ti risponderebbero ad Antwerpen. Sto lavorando alla mia prima personale in Belgio, che inaugurerà a giugno a Gent. Oltre a quello sto sviluppando un nuovo progetto legato alla realtà virtuale che continua la mia ricerca sul loop e sulle relazioni tra installazioni video e fruitori.

Possono assicurare che i suoi video sono già avvolgenti: tra i quattro video di Santa Maria la storia sembra la tua, sei a viaggiare disperso nel mare all’interno della villa, sei un detective, una donna, un uomo, un individuo, che in qualche maniera è lì. Le parole rispetto all’arte vissuta sulla propria pelle, lo sappiamo, sono riduttive. Potrei raccontarvi i suoi video, ma non reggerebbero il confronto con la vista di essi: il tempo si dilata e restringe e si è immersi nella bolla dell’arte, che può realmente portare in qualsiasi altra realtà.

Botero non dipinge persone grasse!

“Non ho mai dipinto persone grasse” questa è una delle citazioni di Fernando Botero che potete trovare in una delle sale della mostra dedicata all’artista colombiano a Palazzo Pallavicini in quel di Bologna. Aperta fino al 26 gennaio (muovetevi se non ve la volete perdere!!), questa è una mostra unica che non si vedrà da nessun’altra parte.

di Jessica Colaianni

Ogni opera, infatti, proviene direttamente dall’archivio di Botero, il quale ha scelto personalmente quali opere inviare e che ha partecipato anche nell’ideazione del progetto espositivo collaborando a stretto contatto con la curatrice.

La mostra espone la produzione più recente dell’artista, tutte le opere, infatti, sono datate oltre il 2000 e sono suddivise per sezioni tematiche. Ma torniamo al punto di partenza. Quando si entra nella sala dedicata ai nudi troviamo sul pannello posto come spiegazione questa citazione: “Non ho mai dipinto persone grasse”, com’è possibile? Chiunque di noi almeno una volta nella vita avrà detto: “conosci quell’artista che dipinge persone grasse?” E sì, ci riferiamo proprio a te Fernando! Per fortuna ci viene in soccorso la guida che subito ci scioglie ogni dubbio e ci apre a una completa nuova visione su questo artista.

I modelli usati, prima di tutto, è bene chiarirlo, sono persone magre! Ebbene sì, tutto nasce negli anni cinquanta, durante i suoi primi lavori di natura morta, l’artista dipinge un mandolino dove la cassa risulta essere particolarmente voluminosa. Proprio da lì nasce la cifra stilistica che tutti noi conosciamo, le figure che noi vediamo non sono altro che una rielaborazione in un linguaggio personale del pittore che rende ogni forma volutamente in una dimensione volumetrica dilatata. Vi starete chiedendo da dove ha origine tutto questo? Ci sono varie spiegazioni a riguardo. La prima è che Botero nelle sue opere pone continuamente dei riferimenti alla storia dell’arte e basta tornare indietro giusto qualche millennio di secolo per condurci alle antiche statuette neolitiche, raffiguranti figure morbide e volumetriche (la Venere di Willendorf e simili, per intenderci). Un’altra spiegazione sta invece nell’intento che vuole darci l’artista. Attraverso i suoi dipinti egli vuole trasmetterci la gioia di vivere, quel senso di pace e serenità cui geometricamente parlando, le forme rotonde rimandano. Per quanto a livello accademico Botero sia abbastanza snobbato (nei miei 5 anni di Università non ho mai sentito uscire dalla bocca di nessun insegnante questo nome), ottiene dal “pubblico comune” vasti consensi, lo possiamo classificare quindi come un artista popolare, che piace alla gente. Un’altra caratteristica che vira a favore di quanto detto, è che il pittore dipinge immagini e figure quotidiane in cui chiunque ci si può riconoscere e nelle sue opere non si trovano mai delle iconografie misteriose, dei simboli che nascondono significati nascosti, ma anzi, sono di immediata e semplice fruizione ed è proprio per questo che piace alla gente, adulti e bambini che siano. Sono sincera, Botero non è tra i miei artisti preferiti (non è tra le mie corde forse proprio a causa della sua “semplicità”) e non lo conoscevo molto, ho apprezzato quindi aver visitato la mostra e soprattutto l’aver partecipato a una visita guidata. Il tutto mi ha permesso di andare oltre lo stereotipo delle “persone grasse” e mi ha permesso di approfondire e imparare qualcosa di nuovo. Del resto, tra gli scopi primari delle mostre (e su questo, piccolo spoiler, ci torneremo in futuro, quindi stay tuned!), è proprio quello di istruire.

La dimensione didattica è una componente molto importante da tenere in considerazione e per una persona che ambisce un giorno di poter curare degli allestimenti espositivi, beh, diciamo che è tra le cose su cui sono più pignola quando vado a visitare una mostra!