Endimione:Ontani

Ci sono riferimenti alla letteratura anche in luoghi che mai ci aspetteremmo: all’interno delle sue perfomances Ontani si rifà all’antichità, al mito, al passato e lo riporta in vita.

di Jessica Colaianni

Luigi Ontani nasce a Vergato, in provincia di Bologna, nel 1943 ed è considerato tra i più rilevanti artisti italiani appartenenti alla corrente della Body Art. Laureato all’Accademia di Belle Arti della città felsinea, comincia la sua carriera negli anni Settanta. Le opere che lo hanno reso celebre in tutto il mondo sono le sue rappresentazioni attraverso dei veri e propri tableaux vivants dove vediamo l’artista, protagonista assoluto nonché Narciso per eccellenza, trasformarsi in un ricco e variato repertorio di personaggi facenti parte della nostra tradizione, sia iconografica che letteraria. La ricerca poetica dell’artista può essere associata al tema dell’apparenza e del travestimento, argomento spesso affrontato dall’arte contemporanea e che ottiene il punto più alto tramite lo sviluppo tecnologico, il quale permette con facilità di realizzare opere che distorcono la realtà delle cose, portando all’estremo queste immagini fino a scadere quasi nel kitsch.

Dante Alighieri (1972)
Pinocchio (1972)

Oltre a realizzare performances dal vivo, infatti, Ontani opera spesso anche tramite l’uso della fotografia e il video. Attraverso il proprio corpo e i vari travestimenti, l’artista indaga l’ambiguità e la complessità della natura umana e lo fa mettendo in campo il mito, i simboli e la rappresentazione iconografica, dove la tradizione si mischia con l’ironia e crea un gioco di continui rimandi tra sacro e profano, mito e favola, cultura orientale e occidentale. Queste immagini, tratte direttamente da un vasto repertorio del passato, vengono reinventate e immerse in un mondo, quello della fotografia e del video, dall’atmosfera illusoria e incantata.

Dall’interpretazione di Dante a quella della maschera bolognese di Balanzone, Ontani attinge a una cultura alta o bassa senza esprimere nessuna particolare preferenza per l’una o per l’altra, anche a causa dell’attuale cultura di massa che ha in parte contribuito ad appiattire tali differenze (basti pensare a Warhol e le sue icone riprodotte in serialità). Prendiamo ad esempio la performance che ha realizzato a Bologna in occasione della Settimana internazionale della performance nel 1977, la quale ha visto la presenza in città dei più rilevanti protagonisti della scena artistica le cui ricerche erano appunto legate al tema del corpo e del comportamento.

San Sebastiano di Guido Reni (1970)
Ecce Homo (970)

Negli spazi dell’allora Galleria d’Arte Moderna, Ontani entra nei panni di Endimione, pastore dotato di incredibile bellezza, cui il mito narra la sua condanna a un sonno eterno da parte di Giove per aver commesso l’errore di essersi innamorata di Era. Vestiti i panni del pastore, l’artista ha dormito per un’ora al centro della galleria, mentre alle pareti venivano proiettate delle diapositive dove vediamo sempre Ontani impersonificare le undici principali divinità mitologiche dell’Olimpo e tre celebri maschere popolari bolognesi, Balanzone, Fagiolino e Sganapino, circondato da elementi bucolici tratti da alcuni celebri quadri del pittore bolognese Annibale Carracci. La visione, ammirabile dagli spettatori attraverso una balaustra posta sopra una scalinata, era arricchita da ulteriori dettagli scenografici quali dei tappeti volanti pilotati dall’artista, immagini del sole, nonché un variopinto prato fiorito sovrastato da un limpido cielo blu colmo di stelle. A completamento di questa atmosfera trasognante, nella sala si diffondeva il suono di una languida e dolcissima musica pastorale.

Endimione(1977)
Endimione (1977)

La performance bolognese rende in modo chiaro ed esplicito l’idea d’arte di Ontani, poiché si trovano molti degli elementi che caratterizzano la sua ricerca: il travestimento, il mito, il sogno, la tradizione iconografica mischiata alla cultura popolare delle maschere carnevalesche e una componente sottile di ironia e kitsch che accompagnano tutti i suoi lavori.

Fonti:

– C. Marra, Fotografia e pittura nel Novecento (e oltre), Milano, Bruno Mondadori, 2012;

– F.Alinovi, R.Barilli, R. Daolio, M.Pasquali, F.Solmi (a cura di), La performance, catalogo della mostra, Istituzione Bologna Musei MAMbo, Bologna, ristampa 2017.

Quel mistero nascosto nelle celle e quel ragno che assomiglia a mamma

Louise Bourgeois, artista che ci ha lasciato ormai da una decina d’anni è stata una delle più importanti artiste prefemministe che la storia ci può regalare, una precorritrice delle nuove avanguardie stesse, che si manifesteranno almeno una decina di anni dopo rispetto al suo inizio carriera, ovvero negli anni Settanta.

di Jessica Caminiti


Inizialmente snobbata dalla critica e dai suoi colleghi (ricordiamo che il mondo artistico è prettamente maschile, quindi difficilmente una donna riesce a farsi strada) racconta le sue emozioni, la sua infanzia e il suo rapporto con l’altro sesso, spesso conflittuale ma mai di ripudio, attraverso la sua arte e le sue opere.
La sua carriera artistica è collegata alla sua vita personale, difatti molte volte la sua infanzia si propone come protagonista: Louise è stata cresciuta per buona parte della sua vita da una babysitter, che prenderà un ruolo di rilievo all’interno delle mura familiari. La ragazza continuerà a condividere il focolare con la famiglia, in quanto amante ufficiale del padre, divenendo la matrigna della bambina, che vedrà questo atteggiamento del genitore come un gesto di abbandono e di menefreghismo non nei confronti della classica idea di famiglia, ma nei suoi. Questo rapporto con il padre diventa centro focale della sua filosofia artistica e di molte sue opere, ma tutte passarono in sordina, finché non venne riscoperta solo durante gli anni ’70 alla veneranda età di sessant’anni. Le nuove donne e artiste femministe vedevano in lei un esempio, come in altre precorritrici (vedi Carol Rama), ma Louise mai si affiancherà a loro esplicitamente ritenendosi troppo vecchia e sentendo quasi il peso del cambio generazionale che si interpone tra lei e loro. 

Maman di Louise Bourgeois. Il ragno rappresentante la madre vuole dare un senso di protezione e forza

La sua arte ricordata come qualcosa di quasi talismanico, per anni ha portato a contare la Bourgeois tra le fila degli outsiders dell’arte, ovvero quegli artisti che non potevano e non dovevano entrare nei grandi circoli e nel grande mercato dell’arte, che nel XX secolo si è dimostrato sempre più agguerrito. Di lei si ricordano molte opere: dai ragni fuori dal museo Guggenheim di Bilbao denominati Maman alle sue celles: ambienti in cui il visitatore è invitato ad entrare e vivere tra strani e poco equivocabili bozzi e protuberanze che richiamano i genitali di entrambi i sessi. Senso di claustrofobia, di cattura e di inadeguatezza sfiorano la mente, mentre si attraversano queste vere proprie stanze, ma anche un senso di potere di una donna che si è saputa liberare dal patriarcato. Le sue celle cariche di tensione sessuale sono la rappresentazione dei ricordi e delle difficoltà che la Bourgeois ha dovuto subire, prima fra tutte la situazione con il padre da cui si sentiva tradita in seguito alle varie relazioni extraconiugali e il rapporto sempre teso di cui abbiamo parlato prima.

La distruzione del padre di L. Bourgeois. Il padre fatto a pezzi su un tavolo è circondato da protuberanze e bozzi che richiamano i genitali maschili e femminili. Immagine tratta da https://www.pinterest.it

Un esempio è La distruzione del padre, celle in cui in una specie di grotta viene rappresentato il padre smembrato sul tavolo da pranzo, circondato da forme organiche, come protuberanze, organi e cavità. Essi rappresentano metaforicamente le paure e i traumi della sua infanzia elaborati e trasformati attraverso la sua arte; rendendoli sculture per riuscire, in qualche modo, ad esorcizzare il dolore, poiché “non si può negare l’esistenza delle sofferenze”, lei stessa difatti continua affermando e raccontando “io non offro né rimedi né scuse. Voglio solo osservarle e parlarne. So che non posso fare nulla per eliminarle o sopprimerle. Non posso farle sparire; sono qui e ci resteranno”.

Il problema ormai secolare del rapporto tra uomo e donna viene esposto da Louise in maniera esemplare e per questo essa molte volte viene vista come un’artista femminista, ma a questo c’è un ma. La sua filosofia più personale ed esistenzialista, più che essere alla ricerca di valori e spiegazioni universali, vuole trovare una redenzione per la sua vita e la sua infanzia grazie all’arte e alle sue doti salvifiche. Come abbiamo accennato difatti lei non si affiancherà al movimento femminista, per quanto la sua ricerca sia molto simile a quella generazione di donne che scende in piazza per rivendicare i propri diritti. Quello che più la distingue da esse è proprio il suo rapporto con l’altro sesso: non nega le difficoltà di comprensione e interazione, ma non è d’accordo sull’esclusione degli uomini, che per molte devono non solo non prendere parte alle loro rivendicazioni, ma alcune volte, addirittura, devono essere annientati mentalmente, perché essi non possono comprendere ciò che noi proviamo. La Bourgeois ha una visione diametralmente opposta su questo punto di vista, difatti l’uomo è visto come il perfetto compagno di vita, non un essere malefico su cui indistintamente riversare le proprie ansie e le proprie frustrazioni ed è proprio da questa consapevolezza che nasce la famosa foto scattata Robert Mapplethorpe che la ritrae sorridente con il suo Filette. Nessuna espressione arrabbiata o rancorosa, mentre con la sua figliola posa davanti all’obiettivo nel 1984. Questa foto nasconde mille significati che si possono scoprire attraverso gli oggetti presenti e appunto alle espressioni. 

Louise immortalata da Mapplethorpe con Filette

Filette ha a forma di un pene, quindi tra le braccia, Louise, sostiene un enorme genitale maschile di legno; il suo tenerlo così giocosamente ci dimostra come l’uomo non sia un essere crudele da annientare e la sua rappresentazione come essere sessuale non sia sempre da considerare negativa e carica di odio, ma come possa essere bensì “un oggetto d’affezione, un trastullo” oltre che un essere degno di attenzioni e di cure. Se l’uomo è presente, chiaramente grazie alla inequivocabile rappresentazione del pene, la controparte femminile è nell’abbigliamento sicuramente poco sobrio dell’artista. La pelliccia che porta addosso è il dichiarato vestito femminile, d’altronde come sappiamo questo capo di vestiario non solo è ritenuto prettamente del gentil sesso, ma è l’estrema rappresentazione della femminilità nobiliare di per sé.

Questa foto come incontro tra i due sessi è la perfetta dimostrazione estetica di come essi possano non solo essere considerati paritari, ma che uno non debba escludere l’altro nell’eterna lotta alla supremazia che purtroppo sembra destinata a non concludersi mai.

Quel sorriso quasi beffardo dell’artista ormai in età avanzata, sembra ricordarci come lei abbia vissuto sulla pelle molte storie da raccontare, ma che alla fine tutto si racchiude nell’accettarsi e nel comprendere che solo nell’unione mentale e fisica riusciamo a trovare la pace. Non bisogna rinnegare che per secoli la sottomissione femminile è stata sempre presente, ma non bisogna neanche non riconoscere il cambiamento intrinseco che lo stesso genere maschile può aver subito e quindi perché escluderli a priori solo perché penedotati? Solo una visione più aperta e comprensiva può portare alla vera ricerca e scoperta della verità e della parità, quindi allontanandoli come possiamo ritenerci migliori?

Fonti

– L. BOURGEOIS, Distruzione del padre. Scritte e interviste, Quodlibet, Macerata, 2009.

– C. SUBRIZI, Azioni che cambiano il mondo. Donne, arte e politiche dello sguardo, PostMedia, Milano, 2012.

– M.A. TRASFORINI, Nel segno delle artiste. Donne, professioni e modernità, Il Mulino, Bologna, 2007.

Il sesso mi fa orrore

Non sempre l’arte nasce dalla volontà dell’artista  di imprimere sulla tela o attraverso altri mezzi la realtà o le emozioni a volte una malattia, un’allucinazione, un’ossessione diventa opera. 

di Elena Melloni Gandolfi

Yayoi Kusama nasce in Giappone nel 1929 da una famiglia conservatrice, da piccola le viene diagnosticato una sindrome di depersonalizzazione, una patologia psichica, che le ha sconvolto la vita e che la rendeva completamente distaccata da se stessa e dal mondo circostante; nel 1958 neanche trentenne si trasferisce a New York. L’artista tutt’ora vivente, ultranovantenne, è molto apprezzata in America.

L’arte è sempre stata la miglior medicina per i suoi collassi nervosi, le sue ossessioni si trasformano in opere d’arte, allontanandola dagli impulsi suicidi.

La ripetitività e la successione di elementi a reticolo, le immagini costruite con tanti tocchi di pennello puntiforme inseriscono la Kusama sulla scia  del fenomeno artistico del Divisionismo. Le sue opere a base di puntini con le sue varianti mescolati alla tecnologia si trasformano sino ad arrivare ai pixel.

I pois di Yayoi Kusama.
Immagine da d-art.it

La situazione artistica americana alla fine degli anni cinquanta ruota intorno al movimento New Dada, è qui che i pixel ed i pois si allargano su piani liberi e nascono le prime tele di grandi dimensioni come Infinity Nets. Intorno agli anni sessanta i pixel nella sue opere si allargano ulteriormente a contagiare gli spazi, come semi di un terreno, crescono e subiscono una metamorfosi anatomico – sessuale, diventano falli e iniziano così le prime opere e performance a sfondo sessuale.

Grandi peni invadono le sue opere d’arte a volte moltiplicati dall’uso dello specchio,come ad esempio Accumulation No. 1 (1962), una poltrona di organi genitali maschili, Accumulation No.2 (1966),  la Kusama si sdraiata nuda con il corpo cosparso di pois in posizione provocante in un prato di falli.

In Travelling Life (1964) l’artista attraverso una scala ci indica la strada verso l’Eden con l’aggiunta dei simboli fallici quali simboli del piacere puro.

Per la prima volta, in Aggregazione: show con mille barche (1964), l’artista celebra l’organo genitale femminile: una barca a forma di vagina stracolma di falli, simbolo di fecondazione in cui, lei stessa, appare nuda e girata di spalle, le pareti nel contempo riproducono la fotografia della medesima barca.

L’idea dell’amplesso è incarnato dalle scarpe straripanti di peni in Untitled Accumulation (1963) o crescono sulle sedie, sui vestiti o su un tavolo imbandito.

Tra le performance della Kusama merita interesse quella contro la guerra in Vietnam dal titolo Happening nudo – Orgia e bandiera incendiata (1968), dove i  protagonisti girano per il  ponte di Brooklyn nudi, con il corpo a pois, mentre bruciano la bandiera americana. Tra i partecipanti c’è anche l’artista stessa, in questo caso come nelle altre performance prese in esame successivamente è vestita.

Yayoi Kusama al lavoro.
Immagine da kristallwelten.swarovski.com

Nella Kusama è già insito lo spirito che poi incarnerà tutte le contestazioni che culmineranno nel 1968, periodo di grandi cambiamenti politici, sociali e culturali. Sono questi gli anni delle rivendicazioni sessuali, dell’amore libero e la Kusama interpreta questi ideali attraverso le sue performance come in Happening “The Anatomic Explosion” (1968) in favore dei matrimoni tra omosessuali, o di  derisione del potere come  in Alice In Wonderland (1968). Il suo stato mentale d’altronde è simile a quello della protagonista, Alice, che si trova nel Paese delle Meraviglie.  

Decisa a cambiare la mentalità retrograda del suo Paese, ritorna in Giappone con la speranza di migliorarlo ma la fama la precede e il popolo non è pronto a questa “rivoluzione” a tal punto che viene rifiutata anche dalla stessa sua famiglia.

Da metà degli anni settanta a causa del progredire dei suoi disturbi è ricoverata in un ospedale a Tokyo dove non ha smesso di dipingere.

Una miriade di falli non si erano mai visti, se non nelle opere della Bourgeois, l’arte della Kusama generata dall’aggravarsi della sua malattia esprime il suo disagio interiore. Le sue ossessioni sono legate al genere umano e investono il corpo e il sesso che come dice le fa letteralmente orrore.

Questa artista minuta dai vestiti stravaganti,  ha influenzato artisti come Andy Warhol, Roy Lichtenstein e attraverso le sue ripetizioni seriali ha creato uno stile del tutto originale.

Fonti:

– F.Fabbri, Lo zen e il manga Arte contemporanea giapponese, Bruno Mondadori,Milano, 2009. 

L’uomo che cambiò la moda

Le regole delle grandi copertine di moda americane furono decise da un tedesco ebreo che stava cercando di fuggire dalla guerra, nella valigia un grande sogno: la fotografia. Una rivoluzione straordinaria che ancora oggi fa scuola.

di Silvia Michelotto

Mi vuoi sposare?

Erwin Blumenfeld ripete questa domanda mille e mille volte tra gli anni ’40 e ’50 nel suo studio fotografico vicino a Central Park a New York. Eppure all’altare ci andò solo una volta, nel lontano 1920, ad Amsterdam, con la donna che lo accompagnerà per tutta la vita. Quella domanda, però, aveva uno scopo artistico: le donne davanti al suo obiettivo sorridevano, ammorbidendo e ingentilendo i propri tratti. 

Ci sembra strano che fosse necessario rendere ancora più radiose donne di quel calibro, perché tra coloro che posarono per Blumenfeld ci furono Grace Kelly, una giovanissima Audrey Hepburn e Carmen dell’Orefice fu consacrata nell’Olimpo delle Top Model proprio grazie a una sua foto. Se si voleva tornare alla ribalta, iniziare la scalata al successo o celebrare il momento clou della propria carriera bisognava farsi fotografare da Blumenfeld!

Erwin aveva 44 anni quando arrivò con la famiglia e una valigia di cartone in America. La sua passione per la fotografia, nata quando era ancora un pargoletto, lo aveva condotto lentamente al 1938, quando ricevette un ingaggio per Vogue Francia. Fu l’inizio della sua rivoluzione: niente più modelle-manichini,  bensì donne piene di energia, dotate di un forte senso di libertà artistica. Tra le fotografie più importanti di questo periodo ci furono la serie della Ragazza sulla Tour Eiffel, un’immagine all’epoca considerata audace e fuori dalle regole.

Carmen dell’Orefice (1956)

Il lavoro per la nota rivista di moda francese durò poco purtroppo, obbligando i Blumenfeld a partire per la Grande Mela chiedendosi se sarebbero riusciti a riavere il successo che il capofamiglia aveva tanto faticato a raggiungere. Eppure, due giorni dopo, aveva già un contratto per Harper’s Bazaar, il più importante giornale d’alta moda americana dell’epoca. Gli fu data la più totale libertà di sperimentazione, diventando il fotografo più importante e più pagato del suo tempo: era il fotografo giusto al momento giusto, perché solo uno sguardo esterno, straniero, poteva cogliere la grande rivoluzione sociale e stilistica che stava avvenendo in quegli anni nel Nuovo Mondo.

A lui spettano tutti i grandi onori come quello di ritrarre, all’interno di Rage for color (1952), Bani Yevelston, la prima modella afroamericana che calcò le passerelle statunitensi. Nonostante la donna sia sulla estrema sinistra, una posizione che permetteva ai lettori poco soddisfatti di strapparla facilmente, senza rovinare l’immagine, ella cattura totalmente l’attenzione, grazie al contrasto tra la pelle scurissima e il viola intenso e semitrasparente che la incornicia.

Rage of color (1952)

Il suo scopo era quello di creare un’icona ad ogni scatto, creando qualcosa che colpisse l’immaginario e che rimanesse impressa nella mente della collettività. Da questo punto di vista, sicuramente, il suo massimo successo fu Doe Eye: un occhio con un ombretto azzurrino e incorniciato da un nerissimo eyeliner, delle labbra rosso rubino e un neo  nelle vicinanze. Il tutto si staglia su uno sfondo completamente bianco, non ci sono altri indizi su come sia il volto della donna. Un’immagine che rimane impressa e che tantissimi altri artisti hanno cercato di riproporre, tra gli ultimi il fotografo Solve Sundsbo che ha pensato di dare vita a questa iconica immagine per la campagna pubblicitaria per il make up del marchio Chanel.

Doe Eye
Audrey Hepburn (1952)

Colori forti, sovrapposizioni, trasparenze e contrasti erano le armi che Erwin utilizzava per riuscire a rappresentare la sua donna perfetta, era alla continua ricerca del prototipo della bellezza ideale, ma che non rimanesse fermo alla mera estetica, bensì indagasse un aspetto più intimo. La domanda con cui abbiamo aperto questo articolo non era mera frivolezza, doveva far emergere l’emozione – che sia gioia, amore, sorpresa, confusione – di una donna. Essa non era mai un banale insieme di carne, per Blumenfeld era un essere sociale complesso e il suo scopo era, appunto, quello di cogliere nei volti delle sue modelle i più intimi segreti.

Erwin Blumenfeld a lavoro
Grace Kelly (1955)

L’arrivo degli scoppiettanti anni Sessanta, però, sancirono la fine dell’epoca d’oro del fotografo tedesco. Nonostante dimostrò di poter portare la grazia e l’innovazione delle sue fotografie su pellicola, dirigendo e realizzando il suo primo film di moda, la moda stessa e il pubblico si stavano evolvendo, scoprendo nuove esigenze e desideri. Le fotografie di Blumenfeld, per così tanto tempo considerate rivoluzionarie, era diventate tradizionali, la regola, quella che lui stesso aveva superato tempo prima. Fu così obbligato a mettere la macchina al chiodo e salutare il mondo patinato delle riviste di moda.

Ormai, era ora di voltare pagina.

Fonti:

– M.Métayer, Erwin Blumenfeld, Phaidon, 2004; Stern fotografie Portfolio n.65, TeNeues, 2012.

Cosa succede dopo la fine dell’arte?

Oggi vi pongo la domanda del secolo, anzi dei secoli, per meglio dire, ovvero: che cos’è l’arte? Beh, diccelo tu, risponderete, visto che sei laureata in questa materia. Ebbene, dispiace deludervi, non posso darvi una risposta esatta, l’arte è un qualcosa di troppo astratto per essere definita in una nozione chiusa e precisa, non è mica una formula matematica.

di Jessica Colaianni

Tuttavia, nel corso degli anni, in particolare da quando è nata la critica d’arte come vera e propria disciplina, si è cercato di teorizzarla quanto il più possibile come se essa fosse una scienza e sono tanti gli studiosi che si sono posti tale domanda e hanno cercato di dare una risposta. In questo articolo vi voglio parlare nello specifico di una riflessione nata da uno studioso americano, Arthur Danto, il quale pubblica nel 1984 un saggio dal titolo eloquente, La fine dell’arte. Per lo storico l’arte ha una fine in una data ben precisa. Siamo nel 1964 e alla Stable Gallery di New York viene esposta la prima Brillo Box di un artista emergente, Andy Warhol. Ve ne abbiamo già parlato in altri articoli, gli anni Sessanta si riconoscono per la diffusione delle poetiche dell’oggetto, i tableaux pièges di Spoerri, le compressioni di César, la Merda d’artista di Manzoni, il Letto di Rauschenberg. 

Brillo Box, A. Warhol – 1964, Moma
Bed, R. Rauschenberg – 1955, Moma
compressioni, Cèsar – Centre Pompidou

Gli oggetti d’uso quotidiano entrano di diritto nell’arte e diventano protagonisti dei messaggi degli artisti. Quale oggetto rappresenta al meglio questo periodo se non la Brillo Box, simbolo per eccellenza della società dei consumi americana? Forse non tutti lo sanno, ma in realtà l’opera di Warhol non è una vera confezione del detersivo più usato dagli americani al tempo, ma una sua riproduzione fedelissima nelle dimensioni e nella grafica. Per Danto quindi questo è il punto di partenza, ma la vera domanda da porsi non è più “cos’è l’arte?” ma “cosa distingue un’opera d’arte da un semplice oggetto nel momento in cui essi siano visivamente indistinguibili?” Per lo studioso in realtà non si tratta della fine dell’arte in sé per sé, ma della fine della storia dell’arte così come la conosciamo. Precedentemente agli Sessanta e Settanta, infatti, la storia dell’arte segue una sua linea temporale ben definita scandita da movimenti artistici che adottano per lo più strumenti tradizionali, quindi pittura e scultura, fatta eccezione per il maestro Duchamp che è un caso unico e raro, colui che ispirerà appunto gli artisti della seconda metà del Novecento. Per quanto le cosiddette avanguardie storiche siano state rivoluzionarie nel cambiare radicalmente il far arte, allontanandosi consapevolmente dalla critica che negli stessi anni cercava invece di ingabbiare l’arte in concetti e canoni precisi, essi operano comunque per lo più realizzando quadri e sculture. Dagli anni Sessanta invece questo cambia, gli artisti cominciano ad adottare sempre più mezzi alternativi, attingendo direttamente alla realtà. Allo stesso tempo assistiamo a un pluralismo, oltre che di strumenti, di poetiche, messaggi, intenti. Sono gli anni in cui assistiamo agli ultimi veri e propri movimenti, gruppi di artisti che si riconoscono e operano sotto delle determinate caratteristiche, cosa che ormai non vediamo quasi più verificarsi. Per Danto, quindi, non viviamo più in una storia che si dispiega in una narrazione razionale, una linea orizzontale progressiva e ordinata come prima, ma viviamo in un’era che egli definisce come post storia, dove vige il pluralismo. Nei suoi scritti Danto si contrappone al collega Greenberg, autore nel 1960 della Pittura Modernista, il quale riconosce nella pittura la  vera e unica arte, contrapposta a tutta il resto, considerata dal critico impura e non appartenente all’ambito della storia. Greenberg è un grande appassionato di Pollock e dell’Espressionismo astratto e il suo scritto viene pubblicato alla soglia della nascita delle poetiche dell’oggetto quindi può risultare del tutto anacronistico rispetto a ciò che è avvenuto. Danto, invece, fa un’analisi corretta di quegli anni riconoscendo e appoggiando gli artisti i quali, liberi dal fardello della storia, possono finalmente esprimersi come meglio credono, senza apporre ad essi nessun limite di immaginazione e creatività.

copertina del libro

Per Danto non esiste un’arte più vera delle altre, né una modalità esclusiva con cui essa debba manifestarsi: tutta l’arte è ugualmente e indifferentemente unica. E questa, a mio parere, è la caratteristica più bella dell’arte, poter essere qualsiasi cosa. 

Fonti:

– A. C. Danto, Dopo la fine dell’arte. L’arte contemporanea e i confini della storia, Bruno Mondadori Milano, 2008.

Vogliamo veramente sapere chi è Banksy?

Con questa domanda, mi sono messa da sola in difficoltà. Di natura curiosa, voglio sempre sapere tutto, anche quei misteri inspiegabili che da sempre affollano la mia mente. A livello artistico ce ne sono sono tanti: voglio sapere se dentro il barattolo della merda d’artista, c’è veramente quello che l’etichetta prevede, voglio conoscere il famoso film di Malkovich che uscirà 100 anni dopo, voglio sapere chi è Banksy.

di Jessica Caminiti

O almeno dovrei dire vorrei, perché la bellezza dell’arte è proprio nella capacità di lasciare questi misteri intatti, senza fretta far credere un po’ nella magia che molte volte è il messaggio più dell’esecuzione stessa. Vorrei, ma so che non voglio realmente. La volontà del mistero, deve rimanere tale purché esso mantenga il suo messaggio iniziale e così deve rimanere l’identità di Banksy.

Il famoso writer ha colpito ancora, facendo parlare di sé, di questa figura ignota che utilizza l’arte non solo per la sua intrinseca bellezza estetica, ma anche come mezzo di comunicazione con le masse, non a caso – a mio parere – la sua arte musealizzata non può essere compresa al 100%. Vi abbiamo già parlato di quando a Venezia fece spuntare una bambina migrante contro l’abbandono delle navi in mare (di cui vi abbiamo parlato qui), contro le morti nel Mediterraneo e da lì molte altre campagne di sensibilizzazione sono state le sue campagne politiche. 

Forse non sapremo mai chi si cela dietro questo nome, ma di certo non possiamo dubitare sulle sue intenzioni artistiche e politiche: richiede l’indipendenza palestinese, ostacola la costruzione di muri fisici e mentali tra popoli e attraverso sferzanti e diretti graffiti racconta la realtà e i soprusi che ci circondano. Una madre addolorata piange sulla porta del Bataclan, una bambina disillusa dalla vita distrugge il palloncino a forma di cuore che da sempre rincorreva e per non parlare di Dismaland, la sua più grande installazione a cielo aperto. Il parco pensato come risposta a Disneyland, che rappresenta la realtà dei fatti, l’anarchia che dobbiamo ricercare per non essere inghiottiti dal potere e dalla falsità con cui esso si presenta a noi. 

Tutte cose molto belle, come sempre l’arte parla, ma se rimane fine a sé stessa cosa riesce a dare se non la sua visione del mondo? Così Banksy decide di fare il passo successivo, creare qualcosa di artistico, sovversivo e utile allo stesso tempo. Non è la prima volta che qualche artista parla della questione migranti oltre al writer britannico, per citarne uno tra i tanti, c’è il nostrano Federico Clapis.

video di Welcome (?) di Federico Clapis

Una bambola di colore rappresentante un neonato appoggiato ad uno zerbino con scritto “welcome” viene calata dalla Mare Jonio in pieno Mediterraneo per alcune ore. Welcome(?) nel video viene accompagnata dalla canzone Il cerchio della vita del colosso Disney, che tutti conosciamo, ovvero il Re leone. La cosa che fa pensare è proprio il contrasto non solo tra innocenza, che la Disney propone e la tragedia in mare, ma anche tra la nascita della vita che questo inizio film propone e la fine di essa, che invece la bambola implica nel suo essere immobile in mezzo al mare. Trasportata dalle onde, lo scandalo è stato subito alle porte, non solo per il messaggio dell’artista, ovvero il peso sulla coscienza che dovremmo sentire tutti noi per queste morti indegne ed evitabili in mare, ma anche perché il progetto più grande prevedeva che i soldi ricavati con la battuta all’asta dell’opera sarebbero serviti a finanziare la Mediterranea saving humans

È passato un anno da quest’opera, per non considerare quanti ne sono passati dalla prima volta che abbiamo sentito della prima morte nel Mediterraneo, eppure dobbiamo ancora parlarne, perché le posizioni diventano sempre più chiuse in sé stesse portando a continuare a mietere vittime innocenti, che hanno solo commesso l’errore di cercare qualcosa di più oltre la guerra e la distruzione, vittime che stanno cercando una vita migliore, lontana dalle guerre iniziate dagli Occidentali.

Ciao Pia, ho letto di te sui giornali. Sembri una tipa tosta. Sono un artista britannico e ho fatto alcuni lavori sulla crisi dei migranti, ovviamente non posso tenere per me i soldi che ho guadagnato. Puoi usarli per comprare una barca o qualcosa del genere? Per piacere, fammi sapere. Complimenti! Banksy

con queste parole l’artista britannico avvicina l’attivista Pia Klemp e proprio da questa mail che nasce il progetto Louise Michel, una barca per salvare vite nel Mediterraneo. Possiamo solo immaginare la faccia sconvolta e felice della Klemp alla notizia che un nuovo yacht avrebbe solcato quelle onde. Lo yacht lungo 31 metri  e battente bandiera tedesca, precedentemente era appartenuto allo Stato francese, e a fine agosto ha fatto il suo primo salvataggio in solitaria. Il nome della barca già denota uno smacco alle autorità, difatti Louise Michel era un’anarchica femminista francese conosciuta come “the grande damme of anarchy”, poiché combatteva per i diritti di equità, tanto tuttora ancora ricercati, non solo tra sessi, ma anche tra tutti gli esseri umani. Il primo a diffondere la notizia della barca è stato il The guardian, che ha fatto sapere, che è partita in tutto segreto il 18 agosto dal porto spagnolo di Burriana, vicino Valencia e il primo salvataggio con 89 persone, fa sapere sempre la testata britannica, avrebbe a bordo 14 donne e 4 bambini.

Lo yacht finanziato da Banksy, la Louise Michel
La bambina di molte opere di Banksy, che cerca di raggiungere la sua salvezza

La Louise Michel si fa notare in mezzo al mare grazie al suo colorato scafo bianco e rosa, ma soprattutto per la famosa bambina con il palloncino di Banksy modificata e carica di un nuovo significato. L’innocenza è persa del tutto, la bambina non guarda più sorpresa e smarrita il palloncino che le vola via dalle mani, ma cerca di raggiungere un salvagente rosa a forma di cuore, che potrebbe rappresentare la sua unica possibilità di sopravvivenza. Ovviamente la notizia ha fatto il giro del mondo, tra chi lo reputa l’ennesimo artista comunista e sinistroide e chi invece per l’ennesima volta ammira le sue scelte. 

Ve lo devo dire, sono stata turbata, ne ho parlato e riparlato di questo atto così sovversivo e lo posso dire? Mi sono incazzata come sempre. Mi sono chiesta, perché esistano ancora persone che non vedono l’ora che queste persone soccombano in mare, perché di fronte all’ennesima tragedia molta gente si giri dall’altra parte, perché decisioni politiche veramente non avvicinano alla ricerca di una soluzione. Perché? Poi è nato un barlume di speranza, in questo caso non è l’arte che salva il mondo, sono queste persone che usano l’arte come grancassa sociale e politica, che riescono a concentrare l’attenzione, riescono a focalizzare. “Non vedo i salvataggi in mare come un’operazione umanitaria, ma come parte di una lotta antifascista”, queste sono le parole della Klemp e sono applicabili a molte altre questioni aperte con cui il mondo si sta scontrando. L’arte può solo aiutare a non solo vedere, ma far guardare cosa sta succedendo a chi non vuole realmente focalizzare il suo sguardo e solitamente si gira dall’altra parte). 

La Louise Michel durante le sue operazioni di salvataggio

Per chiudere vorrei veramente incontrare Banksy? La parte più romantica di me dice no; la parte attivista sì. Anche soltanto per ringraziarlo per le mille opere che parlano da sé. Esse combattono per il clima, come il graffito con il bambino che confonde i residui dell’inquinamento per neve, per la democrazia, come l’opera in cui una candela brucia la bandiera americana dopo l’ennesimo sopruso e l’ennesimo morto, per la giustizia, come la Louise Michel, che non solo parla, ma anche agisce.

Opera ritrovata sulla parete di un garage in Scozia, dove un bambino confonde i residui del fuoco per docile neve
Opera spuntata sui social durante il periodo delle manifestazioni contro la morte di George Floyd. L’opera esplicita tramite immagini la fragilità della democrazia americana

Fonti

https://www.lbbonline.com/news/federico-clapiss-haunting-migrant-tragedy-art-for-mediterraneansaving-humans

https://www.theguardian.com/world/2020/aug/27/banksy-funds-refugee-rescue-boat-operating-in-mediterranean

But first let me take a photo!

La Polaroid è stata una delle rivoluzioni più entusiasmanti della fotografia: in pochi secondi era possibile vedere il risultato del proprio scatto. Fu l’inizio di un’era in cui l’immagine fotografica diveniva ancora più istantanea e sempre alla portata di tutti!

di Jessica Colaianni

7 gennaio 1839. Lo studioso e uomo politico François Jean Dominique Arago presenta all’Accademia di Francia il dagherrotipo, dal nome del suo inventore, Louis Mandé Daguerre. Questa è la data convenzionale con cui si celebra la nascita della fotografia. In realtà sappiamo che il primo scatto è del 1826 per mano di Nicéphore Niépce, il quale collaborerà con Daguerre per il perfezionamento della tecnica, ma che non vedrà purtroppo la sua nascita ufficiale a causa della morte prematura. La fotografia nasce dal sistema della camera oscura, una scatola con un foro e un piano di proiezione per immagini, conosciuta sin dal Rinascimento e usata spesso dagli artisti come ausilio per la realizzazione di quadri, ma è nell’Ottocento che finalmente si trova il modo per imprimere questa immagine in modo che perduri nel tempo. Oltre a Niépce e Daguerre, altri studiosi del tempo sperimentarono in materia, come ad esempio l’inglese William Henry Fox Talbot, il quale presentò la sua invenzione, la calotipia, alla Royal Society rivendicandone quindi la paternità. 

Esempio di ritratto fotografico dell’Ottocento
Boullevard du temple di Daguerre (1838)

A prescindere da chi sia il vero inventore di tale strumento, è indubbio che la fotografia ha sin da subito riscosso un grande successo e una forte diffusione, entrando presto nelle vite delle famiglie borghesi e suscitando un acceso dibattito all’interno del mondo dell’arte. Il campo più diffuso della fotografia è ovviamente quello della ritrattistica, dal pittore si passa al fotografo, dal quadro si passa alla fotografia, più economica e più veloce. Su quest’ultimo punto però, bisogna fare una precisazione: è sì, più rapida rispetto alla realizzazione di un quadro, che prevede più sedute e quindi tempi più lunghi, ma inizialmente per produrre uno scatto ci volevano comunque parecchi minuti dove il soggetto doveva mantenere immobile la posa. Per questo motivo, se osserviamo i ritratti del tempo, quasi nessuno sorride e sono spesso appoggiati a dei sostegni per impedire impercettibili movimenti che avrebbero potuto rovinare lo scatto.Man mano che si procede con gli anni, la tecnica viene perfezionata e i tempi di scatto diminuiscono, fino a diventare delle vere e proprie instantanee e qui dovreste sentire un campanello d’allarme. Ma andiamo un passo per volta. Ci spostiamo in America, dove troviamo Edwin Land, uno degli ultimi grandi inventori in campo fotografico. Nel 1937 fonda la Polaroid Corporation ed è nel 1948 che presenta al pubblico la prima macchina a sviluppo immediato. Finalmente niente più attese, basta prendere in mano la macchina fotografica, di conseguenza non c’è bisogno di essere un professionista, inquadrare il soggetto, scattare, attendere un paio di minuti ed ecco pronta la fotografia! Per noi che viviamo nella generazione degli smartphone risulta ovvio e scontato scattare una fotografia, osservarla e condividerla immediatamente sui social ma immaginate al tempo invece quanto fosse avanguardistica questa innovazione! Il pieno sviluppo avviene intorno agli anni Sessanta e Settanta dove praticamente tutti avevano in casa almeno una Polaroid, anche mia madre mi conferma infatti di averla avuta. Ovviamente anche il mondo dell’arte non rimane neutrale davanti a tale strumento e sono tanti gli artisti che, chi per diletto e chi per vera vocazione poetica, hanno usato la Polaroid e realizzato degli scatti che rimarranno impressi nella storia dell’arte.

Warhol
Land mostra la sua invenzione

Da Andy Warhol a Mario Schifano, passando per Richard Hamilton fino a Robert Mapplethorpe, di cui ad esempio un ritratto formato polaroid di Patti Smith è stato venduto all’asta per più di 5000 euro. Con l’avvento del digitale la Polaroid ha perso il suo fascino. La sua caratteristica principale, l’istantaneità, è stata sostituita, come già anticipato, dagli smartphone, relegando tali macchine a meri oggetti vintage. Negli ultimi anni, però, si è assistito a un ritorno di moda, attraverso una nuova diffusione di macchine sia dallo stampo vecchio stile sia a strumenti con componenti analogici e digitali. Ammetto che anche io, essendo grande appassionata di fotografia, non ho potuto cedere a tale ritorno in auge quindi, ebbene sì, pure io ho una Polaroid!

Fonti:

– R. Krauss, Teoria e storia della fotografia, Milano, Bruno Mondadori, 1996;

– C. Marra, Fotografia e arti visive, Roma, Carocci, 2014

Un tatuaggio da far scomparire

Il tatuaggio per antonomasia è un segno indelebile, che segna la pelle di chi decide di portarlo su di sé. Nessuno lo pensa come qualcosa di effimero e di passeggero, eppure Valie Export ci dà una nuova visione di esso, della caducità sua intrinseca e di ciò che rappresenta.

di Jessica Caminiti

Valie EXPORT, nome d’arte di Waltraud Lehrer, è una delle più importanti artiste internazionali facenti parte del movimento neofemminista degli anni Settanta. Nata in Austria, a Linz, nel 1940 si troverà subito immersa nella sua infanzia nella Germania del dopoguerra, orfana di padre portato via durante gli scontri. Crescerà di conseguenza con la madre e le due sorelle, che la indirizzeranno verso una scuola gestita da suore e questo non può che formare l’artista nel bene e nel male. Waltraud chiusa nel silenzio e nell’austerità dell’istituto, cercherà di sfuggire a questa chiusura mentale a cui invece le suore cercano di mantenerla. Le sue domande, che riguardano per lo più la sfera sessuale e l’imparità tra i due sessi sfoceranno poi nelle sue ricerche, che negli anni porteranno alle sue opere più famose.

Se sappiamo che durante i vari regimi, tra cui anche quello nazista, l’arte è sottomessa al volere del Potere, anche dopo la fine della guerra e al suicidio del Führer il clima che si respira nei Paesi germanofoni assoggettati alla precedente dittatura è tutt’altro che positivo. La pesantezza del clima post-nazista è presente sia a livello culturale che artistico e, per sovvertire questo ristagno, personalità forti e sovversive devono cercare di prendere le redini e creare qualcosa di completamente nuovo e mai visto. In questa ricerca di differenziazione Valie decide di cambiare cognome, scegliendo appunto EXPORT come sostitutivo a Lehrer suo cognome di famiglia. Scritto a lettere maiuscole questo doveva richiamare la famosa marca di sigarette con cui si fa anche immortalare in uno dei suoi più famosi ritratti, ma anche per “urlare” la sua presenza in un mondo legato ancora a stereotipi secolari. Gridarlo in una società dove l’uomo forte era pilastro reale della famiglia e le donne quasi una conseguenza indesiderata, capaci di essere unicamente delle brave mamme e dei bravi angeli del focolare, ma niente di più, dove esse sono rimaste il sesso debole. Avere qualcosa creato da sé è un modo per uscire da quello che lei dichiara come un “sistema definito dalla mascolinità”. Questo mondo fondato su preconcetti e stereotipi femminili e maschili secondo la EXPORT poteva essere combattuto solo attraverso la creazione di qualcosa di nuovo e per andare oltre la linea patriarcale, insita nella nostra cultura, decide di spezzare la catena scegliendo un cognome nuovo, solo suo, senza storia.

Autoritratto con sigarette, V. EXPORT

Avvicinatasi all’Azionismo viennese, il suo modo di fare arte diventa sempre più immediato e diretto; utilizza diversi media, come la performance e il cinema espanso, locuzione inglese Expanded cinema, la quale fa riferimento a un tipo di spettacolo cinematografico che non si limita a proiettare delle immagini narrando una storia, ma diventa un’esperienza visiva totale che convoglia arti diverse e azioni differenti: dagli happening alla danza, ora dalla computer graphics alla creazione di ologrammi. Valie, così, decide di non prediligere uno o l’altro mezzo di comunicazione, proprio a favore del fatto che le donne dovevano cercare di sfruttare ogni possibilità che avevano per uscire dall’oblio. Questo è ciò che ribadisce anche nel suo Women’s art: a manifesto del 1972, dove sconsacra l’uomo come sesso dominante e sprona le le sue compagne a cercare il proprio posto nel mondo senza sottomissioni,  sfruttando ogni possibilità  a loro a disposizione.

Molte volte, nelle sue azioni, si ritrova a giocare con il suo corpo, mezzo prediletto di comunicazione per la performance art, e molte volte richiede l’aiuto di passanti, che ignari si ritrovano al centro del suo lavoro. Poche volte predilige la solitudine, richiedendo un lavoro concreto da parte dei curiosi, che interagendo con lei creavano una rappresentazione dell’interazione tra i due sessi. In Aktionhose: Genital Panik del 1968 entra in un cinema a luci rosse a Monaco vestita di latex nero e un mitra in mano. La tuta bucata è a livello dei genitali, lasciando la vagina in piena vista, e, dopo essere passata tra le varie file della sala, si siede invitando gli uomini a toccare l’incarnazione reale di ciò che stavano osservando, puntando contro di loro nello stesso tempo l’arma. Nessuno interagirì con lei, terrorizzati e vergognandosi scapparono dalla sala, lasciando l’artista da sola. Altra sorte capitò con Tapp und Task Kino avvenuta sempre a Monaco. Un cartone preclude la visione del seno di Valie, che però permette di far toccare grazie a due fori praticati su di esso. Per 12 secondi molti passanti decisero di far parte dell’azione, toccando il petto della EXPORT, fissando dritto nei suoi occhi, obbligo non secondario ai fini della performance. Queste due azioni, che richiedono lo scontro di sguardi, portano alla visione di una donna diversa, non più bambolina servizievole, ma essere umano consapevole della situazione, che decide di sfidare l’uomo con un interfacciamento diretto e paritario

Aktionhose: Genital Panik, V. EXPORT
Tapp und Task Kino, V. EXPORT

L’esposizione del suo corpo, ovviamente non avviene per esibizionismo, ma  in quanto esso è sia il corpo di Valie come persona fisica sia per l’intento di rappresentare il corpo sociale femminile nella sua interezza. Così nascono molte azioni tra cui Korper Aktion del 1971. Valie, qui interprete del corpus delle donne, dichiara guerra al maschilismo imperversante, alla sessualizzazione e agli stereotipi attraverso un tatuaggio. A metà coscia si fa imprimere un reggicalze, come rivendicazione femminista. Un oggetto provocante, unicamente femminile associato alla sensualità e alla sessualità che diventa un amuleto per l’artista e una speranza. La memoria di una società impostata su stereotipi e stili di vita dettati unicamente dagli uomini prende forma sulla sua gamba ed è interessante comprendere come questa azione parli non di mantenimento di questa ostinata società, che sembra non voler cambiare, ma proprio abbia la speranza che avvenga il contrario. Non possiamo dimenticare le radici, le tradizioni, neanche rinnegare il nostro passato, non si può cancellare semplicemente la memoria collettiva solo perché non la crediamo equa e corretta. Valie così decide di tatuarsi lo stereotipo della donna, decide di farsi carico di tutti i pregiudizi, i soprusi e le rinnegazioni di paritismo che il gentil sesso ha dovuto subire con una speranza molto ben delineata dall’effimeratezza del tatuaggio stesso. Rimarrà per tutta la vita, incancellabile sulla pelle dell’artista, ma dobbiamo leggere il quadro più grande. Tutti noi siamo destinati alla morte e di conseguenza alla decomposizione: il tatuaggio svanirà, non rimarrà segno di esso. Questo trasposto a livello ideale vuole sperare che lo stesso patriarcato con le sue regole antiquate e ingiuste scompaia. Scomparirà quando le donne non saranno più considerate il sesso debole, il gentil sesso, nel momento in cui tutte vorranno essere belle per sé e non si agghinderanno perché devono, ma vogliono farlo.

Korper Aktion, V. EXPORT
Korper Aktion, V. EXPORT

Quel tatuaggio, che ricorda cos’è stato, è un salto nel futuro e ora, a distanza di quasi 50 anni, possiamo giudicare e chiederci: siamo ancora schiave della giarrettiera? Credo che in parte non lo siamo più, molte libertà sono state conquistate e anche molta indipendenza, ora finalmente permessa, ma non è tutto qui. Molto ancora c’è da fare, molto da raccontare e da conquistare e dobbiamo essere tutte noi a decidere come e se indossarla. Non tutti magari si rendono conto delle battaglie e delle difficoltà che le donne devono sopportare ogni giorno ed è proprio a loro, che bisogna spiegare che cos’è la vera libertà.

Fonti:

Women’s art: a manifesto, V. EXPORT, 1971;

Le pouvoir, le corp le regard, K. SPEIDEL, Artpress, 2008;

Azioni che cambiano il mondo. Donne, arte e politiche dello sguardo., C. Subrizi, postmedia, Milano, 2012

Keith Haring, la rivoluzione sui muri e sulle passerelle

Keith Haring nasce a Reading, Pennsylvania, nel 1958 ed è considerato forse il writer per eccellenza, massimo rappresentante del movimento graffitista della New York degli anni Ottanta. Ma procediamo con ordine. Incoraggiato dal padre, sin dall’infanzia dimostra un’inclinazione al disegno e una forte passione per i personaggi dei fumetti.

di Jessica Colaianni

Nel 1976 si iscrive alla Ivy School of Professional Art di Pittsburgh, dove frequenta le lezioni di grafica pubblicitaria. Ben presto però, si rende conto che quella non è la sua strada, decide quindi di abbandonare gli studi per dedicarsi al mondo dell’arte da autodidatta, divorando un libro dietro l’altro tra una pausa e l’altra da lavori miseri e degradanti. Alla fine degli anni Settanta si trasferisce a New York e inizia a frequentare la School of Visual Art, dove stringe un forte legame di amicizia con Jean Michel-Basquiat. Nella grande mela Haring comprende la sua vera identità, riconoscendo apertamente il suo orientamente omosessuale e si rende conto inoltre di non sentirsi a suo agio con gli strumenti tradizionali dell’arte; decide quindi di abbandonare nuovamente gli studi e di dedicarsi liberamente a ciò che è più nelle sue corde.

Keith Haring al lavoro

Trovata la sua vera identità, egli comincia a rendere protagonista dei suoi lavori la scena urbana newyorkese, grande fonte di ispirazione per la nuova generazione di artisti dell’epoca. Si avvicina così alla corrente del graffitismo, movimento nato a Philadelphia a fine anni Sessanta e che trova piena diffusione e sviluppo nella New York dei decenni successivi. Tra i vari punti della città preferiti dai writers, Haring predilige l’intervento sugli spazi pubblicitari vuoti presenti nella metropolitana, affermando lui stesso come si è avvicinato a tali oggetti: “Un giorno, viaggiando in metropolitana, ho visto un pannello che doveva contenere un messaggio pubblicitario. Ho capito subito che quello era lo spazio più appropriato per disegnare. Sono risalito in strada fino ad una cartoleria e ho comprato una confezione di gessetti bianchi, sono tornato in metropolitana e ho fatto un disegno su quel pannello. Era perfetto, soffice su carta nera; il gesso vi disegnava sopra con estrema facilità”.

Nonostante la street art nasca come movimento che si pone in contrapposizione all’arte tradizionale e ai suoi strumenti classici di comunicazione, il sistema del mercato dell’arte capisce il successo di tali artisti e li ingloba presto in esso, rendendoli famosi e iniziando a esporli in gallerie e musei. Come altri, e anche di più, Haring inizia ad acquisire una fama sempre maggiore e inizia a esporre in diverse gallerie internazionali, facendo impennare alle stelle le quotazioni dei suoi lavori su tela e ricevendo diverse commissioni di arte pubblica. Le opere di Haring sono piene di colori sgargianti e di figure stilizzate e bidimensionali marcate da una linea spessa di contorno, i personaggi per lo più rappresentati sono bambini, cani, mostri, televisori, figure tratte dai cartoni.

le sue figure stilizzate riprese dai grandi stilisti

Attraverso queste immagini che potremmo definire quasi infantili, l’artista si è impegnato a veicolare messaggi importanti della sua epoca, quali il capitalismo, il razzismo, l’ingiustizia sociale, il riarmo nucleare, la droga e l’AIDS, di cui si è ammalato e morto nel 1990 all’età di soli trentuno anni. Simbolo della sua lotta contro la morte è l’opera Tuttomondo, realizzata nel 1989 sulla parete esterna del convento di Sant’Antonio a Pisa, un inno alla vita che Haring considera uno dei suoi progetti più importanti. L’intento perseguito attraverso la realizzazione delle sue opere è il raggiungimento di un arte che sia per tutti, il suo desiderio infatti era quello di conquistare un pubblico il più ampio possibile, e per questo porta le sue immagini al di fuori dei classici spazi espositivi. Proprio per tale motivo nel 1986 inaugura a SoHo il suo Pop Shop, un punto vendita di gadget e magliette ritraenti le sue opere. Nonostante la vita breve, Keith Haring è entrato di diritto non solo nella storia dell’arte ma nell’immaginario comune collettivo, attraverso delle immagini semplici ma che sono simbolo e rappresentazione di un’epoca di grande fermente sociale e politico. Il successo delle sue icone è talmente grande che ancora oggi esse si ritrovano in oggetti quotidiani, che siano scarpe, quaderni, magliette e gadget di ogni tipo.

Fonti:

– Alexandra Kolossa, Haring, Taschen, 2004.

– John Gruen, Keith Haring: The Authorized Biography, Simon and Schuster, 1992.

– Gregorio Rossi, Keith Haring, Cambi, 2011.

Arte o scienza?

Intorno al 1907 a Parigi nasce un nuovo modo di vedere le “cose”, la voglia di cambiamento e l’incontro dei due pionieri di questo periodo storico, Pablo Picasso e Georges Braque, con le arti primitive quelle extra occidentali che proprio in quegli anni facevano le prime apparizioni in Francia, portò alla nascita del Cubismo.

di Elena Melloni Gandolfi

Proprio in quel periodo a Parigi si sente l’esigenza di un rinnovamento artistico a favore delle culture primitive e con l’inizio del 1900  fa la sua comparsa l’arte africana, totalmente istintiva, slegata dalle leggi prospettiche e con l’uso di colori sgargianti. Si interessarono a questa novità anche altri artisti come Paul Gauguin, Henri Matisse, Costantin Brancusi e lo stesso Pablo Picasso.

 L’artista cubista per antonomasia raffigurava sulla tela oggetti riducendoli a forme geometriche, principalmente i cubi e rappresentava la figura umana contemporaneamente di fronte dipingendo le spalle e l’occhio e di lato dipingendo le gambe, il profilo e il fianco, come facevano gli antichi egizi. Il soggetto o oggetto preso in esame di conseguenza si vedrà da vari  e più punti di vista:  dall’alto, dal basso, dall’interno, di lato ma soprattutto lo si vedrà  da tutte queste angolazioni nello stesso istante, simultaneamente in un’unica tela.

Come citato precedentemente uno dei fondatori del Cubismo fu Pablo Picasso

La sua carriera artistica fu scandita da vari periodi come il Periodo Blu e Periodo Rosa. Nel primo il colore blu aveva un significato psicologico, infatti veniva utilizzato per rappresentare la miseria del mondo, la vecchiaia o la malattia, successivamente passa dai colori freddi, come appunto il blu, a colori più caldi iniziando il Periodo rosa producendo opere più dolci, infantili raffiguranti soggetti più lieti, come il mondo del circo.  In una direzione completamente opposta rispetto all’arte del passato si muove il periodo denominato Periodo Negro. Picasso iniziò a studiare l’Africa con le sue maschere e i suoi feticci.

Les demoiselles d’Avignon, P. Picasso – 1907, Moma

Tra le sue opere più conosciute e che meglio rappresentano sia questa corrente artistica sia questa nuova ricerca figurativa fu  Les Demoiselles d’Avignon del 1907.

Les Demoiselles d’Avignon rappresentava cinque prostitute spagnole posizionate frontalmente che mostrano sfrontatamente la loro nudità. I corpi delle ragazze occupano tutta la superficie dell’opera e con lo sguardo inquisitore osservano lo spettatore.

Ognuna di esse era dipinta in modo diverso dall’altra e le pose sembravano riprendere le Veneri dell’arte classica per questo non c’era la componente erotica dettata invece in altri quadri dalla provocazione che attraverso le curve e lo sguardo delle modelle i pittori cercavano.

dettaglio del quadro

Al centro del dipinto le due ragazze avevano uno sguardo fisso e diretto mentre quelle ai lati erano quelle di derivazione primitiva  infatti ricordano le maschere africane. L’influsso dell’arte africana, delle maschere negre dei soggetti dipinti viene accentuato soprattutto nei due “volti” di destra dalle canne nasali.

La ragazza a sinistra era stata disegnata di profilo come facevano gli egizi mentre la torsione del volto in basso porterà a non mantenere più sulla stessa linea gli occhi delle prostitute. 

Sullo sfondo la testa della donna intenta a tirare la tenda ricorda una forma geometrica per questo è tuttora considerata quella più vicina al Cubismo. 

L’unica componente d’arredo era un cesto di frutta al centro in basso.

I colori nell’opera sono molto forti, il rosa dell’incarnato si scontra con il blu, azzurro sullo sfondo inoltre presenta un assenza dei volumi che furono soltanto indicati e non sviluppati.

Si può tracciare un parallelo tra questa opera e Les grandes Baigneuses di Paul Cézanne anche se il dipinto di Picasso dopo svariate modifiche apportate proprio  da questa “amicizia” ha portato le signorine a perdere sensualità diventando rigide e piatte.

dettaglio dell’opera

Quest’opera fu considerata il manifesto del Cubismo,  finalmente le figure umane non saranno più simili alla realtà.

Con l’arrivo sulla scena artistica del ‘900 dell’artista spagnolo inizia un nuovo modo di “fare arte”  un mix tra arte e la geometria, anzi i cubisti andarono ben  oltre le basi geometriche euclidee , non più solo lunghezza, larghezza e profondità ma crearono una quarta dimensione lo spazio-tempo, riprendendo i soggetti da più punti di vista.

L’arte e la scienza da sempre considerate unità distinte in questi quadri prendono forma insieme, dando vita a una delle maggiori correnti artistiche del secolo scorso.

Fonti

– Renato Barilli, L’arte contemporanea Da Cézanne alle ultime tendenze, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano, 2011.