Muraglia Cinese, Esercito di Terracotta, Città Proibita. Pochi sanno però che l’Estremo Oriente ha molto altro da offrire a partire da aeroporti che rappresentano autentiche opere architettoniche.
Tra tutti spicca il nuovo Daxing International Airport di Pechino. Inaugurato a Settembre 2019 dal Presidente Xi Jinping in persona, l’aeroporto si sviluppa lungo 700.000 metri quadrati, ovvero 98 campi da calcio! Voluto per decongestionare il traffico dell’attuale aeroporto di Pechino, l’opera architettonica nasce dal progetto del famoso architetto Zaha Hadid in consorzio con altri studi cinesi e non. Il ruolo dello studioZaha Hadid è stato soprattutto quello di progettare il design integrato di tutto il terminal, per offrire un linguaggio architettonico unico a esterni, interni, postazioni tecniche e spazi per il retail. Lo studio si è occupato infatti anche del layout di distribuzione e panificazione degli spazi commerciali.
Se dall’alto l’aeroporto assomiglia ad una stella marina, all’interno la struttura appare agli utenti comeun luogo avveniristico: per realizzarlo gli architetti si sono ispirati a principi dell’architettura tradizionale cinese come l’organizzare spazi interconnessi intorno ad uno spazio centrale.
Nel progetto di Zaha Hadid Architects i passeggeri sono guidati attraverso percorsi che dai diversi spazi del terminal, le zone di partenza, arrivo o trasferimento, conducono verso il grande cortile centrale illuminato da una cupola di vetro trasparente. È questo il cuore del terminal: uno spazio per incontri e soste che vive a più livelli. Questa distribuzione compatta e radiale si è rivelata molto efficace perché nella corte centrale si trovano tutti i servizi e i comfort per i passeggeri. Le campate strutturali, lunghe fino a 100 metri, danno vita ad ampi spazi pubblici all’interno dell’aeroporto e permettono un alto grado di flessibilità e di possibilità di riconfigurazione anche futura. Inoltre, il design consente l’attracco di un numero consistente di aeromobili, riducendo in questo modo le distanze dai terminal al centro del complesso, che si percorrono in soli 8 minuti.
L’aeroporto è all’avanguardia anche dal punto di vista tecnologico: vanta il più grande sistema di gestione del traffico aereo automatico al mondo, un sistema di riconoscimento facciale avanzato e altre tecnologie sofisticate di primo livello.
In poche parole, un viaggio nel futuro ancora prima di iniziare il proprio viaggio in aereo!
Perché parliamo di un cimitero? Perché vi trasciniamo in questa passeggiata così lugubre e misteriosa? La risposta è una sola: la ricerca di qualcosa di diverso! Se le prime parole associate a questo luogo sono morte, disperazione e fine, datemi la possibilità di stupirvi attraverso una camminata leggera e simbolica tra dolci colline e permeabili architetture, che vi stupirà.
Il cimitero, che vi porterò virtualmente a visitare è il cimitero di Eskende ideato dalla genialità di un architetto visionario e criptico allo stesso tempo: Erick Gunnar Asplund. Nel mentre in cui, in Europa, l’international style iniziava ad imporsi come stile architettonico principale, la regione scandinava si distingueva per il suo approccio meno cosmopolita basato su nuove fonti d’ispirazione di un linguaggio vernacolare e spontaneo tipico dei cari vecchi tempi andati del freddo Nord. Questo “richiamo alla nazione” porta ad uno stile fortemente tipico a cui la Svezia, Paese in cui si trova il nostro cimitero, dà un tocco ancora più particolare, caratterizzato dalla tendenza alla deformazione e dall’ossessione per l’ambientalismo, che si si ostentano attraverso una ricerca quasi maniacale della fusione tra linguaggio architettonico e naturale.
Passiamo ora però alla nostra passeggiata all’interno di questo luogo, la quale cercherà di essere il più piacevole possibile, ma non si può promettere niente, d’altronde sempre di un cimitero si parlerà! Prima di tutto bisogna sapere che il risultato, che possiamo ammirare oggi non è il primo bozzetto presentato da Asplund e dal collega Lewerentz, ma un continuo rimaneggiamento del progetto iniziale, il quale ha portato l’artista a vedere concluso il cimitero solo un anno prima della sua morte, nonostante il concorso fosse stato indetto i primi anni del Novecento. Le richieste della giuria proclamatrice furono tre principali: far trasparire la morte come un passaggio naturale e pacifico dell’esistenza, creare un percorso di inscindibilità tra paesaggio e architettura e, ultimo, ma non ultimo, proclamare la cremazione come simbolo di uguaglianza tra tutti i cittadini svedesi.
Il percorso al crematorio
Per comprendere al meglio come ogni parametro fosse stato rispettato è ora di entrare e iniziare ad osservare il cimitero e… nessuna sensazione negativa ci pervade! Immersi nella natura e nella bellezza del verde svedese, non si può pensare e parlare di sofferenza, di morte, senza tener conto del reale messaggio, che questo cimitero ci vuole passare: la rinascita e il ciclo continuativo della Terra con e nonostante noi. Il gioco continuo di pieni e vuoti, offerto naturalmente dal paesaggio autoctono, ricorda il ritmo del nostro respiro, sembra reinsegnarci a inspirare ed espirare per avvicinarci di nuovo al cosmo e alla sapiente Natura, che ci accoglie, umili ospiti, per calmarci e placare i nostri spiriti prima dell’arrivo alla cappella.
Mentre impariamo a riascoltare noi stessi in contatto con la Terra, raggiungiamo il centro del cimitero: la cappella Woodland di Asplund; questa piccola architettura immersa nel verde, estremamente permeabile grazie ad un ampio colonnato ci permette di entrare nel luogo sacro senza abbandonare la cornice naturale, che si sviluppa tutta intorno. La lunga passeggiata tra dolci pendii ed aspre collinette, che ci ha condotti fino all’ingresso, ha permesso la rielaborazione della morte e l’accettazione della caducità della vita, ma allo stesso tempo l’ammirazione della chiesetta ci racconta anche qualcosa di più attraverso il sincretismo tra religione cattolica, ambientalismo e architettura, percepiamo che c’è altro rispetto alla morte dura e cruda, come tanto volte viene descritta. La cappella con il suo tetto spiovente, tipico dei Paesi nordici, porta ad alzare lo sguardo verso l’alto e ammirare il cielo e il suo simbolismo è evidente nel momento in cui questa spinta verticale viene messa a confronto con la volta seminterrata dove si depositano i corpi: quanto la nostra materialità viene abbandonata e lasciata alla terra, tanto la nostra anima aspira al cielo e alla salvezza.
La Cappella Asplund
In conclusione cosa si può dire? Ogni passo all’interno di questo cimitero ci parla di sincretismo e non ci fa respirare la paura atavica della morte, anzi ci porta alla riflessione e alla ricerca di qualcosa di più viscerale e naturale all’interno di noi. Ogni riflessione, che si può fare pensando al cimitero di Eskende è un susseguirsi di emozioni, negazioni e accettazioni del fatto che ogni cosa ha il suo posto e la grandiosità della vita la si raggiunge nella consapevolezza della pienezza del macrocosmo. L’uomo si sente piccolo di fronte alla magnificenza della natura, che lo avvolge, la Terra viene sublimata dallo sguardo estasiato dell’uomo, quanto l’uomo viene accettato e accolto dal verde, che si estende a perdita d’occhio. In questo gioco di compenetrazioni e discorsi filosofeggianti si conclude il nostro tour virtuale, senza però dimenticare la promessa di riproporre le parole chiave del cimitero, che non sono più morte, disperazione e fine, ma io opterei per altre altrettanto criptiche e cucite a pennello: rinascita, sublime e completamento.
Amici e amiche, riprendiamo da dove ci eravamo interrotti. Dopo il Guggenheim di Wright e il Pompidou di Piano è giunto il momento di fare un altro salto in avanti, fino al 1997, per l’esattezza, l’anno dell’inaugurazione del Guggenheim Museum nella città spagnola di Bilbao, appunto… BILBAO.
L’opera di Frank O. Gehry è una vera rivoluzione nel campo architettonico museale, il quale avrà un effetto di portata internazionale. Bilbao, città prevalentemente industriale, a seguito di una forte crisi che percuote le industrie negli anni Novanta, decide di investire nel settore turistico, avviando un imponente progetto di rivitalizzazione urbana, a cominciare dalla creazione di un museo dedicato all’arte contemporanea. L’architettura creata da Gehry diventa in breve termine conosciuta in tutto il mondo, diventando un’importante meta e attrazione turistica… se non ci credete digitate Bilbao su internet e provate a guadare tra i risultati fotografici: Guggenheim. Guggenheim ovunque.
Guggenheim visto dall’esterno
Come il Guggenheim di New York, tuttavia anche questo non è esente a forti critiche da parte degli artisti, le cui opere vengono messe in secondo piano, a favore dell’architettura, che diventa essa stessa opera d’arte da ammirare, passando quindi da puro contenitore a contenuto in sé per sé. Il cosiddetto “effetto Bilbao” nasce proprio dall’intento della città tanto da diventare punto centrale dei circuiti turistici, a partire dal museo e di tutta un’altra serie di progetti urbanistici realizzati da altre archistar (così vengono definiti i grandi architetti della contemporaneità). Questo effetto ha scaturito un forte dibattito critico ma non solo. Molte altre città, infatti, ispirate dal paese spagnolo, hanno cercato di replicare Bilbao, riuscendo o meno a raggiungere lo stesso obiettivo. Da quel momento tutto cambia, gli anni Novanta sono contrassegnati dalla realizzazione di una quantità enorme di edifici al fine di ospitare collezioni d’arte o mostre temporanee. Lo scontro/dialogo tra arte e architettura si fa sempre più forte, in una continua contaminazione tra i due ambiti, dove l’arte imita l’architettura (basti pensare alle grandi installazioni, una tra tutte l’opera di Richard Serra, proprio ospitata al Guggenheim di Bilbao, la quale entra strettamente in dialogo con l’edificio), e viceversa, dove gli architetti, grazie anche a nuovi mezzi tecnologici, realizzano edifici dalle forme più varie, imitando la pittura.
esterno del museo
Ecco a voi dunque perchè tutto parte da Bilbao: musei dalle strane forme ne nascono di più ogni giorno, le città periferiche si dotano di strutture sempre più particolari, realizzati da nomi importanti, al fine di accaparrarsi anch’essi una fetta di turisti. Ciò che vediamo oggi è tutto l’opposto di quello di cui si discuteva a inizio Novecento, dove il padre dell’architettura contemporanea, Le Corbusier, attuava una completa dissoluzione architettonica a partire dalla facciata, non presente nei suoi progetti, andando totalmente a favore e a rispetto dell’arte ospitata… ma magari di questo ne parleremo in un altro momento!
Avete mai sentito parlare di “effetto Bilbao”? Beh, se non conoscete questo termine e non sapete da dove deriva, siete nel posto giusto! Oggi vi porto alla scoperta di alcuni dei musei più importanti e noti al mondo per provare a svelare questo architettonico mistero. Siete pronti?
Cominciamo dal principio. New York, anni Trenta del Novecento. Hilla von Rebay, responsabile della raccolta di arte non oggettiva di Solomon R. Guggenheim, scrive una lettera all’architetto Frank Lloyd Wright chiedendogli la realizzazione di un museo che potesse ospitare la collezione d’arte astratta, un luogo dove arte e architettura dialogassero perfettamente. L’architetto, noto per non apprezzare l’urbanistica della città, legata ad una legge emanata negli anni Venti dove si ponevano dei canoni specifici per l’edificazione, decide di andare controtendenza, progettando un edificio che stonasse completamente col resto delle costruzioni. Quel buontempone di Wright concepisce così un grande spazio unico, una spiralebiancarovesciata, dove all’interno si staglia un immenso vuoto centrale, circondato da una singola rampa di scale nel quale si articola l’intero percorso espositivo, che va dall’alto verso il basso. Inaugurato nel 1959, dopo la morte dell’architetto e dello stesso Solomon, il museo è sin da subito fortemente criticato, specialmente dagli artisti, i quali ritengono che gli spazi non siano adatti all’esposizione di opere d’arte, andando così contro al sogno dell’architetto e della sua utopica armonia arte-architettura.
Museo Guggenheim di New York
Facciamo adesso un piccolo salto in avanti. Parigi, anno 1977, viene inaugurato il CentrePompidou, opera di Renzo Piano e di Richard Rogers. Non museo nel nome, ma centro, a significare un luogo che racchiuda non solo l’arte ma tutta una serie di attività multidisciplinari che spaziano dall’architettura, al design, alla musica, al cinema. Un luogo insomma adibito a centro culturale cittadino, che sia dinamico e costantemente vivo. Posizionato nello strategico quartiere di Les Halles, nel cuore della città francese, il museo, con la sua forte caratterizzazione architettonica, diventa un landmark riconosciuto in tutto il mondo. Lo spaziointernoècompletamenteliberato in un classico white cube open space ma la peculiarità dell’edificio sta invece tutta al suo esterno, il quale presenta dei grossi tubi colorati, funzionali ad ospitare tutti gli impianti di servizio. Oltre ad essi, un’altra particolarità è la scala mobile, posizionata lungo le vetrate della facciata, permettendo in questo modo di instaurare un dialogo tra l’architettura e la città stessa.
Centre Pompidou di Parigi
Non abbiamo ancora capito cosa sia l’effetto Bilbao? Beh, vi lascio ancora un po’ sulle spine e vi do appuntamento al prossimo articolo dove scopriremo altri fantastici musei! Stay tuned!
Sabato 28 settembre, come avrete avuto modo di vedere dai post siamo andate all’inaugurazione della mostra ArchInProcess, creata, curata e sudata dagli studenti del corso di “Architettura contemporanea” tenutosi dalla professoressa Anna Rosellini nel dipartimento di Arti Visive.
Essa si è svolta all’interno del DAMSLab, sede universitaria ma anche luogo di numerose attività aperte non solo agli studenti ma all’intera città; difatti non è stato scelto in modo casuale, anzi! Esso partecipa al progetto europeo Urban Regeration MIx-URBANACT che prevede lo studio, ma anche la pubblicizzazione, di attività di recupero di alcune aree metropolitane in tutto il territorio europeo. ArchInProcess, quindi, è stato uno dei fortunati elementi che si è trovato ad avere l’inedito ruolo da co-protagonista della reunion di quella che era la Manifattura delle Arti bolognese: Cassero, MAMBo, Mercato Ritrovato, DAMSLab e Cantieri Meticci si sono riuniti all’interno dell’evento Porto Culture proponendo una giornata piena di eventi culturali e gastronomici.
Ora a me l’arduo compito di giudicare colleghi e amici (non che non mi piaccia blaterare, ma sapete com’è) e mi perdonerete nel bene e nel male per le mie parole, anche se devo dire in partenza, che un progetto così grande merita un applauso in fiducia. Anzi, vi dirò di più: l’idea di far mettere le mani in pasta, lavorarla con fatica e tirar fuori un così articolato progetto non merita solo l’applauso, voglio una standing ovation!
Ingresso della mostra e del DAMSLab
Per iniziare a raccontare la mostra bisogna sapere e tenere presente, che ci sono undici gruppi presenti, ognuno con un suo miniprogetto ispirato ad uno studio architettonico a noi contemporaneo, dove però esiste anche un importante filo conduttore: presente e passato si scontrano ed incontrano sul limite della riqualificazione e della riscoperta dei luoghi. Non a caso il DAMSLab ha una storia lunga e complessa, sorto sulle ceneri della zona portuale di Bologna, è stato per numerosi anni il Macello pubblico della città fino ad essere trasformato in un ambiente sperimentale; esso inizialmente doveva essere collegato al Mambo (che ricordiamo era l’ex forno del pane di Bologna) dal progetto inclusivo di Aldo Rossi, che vedeva un ponte di collegamento tra le due realtà separate da pochi metri di distanza e da quel canale che doveva ricordare la vocazione navale e commerciale della zona, scenario, adesso, di molte feste studentesche e concerti estivi che vi consigliamo caldamente! Come si entra nella mostra si respira aria di novità ed emozione e quello che colpisce da subito è come sia essa stessa un omaggio al passato ed al presente!
Per riuscire nel complesso intento i ragazzi hanno creato altri tre macrogruppi, Antispazio, Superluogo e Making Of, che vedevano la collaborazione di almeno un rappresentante per gruppo i quali, intrecciandosi, sono riusciti a creare un percorso storico che riuscisse a coinvolgere lo spettatore da subito.
Incanalati nella visita guidata ci portano per prima cosa a fare attenzione ad Antispazio, il pre-mostra, ovvero tutto ciò che ha a che fare con la presentazione di essa: da facebook a instagram i canali sono stati sfruttati e il successo della mostra lo si deve anche all’attenta comunicazione. Il lavoro parte non a monte, di più! Le nuvole che fanno cadere la pioggia e riempiono i fiumi della curiosità sono stati riempiti di inviti, condivisioni di gioie e dolori di questo faticoso anno, ma l’importante è stato continuare a far piovere incessantemente per far arrivare all’inaugurazione carichi sia i nostri curatori, che le persone presenti.
Opera esposta
Progetto di uno dei gruppi presenti
La parte successiva, Superluogo è dedicata all’incontro tra ciò che c’era e ciò che è ora; si parte da una sezione di foto dove sono stati sistemati anche i materiali che furono utili alla costruzione vera e propria del DAMSLab. Una trovata geniale, che porta l’osservatore a toccare con mano tutto ciò che c’è intorno a sé. Questa parte è coronata da alcuni pannelli con fotomontaggi, dove passato e presente continuano a sovrapporsi; l’ultimo a mio avviso estremamente coinvolgente addirittura permette all’osservatore di specchiarsi su una superficie opaca. Il presente si vede sulla superficie, prendendo lo spettatore come fulcro su cui concentrare l’attualità e creatore del futuro grazie alla sua presenza.
Ultima parte il Making of. Partita come una cartella drive, ogni gruppo ha fatto una ricerca enorme e si possono consultare i plichi di tutto ciò, che hanno dovuto reperire tra uno spritz e un pianto liberatorio per il documento utile ritrovato. Entrando nell’open space si incontrano tutte le installazioni, ma ahimè non sono riuscita a godermele tutte! La disposizione e la creazione del percorso perfetto per ogni spettatore porta ad una buona fruibilità, ma la visita è andata un po’ scemando e tutti prendevano percorsi diversi, ma che volete è il bello della diretta! Nel parapiglia generale tutti cercavano di rubare una notizia qua e una là riunendo e incastrando in qualche modo i tasselli del discorso. Ammetto di aver perso alcune parti, ma non c’è da disperare! Ogni opera è correlata da QR code e, per quelli pigri e antitecnologici come me, anche da foglio esplicativo dello studio e dell’opera stessa, che si può portare a casa e leggere con calma. Devo dire la verità di essere rimasta sorpresa dalla grandezza del progetto e della mostra, ma quello che mi ha stupito ancora di più è la genialità delle installazioni. Tutte, che si richiamavano tra loro, tutte con una precisione tecnica che permette di stupirsi e godere della visione, ma allo stesso tempo ognuno degli undici progetti aveva qualcosa di particolare, di innovativo, che portava a fermarsi un attimo e riflettere sul ruolo di quello specifico studio. Quello che però mi ha fatto soffermare è il tema così diversamente declinato e l’artigianalità dei lavori, che mi ha fatto letteralmente impazzire… cioè questi ragazzi hanno progettato, molte volte costruito e assemblato da SOLI le opere!
I lavori in corso di progettazione
Quindi bando alle ciance, andate a vedere la mostra, perché vi stupirà piacevolmente, le visite guidate sono finite, quindi come me dovrete accontentarvi degli scritti, ma (ora sì estremamente di parte) dateci visibilità! La nostra chance è stupirvi e permettervi di godere delle nostre mostre in futuro, non vorrete perdervi l’occasione di dire “Io ho visto la sua prima mostra, quella semiconosciuta a Bologna, mi sembra al DAMSLab”. Fate crescere noi e questa nuova esaltante realtà felsinea!
In questi ultimi anni c’è stato un vero e proprio bombardamento mediatico riguardo la necessità di cominciare ad avere uno stile di vita più sostenibile, mirato al risparmio energetico e alla riduzione dell’inquinamento. Tutti noi possiamo impegnarci a salvare il nostro pianeta (anche perché abbiamo solo questo, quindi ci conviene trattarlo piuttosto bene) però l’urbanizzazione è una macchina che fa veramente fatica a rallentare!
Gli edifici sembrano aumentare alla stessa velocità dei funghi e sempre meno terreno riesce a rimanere vergine al tocco dell’uomo, eppure ci sono due architetti che hanno fatto dell’edificio a costo e impatto zero il loro mestiere. Si tratta di Anne Lacaton e Jean-Philippe Vassal che, nel 1987, fondarono l’omonimo studio a Parigi; entrambi diplomati alla scuola d’architettura di Bordeaux hanno seguito due strade completamente diverse per poi riunirsi e confrontarsi su quello che l’esperienza sul campo aveva insegnato loro. Fu l’esperienza di Vassal a vincere a mani basse e che, quindi, contribuì maggiormente allo sviluppo della poetica dello studio: fuggito, letteralmente, in Africa per evitare la leva obbligatorio cominciò a lavorare come urbanista, permettendogli di accrescere le sue esperienze nel mondo architettonico. Ovviamente era un lavoro piuttosto complesso: il clima, il modo di costruire, di percepire l’edificio, le necessità…insomma: tutto era diverso!
Il nostro amico neo-architetto doveva trovare un modo per superare quei limiti mentali che lo bloccavano, così iniziò a farsi raccontare il territorio dai suoi abitanti, cercando di cogliere quelle particolarità che rendevano quei luoghi speciali, scoprendo lentamente un nuovo e straordinario rapporto tra spazio e uomo, fatto, alcune volte, da soli pochi elementi costruttivi. I suoi lavori cominciarono così ad essere semplici nelle forme ed economici, attenti alla storia e alla cultura della città in cui s’inserivano.
Da questa esperienza svilupparono l’essenza le fondamenta di quel linguaggio che li caratterizza tuttora: libertà, piacere, comfort, flessibilità, economia e originalità. Insomma, qualcosa di molto vicino al cosiddetto mondo naïf!
La maggior parte dei loro progetti cerca di risolvere il progressivo aumento di luoghi abbandonati, dismessi, che degradano la città, regalando loro una nuova identità, attraverso il concetto di riutilizzo. Lo spazio edilizio viene esaltato dal loro intervento, proponendo, molto spesso, interventi minimal, che alcune volte coincidono unicamente con l’abbattimento di alcuni muri interni, riuscendo, con dei costi veramente minimi, a duplicare lo spazio.
Il loro lavoro si basa su un’idea di sostenibilità estranea al mondo occidentale, bensì si concentra sulla concezione presente nei Paesi in via di sviluppo la quale si fonda sulla semplicità, sull’usare ciò che si trova, ottenendo il massimo, scendendo a patti anche con il clima.
In questo caso, perché demolire se c’è già qualcosa di costruito? Perché non riciclare quello che già sia ha?
Ed è esattamente quello che i due fanno! Per esempio affiancati da alcuni botanici sono riusciti a creare dei giardini invernali (una specie di intercapedine che può fungere anche da parete in cui vengono inserite delle piante), che vanno a creare un impianto di riscaldamento completamente autonomo e naturale! Logicamente le piante non bastano e in loro aiuto arrivano anche enormi finestre che, strategicamente posizionate, illuminano l’edificio ma riscaldano ulteriormente l’aria. Greta Thunberg sarebbe orgogliosa!
La loro firma, però, è sicuramente il freespace, ovvero uno spazio completamente libero, privo di ogni elemento di separazione (capitan ovvio!): un enorme loft insomma! E come quest’ultimo può essere organizzato come più aggrada a colui che andrà a viverci all’interno, diventando ciò che egli desidera: una casa, una sala conferenza o espositiva, uno spazio per incontri didattici, un luogo dove riposare…non c’è limite alla fantasia! In questo modo la comunità può assorbire totalmente l’edificio dentro di sé, riuscendo ad utilizzarlo nelle sue piene capacità, rispettando anche l’ambiente e risparmiando parecchie scocciature edilizie. Forse gli unici a rimetterci sono gli anziani, che non avranno nessun cantiere da poter osservare nel tempo libero!
Purtroppo, se sulla carta tutto sembra eccezionale, c’è chi questa architettura non la capisce o finge di farlo, arrivando poi a tradirla completamente, ma questo lo vedrete prossimamente, quindi..stay tuned, we’ll back soon!