Endimione:Ontani

Ci sono riferimenti alla letteratura anche in luoghi che mai ci aspetteremmo: all’interno delle sue perfomances Ontani si rifà all’antichità, al mito, al passato e lo riporta in vita.

di Jessica Colaianni

Luigi Ontani nasce a Vergato, in provincia di Bologna, nel 1943 ed è considerato tra i più rilevanti artisti italiani appartenenti alla corrente della Body Art. Laureato all’Accademia di Belle Arti della città felsinea, comincia la sua carriera negli anni Settanta. Le opere che lo hanno reso celebre in tutto il mondo sono le sue rappresentazioni attraverso dei veri e propri tableaux vivants dove vediamo l’artista, protagonista assoluto nonché Narciso per eccellenza, trasformarsi in un ricco e variato repertorio di personaggi facenti parte della nostra tradizione, sia iconografica che letteraria. La ricerca poetica dell’artista può essere associata al tema dell’apparenza e del travestimento, argomento spesso affrontato dall’arte contemporanea e che ottiene il punto più alto tramite lo sviluppo tecnologico, il quale permette con facilità di realizzare opere che distorcono la realtà delle cose, portando all’estremo queste immagini fino a scadere quasi nel kitsch.

Dante Alighieri (1972)
Pinocchio (1972)

Oltre a realizzare performances dal vivo, infatti, Ontani opera spesso anche tramite l’uso della fotografia e il video. Attraverso il proprio corpo e i vari travestimenti, l’artista indaga l’ambiguità e la complessità della natura umana e lo fa mettendo in campo il mito, i simboli e la rappresentazione iconografica, dove la tradizione si mischia con l’ironia e crea un gioco di continui rimandi tra sacro e profano, mito e favola, cultura orientale e occidentale. Queste immagini, tratte direttamente da un vasto repertorio del passato, vengono reinventate e immerse in un mondo, quello della fotografia e del video, dall’atmosfera illusoria e incantata.

Dall’interpretazione di Dante a quella della maschera bolognese di Balanzone, Ontani attinge a una cultura alta o bassa senza esprimere nessuna particolare preferenza per l’una o per l’altra, anche a causa dell’attuale cultura di massa che ha in parte contribuito ad appiattire tali differenze (basti pensare a Warhol e le sue icone riprodotte in serialità). Prendiamo ad esempio la performance che ha realizzato a Bologna in occasione della Settimana internazionale della performance nel 1977, la quale ha visto la presenza in città dei più rilevanti protagonisti della scena artistica le cui ricerche erano appunto legate al tema del corpo e del comportamento.

San Sebastiano di Guido Reni (1970)
Ecce Homo (970)

Negli spazi dell’allora Galleria d’Arte Moderna, Ontani entra nei panni di Endimione, pastore dotato di incredibile bellezza, cui il mito narra la sua condanna a un sonno eterno da parte di Giove per aver commesso l’errore di essersi innamorata di Era. Vestiti i panni del pastore, l’artista ha dormito per un’ora al centro della galleria, mentre alle pareti venivano proiettate delle diapositive dove vediamo sempre Ontani impersonificare le undici principali divinità mitologiche dell’Olimpo e tre celebri maschere popolari bolognesi, Balanzone, Fagiolino e Sganapino, circondato da elementi bucolici tratti da alcuni celebri quadri del pittore bolognese Annibale Carracci. La visione, ammirabile dagli spettatori attraverso una balaustra posta sopra una scalinata, era arricchita da ulteriori dettagli scenografici quali dei tappeti volanti pilotati dall’artista, immagini del sole, nonché un variopinto prato fiorito sovrastato da un limpido cielo blu colmo di stelle. A completamento di questa atmosfera trasognante, nella sala si diffondeva il suono di una languida e dolcissima musica pastorale.

Endimione(1977)
Endimione (1977)

La performance bolognese rende in modo chiaro ed esplicito l’idea d’arte di Ontani, poiché si trovano molti degli elementi che caratterizzano la sua ricerca: il travestimento, il mito, il sogno, la tradizione iconografica mischiata alla cultura popolare delle maschere carnevalesche e una componente sottile di ironia e kitsch che accompagnano tutti i suoi lavori.

Fonti:

– C. Marra, Fotografia e pittura nel Novecento (e oltre), Milano, Bruno Mondadori, 2012;

– F.Alinovi, R.Barilli, R. Daolio, M.Pasquali, F.Solmi (a cura di), La performance, catalogo della mostra, Istituzione Bologna Musei MAMbo, Bologna, ristampa 2017.

D’Annunzio e Dell’Arca: un incontro nella catarsi

Molte volte le opere d’arte prendono spunto da opere letterarie, che grazie ai loro personaggi, alle loro ambientazioni e le loro storie portano artisti ad immaginare tele, sculture, performances e via dicendo. Questa volta i ruoli si invertono ed è uno scrittore a rimanere abbagliato da un’opera e raccontarlo.

di Jessica Caminiti

L’opera presa in causa è Il compianto di Niccolò Dell’Arca, opera scultorea in terracotta del 1463 conservata a Bologna, nella chiesa di Santa Maria della Vita. Colpisce l’esagerazione dei gesti e delle espressioni mimiche e facciali che dell’Arca è riuscito a trasmettere attraverso la sua arte.

Compianto su Cristo morto, N. Dell’arca
Cristo morto

Il pathos e il dolore lancinante che trasmettono sono uno studio accurato e molto differente rispetto ad altri compianti, che di solito siamo abituati a vedere. Cristo disteso al centro della composizione si trova circondato da sette figure maschili e femminili, che non rinnegano il dolore che provano di fronte alla Morte. Descriverlo come un complesso figurativo diverso si basa su ciò che conosciamo della storia dell’arte e della cultura in cui siamo immersi. L’eccesso di passionalità di cui si macchia ha reso difficile la comprensione in diverse epoche, in quanto la religione cristiana non contempla la Morte come qualcosa a cui reagire con grida e urla, bensì come passaggio naturale che “non deve far disperare in modo irrazionale chi resta sulla terra”, poiché l’ammissione ai cieli è un premio e una gioia nella speranza della vita eterna. Proprio a causa di questa emotività inusuale, i devoti vedevano in esso qualcosa di pagano, di lontano da loro, molto più vicino a culture distanti nel tempo e nello spazio. Il controllo razionale del buon cristiano di fronte alla Morte è quindi necessario ed è proprio per questo che lo stesso D’Annunzio si trova spiazzato di fronte a ciò che vede: una iperrealistica teatralizzazione del dolore, che esce dalla nostra sfera culturale, va oltre l’orizzonte d’attesa cristiano e fa riemergere delle forme espressive inattese e primordiali. Questo è quello di cui ci racconta in Il secondo amante di Lucrezia Buti del 1924, un romanzo autobiografico. Nel libro racconta nella globalità l’esperienza che ci avvicina all’opera con umiltà e ci fa uscire da essa diversi, come ne riesce D’Annunzio: bianco e assorto, turbato profondamente nell’animo.

Non ci racconta solo l’opera di per sé, ma l’intera evoluzione del percorso che lo porta a lei, d’altronde se compianto significa letteralmente “piangere insieme”, il minimo che possiamo attendere è il muoversi della “macchina della passione” che il poeta ci suggerisce tra le sue righe. La cornice emotiva, che porta all’inquadramento del compianto crea l’ambiente ideale affinchè le emozioni si sedimentino e portino a diverse sensazioni, siamo quasi catapultati in un ambiente di attesa, fino alla comparsa del Cristo stesso. D’Annunzio nella sua visione parte dalla figura distesa del Salvatore rigida e calma nella pace della Morte. Esso è la centralità che propaga con forza centrifuga l’energia a tutte gli altri personaggi presenti, i quali invece della potenza emotiva fanno punto focale del loro esistere. 

Giuseppe D’arimatrea
Giovanni

Tre donne e due uomini assistono alla scena. Gli uomini più contenuti sono Giovanni e Giuseppe di Arimatea, più composti e meno passionali delle donne, vengono descritti accuratamente dal poeta, ma sono le figure femminili a scuotere maggiormente il suo, e il nostro, animo. Maria, la madre, Maria di Cleofa, Maria Salomé e Maria Maddalena, sferzate dal dolore, sono senza veli emotivi: come se nessuno fosse lì con loro, piangono e soffrono, come figure di scritti epici, portatrici di un pianto antico, intrinseco e potente.

Maria Maddalena in primo piano con accanto Maria di Cleofa
Maria Salomé e Maria, la Madre di Cristo

La Maddalena sicuramente cattura lo sguardo di D’Annunzio, come prima statua: “puoi tu immaginare cosa sia l’urlo pietrificato? (…) il suo amore e il suo dolore sembravano smaniosi di divorare” e continua “era una specie di Nike mostruosa, alata di lini” . Questa dea mostruosa e deformata dal dolore è vicina alle altre tre Marie che, altrettanto contrite, sembrano incanalare a loro modo il dolore della Maddalena stessa oltre il loro, in particolare due di esse: “il suo lutto ripercoteva tra la Madre e la Maria di Cleofa, si ripercoteva e quasi direi s’imbestiava”. Esse come forze motrici emotive di ciò che Cristo ormai esanime non poteva più provare si fanno carico delle sensazioni che ogni essere umano potrebbe provare di fronte alla Morte, non solo del Figlio di Dio, ma di chiunque: compassione, rabbia, stupore, sgomento, emozioni non cristianamente accettabili di fronte alla nera Signora, ma umane,

Troviamo tra le righe d’annunziane, in conclusione, non solo una lettura dell’opera e la registrazione delle emozioni che le statue rappresentano, bensì una rilettura, difatti non si limita a fotografare a parole le figure, ma riporta anche le sue emozioni e le sue stesse passioni. Le due arti che si incontrano portarono ad un percorso passionale, che non prevede una sterile visione del compianto, ma l’aggiunta dell’idea di D’Annunzio. I brividi, che ha provato scendendo si ripercuotono nella risalita che lo vede pallido e anelante, quasi privato dell’energia vitale da quante emozioni nella visione ha provato. Il dolore, penetrato così in profondità, non viene rarefatto dalla musica che suona nella Chiesa, anzi diventa grancassa delle sensazioni dettate dall’immagine dell’opera ancora vivida nella mente. È stata una trasformazione emotiva, potente e diretta, una catarsi e una rinascita al cospetto del dolore.

Fumetto: il cinema espresso con le matite, le penne e i colori.

Chi afferma che il fumetto sia un semplice prodotto per bambini e adolescenti allora non riesce nemmeno ad apprezzare il cinema. Questa mia accusa si fonda su due principi essenziali: considerare il cinema un universo infantile non è dispregiativo, bensì qualitativo, in quanto macchina dei sogni; pensare poi che un’arte sia un prodotto inferiore ad altre tipologie è sintomo di ottusità artistica, impedendo così un processo evolutivo del pensiero artistico e critico. Per questa analisi mi limiterò al solo contesto italiano, senza approfondire le influenze americane, asiatiche e dei paesi europei.

di Lorenzo Carapezzi

I fumetti, che siano comic books, manga o anche strisce umoristiche tra un articolo ed un altro, sono, per i bambini e adolescenti “infantili”, il primo contatto con una realtà immaginata, fatta di fantasia e spettacolarizzazione. Possiamo definirli come un sogno ideato e disegnato, suddiviso ad episodi e condiviso in tutte le edicole. Lo spazio surreale che occupa queste pagine entra nell’immaginario collettivo, sviluppando e allenando quell’esercizio della fantasia e della costruzione di una storia cara e indispensabile a chi desidera fermamente fare Arte. In un contesto fatto di regole e di disciplina provenienti dalla scuola e dal mondo del lavoro, il fumetto diventa via di fuga, dove anche le regole della Natura vengono declassate per lasciare il posto all’infinita possibilità di agire. Il supereroe, i combattimenti e anche le ambientazioni spettacolari non sono solamente gli elementi che compongono una storia, ma anche i riflessi dell’immaginazione collettiva. Chi non ha mai desiderato volare o poter lanciare incantesimi o addirittura possedere il potere di creare e trasformare, potere che prima del fumetto era attribuita solo a Dio? Se l’obiettivo del cinema è lo studio dei sentimenti, delle emozioni e dei ragionamenti dell’uomo, quindi della sua psicologia, allora la fantasia, il richiamo del sogno, è la chiave di volta che collega essa al fumetto. Si tratta di un rapporto di reciprocità, forse uno dei più forti tra due o più arti. L’alta intensità di questo reciproco scambio di influenze è determinata da un fattore comune, o per meglio dire una grammatica comune. Esse si capiscono alla perfezione poiché parlano usando la stessa grammatica: il montaggio. Banalmente cos’è il fumetto se non l’insieme di inquadrature studiate e poste in un certo ordine, attraverso una certa logica comune? Allo stesso modo possiamo asserire che il montaggio non è altro che l’assemblare le inquadrature ai fini di rendere scorrevole una storia. Grazie a questa proprietà transitiva il gioco è fatto! Se parliamo di fumettistica parliamo anche indirettamente di cinema.

Bernardo Bertolucci davanti ad una tavola del fumetto
“Saturno contro la Terra”
Tex, uno dei fumetti più influenti in Italia (tavola di Tex,
disegno di Italo Mattone)

Registi di fama internazionale come Leone, Fellini e Bertolucci non negano quanto i fumetti abbiano influenzato il loro modo di creare e girare. Quest’ultimo addirittura afferma: “mio padre si arrabbiava molto con dei suoi amici che invece tenevano molto che i loro figli non leggessero i fumetti che era considerata un’arte misera”. L’influenza fumettistica, improntata sulla storia di Tex, accompagnerà il regista emiliano nella costruzione di ambientazioni mastodontiche e a scene lente, imprimendo in una sola inquadratura più informazioni possibili. Come non ricordare la scena delle formiche nel film del 2012 “Io e te” nel quale Lorenzo (Jacopo Antinori) per salvare delle formiche, uscite dal formicaio caduto e rottosi, le appoggia delicatamente su un fumetto di Tex. Un elogio al fumetto che ha salvato la fantasia del regista formidabile.

La dolce vita: locandina di “La dolce vita” in versione fumetto
(illustrazione di Milo Manara)

Con Fellini invece il gioco è subito fatto. Un’intera filmografia rinchiusa nella memoria e nella fantasia fanciullesca:  il sogno e il surreale trovano nel fumetto e nel manga giapponese pane per i loro denti. Parlando di fumetto con Fellini non c’è nemmeno bisogno di citare una scena in particolare, la sua intera carriera filmica è un fumetto in movimento. Il fumetto non è solamente un manuale di esercitazione, men che meno un passatempo tra un ciak ed un altro. È lo strumento che alimenta la sua memoria involontaria, è ciò che sfama la sua fantasia con la fortuna poi di essere impressa nella pellicola.
Infine citiamo la passione per il western di Leone, nato sì dal cinema western classico, ma soprattutto dai fumetti degli anni ’30. Nella contaminazione spaghetti-western/fumetti si segnalano in particolare la trasposizione a fumetti del film “Lo chiamavano Trinità” del 1970. Egli non si limiterà alla lettura di fumetti italiani, ma spazierà dai supereroi americani, passando per i bande dessinée francesi fino ad arrivare nella lontana America Latina.
Diffidate dunque dei miscredenti del fumetto. Ampliamo il nostro sguardo a quelle forme artistiche che meritano il palcoscenico del piacere pubblico. Il fumetto è un’arte quanto lo è la pittura o la scultura. Sogno un mondo dove i musei espongono a fianco a tele di Caravaggio tavole di Gō Nagai e di Frank Miller. Finito di leggere questo articolo, comprate un fumetto o un manga e allenate la fantasia, ormai da tempo fiacca e pigra.

Fonti:

– C’era una volta Sergio Leone: lo spaghetti western dal cinema al
fumetto (e viceversa):
https://www.bibliotecasalaborsa.it/bibliografie/cera_una_volta_sergio_leone_

– Mi chiamo Federico e il mio cinema è nato dai fumetti:
https://www.bookciakmagazine.it/mi-chiamo-federico-e-il-mio-cinema-e-nato-dai-fumetti-fellini-story-in-unintervista-dantan/

– I 10 fumetti più amati da Bernardo
Bertolucci:https://www.fumettologica.it/2020/02/bernardo-bertolucci-fumetti/

ODE A DANTE, ALL’AMORE, AL ROMANTICISMO E AGLI ETERNI ROMANTICI

Il 25 marzo è il Dantedì, giorno in cui si celebra il Sommo Poeta, e noi vogliamo dedicargli un viaggio tra le opere che rappresentano quella coppia d’amanti che ha reso immortali con le sue terzine.

di Silvia Michelotto

In mezzo a questo eterno susseguirsi di anniversari importanti (500 anni dalla morte di Tizio, 500 anni dalla nascita di Caio, 500 anni dalla pubblicazione di Stenly….*coglietemi la citazione, per piacere!*) il Ministero per i Beni Culturali ha deciso di onorare Dante istituendo il Dantedì. Un giorno che, come un Pokémon selvatico, si è piazzato davanti a noi così all’improvviso…E chi siamo noi per ignorarlo?

C’è poco da fare, lo si può amare o odiare, ma il Sommo Poeta è ovunque. Lo si trova in sculture, quadri, testi teatrali, opere liriche e musical, film, canzoni, romanzi ed è arrivato pure nel mondo del fumetto e del manga giapponese! Insomma, Dante è arrivato dove molti altri se lo sognano!

Chi altro può vantare di essere diventato un fumetto di Topolino, essere citato nella canzone di un rapper ( J-AX che ci ricorda in modo molto carino che Non avremmo avuto la Divina Commedia se Dante si fosse bombato Beatrice), di essere stato oggetto delle illustrazioni di Paolo Barbieri e che venga declamato nelle piazze?  Chi è riuscito a rendere una donna immortale, rendendola una leggenda? La musa che ogni artista sogna di avere, pura, gentile e affabile, la donna perfetta. Eppure in questi anni, la bionda Beatrice, ha deciso che vuole usare il ruolo che Dante le ha donato per essere la voce di quelle donne che- sì, belle le parole romantiche e l’essere preservate- l’amore lo vogliono fare, vogliono che sia concreto, vissuto a pieno. Questo è quello che ci regala la Beatrice di Benni, nella sua opera teatrale, ed è, comunque, una gentile concessione di Dante, che ha voluto donare alla storia una donna che ha comunque fatto la sua vita, amando un altro e non il famoso poeta che le donava ogni giorno qualche bella poesiola (e se non è questo girl power!). 

Si può odiare Dante (e ammetto qui, di fronte a tutti voi, che  la poesia non mi ha mai fatto impazzire, figurarsi quella dantensca!), ma almeno un pezzettino, anche minuscolo, non si può fare a meno di apprezzare. Da brava romantica quale sono, ho un debole per il V canto dell’Inferno: un amore proibito, che comunque ci viene narrato da quel puritano di Alighieri come una storia giusta, fatta da due anime affini (e analizzando la vicenda, ci sembra quasi impossibile non stare dalla parte dei due amanti). E’ un susseguirsi di parole che colpiscono il cuore e che rendono visibile, quasi tattile, la vicenda. Impossibile non pensare che siano proprio i versi di Dante ad aver ispirato le numerose opere dedicate a Paolo e Francesca. Un esempio calzante è il lavoro di Anselm Feuerbach, realizzato nel 1864, dove i due giovani vengono raffigurati mentre leggono quel libro galeotto. I loro gesti sono delicati e pieni d’affetto, perfetta raffigurazione di un amore romantico che sboccia tra le ombre di un cespuglio.

Paolo e Francesca di A. Feuerbach (1864)
Paolo e Francesca di C. E. Hallé (1840)

Più passionale e peccaminoso sembra, invece, l’opera di Edward Charles Hallé (1840), dove Paolo tira a sé la sua amata quasi con violenza, desideroso di consumare il loro amore. Un atto che li porterà alla morte (rappresentata in modo struggente da Gaetano Previati nel 1887) e a ‘vivere’ per l’eternità nel vortice dei lussuriosi. Mentre le altre anime vagano solitarie, i due rimangono stretti in un abbraccio che Gustave Doré riesce a riempire di ogni sentimento possibile. Le lenzuola in cui sono avvolti richiamano la purezza della colomba, termine di paragone usato anche da Dante (colombe dal desio chiamate), ma le morbide curve  del tessuto e i loro corpi ricordano la forma di un cuore (anatomico). Il loro abbraccio è disperato d’amore, ma anche tragico: i due si amano alla follia, hanno accettato la penitenza eterna, ma non desideravano che l’altro morisse. La ferita di Francesca ricorda la loro scomparsa, violenta e prematura, mentre Paolo la osserva, il volto chino e triste per la sventura che l’ha colpita. Allo stesso tempo, la posa sinuosa, richiama ancora la sensualità e l’intimità tanto bramata, inevitabile conseguenza del loro amore.

Paolo e Francesca di G. Doré (1860)
Paolo e Francesca di U. Boccioni (1908-09)

Esplicito e privo di ogni pentimento è, invece, l’abbraccio che raffigura Boccioni agli inizi del Novecento. Sono amanti lussuriosi e bramanti di pura e folle passione, che solcano quello che sembra un fiume di cadaveri: solo loro, in quel piccolo bozzolo rosso e giallo, sono vivi. Il loro amore li ha portati all’Inferno, ma loro sono ancora in grado di provare emozioni, amare ed essere amati e lo saranno in eterno, nella storia, nella memoria e grazie a un tipo dal naso così adunco che lo fa sembrare una poiana!

Eppure me la pongo questa domanda: era strettamente necessario ricordare Dante in questo modo, istituendo un giorno che forse conosciamo io, te, il ministro e sua madre (perché le mamme son sempre le mamme)? Personalmente direi Ni. Mi spiego meglio: Dante è uno di quei poeti che si conosce o si conosce, non puoi scappare a tale verità. Tutti almeno una volta, che sia in modo informale o formale, hanno sentito nominare il suo nome; la Divina Commedia è un’opera riconoscibilissima, alcuni versi sono diventati così popolari da essere citati nel parlato quotidiano (il Lasciate ogni speranza o voi che entrate ormai è stato consumato a forza di essere usato da chiunque debba affrontare qualche terribile evento, come esami, colloqui con i capi…). Non era meglio, quindi, dedicare un giorno a un poeta o autore che ha realmente bisogno di essere ricordato? Qualcuno che è caduto nell’oblio o che, visti i programmi scolastici alcune volte troppo irrealistici, a scuola non viene quasi mai nominato? 

Allo stesso tempo credo che, celebrare Dante, ci permetta di ricordare da dove è nata la nostra lingua, la cultura che univa un’Italia divisa in mille staterelli, che ha reso, nel bene e nel male, grande il nostro Bel Paese. Ma soprattutto questo giorno ci ricorda che noi, figli di una terra che ha tutto, rumorosi, con i nostri dialetti strampalati, i nostri canti e balli, siamo un popolo che ha sempre amato prima di ogni altra cosa l’amore, passionali amanti dalla vena poetica. Ci innamoriamo ancora di uno sguardo, di un sorriso, di una mente e di un’idea e, come moderni Dante, spendiamo parole e gesti eclatanti per poter essere almeno un po’ notati. Solo noi potevamo vedere in questo sentimento dannazione e salvezza, poter concepire versi in cui il desiderio per l’altro si trasforma in pura e meravigliosa poesia.

Alla fine siamo degli eterni Dante Alighieri, romantici, che fanno la paternale agli altri e che poi razzolano malissimo, che fanno finta di niente, svenendo nei momenti meno opportuni o quando non sappiamo che fare, quindi forse sì, un Dantedì serve sempre. 

Però, Dantuccio caro, fatti dire una cosa: un gelatino o un anellino alla Beatrice potevi pure offrirlo!

Il cosmo in un battito d’ali

La simbologia della farfalla rivisitata nella post-modernità

Oggi conosciamo una new entry, Sara, laureata in Arti Visive di Bologna con una tesi dedicata al romanzo post-moderno dello scrittore rumeno Mircea Cărtărescu dal titolo Abbacinante, una trilogia monumentale che fa esplodere, con le sue anamorfosi e distorsioni, pressoché tutti gli ambiti dello scibile umano.

di Sara Uboldi e Jessica Colaianni

Autore
Copertina del libro in lingua originale

Facciamo raccontare direttamente a lei questo testo:

Sara: Mircea afferma che il suo principale interesse è “la sostanza della realtà, ma intesa nel senso più ampio possibile. Le visioni, i sogni, sono realtà. Quella che chiamiamo comunemente ‘realtà’ non è che la superficie delle cose. La vita allucinatoria è vera quanto la vita ‘reale’”. Infatti, rivisitando continuamente all’interno delle vicende narrate la sua proiezione autobiografica nell’omonimo protagonista, la rende irrisolta, in un incessante gioco di inveramento e falsificazione sempre reversibile. 

Il romanzo presenta anche un rapporto diretto con le arti figurative che, secondo Sara, è paradossale, mai serenamente accettato, in costante rivisitazione.

Sara: In primo luogo, Cărtărescu ribalta le funzioni dell’icona di impianto bizantino, tipica della tradizione folklorica romena, attribuendole funzioni talvolta anche dissacranti. L’autore trasfigura le aure dei luoghi, degli ambienti, delle città che ospitano o sono oggetto delle sue visioni con una tecnica paragonabile a quella degli inediti affreschi esterni dei monasteri romeni: è la luceabbacinante” che ogni volta si manifesta attraverso gamme cromatiche, che non esistono nel mondo naturale e vanno dal giallo biliare all’azzurro cosmico fino alle emanazioni madreperlacee. In secondo luogo, l’autore instaura un rapporto che si può definire “figurale” tra il protagonista del romanzo, Mircea (omonimo e non solo dell’autore) e il misterioso pittore Monsù Desiderio, pseudonimo di un duo di artisti visionari, creatori di capolavori rovinosi, perturbanti e misconosciuti fino alla loro grandiosa riscoperta in età romantica. L’identificazione di Mircea con Monsù Desiderio è dovuta anche al fatto che entrambi siano parte, o il risultato, di due entità opposte ma complementari e riunite sotto lo stesso segno identificativo: il gemellaggio di sangue di Mircea con Victor corrisponde a quello artistico e passionale di Francois e Didier.

Nel corso del romanzo troviamo un’immagine molto forte e determinante, la farfalla, la quale esprime una potente simbologia. Così ci racconta Sara:

La farfalla si può ritenere l’immagine più fantasmagorica e fertile di tutto il romanzo. 

Innanzitutto dà origine, con la sua tripartizione anatomica, ai volumi della trilogia (intitolati L’ala sinistra, Il corpo, L’ala destra). Abbacinante infatti può essere visto come il continuo reggersi della triade hegeliana che comprende tesi, antitesi e sintesi, laddove la contrapposizione fondamentale si ritrova nei due gemelli protagonisti, Mircea, il luminoso, e Victor, lo ctonio, sulfureo fratello scomparso a cui è destinato a ricongiungersi solo alla fine.

Inoltre, la farfalla è portatrice di una serie di suggestioni legate alla sua concezione nel mondo classico e folklorico: ha a che fare con le Parche, in particolare con Atropo, la Parca addetta a recidere il filo della vita, ma anche con le ben più rasserenanti fate. La bellezza emanata dai suoi colori e dalla sua leggiadria è sempre minacciata dalla sua natura innegabile di insetto orrendo, così come la macchia di Maria può essere interpretata come un marchio del destino oppure una malattia sfregiante, il lupus eritematoso. Damien Hirst, protagonista della scena artistica contemporanea e autore di una serie di lavori incentrati su questi insetti imbalsamati, non esita ad ammettere il paradosso della farfalla: se guardate da lontano, esse sono stupende; se avvicinate allo sguardo, provocano disgusto perché si rivelano nella loro nuda natura entomologica.

Il maestro spirituale di Mircea, il giovane emaciato Herman, che incarna l’archetipo del saggio profeta, afferma che la farfalla è stata già nel mondo antico il simbolo dell’anima e dell’immortalità: “senza l’immagine della farfalla non avremmo saputo mai che la nostra tomba è una crisalide”. In definitiva, non è la farfalla ad essere la figurazione emblematica dell’anima, quanto piuttosto è lei ad aver inventato l’anima umana. Il bruco è quindi una creatura oracolare poiché raffigura l’asse di congiunzione simmetrica tra la realtà sensibile e quella ultraterrena. Mircea afferma che la metamorfosi perfetta avverrà solo nel momento della sua morte, quando dalla sommità del suo capo uscirà la larva della sua psiche per congiungersi alla mente divina. 

Il viaggio è finito, per ora! Grazie a Sara per averci permesso di immergerci nella letteratura romena di Cărtărescu e scoprire i messaggi poetici e artistici dietro essa!

Nel caso in cui voleste leggere questa distopica trilogia ecco i link versione italiana:

Fonti:

– primo libro (l’ala sinistra): https://amzn.to/35sNwaB

– secondo libro (il corpo): https://amzn.to/2S04o4T

– terzo libro (l’ala destra): https://amzn.to/2YVCcBr