La bellissima e triste imperatrice

Sissi e la sua vita sono state al centro dell’immaginario comune grazie ai meravigliosi film che hanno visto come protagonista Romy Schnider. Due donne bellissime accomunate da una storia tragica.

di Silvia Michelotto

Di principesse tristi ne è pieno il mondo. In tempi recenti questo epiteto fu dato a Letizia Ortiz, all’epoca principessa ora attuale regina consorte spagnola, e nessuno può scordare la tragica vita di Lady D, ex principessa del Galles e prima moglie di Carlo Windsor. Ma non sono tristi solo le principesse, ma anche le imperatrici: tra queste c’è il nome di Masako, imperatrice del Giappone, e se andiamo a circa un secolo e mezzo fa, in Austria possiamo incontrare Elisabetta Amalia Eugenia di Wittelsbach

È un nome che vi dovrebbe suonare familiare: si tratta di niente di meno dell’imperatrice Sissi.

Ritratto dell’imperatriece Elisabetta in abito da ballo di F. X. Winterhalter (1865)
Fotografia dell’imperatrice Sissi all’incoronazione come regina d’Ungheria

Difficile da credere, vero? Ricca, bella, innamorata del suo principe (pardon imperatore) e ricambiata, amorevole con i suoi figli e con degli abiti da favola… Una vita che sembra uscita da un film in puro stile Disney. Ovviamente ci furono alti bassi e la serie di film realizzati da Marischka, nella seconda metà degli anni ’50, ha mostrato il suo disagio, ma si sono sempre conclusi con quel meraviglioso lieto fine fiabesco. Tutto reso ancora più stupefacente dalla bellezza dell’attrice protagonista, Romy Schneider, che, nonostante gli anni e altri ruoli di successo, non riuscì a staccarsi di dosso il fantasma dell’imperatrice austriaca. Le due figure si erano così tanto fuse che Visconti la volle in Ludwing (1973) per dare il volto e la voce alla sua Sissi, una donna, questa volta, disincantata, tradita e sofferente.

A portare alla luce la sofferenza di Sissi, quella reale, fu il ritrovamento dei diari poetici dell’imperatrice nel 1998. Tra quelle pagine si percepiva la sofferenza per essere rinchiusa in un mondo fatto da regole rigidissime, protocolli infiniti e impegni asfissianti. Lei voleva essere libera!

Cercò quella libertà con tutta sé stessa, arrivando a sviluppare anche malattie psico-somatiche che la costringevano (con sua grande gioia) ad allontanarsi dal palazzo per viaggiare in tutto il mondo. Arrivò in Francia, in Italia, in Inghilterra, in Grecia… In tutti i Paesi in cui fu ospite viene ricordata con affetto e amore, in quanto realmente interessata al popolo e molto spesso allergica a quei protocolli reali che rendevano le teste coronate così distanti dai comuni reali. Ad Atene erano numerose le voci che la narravano di lunghissime ed estenuanti camminate per raggiungere i luoghi più importanti della città, accompagnata unicamente dalla sua dama di corte.

Ritratto dell’imperatrice Sissi con i capelli annodati di F. X. Winterhalter (1868)
Sissi iniziò a far fotografare con velette che nascondevano il suo volto

Queste pazzie atletiche fecero nascere una leggenda che ancora oggi persiste: la sua ossessione per la bellezza. Effettivamente Sissi era bellissima. Aveva un incarnato così perfetto da sembrare di porcellana, aveva una vita sottilissima che cercava di mantenere in tutti i modi possibili. Non era assolutamente mistero che facesse cavalcate e camminate lunghissime e si allenasse molto spesso; per riuscire a sottolineare la sua figura nel modo migliore gli abiti, molto spesso, le venivano cuciti addosso, rendendo lunghissima la sua preparazione alla mattina o in occasione delle feste. Molti studiosi odierni parlano di disturbi alimentari ma analizzando i menù che la cuoca le sottoponeva ogni giorno si nota che l’imperatrice amasse parecchio i piaceri della tavola, con particolare interesse verso i dolci.

Non possiamo non citare i suoi amati capelli. C’è chi parla di 12 metri di capigliatura, ma in realtà arrivavano solamente alle caviglie. Per lavarli e asciugarli era necessaria una giornata di lavoro, pesavano così tanto che spesso era costretta a legarli al soffitto per scaricare lo stress dal collo e il tempo che la sua parrucchiera impiegava per pettinarli e acconciarli era così tanto che in quei momenti poteva prendere lezioni di latino e ungherese. Così, perché si annoiava!

Un mito che rimase immune al tempo. Mai nella vostra vita troverete una foto di Sissi come donna adulta (morì a 60 anni), in quanto proprio lei, amata e venerata unicamente per la sua bellezza, cominciò a nascondere il suo volto allo sbocciare della prima ruga. Velette, cappelli enormi e ventagli dovevano nascondere gli effetti del tempo che crudele stava chiedendo il conto.

E l’amore? Quello per Franz sarà stato autentico, no? 

Miniatura viennese di Franz con Sissi all’epoca del fidanzamento
Immagine di Katharina Schratt

Quello sì, fu vero, ma pure quello cominciò a farla soffrire irrimediabilmente. Pochi anni dopo il loro matrimonio, Franz abbandonò la camera coniugale per una più vicina allo studio. Non erano tempi assolutamente facili, l’Austria aveva preso il controllo e il possesso di alcuni territori che non amavano essere governati da stranieri (vedi Milano e Venezia: a noi italiano proprio non piace che ci dicano cosa dobbiamo fare!). Franz amava la guerra, era un vero e proprio soldato, quindi molto spesso si lanciava in campagne militari, sempre con il cuore rivolto alla sua amata Sissi, che, però, mal sopportava tutto questo. Era contraria alla politica asburgica, era contraria che i suoi figli fossero accuditi dalla zia-suocera (Franz era suo cugino, figlio della sorella di sua madre: sì, è incesto, ma all’epoca era legale!) che la vedeva come una bambina scapestrata e inadatta ad educare il nuovo imperatore e le future principesse. Tutto ciò detto con amorevole comprensione di zia, ovviamente!

Le sue assenze a corte, sempre più lunghe e sempre più note ai più, non erano assolutamente ben accette e così, per ovviare ai suoi doveri imperial-coniugali, lanciò tra le braccia del marito la famosissima attrice Katharina Schratt. Non è che non lo amasse più, ma non riusciva più a vivere questa situazione. Una situazione che divenne ancora più asfissiante quando morì suicida il suo unico figlio maschio. 

L’idea di aver perso Rodolfo mandò profondamente in crisi l’imperatrice che si allontanò da corte senza farvi più ritorno, se non per il suo funerale. Persino la sua morte fu tragica: assassinata da un anarchico italiano che, non avendo trovato la vittima predestinata, uccise lei per…sbaglio. Sissi si trovava nel luogo sbagliato nel momento sbagliato. Morì sola, con l’unica compagnia della sua dama, a Ginevra, mentre assaporava una libertà amara e crudele, arrivata solo dopo la perdita di un figlio.

Romy Scheider come Sissi nei film di Marischka
Romy Schneider come Sissi nel film di Visconti

Una serie infinita di tragedie che molti non conoscono, troppo innamorati dalla figura sfavillante offerta da Romy Schneider e da Marischka, che hanno reso il suo nome eterno…un nome che non è nemmeno il suo. Il suo nome completo era Elisabetta, come abbiamo già visto, ma nelle sue lettere private lei si firmava con il suo nomignolo: Lisi o Sisi (scriveva piuttosto male, quindi vi sono un po’ di dubbi al riguardo se l’iniziale fosse una S o una L). Sissi è stata un’invenzione cinematografica, un soprannome che, forse, suonava meglio per il grande pubblico.

Un grande pubblico che, come l’imperatrice, ha intrappolato anche Romy Schneider all’interno di un ruolo che le era un po’ troppo stretto. Giovanissima approda sul grande schermo proprio nei panni di Sissi e come lei vivrà una vita travagliata: tutti, quando la vedono, la chiamavano Sissi, rinchiusa in ruoli leggeri e fiabeschi cade in depressione e nell’alcolismo, troverà finalmente una stabilità nel privato con Delon e tornerà alla ribalta tra gli anni ’60 e ’70 con numerosi film, ma una nuova tragedia la colpirà. Una tragedia che colpì anche l’imperatrice: la morte del figlio. Il bambino di Romy muore in un tragico incidente a casa dei nonni nel 1981, pochi mesi dopo la madre lo seguirà. Molti parlarono di suicidio, ma secondo l’autopsia si trattò di un semplice arresto cardiaco.

Per queste meravigliose donne, fragilmente forti, non c’è stata nessuna vita da favola, quella era solo un’illusione per un pubblico che non era realmente pronto per loro.

Fonti:

– E. Bestenreiner, L’imperatrice Sissi: storia e destino di Elisabetta d’Austria e dei suoi fratelli, Mondadori, 2014;

– B. Hamann, Sissi, Tea, 2017; A. Pataki, Sissi: la solitudine di un’imperatrice, Beat, 2017.

Le mostre Blockbuster

Nomi altisonanti, titoli accattivanti e poi…sempre le solite mostre. Continuiamo il nostro viaggio nelle mostre d’arte e cerchiamo di capire che cosa sono le blockbuster.

di Jessica Colaianni

Nello scorso articolo vi ho portato in un viaggio a ritroso alla scoperta di come è nato e si è sviluppato il fenomeno delle mostre d’arte. Ci eravamo lasciati agli anni Sessanta del Novecento, dove sempre di più cresce il numero di questi eventi dal successo conclamato. Facciamo un passo avanti, più precisamente andiamo verso gli anni Novanta, periodo molto fertile sia dal punto di vista dell’apertura di musei e spazi espositivi (ve ne abbiamo parlato in un vecchio articolo qui) e sia dall’organizzazione di manifestazioni temporanee, sempre più presenti all’ordine del giorno. Ed è proprio in questi anni che la critica comincia a rivolgere pesanti accuse nei confronti di tali eventi. Oggetto principale della discussione riguarda l’esposizione per lo più di soliti artisti noti (Picasso, Van Gogh, Warhol) in personali o collettive che spesso denotano una forzatura di accostamento, mancando così di criterio critico metodologico, influendo in tal modo sulla qualità dell’evento organizzato. Questo tipo di mostre vengono volgarmente definite blockbuster, riprendendo un termine coniato durante la Seconda guerra mondiale in riferimento ai bombardamenti aerei e usato poi nel settore cinematografico per indicare i film dal grande successo commerciale, infine approdato in campo artistico anche per definire tutte quelle mostre che raggiungono una grande quantità di visitatori e che spesso girano di città in città, da museo in museo portando, come detto sopra, i soliti nomi.

Già nel 1959 Roberto Longhi, grande storico dell’arte, aveva mostrato segni di preoccupazione riguardo questo tipo di manifestazioni che vengono organizzate per lo più allo scopo di attrarre un maggior numero di visitatori, a cui corrisponde ovviamente un ricavo economico superiore, senza porre attenzione quindi alla ricerca e a criteri scientifici. L’abbassamento qualitativo dell’offerta culturale, a favore di un incremento quantitativo, secondo la giornalista ed esperta d’arte Adriana Polveroni, deriva dall’aumento massiccio del pubblico, il quale sceglie di andare al museo “con lo stesso atteggiamento di una gita domenicale”.

Il fenomeno delle mostre d’arte è entrato a far parte dell’economia, con un termine coniato appositamente, ovvero “exhibition industry” che va a ricadere a sua volta sul turismo e sul settore dei servizi in generale. L’incremento di questi eventi è talmente enorme che nel corso degli anni sono state create perfino società ad hoc, per lo più private, cui i musei si rivolgono per l’organizzazione di questi eventi, sopperendo in tale maniera alla mancanza di fondi e personale che ne permettono la realizzazione. Questo problema riguarda soprattutto l’Italia, la quale vede la cultura dipendere dallo Stato che spesso negli anni non è stato in grado di sostenere adeguatamente, attraverso giusti finanziamenti, le proprie strutture, costringendole così ad acquistare pacchetti di mostre già fatti e pronti all’uso senza alcun tipo di forza lavoro o un’eccessiva perdita economica (perdita che verrà sopperita grazie agli incassi derivanti poi dall’esposizione). L’intento però non è quello di demonizzare completamente questi eventi, io sono la prima che se vede la pubblicità di una mostra interessante cerca ad ogni costo di andare a visitarla, parliamoci chiaro. Una mostra d’arte, se ben organizzata, può costituire un momento importante per approfondire dal punto di vista storico e critico un artista o un’opera in particolare, per indagare e arricchire le ricerche già presenti o per istituire nuovi studi a riguardo e con questo non vuol dire quindi che non si possa comunque continuare a esporre i soliti Caravaggio, Picasso, Van Gogh ecc.

Una mostra d’arte ha lo scopo di studiare e stimolare nuove ricerche e scoperte sugli artisti del passato, o di proporre e valorizzare nuovi artisti. Ha lo scopo di istruire coloro che vanno a visitare un’esposizione, i quali dovrebbero tornare a casa arricchiti e con la voglia di scoprire altro, di saziarsi nuovamente e presto con altra arte.

Prendiamo a esempio le mostre experience, che stanno prendendo sempre di più sopravvento negli ultimi anni. Si tratta di esposizioni giocate completamente sulla spettacolarizzazione e la stimolazione visiva ed emotiva dello spettatore, attraverso delle proiezioni delle opere di un artista, accompagnate spesso da un sottofondo musicale. Sebbene queste mostre possano essere un’occasione per riunire tutte in un luogo le opere di un solo autore, evitando così anche gli eventuali rischi conseguenti al trasporto, oppure siano utili per ricostruire opere o monumenti perduti, queste mostre sono per lo più organizzate al fine di attrarre un pubblico che, mi chiedo,una volta uscito dalle sale, ha appreso davvero qualcosa di nuovo? O ne è valsa la pena andare solo per poi pubblicare una bella foto su Instagram?

Il confine tra una mostra ben riuscita e una realizzata solo per ottenere dei ricavi è molto sottile e tocca agli operatori del settore cercare di cambiare il sistema da dentro, non facendosi inghiottire dalla burocrazia e dai tornaconti economici. Ma sta anche a noi semplici visitatori chiedere di più, non accontentarci: cercare sempre qualcosa di nuovo, spulciare le mostre più sconosciute e minori perché, chissà, potrebbe essere proprio lì dove troveremo la vera bellezza dell’arte. 

La rivoluzione dell’arte: quando le opere diventano parte della cultura pop

Nel corso dei secoli, per diverse vicessitudini, abbiamo avuto la fortuna di vedere e riconoscere come l’arte si sia modificata ed evoluta grazie alla tecnologia, la quale detta le sorti e il ritmo del mondo per come lo conosciamo. Ogni generazione, per concetto barilliano, dura circa vent’anni e noi, generazione nativa digitale, i millennials, ci troviamo a prendere piede nella mondo e chi l’avrebbe mai detto che saremmo stati proprio noi la generazione addicted alle serie tv?

di Jessica Caminiti

Tutti conosciamo la storia delle televisioni, i vari canali tra cui fare zapping, immense soap opera, che non solo duravano una vita, ma anche non avevano e tuttora non hanno una fine (da “ma a quanti figli è già arrivata Brooke?” a “Days of our life è finito?”), ma noi siamo diversi. Siamo la prima generazione, che con tutti i piedi è caduta nel tranello delle serie lunghe, ma che hanno prima o poi una fine: abbiamo visto i sei amici lasciare il Central Perk, Ted finalmente concludere l’odissea della sua vita e siamo abituati a questi addii, siamo abituati a passare da una serie all’altra senza dimenticare niente e possiamo sempre ricominciare tutto da capo, se ci manca troppo… ah, il magico mondo di internet! Ma allora come fa una sitcom a distinguersi da un’altra, cosa la rende importante e piena di carattere? Sicuramente una parte molto importante la gioca non solo la trama, ma anche l’ambientazione e quella serie di particolari che fanno gioire per l’arguzia dei produttori! 

Bojack Horseman- serie targata Netlix

In molti casi, per esempio, per attirare l’attenzione del pubblico, troviamo citazioni ad opere d’arte, ma mai quante in Bojack Horseman. Mi spiego meglio: ci sono serie che sono dettate all’idea di opera d’arte, come per esempio White collar, dove il nostro protagonista è un falsario con i fiocchi, quindi riferimenti all’arte ci sono ogni due per tre, ma nella esilarante e riflessiva serie di cui vi voglio raccontare i richiami sono più sottili e ci vogliono raccontare, a mio avviso qualcosa di più. Difatti, molte volte tra le varie locations troviamo opere con chiari e diretti richiami a quadri del passato, facendoci intuire l’attenzione ai particolari, ma bando alle ciance: iniziamo il viaggio all’interno della serie e proviamo a dare un significato al motivo per cui così tanti capolavori appaiano.

Interno dell’Elefante, ristorante della serie
La nascita di Venere, Sandro Botticelli (1485/6)

Iniziamo dal ristorante italiano per eccellenza: Elefante.

Simpatici e stereotipati camerieri italiani lavorano nell’altrettanto stereotipato ristorante. Alle spalle del tavolo, che molto spesso viene inquadrato, vediamo un magnifico e inconfondibile dipinto: la  Nascita di Venere di Botticelli. Cambiata nelle sembianze, ma uguale nella composizione, una bellissima elefantessa nasce da una conchiglia e nella stessa posa della bella dea si fa accogliere nel mondo degli umani. Essa in questo caso dà risalto al luogo d’origine dei proprietari. Botticelli, mito indiscusso della storia dell’arte nostrana, è stato scelto tra i tanti, perché probabilmente la Nascita di Venere non rimane solo uno dei più importanti quadri della storia dell’arte italiana, ma anche uno dei più riconosciuti e riprodotti nel mondo ed è impossibile non associarlo alla grande arte del Bel Paese.

Quadro della casa di Bojack
Portrait of an Artist (Pool with Two Figures), David Hockney (1972)
Vista della casa di Bojack
Opera di Keith Haring

Seconda location: la casa di Bojack.

Vediamo il nostro protagonista continuamente immerso nell’arte e molte volte lui stesso diventa opera d’arte all’interno dei quadri. Passiamo da Haring a Kandinsky, da Matisse a David Hockney a tanti altri ancora e purtroppo per capire, dovrò fare un piccolo spoiler, ma spero mi perdonerete, anche perché si scopre anche solo guardando il trailer e leggendo la trama: Bojack è una star televisiva caduta in disgrazia e come ben immaginate in un periodo della sua vita i soldi non mancavano, così fece un po’ la vita che Bender di Futurama ha sempre sognato. In tutto questo, però, per delineare il suo status sociale ha anche fatto incetta di quadri, alcuni ereditati, alcuni (si presume di conseguenza) comprati e questo ci racconta già molto del protagonista. Non essendo uno sfegatato e pazzo collezionista, probabilmente come molti committenti prima di lui nel corso dei secoli, ha deciso di comprare capolavori per dimostrare quanto lui sia acculturato e soprattutto ricco, perché, sì, come sappiamo il mercato dell’arte è una giungla e solo i migliori offerenti possono aggiudicarsi i pezzi migliori. Nell’ipotetica idea, che io vi presento difatti, Bojack pur di dimostrare di essere arrivato e di potersi definire crème de la crème della società ha deciso di mettere in bella vista i suoi soldi, nascondendoli dietro pennellate e colori.

Studio
White center, Mark Rothko (1967)

Ultima location è l’ufficio dell’agente e poi manager di Bojack, Princess Carolyn.

Mentre soppesiamo la differenza tra i due lavori (il manager può produrre), possiamo ammirare dei Rothko piazzati lì, proprio alle spalle della nostra amata gatta rosa. Qui la storia, come per il fatto delle committenze, si ripete. L’arte non è solo fattore di distinzione sociale, ma anche rappresentazione del potere. Non solo ogni presidente viene immortalato in quadri o fotografato davanti ad importanti opere, ma fabbriche e aziende per dare lustro al loro prestigio aprono musei o ali di essi a loro nome. L’arte dà importanza e crea distacco e rispetto per chi può avere un’opera a casa o in ufficio, però delinea anche un capitalismo così chiamato illuminato. Questo cosa significa? Significa saper spendere i propri soldi anche in nome della bellezza e saper rallentare per ammirare la gioia che solo l’arte può dare senza dover sempre rincorrere mercati e azioni. 

Questi sono solo alcuni degli esempi, molti se ne possono fare. Era per riflettere e dare una visione diversa a chi dice: è soltanto una serie, è soltanto un film o è soltanto un cartone animato. È molto di più se ben fatto: è pura arguzia e intelligenza nascosto da una buona dose di capacità di comunicazione.

Fonti:

– L’arte contemporanea. Da Cezanne alle ultime tendenze, Barilli Renato (Feltrinelli 2014)

Spoerri: il cibo può diventare arte

Ciò che viene avanzato e lasciato sul piatto per Spoerri diviene il materiale perfetto per le sue opere. Le rimanenze e i rifiuti ottengono così una nuova vita, un nuovo ruolo in una società che prima li vedeva solo come mera spazzatura.

di Jessica Colaianni

Daniel Spoerri nasce in Romania nel 1930. Durante il periodo della seconda guerra mondiale, più precisamente nel 1942, il padre viene trucidato dai nazisti e Daniel, insieme al resto della famiglia, è costretta a fuggire e trovare rifugio in Svizzera, presso uno zio. A Zurigo inizia a studiare danza e conosce il primo artista di rilievo, Jean Tinguely, con cui instaura un rapporto di amicizia. Negli anni Cinquanta frequenta dei corsi di danza a Parigi e si avvicina al campo della poesia. Decide di trasferirsi definitivamente nella città francese nel 1959 ed è qui che entra in contatto con i più importanti nomi della scena artistica europea del momento, iniziando così a realizzare i suoi primi lavori artistici.

Il manifesto del Nouveau Réalism (1960)
Tableau-piége n.27 (1962)

Nel 1960 è firmatario del manifesto del Nouveau Réalisme, uno degli ultimi movimenti artistici che si dichiarano sotto un unico nome e che esprimono i caratteri della loro poetica attraverso un documento scritto e firmato dai suoi esponenti, pratica che si era diffusa nei primi anni del Novecento con le avanguardie storiche (Futurismo, Dadaismo, Surrealismo) e poi caduto in disuso negli anni ad avvenire. Sotto la guida del critico Pierre Restany, il movimento raccoglie a sé, oltre a Spoerri, altri nomi importanti come Arman, Yves Klein, Christo, César, Tinguely, e può in qualche modo essere considerato il corrispettivo francese del New Dada, cui i massimi esponenti erano Jasper Johns e Robert Rauschenberg, attivi negli stessi anni. Nonostante le varie differenze di stili tra i vari artisti, essi vengono accomunati da alcune caratteristiche che possiamo sintetizzare nella poetica dell’oggetto. Ispirati dal padre di tale ricerca artistica, Marcel Duchamp e i suoi ready-made (non a caso il movimento americano si chiama New Dada, proprio a richiamare il movimento avanguardistico associato a Duchamp), gli artisti di tale periodo operano in maniera differente ma tutti prevalentemente su oggetti d’uso comune. I nuovi realisti vanno, infatti, alla ricerca di prodotti industriali, di rifiuti che sono stati scartati dalla società di consumo di massa per ridare nuova vita a tali oggetti attraverso un riutilizzo e la trasformazione di essi in opera d’arte, non rappresentando la realtà attraverso altre forme ma presentandola semplicemente per quella che è. Vediamo dunque ad esempio le compressioni di César, gli accumuli di Arman, i packages di Christo.

Kichka’s Breakfast I (1960)
esposizione delle opere

Daniel Spoerri in tal senso inizia a creare degli assemblages che hanno come protagonisti principalmente gli scarti del cibo. Le sue opere possono essere considerate come dei veri e propri tableaux vivants che l’artista racchiude nello specifico sotto il nome di tableaux-pièges (Quadri-trappola) dove, su delle tavole di legno, vengono incollati vari oggetti quali ad esempio rimanenze di cibo, fazzoletti sporchi e mozziconi di sigaretta. A tal proposito l’artista dichiara: “Io non faccio che mettere un po’ di colla su degli oggetti; non mi permetto alcuna creatività” rimarcando la volontà poetica di prendere oggetti d’uso quotidiano e di presentarli così come sono senza apporre nessuna particolare modifica. Le opere legate al cibo possono essere inoltre racchiuse in una sorta di movimento a sé, denominato Eat Art.

Nel 1968 Spoerri apre a Dusseldorf un suo ristorante nel quale serve cibo preparato da lui stesso. Nel 1970 apre nei locali sovrastanti la Eat Art Gallery dove espone i suoi lavori realizzati attraverso gli oggetti e gli scarti lasciati dai clienti. Nello stesso anno si svolge l’anniversario del Nouveau Réalisme e per l’occasione, primo caso nella storia dei movimenti artistici, viene celebrato anche il suo funerale ufficiale. Nonostante i caratteri che legavano i vari artisti, ben presto ognuno si dedica al prosieguo della propria carriera individuale, staccandosi poco alla volta da quelli che erano i caratteri fondanti del movimento. Sarà Daniel Spoerri ovviamente a organizzare una grande Ultima Cena o Banchetto funebre dei Nouveaux Réalistes, offrendo a ciascuno dei membri del gruppo una specialità culinaria ispirata alle proprie opere.

Fonti:

– P. Restany, Manifeste des Nouveaux Réalistes, Éd. Dilecta, Parigi, 2007;

– F.  Alfano Miglietti, Per-corsi di arte contemporanea, Skira, Milano, 2011;

– R. Barilli, L’arte contemporanea. Da Cézanne alle ultime tendenze, Feltrinelli, Milano, 2005.

Non sono tutti peccatori

Abbiamo già visto come i Carracci si allontanino dalla Pittura di Genere tipica dell’epoca per raccontare il mondo popolare in modo più dignitoso. Oggi vi vogliamo raccontare un altro esempio della loro sensibilità nei confronti di quella classe povera da cui provenivano.

di Silvia Michelotto

Il rapporto tra i Carracci e gli altri pittori bolognesi fu sempre molto burrascoso e arduo. A ridosso della nascita della Accademia degli Incamminati, ovvero la loro bottega, e delle loro prime opere, i simpaticissimi bolognesi regalarono loro un sacco di carbone, ammonendoli per le loro opere tendenzialmente scure. In tutta risposta i tre consegnarono ad ogni bottega della biacca, un materiale utilizzato ampiamente dai manieristi per creare dei contrasti tra luce -ombra piuttosto forti.

Questi dispetti da bambini fanno sicuramente sorridere e rendono la storia dell’arte un po’ meno pesante: alla fine stiamo parlando di uomini che cercano di esprimere loro stessi, i loro sentimenti e pensieri, ma anche le lotte interne sono importanti per comprendere il loro linguaggio (visivo e non). E questa lotta, ovviamente, trovava il suo campo di battaglia sulle tele e sulle tavole, le armi erano disegni e colpi di pennello.

Questa volta lo scontro non è diretto, l’avversario non è bolognese e nemmeno emiliano o romagnolo, bensì è lombardo. Nuovamente a rappresentare il trio è Annibale che si scontra con un altro esponente del manierismo: Vicenzo Campi, di origine cremonese. Il tema, però, non sarà il lavoro, argomento di cui abbiamo già parlato, ma bensì il cibo o meglio i commensali.

Mangiatori di ricotta di V.Campi (1580)

I Manieristi amavano dare ai membri del popolo fattezze orride e terribili, maschere vergognose che, secondo l’antica legge della Kalokagathia, rendevano loro automaticamente peccatori e esseri ignobili e ignoranti, inconsapevoli di un’esistenza giusta e corretta. Al contempo elogiavano i loro committenti, colti e ricchi signori che facilmente avrebbero colto i riferimenti ai grandi geni (del loro recente passato): Michelangelo e Raffaello, con qualche occhiolino anche a Leonardo.

Campi fa parte della cerchia di manieristi che si dedicò a graziose opere religiose (come il San Matteo conservato alla chiesa di S.Antonio di Pavia) e a grottesche scene di genere, una tipologia di raffigurazioni provenienti dai Paesi del Nord e che, in Italia, avevano trovato nel rimpugnate la loro nuova forma. Infatti, se in Olanda queste erano un modo per esplorare la vita, peccaminosa o no, del popolo, nella nostra Penisola avevano preso la forma di piccole scene facenti il verso alla commedia dell’arte.

Tra le opere di Vicenzo di sicuro risalta I mangiatori di ricotta del 1580. Quattro figuri, tre uomini e una donna, circondano una ricotta bianchissima che due di loro stanno già assaggiando; ci osservano, per nulla intimoriti nell’essere colti in questo momento di golosità, anzi sembrano quasi invitarci a partecipare a questo festino peccaminoso. E non solo a quello…

La donna e l’uomo sulla sinistra della tela ci sorridono e ammiccano suggerendo che al termine della consumazione del povero alimento si potrà soddisfare un altro piacere, anche quello primordiale, anche quello peccaminoso, ma molto più carnale.  Lo rammentano l’abito scollato e provocante della dama, dalle guance fin troppo rosse (probabilmente vi è stato un amplesso anche primo della pausa ristoratrice) e dalle sembianze fin troppo simili a quelle di un fauno dell’uomo. 

A destra, invece, troviamo l’esemplificazione della gola. L’uomo in secondo piano ha la testa semirovesciata all’indietro, la bocca aperta in modo esagerato e si sta facendo scivolare dal cucchiaio la bianca materia, guardandoci in modo provocante (state pensando male, lo vedo!). Il suo compare, invece, rispetto ai suoi amici, si sta servendo da un enorme cucchiaio di legno, che ha già provveduto a riempire, nonostante la bocca sia ancora piena della bianca sostanza (suvvia, non siate così perversi!), che non si preoccupa di nascondere ai nostri occhi.

Questi figuri ci invogliano a provare disgusto di fronte alla loro sfrontatezza peccaminosa, a quel gioco tra lussuria e gola, sottolineato da quell’alimento troppo bianco, che sembra risaltare in modo troppo vivido.

Mangiafagioli di A.Carracci (1584-85)

Di tutt’altro genere e stile, ma soprattutto dignità, è invece il Mangiafagioli di Annibale Carracci. Anche lui è stato colto di sorpresa mentre sta consumando il suo povero pasto su una tavola coperta da una tovaglia bianca, su cui sono presenti altri alimenti: il pane, la caraffa e il bicchiere di vino, un cipollotto e un piatto di aringhe. Guarda il nuovo giunto, ovvero noi osservatori, attonito, dispiaciuto di essere colto in un momento così naturale, quotidiano, ma anche intimo. È interdetto su che cosa fare, rimane, allora, immobile, con la bocca socchiusa e il cucchiaio sollevato, da cui sta scivolando il condimento.

In realtà il disegno preparatorio non doveva rappresentare questa sospensione temporale volontaria del soggetto: l’idea originale era di mostrare un giovane intento a infilarsi il cucchiaio tra le labbra, mentre reggeva in mano la ciotola che conteneva la pietanza. Nonostante i lineamenti non mostrassero nessun elemento caricaturale, si sarebbe persa quella dignità che, invece, trasuda l’opera che oggi possiamo ammirare alla Galleria Colonna (Roma).

Carracci vuole mostrarci un semplice lavoratore che sta consumando il suo pranzo, godendosi l’attesa pausa e la bontà del suo convivio. Non ci sono doppi fini, non c’è volgarità o mal intenzione, è un uomo comune che dignitosamente sta trovando ristoro con i frutti del suo lavoro. Un grandissimo cambiamento all’interno di un’arte che, invece, voleva nella popolazione meno abbiente un nido di peccatori.

L’opera non fu eseguita molto tempo dopo quella di Campi, ci troviamo, infatti, tra il 1584-85. Non possiamo sapere se Carracci conoscesse l’opera del suo collega cremonese, ma di certo sappiamo che cercò, con il suo lavoro, di allontanare quella visione negativa del ceto più basso della società che gli artisti di quegli anni cercavano continuamente di  proporre.

Fonti:

– D.Benati, Carracci e il vero, Mondadori Electa, 2007;

– E.Negro, M.Pirondini, La scuola dei Carracci. I seguaci di Annibale e Agostino, Artioli, 1995;

– F.Paliaga, Vicenzo Campi. Scene del quotidiano, Skira, 2001 .

Il cibo non è arte

Gli chef sono i nuovi artisti e i loro piatti le nuove opere d’arte. Ma è giusto considerarli tali?

di Lorenzo Carapezzi

Il cibo non è arte. Mi è sempre stato difficile riuscire ad inserire nel mondo artistico l’elemento culinario. Non riesco a non vedere le persone stimate in quell’ambito, che sorridono con la promessa di un’esperienza sensoriale, come ingannatori morali nel tentativo di giustificare l’alto prezzo di qualcosa che è vitale all’uomo per la sua sopravvivenza fisica. Molti a questa accusa risponderebbero che non è per forza obbligatorio scegliere di pagare quel pranzo o quella cena in un mondo fatto di libera scelta individuale. A loro volta mi accuserebbero di non portare insieme alla mia lamentela alcuna critica che possa favorire un miglioramento. Ma se nel mio lamentare desiderassi la morte di quest’idea, quale miglioramento potrei portare? L’unico consiglio che darei sarebbe l’antidemocratica oppressione di un pensiero e ciò non è né saggio né giusto. Eppure non mi ritengo una di quelle persone critiche che per giustificare l’idiozia di un’opera urlerebbe a tutto il mondo “saprei farlo anche io!”, queste sono le parole più stupide che un uomo potrebbe fare parlando di arte, anche nel cercare di negarla. La mia è quindi una semplice lamentela, uno sfogo per così dire, con un fondo di logica.
Definire esattamente cosa l’arte sia è impresa eroica. Chi un giorno riuscirà a comprendere il suo vero significato e a trascriverlo avrà composto la più bella frase che l’uomo abbia mai concepito. La domanda giusta da porre quando cerchiamo di definire l’arte non è “che cos’è?”, ma “che cosa produce?“, creando immediatamente una cascata di parole, le prime che pensiamo: emozioni, sentimenti, ricordi, azioni incontrollate e molto altro. Una melodia ci provoca la pelle d’oca, una scena ci fa piangere, una foto ci fa innamorare. Se ci fermassimo a questa semplice spiegazione allora la gastronomia sarebbe l’Arte delle arti, attraverso la ricezione della papilla, l’elemento più sensibile del nostro corpo. Addirittura una mandorla diventerebbe una macchina del tempo capace di stimolare, attraverso l’odore e il sapore, la memoria di un anziano signore. Marcel Proust, però, nel suo romanzo Dalla parte di Swann, non individua nelle madeleines  alla mandorla l’oggetto artistico propenso a creare emozioni. Quel che manca a tutta questa storia perché giustifichi la madeleine come opera d’arte, e quindi il cibo come prodotto artistico, è una parola fondamentale dell’Arte:  intenzione. Dietro questa parola potente c’è un pensiero, un atto logico trasformato in materia attraverso l’arte. Le parole che Proust utilizza non sono mai casuali, non a caso egli definisce questo effetto della mandorla “memoria involontaria”. Lo stesso Proust non mangia le madeleine nel tentativo di ricordare, bensì il suo ricordo d’infanzia arriva senza avvisare, in un istante. Il cibo in quanto tale, dunque, non può essere arte: dietro l’atto quotidiano di mangiare non c’è pensiero, non c’è potenza creativa, non vi è nemmeno l’atto sacrale. Al posto di tutto questo c’è solamente il bisogno vitale di sopravvivere, niente di più.
Ora mi si potrebbe contestare, invece, che lo chef sia un artista, in quanto ricercatore del piacere della gola.Nondimeno trovo in questo gesto una violazione del sacro. Come detto sopra, il cibo e l’acqua sono elementi vitali per la nostra carne e per il nostro benessere mentale, essi dunque diventano sacri non solo ai nostri occhi, ma a quelli di tutti gli esseri viventi. Come può non essere blasfemo sfruttare queste materie per uno scopo artistico? Immaginiamoci un attimo se non fosse il cibo, bensì l’acqua lo strumento artistico di questi chef. Entriamo in un ristorante e ordiniamo l’acqua più buona e più salutare di questa Terra. Per quanto possa essere buona e possa presentare l’equilibrio perfetto tra i vari sali minerali, l’uomo, nel cento per cento dei casi, si ritroverà inorridito ed indignato a vedere un prezzo di due cifre per questa “esperienza sensoriale”. Con il cibo dovrebbe essere lo stesso. Gli elementi vitali sono troppo importanti per la nostra vita per essere utilizzati come strumento artistico. Per quanto io possa vedere l’arte come unico scopo della mia vita, non posso negare che cibo e acqua siano elementi sovra-artistici, ovvero quelli che sovrastano l’arte. Se mi trovassi da solo e dovessi scegliere tra cibo ed una fotografia sceglierei la prima, anche se fosse la fotografia più bella del mondo, quella che mi provocherebbe istantaneamente la sindrome di Stendhal, perché l’istinto di sopravvivenza prevale e schiaccia l’amore vitale per l’arte.
Diffidate dunque degli chef quando parlano di arte, elogiateli quando parlano di vita. C’è un tempo e un luogo per ogni azione. Nei cinema guardo un film, nei musei ammiro le bellezze pittoriche, nei teatri mi immedesimo negli attori…nei ristoranti si mangia e si parla tra la gente che si ama e quella sì che è un’arte, non fatta però dallo chef, ma da noi stessi.

La tenuta Nittardi: il perfetto incontro tra gusto e Bellezza

In Italia, tra le colline toscane, c’è una tenuta, che ha non solo molta storia alle spalle, ma da sempre l’Arte è stata protagonista in essa: stiamo parlando della Tenuta Nittardi, prima acquistata da Michelangelo Buonarroti, ora tenuta della famiglia Femfert, che tuttora la rende centro propulsore dell’arte contemporanea grazie alle sue iniziative.

di Jessica Caminiti

La famiglia Femfert
Léon Femfert

Jessica: Ho letto sul vostro sito, che questo binomio è nato dalla passione dei suoi genitori, fondatori di questa azienda. L’espressione artistica in questa maniera si duplica, poiché viene espressa esteticamente dall’etichetta, ma la ricercatezza del sapore, la pienezza del vino sono la seconda scoperta non appena dall’apprezzamento visivo, si passa a quello gustativo. Come è nata questa idea?

Léon: Nittardi è una tenuta storica, la casa padronale è del 12esimo secolo e all’epoca si chiamava Villa Nectar Dei. Nel Rinascimento, nel 1549, Michelangelo Buonarroti acquista la fattoria già conosciuta con il nome Nittardi dalla chiesa e incarica il suo nipote Lionardo Buonarroti di gestire la proprietà avviando la produzione vinicola. Nel 1981 sono arrivati i miei genitori, mio padre Peter è un gallerista d’arte tedesco, mia madre Stefania una storica veneziana. Si innamorano subito del luogo e della sua storia. L’idea del binomio vino/arte è nata in modo molto naturale un po’ per passione di famiglia un po’ per rendere omaggio a Michelangelo e per raccontare la storia così speciale dietro a questo luogo e vino. 

Mikis Theodorakis (2017)
Joe Tilson (2015)
Allen Jones (2016)

J: Gli artisti vengono invitati a fare due opere, una che sarà la carta seta che riveste la bottiglia, l’altra che invece sarà l’etichetta stessa del chianti classico. Come scegliete gli artisti?

L: Grazie ai contatti di Peter, che lavora da più di 40 anni come gallerista e mercante in un panorama d’arte internazionale, scegliamo gli artisti tra quelli che sentiamo più nostri. Chiaramente deve piacerci la loro opera ma è anche importante che ci sia un feeling di stima personale e che loro si appassionino al progetto Nittardi. Per fortuna le due cose molto spesso vanno di pari passo: con molti artisti c’è un legame di amicizia forte e una corrispondenza vivace di progetti legati alla nostra terra in varie sfaccettature. Molti artisti, alcuni dei quali ci hanno lasciato hanno lasciato le loro opere e le loro idee sono ancora ben presenti a Nittardi, erano antesignani ecologici, ai tempi in cui nessuno ne parlava, e propulsori di concetti di bellezza inseriti nel territorio agrario. Alcuni degli artisti più interessanti con cui abbiamo collaborato in questi 35 anni ricordo Hundertwasser, Corneille, Igor Mitoraj, Yoko Ono, Mimmo Paladino, Gunter Grass, Pierre Alechinsky, Dario Fo, K.O. Götz, Allen Jones e Mikis Theodorakis, il 95enne musicista e intellettuale greco, autore dell’ultima etichetta annata 2017. 

J: Lasciate piena libertà agli artisti o date delle direttive? In particolare per loro non credo sia possibile assaggiare il vino imbottigliato che andranno a “completare”, avete modo di aiutarli nella loro creazione artistica proponendo altre vostre specialità vinicole? 

L: Gli artisti di regola vengono a Nittardi prima di creare le due opere e trascorrono un po’ di tempo qui, vivono Nittardi, il nostro territorio così speciale, la nostra gente, si immergono nei nostri tempi di vita e di lavoro, assaggiano i vini incluso anche la loro annata ancora in botte, e sicuramente ognuno con la propria identità pittorica trae ispirazione dalla nostra zona – il Chianti – come si può vedere in molte etichette. Però noi non diamo delle direttive concrete. Lasciamo libertà agli artisti, non diciamo all’artista l’annata è stata particolarmente piovosa facci delle opere buie oppure è stata una stagione calda e bella vogliamo delle opere solari. Mi sembrerebbe limitante e non rappresenta lo spirito del nostro progetto. L’artista è sempre libero di esperimersi, con ogni tecnica, con ogni idea, con collage, testi poetici, pentagrammi musicali, l’unica direttiva che diamo è quella delle misure e del formato. 

Alcune delle etichette di Nittardi

J: Sono cresciuta in una regione dove il vino non manca, in Friuli, e ricordo la ricercatezza di alcune etichette in particolare quando si parla di vini della zona, come per esempio il Ramandolo, vino prodotto esclusivamente nel mio paese. Vista e gusto si compensano e compenetrano, sia il palato, che il nostro sguardo hanno soddisfazione osservando e assaggiando le vostre bottiglie. Sono rimasta affascinata dal vostro progetto perché la bellezza sta proprio nella diversità: ogni anno il sapore e l’opera cambiano diventando quasi una nuova storia da raccontare. La bottiglia racchiude non solo la nostra situazione artistica, ma racconta anche il territorio e l’anno stesso, specchio della nostra situazione attuale. È una lettura corretta? 

L: Domanda difficile, provo a riallacciarmi a quello che stavo dicendo prima: l’etichetta dovrebbe essere sempre in sintonia con il contenuto della bottiglia. Ogni annata è peraltro diversa, come sono diverse le condizioni climatiche, gli umori e le persone che hanno lavorato, le situazioni anche sociali e ambientali, e dunque c’è una varietà di aromi, profumi e anche di contributi artistici sempre diversi. La produzione delle nostre bottiglie artistiche è impegnativa, molto limitata ma risponde alla nostra volontà di declinare la triade lavoro, territorio e bellezza in unico messaggio: quello in bottiglia.

Vista della tenuta
La tenuta

J: Oltre a questa iniziativa, avete anche una bellissima tenuta che fu proprietà di Michelangelo e l’avete impreziosita con delle sculture sistemate nel vostro giardino. È visitabile per chi viene nella vostra tenuta? È sempre un’idea iniziata da suo padre?

L: Sia la nostra cantina che il nostro giardino delle sculture con 45 opere sono visitabili su prenotazione. Il bello della nostra zona è anche la natura incontaminata visto che siamo circondati da centinaia di ettari di bosco che permettono anche bellissime passeggiate. 

J: Purtroppo le opere dovevano essere esposte questo mese a Milano alla Galleria Spirale, avete trovato un modo alternativo creando una mostra online oppure verrà tutto rimandato?

L: Si, la mostra con 70 opere è stata rimandata all’autunno, mentre online stiamo caricando sul nostro sito e sui nostri canali social video e live che raccontano la vita che continua a Nittardi, stagione dopo stagione, perché la natura non si ferma mai! 

J: Grazie mille della disponibilità e di averci fatto scoprire la vostra tenuta e questa preziosa realtà. Per i più curiosi, vi lasciamo il link con cui potete accedere alla tenuta e fare un giro inebriante tra vino e natura: http://www.nittardi.com

Il vero amore di Araki

Araki indagò la depravazione e la sessualità della sua terra natia attraverso la fotografia, ma di sicuro i suoi lavori più autentici e significativi riguardano, senza ombra di dubbio, quelli del suo grande amore: la moglie.

di Jessica Colaianni

Nobuyoshi Araki è un fotografo giapponese che, a partire dagli anni Ottanta, ha dominato lo scenario artistico internazionale. È conosciuto in particolar modo grazie alla sua opera più famosa, Tokyo Lucky Hole, una raccolta di fotografie realizzate tra il 1983 e il 1985 nei locali di prostituzione del quartiere di Tokyo, Shinjuku, dove “mette in pubblico un lungo e sincero diario delle proprie pulsioni erotiche e dei propri comportamenti sessuali”. La novità nel lavoro di Araki sta nel partecipare direttamente alla scena, comparendo in alcuni casi egli stesso negli scatti, instaurando così un rapporto con le protagoniste e facendo assumere quindi alle immagini un carattere familiare e diaristico. Araki, infatti, è consapevole delle capacità che la fotografia ha di stimolare la memoria e di rappresentare, nel momento stesso dello scatto, già un evento passato e in qualche modo, morto. Le tematiche trattate e lo stile basso espresso, accostano questo autore a Nan Goldin (di cui vi abbiamo parlato in un articolo tempo fa), con la quale peraltro collabora nel 1994, realizzando la serie Tokyo Love, dove i due esplorano, attraverso immagini di giovani ragazzi, le ansie, le gioie e la sessualità adolescenziale. Vita, sesso, morte. Queste sono le tematiche che ricorrono in ogni scatto dell’artista, mettendo in risalto quella continua lotta tra eros, ovvero la pulsione alla vita, e thanatos, pulsione di morte, che la fotografia riesce, con la sua crudezza, ad esprimere nelle massime potenzialità.

Proprio Araki ci parla di questa dualità, scaturita per la prima volta in occasione della morte della madre, dove sentì per la prima volta “il desiderio di vita che, in seguito a un lutto, sembra crescere in noi attraverso il sesso”. Massima espressione di queste peculiarità sono le serie di fotografie più intime e toccanti realizzate da Araki con protagonista la moglie Yoko, le quale risultano una vera e propria dichiarazione d’amore che accompagna il tempo trascorso insieme. La documentazione della loro storia comincia nel 1971, anno del matrimonio. In Sentimental Journey, vediamo Yoko durante la luna di miele mentre guarda fuori dal finestrino appoggiata al bracciolo del divano, con la giacca pronta ad uscire o mentre dorme dentro a una canoa.

Serie Sentimental Journey (1971-1990)
Serie Sentimental Journey (1971-1990)

Il diario fotografico della compagna di vita di Araki dura fino al 1990, anno in cui Yoko, al seguito della diagnosi di un tumore, muore. Nel 1991, il fotografo pubblica la serie Winter Journey, che racchiude in foto l’ultimo anno di vita trascorso insieme all’amata. È importante notare come in questi scatti sia presente, in basso a destra, la data digitalizzata, la quale sembra, senza pietà, scandire l’inesorabile trascorrere del tempo, contribuendo allo stesso tempo a rendere maggiormente efficace l’effetto diaristico dell’opera. Araki decide di fotografare la moglie defunta dentro la bara, in un primo piano abbastanza ravvicinato il quale rende, anche attraverso l’uso del flash, sorprendentemente bianco e luminoso il volto di Yoko che, tramite la bocca e gli occhi estremamente serrati, ci fa capire che non si sveglierà mai più. Di effetto sono anche i dettagli delle maniche nere in contrasto al viso che toccano la bara sommersa dai fiori e dalla foto di Chiro, il gatto tanto amato dalla donna. Araki stesso ci parla di questo momento così delicato della sua vita affermando che non documentare anche la morte della donna sarebbe stata come una dichiarazione d’amore incompleta alla compagna di vita e un modo meno intenso di affrontare il dolore per la perdita. 

Serie Winter journey (1990-91)
Serie Winter Journey (1990-91)

Dopo questo tragico evento, Araki si butterà a capofitto nel suo lavoro realizzando tantissimi altri progetti, tra cui la serie intitolata Life By Leica, dove troviamo soggetti sorridenti e, come li definisce Araki in persona, perfettamente “umani”. Questo cambiamento è dovuto proprio alla conseguente scomparsa della moglie, infatti in un’intervista dichiara: “Con la sua morte è scomparso l’amore più vicino a me. Da questa esperienza io sono ripartito verso la vita. Oggi c’è voglia di mostrare la gioia di vivere”. I lavori di Araki mettono in luce degli esempi in cui scattare fotografie funge in questi casi da mediazione tra la vita e la morte, trasformando l’evento negativo e l’immagine di morte in un qualcosa che spinge verso una nuova gioia di vivere, agendo “come esito catartico di tante avventure e drammi veri o simulati” cui, attraverso la fotografia, l’artista “ha fissato ed esorcizzato, dalla sofferenza, dalla malinconia, dai malesseri esistenziali e dagli inferni urbani, nel generale superamento verso il consapevole rinnovarsi dell’impulso vivente”.

Fonti:

– C. Marra, Fotografia e pittura nel Novecento (e oltre), Milano, Bruno Mondadori, 2012;

– Fuyumi Namioka, Nobuyoshi Araki, Tre viaggi sentimentali, dal catalogo della mostra Araki, Love and Death del Museo d’Arte di Lugano, 2016, http://www.adhikara.com/araki/biography.htm;

– Araki Nobuyoshi, Self, life and death, a cura di Akiko Miki, Yoshiko, Isshiki e Tomoko Sato, Londra, New York, Phaidon, 2005;

Araki Nobuyoshi, Viaggio Sentimentale, stampato per il Museo Pecci di Prato da Bandecchi&Vivaldi per conto de Gli Ori, Pontedera 2000.

L’amore e la violenza: un eterno incontro nello scontro

Ah, l’amore, questo sentimento così semplice eppure così complesso, impossibile da descrivere in poche righe e altrettanto impossibile da dipingere, tanto da rendere gli artisti frenetici alla ricerca di una risposta, che probabilmente non c’è.

di Jessica Caminiti

Due artisti contemporanei ed entrambi parte del Secessionismo viennese sono Oskar Kokoschka ed Egon Schiele. Essi, purtroppo messi in ombra dal grande Gustav Klimt, ci hanno lasciato molto, certo qualcosa di meno dorato ed edulcorato come invece il maestro dell’oro ci ha donato, ma graffi, rossori, disperazione e perdizione.

Descrivere l’amore attraverso loro due è impresa ardua, non tanto perché non lo conoscano, ma perché la loro visione così poco comune porta ad immergersi in una realtà diversa, alle volte dolorosa, cupa e negativa dell’eterno sentimento. Entrambi nei loro quadri più famosi, La sposa del vento per Kokoscha e L’abbraccio per Schiele, parlano di un amore carnale, violento fisicamente e sentimentalmente, impossibile da paragonare da un punto di vista stilistico, ma la sofferenza presente nell’estasi non può che essere un elemento di vicinanza.

Oskar Kokoschka (1886 – 1980)
Egon Schiele (1890 – 1918)

Kokoschka, scrittore e pittore, prende ispirazione da grandi maestri passati: dall’art nouveau a Van Gogh passando per El Greco e l’arte tedesca del XVI secolo. Nel 1912 una storia intensa e travagliata, durata solo 3 anni, con la vedova del compositore Mahler portò alla realizzazione di uno dei quadri, a mio avviso, più emozionali di quel periodo artistico. Un amore difficile, non ancora compreso dagli storici, ci accompagna alla scoperta di questa tela dai toni cupi, apocalittici come se il piacere e la sofferenza fossero collegate senza possibilità di redenzione. Vediamo una donna e un uomo con pelli lacerate, cullati dolcemente su una barca, che sembra isolata dal mondo e allo stesso tempo sembra inesorabilmente trasportata in un vortice. Le lenzuola, come nuvole, abbracciano i due amanti immersi in una tempesta, che sembra raccontare non il mondo esterno, ma lo sconvolgimento emotivo a cui il nostro pittore ogni volta deve rendere conto. Lui stesso racconta:

“Il grande quadro che mostra me e la mia donna tanto amata su un relitto nello spazio era finito (…) I miei colori non avevano mentito. La mia mano aveva salvato dal tempestoso naufragio del mio mondo ancora un abbraccio”

La sposa del vento, O. Kokoschka (1913/14)

La tenerezza cela un torbido sentimento, un amore malato, tanto che gli storici si trovano a pensare ad un delitto; mentre i più ottimisti vedono una dolce donna con gli occhi chiusi appoggiata e sicura tra le braccia dell’uomo che ama, i più pessimisti d’altro canto vedono un immaginario omicidio di lei. Questa relazione dal doppio volto mostra carni livide e lacerate, che portano a pensare quanto questa dipendenza morbosa, questo amore fallace in ogni caso abbia fatto male ad entrambi usciti sconfitti dal vortice di passione e dolore, che continua a renderli carnefici, ma allo stesso tempo vittime uno dell’altro.

L’isolamento dal mondo e le pelli lacerate sono centro fondamentale anche de L’abbraccio di Schiele, quadro del 1917, maestro di ritratti e autoritratti; tratti nervosi molte volte portano a mostrare corpi deformati, tormentati e spesso immortalati in atteggiamenti erotici spinti, che gli costarono l’arresto nel 1912 per diffusione di immagini immorali. I corpi sono spesso ritratti nudi e mostrano la sofferenza, la passione arrivando a trattare temi tabù come la masturbazione o l’amore lesbico, ma quello che non manca mai è l’attenzione per i dettagli e per l’anatomia umana, la quale quasi ossessiona l’artista stesso. Nel quadro troviamo lui, che quasi si getta a capofitto su Vally una modella, che fu sua amante, finché non decise di sposare sua moglie Edith. Vediamo un abbraccio, ma un abbraccio che è quasi una morsa, anche qui amore e odio si mescolano, non trovando il limite tra uno e l’altro. Il sesso diventa una guerra, una lotta di piacere e dolore provocato da morsi e graffi, che lasciano lividi sulla pelle diafana di entrambi. Questa passione, che si è scatenata in un campo spoglio senza nessun riferimento è anche qui contenuta, divisa dal mondo esterno, grazie al lenzuolo bianco che divide i due amanti dall’esterno, che non è più cassa di risonanza dei loro sentimenti, anzi sembra quasi non esistere, perché le emozioni dei due amanti non si manifestano nel mondo, ma sui loro corpi.

L’abbraccio, E. Schiele (1917)

Questi due quadri così differenti, ma allo stesso così simili quindi hanno in comune la dolcezza, la violenza, la stranezza dell’amore, purtroppo in entrambi i casi non concluso con un lieto fine. Quello che deve stupirci, non sono le vicende personali, ma quanto questo momento prolifico da un punto di vista scientifico, si manifesti così prepotentemente nel mondo artistico. Siamo negli anni in cui Freud inizia a teorizzare il mondo della psicanalisi e sempre di più gli artisti iniziano a studiare le loro emozioni, ad esternarle per avere delle risposte visive al dolore, alla gioia, alle pulsioni, ai timori che ogni persona può avere. Questi quadri così sofferenti sono uno specchio di ciò che si cercava di teorizzare, parlano di un amore, che in arte, non era ancora stato sdoganato.

Fonti:

L’arte contemporanea. Da Cezanne alle ultime tendenze, R. Barilli, Feltrinelli 2005

L’ultimo bacio, mia dolce bambina

Il Bacio di Hayez è probabilmente uno dei baci più famosi della storia dell’arte, ma cosa si nascose dietro a quell’abito di seta azzurro e a quel cappello?

di Silvia Michelotto

Esistono migliaia di baci diversi. Alla francese, alla spagnola, d’aria, del buongiorno, della buonanotte, sulla fronte, sulla guancia…ed esiste, purtroppo, anche l’ultimo. 

Raramente si sa il momento preciso in cui ci sarà quell’ultimo contatto, ma quando poi arriva la consapevolezza che non ci sarà nient’altro dopo – secondi, minuti, ore, giorni dopo- essa sarà sempre accompagnata dalla sensazione di smarrimento, di nostalgia e da quel desiderio di tornare indietro e bloccare quell’attimo per poterlo vivere in eterno. L’arte lo può fare: può rendere senza tempo un atto così ‘banale’, può congelare quelle emozioni e tenerle lì, su una tela per sempre.

Di baci resi immortali ne è piena la storia dell’arte, ma immagino che tutti voi, nel momento stesso in cui ho detto (o meglio scritto) bacio avete pensato a Francesco Hayez e al suo capolavoro. Intanto, sfatiamo un mito: mi duole dirvelo ma l’opera non si chiama semplicemente Il bacio, come ci hanno insegnato, bensì Il bacio. Episodio della giovinezza. Costumi del secolo XIV.

Il bacio di F. Hayez (1867) (IV versione)
Dettaglio de Il bacio di F. Hayez (1861) (II versione; presentata per la prima volta all’Esposizione universale di Parigi del 1867)

Forse più nota è la presenza di diverse versioni del medesimo soggetto: oltre alla famosissima versione del Brera, vi è quella, altrettanto nota, dove la dama indossa un vestito bianco (quasi a voler vestire i panni di una giovane sposa), per poi esservi quella ovaidale, regalata dall’artista alla sorella dell’amante, e poi quella dove a cambiare è il mantello del giovane, che diviene di un bellissimo verde, oltre ad essere presente un drappo sulle scale.

Il soggetto fu così tanto sfruttato dall’artista grazie alle forti valenze simboliche che nascondeva. Infatti, Hayez era considerato il maestro dell’arte risorgimentale (parole del signor Mazzini in persona, mica bruscolini!) e questo bacio doveva raffigurare l’amore per la Patria che stava investendo i giovani italiani in quegli anni, pronti a sacrificare la propria vita per Lei: un rapporto amoroso messo in pericolo da una realtà oscura (rappresentata dalla figura in ombra a sinistra), che, invece, voleva l’Italia divisa. E già, questa lettura, toglie tutto il romanticismo della scena…

Come ormai saprete sono di indole romantica (arcobaleni, cuori e unicorni per tutti!) e quindi per una volta non andiamo a cercare i significati nascosti, non andiamo oltre a quello che vediamo, rimaniamo su quell’ultimo bacio. Siamo poetici, per quanto ce ne concerne una sterile analisi del quadro.

Siamo in un periodo storico impossibile da determinare, gli abiti ci ricordano un tempo distante, eppure lo sfondo, fin troppo neutro, non ci può aiutare a capire se siamo di fronte a una giovane coppia medievale, rinascimentale o dei tempi nostri, conciata in quel modo perché invitata a una festa in maschera (o uscita da qualche fiera di cosplay, perché no?). Ma lo sfondo non ha importanza, e ce lo suggerisce lo stesso artista: il nostro occhio deve essere concentrato su loro due, su quell’ultimo gesto. Le linee diagonali dei gradini si congiungono, immaginariamente, proprio sul fianco destro dell’uomo, in questo modo il nostro sguardo non può fare nient’altro che capitolare su di loro ogni volta. Proviamo a guardare il marmo delle pareti e di nuovo torniamo a osservarli, guardiamo il pavimento e di nuovo guardiamo il loro bacio… Siamo i loro voyeurs!

Sistema prospettico
Dettaglio de Il bacio di F. Hayez (1859) (I versione; conservata alla Pinacoteca di Brera)

Eppure, anche senza quelle diagonali, rimaniamo intrappolati a osservare quel gesto passionale. La giovane dama si aggrappa alle spalle del suo amato, in un abito di seta azzurra che ricorda i colori del lussuoso e strabiliante Rinascimento veneto, lui, con un mantello pesante e il capello che ci cela la sua identità, tiene il volto di lei con fermezza, ma allo stesso tempo con un’incredibile dolcezza. Il piede è già sul primo scalino, pronto ad incamminarsi verso casa, ma si concede quell’ultimo momento.

Sembrerebbe la fine di una serata normalissima, se non fosse per quella figura che si cela nell’ombra di cui vi abbiamo già accennato. Proprio con la sua presenza, che cogliamo appena, tutto cambia: lui sta accarezzando il volto di lei per tranquillizzarla, per potersi beare di altro contatto con la sua pelle, con la donna che ama, mentre lei lo sta trattenendo per timore di perderlo, di vederlo ingoiato per sempre in un pericolo di cui è ben conscia, ma sa che non rimarrà. Non ascolterà la sua preghiera e lui fuggirà, lasciandola sola.

Loro lo sanno che è il loro ultimo bacio e il pittore l’ha congelato per sempre, rimarranno per l’eternità insieme, giovani e innamorati, senza vivere il dolore della perdita, senza vedere il proprio decadimento o i loro sogni infranti. Saranno per sempre due amanti al sorgere del sole che si amano per l’ultima volta. E forse non importa così tanto se siano semplicemente un uomo o una donna oppure il patriota e la sua Nazione, poco importa che ci sia qualcosa di più sotto a quell’abito o a quel mantello, di certo, ci troviamo di fronte a un amore che travalicherà i tempi e che ci fa sognare.

Fonti:

– F. Mazzocca, Hayez, Giunti Editore, 2019; F. Mazzocca, Hayez, dal mito al bacio. Catalogo della mostra (settembre 1998-gennaio 1999) , Marsilio, 1998.