Oggi parliamo di una delle fotografe più famose dello scenario artistico degli anni Ottanta e attualmente ancora in attività, Nan Goldin, artista statunitense, è diventata nota presso il grande pubblico per i suoi scatti intimi ed emozionali, rappresentanti una sorta di diario della sua vita.
Un’esperienza traumatica durante l’infanzia, ovvero il suicidio della sorella Barbara, è il fattore che avvicina alla fotografia la Goldin, la quale, da quel momento, immortala ogni momento della sua vita e di quella dei suoi amici in un tentativo quasi disperato di mantenere il controllo sullo scorrere inevitabile del tempo. Nella sua opera più famosa, The Ballad of Sexual Dependency, Nan dichiara il suo dispiacere nel non avere abbastanza foto della sorella, con una conseguente difficoltà nel ricordarla davvero per come era e non per come la immaginava. Al fine di non ripetere questo errore, comincia a fare fotografie perché, come lei stessa afferma: “Non voglio nuovamente perdere la vera memoria di nessuno”.
Non potendo sopportare il dolore della perdita e l’indifferenza dei genitori, da adolescente scappa da casa e va prima a Boston e poi a New York. In queste città, Goldin incomincia a sviluppare un suo linguaggio fotografico personale, scattando immagini delle persone che le stanno intorno, componendo un reportage generazionale dello stile di vita underground tipico di quegli anni. Una caratteristica importante del suo lavoro è che la fotografa diventa anch’essa protagonista dei suoi ritratti partecipando, direttamente o indirettamente, al racconto immortalato dalla macchina, che in questo caso agisce come estensione corporale dell’artista. Per Nan Goldin “fare una fotografia è un modo di toccare qualcuno, è una carezza, è accettazione”.

Tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta l’avvento dell’AIDS sconvolge la vita di dell’artista e quella dei suoi amici, i quali sono costretti a fare i conti con le conseguenze di una vita sregolata e piena di eccessi. L’artista resta accanto a loro durante tutto il percorso della malattia documentando ogni passaggio fino agli ultimi istanti di vita. Tra le serie più emozionanti e commoventi che l’hanno resa celebre a livello internazionale è il portfolio dedicato all’amica Cookie Mueller, la quale muore a pochi mesi di distanza dal marito Vittorio e la serie di fotografie dedicate all’amico, nonché profondo sostenitore della sua arte, Gilles, dal momento in cui scopre di essere malato fino alla morte, la quale avviene nel 1992. In queste immagini drammatiche si riesce a percepire il dolore e la tragicità del momento. Per esempio, in uno degli scatti di Nan, vediamo il braccio di Gilles ormai esanime raffigurato in una composizione austera ma allo stesso tempo dignitosa, la quale esprime con forza una sorta di memento mori che richiama, per certi versi, i quadri classici.

Attraverso queste fotografie abbiamo uno spaccato di una generazione che è stata percossa da un evento drammatico, documentato in questo caso con una tale partecipazione che non ci può lasciare indifferenti. Queste immagini sono importanti perché agiscono come documentazione di un avvenimento che ha toccato profondamente le vite di molti artisti e non solo, collocando in tal modo Nan Goldin tra quegli artisti che hanno fatto della denuncia sociale la propria ricerca. Anche se per Nan la cosa più importante resta “fotografare, e poi ancora fotografare, sempre di più, con l’ansia di fermare ciò che altrimenti scomparirebbe, o verrebbe dimenticato”. Gli scatti di Nan sono quasi rubati, spesso imprecisi e non completamente messi a fuoco, appartengono a uno stile da “album di famiglia”, rappresentano un tipo di far fotografia che influenza molti fotografi delle generazioni successive. Un’altra particolarità di questa artista è il creare dei video montando le immagini con un sottofondo musicale, creando così un allestimento emozionale e che coinvolge nell’intimo lo spettatore osservante.
L’artista è tuttora attiva nella realizzazione di performance e call action volte a sensibilizzare il grande pubblico su temi delicati come appunto l’AIDS o la dipendenza da oppiacei, e lo fa attraverso le sue fotografie e i canali social di Facebook e Instagram.
Nan Goldin è la dimostrazione che l’arte non è soltanto bellezza e gioia, ma è anche espressione di difficoltà, sofferenza. L’arte, più semplicemente, è vita.





