La realtà di Nan Goldin

Oggi parliamo di una delle fotografe più famose dello scenario artistico degli anni Ottanta e attualmente ancora in attività, Nan Goldin, artista statunitense, è diventata nota presso il grande pubblico per i suoi scatti intimi ed emozionali, rappresentanti una sorta di diario della sua vita.

di Jessica Colaianni

Un’esperienza traumatica durante l’infanzia, ovvero il suicidio della sorella Barbara, è il fattore che avvicina alla fotografia la Goldin, la quale, da quel momento, immortala ogni momento della sua vita e di quella dei suoi amici in un tentativo quasi disperato di mantenere il controllo sullo scorrere inevitabile del tempo. Nella sua opera più famosa, The Ballad of Sexual Dependency, Nan dichiara il suo dispiacere nel non avere abbastanza foto della sorella, con una conseguente difficoltà nel ricordarla davvero per come era e non per come la immaginava. Al fine di non ripetere questo errore, comincia a fare fotografie perché, come lei stessa afferma: “Non voglio nuovamente perdere la vera memoria di nessuno”.

Non potendo sopportare il dolore della perdita e l’indifferenza dei genitori, da adolescente scappa da casa e va prima a Boston e poi a New York. In queste città, Goldin incomincia a sviluppare un suo linguaggio fotografico personale, scattando immagini delle persone che le stanno intorno, componendo un reportage generazionale dello stile di vita underground tipico di quegli anni. Una caratteristica importante del suo lavoro è che la fotografa diventa anch’essa protagonista dei suoi ritratti partecipando, direttamente o indirettamente, al racconto immortalato dalla macchina, che in questo caso agisce come estensione corporale dell’artista. Per Nan Goldin “fare una fotografia è un modo di toccare qualcuno, è una carezza, è accettazione”.

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Tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta l’avvento dell’AIDS sconvolge la vita di dell’artista e quella dei suoi amici, i quali sono costretti a fare i conti con le conseguenze di una vita sregolata e piena di eccessi. L’artista resta accanto a loro durante tutto il percorso della malattia documentando ogni passaggio fino agli ultimi istanti di vita. Tra le serie più emozionanti e commoventi che l’hanno resa celebre a livello internazionale è il portfolio dedicato all’amica Cookie Mueller, la quale muore a pochi mesi di distanza dal marito Vittorio e la serie di fotografie dedicate all’amico, nonché profondo sostenitore della sua arte, Gilles, dal momento in cui scopre di essere malato fino alla morte, la quale avviene nel 1992. In queste immagini drammatiche si riesce a percepire il dolore e la tragicità del momento. Per esempio, in uno degli scatti di Nan, vediamo il braccio di Gilles ormai esanime raffigurato in una composizione austera ma allo stesso tempo dignitosa, la quale esprime con forza una sorta di memento mori che richiama, per certi versi, i quadri classici.

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Attraverso queste fotografie abbiamo uno spaccato di una generazione che è stata percossa da un evento drammatico, documentato in questo caso con una tale partecipazione che non ci può lasciare indifferenti. Queste immagini sono importanti perché agiscono come documentazione di un avvenimento che ha toccato profondamente le vite di molti artisti e non solo, collocando in tal modo Nan Goldin tra quegli artisti che hanno fatto della denuncia sociale la propria ricerca. Anche se per Nan la cosa più importante resta “fotografare, e poi ancora fotografare, sempre di più, con l’ansia di fermare ciò che altrimenti scomparirebbe, o verrebbe dimenticato”. Gli scatti di Nan sono quasi rubati, spesso imprecisi e non completamente messi a fuoco, appartengono a uno stile da “album di famiglia”, rappresentano un tipo di far fotografia che influenza molti fotografi delle generazioni successive. Un’altra particolarità di questa artista è il creare dei video montando le immagini con un sottofondo musicale, creando così un allestimento emozionale e che coinvolge nell’intimo lo spettatore osservante.

L’artista è tuttora attiva nella realizzazione di performance e call action volte a sensibilizzare il grande pubblico su temi delicati come appunto l’AIDS o la dipendenza da oppiacei, e lo fa attraverso le sue fotografie e i canali social di Facebook e Instagram. 

Nan Goldin è la dimostrazione che l’arte non è soltanto bellezza e gioia, ma è anche espressione di difficoltà, sofferenza. L’arte, più semplicemente, è vita. 

L’architettura che conviene

In questi ultimi anni c’è stato un vero e proprio bombardamento mediatico riguardo la necessità di cominciare ad avere uno stile di vita più sostenibile, mirato al risparmio energetico e alla riduzione dell’inquinamento. Tutti noi possiamo impegnarci a salvare il nostro pianeta (anche perché abbiamo solo questo, quindi ci conviene trattarlo piuttosto bene) però l’urbanizzazione è una macchina che fa veramente fatica a rallentare! 

di Silvia Michelotto

Gli edifici sembrano aumentare alla stessa velocità dei funghi e sempre meno terreno riesce a rimanere vergine al tocco dell’uomo, eppure ci sono due architetti che hanno fatto dell’edificio a costo e impatto zero il loro mestiere. Si tratta di Anne Lacaton e Jean-Philippe Vassal che, nel 1987, fondarono l’omonimo studio a Parigi; entrambi diplomati alla scuola d’architettura di Bordeaux hanno seguito due strade completamente diverse per poi riunirsi e confrontarsi su quello che l’esperienza sul campo aveva insegnato loro. Fu l’esperienza di Vassal a vincere a mani basse e che, quindi, contribuì maggiormente allo sviluppo della poetica dello studio: fuggito, letteralmente, in Africa per evitare la leva obbligatorio cominciò a lavorare come urbanista, permettendogli di accrescere le sue esperienze nel mondo architettonico. Ovviamente era un lavoro piuttosto complesso: il clima, il modo di costruire, di percepire l’edificio, le necessità…insomma: tutto era diverso! 

Il nostro amico neo-architetto doveva trovare un modo per superare quei limiti mentali che lo bloccavano, così iniziò a farsi raccontare il territorio dai suoi abitanti, cercando di cogliere quelle particolarità che rendevano quei luoghi speciali, scoprendo lentamente un nuovo e straordinario rapporto tra spazio e uomo, fatto, alcune volte, da soli pochi elementi costruttivi. I suoi lavori cominciarono così ad essere semplici nelle forme ed economici, attenti alla storia e alla cultura della città in cui s’inserivano.

Da questa esperienza svilupparono l’essenza le fondamenta di quel linguaggio che li caratterizza tuttora: libertà, piacere, comfort, flessibilità, economia e originalità. Insomma, qualcosa di molto vicino al cosiddetto mondo naïf!

La maggior parte dei loro progetti cerca di risolvere il progressivo aumento di luoghi abbandonati, dismessi, che degradano la città, regalando loro una nuova identità, attraverso il concetto di riutilizzo. Lo spazio edilizio viene esaltato dal loro intervento, proponendo, molto spesso, interventi minimal, che alcune volte coincidono unicamente con l’abbattimento di alcuni muri interni, riuscendo, con dei costi veramente minimi, a duplicare lo spazio. 

Il loro lavoro si basa su un’idea di sostenibilità estranea al mondo occidentale, bensì si concentra sulla concezione presente nei Paesi in via di sviluppo la quale si fonda sulla semplicità, sull’usare ciò che si trova, ottenendo il massimo, scendendo a patti anche con il clima. 

In questo caso, perché demolire se c’è già qualcosa di costruito? Perché non riciclare quello che già sia ha?

Ed è esattamente quello che i due fanno! Per esempio affiancati da alcuni botanici sono riusciti a creare dei giardini invernali (una specie di intercapedine che può fungere anche da parete in cui vengono inserite delle piante), che vanno a creare un impianto di riscaldamento completamente autonomo e naturale! Logicamente le piante non bastano e in loro aiuto arrivano anche enormi finestre che, strategicamente posizionate, illuminano l’edificio ma riscaldano ulteriormente l’aria. Greta Thunberg sarebbe orgogliosa!

La loro firma, però, è sicuramente il freespace, ovvero uno spazio completamente libero, privo di ogni elemento di separazione (capitan ovvio!): un enorme loft insomma! E come quest’ultimo può essere organizzato come più aggrada a colui che andrà a viverci all’interno, diventando ciò che egli desidera: una casa, una sala conferenza o espositiva, uno spazio per incontri didattici, un luogo dove riposare…non c’è limite alla fantasia! In questo modo la comunità può assorbire totalmente l’edificio dentro di sé, riuscendo ad utilizzarlo nelle sue piene capacità, rispettando anche l’ambiente e risparmiando parecchie scocciature edilizie. Forse gli unici a rimetterci sono gli anziani, che non avranno nessun cantiere da poter osservare nel tempo libero!

Purtroppo, se sulla carta tutto sembra eccezionale, c’è chi questa architettura non la capisce o finge di farlo, arrivando poi a tradirla completamente, ma questo lo vedrete prossimamente, quindi..stay tuned, we’ll back soon! 

Quel burlone dello street artist

La street art è una di quelle correnti artistiche così nuove e sdoganate da un certo punto di vista, che parlarne serenamente diventa una specie di impresa titanica. Intanto distinzione fondamentale: ripetiamo tutti insieme “la street art non sono i graffiti, che rovinano le città con offese e disegni di poco gusto”; perfetto, se avete fatto questo esercizio con me possiamo iniziare a ragionare su cosa realmente sia questa forma d’arte.

di Jessica Caminiti

Nata alla fine del secolo scorso vanta tra le fila grandi nomi come Jean-Michel Basquiat o Keith Haring, che hanno fatto dell’arte il loro medium di comunicazione preferito: alla portata di tutti, visibile e carico di significato, ogni graffito finiva con l’essere un mostro sacro della comunicazione, se si aveva la pazienza di andare oltre il banale. Uno di quelli, che ha fatto della sua arte un punto fermo è sicuramente Banksy, quel burlone di cui nessuno sa pronunciare mai il nome.

Come abbiamo detto Banksy, ok… e ora? Nessuna carta d’identità di artista, che mantiene l’anonimato, infatti di lui o lei non sappiamo proprio niente, se non che è inglese e un idolo delle masse. Sempre al centro dell’ennesima finta discussione artistica o del nuovo avvistamento, io immagino sempre lui (o lei) seduto su dei gradini vicino alla sua ultima opera, mentre beve una fresca birra e ride di gusto delle reazioni delle persone, che si fermano ad ammirare il suo ultimo capolavoro… un po’ quello che dovrebbe essere successo a Venezia! 

L’opera di Banksy al Centre Pompidou

La vera domanda è: perché la sua la dobbiamo considerare arte? Stacchi e non stacchi, mostre e non mostre, furti e… ebbene sì, la scorsa settimana, fuori dal Centre Pompidou a Parigi è stato trafugato uno dei suoi magici topini con cui è divenuto famoso e l’indignazione della gente è volata a mille. Ma, ma, ma perché la gente si sente così ferita da questa cosa? Il dilemma del “eh, hanno trafugato un Banksy, Banky, Bansy… insomma quello lì” spopola sul web, mentre Luca Bizzarri (sì, proprio lui!) annuncia la sua super mostra a Genova proprio sull’artista.

La febbre di Banksy” potrebbe essere un degno successore del famoso film con John Travolta e il mio amore e odio per questo strano effetto continua a farsi sentire ogni giorno di più. Ogni giorno mi chiedo quanto sia giusto parlare di stacchi, mostre, rapimenti delle opere di questo movimento, perché non stiamo parlando di commissioni o quadri, ma dell’effimero mondo della street art. Una delle forme d’arte più significative è ora donata gratuitamente ad un pubblico, che si trova circondato dalla bellezza e dallo splendore ogni giorno e ogni passo, senza dover essere per forza milionari o eredi di qualche famiglia nobile. La musealizzazione dell’arte, non è sempre dovuta, alcune opere possono rimanere di base effimere e sì, in qualche modo mantenere la loro illegalità. La street art è stata un modo per andare contro il sistema dell’arte, far parlare di reale approccio con la gente, senza dover fare i conti con un élite, che desidera solo apparire.

Opera di Banksy a Venezia

Un furto d’arte rimane ovviamente un fatto eclatante, il corpo del reato, che viene in qualche modo esposto e reso noto, ma la cosa buffa è che ne parliamo solo perché è al centre Pompidou, tutti gli stacchi illegali e i ritinteggiamenti vengono ignorati ogni giorno e lo stesso Banksy è stato allontanato dalla sua opera veneziana da dei vigili, che ignoravano la sua importanza. Chissà quante volte siete passati a fianco di Blu, di Maria Pia 5, TV-Boy o Banksy in persona non conoscendo l’artista o semplicemente reputandolo uno dei tanti graffiti, che si vedono in ogni città. Aggiratevi quindi, con il naso in su, fermatevi a parlare con gli artisti che trovate per le strade della città, godetevi la bellezza dell’effimeratezza della street art, perché non ha senso denunciare il sistema essendo dentro esso; i musei monetizzano e vincono, ma la vera realtà e la vera vittoria è sui muri.

Lorenzo Lotto: pittore di Rebus

Ancona, anno santo millecinquecentocinquanta, una dolce mattina di mezza estate. Dal mare si leva un venticello fresco che si insinua tra le travi delle bettole e delle taverne del porto per poi incanalarsi tra i vicoli che salgono verso il duomo, carico di nuovi odori.

di Ludovica Fasciani

È la fine di luglio e la città è in fermento: il suo porto è uno dei principali approdi dei pellegrini diretti a Roma per l’anno santo; marinai sboccati, commercianti zelanti e nobili più o meno eleganti sono investiti da un’ondata di vitalità e di movimento. Tra il caos del mercato, qualcuno si degna di prestare orecchio al banditore che va su e giù per le vie del centro, raccomandando a piena voce a tutti i cittadini di correre al più presto verso la Loggia dei Mercanti, dove il noto pittore Lorenzo Lotto ha radunato tutti i suoi invenduti per organizzare…una lotteria!

Non che Lotto fosse nuovo ai giochi di parole, o ai giochi in generale, anzi! Come molti dei suoi contemporanei, si ingegnava ad infilare nelle sue opere qualcosa che tenesse impegnata la mente, oltre che l’occhio, di chi le ammirava. Il che, visto il tempo che gli uomini dell’epoca passavano davanti alle opere d’arte – le quali non erano solo oggetti decorativi, ma supporti per la meditazione, veri perni del pensiero – sembra più che naturale. Nel caso di questo pittore veneziano, in particolare, queste scintille d’arguzia riguardano una serie di rebus che Lorenzo si divertiva a mascherare nei suoi dipinti; proprio così, rebus, giusto come quelli della Settimana Enigmistica, qualcosa che noi contemporanei non ci aspettiamo di trovare nei quadri del Rinascimento. E siamo così poco abituati a cercarli che il più famoso di essi è rimasto sotto gli occhi di accademici, umanisti e appassionati per vari decenni, tra le luci dei corridoi dell’Accademia Carrara di Bergamo, prima di essere individuato: si nascondeva in un ritratto di gentildonna, al tempo ancora ignota. È stata appunto la scoperta del rebus a rivelare il nome della prominente signora bergamasca: nella falce di luna in alto a sinistra si legge infatti la sillaba “CI”. Questo dettaglio, una volta risolto il gioco enigmistico, ci rivela che la donna si chiama LU “CI” NA. Il suo cognome sarà poi svelato da un altro particolare nascosto nel quadro, lo stemma di famiglia inciso sull’anello: così Lotto ci presenta Lucina Brembati, dipingendola con un’accuratezza, che la dice lunga sia sull’interesse dell’artista per la pittura del Nord, sia sull’avvenenza della matrona.

Ritratto di Lucina Brembati – L. Lotto

Lorenzo sembra invece essere stato leggermente più caritatevole con un altro soggetto, quello del Ritratto di gentiluomo con zampino di leone (o forse il signore aveva già in partenza un aspetto più dignitoso di quello di Lucina?), che nasconde un altro dei supposti rompicapi di Lotto. Secondo un’ipotesi ampiamente accreditata, infatti, il nostro gentiluomo altri non è che il fortunato consorte di Lucina: a giungere a questa conclusione per primo è stato Augusto Gentili, che negli anni ’80 si premurò di correggere l’errore di concetto insito nel titolo del quadro. Quello rappresentato non sarebbe così un gentiluomo con zampino di leone,  piuttosto un gentiluomo con zampa di leoncino!Poca differenza, direte voi. Ma nel caso di un pittore che si dilettava con i giochi di parole, le parole sono niente meno che essenziali: se accettiamo che quella sia una zampa di leoncino, infatti, ecco qui che l’ignoto gentiluomo ci si presenta all’improvviso come Leonino Brembate!

Ritratto di Leonino Brembate – L. Lotto

Questi due coniugi sono stati alcuni tra i committenti più noti di Lorenzo, che a onor del vero non riscuoteva molto successo tra gli uomini del suo tempo: costretto ad una vita nomade, cominciò il suo vagabondare abbandonando, ancora giovane, Venezia, educata al gusto artistico da Tiziano. Per un breve periodo fu anche a Roma, lasciando un’impronta del suo passaggio in una delle famigerate Stanze di Raffaello: poi però ripartì, ricominciò a viaggiare, visse a Treviso, a Bergamo, a Jesi, e chissà in quanti altri posti. E in tutti lasciò qualcosa, tutti gli lasciarono qualcosa.

Se volete scoprire qualcosa di più su questo pittore inquieto de la mente e sul suo gusto per il gioco e lo scherzo, l’appuntamento è al prossimo articolo: scopriremo insieme una storia di un intrigo sventato e di un rompicapo nascosto dietro un velo.

Benvenuti e Benvenute!

Benvenuti e benvenute ad Art du Monde!

Probabilmente sarete capitati qui per sbaglio, pensando di trovarvi di fronte  all’ennesimo blog raffinato di arte, dove vi propinano date di mostre e nozioni storiche che vi serviranno a fare bella figura a qualche gitarella fuori porta con degli amici alla Midnight in Paris.  Be’, sì…è così…circa!

Insomma, siamo tutte storiche dell’arte qua dentro quindi ovvio che faremo le saccenti, ma non in quel modo sofisticato tipico della maggior parte degli esperti d’arte. Tutte noi, nella nostra carriera universitaria, abbiamo affrontato quelle noiose e stancanti conferenze dove ti snocciolano solo informazioni, nozioni, date e teorie senza riuscire a intrappolare veramente l’attenzione del pubblico. Stessa cosa nei musei o mostre, dove almeno una volta, abbiamo lavorato nelle vesti di guide o guardia-sala: quanto di quello che c’è stato insegnato di dire è veramente rimasto alle persone che erano davanti a noi? Quante di loro ricorderanno almeno una frase, un concetto, un pensiero il giorno dopo?

Ed è proprio tra le mura di una delle sale di Palazzo d’Accursio che ci siamo rese conto che, forse, ripetere a pappagallo delle stupide conoscenze non sarebbe servito a nulla, che era molto meglio accompagnare quei (relativi) pochi visitatori in una vera e propria avventura, fatta di una vita d’artista meravigliosa, di curiosità e di piccoli aneddoti. Permettere al visitatore di essere partecipe e co-creatore della visita, renderlo attivo e curioso: il percorso diventava un colloquio perenne tra noi storici e i visitatori, che erano in grado di far mutare il percorso in base alle loro esigenze e alle loro domande e alla loro risposta. Quante volte una visita standard di 20 minuti diventava di un’ora abbondante o si riduceva a 5 scarsissimi minuti!

Questa, miei cari signori e signore, è la mediazione culturale!

Ed è proprio questo il nostro obiettivo: aprire l’arte a tutti, renderla sempre meno un semplice oggetto da ammirare e da contemplare in venerazione di un qualche genio (che non esiste, ricordiamocelo!) misterioso del passato. Bensì, vogliamo renderla viva, farla respirare a chiunque ci voglia far compagnia, anche solo per un piccolo viaggio.

 Questo è un piccolo angolo di web che non deve assolutamente sembrare una noiosa aula universitaria, fatta di paroloni come prepierfrancescano o fenomenologico, bensì un salotto- anzi no!- una piazza dove poter fare due chiacchiere tra amici davanti a una birra, a uno spritz o a una coca cola, dove i temi non saranno gli ultimi post della Ferragni o l’ultimo scandalo riguardo la Lohan (che poi qualcuno ha la minima idea di che fine abbia fatto?). Si parlerà piuttosto dello indecenza di Caravaggio, di quello sporcaccione di Klimt, del dispetto che la bottega dei Carracci fece a tutti i pittori bolognesi e di quella voce che gira sul rapporto incestuoso tra Schiele e sua sorella, dello scherzo di Cattelan a un noto studioso d’arte e- perché no?- di quanto quella mostra d’arte sia stata noiosa (sì, perché anche per noi del settore alcune mostre sono terribilmente noiose!).

Questo è il nostro scopo, un’idea nata mentre sistemavamo dei pesanti cataloghi su un tavolo, mentre la gente intorno a noi chiedeva dove fosse la mostra di un certo McCartney/McFlurry/McCarry, ma conosciuto ai più come McCurry e che finalmente, dopo ben 10 mesi, ha preso finalmente vita con questo blog, con una pagina di instagram e su facebook, con la speranza che forse, un giorno, possa diventare qualcosa di più. qualcosa di più grande e concreto.
Quindi, bando alle ciance e ciancio alle bande: benvenuti su Art du Monde e speriamo che questo viaggio sia di vostro gradimento.

Le (tutt’altro che normali e totalmente folli) fondatrici

Jessica e Silvia