La nascita delle mostre

Ormai fanno parte della nostra quotidianità. Le nostre città sono invase da cartelloni che ci invitano ad andare a vedere le mostre che si svolgono in musei o in palazzi storici. Ma come è questa pratica? Chi è stato il primo a introdurla?

di Jessica Colaianni

Mostre, mostre e ancora mostre. Viviamo in una società dove non si parla d’altro. “Ehi, hai visitato quella mostra di tal dei tali a..?” “Cosa ne pensi di quella mostra al (inserire museo/galleria/spazio espositivo a caso)??” Ce ne sono di ogni e per tutti i gusti, ma a che epoca risale la nascita di eventi temporanei artistici? Oggi vi porto in un viaggio a ritroso nella storia dell’arte per scoprire l’origine di questo fenomeno oggi così tanto diffuso. Siete pronti? Allora partiamo!

La mostra d’arte non è un’invenzione recente, ma anzi ha origine ben molto antica. L’usanza di mettere in mostra oggetti preziosi, infatti, è presente già dai tempi dei greci e dei romani, dove venivano esposti principalmente i tesori a scopo religioso o i bottini di guerra a scopo propagandistico. Nel Medioevo, le chiese costituiscono dei veri e propri musei, dove vengono raccolte pregiate opere d’arte, ammirate dagli spettatori unicamente come oggetti di culto. Tra il XVI e il XVII secolo si riscopre un nuovo forte gusto estetico, che porta le più importanti famiglie borghesi a istituire collezioni di opere, antiche e contemporanee, le quali iniziano a venire esposte con criteri che rispettino la conservazione e la giusta esposizione di queste opere.

Le mostre d’arte come le intendiamo oggi si affermano però nell’epoca dell’Illuminismo, dove questi eventi diventano luoghi di incontro per scambi di pensiero e le opere cominciano ad acquisire un valore didattico, volto a raggiungere anche le classi meno istruite. Soprattutto in Francia, è doveroso ricordare la nascita dei Salon (la prima edizione si svolse nel 1667), esposizioni di pittura e scultura di artisti allora contemporanei, organizzati dall’Accademia francese e ospitati negli spazi del Louvre a Parigi, cui veniva assegnato un premio a colui che più si distingueva quell’anno. Ma la prima e vera mostra come la intendiamo oggi è sicuramente Art Treasures of the United Kingdom tenutasi a Manchester nel 1857. Visitata da oltre un milione di persone, la mostra è stata costruita esponendo le opere in ordine cronologico, da una parte l’arte inglese, messa a confronto dall’altro lato della lunga galleria con l’arte delle altre scuole, tra cui quella italiana. Il successo di questo evento è dato grazie anche all’applicazione di una vera e propria politica culturale ante litteram, volta a ridurre i costi dei trasporti e dei biglietti, ampliando l’orario di apertura e organizzando visite guidate per i bambini.A seguito di questo grande avvenimento, sempre di più si diffondono mostre e grandi esposizioni internazionali e nazionali, organizzate spesso in strutture costruite per l’occasione, con un forte richiamo per il grande pubblico, il quale si sente finalmente coinvolto in questo mondo, considerato fino ad allora elitario. Ma è soprattutto a partire dagli anni Sessanta del Novecento che il fenomeno delle mostre fa il boom, diventando sempre più uno strumento per attirare un ampio pubblico nei musei, il quale è invitato ad assistere, a causa della temporaneità della mostra, a un avvenimento considerato unico e irripetibile. Altro obiettivo delle mostre è senz’altro quello di indagare la storia dell’arte e di attuare una ricerca che vada di pari passo con la realizzazione dell’evento in questione. Negli anni si è tuttavia perso questo intento, a favore di un interesse spesso legato prettamente a un ricavo economico. Ma questa è un’altra storia di cui vi parlerò prossimamente!

Le donne dalla faccia tatuata, Chin State (Myanmar)

Periodo di Carnevale, tempo di maschere. Eppure, c’è chi è costretto ad indossare una maschera molto speciale sul proprio volto per tutta la vita! Tra le remote e quasi inaccessibili montagne dello Stato di Chin, in un’area del Myanmar al confine con Bangladesh e India, le donne di alcune tribù etniche sono rinomate in tutto il Paese per i tatuaggi che ospitano sul proprio viso.

di Andrea Ferro

La leggenda locale narra di un sovrano birmano che nella notte dei tempi viaggiò nella regione e fu talmente colpito dalla bellezza delle donne locali da decidere di rapirne una per prenderla in moglie. In seguito a ciò, le famiglie Chin iniziarono a tatuare le loro figlie in modo da coprirne la bellezza per assicurarsi che non fossero portate via. Il tatuaggio veniva disegnato sul volto delle ragazze tra gli 11 e i 15 anni e richiedeva almeno un giorno. Col tempo questa tradizione che doveva rendere le donne indesiderabili ha iniziato ad avere l’effetto opposto. I tatuaggi facciali completi sono diventati segni distintivi di bellezza per ogni donna Chin della vecchia generazione. 

Altre favole Chin raccontano invece di quando la pratica iniziò a diffondersi per differenziare le diverse tribù nel caso di rapimenti. 

Un’ultima spiegazione collega i tatuaggi alla religione. A partire dal periodo della colonizzazione inglese, molte minoranze Chin si convertirono al Cristianesimo o lo accettarono accanto alle credenze animiste. Alcuni esponenti Chin ricordano che i pastori locali insegnavano loro che solo chi avesse avuto il volto tatuato sarebbe stato considerato degno di entrare nell’aldilà.

Negli anni Sessanta, il governo Birmano bandì la pratica dei tatuaggi sul volto, come parte di un programma politico che la considerava retaggio del passato. Molti missionari iniziarono anche a denunciarla come atto barbarico

Ci sono sei modelli di tatuaggi facciali nella regione Chin e ognuno differisce dall’altro a seconda della tribù. Ad esempio, le donne di M’uun sono riconoscibili per i tatuaggi dalle loro grandi forme a D, mentre le tribù Yin Du hanno lunghe linee verticali distinte che attraversano tutto il loro viso. Generalmente la tecnica più comune consisteva nell’utilizzare una spina di canna per applicare sul viso una miscela di corteccia di pini verdi, fuliggine e foglie di fagioli. Dopo aver applicato il liquido, il viso doveva essere lavato per due giorni e se i segni non erano abbastanza chiari, allora il processo doveva essere ripetuto di nuovo. Il processo risultava estremamente doloroso, anche perché spesso doveva essere ripetuto diverse volte prima di essere completato.

Col tempo, questa regione che per secoli era rimasta isolata iniziò ad aprirsi al mondo. Le giovani generazioni iniziarono a trovare quasi imbarazzanti quei segni distintivi sul volto delle madri. Ad oggi, le donne anziane sopra i 60 anni sono le uniche che portano ancora la tradizione del tatuaggio del viso, e sono considerate come le ultime del loro genere. Una volta che se ne saranno andate, un capitolo della storia Chin sarà relegata per sempre nei libri di storia.

Buongiorno siora maschera!

Quando si parla di Carnevale non si può non pensare a Venezia, la città lagunare che ogni anno per due settimane sembra letteralmente riempirsi di ogni tipo di maschere e personaggi. Forse anche troppo: i treni troppo pieni, la stazione affollata, il ponte di Calatrava e degli Scalzi che sembrano essere presi d’assalto da eterne processioni, ma quando ci si perde tra le calli e i campi…be’, inizia la vera magia!

di Silvia Michelotto

Dame con abiti ampissimi, signorotti dalle parrucche bianchissime, belletti, broccati e sete riprendono il loro posto all’interno di una città che sembra sempre con un piede nel passato. Eppure quello che noi possiamo ammirare è solo una piccola e minuscola scintilla di quello che in realtà era una tradizione molto più complessa.

Le maschere a Venezia erano un vero e proprio must have, meglio del tubino nero ai giorni nostri! Praticamente si fa prima a dire quando non si usavano che i giorni in cui si potevano utilizzare, ma visto che a noi le cose facili non piacciono, vi elencheremo i giorni e le motivazioni in cui i veneziani celavano la propria identità.

Iniziamo con i quindici giorni dedicati all’Ascensione, in cui si celebrava anche lo Sposalizio con il Mare, e per chi ne faceva specifica richiesta, poteva usare la maschera fino a Giugno; inoltre potevano essere utilizzate durante i banchetti ufficiali e le feste della Repubblica, e, appunto, per Carnevale, che, però, iniziava il Giorno di Santo Stefano  e si festeggiava fino alla mezzanotte del Martedì Grasso. Quindi un periodo molto più lungo rispetto a oggi (molto più tempo per mangiare i galani, crostoli, frittole, bugie…gnam!)!

Proprio perché le maschere erano così importanti nella vita pubblica e sociale, il mercato delle maschere era piuttosto florido ed erano realizzate da veri e propri artisti, eppure, stranamente, nel 1773, vi erano solo 12 botteghe.

Ovviamente la domanda era troppo alta rispetto alla quatità che effettivamente si riusciva a realizzare. Una maschera richiedeva il lavoro di alcuni artigiani facenti parte dell’ordine dei pittori che realizzavano la struttura di carta pesta e dipingevano le decorazioni in stucco realizzate prima dai targheri. Successivamente, per far fronte alle richieste iniziarono a diffondersi le più economiche e semplici maschere nere. Molto più rapide da realizzare che non avevano bisogno di una grande manodopera, permettendo inoltre anche a molti veneziani di trovare un lavoro!

Ma se c’era chi guadagnava da vivere realizzandole, chi  acquistava questi piccoli tesori artigianali riceveva la tanto agognata libertà. 

Infatti, con il termine maschera, nella cultura veneziana, si riconoscevano quelle donne e quegli uomini che si travestivano con gli abiti del sesso opposto, così la possibilità di celare la propria identità permetteva di portar avanti giochi proibiti, dimenticandosi del proprio ceto e ruolo sociale. E tutti…e intendo veramente tutti… potevano parteciparvi! Donne, uomini, ricchi, poveri, prostitute, preti, suore…

All’interno di quei palazzi che voi ammirate e fotografate, probabilmente si trovava il piacere in alcuni modi da far arrossire persino Mr Grey!

Ovviamente, le maschere non aiutavano solo in giochini sessuali, ma anche a commettere piccoli crimini. Risale, infatti, al 1268 una legge con cui si cercò di arginare l’utilizzo delle maschere per evitare il gioco delle ova, che consisteva nel lanciare delle uova piene di acqua di rosa contro le dame che passeggiavano (vediamo il lato positivo della situazione: almeno profumavano!).In Seguito, nel Trecento le leggi aumentarono, arrivando a vietarle nei luoghi di culto, agli uomini che frequentavano i casino e alle prostitute nel disperato tentativo di riuscire a fermare la sempre più presente promiscuità. Purtroppo aihmè, non accadde!

Fu con la caduta della Serenissima, che tutto si fermò, completamente! Anche se si cercò di riportare in auge questa meravigliosa pratica, nulla fu più lo stesso. Venezia, dopo l’Unificazione d’Italia, non era più la stessa città, non vedeva il Carnevale come quella fuga dalla realtà e dalle etichette di palazzo. L’ombra calava sulla meravigliosa Serenissima.

Ma oggi il suo Carnevale è ritornato. Il mondo invidia la laguna vestita a festa, la gente che riempie le calli festante. Venezia è rinata ed è di nuovo l’ombelico del mondo del Carnevale. Quindi…Buongiorno, siora maschera!

Tutto è collegato. La Luce come filo conduttore tra umano e divino

Epifania, teofania, vetrofania… quante sono le parole italiane che contengono il suffisso “fania”, derivato dal greco PHAOS, che significa ‘luce’? Il legame tra luce e divinità, infatti, pare essere trasversale a molteplici culture.
Sembra inoltre che la luce, per la sua diretta connessione con il sorgere del sole, sia legata su un piano trascendente all’Oriente in tutte le sue molteplici forme: quello giudaico, quello europeo, quello asiatico.

di Sara Uboldi

Il primo, quello giudaico, ci rimanda alle varie allusioni e profezie contenute nella Bibbia e nei Vangeli riguardanti la provenienza del Salvatore e l’inondazione luminosa che la sua venuta provocherà, muovendo da Oriente (dal latino ORIRI ‘sorgere’) a Occidente.

A proposito di contaminazioni culturali, la transizione del mondo pagano verso il cristianesimo dei primi secoli ha provocato il rinnovamento del significato del motto latino EX ORIENTE LUX, traducibile come “la luce (proviene) dall’Oriente”, intendendo per “luce” la divinità di Cristo, il quale nacque, secondo la tradizione, a Betlemme di Giudea, appunto, nel Medio Oriente. 

In età romantica, il motto è stato rivisitato nel suo significato e sfruttato dai circoli nazionalisti russi che dibattevano circa l’appartenenza del Paese all’Europa o all’Asia (cioè “l’Oriente”), a causa della sua particolare collocazione territoriale, come prova la poesia di Vladimir Soloviev Ex oriente lux (1890). Il componimento si chiude con una domanda di forte attualità geopolitica: “O Russia! […]  quale Oriente vuoi dunque tu essere: l’Oriente di Serse o di Cristo?”. La domanda acquista di legittimità se si pensa alla posizione storico-geografica della Russia, ai suoi innumerevoli contatti con entrambi i continenti e al “multiverso” delle sue etnie e sotto-culture. Di certo ne esiste però una maggioritaria: si tratta della tradizione cristiano-ortodossa. In essa, il culto della luce è particolarmente sentito e materializzato in una forma artistica e di venerazione concreta, quella dell’icona sacra in stile bizantino.

Il teologo filosofo russo Pavel Florenskij ritiene l’icona un “simbolo”, cioè un luogo di confine, che separa ma allo stesso tempo unisce l’umano e il divino attraverso la precisa rispondenza dei bordi, ma non solo. L’icona è una realtà visibile in cui la divinità invisibile si riflette. Ciò è possibile grazie al principio di “traslucidità”, cioè la “luminosità interiore”, grazie a cui la luce divina si manifesta attraverso la materia e, in modo particolare, attraverso l’icona sacra. La teologia dell’icona non si ferma però al manufatto artistico: anche l’uomo, essendo creatura “a immagine e somiglianza di Dio”, funziona come se fosse egli stesso un’icona sacra. Le razdelki, cioè le linee dorate del drappeggio e del corpo tipiche dei personaggi sacri raffigurati nelle icone, sono l’emanazione di questa luce sovrannaturale, nascosta nell’intimo dell’individuo. Nella contemplazione dell’icona sacra quindi, secondo la teologia ortodossa, l’uomo completa quel processo necessario alla sua piena realizzazione, ovvero l’incontro, quasi la fusione, con il divino. Ciò è possibile solo mediante la presenza della luce, manifestata dalle irradiazioni del fondo oro e delle razdelki dell’icona che, incrociando lo sguardo del fedele, lo integrano nel mondo della visione spirituale. 

Il concetto di “divino-umanità” non è caro solo alla spiritualità cristiano-orientale, ma è presente già nei libri dei Veda, risalenti al 2000 a.C,. circa, che rappresentano le pietre miliari di svariate pratiche cultuali e credenze diffuse in Asia ancora oggi – prime tra tutte l’Induismo e il Buddhismo.

Il quintuplice sentiero di luce di cui parla il Libro tibetano dei Morti ha come scopo il raggiungimento della Chiara Luce primigenia, la quale appare nel momento in cui l’iniziato acquisisce la piena consapevolezza dei sottilissimi eventi psichici che vibrano al centro del Sè e, una volta manifestatasi, essa ha il potere di dirigere la coscienza verso la totale liberazione, permettendo così l’accesso alla beatitudine del Nirvana.  

In particolare nel tantrismo, una filosofia che muove dai testi sacri indù, l’illuminazione mistica è simboleggiata da una goccia che scende dalla sommità del capo, in corrispondenza del settimo chakra

Nella trasparenza della goccia, così come nella traslucidità dell’icona, la manifestazione del divino viene a (con)fondersi con la natura umana, la quale tenta di risolvere le sue contraddizioni dibattendosi tra incoerente labilità e irresistibile forza interiore, una lotta spirituale dimostrata da secoli e secoli di infinita ricerca dell’Oltre e dell’Altrove – ovunque quest’Altrove si trovi, che sia a Oriente, nel Centro di noi stessi o in qualsiasi altro punto cardinale. Sta a ciascuno di noi deciderlo. 

“Ci sono 35 modi per morire a Mauthausen e io credo di conoscerli tutti perfettamente”

Ricordo solo una cosa del campo di concentramento, che ho visitato: la paura e la claustrofobia. Avevo già compiuto 18 anni, non ero una bambina. Era la nostra gita di quinta, andammo a Praga e l’umore e la gioia erano alti tra boccali di birra, visite e balotta (scusate credo che la mia parte bolognese, si sia impossessata di me), ma quando l’ultima tappa è stata Terezin, niente è stato uguale, come ben immaginate. Ricordo ancora il grigio, che ho sentito come se mi avvolgesse in una coperta, da prima di entrare si respira la crudezza del posto e della cattiveria umana e non può che esserci il silenzio ad incombere su tutti noi.

di Jessica Caminiti

Testimonianza di Boix

È buffo e vagamente crudele, perché nella mia vita, l’olocausto è stata una costante, non ho potuto abbandonare quel pezzo di storia, che tanto mi terrorizza: San Saba è a due passi da Trieste, un sopravvissuto abita nel mio paese natale e ora, quando apro la finestra di casa anche in Germania vedo Buchenwald e le sue ciminiere. Eppure niente, ogni volta questa giornata e questo orrore arriva dritto come un pugno nello stomaco.

Ma non siamo qui per raccontare la storia, anche perché in casi come questi le parole sono riduttive e non si riescono a caricare di tutto il significato, che dovrebbero avere quindi saranno le immagini a fare da filo conduttore nella tragedia e attraverso l’Europa spaccata da un falso mito di supremazia e di ricerca della perfezione ariana. 

Francisco Boix

Parleremo di un fotografo, il fotografo di Mauthausen, Francisco Boix, fotoreporter spagnolo, classe 1920, nato a Barcellona e morto solo a 31 anni, nel 1951 a Parigi, dove continuò la sua carriera. Gli appassionati di cinema lo conosceranno per il recente film fatto su di lui, intitolato proprio il fotografo di Mauthausen, ma tanti lo ricorderanno anche per i suoi scatti voluti dai nazisti e dopo salvati dai detenuti per mostrare al mondo questa barbarie. Prima di iniziare a raccontare la parentesi tedesca, dovete sapere, che egli prima di essere imprigionato nel campo di concentramento di Mauthausen, fu un partigiano comunista, che lottò contro la dittatura franchista e in seguito continuò, come abbiamo già detto, la sua carriera di fotoreporter in Francia, rimanendo fedele al suo stile di denuncia. Egli, identificato con un triangolo blu (contrassegno dei prigionieri politici spagnoli) fu catturato dopo l’invasione della Francia, sua casa di esilio, fu uno dei pochi sopravvissuti spagnoli, difatti quasi 10.000 detenuti iberici persero la vita, e questo è dovuto tutto alla sua arte.

Gli scatti che fece durante la sua prigionia probabilmente gli salvarono la vita: i gerarchi nazisti usarono la sua abilità per non solo immortalare le feroci morti dei detenuti, ma anche per ricordare il passaggio di importanti personalità, che visitarono il campo. Questo fece di lui una pedina del gioco e lo rese una parte importante durante il famoso processo di Norimberga e quello di Dachau avvenuti dopo la cattura degli assassini (diamo i giusti nomi senza paura) nazisti. Le sue foto vennero usate come prova e lui come testimonianza. 

Strage di ebrei con Boix a sinistra con la macchina fotografica

Egli, che era considerato un “privilegiato” per la fortuna di lavorare per la Germania non smise mai di denunciare cosa i gerarchi non volevano far vedere: l’atrocità e le morti “accidentali”, che nel campo di concentramento avvennero. Ogni volta, che reputava la foto di valore, ne faceva due copie: una per il regime, l’altra per sé; il coraggio, che contraddistingue questa decisione è ineguagliabile: se fosse stato scoperto, la morte per lui sarebbe stata certa e niente l’avrebbe salvato, neanche la sua utilità. “Ci sono 35 modi per morire a Mauthausen e io credo di conoscerli tutti perfettamente”, tutti documentati, nascosti prima nel crematorio e poi nella falegnameria dove dei suoi connazionali salvavano nel disordine dell’ambiente queste preziose foto, che sarebbero poi uscite con la liberazione del campo. Cosa ritraggono? Visi morti, pieni di paura, corpi straziati e dall’altra parte gerarchi sorridenti e convinti della loro missione.  I due volti della tragedia, la fine e la convinzione dell’essere nel giusto.

La memoria di Boix negli anni si è rafforzata, ma bisogna aspettare il 2017 perché egli abbia un giusto riconoscimento anche nella morte: con una cerimonia solenne il sindaco di Parigi, Anne Hidalgo, portò le sue spoglie nel famoso cimitero di Pere Lachaise, dove finalmente si può onorare un uomo, che ha messo in gioco la sua vita per testimoniare le atrocità,  per portare a compimento la sua missione: non dimenticare. Non dimenticare ogni essere umano, che è diventato numero, per poi passare ad essere carne da macello per la semplice colpa di non essere biondo, di essere ebreo, di essere omosessuale oppure per essere un ricercatore della libertà.

Liberazione del campo

Nella mente riaffiorano ricordi: le pareti di quelle camere troppo strette per essere vere, i muri graffiati nella disperazione, il tocco della pelle di un sopravvissuto e la lettura di quel numero. Forse non siamo ancora pronti a raccontare con mente lucida questo ricordo troppo vicino, ma le parentesi buie della storia servono per ricordarci che è una lotta continua e che la libertà bisogna sudarla.

Sarei morta: vuoi per i miei ricci scuri, vuoi per gli occhi non azzurri, vuoi perché sarei andata contro una dittatura, ma è semplice parlarne ora: lunga memoria a chi per la libertà e per l’uguaglianza ha lottato. Sempre pugno alzato. 

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Veleni e Magiche Pozioni in quel di Este

Un nome accattivante per una mostra interessante ed esaustiva per i neofiti sulla storia dei veleni e sulle pozioni. A pochi passi dal Museo Archeologico Atestino (ne abbiamo parlato un po’ di tempo fa in un precedente articolo, quindi andate a leggerlo! Forza!), si cerca di ripercorrere come la farmacia attuale abbia trovato un’origine proprio da quelle cure e riti magici primitivi, ma anche da leggende e convinzioni popolari. In fin dei conti basti pensare che ancora nel 1732 gli strumenti del farmacista di Nicolas Lémery erano decorati coni simboli alchemici,‘mitica’  antenata dell’odierna chimica.

di Silvia Michelotto

Inoltre, molte cure innovative, nell’antichità erano dei potenti veleni che hanno mietuto numerose vittime: sì, esattamente, avete capito bene! Quello che un tempo uccideva ora salva vite! Degli esempi pratici? All’interno del percorso espositivo potrete trovare la digitale, un meraviglioso fiore che è passato alla storia per aver avvelenato Cangrande della Scale, lo stesso che accolse Dante nella sua città, ma che adesso è alla base di un farmaco per il cuore, oppure l’oppio che fu usato per le più numerose esigenze fin dall’antichità e che adesso è alla base della morfina. E tutti noi sappiamo che cosa fa la morfina se presa in grossi quantità, vero? (Kaput, the end, finish, finisci in una bara, diventi cibo per vermi, ottimo concime per piante… Tutte cose allegre insomma!).

In fin dei conti vi siete mai chiesti perché intorno al bastone di Esculapio, simbolo universale che indica i luoghi di cura come le farmacie e gli ospedali, vi sono due serpenti: proprio perché il confine labile tra salvezza e morte è molto sottile, una dose sbagliata di un farmaco potrebbe arrecare gravi danni (questa non è una giustificazione per non vaccinarsi o per non andare da un medico per curarsi! Errori sui dosaggi sono rarissimi e sono decisi con attente e precedenti sperimentazioni, quindi CURATEVI!).

Per quanto riguarda gli animali (sì, perchè ci sono anche loro!) si trova un fantastico excursus sul basilisco, citando ovviamente il mondo di Harry Potter, ma ve ne è uno ancora più curioso sulle meduse: in questo specifico caso si parte dal mito di Medusa, la mitica fanciulla dai capelli trasformati in serpenti dalla crudele e gelosa Atena. Il suo sguardo trasforma gli esseri in pietra, ma quanti di noi sanno che il suo sangue, invece, aveva un valore benefico? Questa bivalenza è presente anche negli animali omonimi, usati attualmente per cercare delle cure ad alcune malattie.

Vorrei soffermarmi su la parte dedicata agli elementi radioattivi. Furono ampiamente usati nel XX secolo per la cosmesi…avete letto bene, prodotti tossici! Nella storia era già successo: in Egitto di usavano gli ossi di piombo per creare prodotti cosmetici, senza contare la biacca (sempre piombo ossidato) usato per il fondotinta, ma il protagonista dell’episodio che vi voglio narrare è il radio. Le Radium Girls sono quelle donne che negli anni 10 lavoravano nelle fabbriche per gli orologi fosforescenti, addette alla pittura dei numeri, proprio con il radio. Purtroppo inumidendo il pennello con le labbra, per impedire di perdere la precisione offerta da una punta sottile, cominciarono ad avvelenarsi: perdita di capelli, dei denti, di forza, tumori e morti precoci. Per riuscire ad avere un risarcimento e un riconoscimento ci misero molti anni, ma alla fine arrivò e il radio non fu più usato per la cosmesi o per illuminare gli orologi, anche se non se ne andato dalle nostre vite, infatti numerosi farmaci lo contengono!

Questa piccola mostra è stata molto attenta a tutti, dai bambini ai più grandi, inserendo elementi accattivanti e interessanti per tutte le età, i cartelli esplicativi erano semplici, non troppo lunghi o noiosi, quindi anche se il percorso non è lunghissimo è parecchio esaustivo. Unica pecca: lo spazio è troppo piccolo e non adatto ad accogliere troppe persone, quindi vi consiglio di studiare l’orario per entrarvi. Vi consiglio l’ora di pranzo, lo so, è una palla, ma non temete attraversate la strada e c’è un piccolo locale meraviglioso, con una ragazza dolcissima che prepara degli ottimi spritz, quindi potete recuperare tutto nel modo migliore!

Botero non dipinge persone grasse!

“Non ho mai dipinto persone grasse” questa è una delle citazioni di Fernando Botero che potete trovare in una delle sale della mostra dedicata all’artista colombiano a Palazzo Pallavicini in quel di Bologna. Aperta fino al 26 gennaio (muovetevi se non ve la volete perdere!!), questa è una mostra unica che non si vedrà da nessun’altra parte.

di Jessica Colaianni

Ogni opera, infatti, proviene direttamente dall’archivio di Botero, il quale ha scelto personalmente quali opere inviare e che ha partecipato anche nell’ideazione del progetto espositivo collaborando a stretto contatto con la curatrice.

La mostra espone la produzione più recente dell’artista, tutte le opere, infatti, sono datate oltre il 2000 e sono suddivise per sezioni tematiche. Ma torniamo al punto di partenza. Quando si entra nella sala dedicata ai nudi troviamo sul pannello posto come spiegazione questa citazione: “Non ho mai dipinto persone grasse”, com’è possibile? Chiunque di noi almeno una volta nella vita avrà detto: “conosci quell’artista che dipinge persone grasse?” E sì, ci riferiamo proprio a te Fernando! Per fortuna ci viene in soccorso la guida che subito ci scioglie ogni dubbio e ci apre a una completa nuova visione su questo artista.

I modelli usati, prima di tutto, è bene chiarirlo, sono persone magre! Ebbene sì, tutto nasce negli anni cinquanta, durante i suoi primi lavori di natura morta, l’artista dipinge un mandolino dove la cassa risulta essere particolarmente voluminosa. Proprio da lì nasce la cifra stilistica che tutti noi conosciamo, le figure che noi vediamo non sono altro che una rielaborazione in un linguaggio personale del pittore che rende ogni forma volutamente in una dimensione volumetrica dilatata. Vi starete chiedendo da dove ha origine tutto questo? Ci sono varie spiegazioni a riguardo. La prima è che Botero nelle sue opere pone continuamente dei riferimenti alla storia dell’arte e basta tornare indietro giusto qualche millennio di secolo per condurci alle antiche statuette neolitiche, raffiguranti figure morbide e volumetriche (la Venere di Willendorf e simili, per intenderci). Un’altra spiegazione sta invece nell’intento che vuole darci l’artista. Attraverso i suoi dipinti egli vuole trasmetterci la gioia di vivere, quel senso di pace e serenità cui geometricamente parlando, le forme rotonde rimandano. Per quanto a livello accademico Botero sia abbastanza snobbato (nei miei 5 anni di Università non ho mai sentito uscire dalla bocca di nessun insegnante questo nome), ottiene dal “pubblico comune” vasti consensi, lo possiamo classificare quindi come un artista popolare, che piace alla gente. Un’altra caratteristica che vira a favore di quanto detto, è che il pittore dipinge immagini e figure quotidiane in cui chiunque ci si può riconoscere e nelle sue opere non si trovano mai delle iconografie misteriose, dei simboli che nascondono significati nascosti, ma anzi, sono di immediata e semplice fruizione ed è proprio per questo che piace alla gente, adulti e bambini che siano. Sono sincera, Botero non è tra i miei artisti preferiti (non è tra le mie corde forse proprio a causa della sua “semplicità”) e non lo conoscevo molto, ho apprezzato quindi aver visitato la mostra e soprattutto l’aver partecipato a una visita guidata. Il tutto mi ha permesso di andare oltre lo stereotipo delle “persone grasse” e mi ha permesso di approfondire e imparare qualcosa di nuovo. Del resto, tra gli scopi primari delle mostre (e su questo, piccolo spoiler, ci torneremo in futuro, quindi stay tuned!), è proprio quello di istruire.

La dimensione didattica è una componente molto importante da tenere in considerazione e per una persona che ambisce un giorno di poter curare degli allestimenti espositivi, beh, diciamo che è tra le cose su cui sono più pignola quando vado a visitare una mostra!

Il viaggio omerico: destinazione Artefiera

Esperienze uniche e momenti indimenticabili, il racconto tragicomico della mia prima ArteFiera da studentessa universitaria (triste e solitaria nella tua stanzetta umida…  senza novità per chi conosce Cristicchi). Sei a Bologna, anzi per essere più  chiari studi a Bologna e per essere ancora più precisi e puntigliosi studi storia dell’arte contemporanea a Bologna: questo significa solo un cosa ARTEFIERA!

di Jessica Caminiti

Artefiera, prima di iniziare dovete sapere cos’è! Essa è una delle fiere di arte moderna e contemporanea più importanti a livello internazionale; nata nel 1974 è stata preceduta solo da Art Basel e Art Cologne e ha avuto molti progetti collaterali tra cui la famosa settimana della performance del 1977 curata da niente meno che Renato Barilli, che ha vantato nomi come Marina Abramovic e Ulay, Hermann Nitsch, Vito Acconci e molti altri. Oggi essa si presenta ancora più capillare con non solo il padiglione centrale, dove si organizza la fiera, ma molti altri progetti dispersi per la città: mostre a tema, aperture straordinarie di gallerie e durante la notte bianca di art city (così è denominato questo progetto) i musei e le esibizioni aderenti tengono aperte le porte fino alle 24 concedendo agli ospiti stuzzichini, cibo, musica, dj-set e… ho già detto cibo? Questa notte magica rende la città ancora più viva e le persone corrono e si divertono ricercando le gallerie più imbucate (vi assicuro, che alcune le ho trovate in vicoletti) e tanta nuova arte da scoprire.

Passiamo ora a cosa significa per uno studente Artefiera: significa ANSIA! Ansia di organizzare studio e ritorni a casa per riuscire ad essere a Bologna durante quel weekend, ansia delle aspettative: sai la storia della fiera e conosci a memoria tutti i ruoli, che i tuoi professori hanno ricoperto, ansia perchè sai che tu vorresti essere lì a lavorare, anche solo a portare un caffè a Menegoi e seguirlo con il tuo quadernino prendendo appunti anche sulla lunghezza dei passi che fa.

Ti prepari, parti il prima possibile, per non correre tra uno stand e l’altro come se non ci fosse un domani e decidi che il tuo viaggio omerico ha inizio. Parto con borse, borsettine, per una volta truccata e piove, ma tu (genio) non hai l’ombrello e quindi ringrazi pubblicamente i portici, che ti  hanno permesso di arrivare alla fermata del bus senza sembrare una persona troppo disagiata. Prima di arrivare ad Artefiera e ai suoi padiglioni c’è stata quasi un’apparizione fugace, uno di quegli incontri casuali nei momenti in cui corri e osservi distrattamente le persone che ti passano accanto: Orlan. Sotto i portici di via Indipendenza signori e signore ho  visto Orlan! Per chi non la conoscesse è una delle più importanti artiste francesi contemporanee, body artist e famosa per i suoi interventi chirurgo-artistici (credo di aver appena inventato una parola), che proprio quella sera avrebbe avuto il talk annuale con Barilli, per ricordare quel famoso 1977.

Dopo un quasi svenimento e un continuo girarsi per ritrovarla nella massa felsinea,proseguiamo e dopo autobus infernali, incastrati come tetris, arriviamo ad artefiera. Biglietto e qui voglio fare un appunto: Organizzatori, noi di arti visive dovremmo entrare gratis! Siamo poveri studenti, che cercano la vostra benedizione… un aiutino?

Emilio Isgrò
Fabio Viale

Un romanzo solo per entrare e che cos’è ArteFiera? Puro spettacolo! Tra un saluto ad un tuo professore, una foto a Viale per Silvia (sfigatissima a tirocinio, mentre io facendo la finta figa in giro  per mostre), un coccolone per i prezzi, che leggi, vivere quei padiglioni almeno un giorno è tutto ciò che ogni bravo contemporaneista sogna. Essere circondati dall’arte e saper riconoscere nomi, vedere da così vicino opere di Isgrò, Vedova, Samorì e altri grandi artisti lascia senza parole (quasi quanto leggere i prezzi, appunto), ma la cosa, che piace più a me contemporaneista inside è trovare e scovare gli artisti, che vuoi per il poco tempo, vuoi perchè non si riesce a ricordare tutto, non conosco. Mi affascino sempre quando mi trovo di fronte a chi mi è sconosciuto e per qualche ragione, mi attrae come un magnete, come se fosse l’opera a richiamarmi senza che io abbia chiesto o detto niente. ArteFiera è anche questo: è continuo studio, è fascino, è incanto.

Lamberto Pignotti

Se avrete tempo e siete nella vicinanze questo weekend andate a vedere quindi cosa la nuova edizione ha in serbo per voi e noi, non fatevi spaventare dagli immensi corridoi e dalle tante gallerie, perchè appena entrati vi sentirete a casa e vorrete rimanerci ancora un po’, il tempo dell’ultimo giro e ne uscirete sicuramente arricchiti artisticamente, pieni di nuovi volantini e con le memorie dei cellulari piene!

Ogni fiera, ogni mostra nasconde ovviamente qualcosa di speciale, ma se si parla di Bologna, un posto nel cuore c’è sempre e quindi ArteFiera non può che essere nella Top Ten!

Un caffè con GIUSEPPE TRINGALI

Oggi rotoliamo verso sud, attraversiamo il mare e giungiamo in Sicilia, dove conosciamo Giuseppe Tringali, artista classe 1984, laureato presso l’Accademia di Belle Arti di Catania, la cui ricerca artistica si basa su una lettura personale del linguaggio pittorico, attraverso il quale esprimere il proprio vissuto e i propri valori. Andiamo a scoprire qualcosa di più!

di Jessica Colaianni

Dal prifilo ufficiale instagram di Giuseppe

JESSICA: Parlaci un po’ della tua formazione e dei tuoi principali campi di interesse. 

GIUSEPPE: Nel 2002 decido di lasciare Caltagirone e la Sicilia per provare a realizzare un sogno nel cassetto, diventare un disegnatore di film d’animazione, scegliendo l’Accademia di Bologna come punto di partenza per la mia formazione. Frequento l’Accademia di Napoli per un breve periodo e nel 2008 mi diplomo in pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Catania. Volevo diventare il nuovo Hayao Miyazaki, ma strada facendo mi sono ritrovato a curare mostre, organizzare eventi artistici, fare installazioni e persino insegnare arti visive. Per quanto possiamo pianificare non si può mai sapere dove ci porta la strada che ci si para davanti.  

J: Viviamo in un’epoca dove sono ormai pochi gli artisti che si dedicano prettamente alla pittura, in che modo ti approcci a questa tecnica? 

G: Il rapporto con la pittura è sempre molto spontaneo ma allo stesso tempo estremamente conflittuale, sono sempre alla ricerca di un linguaggio e una cifra stilistica che appartenga solo a me ed è per questo che in quasi tutte le mie opere è evidente una certa tensione emotiva. In questo senso non sono molto accademico, piuttosto sono anche violento nei confronti dei supporti e della pittura ma in fin dei conti la cosa che più conta è che il risultato rispecchi parte del mio personale vissuto. 

J: Qual è il messaggio che vuoi dare attraverso i tuoi lavori? 

G: Come chiunque altro con i miei lavori vorrei trasmettere la mia personale visione del mondo in cui vivo, i valori in cui mi rispecchio. Mi piacerebbe che le miei opere potessero far riflettere su come, col nostro fare, possiamo essere d’esempio, in positivo o in negativo, nei confronti degli altri. Con i miei dipinti vorrei poter dire di ricercare la profondità e l’essenzialità delle cose, scomponendone la superficie, grattando via gli strati di colore per non ridursi a mera apparenza. 

J: Come si è evoluta negli anni la tua idea di arte? 

G: Continuo a pensare che l’arte debba servire a smuovere le coscienze ed essere motore di processi riflessivi, ma negli ultimi tempi considero l’arte come quel valore aggiunto alla vita di ogni giorno, quel momento da dedicare a sé stessi, scontornato dalla pomposità degli eventi e delle mostre e dalle sovrastrutture culturali, un semplice momento assolutamente personale dove concedersi del tempo, bene prezioso che ai giorni nostri giorni è sempre più raro.  

J: Oltre alle opere su cavalletto ti occupi anche di realizzare delle opere murali su commissione, come si legano alla tua produzione principale? Si pongono in linea agli altri tuoi lavori nella scelta sia della tecnica che dei temi o ti approcci in un modo completamente differente?  

G: Ci tengo a precisare che non sono uno Street artist, proprio perché l’arte di strada ha un suo codice ben preciso, io sono un pittore che dipinge su qualsiasi superficie gli venga messa a disposizione, quindi anche sui muri. Il processo di creazione di un murale si basa principalmente su un primo studio del contesto dove verrà inserito e ovviamente cambiano anche i medium con cui intervengo sulle superfici, prediligendo spray, quarzo e acrilici. Per quanto riguarda lo stato d’animo con cui affronto un muro invece è totalmente diverso da quello che ho quando sono in studio, sono molto più disteso e rilassato, direi quasi giocoso, sarà per la possibilità di avere spazi più grandi sui quali intervenire e ho la possibilità di estendere al massimo il gesto pittorico. Ciò che scelgo di dipingere sui muri non si discosta molto dalla mia produzione principale, c’è sempre un filo conduttore che lega tutte le mie opere, quasi come se ogni soggetto che scelgo di dipingere automaticamente fa germinare l’idea per il quello successivo, ognuno di questi soggetti rappresenta parte del mio vissuto e si fa portatore di un messaggio positivo da lasciare impresso specialmente in strada. Per quanto riguarda le commissioni invece, beh, quelle sono commissioni. 

J: Raccontaci un po’ della tua ultima mostra, #Storie, personale realizzata per la Galleria L’Altro Artecontemporanea di Palermo. Per quale motivo il formato scelto per i ritratti è rotondo e non il classico quadrato?

G: Il mio lavoro come artista è una ricerca continua, non sono mai soddisfatto, qualcuno dice che questa sia una buona cosa, perciò cerco sempre di rinnovarmi per poi tornare a bozzetti di qualche anno prima, non passa giorno senza che abbia macchie di vernice addosso. L’ultima mia personale #Storie è un progetto semplice, si tratta di 35 Ri_tratti di uomini e donne siciliane vissuti in un arco di tempo che va dal 1984 (anno della mia nascita) al 2019. 35 anni appunto. 35 anni di storie positive, storie che vale la pena raccontare, che possono essere spunto positivo per le generazioni più giovani, in controtendenza con le #stories dei social, che durano appena 24 ore, che raccontano spesso di superficialità ed effimera apparenza e che mirano soltanto ad ottenere consensi ed approvazione meramente virtuale. Ho scelto di ritrarre i volti di personaggi noti ed altri un po’ più di nicchia ma che hanno contribuito alla storia della nostra Isola, hanno permesso di ricostruire se vogliamo un ritratto positivo, non legato necessariamente allo stereotipo di mafia, carretti e fichi d’india. Il formato è un chiaro richiamo all’avatar del mondo social, quasi un tasto retroilluminato che spunta dalla parete e che viene voglia di schiacciare per scoprire quale nuova finestra si può aprire. 

J: Ti va di darci qualche spoiler sui tuoi progetti nell’immediato futuro? 

G: Finora ho raccolto critiche positive nel mio territorio ma non sono riuscito a varcare i confini dell’isola col mio lavoro, probabilmente perché il mio linguaggio è rimasto troppo legato alla mia sicilianità. In questo momento sto lavorando ad un progetto che spero possa rendere la mia pittura e il messaggio che essa porta universalmente valido e quindi più spendibile fuori dalla Sicilia. 

Ringraziamo Giuseppe Tringali per averci concesso questa intervista e gli auguriamo di realizzare tutti i suoi progetti futuri, speriamo che vi abbia fatto piacere conoscere questo nuovo artista e vi consigliamo, se non volete perdervi i suoi lavori, di seguire la sua pagina instagram (https://www.instagram.com/giuseart/?hl=it)!