La Morte nel Cinema

Per quanto il cinema sia un’arte così nuova e così distante da tutte le altre, esiste un elemento che connette questa dalle altre e che crea un rapporto intimo tra le arti e la psicologia umana: la Morte. La fascinazione di questo elemento avviene non solo perché essa, essendo l’opposto, ci dà un valore romantico e di appartenenza alla vita, ma anche perché essa produce terrore nel nostro animo.

di Lorenzo Carapezzi

Andrè Bazin (1918-1958)

“Carpe diem!” direbbe Orazio, il futuro non è prevedibile. Noi esseri umani guardiamo al futuro con occhio spaventato e affascinato. Diventa la nostra ossessione più malata. La morte ci affascina perché non è trasparente, non possiamo sapere quello che c’è oltre. A questo mistero l’uomo, meglio dire l’artista, ha sempre cercato di combatterla con le armi a sua disposizione, meglio dire l’arte. Così, l’imbalsamazione egizia fissa artificialmente le apparenze carnali, i pittori e gli scultori cercano di negare la morte spirituale attraverso il ricordo, rappresentando soggetti e situazioni da non dimenticare. L’egocentrismo solare di Luigi XIV lo portò all’ossessione continua di posare davanti alle tele di grandi pittori, cosicché nessuno, neanche i futuri eredi, si sarebbero scordati del secondo Dio sceso in Terra.
Venne poi la fotografia, l’unica invenzione umana a bloccare il Tempo, arma della Morte in questa battaglia. L’oggetto che si pone all’occhio dell’artista, ma soprattutto del pubblico, non è più rappresentato, bensì mostrato. L’obiettivo sostituisce l’oggetto con l’oggetto stesso, ma liberato dalle contingenze temporali. La capacità di strappare la realtà al Tempo diventa possibile e la pellicola diventa la nuova tela su cui fissarla. Un attimo, un secondo di realtà diventa immortale. Ma ancora mancava qualcosa, un dettaglio fondamentale nel cercare di strappare “per davvero” questa realtà, nella sua interezza.
Giunse infine il cinema, l’arma finale per vincere la guerra, poiché essa, in confronto a tutte le arti esistite in precedenza, riesce a catturare questo elemento: il movimento. Filmare significa rubare la realtà.
Ma se il cinema riesce a catturare tutto ciò dalla Morte, è possibile mostrare la Morte? Possiamo noi umani filmare o anche solo a identificare qualcosa che non conosciamo e che non possiamo percepire? Mostrare la morte nel cinema è un argomento che mette in disaccordo molti registi, anche i più sensibili.
Ci sono registi che la pensano come Bazin, quelli che preferiscono non mostrare la Morte, ma le nostre emozioni che possiamo provare nel vedere un caro morire.
Nel film “Lo sguardo di Ulisse” di Theo Angelopoulos i nostri occhi sono coperti dal terribile massacro da parte di un cecchino su un’intera famiglia di Sarajevo. La nebbia avvolge l’intera scenografia, senza farci percepire lo spazio attorno a noi. Sembra quasi di camminare in un mondo surreale, senza alcuna struttura, tanto da far divenire le voci dei personaggi echi. Sentiamo gli spari, colpo per colpo, corpo per corpo, ma non vediamo altro che il bianco nebuloso. Al regista greco non interessa l’azione morente, la violenza dello sparo. Quello che vuol farci vedere è la disperazione del personaggio senza nome (Harvey Keitel), il regista alla ricerca delle prime bobine introdotte nei Balcani. Le urla, gli occhi lucidi, il gesto di abbracciare i corpi appena diventati cadaveri, sono questi gli elementi che noi umani possiamo comprendere, poiché soffriamo sempre, ma moriamo una sola volta.

Irazoqui (sinistra) e Pasolini (destra) sullo sfondo di Matera

La figura di Cristo ha sempre affascinato l’uomo. Ciò che lo rende divino non è tanto la bontà o il perdono, ma possedere il potere di sconfiggere la Morte. Il resuscitare è l’evento più sconvolgente che l’uomo possa concepire. L’evento pasquale non è solo la pura vittoria di Cristo contro la Morte, ma persino la sbeffeggia, la deride mostrandole quanto la falce non possa sconfiggere la bontà. Che ci si creda o meno, la figura di Cristo è magnetica. Pasolini, all’interno de’ “Il Vangelo secondo Matteo”, inserisce tutta quella nostalgia verso il sacro che si sta polverizzando. Vediamo Cristo (Enrique Irazoqui), imbattersi continuamente in poveri disgraziati, predicare il suo verbo, compiendo miracoli: ciechi che ritornano a vedere, storpi che corrono di nuovo, persino morti resuscitati. Gesù raffigura tutto ciò che noi umani desideriamo, come diceva il primo positivista Feuerbach “Dio è nient’altro che la proiezione illusoria o l’oggettivazione fantastica di qualità umane”, il poter sconfiggere la Morte. “Il cinema è il modo più diretto per entrare in competizione con Dio” dirà Fellini e non c’è frase più azzeccata per descrivere la potenza del cinematografo. Ma, per quanto la figura di Cristo si avvicini alla macchina da presa, sarebbe un affronto per Bazin vederlo sullo schermo. Com’è possibile conoscere qualcosa che non è umano, ma che è oltre, soprattutto un qualcuno che riesce a comprendere e a domare qualcosa che noi tutti ammiriamo con terrore? Sarebbe una totale blasfemia per Bazin, anzi una “doppia-blasfemia”: mostrare la Morte e colui che l’ha creata e sa domarla.

“Sono la Morte” (Il settimo sigillo, Ingrid Bergman, 1957)

Ma c’è chi ha osato ancora di più, chi invece di mostrare gli effetti della Morte ha deciso di antropomorfizzarla, vestendola con un lungo manto nero e truccandole la faccia di bianco cadaverico. La Morte si fa forma. Possiamo vedere i suoi sguardi, fotografare la sua postura, addirittura sentire la sua voce. “Il settimo sigillo” di Ingmar Bergman non è blasfemo, è totalmente illogico. Dare uno scheletro e della carne a qualcosa che fino ad allora esisteva solamente attraverso il suo atto è pura fantascienza. Una partita a scacchi diventa pura tensione hitchcockiana. La Morte (Bengt Ekerot) è invincibile, questo lo sappiamo ogni giorno, non ci resta che aspettare il momento in cui lo scacco matto segnerà definitivamente la fine per Antonius Block (Max von Sydow). Durante il film, scena su scena, i due si sfidano a colpi di stratagemmi ed inganni, chi per sopravvivere, chi per compiere il suo lavoro quotidiano. Gli scacchi non sono altro che l’oggetto psicologico per eccellenza, dove l’intelletto prevale sulla spada e lo scudo viene sostituito dalla furbizia. Ma chi pensa che la Morte sia la vera protagonista di tutto il film imbocca la strada più sbagliata da percorrere. Bergman attraverso la sua sensibilità fantascientifica comprende che la vera utilità della Morte nella nostra società è quella di farci apprezzare di più la Vita e tutto questo lo fa attraverso il personaggio del crociato Block, il quale distrarrà la Morte per far scappare una povera famiglia di saltimbanchi.
La Morte ci fa capire il potere del sacrificio, la meraviglia di ogni singolo particolare della vita, l’immensa bellezza nell’empatia con gli altri. Chi mostra scene di morte come meri oggetti di intrattenimento dovrebbe essere arrestato, non c’è dubbio. La mera mercificazione della violenza e della sua conseguenza è atto da condannare, ma non bandire (la libertà sovrasta ogni critica egoistica, compresa la mia).
Bazin, involontariamente, ha scatenato la sfida di molti registi, mostrandoci le capacità fantasiose di noi umani. La bellezza della sfida, del mettersi in gioco è qualcosa che nel cinema è molto più potente, perché più veloce all’elogio o allo scandalo di qualsiasi altra forma d’arte. Non a caso Gesù è così elogiato dall’uomo, lui, il paradosso del paradosso.


Fonti:

– A. Bazin, Che cos’è il cinema?, Garzanti, 1973.

– Come si muore nei film, articolo di Michele Dell’Ambrogio: http://www.cicibi.ch/10_11_morire/10_11_morire/presentazione_files/la_morte_al_cinema.pdf

Tre opere di Michelangelo per la Pasqua

Vi vogliamo ricordare la Pasqua in modo diverso, muovendoci tra le opere di Michelangelo, grande maestro rinascimentale. Un viaggio pieno di emozioni e di sentimenti che ci portano alla scoperta di una storia antica.

di Silvia Michelotto

Tre sono i giorni fondamentali all’interno della settimana Santa, quelli che vanno dal Venerdì alla Domenica dell’ultima settimana del periodo pasquale. Essi rappresentano rispettivamente la Crocefissione, la Morte e la Resurrezione di Cristo. 

Non storcete il naso, suvvia! Non bisogna per forza credere a quello che si sente per godersi una storia, o una favola se preferite! Ma non ve la voglio raccontare con quel grosso libro che è la Bibbia, scegliendo a caso tra uno dei quattro Vangeli, ma voglio utilizzare tre opere di uno dei più grandi artisti del Rinascimento: Michelangelo Buonarotti.

C’è stato già il tradimento di Giuda, ci sono già state le torture e la salita al Calvario con le sue cadute. C’è già stato il momento in cui i chiodi si sono conficcati nella carne. Ora, Gesù è solo e spaventato, per la seconda volta teme che il piano del suo Divino Padre non si compia, che tutto questo sia stato inutile. Si dimena e si contorce verso l’alto, tendendo quei muscoli tipicamente michelangioleschi. Il volto dolente, cogliendo probabilmente il momento in cui pronuncia la famosa frase: Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?

Crocefissione di Michelangelo (1548)
Pietà di Michelangelo (1538-44)

La Crocefissione, realizzata per Vittoria Colonna, in carboncino su carta, sembra mostrarci un uomo che compostamente vorrebbe rifiutare il suo destino, che spasmodicamente cerca di evitare l’inevitabile. Paura umana che richiama quella religiosità intima e più vicina al quotidiano a cui il circolo intellettuale della nobildonna e dell’artista, che trova la guida spirituale nel cardinale Pole, tanto aspira.

Memore dello scandalo avvenuto con il Giudizio Universale cela l’intimità del Cristo con un velo trasparente, che, però, non riesce a non far notare ulteriormente la linea della possente gamba del Figlio di Dio.

Arriva la sera, il cielo diviene apocalittico, la terra trema sotto la croce del condannato. Nelle nostre città, seguendo una tradizione lunghissima,  le campane suonano a lutto, il tabernacolo viene nascosto e la luce che segna la presenza dell’Eucarestia viene spenta. 

Gesù Cristo è morto.

Tutti i cattolici pregano, piegati sui loro inginocchiatoi e di fronte agli altari. Pregano per qualcosa che, però, sanno che è già avvenuto, ma quel giorno, quando quell’uomo di 33 anni emise l’ultimo respiro, c’era chi non sapeva che cosa sarebbe successo, che doveva solo fidarsi.

Maria, la bambina – sì, perché era una bambina quando concepì e mise alla luce Gesù – pura e candida che lo aveva portato faticosamente in grembo per nove mesi, vede suo figlio morire su una croce, dopo le peggiori torture e deve di nuovo fidarsi, credere, che non sia finita. Molto spesso viene rappresentata mentre sviene quanto momento il corpo di Cristo viene tirato giù dalla croce, ma questo non succede alle Madonne di Michelangelo. Nel disegno per Vittoria Colonna è una donna che volge mani e volto al cielo disperata, mentre il figlio le sembra scivolare via dalle ginocchia; nel meraviglioso non-finito della Pietà Rondanini ci sembra di scorgere una donna anziana, forse a causa di quelle rughe che lo scalpello ha lasciato sul marmo bianco, una donna che da sola trascina il figlio al riparo, al sicuro. Perché puoi essere anche il figlio di Dio, ma la mamma rimane sempre la mamma.

Pietà Rondanini di Michelangelo (1552-54)
Pietà Vaticana di Michelangelo (1497-98)
Cristo in Minerva di Michelangelo (1519-21)

Eppure è lei a dominare: la Pietà Vaticana. Michelangelo aveva solo 24 anni quando la realizzò; era un ragazzo giovane e alla sua prima commissione importante, eppure riuscì a rendere la sua opera l’emblema dell’amore e della fede. La giovane Vergine, pura e vincitrice sulla corrosione del peccato, sembra fondersi con il figlio che, seminudo, giace sulle sue ginocchia; lo guarda amorevolmente, come se fosse ancora quel paffuto bambinello che ha tenuto in braccio, allattato, cullato o con cui ha giocato in mille quadri che abbiamo ben fissi nella nostra mente. Eppure il suo gesto ci invita ad accettare quel corpo senza vita, a prenderci carico di quella salma: quel bambino non è mai stato realmente suo, è sempre stato destinato a noi, credenti oppure no, per salvarci dalla perdizione e per guidarci verso la via della misericordia. 

La Madonna è la prima credente e la sua fede indissolubile nei confronti del figlio le permetteranno di assisterlo nel Regno dei Cieli, quel luogo mistico e paradisiaco che viene promesso a tutta l’umanità nel momento della Resurrezione. E’ il momento in cui la cristianità si unisce, le campane suonano a festa, si indossa il vestito migliore e si va a festeggiare la più bella notizia che si possa mai ricevere: la Morte è stata sconfitta!

E allora ecco che Michelangelo rappresenta questo Cristo vittorioso, bello come un adone, privo della sofferenza e dell’abbandono che hanno le opere precedenti. Egli ruota su sé stesso mettendo in mostra un corpo vitale e forte, regge in mano, senza fatica, la croce del suo martirio, l’asta e la spugna con cui gli fu offerto l’aceto da bere nelle sue ultime ore di vita. Come molte opere del periodo, il Cristo della Minerva fu mutandato dopo il Concilio di Trento, infatti il panno di bronzo dorato fu un’aggiunta successiva. 

Una scelta che non turba la visione dell’opera, ma che probabilmente avrebbe fatto infuriare il sanguigno artista: davanti alla Morte ci presentiamo completamente nudi, privi di orpelli e di ricchezze e come tali affronteremo la vita eterna. Una regola che, probabilmente, nemmeno il Figlio di Dio può esimersi dal rispettare.

Non importa, lasciamo stare come ci presenteremo il giorno del Giudizio Universale, è ancora lontano (si spera!), per il momento godiamoci questa festa. Per i cristiani è il momento più importante dell’anno, anche se riceve molta più importanza il Natale. Per i bambini è il momento di riempirsi i pancini di cioccolato e per gli altri è un modo per stare con i propri cari. 

Quindi stringiamoci intorno alle tavole e sorridiamo perché stiamo festeggiando quella che è una Storia a lieto fine.

Fonti:

– F. Zöller, Michelangelo. L’opera completa, Taschen, 2013;

– A. Forcellino, Michelangelo. Una vita inquieta, Editore Laterza, 2007.

Zenos Frudakis: lo scultore della libertà

Zenos Frudakis di punto in bianco è diventato uno degli scultori più conosciuti tra i social o per meglio dire una sua opera lo è diventata: Freedom è un’opera pubblica che si trova a Philadelphia, è di bronzo e in realtà ha quasi vent’anni essendo stata inaugurata nel lontano 2001, ma solo ultimamente la sua notorietà è diventata virale. Ma cosa rappresenta? Rappresenta una rinascita, un’emozione comune, che lo scultore ha cercato di esprimere con semplicità e con un forte impatto visuale. Partito da piccole sculture alte poche centimetri, raggiunge il massimo concetto solo nel momento in cui la statua si presenta a noi nella sua grandezza attuale di 6 metri per 2. 

di Jessica Caminiti

Freedom Di Zenos Frudakis

Una figura maschile viene rappresentata attraverso 4 passaggi significativi ed esplicativi di cosa significa, in poche parole, (in questo caso immagini), libertà e rinascita. Frudakis, ispirato dalla sua stessa vita cerca di creare l’espressione completa del passaggio dalla staticità della sofferenza alla dinamicità della liberazione. La lettura deve essere fatta da sinistra a destra a partire dalla figura che “sembra una specie di mummia, la morte, una figura rinchiusa nella cattività e bloccata nello sfondo dell’installazione” per procedere attraverso la sofferenza, fino al raggiungimento della rinascita e della conseguente libertà. Con estrema violenza questo messaggio si presenta a noi e lo scultore ci racconta la sua ispirazione, la sua idea iniziale e il suo obiettivo:

Volevo creare una scultura che chiunque, indipendentemente dal proprio contesto, potesse guardare e percepire immediatamente l’idea di qualcuno che lotta per liberarsi. Tutti hanno bisogno di uscire da qualche situazione – che si tratti di una lotta interiore o di una circostanza contraddittoria – e di essere liberi.

Prima rappresentazione.

Camminando accanto alle quattro rappresentazioni della liberazione fisica e morale, quello che salta sicuramente all’occhio è la somiglianza della seconda statua con un’altra lontana nel tempo, ma molto conosciuta: un prigioniero, che lentamente si libera, Michelangelo qui di conseguenza detta legge. Il richiamo allo schiavo ribelle del Buonarroti non è per niente velato, anzi! La postura è identica e la stessa foga per liberarsi dalle catene strutturali del materiale è richiamata a livello stilistico e sul piano metaforico. La scelta di riprendere una statua così sofferente è proprio dettata dalla ricercatezza di significato: la liberazione dall’immobilità, dalla staticità della prima statua deve subire un forte scossone: la libertà è sofferenza all’inizio; le difficoltà psicologiche per superare quello stato di torpore sono violente e per farle percepire al pubblico anche i movimenti, i gesti delle statue devono essere violenti: non ci si libera dal dolore attendendo o passando dalla prima alla quarta statua senza strazio, ma seguendo un percorso creato dalla nostra volontà, dalla nostra sofferenza, dalla paura di abbandonare qualcosa che conosciamo, paura di qualcosa di nuovo, ma solo così potremo rinascere. Non è lo stesso bruco a dover diventare bozzolo per poi rinascere? Non deve un fiore nutrirsi della terra per riuscire a sbocciare pronto alle intemperie della vita? Siamo tutti chiamati a soffrire e per questo il complesso processo di vittoria della statua iniziale lo sentiamo così vicino: ogni volta, che usciamo dalla nostra zona di confort, che facciamo un passo verso una nuova direzione e non permettiamo alla vita di immobilizzarci, diventiamo un po’ più liberi, un po’ rinasciamo, un po’ probabilmente capiamo che tutti quegli ostacoli erano necessari.

particolare sfondo con gatto
particolare volto del padre sullo sfondo

Ma come abbiamo raccontato, prima di una storia di tutti e per tutti, è la vittoria di Frudakis. Egli non vuole che ci siano dubbi su chi sia lo scultore e su chi vuole augurare questo futuro a chiunque la veda: le sue impronte fanno da padrone ad uno sfondo indeciso, come non completo, che ci ricorda il non finito michelangiolesco per la sua velocità, la sua spontaneità e allo stesso tempo è una firma indelebile e inconfondibile dell’autore. Non è solo questo: lo sfondo ci racconta storie, personaggi, per chi si sofferma ad osservarla. Oltre alle sue impronte, anche la sua mano appare, come anche un busto del padre, diviso in larghi pezzi, un gatto e molto ancora, monete per esempio, che rappresentano la correlazione stretta tra arte e denaro, ma anche la sua data di nascita 7/7/51. 

Qual è il messaggio importante e cosa possono e dovrebbero fare i fortunati turisti e curiosi? Interagire e avvicinarsi all’installazione, non solo emotivamente e mentalmente, ma anche fisicamente: un’apposita scritta “stand here” suggerisce ai fruitori di prendere posto e liberarsi anche loro dalle catene, che la vita impone, per rendere reale ciò che la statua racconta, d’altronde la vittoria finale, la rinascita, la liberazione la meritiamo tutti: uscire dalla nostra tomba è il primo passo, lottare è la risposta, solo così si potrà sentire il profumo della libertà.

Tutte le foto sono prese da Foto dal sito dell’artista: http://www.zenosfrudakis.com

Fonti

www.zenosfrudakis.com

La spiritualità di Gauguin

Alla ricerca di una spiritualità primitiva Gauguin compie un viaggio mistico alla scoperta di sé stesso all’interno della pittura.

di Jessica Colaianni

Paul Gauguin nasce a Parigi nel 1849 ma sin dall’infanzia mostra un certo disagio per la vita in città con un desiderio di fuga verso civiltà lontane. Con la famiglia si trasferisce per un periodo a Lima in Sud America per poi tornare in Francia e ricevere una formazione abbastanza deludente nella città di Orléans. Sopraffatto dai problemi familiari e dopo aver fallito l’esame di ammissione all’Accademia Navale di Parigi decide di arruolarsi come allievo pilota sul mercantile Luzitano, mezzo che lo porta a viaggiare per il mondo e a scoprire così quei posti esotici che affollavano l’immaginario collettivo degli europei dell’Ottocento.

Tornato a Parigi a seguito della morte della madre, è in questa fase che Paul si avvicina al mondo delle belle arti, grazie all’intercessione di Gustave Arosa, ex compagno della madre. Comincia ben presto a collezionare le opere degli impressionisti, movimento all’epoca embrionale e fortemente criticato dagli esperti d’arte e nel mentre inizia a realizzare i suoi primi lavori, sotto la guida del maestro Pissarro.

Visione dopo il sermone (1888)

Il contatto con gli artisti del movimento che per molti diede vita all’arte contemporanea è fondamentale per la formazione del giovane Gauguin, il quale però non condivide a pieno la poetica. Sin da subito, infatti, dimostra di aver superato i suoi predecessori portando delle novità importanti all’interno della sua pittura. Ma la piena maturità stilistica Gauguin la raggiunge in Bretagna, a Pont-Aven per l’esattezza, paese selvaggio e rurale frequentato da diversi artisti con cui entra in contatto, tra cui Bernard e Laval che lo introducono alla tecnica del cloisonnisme, ispirata alle vetrate gotiche e consistente nella stesura di ampie campiture di colore ben delimitate. Capolavoro di quegli anni rimane la Visione dopo il sermone (1888) dove delle fedeli assistono al combattimento tra Giacobbe e un angelo, scena tratta dal libro della Genesi. La particolarità del dipinto sta nella rappresentazione del prato rosso e nella presenza di un albero che taglia in diagonale la scena, suddividendo in maniera netta ciò che è realtà da ciò che è immaginazione. Tra uno spostamento e l’altro, dopo una convivenza turbolenta con Van Gogh, conclusasi non nel migliore dei modi, Paul decide di lasciare definitivamente la Francia per rifugiarsi in un posto lontano, dove poter concludere la sua vita e continuare a produrre la sua arte, poco compresa al tempo e in parte derisa. Si trasferisce quindi a Tahiti dove Gauguin realizza indubbiamente la sua produzione più importante, fortemente ispirato dai colori e dal modo di vivere dei polinesiani. Qui entra in contatto con una spiritualità del tutto nuova e completamente diversa rispetto a quella occidentale e ben presto ne fa protagonista dei suoi lavori.

Ia orana Maria (1891)
Manao tupapau – The Spirit of the Dead Keep Watch (1892)

Tra i quadri più rappresentativi di questo periodo vi raccontiamo di tre in particolare. Il primo è Ia orana Maria (1891), una delle prime opere che Gauguin realizza in terra tahitiana e che vede ancora una forte presenza della religione cattolica, rappresentata da un angelo con le ali gialle che indica due donne del posto. In primo piano sulla destra, invece, troviamo una trasposizione del tema della Madonna col bambino, rappresentati in sembianze e in un ambiente totalmente estraneo alla raffigurazione tradizionale e immerso nei colori e paesaggi esotici dell’Oceania. Nel 1892 dipinge uno dei quadri più famosi, Manau Tupapau (Lo spirito dei morti veglia), il dipinto rappresenta Teha’amana, una giovane ragazza con cui l’artista intraprende una relazione. La donna giace nuda sul letto, inevitabile anche qui sono i richiami all’iconografia tradizionale occidentale, in questo caso l’immagine della Venere che qui diventa una figura con la pelle scurissima, caratteristica di coloro che abitano le isole della Polinesia. Sulla sinistra una figura minacciosa e malvagia incombe, è Tupapau, uno spirito dei morti tratto dalla cultura tahitiana che stava in quegli anni scomparendo dalle memorie dei giovani a causa del colonialismo. Il demone è interpretato come simbolo ineluttabile e inconoscibile della morte.

Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo? (1897-98)

Dopo un breve rientro in Francia che gli provoca più dolore che altro, l’artista riparte per la Polinesia. In  fine quindi prendiamo in esame quello che possiamo considerare il lascito testamentario di Gauguin, un lavoro del pittore realizzato nei suoi ultimi anni di vita percorsi da disturbi di salute e depressione con un tentativo di suicidio. Stiamo parlando del quadro Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo? (1897-98), opera di grandi dimensioni che pone la visione intima e spirituale dell’artista unita alle grandi domande che attanagliano da sempre l’uomo. La lettura iconografica parte da destra, dove un bambino steso sul prato rappresenta naturalmente la domanda da dove veniamo? Prosegue con la parte centrale della scena, dove una serie di figure immerse in un paesaggio naturale sono intente a svolgere diverse azioni pratiche e riflessive, riferendosi alla domanda chi siamo? A sinistra, a conclusione della sequenza e corrispondente alla domanda dove andiamo? una vecchia avvizzita rappresentata in posizione fetale intenta a ricordare con nostalgia gli anni della giovinezza. L’opera è un capolavoro che merita ancora di essere studiato e indagato nella miriade di simboli impressi da Gauguin che, indubbiamente, è tra i più grandi artisti dell’era moderna.

Fonti:

– Elena Ragusa, Gauguin, in I Classici dell’Arte, vol. 10, Rizzoli, 2003;

– Anna Maria Damigella, Gauguin, in Art dossier, Giunti, 1999;

– Ingo F. Walther, Gauguin, in Basic Art, Taschen.

Aeroporto Daxing: la stella marina più grande al mondo

Muraglia Cinese, Esercito di Terracotta, Città Proibita. Pochi sanno però che l’Estremo Oriente ha molto altro da offrire a partire da aeroporti che rappresentano autentiche opere architettoniche.

di Andrea Ferro

Tra tutti spicca il nuovo Daxing International Airport di Pechino. Inaugurato a Settembre 2019 dal Presidente Xi Jinping in persona, l’aeroporto si sviluppa lungo 700.000 metri quadrati, ovvero 98 campi da calcio! Voluto per decongestionare il traffico dell’attuale aeroporto di Pechino, l’opera architettonica nasce dal progetto del famoso architetto Zaha Hadid in consorzio con altri studi cinesi e non. Il ruolo dello studio Zaha Hadid è stato soprattutto quello di progettare il design integrato di tutto il terminal, per offrire un linguaggio architettonico unico a esterni, interni, postazioni tecniche e spazi per il retail. Lo studio si è occupato infatti anche del layout di distribuzione e panificazione degli spazi commerciali.

Se dall’alto l’aeroporto assomiglia ad una stella marina, all’interno la struttura appare agli utenti come un luogo avveniristico: per realizzarlo gli architetti si sono ispirati a principi dell’architettura tradizionale cinese come l’organizzare spazi interconnessi intorno ad uno spazio centrale.

Nel progetto di Zaha Hadid Architects i passeggeri sono guidati attraverso percorsi che dai diversi spazi del terminal, le zone di partenza, arrivo o trasferimento, conducono verso il grande cortile centrale illuminato da una cupola di vetro trasparente. È questo il cuore del terminal: uno spazio per incontri e soste che vive a più livelli. Questa distribuzione compatta e radiale si è rivelata molto efficace perché nella corte centrale si trovano tutti i servizi e i comfort per i passeggeri. Le campate strutturali, lunghe fino a 100 metri, danno vita ad ampi spazi pubblici all’interno dell’aeroporto e permettono un alto grado di flessibilità e di possibilità di riconfigurazione anche futura. Inoltre, il design consente l’attracco di un numero consistente di aeromobili, riducendo in questo modo le distanze dai terminal al centro del complesso, che si percorrono in soli 8 minuti.

L’aeroporto è all’avanguardia anche dal punto di vista tecnologico: vanta il più grande sistema di gestione del traffico aereo automatico al mondo, un sistema di riconoscimento facciale avanzato e altre tecnologie sofisticate di primo livello. 

In poche parole, un viaggio nel futuro ancora prima di iniziare il proprio viaggio in aereo!  

Perchè Dante è ancora attuale?

Quando pensiamo alla Divina Commedia grandi ricordi e strane memorie affiorano alla mente, il mio? Il mio professore di italiano e storia, che entra in classe, chiude tutte le tapparelle e inizia a decantare, camminando per la classe, ciò che il sommo poeta ci ha lasciato: l’arrivo al cancello, l’incontro con Paolo e Francesca, Lucifero e finalmente le stelle.

di Jessica Caminiti

Dante e la sua Commedia
Ali nella sua rappresentazione

Jessica: Una videochiamata con Ali per farvelo conoscere in questo duro periodo, durante il quale non potrete conoscerlo in giro per le strade di qualche città. Davanti un video vedo il suo giardino da cui fa le live per stare vicino a chi ama la sua arte e chi ovviamente lo vuole seguire.

Ali: sono un figlio del Sessantotto, sono nato dopo che mia mamma italiana conobbe mio papà somalo, quando lui vincendo una borsa di studio si trasferì in Italia e per sottolineare la Lotta di cui erano parte il mio secondo nome è Fridrich, come un certo famoso Engels. Erano anni difficili: lavoravano al totocalcio la domenica, mentre cercavano di portare a termini i loro studi e quando questo successe ci trasferimmo in Somalia, dove vivemmo per parecchi anni. Dopo la loro separazione, il mio ritorno in Italia fu con mia mamma e i miei 3 fratelli e da qui inizia la mia avventura. 

Ho provato a intraprendere la strada della psicologia, ma dopo mi sono “arreso” alla mia passione: il teatro. Ho preso il mio master e ho fondato diverse compagnie tra cui quella con il mio maestro Virgilio Zernis. Purtroppo non è tutto oro quello che luccica e ho avuto una profonda crisi emotiva, che mi ha portato ad abbandonare questa mia passione per parecchi anni, fino al 2011.

J: dove e come hai ritrovato la tua passione?

A: Un giorno nel 2011 appunto sono andato a vedere un mio amico all’Ateneo degli imperfetti, un circolo culturale e ho sentito di nuovo quel fuoco incontenibile.  Ho capito, che il teatro conviviale è la mia via così ho chiesto la possibilità di recitare l’inferno di Dante, così per due anni e mezzo sono stato loro ospite con un paio di canti a serata.

Nel mezzo del cammin di nostra vita/ mi ritrovai per una selva oscura,/ ché la diritta via era smarrita (Ct. I, Inferno)

J: La vera domanda, che dall’inizio frulla nella mia mente, è: perché Dante?

A: L’ho scelto per il suo fascino dettato anche dal gap linguistico, la sua difficoltà di lettura, che obbliga l’attore ad usare tutte le sue capacità per andare oltre la distanza iniziale con il pubblico: l’utilizzo della voce e dei gesti diventano non solo importanti, ma indispensabili. Io cerco di differenziare non solo i diversi personaggi, ma anche Dante da quando è personaggio a quando è narratore. Memorizzare, che è un lavorone, in realtà è la parte minore: il lavoro allegorico per decifrare Dante e condividere con il pubblico questi canti è la parte più complessa.

J: è difficile immagino trovare una connessione con il pubblico. Già in un teatro istituzionale questa empatia è da ricercare in maniera complessa, ma per strada, dove le gente può decidere di non fermarsi, può non ascoltarti, come mai questa scelta?

Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende (CT. V, Inferno) – illustrazione Gustave Dorè

A: Dal 2016 ho deciso di intraprendere questa strada. Ho iniziato dalla Puglia, dove ho girato tutta la regione con il mio spettacolo fino a fermarmi a Lecce, di cui mi sono innamorato. Ho scelto di andare in questa regione, perché insieme al Piemonte, in quel periodo, era l’unica che permetteva la divulgazione teatrale per strada; grazie a questo ho potuto mantenermi ed avere un reale introito dal mio lavoro e la mia passione.

Ovviamente la paura di non farcela c’era. La lontananza con il pubblico viene eliminata, ma può non sentirti, può passare oltre appunto, ma ha qualcosa in più dei luoghi istituzionali: è l’espressione completa di Dante, non parli solo con la gente che lo conosce, che è già appassionata, parli anche con chi non è interessato, con chi non lo sa.

Tutti meritano di conoscere Dante: è il padre della lingua italiana e punto di riferimento sia linguistico, che morale. Conoscere qualcosa di così lontano nel tempo in realtà è utile per andare oltre e conoscere l’evoluzione della cultura e delle persone fino ad oggi. Prendi come esempio la morale: i peccati sono ancora gli stessi. 

J: Quindi hai deciso di prendere come punto di riferimento Dante, anche perché è terribilmente contemporaneo?

A: Certo! L’inferno, non è semplicemente l’inferno, è l’Inferno DI Dante, come stessa cosa si può dire del Purgatorio e del Paradiso. Dante mette i suoi peccatori, i suoi beati, ma ognuno di noi può immaginare quello che vuole e chi vuole al posto di Farinata degli Uberti, di Paolo e Francesca e tutti gli altri, anche di Beatrice stessa. Dante lo scrisse come lavoro di fino sulla sua emotività, per descrivere un periodo difficile in cui si trovò esiliato dalla sua Firenze in cui decise di non fare più ritorno, è un viaggio nei peccati e nella ricerca di redenzione di Dante stesso. Quando dice “Tant’è amara che poco è più morte”, ci vuole raccontare che anche lui è un peccatore, ma di che tipo? Facciamo questo viaggio con lui, ma perché lui ha paura di essere tra i dannati? Perché teme di morire prima della redenzione? Quello che vedo e credo, che Pier dalla Vigna, morto suicida presente nell’Inferno sia un suo alter ego: morto per un brutto gioco della fortuna, del destino.

Ed egli a me: “Se tu segui tua stella, non puoi fallire a glorioso porto, se ben m’accorsi nella vita bella” (Ct. XV, inferno) – illustrazione Gustave Doré

J: Parli della Fortuna intesa come destino? Come era intesa dagli antichi?

A: No, per il semplice fatto, che Dante finché non incontra il suo alter ego Pier Dalla Vigna, non sa cosa sia la Fortuna in senso greco, lo conoscerà solo nel VII canto. Entrambi, secondo Dante, accusati ingiustamente di tradimento (uno nei confronti di Federico II, l’altro di Firenze) non hanno avuto la fortuna dalla loro parte, quindi non è detto che essa si dimostri durante la vita terrena. Quello di cui parlo io è la maieutica, ovvero si può ciò che si vuole, di crescita personale: vuolsi così colà, dove si puote

J: questo è un viaggio di redenzione, ma secondo te può esserlo per tutti?

A: Assolutamente sì, appena si capisce che questo viaggio è nella coscienza umana, ognuno di noi può farlo per sé e può uscire dal suo inferno fino al raggiungimento del proprio paradiso. Proprio questo è rendere Dante contemporaneo, farlo tuo e anche l’attore in questo caso ha una funzione: dare struttura al personaggio, per far capire questo messaggio. Anche a me è stato utile sono passato da un inizio nella selva oscura, fino al viaggio che sto percorrendo per il raggiungimento della comunione con il creato ed è proprio questo che auguro a tutti: trovare la propria strada per arrivare all’assoluta empatia con il mondo.

ODE A DANTE, ALL’AMORE, AL ROMANTICISMO E AGLI ETERNI ROMANTICI

Il 25 marzo è il Dantedì, giorno in cui si celebra il Sommo Poeta, e noi vogliamo dedicargli un viaggio tra le opere che rappresentano quella coppia d’amanti che ha reso immortali con le sue terzine.

di Silvia Michelotto

In mezzo a questo eterno susseguirsi di anniversari importanti (500 anni dalla morte di Tizio, 500 anni dalla nascita di Caio, 500 anni dalla pubblicazione di Stenly….*coglietemi la citazione, per piacere!*) il Ministero per i Beni Culturali ha deciso di onorare Dante istituendo il Dantedì. Un giorno che, come un Pokémon selvatico, si è piazzato davanti a noi così all’improvviso…E chi siamo noi per ignorarlo?

C’è poco da fare, lo si può amare o odiare, ma il Sommo Poeta è ovunque. Lo si trova in sculture, quadri, testi teatrali, opere liriche e musical, film, canzoni, romanzi ed è arrivato pure nel mondo del fumetto e del manga giapponese! Insomma, Dante è arrivato dove molti altri se lo sognano!

Chi altro può vantare di essere diventato un fumetto di Topolino, essere citato nella canzone di un rapper ( J-AX che ci ricorda in modo molto carino che Non avremmo avuto la Divina Commedia se Dante si fosse bombato Beatrice), di essere stato oggetto delle illustrazioni di Paolo Barbieri e che venga declamato nelle piazze?  Chi è riuscito a rendere una donna immortale, rendendola una leggenda? La musa che ogni artista sogna di avere, pura, gentile e affabile, la donna perfetta. Eppure in questi anni, la bionda Beatrice, ha deciso che vuole usare il ruolo che Dante le ha donato per essere la voce di quelle donne che- sì, belle le parole romantiche e l’essere preservate- l’amore lo vogliono fare, vogliono che sia concreto, vissuto a pieno. Questo è quello che ci regala la Beatrice di Benni, nella sua opera teatrale, ed è, comunque, una gentile concessione di Dante, che ha voluto donare alla storia una donna che ha comunque fatto la sua vita, amando un altro e non il famoso poeta che le donava ogni giorno qualche bella poesiola (e se non è questo girl power!). 

Si può odiare Dante (e ammetto qui, di fronte a tutti voi, che  la poesia non mi ha mai fatto impazzire, figurarsi quella dantensca!), ma almeno un pezzettino, anche minuscolo, non si può fare a meno di apprezzare. Da brava romantica quale sono, ho un debole per il V canto dell’Inferno: un amore proibito, che comunque ci viene narrato da quel puritano di Alighieri come una storia giusta, fatta da due anime affini (e analizzando la vicenda, ci sembra quasi impossibile non stare dalla parte dei due amanti). E’ un susseguirsi di parole che colpiscono il cuore e che rendono visibile, quasi tattile, la vicenda. Impossibile non pensare che siano proprio i versi di Dante ad aver ispirato le numerose opere dedicate a Paolo e Francesca. Un esempio calzante è il lavoro di Anselm Feuerbach, realizzato nel 1864, dove i due giovani vengono raffigurati mentre leggono quel libro galeotto. I loro gesti sono delicati e pieni d’affetto, perfetta raffigurazione di un amore romantico che sboccia tra le ombre di un cespuglio.

Paolo e Francesca di A. Feuerbach (1864)
Paolo e Francesca di C. E. Hallé (1840)

Più passionale e peccaminoso sembra, invece, l’opera di Edward Charles Hallé (1840), dove Paolo tira a sé la sua amata quasi con violenza, desideroso di consumare il loro amore. Un atto che li porterà alla morte (rappresentata in modo struggente da Gaetano Previati nel 1887) e a ‘vivere’ per l’eternità nel vortice dei lussuriosi. Mentre le altre anime vagano solitarie, i due rimangono stretti in un abbraccio che Gustave Doré riesce a riempire di ogni sentimento possibile. Le lenzuola in cui sono avvolti richiamano la purezza della colomba, termine di paragone usato anche da Dante (colombe dal desio chiamate), ma le morbide curve  del tessuto e i loro corpi ricordano la forma di un cuore (anatomico). Il loro abbraccio è disperato d’amore, ma anche tragico: i due si amano alla follia, hanno accettato la penitenza eterna, ma non desideravano che l’altro morisse. La ferita di Francesca ricorda la loro scomparsa, violenta e prematura, mentre Paolo la osserva, il volto chino e triste per la sventura che l’ha colpita. Allo stesso tempo, la posa sinuosa, richiama ancora la sensualità e l’intimità tanto bramata, inevitabile conseguenza del loro amore.

Paolo e Francesca di G. Doré (1860)
Paolo e Francesca di U. Boccioni (1908-09)

Esplicito e privo di ogni pentimento è, invece, l’abbraccio che raffigura Boccioni agli inizi del Novecento. Sono amanti lussuriosi e bramanti di pura e folle passione, che solcano quello che sembra un fiume di cadaveri: solo loro, in quel piccolo bozzolo rosso e giallo, sono vivi. Il loro amore li ha portati all’Inferno, ma loro sono ancora in grado di provare emozioni, amare ed essere amati e lo saranno in eterno, nella storia, nella memoria e grazie a un tipo dal naso così adunco che lo fa sembrare una poiana!

Eppure me la pongo questa domanda: era strettamente necessario ricordare Dante in questo modo, istituendo un giorno che forse conosciamo io, te, il ministro e sua madre (perché le mamme son sempre le mamme)? Personalmente direi Ni. Mi spiego meglio: Dante è uno di quei poeti che si conosce o si conosce, non puoi scappare a tale verità. Tutti almeno una volta, che sia in modo informale o formale, hanno sentito nominare il suo nome; la Divina Commedia è un’opera riconoscibilissima, alcuni versi sono diventati così popolari da essere citati nel parlato quotidiano (il Lasciate ogni speranza o voi che entrate ormai è stato consumato a forza di essere usato da chiunque debba affrontare qualche terribile evento, come esami, colloqui con i capi…). Non era meglio, quindi, dedicare un giorno a un poeta o autore che ha realmente bisogno di essere ricordato? Qualcuno che è caduto nell’oblio o che, visti i programmi scolastici alcune volte troppo irrealistici, a scuola non viene quasi mai nominato? 

Allo stesso tempo credo che, celebrare Dante, ci permetta di ricordare da dove è nata la nostra lingua, la cultura che univa un’Italia divisa in mille staterelli, che ha reso, nel bene e nel male, grande il nostro Bel Paese. Ma soprattutto questo giorno ci ricorda che noi, figli di una terra che ha tutto, rumorosi, con i nostri dialetti strampalati, i nostri canti e balli, siamo un popolo che ha sempre amato prima di ogni altra cosa l’amore, passionali amanti dalla vena poetica. Ci innamoriamo ancora di uno sguardo, di un sorriso, di una mente e di un’idea e, come moderni Dante, spendiamo parole e gesti eclatanti per poter essere almeno un po’ notati. Solo noi potevamo vedere in questo sentimento dannazione e salvezza, poter concepire versi in cui il desiderio per l’altro si trasforma in pura e meravigliosa poesia.

Alla fine siamo degli eterni Dante Alighieri, romantici, che fanno la paternale agli altri e che poi razzolano malissimo, che fanno finta di niente, svenendo nei momenti meno opportuni o quando non sappiamo che fare, quindi forse sì, un Dantedì serve sempre. 

Però, Dantuccio caro, fatti dire una cosa: un gelatino o un anellino alla Beatrice potevi pure offrirlo!

La nascita del cinema italiano

Sopra la più grande arteria della civiltà Occidentale, lungo la strada del Ponte Milvio, ecco il Generale Carchidio, bendato e condotta dentro una carrozza, pronto a consegnare la richiesta della resa pacifica di Cadorna al generale Kanzler di una resa specifica.

di Lorenzo Carapezzi

Nel 1905 il cinema italiano spalanca i suoi occhi verso la realtà, sancendo l’inizio della sua storia. 35 anni dopo la fine dello Stato Pontificio, il 20 settembre a Roma venne proiettato “La Presa di Roma”, ovvero l’inizio di un nuovo periodo artistico italiano e di una nuova economia globale. In soli 5 minuti il regista e produttore Filoteo Alberini riesce nell’impresa di quel “fare gli italiani” che Massimo D’Azeglio tanto desiderava. Attraverso la collaborazione con il ministero della Guerra, una grandiosa distribuzione fatta di volantini e di una propaganda fortemente anticlericale, Alberini riesce ad unire con spirito laico, la memoria e l’appartenenza nazionale di un intero popolo. Grazie alla rappresentazione della Breccia di Porta Pia, l’uomo italiano riesce a scoprire una propria identità e si sente inserito dentro una comunità. Lo spettacolo non sta solo nei magnifici dipinti di Michele Cammarano o dalle fotografie di Fuminello; ciò che illumina la scena non sono solo le scenografie di Augusto Cicognani, oltre al corpo del film, è stupefacente ciò che avviene nella platea. Un prodotto così celebrativo e didattico, che riesce a rendere reale e verosimile la finzione, crea un’unità e dà uno spaccato sociale così intenso da permettere ad un operaio qualsiasi di essere seduto accanto ad un borghese o persino ad un aristocratico.

Alberini, con sole 500 lire a disposizione, è riuscito a creare una vera e propria opera d’arte, non tanto per una questione stilistica o formale del film in quanto tale, ma nell’essere riuscito nella pratica a dimostrare ciò che l’arte, in particolare il cinema (che personalmente considero “Arte delle arti”), è capace di fare: costruire un tessuto di emozioni condivise. Dopo secoli di divisioni, ecco che il cinema arriva anche in Italia  riuscendo a raccontare attraverso un senso metonimico un’avventura collettiva del popolo italiano in quanto tale. Le sale cinematografiche, dopo questo pezzo iniziale di storia, si moltiplicano, anno dopo anno, diventando luoghi comuni, di tutti, dove le distinzioni e le differenze non riescono ad oltrepassare le porte del cinema.

Bambini, ragazzi, donne e uomini corrono verso la luce del cinema, come il poeta attirato dalla voce della sua Musa, poiché attratti da una forma d’arte che è riuscita a fare tutto ciò che le principali arti di un tempo, quelle classiche come la pittura e la scultura, erano riuscite solamente a sfiorare con l’idea: la capacità di riprodurre la vita in quanto tale.

L’uomo qualunque si sente appagato e partecipe nel vedere storie che entrano nell’eredità collettiva della memoria civile, raccontando piccole storie di persone senza storia, o da sempre ignorate dalla storia. L’uomo scopre se stesso e scopre quanto la sua vita sia importante, né più né meno delle altre. La sala cinematografica diventa luogo democratico per eccellenza, l’Atene artistica si erge anche in Italia.

L’Italia nasce con il Risorgimento e il Risorgimento si fa azione grazie al cinema. Gli occhi lucidi degli spettatori vedono meravigliati il loro destino, con una luce intensa che incornicia la figura femminile che personifica l’Italia, con in un pugno lo stendardo tricolore. Accanto alla bellissima rappresentazione femminile, ai suoi lati, ecco le figure emblematiche di Cavour e Vittorio Emanuele II (da un lato), Garibaldi e Mazzini (dall’altro). Ci ritroviamo in un’epoca in cui l’italiano non ha più motivi per combattere e inizia a scoprire il tempo libero, a capire finalmente cosa sia lo svago e la possibilità di apprezzare l’arte che mai era presente durante una fucilata ed un colpo di cannone. Il cinematografo è divenuto l’onesto passatempo di tutte le classi sociali. “La sala cinematografica” scrive Robert Musil “diviene spazio di culto laico. Chiese e luoghi di culto non sono riusciti in svariati millenni a coprire il mondo di una rete così stretta come quella creata dal cinema”.
L’esempio di Alberini e della sua casa di produzione “Alberini&Santoni” dimostrano a tutti i miscredenti la potenza suprema del cinema, ed in particolar modo del cinema italiano che oramai, salvo eccezioni, ha perso ogni suo carattere dominante, divenendo semplicemente passatempo o come direbbero oggi, un “hobby”.

Fonti:

– G. P. Brunetta, Guida alla storia del cinema italiano (1905-2003), Einaudi, 2016

– A. Bernardini, Cinema muto italiano: industria e organizzazione dello spettacolo 1905-1909, Roma/Bari, Laterza, 1981

Film completo: https://www.youtube.com/watch?v=vvXNw8_P2-I&t=297s

Palazzo Schifanoia a Ferrara e i suoi misteri

Oggi vi portiamo a Ferrara, più precisamente nel Salone dei Mesi di Palazzo Schifanoia, appartenuto alla famiglia estense, dove arte e astrologia si incontrano per creare un ciclo figurativo tra i più ricchi ed enigmatici del Rinascimento quattrocentesco. Siete pronti per questo viaggio sensazionale?

di Jessica Colaianni in collaborazione con Ludovica Fasciani

palazzo Schifanoia all’esterno

Nel 1840 vennero scoperti, grazie alla caduta di alcuni pezzi d’intonaco, degli affreschi con delle figure apparentemente misteriose e indecifrabili. E tali rimasero fino all’arrivo in città di Aby Warburg, il quale riuscì a ricostruirne l’intricato percorso che li aveva portati dall’antichità indiana sino al Rinascimento Ferrarese, passando dall’Egitto. L’umanista tedesco giunse all’interpretazione del complesso programma iconografico ricorrendo a varie fonti, mai considerate prima in relazione a questi affreschi. 

Ma cosa è rappresentato esattamente?

Il primo elemento che salta all’occhio è la serie raffigurante i dodici mesi. Ogni sezione dell’affresco (che purtroppo si conserva quasi intatto solo su due delle quattro pareti della sala) è composta da tre scene: quella posta più in alto mostra i carri trionfali degli dèi dell’Olimpo, mentre quella più in basso ci trasporta alla corte del duca Borso d’Este, committente del ciclo figurativo, e raffigura scene di vita quotidiana della corte ferrarese. Tra le due sezioni, infine, una fascia dai colori più intensi è dedicata al mondo degli dèi astrali: ogni segno dello zodiaco è qui circondato da tre figure enigmatiche, di cui tra poco sveleremo l’identità.

Marzo
Aprile

L’associazione tra divinità greche e astrologia è comune nel Rinascimento e affonda le sue radici nel Medioevo, basandosi su una concezione ellenistico-araba che associa i sette pianeti ad altrettante divinità pagane, o demoni astrali, reggenti i mesi, i giorni e le ore delle sorte umana. Troviamo traccia di questa concezione già nella Germania del XII secolo, nel De deorum imaginibus libellus del monaco inglese Alberico. Attraverso l’analisi di soli tre mesi, marzo (retto da Pallade e dall’Ariete); aprile, (retto da Venere e dal Toro); luglio, (retto da Cibele e Giove insieme al segno del Leone) è possibile avere uno spaccato di come potesse essere stata l’intera stanza affrescata e provare a dare una lettura di essa. Nel salone, infatti, troviamo la rappresentazione del cielo con le stelle fisse descritto nel IV secolo a.C. da Arato, ancora oggi uno strumento primario dell’astronomia. Ma ancora non vi stiamo dando nessuna chiave per aprire questo lucchetto! Per farlo dobbiamo parlare anche di un altro testo che ci aiuta alla comprensione delle immagini, ovvero la Sphaera Barbarica, composta in Asia minore da un certo Teucro con la descrizione del cielo delle stelle fisse in cui le costellazioni vengono associate a divinità astrali, arricchita dalla nomenclatura egiziana, babilonese e dell’Asia minore la quale supera il catalogo di Arato. Ed è proprio in questo testo che abbiamo la risposta a quelle tre figure che circondano il segno zodiacale: sono i decani, elementi di derivazione egiziana. Ognuno di essi incarna un arco temporale, ovvero un terzo di un mese: dieci giorni (o gradi); questa concezione arrivò in occidente grazie alla mediazione di Abu Ma’shar, in particolare alla sua Grande Introduzione. Il risultato è la creazione di un manuale di astrologia valido per tutti i giorni dell’anno, in quanto in tutto i decani sono 360 e stanno ad indicare la concezione dell’influenza del mondo astrale sulla vita degli uomini. Se entriamo nel dettaglio degli esempi portati da Warburg, notiamo come gli affreschi corrispondano, quasi specularmente, a un’altra importante fonte: il poema didattico astrologico del romano Manilio, riscoperto poco dopo il 1417 dagli studiosi umanisti.

Trionfo di Venere
Rappresentazione della conte d’Este

Ok, adesso che abbiamo capito alcuni dei significati dietro a queste immagini e le fonti a cui fanno riferimento, ci chiediamo, qual è il senso di tutto ciò? Palazzo Schifanoia non è l’unico esempio di luogo dove costellazioni, segni zodiacali e divinità astrali prendono vita sulle pareti di saloni importanti; abbiamo altre testimonianze infatti a Padova, Perugia e in altre città italiane, dominate nel corso del Rinascimento da importanti corti signorili. Come già accennato in qualche riga più su, a quei tempi era pensiero comune credere che le stelle e i pianeti influenzassero la vita delle persone, a partire dal giorno in cui si è nati. Per tornare a Ferrara, ad esempio, nel mese dedicato a marzo, troviamo delle figure intente a svolgere attività di cucito, questo perché si credeva che i nati sotto l’Ariete avessero delle predisposizioni alla manualità. Secondo Warburg, nonostante la corte estense sia piena di esperti astrologi, l’ispiratore del ciclo del Salone dei Mesi fu in effetti il bibliotecario e storiografo di corte Pellegrino Prisciani, il quale struttura il programma iconografico costruendo un sistema astrale che risponda ai desideri di Eleonora d’Aragona, moglie del duca Ercole.

Eccoci giunti alla fine del viaggio, speriamo che questi nomi e queste rappresentazioni vi abbiano aiutato a comprendere il pensiero degli uomini rinascimentali che, visti così, non sembrano poi tanto lontani a noi!

Quattro chiacchiere con Emanuele Dainotti

Doveva essere una semplice intervista con un artista, invece parlare con Emanuele è stato molto di più: è stato rigenerante e rinfrescante. Abbandonando le sovrastrutture artistiche, ricostruire una realtà e un mondo che sembra così lontano eppure così vicino a noi, il vero mondo della nuova arte. Si è parlato un sacco, la sintesi della sintesi spero possa essere abbastanza per entrare nel VERO mondo delle mostre e della sfavillante arte contemporanea, che si spera riesca a dare nuova vitalità ad un mondo, che sta continuando ad evolversi. Tra parole, spiegazione e parte dell’intervista cercherò di farvi conoscere Emanuele e farvi capire perché sono rimasta stregata dalla sua arte.

di Jessica Caminiti

Per conoscerlo forse la scelta migliore è introdurlo dalle sue parole: sintesi, loop e finitudine. 

Jessica: dai tuoi video si comprende bene perché tu abbia scelto parole come sintesi e loop, molte volte infatti i personaggi entrano in un misterioso ed eterno ritorno nella realtà senza possibilità di redenzione, ma ci puoi spiegare meglio cosa intendi per finitudine? Una parola purtroppo caduta in disuso nell’italiano corrente.

Emanuele: È un tendere all’idea di fine, ma non si esaurisce qui. Non è la fine, ma una possibilità. É la continua ricerca umana di uno stato che trascenda le nostre possibilità, l’incapacità di concepire la mancanza di una soluzione.

Frame di SAN NEPOMUCENO. Video rappresentativo delle parole indicate da Emanuele

J: Se la scelta di abitare ad Anversa è dettata dalla ricerca di terreno fertile, della nuova New York (mi sento dentro futurama) o della Nuova Berlino dell’arte contemporanea, la scelta di scappare dall’Italia è ancora più meditata e ricercata per sfuggire all’agio, che gli scorsi decenni hanno portato all’interno del panorama del Bel Paese

E: Esattamente, ero alla ricerca di un terreno più fertile. Avevo bisogno di trovarmi in una situazione scomoda, che mi permettesse di aprirmi a nuove visioni e soprattutto di confrontarmi con qualcosa che non mi è consono e chiaro. Inoltre il lavoro di un artista ha bisogno di spazio, tempo e attenzione. Questi tre elementi sono molto più reperibili fuori dall’Italia soprattutto quando si parla di under 35. In generale si percepisce la voglia di coltivare più che di celebrare.

J: si nota, che in realtà di artisti italiani famosi nel campo contemporaneo ce ne sono pochi..

E: Le personalità più interessanti degli ultimi trent’anni si sono quasi sempre formate o affermate fuori dai confini italiani, vedi Cattelan e Beecroft, giusto per citare due tra i più conosciuti. Se ne sono andati, magari anche per tornare in seguito.

J: ma ci racconti qualcosa di te, da cosa hai iniziato, chi ti ha ispirato…

E: Mi sono avvicinato all’arte inizialmente tramite una passione per la scultura e questo ha sicuramente influenzato il mio approccio formale al video. Ma più che all’arte visiva, in senso stretto, ho sempre rivolto il mio interesse alla letteratura, la filosofia, il cinema e la musica.

Se dovessi darti dei nomi dovrebbero essere scrittori più che artisti.

J: Ispirazione  concretezza possono essere espresse nelle maniere più imprevedibili e impensabili, i supporti e le modalità possono essere diverse, ma quello che importa molto a volte è il racconto e la nave che continua a navigare tra flutti e frangiflutti della mente: Emanuele molte volte prende come punto di riferimento libri e racconti, che possono interagire con la realtà che lo circonda e la sua arte. Un esempio può essere Onetti: il suo magico e spettrale mondo uruguaiano in cui il nostro artista è stato ha preso forma nei suoi video

frame da SANTA MARÍA

E: Nel 2018 sono stato per cinque settimane in una residenza artistica in Uruguay dove ho sviluppato una serie di lavori ambientati nella città di Santa Marìa. Santa Marìa è la città immaginaria dello scrittore uruguaiano Onetti. Ed è la stessa città, mash-up tra Montevideo e Buenos Aires, che ha preso realmente vita non appena sono arrivato in Uruguay. Quello che ho percepito è proprio l’atmosfera ricreata da Onetti, fatta di marginalità e di loop infiniti, di vita, di morte, di rinascita. Uno dei lavori si intitola proprio SANTA MARÍA (2018), è un’installazione video potenzialmente infinita, un loop continuo, composto da tre differenti loop che si accavallano e si contorcono vicendevolmente. 

J: è un’incertezza, una scoperta continua, non ti spaventa?

E: Più che altro mi eccita. Tendo ad essere parecchio puntuale e perfezionista, sicuramente non uno sperimentatore. Mi piace studiare, riempire quaderni, e solo nel momento in cui visualizzo in maniera efficace il tutto riesco a passare alla formalizzazione. Un’idea può prendermi mesi o anche anni, ma la realizzazione deve essere velocissima. Spesso lavoro con performer o in generale con persone o agenti sui quali non ho mai pieno controllo, per questo ho il bisogno di creare un terreno solido su cui farli muovere. Non do molte indicazioni alle persone con cui lavoro, ma faccio in modo che si scontrino con le idee che ho disseminato nel luogo dove avvengono le riprese.

J: qual è la cosa più importante per te all’interno dei tuoi lavori? Non essendo attori professionisti cosa cerchi in loro e cosa trovi? La difficoltà di creare un momento, di proporre un personaggio, una storia è un grande impegno non solo fisico, ma più che altro mentale.

E: Non chiedo mai di interpretare dei personaggi, l’impegno sta nel fatto che chiedo una cooperazione. Mi interessano le atmosfere e le relazioni che si possono creare tra i vari agenti. Non sono da solo in fase di scrittura e allo stesso modo durante la produzione e la distribuzione del lavoro. Gli elementi che compongono un lavoro non si risolvono esclusivamente attorno a me e il lavoro stesso. 

Frame di Genesi di una luce al buio

J: Ecco cosa è stato parlare con Emanuele, un continuo racconto e un gioioso scambio di opinioni tra due Italiani persi nel mondo. Vorrei raccontarvi ancora mille cose di questa chiamata, ma purtroppo il tempo è nefasto e anche le battute di un articolo non possono essere infinite, quindi come chiudere? Chiedendo come sempre: e adesso Emanuele?

E: Goeie vraag! ti risponderebbero ad Antwerpen. Sto lavorando alla mia prima personale in Belgio, che inaugurerà a giugno a Gent. Oltre a quello sto sviluppando un nuovo progetto legato alla realtà virtuale che continua la mia ricerca sul loop e sulle relazioni tra installazioni video e fruitori.

Possono assicurare che i suoi video sono già avvolgenti: tra i quattro video di Santa Maria la storia sembra la tua, sei a viaggiare disperso nel mare all’interno della villa, sei un detective, una donna, un uomo, un individuo, che in qualche maniera è lì. Le parole rispetto all’arte vissuta sulla propria pelle, lo sappiamo, sono riduttive. Potrei raccontarvi i suoi video, ma non reggerebbero il confronto con la vista di essi: il tempo si dilata e restringe e si è immersi nella bolla dell’arte, che può realmente portare in qualsiasi altra realtà.