Abbiamo già visto come i Carracci si allontanino dalla Pittura di Genere tipica dell’epoca per raccontare il mondo popolare in modo più dignitoso. Oggi vi vogliamo raccontare un altro esempio della loro sensibilità nei confronti di quella classe povera da cui provenivano.
Il rapporto tra i Carracci e gli altri pittori bolognesi fu sempre molto burrascoso e arduo. A ridosso della nascita della Accademia degli Incamminati, ovvero la loro bottega, e delle loro prime opere, i simpaticissimi bolognesi regalarono loro un sacco di carbone, ammonendoli per le loro opere tendenzialmente scure. In tutta risposta i tre consegnarono ad ogni bottega della biacca, un materiale utilizzato ampiamente dai manieristi per creare dei contrasti tra luce -ombra piuttosto forti.
Questi dispetti da bambini fanno sicuramente sorridere e rendono la storia dell’arte un po’ meno pesante: alla fine stiamo parlando di uomini che cercano di esprimere loro stessi, i loro sentimenti e pensieri, ma anche le lotte interne sono importanti per comprendere il loro linguaggio (visivo e non). E questa lotta, ovviamente, trovava il suo campo di battaglia sulle tele e sulle tavole, le armi erano disegni e colpi di pennello.
Questa volta lo scontro non è diretto, l’avversario non è bolognese e nemmeno emiliano o romagnolo, bensì è lombardo. Nuovamente a rappresentare il trio è Annibale che si scontra con un altro esponente del manierismo: Vicenzo Campi, di origine cremonese. Il tema, però, non sarà il lavoro, argomento di cui abbiamo già parlato, ma bensì il cibo o meglio i commensali.

I Manieristi amavano dare ai membri del popolo fattezze orride e terribili, maschere vergognose che, secondo l’antica legge della Kalokagathia, rendevano loro automaticamente peccatori e esseri ignobili e ignoranti, inconsapevoli di un’esistenza giusta e corretta. Al contempo elogiavano i loro committenti, colti e ricchi signori che facilmente avrebbero colto i riferimenti ai grandi geni (del loro recente passato): Michelangelo e Raffaello, con qualche occhiolino anche a Leonardo.
Campi fa parte della cerchia di manieristi che si dedicò a graziose opere religiose (come il San Matteo conservato alla chiesa di S.Antonio di Pavia) e a grottesche scene di genere, una tipologia di raffigurazioni provenienti dai Paesi del Nord e che, in Italia, avevano trovato nel rimpugnate la loro nuova forma. Infatti, se in Olanda queste erano un modo per esplorare la vita, peccaminosa o no, del popolo, nella nostra Penisola avevano preso la forma di piccole scene facenti il verso alla commedia dell’arte.
Tra le opere di Vicenzo di sicuro risalta I mangiatori di ricotta del 1580. Quattro figuri, tre uomini e una donna, circondano una ricotta bianchissima che due di loro stanno già assaggiando; ci osservano, per nulla intimoriti nell’essere colti in questo momento di golosità, anzi sembrano quasi invitarci a partecipare a questo festino peccaminoso. E non solo a quello…
La donna e l’uomo sulla sinistra della tela ci sorridono e ammiccano suggerendo che al termine della consumazione del povero alimento si potrà soddisfare un altro piacere, anche quello primordiale, anche quello peccaminoso, ma molto più carnale. Lo rammentano l’abito scollato e provocante della dama, dalle guance fin troppo rosse (probabilmente vi è stato un amplesso anche primo della pausa ristoratrice) e dalle sembianze fin troppo simili a quelle di un fauno dell’uomo.
A destra, invece, troviamo l’esemplificazione della gola. L’uomo in secondo piano ha la testa semirovesciata all’indietro, la bocca aperta in modo esagerato e si sta facendo scivolare dal cucchiaio la bianca materia, guardandoci in modo provocante (state pensando male, lo vedo!). Il suo compare, invece, rispetto ai suoi amici, si sta servendo da un enorme cucchiaio di legno, che ha già provveduto a riempire, nonostante la bocca sia ancora piena della bianca sostanza (suvvia, non siate così perversi!), che non si preoccupa di nascondere ai nostri occhi.
Questi figuri ci invogliano a provare disgusto di fronte alla loro sfrontatezza peccaminosa, a quel gioco tra lussuria e gola, sottolineato da quell’alimento troppo bianco, che sembra risaltare in modo troppo vivido.

Di tutt’altro genere e stile, ma soprattutto dignità, è invece il Mangiafagioli di Annibale Carracci. Anche lui è stato colto di sorpresa mentre sta consumando il suo povero pasto su una tavola coperta da una tovaglia bianca, su cui sono presenti altri alimenti: il pane, la caraffa e il bicchiere di vino, un cipollotto e un piatto di aringhe. Guarda il nuovo giunto, ovvero noi osservatori, attonito, dispiaciuto di essere colto in un momento così naturale, quotidiano, ma anche intimo. È interdetto su che cosa fare, rimane, allora, immobile, con la bocca socchiusa e il cucchiaio sollevato, da cui sta scivolando il condimento.
In realtà il disegno preparatorio non doveva rappresentare questa sospensione temporale volontaria del soggetto: l’idea originale era di mostrare un giovane intento a infilarsi il cucchiaio tra le labbra, mentre reggeva in mano la ciotola che conteneva la pietanza. Nonostante i lineamenti non mostrassero nessun elemento caricaturale, si sarebbe persa quella dignità che, invece, trasuda l’opera che oggi possiamo ammirare alla Galleria Colonna (Roma).
Carracci vuole mostrarci un semplice lavoratore che sta consumando il suo pranzo, godendosi l’attesa pausa e la bontà del suo convivio. Non ci sono doppi fini, non c’è volgarità o mal intenzione, è un uomo comune che dignitosamente sta trovando ristoro con i frutti del suo lavoro. Un grandissimo cambiamento all’interno di un’arte che, invece, voleva nella popolazione meno abbiente un nido di peccatori.
L’opera non fu eseguita molto tempo dopo quella di Campi, ci troviamo, infatti, tra il 1584-85. Non possiamo sapere se Carracci conoscesse l’opera del suo collega cremonese, ma di certo sappiamo che cercò, con il suo lavoro, di allontanare quella visione negativa del ceto più basso della società che gli artisti di quegli anni cercavano continuamente di proporre.
Fonti:
– D.Benati, Carracci e il vero, Mondadori Electa, 2007;
– E.Negro, M.Pirondini, La scuola dei Carracci. I seguaci di Annibale e Agostino, Artioli, 1995;
– F.Paliaga, Vicenzo Campi. Scene del quotidiano, Skira, 2001 .