Un tatuaggio da far scomparire

Il tatuaggio per antonomasia è un segno indelebile, che segna la pelle di chi decide di portarlo su di sé. Nessuno lo pensa come qualcosa di effimero e di passeggero, eppure Valie Export ci dà una nuova visione di esso, della caducità sua intrinseca e di ciò che rappresenta.

di Jessica Caminiti

Valie EXPORT, nome d’arte di Waltraud Lehrer, è una delle più importanti artiste internazionali facenti parte del movimento neofemminista degli anni Settanta. Nata in Austria, a Linz, nel 1940 si troverà subito immersa nella sua infanzia nella Germania del dopoguerra, orfana di padre portato via durante gli scontri. Crescerà di conseguenza con la madre e le due sorelle, che la indirizzeranno verso una scuola gestita da suore e questo non può che formare l’artista nel bene e nel male. Waltraud chiusa nel silenzio e nell’austerità dell’istituto, cercherà di sfuggire a questa chiusura mentale a cui invece le suore cercano di mantenerla. Le sue domande, che riguardano per lo più la sfera sessuale e l’imparità tra i due sessi sfoceranno poi nelle sue ricerche, che negli anni porteranno alle sue opere più famose.

Se sappiamo che durante i vari regimi, tra cui anche quello nazista, l’arte è sottomessa al volere del Potere, anche dopo la fine della guerra e al suicidio del Führer il clima che si respira nei Paesi germanofoni assoggettati alla precedente dittatura è tutt’altro che positivo. La pesantezza del clima post-nazista è presente sia a livello culturale che artistico e, per sovvertire questo ristagno, personalità forti e sovversive devono cercare di prendere le redini e creare qualcosa di completamente nuovo e mai visto. In questa ricerca di differenziazione Valie decide di cambiare cognome, scegliendo appunto EXPORT come sostitutivo a Lehrer suo cognome di famiglia. Scritto a lettere maiuscole questo doveva richiamare la famosa marca di sigarette con cui si fa anche immortalare in uno dei suoi più famosi ritratti, ma anche per “urlare” la sua presenza in un mondo legato ancora a stereotipi secolari. Gridarlo in una società dove l’uomo forte era pilastro reale della famiglia e le donne quasi una conseguenza indesiderata, capaci di essere unicamente delle brave mamme e dei bravi angeli del focolare, ma niente di più, dove esse sono rimaste il sesso debole. Avere qualcosa creato da sé è un modo per uscire da quello che lei dichiara come un “sistema definito dalla mascolinità”. Questo mondo fondato su preconcetti e stereotipi femminili e maschili secondo la EXPORT poteva essere combattuto solo attraverso la creazione di qualcosa di nuovo e per andare oltre la linea patriarcale, insita nella nostra cultura, decide di spezzare la catena scegliendo un cognome nuovo, solo suo, senza storia.

Autoritratto con sigarette, V. EXPORT

Avvicinatasi all’Azionismo viennese, il suo modo di fare arte diventa sempre più immediato e diretto; utilizza diversi media, come la performance e il cinema espanso, locuzione inglese Expanded cinema, la quale fa riferimento a un tipo di spettacolo cinematografico che non si limita a proiettare delle immagini narrando una storia, ma diventa un’esperienza visiva totale che convoglia arti diverse e azioni differenti: dagli happening alla danza, ora dalla computer graphics alla creazione di ologrammi. Valie, così, decide di non prediligere uno o l’altro mezzo di comunicazione, proprio a favore del fatto che le donne dovevano cercare di sfruttare ogni possibilità che avevano per uscire dall’oblio. Questo è ciò che ribadisce anche nel suo Women’s art: a manifesto del 1972, dove sconsacra l’uomo come sesso dominante e sprona le le sue compagne a cercare il proprio posto nel mondo senza sottomissioni,  sfruttando ogni possibilità  a loro a disposizione.

Molte volte, nelle sue azioni, si ritrova a giocare con il suo corpo, mezzo prediletto di comunicazione per la performance art, e molte volte richiede l’aiuto di passanti, che ignari si ritrovano al centro del suo lavoro. Poche volte predilige la solitudine, richiedendo un lavoro concreto da parte dei curiosi, che interagendo con lei creavano una rappresentazione dell’interazione tra i due sessi. In Aktionhose: Genital Panik del 1968 entra in un cinema a luci rosse a Monaco vestita di latex nero e un mitra in mano. La tuta bucata è a livello dei genitali, lasciando la vagina in piena vista, e, dopo essere passata tra le varie file della sala, si siede invitando gli uomini a toccare l’incarnazione reale di ciò che stavano osservando, puntando contro di loro nello stesso tempo l’arma. Nessuno interagirì con lei, terrorizzati e vergognandosi scapparono dalla sala, lasciando l’artista da sola. Altra sorte capitò con Tapp und Task Kino avvenuta sempre a Monaco. Un cartone preclude la visione del seno di Valie, che però permette di far toccare grazie a due fori praticati su di esso. Per 12 secondi molti passanti decisero di far parte dell’azione, toccando il petto della EXPORT, fissando dritto nei suoi occhi, obbligo non secondario ai fini della performance. Queste due azioni, che richiedono lo scontro di sguardi, portano alla visione di una donna diversa, non più bambolina servizievole, ma essere umano consapevole della situazione, che decide di sfidare l’uomo con un interfacciamento diretto e paritario

Aktionhose: Genital Panik, V. EXPORT
Tapp und Task Kino, V. EXPORT

L’esposizione del suo corpo, ovviamente non avviene per esibizionismo, ma  in quanto esso è sia il corpo di Valie come persona fisica sia per l’intento di rappresentare il corpo sociale femminile nella sua interezza. Così nascono molte azioni tra cui Korper Aktion del 1971. Valie, qui interprete del corpus delle donne, dichiara guerra al maschilismo imperversante, alla sessualizzazione e agli stereotipi attraverso un tatuaggio. A metà coscia si fa imprimere un reggicalze, come rivendicazione femminista. Un oggetto provocante, unicamente femminile associato alla sensualità e alla sessualità che diventa un amuleto per l’artista e una speranza. La memoria di una società impostata su stereotipi e stili di vita dettati unicamente dagli uomini prende forma sulla sua gamba ed è interessante comprendere come questa azione parli non di mantenimento di questa ostinata società, che sembra non voler cambiare, ma proprio abbia la speranza che avvenga il contrario. Non possiamo dimenticare le radici, le tradizioni, neanche rinnegare il nostro passato, non si può cancellare semplicemente la memoria collettiva solo perché non la crediamo equa e corretta. Valie così decide di tatuarsi lo stereotipo della donna, decide di farsi carico di tutti i pregiudizi, i soprusi e le rinnegazioni di paritismo che il gentil sesso ha dovuto subire con una speranza molto ben delineata dall’effimeratezza del tatuaggio stesso. Rimarrà per tutta la vita, incancellabile sulla pelle dell’artista, ma dobbiamo leggere il quadro più grande. Tutti noi siamo destinati alla morte e di conseguenza alla decomposizione: il tatuaggio svanirà, non rimarrà segno di esso. Questo trasposto a livello ideale vuole sperare che lo stesso patriarcato con le sue regole antiquate e ingiuste scompaia. Scomparirà quando le donne non saranno più considerate il sesso debole, il gentil sesso, nel momento in cui tutte vorranno essere belle per sé e non si agghinderanno perché devono, ma vogliono farlo.

Korper Aktion, V. EXPORT
Korper Aktion, V. EXPORT

Quel tatuaggio, che ricorda cos’è stato, è un salto nel futuro e ora, a distanza di quasi 50 anni, possiamo giudicare e chiederci: siamo ancora schiave della giarrettiera? Credo che in parte non lo siamo più, molte libertà sono state conquistate e anche molta indipendenza, ora finalmente permessa, ma non è tutto qui. Molto ancora c’è da fare, molto da raccontare e da conquistare e dobbiamo essere tutte noi a decidere come e se indossarla. Non tutti magari si rendono conto delle battaglie e delle difficoltà che le donne devono sopportare ogni giorno ed è proprio a loro, che bisogna spiegare che cos’è la vera libertà.

Fonti:

Women’s art: a manifesto, V. EXPORT, 1971;

Le pouvoir, le corp le regard, K. SPEIDEL, Artpress, 2008;

Azioni che cambiano il mondo. Donne, arte e politiche dello sguardo., C. Subrizi, postmedia, Milano, 2012

L’arte è sessista?

Dopo secoli in cui abbiamo visto donne e dee spogliarsi per artisti, che le riproponevano su tele e fotografie, gli anni Sessanta e Settanta del ‘900 portano un po’ di freschezza e “il vento del cambiamento soffia” incessantemente. Una breve carrellata delle nuove streghe e della loro arte (senza favoritismi)

di Jessica Caminiti

Anni ’70. COrteo di femministe
Corteo femminista attuale a Toronto

2019, Mondo. Il 25 novembre siamo ancora a fare le manifestazioni contro la violenza sulle donne, perché nonostante i magici Settanta, la visione occidentale della donna per molti versi non è cambiata: ancora femminicidi, stalkeraggi, subordinazioni e negazioni di fronte a quello che viene tuttora definito sesso debole (ma sesso debole a chi?)

L’arte per molto  tempo, per secoli, nonostante ci siano state delle eccezioni prime tra tutte Artemisia Gentileschi e Propezia De Rossi, ha inneggiato ad un modello maschile e restrittivo, che corrispondeva ad uno schema ben preciso: uomo artista e donna musa. Questo ha portato a dei capolavori all’interno della storia dell’arte, che difficilmente non si può che ammirare: come non si può rincorrere con lo sguardo le sinuose curve della Venere di Tiziano o guardare estasiati lo sguardo della Primavera di Botticelli

Può essere considerato solo questo il  ruolo del genere femminile? Sicuramente non può essere tutto qua: le donne nel corso del XX secolo decidono che è ora di rompere le catene con il passato e di dare un taglio diverso e più autoreferenziale alla loro vita. Molte scrittrici enfatizzano il ruolo della donna come creatura nuova in pace con il mondo e in parità con l’uomo e finalmente le donne iniziano a far sentire il loro grido.

Torniamo nel mondo post-Sessantottino e vediamo un po’ cosa succede. Tafferugli in tutta Europa, guerra fredda, cortei tra cui quelli femministi, che riempiono piazze e strade per arrivare ad urlare in faccia a chi le ha sottomesse da sempre “Tremate, tremate, le streghe sono tornate”.

Ebbene sì, sono tornate le maghe, le cabaliste, le dee dimenticate, che si liberano del peso di anni di paura e reverenza per essere il terrore e la paura di chi di loro si è fatto gioco. Non posso parlare di tutte le artiste, che si schierarono a favore del femminismo, quindi ecco a voi una personale e incompleta lista delle artiste, che hanno cambiato il modo di vedere la donna (in pillole):

foto da: https://ellepourart.wordpress.com

Gina Pane. Il divaricamento del silenzio nella ferita.

Molti hanno sempre visto questo gesto solo come puro autolesionismo… Beh, sì in parte lo è, ma il significato che impregna le azioni di Gina è più astratto: la pelle, emblema del distacco e della barriera viene incisa per lasciare comunicare interno con esterno, donna con società e genere femminile con mondo intero. Ogni singola performance racchiudeva il dolore delle femmes da sempre condannate da una gerarchia, che non apparteneva loro e in cui non erano contemplate. Aprire porte e divaricare cancelli è l’inizio del percorso di avvicinamento e di unione tra i due sessi.

Tapp and Task Kino
Aktionkörper

Valie EXPORT. Una dura.

Un’artista forse poco conosciuta di origine austriaca è entrata prepotentemente nella scena negli anni Sessanta. Performances, video e chi più ne ha più ne metta, un susseguirsi di opere contro la supremazia maschile e l’incessabile voglia di vedere la donna come l’angelo del focolare, che snoda la sua vita tra matrimonio e figli. Molte volte la troviamo nuda e farsi ammirare come reale donna e come una guerriera in attesa di confronto con il mondo che la circonda. Una delle sue opere più sovversive, però è ancora “ammirabile” e lo rimarrà finchè morte non ci separi: durante Aktionkörper si fa tatuare una giarrettiera, esempio della donna solo oggetto. Rimarrà sempre presente, MA prima o poi svanirà come si spera svanisca il patriarcato.

Cindy Sherman. Uno, nessuno e centomila.

Una delle fotografe più brave dell’ultimo secolo, durante gli anni Settanta decide di metterci la faccia o per meglio dire, ci mette un individuo di fronte nascondendosi dietro estremizzazioni dell’essere donna. Il gioco di ruolo, che instaura con lo spettatore è sottile e lascia attoniti: lei è sempre lei, ma non è lei, insomma chi è… Lei è veramente la maschera pirandelliana d’eccellenza: i mille volti sono suoi, è sempre lei, ma è anche la ricostruzione della visione della donna artificiosa e naturale allo stesso tempo. Non è mai lei, ma è ciò che noi vogliamo vedere di lei.

Carolee Schneemann. Una dea dei giorni nostri.

Carolee non fa azioni o performances, lei fa riti dove la donna ritorna Madre, ritorna Figlia, ritorna Femmina e sa di poter comandare. Il suo travolgimento cosmico all’interno dell’arte dimostra come la donna può essere qualunque cosa lei voglia e non ci sono barriere, che frenano questa sua rinata consapevolezza e presa di coscienza. In Meat joy inneggia alla carne e all’unione repulsiva e allo stesso adorante, che abbiamo nei confronti di essa che sia viva o morta. Rotola e si sparge di vita come appunto in un rito sciamanico, ma la vera rivoluzione sta nella lode alla vagina, che avviene durante la performance Interior Scroll. Questa camera traslucida, che conosce interno ed esterno per unirli e farli incontrare racchiude il più grande segreto di tutti i tempi, la nascita e la Vita; essa viene innalzata a reale portatrice di Luce e non solo, anche portatrice di misteri atavici e del Seme da cui nasce l’intero universo.

Gruppo Forma 1
Opera dell’Accardi. foto da http://www.rainews.it

Carla Accardi. Degna Chiosa italiana

Una delle artiste italiane più conosciute insieme a Tomaso Binga e Ketty La Rocca, ho inserito Carla, perché lei stessa insieme a Carla Lonzi ed Elvira Banotti firma il manifesto di Rivolta femminista, scritto in cui le donne italiane si schierano contro le sottomissioni e le angherie maschili. È conosciuta per il suo ruolo all’interno dell’astrattismo, che si trasformerà in automatismo e in ricerca di minimalizzazione massima. Inizialmente fa parte del gruppo Forma 1, di dichiarata corrente marxista, nel quale si farà strada e riuscirà a tracciare il suo percorso artistico. Un meteorite luminoso nel cielo italiano, che lascia una prepotente scia: la sua ricerca di massima geometria passando dalle tempere alle meno precise vernici, arriverà ad un ritorno alla materialità solo negli anni Ottanta (il grande ritorno della plasticità in arte).

Autostazione di Bologna – CHEAP Festival

Novembre, 2019. Dopo questa carrellata da cui ho volutamente messo in panchina Ana Mendieta di cui parleremo più avanti, una cosa è chiara: l’arte si è ampliata e ha iniziato a includere sempre più gruppi minoritari anche grazie all’azione di queste importanti artiste, ma… c’è sempre un ma! Ma non abbiamo vinto, non abbiamo raggiunto la parità; difatti, si parla ancora di femminismo anche dopo gli anni Settanta e non si escludono continui ritorni delle donne agguerrite.

Forse non abbiamo vinto, ma uno spiraglio di luce, un barlume di speranza c’è e tenere viva la fiamma è nostro dovere.

IO non mollo, IO sto con le streghe.