La bellissima e triste imperatrice

Sissi e la sua vita sono state al centro dell’immaginario comune grazie ai meravigliosi film che hanno visto come protagonista Romy Schnider. Due donne bellissime accomunate da una storia tragica.

di Silvia Michelotto

Di principesse tristi ne è pieno il mondo. In tempi recenti questo epiteto fu dato a Letizia Ortiz, all’epoca principessa ora attuale regina consorte spagnola, e nessuno può scordare la tragica vita di Lady D, ex principessa del Galles e prima moglie di Carlo Windsor. Ma non sono tristi solo le principesse, ma anche le imperatrici: tra queste c’è il nome di Masako, imperatrice del Giappone, e se andiamo a circa un secolo e mezzo fa, in Austria possiamo incontrare Elisabetta Amalia Eugenia di Wittelsbach

È un nome che vi dovrebbe suonare familiare: si tratta di niente di meno dell’imperatrice Sissi.

Ritratto dell’imperatriece Elisabetta in abito da ballo di F. X. Winterhalter (1865)
Fotografia dell’imperatrice Sissi all’incoronazione come regina d’Ungheria

Difficile da credere, vero? Ricca, bella, innamorata del suo principe (pardon imperatore) e ricambiata, amorevole con i suoi figli e con degli abiti da favola… Una vita che sembra uscita da un film in puro stile Disney. Ovviamente ci furono alti bassi e la serie di film realizzati da Marischka, nella seconda metà degli anni ’50, ha mostrato il suo disagio, ma si sono sempre conclusi con quel meraviglioso lieto fine fiabesco. Tutto reso ancora più stupefacente dalla bellezza dell’attrice protagonista, Romy Schneider, che, nonostante gli anni e altri ruoli di successo, non riuscì a staccarsi di dosso il fantasma dell’imperatrice austriaca. Le due figure si erano così tanto fuse che Visconti la volle in Ludwing (1973) per dare il volto e la voce alla sua Sissi, una donna, questa volta, disincantata, tradita e sofferente.

A portare alla luce la sofferenza di Sissi, quella reale, fu il ritrovamento dei diari poetici dell’imperatrice nel 1998. Tra quelle pagine si percepiva la sofferenza per essere rinchiusa in un mondo fatto da regole rigidissime, protocolli infiniti e impegni asfissianti. Lei voleva essere libera!

Cercò quella libertà con tutta sé stessa, arrivando a sviluppare anche malattie psico-somatiche che la costringevano (con sua grande gioia) ad allontanarsi dal palazzo per viaggiare in tutto il mondo. Arrivò in Francia, in Italia, in Inghilterra, in Grecia… In tutti i Paesi in cui fu ospite viene ricordata con affetto e amore, in quanto realmente interessata al popolo e molto spesso allergica a quei protocolli reali che rendevano le teste coronate così distanti dai comuni reali. Ad Atene erano numerose le voci che la narravano di lunghissime ed estenuanti camminate per raggiungere i luoghi più importanti della città, accompagnata unicamente dalla sua dama di corte.

Ritratto dell’imperatrice Sissi con i capelli annodati di F. X. Winterhalter (1868)
Sissi iniziò a far fotografare con velette che nascondevano il suo volto

Queste pazzie atletiche fecero nascere una leggenda che ancora oggi persiste: la sua ossessione per la bellezza. Effettivamente Sissi era bellissima. Aveva un incarnato così perfetto da sembrare di porcellana, aveva una vita sottilissima che cercava di mantenere in tutti i modi possibili. Non era assolutamente mistero che facesse cavalcate e camminate lunghissime e si allenasse molto spesso; per riuscire a sottolineare la sua figura nel modo migliore gli abiti, molto spesso, le venivano cuciti addosso, rendendo lunghissima la sua preparazione alla mattina o in occasione delle feste. Molti studiosi odierni parlano di disturbi alimentari ma analizzando i menù che la cuoca le sottoponeva ogni giorno si nota che l’imperatrice amasse parecchio i piaceri della tavola, con particolare interesse verso i dolci.

Non possiamo non citare i suoi amati capelli. C’è chi parla di 12 metri di capigliatura, ma in realtà arrivavano solamente alle caviglie. Per lavarli e asciugarli era necessaria una giornata di lavoro, pesavano così tanto che spesso era costretta a legarli al soffitto per scaricare lo stress dal collo e il tempo che la sua parrucchiera impiegava per pettinarli e acconciarli era così tanto che in quei momenti poteva prendere lezioni di latino e ungherese. Così, perché si annoiava!

Un mito che rimase immune al tempo. Mai nella vostra vita troverete una foto di Sissi come donna adulta (morì a 60 anni), in quanto proprio lei, amata e venerata unicamente per la sua bellezza, cominciò a nascondere il suo volto allo sbocciare della prima ruga. Velette, cappelli enormi e ventagli dovevano nascondere gli effetti del tempo che crudele stava chiedendo il conto.

E l’amore? Quello per Franz sarà stato autentico, no? 

Miniatura viennese di Franz con Sissi all’epoca del fidanzamento
Immagine di Katharina Schratt

Quello sì, fu vero, ma pure quello cominciò a farla soffrire irrimediabilmente. Pochi anni dopo il loro matrimonio, Franz abbandonò la camera coniugale per una più vicina allo studio. Non erano tempi assolutamente facili, l’Austria aveva preso il controllo e il possesso di alcuni territori che non amavano essere governati da stranieri (vedi Milano e Venezia: a noi italiano proprio non piace che ci dicano cosa dobbiamo fare!). Franz amava la guerra, era un vero e proprio soldato, quindi molto spesso si lanciava in campagne militari, sempre con il cuore rivolto alla sua amata Sissi, che, però, mal sopportava tutto questo. Era contraria alla politica asburgica, era contraria che i suoi figli fossero accuditi dalla zia-suocera (Franz era suo cugino, figlio della sorella di sua madre: sì, è incesto, ma all’epoca era legale!) che la vedeva come una bambina scapestrata e inadatta ad educare il nuovo imperatore e le future principesse. Tutto ciò detto con amorevole comprensione di zia, ovviamente!

Le sue assenze a corte, sempre più lunghe e sempre più note ai più, non erano assolutamente ben accette e così, per ovviare ai suoi doveri imperial-coniugali, lanciò tra le braccia del marito la famosissima attrice Katharina Schratt. Non è che non lo amasse più, ma non riusciva più a vivere questa situazione. Una situazione che divenne ancora più asfissiante quando morì suicida il suo unico figlio maschio. 

L’idea di aver perso Rodolfo mandò profondamente in crisi l’imperatrice che si allontanò da corte senza farvi più ritorno, se non per il suo funerale. Persino la sua morte fu tragica: assassinata da un anarchico italiano che, non avendo trovato la vittima predestinata, uccise lei per…sbaglio. Sissi si trovava nel luogo sbagliato nel momento sbagliato. Morì sola, con l’unica compagnia della sua dama, a Ginevra, mentre assaporava una libertà amara e crudele, arrivata solo dopo la perdita di un figlio.

Romy Scheider come Sissi nei film di Marischka
Romy Schneider come Sissi nel film di Visconti

Una serie infinita di tragedie che molti non conoscono, troppo innamorati dalla figura sfavillante offerta da Romy Schneider e da Marischka, che hanno reso il suo nome eterno…un nome che non è nemmeno il suo. Il suo nome completo era Elisabetta, come abbiamo già visto, ma nelle sue lettere private lei si firmava con il suo nomignolo: Lisi o Sisi (scriveva piuttosto male, quindi vi sono un po’ di dubbi al riguardo se l’iniziale fosse una S o una L). Sissi è stata un’invenzione cinematografica, un soprannome che, forse, suonava meglio per il grande pubblico.

Un grande pubblico che, come l’imperatrice, ha intrappolato anche Romy Schneider all’interno di un ruolo che le era un po’ troppo stretto. Giovanissima approda sul grande schermo proprio nei panni di Sissi e come lei vivrà una vita travagliata: tutti, quando la vedono, la chiamavano Sissi, rinchiusa in ruoli leggeri e fiabeschi cade in depressione e nell’alcolismo, troverà finalmente una stabilità nel privato con Delon e tornerà alla ribalta tra gli anni ’60 e ’70 con numerosi film, ma una nuova tragedia la colpirà. Una tragedia che colpì anche l’imperatrice: la morte del figlio. Il bambino di Romy muore in un tragico incidente a casa dei nonni nel 1981, pochi mesi dopo la madre lo seguirà. Molti parlarono di suicidio, ma secondo l’autopsia si trattò di un semplice arresto cardiaco.

Per queste meravigliose donne, fragilmente forti, non c’è stata nessuna vita da favola, quella era solo un’illusione per un pubblico che non era realmente pronto per loro.

Fonti:

– E. Bestenreiner, L’imperatrice Sissi: storia e destino di Elisabetta d’Austria e dei suoi fratelli, Mondadori, 2014;

– B. Hamann, Sissi, Tea, 2017; A. Pataki, Sissi: la solitudine di un’imperatrice, Beat, 2017.

L’ultimo bacio, mia dolce bambina

Il Bacio di Hayez è probabilmente uno dei baci più famosi della storia dell’arte, ma cosa si nascose dietro a quell’abito di seta azzurro e a quel cappello?

di Silvia Michelotto

Esistono migliaia di baci diversi. Alla francese, alla spagnola, d’aria, del buongiorno, della buonanotte, sulla fronte, sulla guancia…ed esiste, purtroppo, anche l’ultimo. 

Raramente si sa il momento preciso in cui ci sarà quell’ultimo contatto, ma quando poi arriva la consapevolezza che non ci sarà nient’altro dopo – secondi, minuti, ore, giorni dopo- essa sarà sempre accompagnata dalla sensazione di smarrimento, di nostalgia e da quel desiderio di tornare indietro e bloccare quell’attimo per poterlo vivere in eterno. L’arte lo può fare: può rendere senza tempo un atto così ‘banale’, può congelare quelle emozioni e tenerle lì, su una tela per sempre.

Di baci resi immortali ne è piena la storia dell’arte, ma immagino che tutti voi, nel momento stesso in cui ho detto (o meglio scritto) bacio avete pensato a Francesco Hayez e al suo capolavoro. Intanto, sfatiamo un mito: mi duole dirvelo ma l’opera non si chiama semplicemente Il bacio, come ci hanno insegnato, bensì Il bacio. Episodio della giovinezza. Costumi del secolo XIV.

Il bacio di F. Hayez (1867) (IV versione)
Dettaglio de Il bacio di F. Hayez (1861) (II versione; presentata per la prima volta all’Esposizione universale di Parigi del 1867)

Forse più nota è la presenza di diverse versioni del medesimo soggetto: oltre alla famosissima versione del Brera, vi è quella, altrettanto nota, dove la dama indossa un vestito bianco (quasi a voler vestire i panni di una giovane sposa), per poi esservi quella ovaidale, regalata dall’artista alla sorella dell’amante, e poi quella dove a cambiare è il mantello del giovane, che diviene di un bellissimo verde, oltre ad essere presente un drappo sulle scale.

Il soggetto fu così tanto sfruttato dall’artista grazie alle forti valenze simboliche che nascondeva. Infatti, Hayez era considerato il maestro dell’arte risorgimentale (parole del signor Mazzini in persona, mica bruscolini!) e questo bacio doveva raffigurare l’amore per la Patria che stava investendo i giovani italiani in quegli anni, pronti a sacrificare la propria vita per Lei: un rapporto amoroso messo in pericolo da una realtà oscura (rappresentata dalla figura in ombra a sinistra), che, invece, voleva l’Italia divisa. E già, questa lettura, toglie tutto il romanticismo della scena…

Come ormai saprete sono di indole romantica (arcobaleni, cuori e unicorni per tutti!) e quindi per una volta non andiamo a cercare i significati nascosti, non andiamo oltre a quello che vediamo, rimaniamo su quell’ultimo bacio. Siamo poetici, per quanto ce ne concerne una sterile analisi del quadro.

Siamo in un periodo storico impossibile da determinare, gli abiti ci ricordano un tempo distante, eppure lo sfondo, fin troppo neutro, non ci può aiutare a capire se siamo di fronte a una giovane coppia medievale, rinascimentale o dei tempi nostri, conciata in quel modo perché invitata a una festa in maschera (o uscita da qualche fiera di cosplay, perché no?). Ma lo sfondo non ha importanza, e ce lo suggerisce lo stesso artista: il nostro occhio deve essere concentrato su loro due, su quell’ultimo gesto. Le linee diagonali dei gradini si congiungono, immaginariamente, proprio sul fianco destro dell’uomo, in questo modo il nostro sguardo non può fare nient’altro che capitolare su di loro ogni volta. Proviamo a guardare il marmo delle pareti e di nuovo torniamo a osservarli, guardiamo il pavimento e di nuovo guardiamo il loro bacio… Siamo i loro voyeurs!

Sistema prospettico
Dettaglio de Il bacio di F. Hayez (1859) (I versione; conservata alla Pinacoteca di Brera)

Eppure, anche senza quelle diagonali, rimaniamo intrappolati a osservare quel gesto passionale. La giovane dama si aggrappa alle spalle del suo amato, in un abito di seta azzurra che ricorda i colori del lussuoso e strabiliante Rinascimento veneto, lui, con un mantello pesante e il capello che ci cela la sua identità, tiene il volto di lei con fermezza, ma allo stesso tempo con un’incredibile dolcezza. Il piede è già sul primo scalino, pronto ad incamminarsi verso casa, ma si concede quell’ultimo momento.

Sembrerebbe la fine di una serata normalissima, se non fosse per quella figura che si cela nell’ombra di cui vi abbiamo già accennato. Proprio con la sua presenza, che cogliamo appena, tutto cambia: lui sta accarezzando il volto di lei per tranquillizzarla, per potersi beare di altro contatto con la sua pelle, con la donna che ama, mentre lei lo sta trattenendo per timore di perderlo, di vederlo ingoiato per sempre in un pericolo di cui è ben conscia, ma sa che non rimarrà. Non ascolterà la sua preghiera e lui fuggirà, lasciandola sola.

Loro lo sanno che è il loro ultimo bacio e il pittore l’ha congelato per sempre, rimarranno per l’eternità insieme, giovani e innamorati, senza vivere il dolore della perdita, senza vedere il proprio decadimento o i loro sogni infranti. Saranno per sempre due amanti al sorgere del sole che si amano per l’ultima volta. E forse non importa così tanto se siano semplicemente un uomo o una donna oppure il patriota e la sua Nazione, poco importa che ci sia qualcosa di più sotto a quell’abito o a quel mantello, di certo, ci troviamo di fronte a un amore che travalicherà i tempi e che ci fa sognare.

Fonti:

– F. Mazzocca, Hayez, Giunti Editore, 2019; F. Mazzocca, Hayez, dal mito al bacio. Catalogo della mostra (settembre 1998-gennaio 1999) , Marsilio, 1998.

Una nuova dignità al lavoro

Le origine dei Carracci erano umili, soprattutto erano lontanissime dal mondo artistico. Proprio per questo motivo si preoccuparono di dare ai ‘mestieri’ una nuova dignità, distante da quella proposta dal Manierismo.

di Silvia Michelotto

I Carracci furono il trio artistico più importante della Bologna di fine Cinquecento. Ludovico, Agostino e Annibale provenivano da famiglie lontanissime dal mondo dell’arte (il primo era figlio di un macellaio, gli altri due, invece, di un sarto), ma la loro bravura e la loro determinazione permise loro di fondare una delle botteghe più famose della città. Non servirono a nulla le proteste dei loro colleghi di cooperazione, che li detestavano per i più svariati motivi, dal già citato fatto di non essere figli d’arte al loro modo di dipingere fin troppo innovativo.

Di sicuro quello che ricevette più critiche, ma a cui la storia regalò il maggior numero di onorificenze, segnando la sua vittoria sull’ormai maturo e stanco stile tardo manieristico, fu Annibale. Era il più giovane dei tre, ma il più combattivo e innovativo, il più sovversivo in una bottega di sovversivi. Portò numerosi grattacapi al cugino Ludovico, il più anziano e che gestiva la bottega che avevano fondato, soprattutto al momento del suo debutto come artista completamente formato e autonomo. Ma della sua Crocefissione ne parleremo un’altra volta, perché vogliamo volgere lo sguardo ad un altro caposaldo della sua produzione: La macelleria, attualmente conservata a Oxford.

La pescheria (Serie Mattei) di B.Passerotti (1577-78)
La macelleria (Serie Mattei) di B. Passerotti (1577-78)

Perché fu così importante? In questo periodo la pittura raffigurava i lavoratori come esseri ignobili, peccaminosi e volgari. La Serie Mattei di Passerotti ci mostra uomini e donne mostruosi, dai volti distorti quasi caricaturali che dietro ai loro banchi non offrono solo cibi, ma anche riferimenti al sesso. La pollivendola che abbraccia il pollo come se fosse un amante, la pescivendola che accenna al fatto che l’anziano marito non fosse più attivo sotto le lenzuola e il macellaio che accarezza il grugno del maiale richiamando atti amorosi. Di sicuro non sono le persone a cui ci rivolgeremmo per i nostri acquisti.

Le pollivendole (Serie Mattei) di B.Passerotti (1577-78)
I pescivendoli (Serie mattei) di B.Passerotti (1577-78)

E fu così che La macelleria di Carracci con le sue figure dignitose e realistiche, divenne il primo elogio al lavoro onesto e corretto.  Certamente il fatto che Ludovico avesse un padre che lavorava nel settore ha permesso ad Annibale di comprendere effettivamente la fatica del mestiere, che, ci può sembrare strano, era regolato da pesanti normative. A Bologna, il cardinale Paleotti aveva emanato regole precise sul commercio della carne, vietandolo in periodo di quaresima se non in casi eccezionali, come ad esempio se a farne richiesta erano donne in dolce attesa o anziani e malati. Questa bottega, dipinta dal pennello sapiente del giovane Carracci, è perfettamente a norma: presenta le carni magre della quaresima, sta servendo una signora anziana con, invece, della carne più grassa ed è così affidabile che persino una guardia svizzera, probabilmente dopo un controllo, decide di fare acquisti in questo negozio.

Il lavoro viene descritto con attenzione, non sono solo uomini che offrono la loro carne invitante, ma la stanno pesando, tagliando e lavorando. Non stanno con le mani in mano, non alludono al sesso, stanno facendo il loro mestiere.

Macelleria di A.Carracci (1585)

Purtroppo non sappiamo se quella è la rappresentazione di una vera macelleria, se sia un’opera commissionata o un semplice esercizio di bottega. Alcuni hanno ipotizzato fosse stata richiesta dai Canobbi, macellai, appunto, i quali commissionarono all’artista anche un’altra tela, il Battesimo di Cristo. Martin, storico illustre, invece, propose una lettura particolare: quelle figure impegnate nel lavoro non sarebbero altro che i tre Carracci e il loro garzone così  quello che noi staremmo osservando non sarebbe altro che il loro manifesto artistico. La loro arte, come già detto, guarda alla realtà e alla sua rappresentazione dignitosa e verosimigliante, ciò porterebbe, quindi, a rappresentar una bottega circondata dal fermento del lavoro, con i suoi dipendenti indaffarati che si muovono intorno ad essa e non in posa dietro alla merce. Inoltre, sancirebbe l’intenzione di rappresentare la verità nella sua integrità, senza un giudizio morale e discriminante come fece Passerotti.

Anche se questa lettura è stata smentita, di sicuro è interessante vedere come nell’opera di Annibale le loro origini umili siano elogiate e non nascoste, siano viste come elemento fondamentale della loro formazione, rendendo ancora più interessante e importante la loro arte.

Fonti:

– D.Benati, Carracci e il vero, Mondadori Electa, 2007;

– E.Negro, M.Pirondini, La scuola dei Carracci. I seguaci di Annibale e Agostino, Artioli, 1995;

– A. Ghirardi, Passerotti, Luisé, 1990.

Klimt: tra donne e sesso

Klimt ci viene sempre rappresentato come l’artista dell’élite viennese, l’artista più importante e famoso del suo tempo, ma in realtà, nei suoi disegni, è celato un sordido segreto.

di Silvia Michelotto

Vi voglio distruggere un mito, mi dispiace così tanto… Non è vero, adoro distruggere certezze altrui. E’ un piccolo e amorevole piacere sadico che mi attanaglia ogni volta che scopro un gossip del mondo artistico. E quindi procediamo!
Messer, oppure dovrei dire Herr, Gustav Klimt, padre della Secessione Viennese, l’artista che riportò in auge l’oro e il mosaico (dipinto questa volta), che nei suoi quadri ha sempre rappresentato l’eleganza, la raffinatezza, dove anche i nudi erano pieni di un’estrema grazia e compostezza, era un birbantello! 

Era ossessionato da un pensiero, un unico e infinito chiodo fisso che attanaglia molti altri esponenti del genere maschile: le donne

Le sue figure femminili sono di un’aurea bellezza, dalle pelli quasi diafane, si porgono allo spettatore come ammalianti dee che vogliono sedurre chiunque le osservi, moderne Cleopatre alla ricerca del proprio Giulio Cesare. Un esempio è la meravigliosa Giuditta I che si mostra all’avventore in tutta la sua statuaria bellezza, sottolineata dai gioielli e dai tessuti preziosi, con lo sguardo provocante e determinato. Non ci rendiamo immediatamente conto che lei è Giuditta, colei che, secondo la Bibbia, uccise il generale nemico tagliandogli la testa, seminascosta nell’opera. Sempre rappresentata come una donna pia, eroina delle sacre scritture, nella Giuditta di Klimt viene sottolineata una sensualità inaspettata che ci porta alla mente più un’altra donna biblica, più controversa e terribile, che sfrutta il suo corpo e la sua bellezza per ottenere la testa dell’uomo che l’ha rifiutata: Eroidiade.

Per Klimt, il gentil sesso era una vera e propria ossessione, ma non si fermava unicamente ad ammirarlo o a ritrarlo. Ebbe numerose amanti che gli diedero altrettanti figli (secondo il suo biografo ufficiale, Nebehay, furono 14, ma di certi ce ne sono solo 6) di cui nessuno poté vantare il cognome del padre. Inoltre, come se non bastasse, Gustav- vecchio marpione- si dedicava a più di una donna nello stesso periodo, infatti, si sa che due dei figli nacquero nello stesso periodo da due madri diverse.  Quindi, quante altre donne sono passate per il suo letto nello stesso periodo?

Parecchie e di sicuro quel via vai di modelle dal suo studio era fonte di eterna tentazione. Donne che, ci viene raccontato nel film dedicato a Egon Schiele, Klimt lasciava attendere seminude da sole nello studio, fino al momento in cui non iniziavano atti di autoerotismo, che l’artista immortalava su carte grossolane e con matite e carboncini. Via gli ori, i blu oltremare, le figure alcune volte troppo spigolose! In quei bozzetti trovano spazio solo corpi morbidi e invitanti, tracciati con una linea sinuosa e delicata che sembra essere il frutto del medesimo compiacimento dell’artista.

Rappresenta l’intimità femminile, la scoperta di un corpo che per molto tempo è dovuto rimanere celato ed essere privo di qualsivoglia desiderio sessuale, la diversità delle donne nel raggiungere il proprio piacere, la posizione che più le aggrada… Un tema rappresentato con una lucidità ineguagliabile, reso ancora più evidente dal segno semplice, privo di orpelli inutili, che rende evidente un disagio nell’artista. L’esistenza di un’ossessione che lo ha portato a realizzare più di quattromila disegni, di cui ne sono sopravvissuti solo duecento, tutte opere rimaste nascoste nello studio di Klimt, consapevole che nella perbenista Vienna non sarebbero state accolte con estrema gioia. 

Già i suoi affreschi all’interno dell’Università (Quadri della facoltà, andati perduti durante la Seconda Guerra Mondiale) furono al centro di numerose polemiche a causa del forte carattere sensuale che, secondo molti, avrebbe portato corruzione nella mente dei giovani studenti, in più  il successivo processo contro il suo giovane amico Schiele per diffusione di arte pornografica lo hanno spinto a nascondere questa sua vena nel profondo. Nel cassetto della sua scrivania.

Chissà quanti altri artisti hanno dovuto rinunciare ad esprimere sé stessi completamente per evitare la gogna pubblica? 

Certamente la vita di Klimt, con i suoi successi e le sue grandi opere, non era così luminosa come i quadri che lui realizzava, bensì era molto più complessa e degenerata di quanto pensiamo, e forse è proprio questo il bello dell’arte: dietro alla mera tranquillità ci sono demoni molto più grandi e intensi di quanto ci aspetteremmo.

Fonti:

– E. Di Stefano, Klimt. Le donne, Giunti Editore, 2017;

– G. Néret, Klimt, Taschen, 2015

Tre opere di Michelangelo per la Pasqua

Vi vogliamo ricordare la Pasqua in modo diverso, muovendoci tra le opere di Michelangelo, grande maestro rinascimentale. Un viaggio pieno di emozioni e di sentimenti che ci portano alla scoperta di una storia antica.

di Silvia Michelotto

Tre sono i giorni fondamentali all’interno della settimana Santa, quelli che vanno dal Venerdì alla Domenica dell’ultima settimana del periodo pasquale. Essi rappresentano rispettivamente la Crocefissione, la Morte e la Resurrezione di Cristo. 

Non storcete il naso, suvvia! Non bisogna per forza credere a quello che si sente per godersi una storia, o una favola se preferite! Ma non ve la voglio raccontare con quel grosso libro che è la Bibbia, scegliendo a caso tra uno dei quattro Vangeli, ma voglio utilizzare tre opere di uno dei più grandi artisti del Rinascimento: Michelangelo Buonarotti.

C’è stato già il tradimento di Giuda, ci sono già state le torture e la salita al Calvario con le sue cadute. C’è già stato il momento in cui i chiodi si sono conficcati nella carne. Ora, Gesù è solo e spaventato, per la seconda volta teme che il piano del suo Divino Padre non si compia, che tutto questo sia stato inutile. Si dimena e si contorce verso l’alto, tendendo quei muscoli tipicamente michelangioleschi. Il volto dolente, cogliendo probabilmente il momento in cui pronuncia la famosa frase: Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?

Crocefissione di Michelangelo (1548)
Pietà di Michelangelo (1538-44)

La Crocefissione, realizzata per Vittoria Colonna, in carboncino su carta, sembra mostrarci un uomo che compostamente vorrebbe rifiutare il suo destino, che spasmodicamente cerca di evitare l’inevitabile. Paura umana che richiama quella religiosità intima e più vicina al quotidiano a cui il circolo intellettuale della nobildonna e dell’artista, che trova la guida spirituale nel cardinale Pole, tanto aspira.

Memore dello scandalo avvenuto con il Giudizio Universale cela l’intimità del Cristo con un velo trasparente, che, però, non riesce a non far notare ulteriormente la linea della possente gamba del Figlio di Dio.

Arriva la sera, il cielo diviene apocalittico, la terra trema sotto la croce del condannato. Nelle nostre città, seguendo una tradizione lunghissima,  le campane suonano a lutto, il tabernacolo viene nascosto e la luce che segna la presenza dell’Eucarestia viene spenta. 

Gesù Cristo è morto.

Tutti i cattolici pregano, piegati sui loro inginocchiatoi e di fronte agli altari. Pregano per qualcosa che, però, sanno che è già avvenuto, ma quel giorno, quando quell’uomo di 33 anni emise l’ultimo respiro, c’era chi non sapeva che cosa sarebbe successo, che doveva solo fidarsi.

Maria, la bambina – sì, perché era una bambina quando concepì e mise alla luce Gesù – pura e candida che lo aveva portato faticosamente in grembo per nove mesi, vede suo figlio morire su una croce, dopo le peggiori torture e deve di nuovo fidarsi, credere, che non sia finita. Molto spesso viene rappresentata mentre sviene quanto momento il corpo di Cristo viene tirato giù dalla croce, ma questo non succede alle Madonne di Michelangelo. Nel disegno per Vittoria Colonna è una donna che volge mani e volto al cielo disperata, mentre il figlio le sembra scivolare via dalle ginocchia; nel meraviglioso non-finito della Pietà Rondanini ci sembra di scorgere una donna anziana, forse a causa di quelle rughe che lo scalpello ha lasciato sul marmo bianco, una donna che da sola trascina il figlio al riparo, al sicuro. Perché puoi essere anche il figlio di Dio, ma la mamma rimane sempre la mamma.

Pietà Rondanini di Michelangelo (1552-54)
Pietà Vaticana di Michelangelo (1497-98)
Cristo in Minerva di Michelangelo (1519-21)

Eppure è lei a dominare: la Pietà Vaticana. Michelangelo aveva solo 24 anni quando la realizzò; era un ragazzo giovane e alla sua prima commissione importante, eppure riuscì a rendere la sua opera l’emblema dell’amore e della fede. La giovane Vergine, pura e vincitrice sulla corrosione del peccato, sembra fondersi con il figlio che, seminudo, giace sulle sue ginocchia; lo guarda amorevolmente, come se fosse ancora quel paffuto bambinello che ha tenuto in braccio, allattato, cullato o con cui ha giocato in mille quadri che abbiamo ben fissi nella nostra mente. Eppure il suo gesto ci invita ad accettare quel corpo senza vita, a prenderci carico di quella salma: quel bambino non è mai stato realmente suo, è sempre stato destinato a noi, credenti oppure no, per salvarci dalla perdizione e per guidarci verso la via della misericordia. 

La Madonna è la prima credente e la sua fede indissolubile nei confronti del figlio le permetteranno di assisterlo nel Regno dei Cieli, quel luogo mistico e paradisiaco che viene promesso a tutta l’umanità nel momento della Resurrezione. E’ il momento in cui la cristianità si unisce, le campane suonano a festa, si indossa il vestito migliore e si va a festeggiare la più bella notizia che si possa mai ricevere: la Morte è stata sconfitta!

E allora ecco che Michelangelo rappresenta questo Cristo vittorioso, bello come un adone, privo della sofferenza e dell’abbandono che hanno le opere precedenti. Egli ruota su sé stesso mettendo in mostra un corpo vitale e forte, regge in mano, senza fatica, la croce del suo martirio, l’asta e la spugna con cui gli fu offerto l’aceto da bere nelle sue ultime ore di vita. Come molte opere del periodo, il Cristo della Minerva fu mutandato dopo il Concilio di Trento, infatti il panno di bronzo dorato fu un’aggiunta successiva. 

Una scelta che non turba la visione dell’opera, ma che probabilmente avrebbe fatto infuriare il sanguigno artista: davanti alla Morte ci presentiamo completamente nudi, privi di orpelli e di ricchezze e come tali affronteremo la vita eterna. Una regola che, probabilmente, nemmeno il Figlio di Dio può esimersi dal rispettare.

Non importa, lasciamo stare come ci presenteremo il giorno del Giudizio Universale, è ancora lontano (si spera!), per il momento godiamoci questa festa. Per i cristiani è il momento più importante dell’anno, anche se riceve molta più importanza il Natale. Per i bambini è il momento di riempirsi i pancini di cioccolato e per gli altri è un modo per stare con i propri cari. 

Quindi stringiamoci intorno alle tavole e sorridiamo perché stiamo festeggiando quella che è una Storia a lieto fine.

Fonti:

– F. Zöller, Michelangelo. L’opera completa, Taschen, 2013;

– A. Forcellino, Michelangelo. Una vita inquieta, Editore Laterza, 2007.

ODE A DANTE, ALL’AMORE, AL ROMANTICISMO E AGLI ETERNI ROMANTICI

Il 25 marzo è il Dantedì, giorno in cui si celebra il Sommo Poeta, e noi vogliamo dedicargli un viaggio tra le opere che rappresentano quella coppia d’amanti che ha reso immortali con le sue terzine.

di Silvia Michelotto

In mezzo a questo eterno susseguirsi di anniversari importanti (500 anni dalla morte di Tizio, 500 anni dalla nascita di Caio, 500 anni dalla pubblicazione di Stenly….*coglietemi la citazione, per piacere!*) il Ministero per i Beni Culturali ha deciso di onorare Dante istituendo il Dantedì. Un giorno che, come un Pokémon selvatico, si è piazzato davanti a noi così all’improvviso…E chi siamo noi per ignorarlo?

C’è poco da fare, lo si può amare o odiare, ma il Sommo Poeta è ovunque. Lo si trova in sculture, quadri, testi teatrali, opere liriche e musical, film, canzoni, romanzi ed è arrivato pure nel mondo del fumetto e del manga giapponese! Insomma, Dante è arrivato dove molti altri se lo sognano!

Chi altro può vantare di essere diventato un fumetto di Topolino, essere citato nella canzone di un rapper ( J-AX che ci ricorda in modo molto carino che Non avremmo avuto la Divina Commedia se Dante si fosse bombato Beatrice), di essere stato oggetto delle illustrazioni di Paolo Barbieri e che venga declamato nelle piazze?  Chi è riuscito a rendere una donna immortale, rendendola una leggenda? La musa che ogni artista sogna di avere, pura, gentile e affabile, la donna perfetta. Eppure in questi anni, la bionda Beatrice, ha deciso che vuole usare il ruolo che Dante le ha donato per essere la voce di quelle donne che- sì, belle le parole romantiche e l’essere preservate- l’amore lo vogliono fare, vogliono che sia concreto, vissuto a pieno. Questo è quello che ci regala la Beatrice di Benni, nella sua opera teatrale, ed è, comunque, una gentile concessione di Dante, che ha voluto donare alla storia una donna che ha comunque fatto la sua vita, amando un altro e non il famoso poeta che le donava ogni giorno qualche bella poesiola (e se non è questo girl power!). 

Si può odiare Dante (e ammetto qui, di fronte a tutti voi, che  la poesia non mi ha mai fatto impazzire, figurarsi quella dantensca!), ma almeno un pezzettino, anche minuscolo, non si può fare a meno di apprezzare. Da brava romantica quale sono, ho un debole per il V canto dell’Inferno: un amore proibito, che comunque ci viene narrato da quel puritano di Alighieri come una storia giusta, fatta da due anime affini (e analizzando la vicenda, ci sembra quasi impossibile non stare dalla parte dei due amanti). E’ un susseguirsi di parole che colpiscono il cuore e che rendono visibile, quasi tattile, la vicenda. Impossibile non pensare che siano proprio i versi di Dante ad aver ispirato le numerose opere dedicate a Paolo e Francesca. Un esempio calzante è il lavoro di Anselm Feuerbach, realizzato nel 1864, dove i due giovani vengono raffigurati mentre leggono quel libro galeotto. I loro gesti sono delicati e pieni d’affetto, perfetta raffigurazione di un amore romantico che sboccia tra le ombre di un cespuglio.

Paolo e Francesca di A. Feuerbach (1864)
Paolo e Francesca di C. E. Hallé (1840)

Più passionale e peccaminoso sembra, invece, l’opera di Edward Charles Hallé (1840), dove Paolo tira a sé la sua amata quasi con violenza, desideroso di consumare il loro amore. Un atto che li porterà alla morte (rappresentata in modo struggente da Gaetano Previati nel 1887) e a ‘vivere’ per l’eternità nel vortice dei lussuriosi. Mentre le altre anime vagano solitarie, i due rimangono stretti in un abbraccio che Gustave Doré riesce a riempire di ogni sentimento possibile. Le lenzuola in cui sono avvolti richiamano la purezza della colomba, termine di paragone usato anche da Dante (colombe dal desio chiamate), ma le morbide curve  del tessuto e i loro corpi ricordano la forma di un cuore (anatomico). Il loro abbraccio è disperato d’amore, ma anche tragico: i due si amano alla follia, hanno accettato la penitenza eterna, ma non desideravano che l’altro morisse. La ferita di Francesca ricorda la loro scomparsa, violenta e prematura, mentre Paolo la osserva, il volto chino e triste per la sventura che l’ha colpita. Allo stesso tempo, la posa sinuosa, richiama ancora la sensualità e l’intimità tanto bramata, inevitabile conseguenza del loro amore.

Paolo e Francesca di G. Doré (1860)
Paolo e Francesca di U. Boccioni (1908-09)

Esplicito e privo di ogni pentimento è, invece, l’abbraccio che raffigura Boccioni agli inizi del Novecento. Sono amanti lussuriosi e bramanti di pura e folle passione, che solcano quello che sembra un fiume di cadaveri: solo loro, in quel piccolo bozzolo rosso e giallo, sono vivi. Il loro amore li ha portati all’Inferno, ma loro sono ancora in grado di provare emozioni, amare ed essere amati e lo saranno in eterno, nella storia, nella memoria e grazie a un tipo dal naso così adunco che lo fa sembrare una poiana!

Eppure me la pongo questa domanda: era strettamente necessario ricordare Dante in questo modo, istituendo un giorno che forse conosciamo io, te, il ministro e sua madre (perché le mamme son sempre le mamme)? Personalmente direi Ni. Mi spiego meglio: Dante è uno di quei poeti che si conosce o si conosce, non puoi scappare a tale verità. Tutti almeno una volta, che sia in modo informale o formale, hanno sentito nominare il suo nome; la Divina Commedia è un’opera riconoscibilissima, alcuni versi sono diventati così popolari da essere citati nel parlato quotidiano (il Lasciate ogni speranza o voi che entrate ormai è stato consumato a forza di essere usato da chiunque debba affrontare qualche terribile evento, come esami, colloqui con i capi…). Non era meglio, quindi, dedicare un giorno a un poeta o autore che ha realmente bisogno di essere ricordato? Qualcuno che è caduto nell’oblio o che, visti i programmi scolastici alcune volte troppo irrealistici, a scuola non viene quasi mai nominato? 

Allo stesso tempo credo che, celebrare Dante, ci permetta di ricordare da dove è nata la nostra lingua, la cultura che univa un’Italia divisa in mille staterelli, che ha reso, nel bene e nel male, grande il nostro Bel Paese. Ma soprattutto questo giorno ci ricorda che noi, figli di una terra che ha tutto, rumorosi, con i nostri dialetti strampalati, i nostri canti e balli, siamo un popolo che ha sempre amato prima di ogni altra cosa l’amore, passionali amanti dalla vena poetica. Ci innamoriamo ancora di uno sguardo, di un sorriso, di una mente e di un’idea e, come moderni Dante, spendiamo parole e gesti eclatanti per poter essere almeno un po’ notati. Solo noi potevamo vedere in questo sentimento dannazione e salvezza, poter concepire versi in cui il desiderio per l’altro si trasforma in pura e meravigliosa poesia.

Alla fine siamo degli eterni Dante Alighieri, romantici, che fanno la paternale agli altri e che poi razzolano malissimo, che fanno finta di niente, svenendo nei momenti meno opportuni o quando non sappiamo che fare, quindi forse sì, un Dantedì serve sempre. 

Però, Dantuccio caro, fatti dire una cosa: un gelatino o un anellino alla Beatrice potevi pure offrirlo!

Buongiorno siora maschera!

Quando si parla di Carnevale non si può non pensare a Venezia, la città lagunare che ogni anno per due settimane sembra letteralmente riempirsi di ogni tipo di maschere e personaggi. Forse anche troppo: i treni troppo pieni, la stazione affollata, il ponte di Calatrava e degli Scalzi che sembrano essere presi d’assalto da eterne processioni, ma quando ci si perde tra le calli e i campi…be’, inizia la vera magia!

di Silvia Michelotto

Dame con abiti ampissimi, signorotti dalle parrucche bianchissime, belletti, broccati e sete riprendono il loro posto all’interno di una città che sembra sempre con un piede nel passato. Eppure quello che noi possiamo ammirare è solo una piccola e minuscola scintilla di quello che in realtà era una tradizione molto più complessa.

Le maschere a Venezia erano un vero e proprio must have, meglio del tubino nero ai giorni nostri! Praticamente si fa prima a dire quando non si usavano che i giorni in cui si potevano utilizzare, ma visto che a noi le cose facili non piacciono, vi elencheremo i giorni e le motivazioni in cui i veneziani celavano la propria identità.

Iniziamo con i quindici giorni dedicati all’Ascensione, in cui si celebrava anche lo Sposalizio con il Mare, e per chi ne faceva specifica richiesta, poteva usare la maschera fino a Giugno; inoltre potevano essere utilizzate durante i banchetti ufficiali e le feste della Repubblica, e, appunto, per Carnevale, che, però, iniziava il Giorno di Santo Stefano  e si festeggiava fino alla mezzanotte del Martedì Grasso. Quindi un periodo molto più lungo rispetto a oggi (molto più tempo per mangiare i galani, crostoli, frittole, bugie…gnam!)!

Proprio perché le maschere erano così importanti nella vita pubblica e sociale, il mercato delle maschere era piuttosto florido ed erano realizzate da veri e propri artisti, eppure, stranamente, nel 1773, vi erano solo 12 botteghe.

Ovviamente la domanda era troppo alta rispetto alla quatità che effettivamente si riusciva a realizzare. Una maschera richiedeva il lavoro di alcuni artigiani facenti parte dell’ordine dei pittori che realizzavano la struttura di carta pesta e dipingevano le decorazioni in stucco realizzate prima dai targheri. Successivamente, per far fronte alle richieste iniziarono a diffondersi le più economiche e semplici maschere nere. Molto più rapide da realizzare che non avevano bisogno di una grande manodopera, permettendo inoltre anche a molti veneziani di trovare un lavoro!

Ma se c’era chi guadagnava da vivere realizzandole, chi  acquistava questi piccoli tesori artigianali riceveva la tanto agognata libertà. 

Infatti, con il termine maschera, nella cultura veneziana, si riconoscevano quelle donne e quegli uomini che si travestivano con gli abiti del sesso opposto, così la possibilità di celare la propria identità permetteva di portar avanti giochi proibiti, dimenticandosi del proprio ceto e ruolo sociale. E tutti…e intendo veramente tutti… potevano parteciparvi! Donne, uomini, ricchi, poveri, prostitute, preti, suore…

All’interno di quei palazzi che voi ammirate e fotografate, probabilmente si trovava il piacere in alcuni modi da far arrossire persino Mr Grey!

Ovviamente, le maschere non aiutavano solo in giochini sessuali, ma anche a commettere piccoli crimini. Risale, infatti, al 1268 una legge con cui si cercò di arginare l’utilizzo delle maschere per evitare il gioco delle ova, che consisteva nel lanciare delle uova piene di acqua di rosa contro le dame che passeggiavano (vediamo il lato positivo della situazione: almeno profumavano!).In Seguito, nel Trecento le leggi aumentarono, arrivando a vietarle nei luoghi di culto, agli uomini che frequentavano i casino e alle prostitute nel disperato tentativo di riuscire a fermare la sempre più presente promiscuità. Purtroppo aihmè, non accadde!

Fu con la caduta della Serenissima, che tutto si fermò, completamente! Anche se si cercò di riportare in auge questa meravigliosa pratica, nulla fu più lo stesso. Venezia, dopo l’Unificazione d’Italia, non era più la stessa città, non vedeva il Carnevale come quella fuga dalla realtà e dalle etichette di palazzo. L’ombra calava sulla meravigliosa Serenissima.

Ma oggi il suo Carnevale è ritornato. Il mondo invidia la laguna vestita a festa, la gente che riempie le calli festante. Venezia è rinata ed è di nuovo l’ombelico del mondo del Carnevale. Quindi…Buongiorno, siora maschera!

Veleni e Magiche Pozioni in quel di Este

Un nome accattivante per una mostra interessante ed esaustiva per i neofiti sulla storia dei veleni e sulle pozioni. A pochi passi dal Museo Archeologico Atestino (ne abbiamo parlato un po’ di tempo fa in un precedente articolo, quindi andate a leggerlo! Forza!), si cerca di ripercorrere come la farmacia attuale abbia trovato un’origine proprio da quelle cure e riti magici primitivi, ma anche da leggende e convinzioni popolari. In fin dei conti basti pensare che ancora nel 1732 gli strumenti del farmacista di Nicolas Lémery erano decorati coni simboli alchemici,‘mitica’  antenata dell’odierna chimica.

di Silvia Michelotto

Inoltre, molte cure innovative, nell’antichità erano dei potenti veleni che hanno mietuto numerose vittime: sì, esattamente, avete capito bene! Quello che un tempo uccideva ora salva vite! Degli esempi pratici? All’interno del percorso espositivo potrete trovare la digitale, un meraviglioso fiore che è passato alla storia per aver avvelenato Cangrande della Scale, lo stesso che accolse Dante nella sua città, ma che adesso è alla base di un farmaco per il cuore, oppure l’oppio che fu usato per le più numerose esigenze fin dall’antichità e che adesso è alla base della morfina. E tutti noi sappiamo che cosa fa la morfina se presa in grossi quantità, vero? (Kaput, the end, finish, finisci in una bara, diventi cibo per vermi, ottimo concime per piante… Tutte cose allegre insomma!).

In fin dei conti vi siete mai chiesti perché intorno al bastone di Esculapio, simbolo universale che indica i luoghi di cura come le farmacie e gli ospedali, vi sono due serpenti: proprio perché il confine labile tra salvezza e morte è molto sottile, una dose sbagliata di un farmaco potrebbe arrecare gravi danni (questa non è una giustificazione per non vaccinarsi o per non andare da un medico per curarsi! Errori sui dosaggi sono rarissimi e sono decisi con attente e precedenti sperimentazioni, quindi CURATEVI!).

Per quanto riguarda gli animali (sì, perchè ci sono anche loro!) si trova un fantastico excursus sul basilisco, citando ovviamente il mondo di Harry Potter, ma ve ne è uno ancora più curioso sulle meduse: in questo specifico caso si parte dal mito di Medusa, la mitica fanciulla dai capelli trasformati in serpenti dalla crudele e gelosa Atena. Il suo sguardo trasforma gli esseri in pietra, ma quanti di noi sanno che il suo sangue, invece, aveva un valore benefico? Questa bivalenza è presente anche negli animali omonimi, usati attualmente per cercare delle cure ad alcune malattie.

Vorrei soffermarmi su la parte dedicata agli elementi radioattivi. Furono ampiamente usati nel XX secolo per la cosmesi…avete letto bene, prodotti tossici! Nella storia era già successo: in Egitto di usavano gli ossi di piombo per creare prodotti cosmetici, senza contare la biacca (sempre piombo ossidato) usato per il fondotinta, ma il protagonista dell’episodio che vi voglio narrare è il radio. Le Radium Girls sono quelle donne che negli anni 10 lavoravano nelle fabbriche per gli orologi fosforescenti, addette alla pittura dei numeri, proprio con il radio. Purtroppo inumidendo il pennello con le labbra, per impedire di perdere la precisione offerta da una punta sottile, cominciarono ad avvelenarsi: perdita di capelli, dei denti, di forza, tumori e morti precoci. Per riuscire ad avere un risarcimento e un riconoscimento ci misero molti anni, ma alla fine arrivò e il radio non fu più usato per la cosmesi o per illuminare gli orologi, anche se non se ne andato dalle nostre vite, infatti numerosi farmaci lo contengono!

Questa piccola mostra è stata molto attenta a tutti, dai bambini ai più grandi, inserendo elementi accattivanti e interessanti per tutte le età, i cartelli esplicativi erano semplici, non troppo lunghi o noiosi, quindi anche se il percorso non è lunghissimo è parecchio esaustivo. Unica pecca: lo spazio è troppo piccolo e non adatto ad accogliere troppe persone, quindi vi consiglio di studiare l’orario per entrarvi. Vi consiglio l’ora di pranzo, lo so, è una palla, ma non temete attraversate la strada e c’è un piccolo locale meraviglioso, con una ragazza dolcissima che prepara degli ottimi spritz, quindi potete recuperare tutto nel modo migliore!

Brusemo la vecia!

E’ arrivata la Befana che tutte le feste porta via!”. Questa frase mi ha sempre messo molta tristezza da piccola: la fine delle vacanze di Natale, i compiti abbandonati per giorni interi da recuperare il più rapidamente possibile, calze piene di dolci e niente più regali da scartare (che poi a me i dolci non piacciono, quindi dentro le calze, io trovavo lo stesso dei doni, soprattutto libri, tiè!). Ma c’era una cosa positiva: andare a vedere la vecia che brucia!

di Silvia Michelotto

Qui in Veneto, in ogni piazza, che sia piccola o grande, si crea un enorme e altissima pira, dove si sistema un fantoccio, solitamente con vestiti femminili rotti e consumati, e nella prima oscurità della sera (nel mio paese minuscolo, solitamente dopo la Messa delle 18.00) si accende questo strabiliante e suggestivo falò. L’intera comunità si riunisce e con il naso all’insù si guarda il fuoco che sale e distrugge, mentre i più anziani fanno gli scongiuri e osservano se le fiamme salgono bene, ma soprattutto da che parte va il vento.

E voi chiederete, giustamente: chi è questa vecia? E che c’entra il vento?

Easy (jet!), ve lo spiego io e la cultura popolare che scorre in me (insieme alla mia capacità di fare ricerche in biblioteca)! Intanto partiamo dalle basi, o meglio dalla prima domanda: la vecia (aka la vecchia) ha una tradizione millenaria e si può associare tranquillamente alle pratiche politeiste preistoriche in cui il fuoco, elemento purificatore, veniva utilizzato per allontanare i demoni cattivi che avrebbero portato un magro raccolto e la conseguente carestia. Nel Nord Italia questa pratica è rimasta e si è arricchita, infatti, non è solo un modo per allontanare la negatività futura, ma anche un rito propiziatorio per buttarsi alle spalle tutto ciò che, durante l’anno appena trascorso, ha portato malessere. 

E allora perché si fa il 6 gennaio? In realtà non è così, sono parecchie le zone che spostano la data di tale evento, c’è chi, come Bologna e Modena, lo fa la notte di Capodanno, c’è chi lo fa in onore dei processi contro gli eretici (Borgo San Giacomo a Brescia) oppure viene usato come una scusa per interrompere il periodo di magra durante la Quaresima (Visano, sempre a Brescia…furbetti eh!). Ma in questo specifico caso la risposta sta proprio sul perché i vecchietti, chi ancora è legato alle tradizioni e alla scaramanzia (chiamiamola così), sta a controllare con la bussola da che parte tira il vento. Il 6 gennaio è l’ultimo giorno di pausa tra la fine del raccolto e l’inizio di uno nuovo. La Natura è una crudele matrigna (come ci ha insegnato il nostro amicone Leopardi!) e i contadini ne sono gli amanti, così come i nostri fidanzati indagano (forse…in teoria…se il criceto nel loro cervello nel frattempo non si è suicidato per la solitudine!) sul nostro stato d’animo prima di proporci qualcosa, ecco che i maestri della terra fanno lo stesso. Se il fumo viene guidato da un vento da sud-ovest non c’è nulla da temere: arriverà la pioggia, meraviglioso nettare che porterà prosperità, se, invece, il vento è quello da nord-est…beh, sarà un anno arido, con un raccolto misero e una terra secca e priva di vita.

Ma nonostante ciò, loro, intrepidi amanti, pianteranno, magari piante che resistono a queste difficoltà, perché bisogna in qualche modo campare durante l’anno che verrà! Perciò, quando l’ultima fiammella si sarà spenta e l’ultima ansia se ne sarà andata insieme all’anno passato, tutti, contadini, curiosi, bimbi e adulti, si sposteranno verso un qualche locale, banchetto o signora che offrirà quell’altra cosa immancabile al rogo della vecia: il vin brulé e per i più piccoli la cioccolata (ovviamente!) coccola necessaria per sopravvivere alle crudeli notti invernali del nord (manco fossimo in Lapponia, ma c’è poco da fare l’umidità rende tutto più rigido!). 

Un abbraccio gentaglia e che quest’anno ci sia solo un vento di positività a riempire le vostre vele!