Quel mistero nascosto nelle celle e quel ragno che assomiglia a mamma

Louise Bourgeois, artista che ci ha lasciato ormai da una decina d’anni è stata una delle più importanti artiste prefemministe che la storia ci può regalare, una precorritrice delle nuove avanguardie stesse, che si manifesteranno almeno una decina di anni dopo rispetto al suo inizio carriera, ovvero negli anni Settanta.

di Jessica Caminiti


Inizialmente snobbata dalla critica e dai suoi colleghi (ricordiamo che il mondo artistico è prettamente maschile, quindi difficilmente una donna riesce a farsi strada) racconta le sue emozioni, la sua infanzia e il suo rapporto con l’altro sesso, spesso conflittuale ma mai di ripudio, attraverso la sua arte e le sue opere.
La sua carriera artistica è collegata alla sua vita personale, difatti molte volte la sua infanzia si propone come protagonista: Louise è stata cresciuta per buona parte della sua vita da una babysitter, che prenderà un ruolo di rilievo all’interno delle mura familiari. La ragazza continuerà a condividere il focolare con la famiglia, in quanto amante ufficiale del padre, divenendo la matrigna della bambina, che vedrà questo atteggiamento del genitore come un gesto di abbandono e di menefreghismo non nei confronti della classica idea di famiglia, ma nei suoi. Questo rapporto con il padre diventa centro focale della sua filosofia artistica e di molte sue opere, ma tutte passarono in sordina, finché non venne riscoperta solo durante gli anni ’70 alla veneranda età di sessant’anni. Le nuove donne e artiste femministe vedevano in lei un esempio, come in altre precorritrici (vedi Carol Rama), ma Louise mai si affiancherà a loro esplicitamente ritenendosi troppo vecchia e sentendo quasi il peso del cambio generazionale che si interpone tra lei e loro. 

Maman di Louise Bourgeois. Il ragno rappresentante la madre vuole dare un senso di protezione e forza

La sua arte ricordata come qualcosa di quasi talismanico, per anni ha portato a contare la Bourgeois tra le fila degli outsiders dell’arte, ovvero quegli artisti che non potevano e non dovevano entrare nei grandi circoli e nel grande mercato dell’arte, che nel XX secolo si è dimostrato sempre più agguerrito. Di lei si ricordano molte opere: dai ragni fuori dal museo Guggenheim di Bilbao denominati Maman alle sue celles: ambienti in cui il visitatore è invitato ad entrare e vivere tra strani e poco equivocabili bozzi e protuberanze che richiamano i genitali di entrambi i sessi. Senso di claustrofobia, di cattura e di inadeguatezza sfiorano la mente, mentre si attraversano queste vere proprie stanze, ma anche un senso di potere di una donna che si è saputa liberare dal patriarcato. Le sue celle cariche di tensione sessuale sono la rappresentazione dei ricordi e delle difficoltà che la Bourgeois ha dovuto subire, prima fra tutte la situazione con il padre da cui si sentiva tradita in seguito alle varie relazioni extraconiugali e il rapporto sempre teso di cui abbiamo parlato prima.

La distruzione del padre di L. Bourgeois. Il padre fatto a pezzi su un tavolo è circondato da protuberanze e bozzi che richiamano i genitali maschili e femminili. Immagine tratta da https://www.pinterest.it

Un esempio è La distruzione del padre, celle in cui in una specie di grotta viene rappresentato il padre smembrato sul tavolo da pranzo, circondato da forme organiche, come protuberanze, organi e cavità. Essi rappresentano metaforicamente le paure e i traumi della sua infanzia elaborati e trasformati attraverso la sua arte; rendendoli sculture per riuscire, in qualche modo, ad esorcizzare il dolore, poiché “non si può negare l’esistenza delle sofferenze”, lei stessa difatti continua affermando e raccontando “io non offro né rimedi né scuse. Voglio solo osservarle e parlarne. So che non posso fare nulla per eliminarle o sopprimerle. Non posso farle sparire; sono qui e ci resteranno”.

Il problema ormai secolare del rapporto tra uomo e donna viene esposto da Louise in maniera esemplare e per questo essa molte volte viene vista come un’artista femminista, ma a questo c’è un ma. La sua filosofia più personale ed esistenzialista, più che essere alla ricerca di valori e spiegazioni universali, vuole trovare una redenzione per la sua vita e la sua infanzia grazie all’arte e alle sue doti salvifiche. Come abbiamo accennato difatti lei non si affiancherà al movimento femminista, per quanto la sua ricerca sia molto simile a quella generazione di donne che scende in piazza per rivendicare i propri diritti. Quello che più la distingue da esse è proprio il suo rapporto con l’altro sesso: non nega le difficoltà di comprensione e interazione, ma non è d’accordo sull’esclusione degli uomini, che per molte devono non solo non prendere parte alle loro rivendicazioni, ma alcune volte, addirittura, devono essere annientati mentalmente, perché essi non possono comprendere ciò che noi proviamo. La Bourgeois ha una visione diametralmente opposta su questo punto di vista, difatti l’uomo è visto come il perfetto compagno di vita, non un essere malefico su cui indistintamente riversare le proprie ansie e le proprie frustrazioni ed è proprio da questa consapevolezza che nasce la famosa foto scattata Robert Mapplethorpe che la ritrae sorridente con il suo Filette. Nessuna espressione arrabbiata o rancorosa, mentre con la sua figliola posa davanti all’obiettivo nel 1984. Questa foto nasconde mille significati che si possono scoprire attraverso gli oggetti presenti e appunto alle espressioni. 

Louise immortalata da Mapplethorpe con Filette

Filette ha a forma di un pene, quindi tra le braccia, Louise, sostiene un enorme genitale maschile di legno; il suo tenerlo così giocosamente ci dimostra come l’uomo non sia un essere crudele da annientare e la sua rappresentazione come essere sessuale non sia sempre da considerare negativa e carica di odio, ma come possa essere bensì “un oggetto d’affezione, un trastullo” oltre che un essere degno di attenzioni e di cure. Se l’uomo è presente, chiaramente grazie alla inequivocabile rappresentazione del pene, la controparte femminile è nell’abbigliamento sicuramente poco sobrio dell’artista. La pelliccia che porta addosso è il dichiarato vestito femminile, d’altronde come sappiamo questo capo di vestiario non solo è ritenuto prettamente del gentil sesso, ma è l’estrema rappresentazione della femminilità nobiliare di per sé.

Questa foto come incontro tra i due sessi è la perfetta dimostrazione estetica di come essi possano non solo essere considerati paritari, ma che uno non debba escludere l’altro nell’eterna lotta alla supremazia che purtroppo sembra destinata a non concludersi mai.

Quel sorriso quasi beffardo dell’artista ormai in età avanzata, sembra ricordarci come lei abbia vissuto sulla pelle molte storie da raccontare, ma che alla fine tutto si racchiude nell’accettarsi e nel comprendere che solo nell’unione mentale e fisica riusciamo a trovare la pace. Non bisogna rinnegare che per secoli la sottomissione femminile è stata sempre presente, ma non bisogna neanche non riconoscere il cambiamento intrinseco che lo stesso genere maschile può aver subito e quindi perché escluderli a priori solo perché penedotati? Solo una visione più aperta e comprensiva può portare alla vera ricerca e scoperta della verità e della parità, quindi allontanandoli come possiamo ritenerci migliori?

Fonti

– L. BOURGEOIS, Distruzione del padre. Scritte e interviste, Quodlibet, Macerata, 2009.

– C. SUBRIZI, Azioni che cambiano il mondo. Donne, arte e politiche dello sguardo, PostMedia, Milano, 2012.

– M.A. TRASFORINI, Nel segno delle artiste. Donne, professioni e modernità, Il Mulino, Bologna, 2007.

Il sesso mi fa orrore

Non sempre l’arte nasce dalla volontà dell’artista  di imprimere sulla tela o attraverso altri mezzi la realtà o le emozioni a volte una malattia, un’allucinazione, un’ossessione diventa opera. 

di Elena Melloni Gandolfi

Yayoi Kusama nasce in Giappone nel 1929 da una famiglia conservatrice, da piccola le viene diagnosticato una sindrome di depersonalizzazione, una patologia psichica, che le ha sconvolto la vita e che la rendeva completamente distaccata da se stessa e dal mondo circostante; nel 1958 neanche trentenne si trasferisce a New York. L’artista tutt’ora vivente, ultranovantenne, è molto apprezzata in America.

L’arte è sempre stata la miglior medicina per i suoi collassi nervosi, le sue ossessioni si trasformano in opere d’arte, allontanandola dagli impulsi suicidi.

La ripetitività e la successione di elementi a reticolo, le immagini costruite con tanti tocchi di pennello puntiforme inseriscono la Kusama sulla scia  del fenomeno artistico del Divisionismo. Le sue opere a base di puntini con le sue varianti mescolati alla tecnologia si trasformano sino ad arrivare ai pixel.

I pois di Yayoi Kusama.
Immagine da d-art.it

La situazione artistica americana alla fine degli anni cinquanta ruota intorno al movimento New Dada, è qui che i pixel ed i pois si allargano su piani liberi e nascono le prime tele di grandi dimensioni come Infinity Nets. Intorno agli anni sessanta i pixel nella sue opere si allargano ulteriormente a contagiare gli spazi, come semi di un terreno, crescono e subiscono una metamorfosi anatomico – sessuale, diventano falli e iniziano così le prime opere e performance a sfondo sessuale.

Grandi peni invadono le sue opere d’arte a volte moltiplicati dall’uso dello specchio,come ad esempio Accumulation No. 1 (1962), una poltrona di organi genitali maschili, Accumulation No.2 (1966),  la Kusama si sdraiata nuda con il corpo cosparso di pois in posizione provocante in un prato di falli.

In Travelling Life (1964) l’artista attraverso una scala ci indica la strada verso l’Eden con l’aggiunta dei simboli fallici quali simboli del piacere puro.

Per la prima volta, in Aggregazione: show con mille barche (1964), l’artista celebra l’organo genitale femminile: una barca a forma di vagina stracolma di falli, simbolo di fecondazione in cui, lei stessa, appare nuda e girata di spalle, le pareti nel contempo riproducono la fotografia della medesima barca.

L’idea dell’amplesso è incarnato dalle scarpe straripanti di peni in Untitled Accumulation (1963) o crescono sulle sedie, sui vestiti o su un tavolo imbandito.

Tra le performance della Kusama merita interesse quella contro la guerra in Vietnam dal titolo Happening nudo – Orgia e bandiera incendiata (1968), dove i  protagonisti girano per il  ponte di Brooklyn nudi, con il corpo a pois, mentre bruciano la bandiera americana. Tra i partecipanti c’è anche l’artista stessa, in questo caso come nelle altre performance prese in esame successivamente è vestita.

Yayoi Kusama al lavoro.
Immagine da kristallwelten.swarovski.com

Nella Kusama è già insito lo spirito che poi incarnerà tutte le contestazioni che culmineranno nel 1968, periodo di grandi cambiamenti politici, sociali e culturali. Sono questi gli anni delle rivendicazioni sessuali, dell’amore libero e la Kusama interpreta questi ideali attraverso le sue performance come in Happening “The Anatomic Explosion” (1968) in favore dei matrimoni tra omosessuali, o di  derisione del potere come  in Alice In Wonderland (1968). Il suo stato mentale d’altronde è simile a quello della protagonista, Alice, che si trova nel Paese delle Meraviglie.  

Decisa a cambiare la mentalità retrograda del suo Paese, ritorna in Giappone con la speranza di migliorarlo ma la fama la precede e il popolo non è pronto a questa “rivoluzione” a tal punto che viene rifiutata anche dalla stessa sua famiglia.

Da metà degli anni settanta a causa del progredire dei suoi disturbi è ricoverata in un ospedale a Tokyo dove non ha smesso di dipingere.

Una miriade di falli non si erano mai visti, se non nelle opere della Bourgeois, l’arte della Kusama generata dall’aggravarsi della sua malattia esprime il suo disagio interiore. Le sue ossessioni sono legate al genere umano e investono il corpo e il sesso che come dice le fa letteralmente orrore.

Questa artista minuta dai vestiti stravaganti,  ha influenzato artisti come Andy Warhol, Roy Lichtenstein e attraverso le sue ripetizioni seriali ha creato uno stile del tutto originale.

Fonti:

– F.Fabbri, Lo zen e il manga Arte contemporanea giapponese, Bruno Mondadori,Milano, 2009. 

La realtà di Mapplethorpe

Mapplethorpe ha reso la sua fotografia il manifesto di quello che lui era. Ha rappresentato il suo mondo, il suo modo di essere e di amare, una scelta coraggiosa in un’epoca dove l’omosessualità era sinonimo di una delle malattie più pericolose del secolo: AIDS.

di Jessica Colaianni

Gli anni Settanta e Ottanta vedono un forte fermento sia dal punto di vista socio politico, con la fine della Guerra Fredda e la caduta del muro di Berlino, sia dal punto di vista artistico, dove assistiamo a una varietà incredibile di linguaggi, stili e poetiche. Con l’avvento dei media tecnologici, il quadro su tela, anche se usato ancora da alcuni artisti, viene per lo più soppiantato dall’utilizzo di altri strumenti, quali la fotografia, il video, le installazioni. Diventa ormai impossibile etichettare un artista sotto il nome di pittore, scultore, fotografo e non esistono più movimenti che racchiudono un gruppo legato da uno stile comune. Assistiamo invece a una vera e propria poetica del mescolamento, dove gli artisti, liberi da queste classificazioni, possono esprimere le loro idee usando vari stili e linguaggi per trasmettere i propri messaggi.

Calla Lily (anni ’80)
Portfolio X (1978)

In questi anni di grande fermento, un evento particolarmente significativo sconvolge il mondo, si scopre una nuova malattia, l’AIDS, un’infezione virale che inizialmente si pensava colpisse solo gli omosessuali e che fece, in particolare nei primi anni, migliaia di vittime. Molti artisti rimangono intimamente coinvolti, perdendo i propri cari e alcuni furono vittime della malattia stessa; molti sono coloro che, sensibili a tali tematiche, iniziano a raccontarle attraverso la loro arte. Tra questi abbiamo Robert Mapplethorpe, fotografo statunitense nato a New York nel 1946 e morto nel 1989 proprio a causa di complicazioni derivate dall’AIDS. Si avvicina al mondo dell’arte iscrivendosi al Pratt Institute, senza però portare a termine gli studi.

L’incontro con la fotografia e il conseguente innamoramento, avviene al MoMa, dove Mapplethorpe ebbe accesso alle camere blindate che custodivano l’intera collezione del museo. In un primo momento realizza delle immagini con la Polaroid mentre successivamente si dedica alla fotografia analogica. Gli scatti che realizza si sono da sempre contraddistinti per una qualità formale ed estetica eccezionale. Le foto, infatti, oltre ad avere una sapiente e accurata composizione, sono stampate in grandi formati e con tecniche raffinate e costose, come la stampa al platino. Nei lavori di Mapplethorpe si assiste a una totale fusione tra arte e vita, dove il fotografo stesso è spesso protagonista o comunque particolarmente legato ai personaggi fotografati. Le tematiche principali che tratta sono la sottocultura omosessuale di New York, di cui lui stesso faceva parte, l’identità di genere e la pornografia, la quale Robert eleva ad arte, ricevendo non poche critiche e sconvolgendo la società.

Portfolio X (1978)
Autoritratto (1988)

Le sue immagini sono estremamente crude e dirette, l’esempio più eclatante è la serie Portfolio X (del 1978), dove troviamo, ad esempio, un autoritratto di spalle con una frusta inserita nell’ano o ritratti di coppie autentiche della scena S&M gay di New York, intenti nello svolgimento di pratiche erotiche estreme. Attraverso questi scatti Mapplethorpe ha dato voce a un’omosessualità violenta, sadomasochista e non effeminata, rendendo pubblica e senza vergogna tale realtà, restituita dal fotografo in una sorta di diario intimo e da album di famiglia.

Negli anni Ottanta si dedica a scatti meno cruenti e nota è la serie dedicata a fiori e piante, ritratti estremamente raffinati e stilizzati che rimandano comunque, in modo più poetico, agli organi sessuali maschili e femminili. Uno degli ultimi scatti, e forse quello più toccante, è sicuramente l’autoritratto del 1988, dove vediamo il volto di Robert emergere da uno sfondo nero e tenere in mano un bastone che ha come pomello un teschio, immagine inevitabile della morte imminente. Oltre a Mapplethorpe sono molti gli artisti che hanno posto attenzione al tema e i suoi scatti hanno indubbiamente influenzato molti fotografi degli anni Novanta. Possiamo affermare con certezza che le sue immagini hanno raccontato con fierezza il suo essere, in un periodo in cui gli omosessuali venivano presi di mira e maltrattati semplicemente per quello che sono, ovvero persone, come tutti.

Fonti:

– C. Marra, Fotografia e pittura nel Novecento (e oltre), Milano, Bruno Mondadori, 2012;

– Patti Smith, Just Kids, Feltrinelli, 2010

L’ossessione della Violenza

La violenza fa parte della nostra vita, dall’alba dei tempi, accompagnandoci nella nostra evoluzione come specie ma anche come individui. Ci affascina ma allo stesso tempo ci spaventa. Il cinema riesce a raccontare questo strano e intenso rapporto magnificamente.

di Lorenzo Carapezzi

Il passo evolutivo dell’uomo per eccellenza è la presa di coscienza della propria identità. La nascente egomania della propria superiorità intellettuale è il primo vero passo dell’uomo. In una realtà dove la Natura è la costitutrice delle regole l’uomo non riesce ad alzare la testa. Lo sviluppo di aree celebrali superiori rende l’uomo, ormai non più scimmia, ad una maggiore capacità di elaborazioni delle informazioni. L’uomo si stacca dal regno animale e si eleva ad un nuovo regno, fatto di autovalutazione delle azioni e delle esperienze. L’uomo diventa erectus, immagazzinando nella sua psiche la razionalità e la consapevolezza di sé stesso. Guarda un mondo completamente diverso, arrivando a vedere l’oggetto come strumento e non come oggetto in quanto tale. Un qualsiasi oggetto diventa strumento di caccia, di artigianato…può diventare persino un’arma, tale da poter ferire un altro essere umano uguale consapevolmente. Stanley Kubrick individua nella violenza il primo passo evolutivo dell’uomo.

Il leader del gruppo impara la violenza (2001: Odissea nello
spazio
, Stanley Kubrick, 1968)

Ormai tutti, persino chi non guarda film, sanno dell’esistenza e dell’influenza di una delle scene più emblematiche del capolavoro “2001: Odissea nello spazio” dove il leader di un clan, dopo aver toccato un misterioso monolite, si evolve. Le sue connessioni celebrali si moltiplicano e ciò fa di quel gesto per niente banale, tant’è che il regista rende quella scena quasi sacrale accompagnando le immagini con una musica intensa, composta da voci corali accavallate una sopra l’altra. Ciò che segue è il primo passo evolutivo, “l’alba dell’uomo” come indica lo stesso Kubrick. Il leader del clan, giocando con la carcassa di un animale, lentamente inizia a capire come l’osso possa essere utilizzato per ferire. Il lento innalzamento della musica di Strauss ci indica l’apice, il raggiungimento di una contezza fondamentale per la sopravvivenza. Il neo-uomo non si fa scrupoli, riuscendo fin dalla scena successiva a conquistare una pozzanghera per il proprio clan, arrivando a massacrare fino alla morte l’ancora scimmia di un altro clan. L’osso-arma verrà poi lanciato e attraverso la grammatica del montaggio diverrà astronave fluttuante nello spazio profondo, costruendo un’ellissi millenaria.

K. (Jamie Bell) sistema Joe (Charlotte Gainsbourg) prima di
picchiarla (Nymphomaniac, Lars Von Trier, 2013)


È quindi la violenza che ci contrattidistingue, violenza intesa come atto cosciente e volontario. Che ci piaccia o meno essa, accanto al sesso, è un elemento intrinseco nella nostra istintualità e ciò spiega il fascino che proviamo ogni volta nel vedere rappresentazioni e mostrazioni di scene violente. Non è possibile sopprimere questa nostra parte più intima. Il presente non è altro che il frutto di un passato fatto di violenza e di ego. Ma oltre a fendere dolore, la violenza può divenire lo strumento dionisiaco prediletto. Ne è un esempio Joe (Charlotte Gainsbourg), protagonista dei due volumi di “Nymphomaniac”, diretti da Lars Von Trier. Le ferite che scottano, i lividi, tutto ciò che concerna il dolore non intensifica solo l’atto sessuale, ma anche l’altro elemento del sesso, ovvero l’amore. L’insaziabilità della ninfomania porterà Joe a trovare nel giovane K. la salvezza da una vita sofferente e per nulla appagante. In una grande sala illuminata, con pochi mobili presenti, in una sorta di aurea sado-minimalista, K. farà scoprire tutte quelle sensazioni che Joe ha sempre desiderato ma che mai è riuscita a incontrare. È un rapporto di padre-padrone fatto di frustate che citano flagellazioni religiose, corde per legare, schiaffi, sputi. K. è l’unico a capire cosa sia la ninfomania, molto di più di chi studia la sessualità. Joe sa quanto K. sia consapevole di questo mondo, arrivando al punto di non volerlo, ma di amarlo. La generosità di K. non si limita alla sodomizzazione, ma insegna a Joe, tra l’altro, come fabbricare con pochi oggetti una frusta, strumento di goduria per lei. Nel film non ci è dato sapere perché K. faccia questo verso la mattina presto, eppure azzardo a dire che il motivo è proprio collegato all’istinto: K. è un superuomo intento a evolvere le persone ancora umane, lontane dall’Ubermensch.

“Ti svegli ancora qualche volta, vero? Ti svegli al buio e
senti il grido di quegli innocenti.” (Il silenzio degli innocenti,
Jonathan Demme, 1991)

Personalmente c’è una netta supremazia della violenza rispetto all’amore iconico, quasi smielato, ma ancora di più c’è una netta superiorità della violenza psicologica su quella carnale. La violazione della mente è molto più intensa perché ci attacca nel profondo, non si limita a distruggere la nostra barriera corporale. La vera tensione in “Il silenzio degli innocenti” di Jonathan Demme non sta nella ricerca dell’agente apprendista Clarissa (Jodie Foster) del serial killer Buffalo Bill (Ted Levine), che scuoia le sue giovani vittime in carne, bensì il rapporto tra lei e Hannibal Lecter (Anthony Hopkins), psicologico, intimo diviso da una semplice barriera di vetro antiproiettile. Lo sguardo maniacale di Lecter, tanto da non chiudere mai le palpebre, riesce a penetrare l’intimità psichica di una giovane ragazza pronta a riscattarsi da un’adolescenza travagliata. Semplici dettagli, analizzati con una naturalezza tipica di Sherlock Holmes, il cannibale dottore aiuterà non solo a trovare il serial killer, ma a psicanalizzare e scovare nella memoria perduta ricordi rimossi dalla ragazza, sotto sotto ancora traumatizzata. L’urlo dei poveri agnelli è il trauma che Clarisse si porta da una vita. Il trauma è la violenza più intensa che l’uomo evoluto possa conoscere.

Fonti:

– M. Servilli, 2001: Odissea nello spazio, l’Uomo e la nascita dell’Ego http://www.latelanera.com/abisso/articolo.asp?id=172;

– V. Randone, Sulla ninfomaniahttps://www.valeriarandone.it/sessuologia/ninfomania/;

– A. Castle, The Stanley Kubrick , Taschen, 2005; F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra, Adelphi, 1986.

L’ambiguità di Claude Cahun

“Maschile? Femminile? Ma dipende dai casi. Neutro è il solo genere che mi si addice sempre”.

di Jessica Colaianni

Con queste parole oggi vi portiamo alla scoperta di Claude Cahun, pseudonimo di Lucy Renée Mathilde Schwob, artista, fotografa e scrittrice francese tra le massime esponenti del surrealismo.

Nata a Nantes nel 1894 sin da subito si appassiona alla scrittura, alla fotografia e alla recitazione, firmando i suoi primi lavori adoperando diversi pseudonimi, da Claude Courlis a Daniel Douglas fino a optare per quello definitivo che l’ha resa celebre fino ai giorni nostri. Appena quindicenne si lega sentimentalmente con la sorellastra Suzanne Malherbe, fotografa conosciuta col nome di Marcel Moore con cui trascorrerà il resto della sua vita. Insieme a quest’ultima, negli anni Venti, si trasferisce a Parigi ed è in questa occasione che l’artista entra in contatto con le figure centrali del movimento surrealista, André Breton (autore del manifesto nel 1924), Tristan Tzara, Salvador Dalì, Man Ray e molti altri. La fotografia si lega al movimento pittorico non tanto per lo stile o il linguaggio formale utilizzato, quanto per l’approccio concettuale con la quale vengono trattati i temi e i soggetti raffigurati. Ai fotografi surrealisti, infatti, non importa la ricerca di una tecnica precisa dell’esecuzione ma, come per i colleghi pittori, prevale il concetto di automatismo che viene spiegato da Breton nel manifesto del movimento.

118mm x 92mm (whole)115mm x 89mm (image)also neg

Lo scatto non è meditato né sapientemente orchestrato ma è il risultato del caso, il quale ci ricollega all’altro concetto fondamentale della poetica surrealista, quello dell’objet trouvé, ovvero un qualcosa che l’artista trova casualmente girovagando ma che diventa opera significante. Le immagini sono quindi stranianti, spesso volutamente sbagliate ed espressione di una dimensione che ha a che fare con la psiche umana. Tra i rappresentanti del gruppo Cahun trae più ispirazione da Cecil Beaton, fotografo di moda la cui caratteristica è quella di mettere in scena delle immagini allusive che rimandano ad atmosfere trasognanti. Protagonista indiscussa dei suoi scatti è lei stessa, la quale scinde il suo corpo in più identità affrontando in maniera precoce, rispetto al tempo, il tema della sessualità e dell’identità di genere.

La fotografa mette in scena una vera e propria trasformazione di sé stessa andando oltre la semplice differenziazione tra femminile e maschile e ponendo in essere quasi una sorta di body art ante litteram, in quanto attraverso questa pratica attua una vera e propria verifica e oggettivazione del suo corpo, diventando pioniera di una tematica tutt’oggi viva e fortemente dibattuta.Claude Cahun è un’artista forse non particolarmente conosciuta presso il grande pubblico, ma la cui poetica avanguardistica ha influenzato molti autori dei decenni successivi. In particolare in Italia, sono poche le istituzioni pubbliche che hanno posto attenzione alla sua ricerca, tra questi emerge la Fondazione del Monte di Bologna che, in occasione di Arte Fiera 2020 ha inaugurato la mostra 3 Body Configurations in cui, insieme a Valie EXPORT e Ottonella Mocellin, vengono esposte 38 opere fotografiche dell’artista grazie alla collaborazione col Jersey Heritage Collection, dalla città dove Cahun ha trascorso gli ultimi anni della sua vita e che conserva la maggior produzione della fotografa.

La durata dell’esposizione era prevista fino al 30 aprile, con la speranza di poter presto riaffollare (ma non troppo) i luoghi della cultura vi consiglio quindi di segnarvela in agenda!

Fonti:

– Silvia Mazzucchelli, Oltre lo specchio : Claude Cahun e la pulsione fotografica, Milano, Johan & Levi, 2013;

– Claude Cahun, Le scommesse sono aperte (Les paris sont ouverts, traduzione in italiano di Marcello Giulini e Marco Dell’Omodarme, prefazione di Silvia Mazzucchelli), Edizioni WunderKammer, 2018;

– Claudio Marra, Fotografia e pittura nel Novecento (e oltre), Milano, Bruno Mondadori, 2012.

Il sesso è cinematografico

Il cinema ha raccontato di ogni aspetto della vita, anche quello più intimo, utilizzando uno sguardo sempre nuovo e mai banale. E il sesso non fa eccezioni: la pellicola cinematografica ha indagato la sessualità sotto i più diversi punti di vista e noi ve ne offriamo alcuni.

di Lorenzo Carapezzi

Il sesso è cinematografico. È quel pezzo della nostra essenza che rispecchia la nostra primitività. Il sesso ci fa spogliare da tutte le maschere che indossiamo ogni giorno, rendendoci nudi sia esteriormente che interiormente. Lì, davanti a tutto quel mondo, non si può mentire, non ci riusciamo, perché l’istinto è qualcosa che appartiene al nostro corpo e il corpo non mente, anzi, molte volte tradisce la nostra bugia. Qualsiasi persona, uomo o donna che sia, vecchio o giovane, davanti alla sessualità non può che parlare prima di pensare, poiché è sentimento primitivo, quindi originale, unico e vero. E all’interno di tutto questo il Cinema è lo strumento psicologico per eccellenza. Attraverso il primo piano, strumento unicamente cinematografico, tutta l’identità di una persona, quella vera, traspare e scorre sotto i nostri occhi da spettatore. Il cinema riesce a raccontare il sesso in tutte le sue fasi. Racconta la storia di chi siamo veramente.

Antoine Doinel (Jean-Pierre Léaud) reagisce alla
domanda della psichiatra “Sei mai stato a letto con una
donna?”(François Truffaut, I 400 colpi,
1959)

Se penso a tutto ciò, la prima immagine che mi viene in mente è quella che io considero come il miglior sguardo cinematografico nella storia. Non si parla di un vecchio anziano che guarda alla giovinezza e alla bellezza come valori assoluti, tipico sguardo viscontiniano, nemmeno allo sguardo adolescenziale di qualsiasi film improntato sulla neo-apocalisse dei quattordicenni. Questo sguardo per eccellenza lo troviamo nel film esordio, per lo più capolavoro assoluto, di Truffaut, I 400 colpi. Jean-Pierre Léaud, interprete di Antoine Doinel, figura-mito della Nouvelle Vague, è un semplice ragazzino, anzi bambino. “Sei mai stato a letto con una donna?” questa è la domanda che la psichiatra fa a Léaud/Doinel. Una domanda così secca e diretta che sprigiona ai nostri occhi l’innocenza della fanciullezza, il desiderio di un tesoro che un giorno spera di trovare. Gli occhi illuminati rispecchiano il desiderio inarrestabile. Qui non c’è bisogno di nessuna tetta e di nessun culo esposto, Truffaut cattura il momento nel quale qualsiasi fantasia è desiderata ma non espressa, per timore verso l’altro, verso la società. All’interno di quel sorriso fatto di marachelle e giochi c’è l’intero universo dell’eros.

Paul (Marlon Brando) e Jeanne (Maria Schneider)
si guardano dopo aver fatto l’amore (Bernardo Bertolucci, Ultimo tango
a Parigi,
1972)

Ovviamente né il cinema né il sottoscritto rinnega scene esplicite, che entrano anche nelle caverne più oscure e oscene. La storia, anche quella cinematografica, ci ha dimostrato come con l’invecchiare del tempo i tabù diventino sempre meno intensi e che le pupille si allargano sempre di più, divenendo piano piano meno scandalizzati. Scene di sesso, di nudità e di sodomia come quelle di “Ultimo Tango a Parigi”, oggi non farebbero scandalo, questo perché in quest’epoca il sesso non è più mistero da essere svelato, lentamente come le calze sciolte in “Il Laureato”, ma è diventato gara a chi è più perverso. Non si cerca di mostrare più la bellezza dell’amore, bensì la spettacolarità del sesso. Da un tipo di film fatto di calze a rete ed effetti vedo-non vedo si è passati alle acrobazie più sfrenate e più strane, un cinema che trae continuamente spunto dal Kamasutra.
Dunque, il cinema traspare non solo il desiderio, ma anche l’evoluzione dello sguardo umano. Ma può il cinema riflettere questi due aspetti dentro alla stessa inquadratura? È veramente possibile unire la visione infantile (in senso encomiastico) alla frenesia dell’eccesso? Un film che può venire in mente è sicuramente il primo sguardo verso l’Ovest da parte di un giovane tedesco dell’Est Berlino. Non a caso la prima ricerca del nuovo mondo non è la bellezza dell’Arte o la bellezza della natura terrestre, bensì la bellezza primaria, per eccellenza, ovvero il sesso. In “Goodbye, Lenin!”, il nostro Alex, emozionato dal crollo del muro e frenetico di vedere l’Eden di cui tanto si parlava nelle fiabe, la prima cosa su cui si fionda non in modo casuale è la visione di un’attrice pornografica all’interno di una videoteca porno. L’eccessivo volume del seno e la panna sparsa su tutto il corpo mostrano gli eccessi che non ci stanchiamo mai di approfondire e di migliorare, volta per volta, sguardo per sguardo. La folla fatta di giovani, anziani e anziane rispecchiano i sogni di una libertà, perché sesso è libertà e parlarne è simbolo di democrazia.

“[…]ne valse la mia tempesta ormonale […]”
(
Wolfgang Becker, Good bye, Lenin!, 2003)

Il sesso è bello da fare e da vedere non solo perché ci trasporta in un paradiso sensazionale, dove tutti i sensi giocano al piacere, ma perché è riflesso di noi stessi. Noi ci identifichiamo in base ai nostri gusti sessuali, alle nostre fantasie e al nostro modo di farlo! Il sesso ci piace perché ci trasporta in una intimità umana mai concepita dalla natura prima di noi, come il cinema, che ha il talento di raccontare chi siamo e cosa facciamo. Pascal è colui che è riuscito a meglio esprimere tutto questo rapporto tra cinema e sessualità: “Ciò che interessa l’uomo è l’uomo”.
Che si tratti di sensazioni romantiche, scoperta della propria sessualità, battaglia ideologica, eccesso dionisiaco, oscure perversioni o semplicemente un modo per attirare spettatori medi in commedie pseudo-deficienti, il sesso è la luce che irradia e costruisce tutto ciò che il cinema dovrebbe mostrare continuamente, ovvero l’uomo e la sua storia, quella vera, quella intima e nascosta che fa di noi ciò che siamo. L’intimità grazie al cinematografo diventa identità.

Fonti:

-B. Pascal, Pensieri, Giunti Editore, 2010

-F. Truffaut, Il piacere degli occhi, Minimum Fax, 2013.

Klimt: tra donne e sesso

Klimt ci viene sempre rappresentato come l’artista dell’élite viennese, l’artista più importante e famoso del suo tempo, ma in realtà, nei suoi disegni, è celato un sordido segreto.

di Silvia Michelotto

Vi voglio distruggere un mito, mi dispiace così tanto… Non è vero, adoro distruggere certezze altrui. E’ un piccolo e amorevole piacere sadico che mi attanaglia ogni volta che scopro un gossip del mondo artistico. E quindi procediamo!
Messer, oppure dovrei dire Herr, Gustav Klimt, padre della Secessione Viennese, l’artista che riportò in auge l’oro e il mosaico (dipinto questa volta), che nei suoi quadri ha sempre rappresentato l’eleganza, la raffinatezza, dove anche i nudi erano pieni di un’estrema grazia e compostezza, era un birbantello! 

Era ossessionato da un pensiero, un unico e infinito chiodo fisso che attanaglia molti altri esponenti del genere maschile: le donne

Le sue figure femminili sono di un’aurea bellezza, dalle pelli quasi diafane, si porgono allo spettatore come ammalianti dee che vogliono sedurre chiunque le osservi, moderne Cleopatre alla ricerca del proprio Giulio Cesare. Un esempio è la meravigliosa Giuditta I che si mostra all’avventore in tutta la sua statuaria bellezza, sottolineata dai gioielli e dai tessuti preziosi, con lo sguardo provocante e determinato. Non ci rendiamo immediatamente conto che lei è Giuditta, colei che, secondo la Bibbia, uccise il generale nemico tagliandogli la testa, seminascosta nell’opera. Sempre rappresentata come una donna pia, eroina delle sacre scritture, nella Giuditta di Klimt viene sottolineata una sensualità inaspettata che ci porta alla mente più un’altra donna biblica, più controversa e terribile, che sfrutta il suo corpo e la sua bellezza per ottenere la testa dell’uomo che l’ha rifiutata: Eroidiade.

Per Klimt, il gentil sesso era una vera e propria ossessione, ma non si fermava unicamente ad ammirarlo o a ritrarlo. Ebbe numerose amanti che gli diedero altrettanti figli (secondo il suo biografo ufficiale, Nebehay, furono 14, ma di certi ce ne sono solo 6) di cui nessuno poté vantare il cognome del padre. Inoltre, come se non bastasse, Gustav- vecchio marpione- si dedicava a più di una donna nello stesso periodo, infatti, si sa che due dei figli nacquero nello stesso periodo da due madri diverse.  Quindi, quante altre donne sono passate per il suo letto nello stesso periodo?

Parecchie e di sicuro quel via vai di modelle dal suo studio era fonte di eterna tentazione. Donne che, ci viene raccontato nel film dedicato a Egon Schiele, Klimt lasciava attendere seminude da sole nello studio, fino al momento in cui non iniziavano atti di autoerotismo, che l’artista immortalava su carte grossolane e con matite e carboncini. Via gli ori, i blu oltremare, le figure alcune volte troppo spigolose! In quei bozzetti trovano spazio solo corpi morbidi e invitanti, tracciati con una linea sinuosa e delicata che sembra essere il frutto del medesimo compiacimento dell’artista.

Rappresenta l’intimità femminile, la scoperta di un corpo che per molto tempo è dovuto rimanere celato ed essere privo di qualsivoglia desiderio sessuale, la diversità delle donne nel raggiungere il proprio piacere, la posizione che più le aggrada… Un tema rappresentato con una lucidità ineguagliabile, reso ancora più evidente dal segno semplice, privo di orpelli inutili, che rende evidente un disagio nell’artista. L’esistenza di un’ossessione che lo ha portato a realizzare più di quattromila disegni, di cui ne sono sopravvissuti solo duecento, tutte opere rimaste nascoste nello studio di Klimt, consapevole che nella perbenista Vienna non sarebbero state accolte con estrema gioia. 

Già i suoi affreschi all’interno dell’Università (Quadri della facoltà, andati perduti durante la Seconda Guerra Mondiale) furono al centro di numerose polemiche a causa del forte carattere sensuale che, secondo molti, avrebbe portato corruzione nella mente dei giovani studenti, in più  il successivo processo contro il suo giovane amico Schiele per diffusione di arte pornografica lo hanno spinto a nascondere questa sua vena nel profondo. Nel cassetto della sua scrivania.

Chissà quanti altri artisti hanno dovuto rinunciare ad esprimere sé stessi completamente per evitare la gogna pubblica? 

Certamente la vita di Klimt, con i suoi successi e le sue grandi opere, non era così luminosa come i quadri che lui realizzava, bensì era molto più complessa e degenerata di quanto pensiamo, e forse è proprio questo il bello dell’arte: dietro alla mera tranquillità ci sono demoni molto più grandi e intensi di quanto ci aspetteremmo.

Fonti:

– E. Di Stefano, Klimt. Le donne, Giunti Editore, 2017;

– G. Néret, Klimt, Taschen, 2015