La fontana dei miti e degli scherzi

Bernini realizzò numerose opere a Roma, ma di sicura una delle più suggestive è la Fontana dei Fiumi, una struttura scultorea complessa che permette a chi la osserva di scoprire il mondo.

di Silvia Michelotto

Penso che Giovan Lorenzo Bernini sia una di quelle persone con cui avrei volentieri fatto due chiacchiere, condite con delle grosse risate. Mi sono sempre immaginata un uomo serio e dallo sguardo leggermente folle, idea che mi era stata offerta dagli autoritratti che avevo avuto il piacere di ammirare, ma poi, leggendo di lui, mi sono resa conto che nulla è più distante dalla realtà. Bernini era un uomo dedito agli scherzi e che amava la vita e il suo lavoro, accettandone gli alti e i bassi che questi gli offrivano. A circa 92 anni, ad esempio, la sua salute peggiorò a causa di una paralisi che lo colpì al braccio destro, affrontò il problema con il sorriso e affermando che alla fine, dopo tutto quegli anni di duro lavoro, il suo amato arto doveva pur riposare!

Bernini era un artista a tutto tondo e che abbellì la Città Eterna con opere meravigliose, che, insieme a quelle di Michelangelo (morto solo 34 anni prima della nascita dello scultore napoletano), ne sono diventate il simbolo. Tra queste c’è, senza ombra di dubbio, la meravigliosa e imponente Fontana dei Quattro Fiumi.

La fontana dei Fiumi progettata da Bernini (1651)
Dettaglio di un mostro marino sullo scoglio di Fraschi

L’artista stava affrontando un periodo piuttosto complesso della sua vita a causa della morte del suo più importante mecenate, Urbano VIII, sostituito dall suo grande nemico: Innocenzo X Pamphili. Alla stregua dello scontro Borgia-Rovere, il nuovo papa cercò di superare le grandi commissioni del suo predecessore, rivolgendosi a quegli artisti che erano rimasti nell’ombra. La Fontana, quindi, con grande probabilità si pensava sarebbe stata realizzata da Borromini, rivale di Bernini e leggermente snobbato dal defunto Urbano VIII, eppure l’artista napoletano decise di giocare le sue carte e di regalare un modellino in argento del progetto della Fontana all’avida cognata del papa. La donna, ammaliata e molto influente, convinse Innocenzo X a cambiare l’autore del progetto. Ovviamente Borromini non ne fu contento. 

L’odio tra i due è così noto che ancora oggi viene diffusa quella falsa leggenda che vorrebbe che la personificazione del Rio della Plata della Fontana si stia nascondendo alla vista dell’ “abominevole” S.Agnese Agone del collega e avversario Borromini, che, fatalità, è proprio di fianco al complesso scultoreo. In realtà ciò risulterebbe leggermente impossibile, proprio perché i lavori alla chiesa iniziarono nel 1652, un anno dopo il completamento del monumento berniniano. Insomma, è solo una brutta serie di sfortunati eventi!

L’imponente apparato in travertino doveva essere una lode al potere del Pontificato: la religione cristiana era arrivata in ogni angolo del mondo fino a quel momento conosciuto. Bernini, però, decise di rappresentare i Continenti non con le solite personificazioni, bensì con le incarnazioni dell’Acqua. La scelta dell’elemento  non è da circoscrivere unicamente alla funzione che doveva avere, quello di Fontana appunto, ma anche come elemento vitale e purificatore del credo cristiano. Fu così che le bellissime e tradizionali fanciulle furono sostituite da uomini possenti e muscolosi, ognuno a rappresentare uno dei fiumi più importanti della propria terra. A realizzarle, però, non fu lo stesso Bernini, bensì alcuni degli artisti che lavoravano nella sua bottega.

Gange di Poussin
Danubio di Raggi

Abbiamo così l’irrequieto Danubio per l’Europa, realizzato da Antonio Raggi, che si contorce per indicare lo stemma della famiglia papale; c’è poi il Gange (India) che regge in mano un remo, per la sua navigabilità, scolpito da Claude Poussin; il Nilo (Africa) ha il capo coperto in quanto ancora non si conosceva la posizione delle sue sorgenti e fu realizzato da Giacomo Antonio Facelli; finiamo poi con il Rio della Plata: quello che sembra un atto di disgusto è in realtà di sottomissione: l’America era appena stata convertita dal Vecchio Mondo, e sulle spalle ha una borsa piena di monete, probabilmente in argento, che dovrebbero richiamare il colore delle sue acque. A scolpirlo fu Francesco Baratta.

Le sculture sono state sistemate su uno scoglio, realizzato da Giovan Maria Fraschi, e che ha, al centro, uno scavo in cui è stato sistemato l’obelisco, in modo da renderlo più stabile: idea che sperimentò con successo  Bernini in occasione della progettazione della Fontana del Tritone (1643). Questo monolite è una copia romana di un obelisco egizio che fu ritrovata nel 1647 nei pressi della Via Appia; esso doveva rappresentare come i quattro continenti fossero protetti dall’ombra della Santa Sede.

Nilo di Facelli
Rio della Plata di Baratta

A rendere ancora più stupefacente l’opera è la grande varietà di elementi vegetali e animali che si possono notare tra le crepe e le sporgenze della base. Numerosi animali marini e creature fantastiche si offrono all’osservatore più curioso e attento, piccolo esploratore di un’opera che gli permette di visitare il mondo. Ogni singolo pertugio offre qualcosa di meraviglioso e anche gli elementi vegetali non sono da meno: piccoli ecosistemi si muovono sotto un vento immaginario, impercettibile, ma in grado di muovere il freddo e tenace marmo.

Un piccolo spaccato di Natura si staglia in una delle piazze più importanti di quella che, già all’epoca era una metropoli. Immediatamente la città comprese come quella Fontana, sorta su un semplice abbeveratoio, non era una semplice opera pubblica, ma un vero e proprio capolavoro, tanto che nessuno ebbe il coraggio di ricordare al Bernini, durante l’inaugurazione, che c’era bisogno di acqua perché quella fosse una fontana a tutti gli effetti. Infatti, al momento in cui l’imponente complesso fu scoperto, la vasca era completamente vuota, un dettaglio importante e che all’artista, scenografo anche di teatro e amante delle trovate in grande stile tipicamente barocche, non poteva di certo essere sfuggito. Solo a fine della cerimonia, quando il papa se ne stava andando, ammaliato anche lui dalla meravigliosa creazione che aveva commissionato, Bernini diede il segnale e l’acqua iniziò a zampillare. Non dalle bocche delle creature marine o da piccoli tubi impiantati sullo scoglio, ma da sotto l’obelisco: l’acqua scendeva sul marmo come piccoli rigagnoli, bagnando la fredda terra e donandole nuova vita.

La palma mossa dal vento realizzata da Fraschi
Serpente di terra, dettaglio dello scoglio realizzato da Fraschi

Il successo fu ancora più grande e strabiliante.

Borromini non fu, di nuovo, felice! Fu così che, insieme ad altri artisti che non stimavano in particolar modo Bernini, memori delle battute che questo aveva fatto sulla complessità di rendere stabile l’enorme obelisco, sparsero la voce che presto tutta la struttura sarebbe caduta. Il nostro scultore napoletano si presentò, così, la mattina seguente con dei chiodi e delle corde sottilissime, le avvolse intorno all’obelisco e le attaccò alle case vicine, dicendo che così avrebbe retto più a lungo.

Ovviamente non furono realmente necessarie, anche perché erano terribilmente inutili, difatti l’obelisco con i suoi Quattro Fiumi si staglia ancora su Piazza Navona, in tutta la sua magnificenza.

Fonti:

– D. Pinton, Bernini. I percorsi dell’arte, ATS Italia Editore, 2009

Un soldato senza nome

Il Presidente della Repubblica e le più importanti cariche dello Stato si recano ogni 25 aprile (Festa della liberazione dell’Italia), 2 giugno (Festa della Repubblica), e il 4 novembre (Festa delle Forze Armate) a rendere onore al Milite Ignoto. Ma chi è? Qual è la sua storia?

di Silvia Michelotto

Alla fine della Prima Guerra Mondiale molti Paesi cominciarono a seppellire i cosiddetti Militi Ignoti, soldati morti in battaglia ma che a causa delle ferite era impossibile da riconoscere e, quindi, non potevano essere riconciliati alle famiglie nemmeno nel momento della morte.In Italia, il colonnello Giulio Douchet lanciò la medesima proposta con un articolo pubblicato ne’ Il Dovere il 2 agosto del 1920, riportando l’esempio della Francia e dell’Inghilterra. L’idea fu accettata positivamente da molti, tanto che fu portata in Parlamento pochi giorni dopo dall’onorevole Cesare Maria de Vecchi, divenendo poi legge il 4 agosto del 1921. Fu così che l’allora Ministro della Guerra, Luigi Gasparotto, si occupò dell’organizzazione del processo di scelta, della modalità e del luogo di sepoltura. Venne creata una commissione composta da sei soldati, che dovevano rappresentare ogni gruppo e carica militare, coloro che ebbero delle onorificenze e/o furono mutilati. Questi avrebbero dovuto recarsi nei luoghi in cui si erano svolte le più cruente e importanti battaglie e nei cimiteri militari, realizzati durante o subito dopo la fine della guerra, e riesumare undici corpi.

L’altare della patria

La scelta doveva essere il più casuale possibile, nonostante ciò, però, le salme dovevano rispettare alcuni criteri: essere irriconoscibili, sia a livello fisico sia a livello militare, quindi niente tatuaggi, particolarità fisiche, ma anche la divisa, le medaglie, le mostrine o l’elmetto con cui erano stati seppelliti dovevano essere non identificabili, e avere la quasi certezza che fossero italiani. Ovviamente tra le salme scelte vi erano esponenti di diversi gruppi militari e di diversi ranghi gerarchici, per evitare, quindi, che ci fossero delle distinzioni tra questi e rendere ancora più imparziale la scelta finale tutti i corpi furono adagiati in semplici e comuni bare di legno.

I primi sei soldati ignoti, furono sistemati a Udine, successivamente, con l’arrivo della settima salma, le bare trovarono  una nuova collocazione a Gorizia. Furono spostate nuovamente, questa volta nella Chiesa di S.Ignazio, dove si aggiunse l’ottava salma, per poi finire alla Basilica di Aquileia, dove furono sistemati tutti i feretri per la funzione.

Il 28 ottobre 1921, nella commozione generale, furono celebrati i funerali solenni di quegli undici uomini che avevano perso la vita, ma anche la loro identità, per la loro Patria; al termine della cerimonia i feretri furono scambiati di posto fra loro e la signora Maria Bergamas fu chiamata a compiere la sua scelta. Una donna minuta e anziana che aveva perso il figlio in quella stessa guerra la quale aveva strappato alla vita anche quegli uomini. 

La storia militare di Antonio, il figlio di Maria, è piena di amarezza e sfortuna: Trieste, città in cui viveva con la madre, era, all’epoca, sotto il dominio dell’Impero austro-ungarico e, allo scoppio della guerra, fu chiamato a servire la sua Nazione. Il ragazzo, però, disertò per entrare a far parte, volontariamente, del 387°  reggimento italiano di fanteria della Brigata Barletta, di cui divenne sottotenente. Per poter accogliere lui e altri disertori dell’esercito nemico, gli fu assegnata una nuova identità, in questo caso quella di Antonio Bontempelli.

Il ragazzo, però, morì pochi mesi dopo, durante una battaglia a Cimone di Tonezza. Grazie ad un biglietto che aveva in tasca la notizia della sua dipartita raggiunse la sua vera città di origine e, quindi, anche i suoi cari. Se la perdita di un figlio è già tremenda, il fatto di non avere nemmeno un luogo in cui andare a rendergli omaggio può essere un altro durissimo colpo. Infatti Antonio fu seppellito sull’Altopiano d’Asiago, precisamente al cimitero di guerra di Marcesina, insieme ai suoi commilitoni, ma un bombardamento lo distrusse in modo piuttosto vistoso e i corpi di numerosi caduti, tra cui quello di Antonio, furono dispersi per sempre.

Maria, madre-simbolo della tragedia della guerra, ebbe l’onore e l’onere di essere colei che avrebbe scelto il corpo su cui numerose mamme, come lei, avrebbero potuto piangere quei figli per sempre perduti. La donna camminò di fronte alle bare, per accasciarsi in ginocchio davanti alla decima, urlando il nome del suo bambino. 

Il sarcofago del Milite Ignoto

Ci sono controversie riguardo alla scelta della donna: la figlia Anna ha testimoniato che la madre, prima di assolvere il suo compito, era decisa a scegliere o l’ottava o la nona bara, numeri rincorrenti all’interno della data di nascita di Antonio, giunta davanti a queste, però, si sentì in colpa e optò per la successiva, in modo che quello fosse veramente il corpo di un ignoto.  Secondo altre testimonianze, la donna scelse quello che per lei era il corpo del figlio.

Una delle  ipotesi è di sicuro più romantica e spiega come mai, simbolicamente, il Milite ignoto venga identificato come un membro della Fanteria. Come già spiegato, Bergamas ne faceva parte, ma oltre a questo fu il corpo militare che subì il maggior numero di perdita: dei 600 mila soldati italiani morti durante la Prima Grande Guerra, 400 erano proprio fanti.

Alla fine della scelta gli altri dieci corpi furono sistemati all’interno del cimitero nei pressi della Basilica di Aquileia, dove troverà pace anche la signora Maria Bergamas nel 1954. In realtà la donna, inizialmente, fu seppellita a Trieste, ma l’anno successivo, proprio per il suo valore di simbolo delle madri italiane che avevano sacrificato tutto, anche la cosa più preziosa per la Patria, trovò l’eterno riposo vicino a quei dieci figli di nessuno.

ll feretro dell’ufficiale Milite Ignoto partì da Udine il 29 ottobre 1921, attraversò Trieste, Venezia, Padova, Rovigo, Ferrara, Bologna, Pistoia, Prato, Firenze, Arezzo, Chiusi e Orvieto, arrivando il 2 novembre 1921 a Roma.

Il treno che portò la salma del milite ignoto a Roma

Il viaggio fu molto lento, per permettere a tutte le città e ai paesi, che avrebbero visto scorrere davanti a loro quel treno pieno di fiori,  di onorare il simbolo del sacrificio dei loro figli, padri e fratelli. Tutto questo amore verso i caduti fu raccolto all’interno di Gloria: apoteosi del Milite Ignoto realizzato dalla Federazione Cinematografica Italiana e dall’Unione Fototecnici Cinematografici, un film documentario che racconta ogni passaggio di questa vicenda e che riesce, con immagini forti e delicate, a rappresentare quel momento di comunità che ha vissuto la Nostra Penisola.

Quando il feretro giunse a Roma rimase esposto per due giorni, all’interno della Basilica di Santa Maria degli Angeli, per poi essere insignito della medaglia d’oro e collocato, il 4 novembre, nell’Altare della Patria, allontanandosi dalla proposta di Douchet, che, all’epoca del suo articolo, aveva proposto il Pantheon, dove si trovano ancora i corpi di grandissimi artisti, come Sanzio e Carracci, e dei Savoia. 

Fu, però, optato, a buon ragione, un monumento che rappresentasse la Patria e la sua Unione, e di cui  vi racconterò in un altro articolo, in modo da celebrare degnamente questa creazione Risorgimentale e che racchiude dentro di sé un gioiello di storia romana. Per il momento sappiate che per celebrare in modo ancora più degno ed esaustivo, per così dire, tutti i martiri della Guerra per il sarcofago, furono utilizzate le pietre provenienti da ogni campo di battaglia su cui è stato versato sangue italiano, come le rocce di origine marina del Monte Grappa.

Nonostante in tutta Italia vi siano numerosi monumenti al Milite Ignoto nessuno di questi conserva dentro di sé una salma, lasciando a Roma questo onore, come è avvenuto in numerosi Paesi; inoltre la sua identità rimane avvolta nel mistero, anche se le tecnologie forensi hanno fatto passi da gigante. Questo per rispetto delle famiglie oltre al valore simbolico del fatto di ignorare realmente chi si nasconde sotto la targa che ne celebra la memoria. 

La celebrazione per la tumulazione del Milite Ignoto

Negli Stati Uniti d’America le cose, invece, sono leggermente diverse: in Virginia ci sono quattro monumenti dedicati ai caduti in guerra e mai identificati, uno per celebrare quelli deceduti durante la Grande Guerra, quello per la Seconda Guerra Mondiale, quello per il conflitto in Corea e, in fine, per il Vietnam. Quest’ultimo fu identificato nel 1998, quando un veterano riuscì a identificare il luogo di ritrovamento del corpo come quello in cui si era andato a schiantare l’aereo del pilota Michael Blassie. La tomba, quindi, è stata svuotata, per permettere ai suoi cari di seppellirlo nella sua città e al posto della targa in onore dei militari ignoti ve n’è una che celebra tutti coloro che hanno servito la loro Nazione con onore e gloria.

Fonti:

http://www.esercito.difesa.it/storia/pagine/il-milite-ignoto.aspx

http://www.rainews.it/dl/rainews/media/La-storia-del-Milite-ignoto-eroe-di-Guerra-la-cui-salma-riposa-altare-della-Patria-a-Roma-a4b3a5f1-76aa-4218-867c-be42075060e1.html#foto-1