I rebus di Lotto

Una bocca piccola, dalle labbra sottili, si schiude su un mento un po’ troppo avanzato, a formare quella che volgarmente si chiamerebbe “scucchia”. Le sopracciglia sfuggenti si inarcano sulle palpebre pesanti, un foruncolo fa capolino sulla fronte ampia incorniciata da un berretto nero da cui sfuggono ampie ciocche di capelli di un color biondo sporco. Bello quest’uomo non può dirsi, eppure è difficile smettere di fissarlo: c’è qualcosa nel suo sguardo che magnetizza l’attenzione, come se nonostante la giovane età potesse raccontarci molte cose sugli abissi dell’animo umano. E non c’è da stupirsi.

di Ludovica Fasciani

Stiamo guardando negli occhi un uomo scampato ad un assassinio.

Quando ci immaginiamo il nostro Rinascimento è facile fantasticare sulle congiure che animavano le lussuose stanze dei Signori italiani; anni di romanzi, film e racconti ci hanno abituati a tremare di fronte al nome dei Borgia, ad aspettarci le più succulente nefandezze dai cardinali romani, a sorridere di fronte ai racconti delle scorribande degli artisti, durante le quali più di una volta ci è scappato il morto. Ma forse proprio per questo è curioso immaginare una congiura mortale ai danni di un ecclesiastico di un centro secondario come Treviso, lontano dai vizi di Roma e dagli sfarzi delle altre grandi città italiane.

Certo, non che Treviso fosse un paesino dimenticato da Dio e dagli uomini: la città faceva in quegli anni il suo compiaciuto ingresso nel Cinquecento e nella pax veneta, dopo essere stata percorsa per decenni da eserciti stranieri e reclamata da questo o quel signorotto di passaggio. Sotto il dominio veneziano, la città conosce anni di quiete e stabilità: ma quiete relativa, se il suo vescovo, Bernardo de’ Rossi, poteva essere la vittima designata di un agguato letale che coinvolgeva anche tutto il suo entourage. Ad ordire la congiura furono i componenti della famiglia Onigo, con la silente approvazione del podestà di Treviso, Girolamo Contarini: il delitto di cui Bernardo si era macchiato ai loro occhi consisteva nell’aver reclamato il controllo dei beni ecclesiastici, indebolendo il potere dei notabili cittadini.

Ritratto di Bernando de’ Rossi – L. Lotto

Il vescovo reagì alla scoperta della congiura sfoggiando una signorilità da manuale, spedendo a processo i suoi avversari (assolti poi, prevedibilmente, dal tribunale veneziano) e commissionando una serie di ritratti, pale d’altare e coperti ad un giovane artista di passaggio, il cui stile si era da subito rivelato di suo gusto: Lorenzo Lotto.

Ma torniamo al giovane dagli occhi penetranti con cui abbiamo aperto il nostro racconto: il suo ritratto, conservato al Kunsthistorisches di Vienna, è incorniciato da una tenda dai riflessi chiari e mostra una lucerna nell’angolo superiore destro. E’ proprio questo dettaglio a fornire la chiave di lettura simbolica del dipinto: la fiamma è tipicamente simbolo di passione o di conoscenza. Ma se lasciamo scivolare lo sguardo dal viso del giovane fino al suo abito ci accorgiamo che si tratta di un ecclesiastico, per cui la passione non sarebbe forse indicata – a parte forse quella di stampo religioso, che però solitamente viene rappresentata in altri modi. Quanto al secondo significato, bè, una fiammella così misera potrebbe al massimo sbandierare l’ignoranza del ragazzo, non certo la sua cultura!

Dobbiamo allora cercare un’altra interpretazione. Stabilendo, per ragioni stilistiche, una stretta affinità con il ritratto di Bernardo de Rossi, Augusto Gentili ipotizza che anche questa tela sia stata dipinta a Treviso all’inizio del Cinquecento, per qualcuno in stretti rapporti con il vescovo, magari talmente vicino a lui da essere scampato per un soffio alla congiura che quasi costò la vita a Bernardo. Per un soffio, appunto, come quello che potrebbe spegnere l’esile fuoco di una fiammella o di una vita umana.

Ritratto di Broccardo Malchiostro – L. Lotto

Chi è infine costui? La passione per l’enigma di Lotto ce lo rivela, mettendoci sotto gli occhi tutti gli indizi che ci servono, dipinti sulla tenda che fa da sfondo: una tenda di broccato, decorata con un motivo di cardi. Il giovane dagli occhi tristi è Broccardo (BROC-CARDO) Malchiostro, fedelissimo vicario del vescovo, che condivise con Bernardo de’ Rossi i giorni bui della congiura e con Lorenzo Lotto la passione per i rebus: sul suo stemma, dipinto in una delle cappelle absidali del duomo, troneggia una mano stretta a pugno che regge un mazzo di cardi.

In quella stessa cappella, pochi anni dopo, un altro suo ritratto verrà sfregiato irreparabilmente: questa volta era inserito in un’Annunciazione di Tiziano, ancora conservata nel luogo per cui era stata pensata. Il giovane dagli occhi tristi invecchierà in una Treviso che continuerà ad odiarlo per il resto dei suoi giorni.

Lorenzo Lotto: pittore di Rebus

Ancona, anno santo millecinquecentocinquanta, una dolce mattina di mezza estate. Dal mare si leva un venticello fresco che si insinua tra le travi delle bettole e delle taverne del porto per poi incanalarsi tra i vicoli che salgono verso il duomo, carico di nuovi odori.

di Ludovica Fasciani

È la fine di luglio e la città è in fermento: il suo porto è uno dei principali approdi dei pellegrini diretti a Roma per l’anno santo; marinai sboccati, commercianti zelanti e nobili più o meno eleganti sono investiti da un’ondata di vitalità e di movimento. Tra il caos del mercato, qualcuno si degna di prestare orecchio al banditore che va su e giù per le vie del centro, raccomandando a piena voce a tutti i cittadini di correre al più presto verso la Loggia dei Mercanti, dove il noto pittore Lorenzo Lotto ha radunato tutti i suoi invenduti per organizzare…una lotteria!

Non che Lotto fosse nuovo ai giochi di parole, o ai giochi in generale, anzi! Come molti dei suoi contemporanei, si ingegnava ad infilare nelle sue opere qualcosa che tenesse impegnata la mente, oltre che l’occhio, di chi le ammirava. Il che, visto il tempo che gli uomini dell’epoca passavano davanti alle opere d’arte – le quali non erano solo oggetti decorativi, ma supporti per la meditazione, veri perni del pensiero – sembra più che naturale. Nel caso di questo pittore veneziano, in particolare, queste scintille d’arguzia riguardano una serie di rebus che Lorenzo si divertiva a mascherare nei suoi dipinti; proprio così, rebus, giusto come quelli della Settimana Enigmistica, qualcosa che noi contemporanei non ci aspettiamo di trovare nei quadri del Rinascimento. E siamo così poco abituati a cercarli che il più famoso di essi è rimasto sotto gli occhi di accademici, umanisti e appassionati per vari decenni, tra le luci dei corridoi dell’Accademia Carrara di Bergamo, prima di essere individuato: si nascondeva in un ritratto di gentildonna, al tempo ancora ignota. È stata appunto la scoperta del rebus a rivelare il nome della prominente signora bergamasca: nella falce di luna in alto a sinistra si legge infatti la sillaba “CI”. Questo dettaglio, una volta risolto il gioco enigmistico, ci rivela che la donna si chiama LU “CI” NA. Il suo cognome sarà poi svelato da un altro particolare nascosto nel quadro, lo stemma di famiglia inciso sull’anello: così Lotto ci presenta Lucina Brembati, dipingendola con un’accuratezza, che la dice lunga sia sull’interesse dell’artista per la pittura del Nord, sia sull’avvenenza della matrona.

Ritratto di Lucina Brembati – L. Lotto

Lorenzo sembra invece essere stato leggermente più caritatevole con un altro soggetto, quello del Ritratto di gentiluomo con zampino di leone (o forse il signore aveva già in partenza un aspetto più dignitoso di quello di Lucina?), che nasconde un altro dei supposti rompicapi di Lotto. Secondo un’ipotesi ampiamente accreditata, infatti, il nostro gentiluomo altri non è che il fortunato consorte di Lucina: a giungere a questa conclusione per primo è stato Augusto Gentili, che negli anni ’80 si premurò di correggere l’errore di concetto insito nel titolo del quadro. Quello rappresentato non sarebbe così un gentiluomo con zampino di leone,  piuttosto un gentiluomo con zampa di leoncino!Poca differenza, direte voi. Ma nel caso di un pittore che si dilettava con i giochi di parole, le parole sono niente meno che essenziali: se accettiamo che quella sia una zampa di leoncino, infatti, ecco qui che l’ignoto gentiluomo ci si presenta all’improvviso come Leonino Brembate!

Ritratto di Leonino Brembate – L. Lotto

Questi due coniugi sono stati alcuni tra i committenti più noti di Lorenzo, che a onor del vero non riscuoteva molto successo tra gli uomini del suo tempo: costretto ad una vita nomade, cominciò il suo vagabondare abbandonando, ancora giovane, Venezia, educata al gusto artistico da Tiziano. Per un breve periodo fu anche a Roma, lasciando un’impronta del suo passaggio in una delle famigerate Stanze di Raffaello: poi però ripartì, ricominciò a viaggiare, visse a Treviso, a Bergamo, a Jesi, e chissà in quanti altri posti. E in tutti lasciò qualcosa, tutti gli lasciarono qualcosa.

Se volete scoprire qualcosa di più su questo pittore inquieto de la mente e sul suo gusto per il gioco e lo scherzo, l’appuntamento è al prossimo articolo: scopriremo insieme una storia di un intrigo sventato e di un rompicapo nascosto dietro un velo.