E se non fosse come sembra?

Klimt è il re dell’oro: ha descritto una Vienna in espansione, capitale del sapere, dell’arte e della bellezza. E’ stato l’autore di un famosissimo Bacio che forse nasconde un mondo un po’ diverso e meno dorato di quanto ci immaginiamo.

di Silvia Michelotto

Ci muoviamo lentamente tra le sale del Belvedere di Vienna fino ad arrivare davanti a una tela quadrata con due figure al centro, in ginocchio su una lingua di fiori viola, verdi e azzurro, che si abbracciano. Lui tiene il volto della sua donna, mentre si china per darle un bacio sulla guancia.

I capelli di lei sono intrecciati con dei bellissimi fiori, gli stessi del piccolo tappeto erboso su cui si sono sistemati per consumare il loro amore, mentre le tempie dell’amante sono circondate da una corona di edera. La simbologia di questa pianta rampicante e infestante, però, ci porta a una lettura un po’ particolare: nei tempi antichi, rappresentava il genere femminile in quanto incapace di essere indipendente e quindi bisognosa di avere un supporto, solitamente maschile, per poter sopravvivere (purtroppo un pensiero che in alcune zone del mondo e in alcune persone vive ancora oggi!).

I loro corpi sono avvolti in tuniche informi, il medesimo oro che fa da base ai loro abiti li porta a fondersi, in un ballo sensuale. Sono le decorazioni (geometriche per lui, floreali per lei) che ci permettono di comprendere dove iniziano i loro corpi. Quell’aura dorata in cui sono avvolti si staglia su un fondale d’oro puro, che sembra riportarci indietro, a secoli lontani, a quelle pale medievali e gotiche con statuarie e austere Madonne con Bambino o Crocefissioni. Qui Klimt, però, riesce a far percepire lo spazio che c’è tra i suoi amanti e lo sfondo: l’aria circola, viva, vorticando intorno alla coppia, racchiudendola in un ulteriore bozzolo di protezione contro le angosce del mondo.

Bacio di G. Klimt (1907-08)
particolare del quadro

L’utilizzo delle foglie d’oro per la realizzazione delle ampie campiture ci fa voltare lo sguardo verso la tradizione bizantina e a quella del mosaico. Tecnica molto cara a Klimt che cerca di realizzarne una versione pittorica, ricreando con i tocchi del suo pennello lo stesso effetto di queste meravigliose opere del passato. La sua arte sembra voler richiamare quella sacra, elevando i suoi soggetti a santi, madonne, martiri e angeli di una religiosità pagana.

In questo caso ci troviamo di fronte a un elogio mistico dell’eros, della sensualità e della sessualità, che permettono la compenetrazione e la coesistenza dei due generi, opposti, spesso in conflitto, ma che nell’amore trovano armonia e benessere. Un messaggio che l’artista cercò di rappresentare anche all’interno del Fregio di Beethoven e nell’Abbraccio, ma senza realmente riuscirci. In entrambe, la figura femminile sembra essere soffocata, emergendo con difficoltà da dietro un corpo muscoloso e pesante nel primo o dall’immensa veste dell’uomo nel secondo.

Dettaglio del Fregio di Beethoven di G. Klimt (1902)
Abbraccio di G. Klimt (1910-11)

Ma siamo sicuri che Klimt sia riuscito a rappresentare la purezza del momento che questa coppia sta vivendo?

Fermiamoci un secondo e concentriamoci sui volti del Bacio, dettaglio famosissimo e che troviamo riproposto in ogni modo, in ogni luogo e in ogni lago. Siamo sicuri che lei si stia abbandonando al contatto del vero amore?

Lui le sta dando un bacio, tenendole la testa fermamente; la ragazza non gli offre le labbra, bensì la guancia, mentre sembra indietreggiare e incassare la testa tra le spalle, quasi a volersi proteggere. La mano diafana su quella scura di lui potrebbe non essere una carezza, ma il tentativo delicato di liberarsi, come quella semi chiusa sulla nuca.  Una costrizione dettata proprio dal significato dell’edera: una donna non può esistere come essere a sé stante, ha bisogno dell’altro, del maschio, che ne può fare quello che vuole. Lei non può rifiutare, deve cedere a quelle avance. 

Una piccola rilettura che porta a vedere una certa e nuova inquietudine. Quell’oro non è più così brillante, ma una prigione in cui la ragazza è intrappolata, come il piccolo giardino in cui è, che per molti sembra fare il verso all’hortus conclusus: il giardino recintato medioevale tipicamente collegato alla vita dei monasteri, per molte donne una prigione scelta dai genitori o dalla società per bloccare quelle fervide e rivoluzionarie menti.

Potrebbe essere così? Be’, purtroppo non ho avuto modo di prendere un caffè e parlare con l’autore in questione, ma questa lettura, sentita casualmente in un documentario, mi ha portato a riflettere su quanto possa essere sottile la linea tra amore e violenza per chi vive un rapporto osservandolo dall’esterno.

Quante volte durante uno scherzo o in un momento in cui il nostro lato romantico era andato in vacanza, invece di un sonoro bacio sulle labbra, abbiamo deciso che la guancia andava più che bene? Penso, parecchie (o almeno è così per me, romantica sì, ma alcune volte vince il mio lato asociale).  Ritrarsi dal contatto del proprio amato è un gioco che almeno una volta nella vita si fa. Ma se non fosse un semplice scherzo? Da distante, senza sapere o sentire che si dicono i due protagonisti, è difficile capire se siamo di fronte al più nobile dei sentimenti o al più ignobile dei gesti. Siamo portati, quando vediamo due persone abbracciate e baciarsi, a pensare positivo, a vedere il bicchiere mezzo pieno, perché l’amore porta solo zucchero, cannella e ogni cosa bella, ma alcune volte c’è di più. C’è violenza e abuso, nascosti dietro a un sorriso.Non è tutto oro quello che luccica… La violenza sulle donne, nella maggior parte delle volte, avviene all’interno dell’ambiente domestico e viene perpetuata dagli uomini di cui la vittima si fida. E forse, alcune volte, osservare, tenere gli occhi aperti, offrire una spalla o semplicemente 5 minuti del proprio tempo a chi si ha il dubbio sia in pericolo bastano per evitare che ci sia da aggiungere un nome ad un già lunghissimo elenco di vittime. Mal che vada, quello che abbiamo visto e osservato, era veramente solo un Bacio!

Fonti:

– T. G. Natter, Klimt, tutti i dipinti, Taschen, 2020;

– E. Di Stefano, Klimt. Il modernismo, Giunti Editori, 2017.

Quel Tesoro veneziano…

Se pensiamo alle Crociate ci immaginiamo truppe di cavalieri in lucenti armature che si appropinquano a riconquistare in modo eroico Gerusalemme, guidati da valorosi condottieri, sotto il vessillo di una croce rossa. E se vi dicessi che una non vi arrivò mai, preferendo fermarsi,  e a depredare, Costantinpoli?

di Silvia Michelotto

Si tratta delle IV crociata, che durò a malapena 2 anni (dal 1202 fino al 1204), e che permise ai veneziani di rifare, praticamente per intero, l’arredamento della loro amata basilica di San Marco; basti pensare che fu proprio in questa occasione che arrivarono i famosi cavalli di bronzo che dominano la piazza con vista sulla laguna (attualmente quelli all’esterno sono delle copie, gli originali li potete vedere all’interno del Museo Marciano). Ovviamente molti criticarono la Serenissima in quanto, secondo molti dei comandanti che parteciparono alla conquista della città imperiale, si accaparrò gli oggetti di maggior valore grazie alla conoscenza del greco dei suoi generali, perciò mediando a favore della loro Repubblica Marinara. La risposta di quest’ultima fu molto lacunosa: in qualche modo bisognava pagare la flotta che aveva permesso i crociati di raggiungere il loro obiettivo e fortunatamente avevano trovato oggetti di grande interesse artistico, religioso e con un bel po’ di gemme sopra. Insomma Dio aveva preferito loro agli altri!

Ma questo gruzzolo fu solo il nucleo iniziale dell’enorme Tesoro di San Marco, che crebbe a vista d’occhio, raggiungendo un valore inimmaginabile, grazie a donazione di patrizi veneziani, sovrani e altre razzie.  Purtroppo, le informazioni relative agli elementi devoluti alla Serenissima e alla loro provenienza sono ben poche: gli stessi che crearono un sistema enormemente complesso per eleggere il doge non pensarono fino al 1231, quando l’ala della basilica dedicata alla custodia di tali beni non andò a fuoco, di creare una semplice e innocua lista! Per la prima enumerazioni ci misero ben cinquant’anni, per poi perderla e ritrovarla a metà del Seicento, ma la cosa spassosa è che mancavano dati fondamentali quali la provenienza delle opere, una descrizione dettagliata di queste, eventuali restauri e tutti quegli elementi che avevano trovato spazio nella basilica o in sacrestia perché utilizzati quotidianamente per le liturgie. Insomma, un odierno catalogatore avrebbe avuto una crisi di nervi di fronte a un lavoro del genere!

Per non metterci altri cinquant’anni nel fare un nuovo catalogo fu istituita una commissione che doveva redigerne con una precisa cadenza, ma furono sempre realizzati in modo abbastanza grossolano.

Incendi a parte, il Tesoro di San Marco si vide dimezzare i suoi beni a causa di quell’adorabile momento storico in cui Venezia andò sotto il dominio napoleonico. Quei furbastri dei veneziani riuscirono a salvare molte opere (tra cui la Pala d’oro rimasta al suo posto grazie a quel gioco di parole legato alla parola dialettale vero: si narra, infatti, che uno degli agenti napoleonici chiese a un prete se le gemme della Pala fossero vere e l’uomo rispose Xe tuto vero, che può essere tradotto sia come è tutto vero ma anche è tutto vetro) ma, purtroppo, ne dovettero sacrificare molte altre per pagare le tasse imposte dal caro e buon vecchio Napoleone: fusero oro e gioielli, staccarono gemme e vendettero oggetti ai conquistatori. Quello che è conservato odiernamente nel Museo Marciano e nella basilica è ciò che è sopravvissuto, ed è una minima parte.

Gli storici si sono cimentanti nell’ardua impresa di ricostruire l’immensità storico-artistica di queste opere, creando una bibliografia di tutto rispetto sugli smalti, i gioielli e sulle icone, ma trovando non poche difficoltà su una determinata tipologia di opere: i vetri!

Gli oggetti in questo materiale sono veramente complessi da studiare perché, nonostante ogni zona del Mediterraneo avesse una propria ricetta compositiva, non è possibile ricostruire un quadro chimico preciso del materiale usato in quanto i nostri antenati erano già ambientalisti e, invece di gettare i frammenti, li rivendevano alle fornaci dell’intera area mediterranea per ricavare nuovo materiale grezzo. Quindi il vetro arabo poteva benissimo finire in una bottega bizantina, romana, greca…

Cosa rimane da studiare quindi? Le decorazioni, ovviamente. Anche in questo caso però sorgono dei problemi: come abbiamo già visto i nostri amici veneziani si sono dimenticati di riportare le decorazioni e i restauri che i vari elementi del tesoro hanno subito, quindi risulta difficile trovare qualche elemento realmente risolutivo, portando alla nascita di non pochi dibattiti, e alcune volte anche ridicoli.

Il più famoso riguarda la provenienza della Lampada dell’arcivescovo Zaccaria (detta anche Tesoro n.67) a opera di  Axel Von Saldern e Andre Grabar. Il primo sosterebbe che la parte in vetro sia di origine persiana, o di una zona dell’Impero bizantino vicina, e mentre la montatura risulterebbe essere opera di orafi veneziani dell’Ottocento addirittura, in quanto questa viene nominata solo nell’inventario del 1880. Una prova ben misera!

Grabar, infatti, pensa bene di non concentrarsi solo sulla nostra lampada, ma analizzare altri elementi all’interno del Tesoro stesso e il quadro storico in cui si collocherebbe l’opera. Innanzitutto dimostra come questa tipologia di lampada fosse ampiamente utilizzata nel mondo bizantino e come questo popolo non fosse assolutamente digiuno, nemmeno nella capitale, di cultura persiana e araba grazie ai commerci, quindi potrebbe essere stata realizzata tranquillamente nella zona più centrale dell’Impero. Inoltre, la semplicità decorativa toglierebbe valore all’ipotesi di un acquisto all’interno del mercato internazionale, molto esigente e ricco, prediligendo, in conclusione, l’ipotesi di prodotto legato a un mercato più autoctono.

E poi perché andare a ‘disturbare’ un arcivescovo bizantino, realmente esistito, ma così lontano nella storia, quando poteva essere tranquillamente riportata una frase biblica, come si vede in altre opere del Tesoro, per creare un’iscrizione su una montatura ottocentesca? È più probabile che sia stata commissionata dallo stesso arcivescovo, come dimostra Katharine Brown, nel 1984, portando ad esempio altre decorazioni bizantine del medesimo tipo.

Purtroppo rimangono studi non conclusivi, perché non esistono testimonianze certe al riguardo. Quelli appena analizzare partono dal presupposto che la lampada sia del nucleo iniziale, ma non bisogna dimenticare che i veneziani occuparono la zona bizantina fino al 1261 e i commerci intensi con quella parte del mar Adriatico continuarono per quasi altri tre secoli, senza ignorare il grande numero di donazioni da parte di imperatori e re stranieri. L’unica cosa che ci rimane è aspettare che la scienza riesca ad evolversi abbastanza da poterci dare una risposta a questo piccolo mistero veneziano.