Non sei alla moda

La moda, in ogni epoca, luogo ha influenzato intere generazioni. Andy Warhol esponente di spicco della Pop Art, movimento artistico diventato di moda nel 1960 a New York, era un  artista alla moda.

di Elena Melloni Gandolfi

In quel periodo la Città americana era diventata la “capitale mondiale della cultura”, Parigi che  fino ad allora aveva detenuto il primato passò il testimone a New York.  

Con la fine della seconda guerra mondiale, molti artisti emigrarono in America e con l’evolversi degli strumenti e del modo di fare arte, inizia una nuova era per essa con base principale nella capitale oltreoceano. 

Warhol era un frequentatore degli ambienti underground della “Grande Mela”, la sua arte si nutriva della realtà quotidiana, le sue opere traevano ispirazione dalla cultura di massa,  dalle immagini di consumo della società americana dell’epoca, dalla pubblicità, dai fumetti volendo dimostrare la sua volontà di eliminare la storia dell’arte del passato.

Il supermercato entrava all’interno del museo o di una mostra quasi come a dirci che l’arte deve essere consumata come un qualsiasi prodotto commerciale come Campbell’s Soup Can o Peach Halves. Le immagini sembrano uscire da un catalogo senza nessun criterio estetico.

Andy Warhol

Voleva trasformare il luogo comune in arte e viceversa quindi dopo la trasformazione dei beni di consumo in arte, è essa stessa a diventare prodotto di massa. 

Le cose e gli avvenimenti acquistano un significato quando vengono comunicati e messi in circolo diventando una moda, l’artista applica il criterio “quantità come qualità” sia alle persone che ai beni di consumo. 

Seleziona i simboli del tempo diventati miti e quindi di proprietà della società, così nascono le sue serigrafie su tela che prendevano in considerazione personaggi del cinema, del mondo artistico, della politica, dell’ambiente della malavita, ripetendo il volto svariate volte alterando solo i colori come Marilyn Monroe, Mao Zedong, Che Guevara, Elvis Presley e tanti altri.

Le leggendarie serigrafie dell’artista

Quest’artista, trasferito a New York, iniziò a lavorare come illustratore pubblicitario e divenne  amico di molti stilisti newyorkesi famosi, quindi già dall’inizio della sua carriera grazie al suo geniale talento aveva attirato l’attenzione di riviste specializzate quali “Glamour”, “Harper’s Bazaar” (dove lavora anche Blumenfeld, di cui vi abbiamo parlato qui) con le sue fotografie di scarpe dimostrando che la sua arte era senza tempo.

Moda e arte hanno come punto d’origine la creatività e chi meglio di Warhol ha saputo unire i due mondi.

Finalmente con l’arrivo dell’artista “americano” si interrompe  la tradizione pittorica  con l’uso dei colori e pennelli e  si passerà all’uso delle icone, icone poi diventate alla moda.

Nel  mondo dell’arte non si parlerà  più di rappresentare la realtà  ma di come l’arte stessa sia diventata una costante della vita quotidiana, ogni oggetto o personaggio famoso potrà diventare un opera d’arte fino ad essere riprodotta in una semplice maglietta.

Warhol divenne famosissimo in tutto il mondo, nel 1991 lo stesso Versace gli ha reso omaggio e Calvin Klein,celebre stilista,  a circa trent’anni dalla  sua morte ha iniziato una collaborazione con la sua fondazione.

Ancora oggi il suo nome è conosciuto nel mondo della moda.

Fonti

– Tilman Osterwold, Pop Art,  Taschen, 1991. 

L’uomo che cambiò la moda

Le regole delle grandi copertine di moda americane furono decise da un tedesco ebreo che stava cercando di fuggire dalla guerra, nella valigia un grande sogno: la fotografia. Una rivoluzione straordinaria che ancora oggi fa scuola.

di Silvia Michelotto

Mi vuoi sposare?

Erwin Blumenfeld ripete questa domanda mille e mille volte tra gli anni ’40 e ’50 nel suo studio fotografico vicino a Central Park a New York. Eppure all’altare ci andò solo una volta, nel lontano 1920, ad Amsterdam, con la donna che lo accompagnerà per tutta la vita. Quella domanda, però, aveva uno scopo artistico: le donne davanti al suo obiettivo sorridevano, ammorbidendo e ingentilendo i propri tratti. 

Ci sembra strano che fosse necessario rendere ancora più radiose donne di quel calibro, perché tra coloro che posarono per Blumenfeld ci furono Grace Kelly, una giovanissima Audrey Hepburn e Carmen dell’Orefice fu consacrata nell’Olimpo delle Top Model proprio grazie a una sua foto. Se si voleva tornare alla ribalta, iniziare la scalata al successo o celebrare il momento clou della propria carriera bisognava farsi fotografare da Blumenfeld!

Erwin aveva 44 anni quando arrivò con la famiglia e una valigia di cartone in America. La sua passione per la fotografia, nata quando era ancora un pargoletto, lo aveva condotto lentamente al 1938, quando ricevette un ingaggio per Vogue Francia. Fu l’inizio della sua rivoluzione: niente più modelle-manichini,  bensì donne piene di energia, dotate di un forte senso di libertà artistica. Tra le fotografie più importanti di questo periodo ci furono la serie della Ragazza sulla Tour Eiffel, un’immagine all’epoca considerata audace e fuori dalle regole.

Carmen dell’Orefice (1956)

Il lavoro per la nota rivista di moda francese durò poco purtroppo, obbligando i Blumenfeld a partire per la Grande Mela chiedendosi se sarebbero riusciti a riavere il successo che il capofamiglia aveva tanto faticato a raggiungere. Eppure, due giorni dopo, aveva già un contratto per Harper’s Bazaar, il più importante giornale d’alta moda americana dell’epoca. Gli fu data la più totale libertà di sperimentazione, diventando il fotografo più importante e più pagato del suo tempo: era il fotografo giusto al momento giusto, perché solo uno sguardo esterno, straniero, poteva cogliere la grande rivoluzione sociale e stilistica che stava avvenendo in quegli anni nel Nuovo Mondo.

A lui spettano tutti i grandi onori come quello di ritrarre, all’interno di Rage for color (1952), Bani Yevelston, la prima modella afroamericana che calcò le passerelle statunitensi. Nonostante la donna sia sulla estrema sinistra, una posizione che permetteva ai lettori poco soddisfatti di strapparla facilmente, senza rovinare l’immagine, ella cattura totalmente l’attenzione, grazie al contrasto tra la pelle scurissima e il viola intenso e semitrasparente che la incornicia.

Rage of color (1952)

Il suo scopo era quello di creare un’icona ad ogni scatto, creando qualcosa che colpisse l’immaginario e che rimanesse impressa nella mente della collettività. Da questo punto di vista, sicuramente, il suo massimo successo fu Doe Eye: un occhio con un ombretto azzurrino e incorniciato da un nerissimo eyeliner, delle labbra rosso rubino e un neo  nelle vicinanze. Il tutto si staglia su uno sfondo completamente bianco, non ci sono altri indizi su come sia il volto della donna. Un’immagine che rimane impressa e che tantissimi altri artisti hanno cercato di riproporre, tra gli ultimi il fotografo Solve Sundsbo che ha pensato di dare vita a questa iconica immagine per la campagna pubblicitaria per il make up del marchio Chanel.

Doe Eye
Audrey Hepburn (1952)

Colori forti, sovrapposizioni, trasparenze e contrasti erano le armi che Erwin utilizzava per riuscire a rappresentare la sua donna perfetta, era alla continua ricerca del prototipo della bellezza ideale, ma che non rimanesse fermo alla mera estetica, bensì indagasse un aspetto più intimo. La domanda con cui abbiamo aperto questo articolo non era mera frivolezza, doveva far emergere l’emozione – che sia gioia, amore, sorpresa, confusione – di una donna. Essa non era mai un banale insieme di carne, per Blumenfeld era un essere sociale complesso e il suo scopo era, appunto, quello di cogliere nei volti delle sue modelle i più intimi segreti.

Erwin Blumenfeld a lavoro
Grace Kelly (1955)

L’arrivo degli scoppiettanti anni Sessanta, però, sancirono la fine dell’epoca d’oro del fotografo tedesco. Nonostante dimostrò di poter portare la grazia e l’innovazione delle sue fotografie su pellicola, dirigendo e realizzando il suo primo film di moda, la moda stessa e il pubblico si stavano evolvendo, scoprendo nuove esigenze e desideri. Le fotografie di Blumenfeld, per così tanto tempo considerate rivoluzionarie, era diventate tradizionali, la regola, quella che lui stesso aveva superato tempo prima. Fu così obbligato a mettere la macchina al chiodo e salutare il mondo patinato delle riviste di moda.

Ormai, era ora di voltare pagina.

Fonti:

– M.Métayer, Erwin Blumenfeld, Phaidon, 2004; Stern fotografie Portfolio n.65, TeNeues, 2012.

Keith Haring, la rivoluzione sui muri e sulle passerelle

Keith Haring nasce a Reading, Pennsylvania, nel 1958 ed è considerato forse il writer per eccellenza, massimo rappresentante del movimento graffitista della New York degli anni Ottanta. Ma procediamo con ordine. Incoraggiato dal padre, sin dall’infanzia dimostra un’inclinazione al disegno e una forte passione per i personaggi dei fumetti.

di Jessica Colaianni

Nel 1976 si iscrive alla Ivy School of Professional Art di Pittsburgh, dove frequenta le lezioni di grafica pubblicitaria. Ben presto però, si rende conto che quella non è la sua strada, decide quindi di abbandonare gli studi per dedicarsi al mondo dell’arte da autodidatta, divorando un libro dietro l’altro tra una pausa e l’altra da lavori miseri e degradanti. Alla fine degli anni Settanta si trasferisce a New York e inizia a frequentare la School of Visual Art, dove stringe un forte legame di amicizia con Jean Michel-Basquiat. Nella grande mela Haring comprende la sua vera identità, riconoscendo apertamente il suo orientamente omosessuale e si rende conto inoltre di non sentirsi a suo agio con gli strumenti tradizionali dell’arte; decide quindi di abbandonare nuovamente gli studi e di dedicarsi liberamente a ciò che è più nelle sue corde.

Keith Haring al lavoro

Trovata la sua vera identità, egli comincia a rendere protagonista dei suoi lavori la scena urbana newyorkese, grande fonte di ispirazione per la nuova generazione di artisti dell’epoca. Si avvicina così alla corrente del graffitismo, movimento nato a Philadelphia a fine anni Sessanta e che trova piena diffusione e sviluppo nella New York dei decenni successivi. Tra i vari punti della città preferiti dai writers, Haring predilige l’intervento sugli spazi pubblicitari vuoti presenti nella metropolitana, affermando lui stesso come si è avvicinato a tali oggetti: “Un giorno, viaggiando in metropolitana, ho visto un pannello che doveva contenere un messaggio pubblicitario. Ho capito subito che quello era lo spazio più appropriato per disegnare. Sono risalito in strada fino ad una cartoleria e ho comprato una confezione di gessetti bianchi, sono tornato in metropolitana e ho fatto un disegno su quel pannello. Era perfetto, soffice su carta nera; il gesso vi disegnava sopra con estrema facilità”.

Nonostante la street art nasca come movimento che si pone in contrapposizione all’arte tradizionale e ai suoi strumenti classici di comunicazione, il sistema del mercato dell’arte capisce il successo di tali artisti e li ingloba presto in esso, rendendoli famosi e iniziando a esporli in gallerie e musei. Come altri, e anche di più, Haring inizia ad acquisire una fama sempre maggiore e inizia a esporre in diverse gallerie internazionali, facendo impennare alle stelle le quotazioni dei suoi lavori su tela e ricevendo diverse commissioni di arte pubblica. Le opere di Haring sono piene di colori sgargianti e di figure stilizzate e bidimensionali marcate da una linea spessa di contorno, i personaggi per lo più rappresentati sono bambini, cani, mostri, televisori, figure tratte dai cartoni.

le sue figure stilizzate riprese dai grandi stilisti

Attraverso queste immagini che potremmo definire quasi infantili, l’artista si è impegnato a veicolare messaggi importanti della sua epoca, quali il capitalismo, il razzismo, l’ingiustizia sociale, il riarmo nucleare, la droga e l’AIDS, di cui si è ammalato e morto nel 1990 all’età di soli trentuno anni. Simbolo della sua lotta contro la morte è l’opera Tuttomondo, realizzata nel 1989 sulla parete esterna del convento di Sant’Antonio a Pisa, un inno alla vita che Haring considera uno dei suoi progetti più importanti. L’intento perseguito attraverso la realizzazione delle sue opere è il raggiungimento di un arte che sia per tutti, il suo desiderio infatti era quello di conquistare un pubblico il più ampio possibile, e per questo porta le sue immagini al di fuori dei classici spazi espositivi. Proprio per tale motivo nel 1986 inaugura a SoHo il suo Pop Shop, un punto vendita di gadget e magliette ritraenti le sue opere. Nonostante la vita breve, Keith Haring è entrato di diritto non solo nella storia dell’arte ma nell’immaginario comune collettivo, attraverso delle immagini semplici ma che sono simbolo e rappresentazione di un’epoca di grande fermente sociale e politico. Il successo delle sue icone è talmente grande che ancora oggi esse si ritrovano in oggetti quotidiani, che siano scarpe, quaderni, magliette e gadget di ogni tipo.

Fonti:

– Alexandra Kolossa, Haring, Taschen, 2004.

– John Gruen, Keith Haring: The Authorized Biography, Simon and Schuster, 1992.

– Gregorio Rossi, Keith Haring, Cambi, 2011.